In viaggio con l’asino: dalla Sicilia al Piemonte

Di Carmen Ferrari

Incontriamo Nicola, un giovane piemontese, poco più che ventenne, da sette mesi in viaggio con l’asino Fefè; ospite ora, per alcuni giorni, al Ranch Margherita di Meleto Valdarno. Nicola è pronto per ripartire verso la successiva tappa, dopo aver appreso, al ranch che ospita mule, asini e altri animali, alcuni elementi utili sulla vita degli asini, il loro comportamento, come essere loro compagni, come costruire e utilizzare un basto.

Nicola, iscritto al DAMS di Torino, avverte l’esigenza di scoprire, a piedi, un’Italia minore da sud a nord, accompagnato da un asino che è diventato il fulcro del viaggio stesso, e l’asino, come dice Nicola, ha ‘tenuto’: ogni giorno hanno appreso insieme a conoscersi e a coltivare una convivenza.

Nicola percorre, con altri amici, l’entroterra della Sicilia, come le Madonie, per continuare poi il viaggio solo con Fefè.

Attraversa sentieri che cerca di mappare, per favorire quella vecchia abitudine del camminare con quella lentezza che permette l’incontro con la natura, i luoghi, le persone. Quella lentezza che l’asino gli concede nella sua indole istintiva che la specie gli ha concesso, e l’asino sa cosa fare anche se asseconda le esigenze dell’uomo con cui con-vive nel quotidiano, come in questo viaggio di Nicola.

Questo cammino apre la conoscenza, a volte inaspettata, da cui apprendere di culture antiche e spesso non valorizzate, come quando Nicola scopre siti archeologici Sanniti, nel Molisano, dove ricercatori e volontari, con il loro impegno gratuito, fanno emergere questo passato e la sua cultura. Ne è esempio Pietrabbondante con il suo complesso monumentale del Teatro-Tempio con elementi italici, ellenistico campani e latini (II secolo a.C.).

C’è volontà, passione, ricerca, desiderio, in questi uomini e donne che Nicola incontra, come quelli di riscoprire i tratturi, quelle vie della transumanza oggi quasi non più percorse, spazi a volte soffocati da cemento o attraversati da grandi arterie di comunicazione. Civiltà che il cammino di Nicola e Fefè fanno incontrare e stupiscono. Così per i luoghi della spiritualità quali il tratto da La Verna ad Assisi.

Ci sono poi molti personaggi, in questo cammino: abitanti immersi in luoghi distanti dai centri urbani; uomini e donne che accolgono i due viaggiatori con interesse, curiosità, ascolto, senza timore per l’estraneo, offrendo, nei loro diversi dialetti, dei saluti, delle conversazioni, dei racconti delle loro tradizioni che esaltano un’ospitalità autentica, affermando altresì un attaccamento ai propri territori e un’appartenenza speciale che, a fatica, oggi, si cerca di costruire nei centri più urbanizzati.

Una ricerca parallela, che Nicola scopre in questo viaggio, riguarda la vita dei giovani, che coltivano forte quel desiderio di allontanarsi dal proprio luogo per conoscere l’altrove; altri luoghi, persone, esperienze diverse che danno una libertà all’idea di costrizione, di sentirsi stretti in quei confini: e così c’è il distacco, la partenza, offerti da proposte di studio o lavoro, per poi tornare dopo aver soddisfatto nuove conoscenze ed esperienze. Il ritorno è un ritorno per lo più verso la ‘terra’ con i suoi lavori, o a idee innovative che valorizzino le caratteristiche del territorio.

Quest’Italia minore, questi sentieri, questi dialetti diversi anche fra paesi confinanti, le tradizioni culturali, la storia, la cucina e la vita quotidiana; tanti sono i volti e le voci incontrate che stanno costruendo il cammino di Nicola e Fefè.

Tutto questo permette a Nicola di coltivare un sogno-desiderio: quello di creare un documentario con gli scatti e la videocamera da cui Nicola attinge questo discorso, ora interiore, che si potrà trasformare in un documento videonarrato perché si generino ulteriori conoscenze, desideri, dentro a quel camminare a piedi che apre al pensiero, alla fiducia, al rispetto verso la natura, gli uomini, nella nostra società frettolosa.

Nicola riparte nel pomeriggio, farà sosta stanotte sui monti del Chianti, per poi dirigersi verso Altopascio, e seguire la via Francigena fino a Genova, per poi imboccare la ‘via del sale’ verso il Piemonte, sua meta finale.

 Auguri a Nicola e Fefè per questa determinazione e per il cammino che li aspetta.

                                                                         Carmen Ferrari, 7 novembre 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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NEVE, SILENZIO, ULULATI

Un ricordo eccezionale dell’etologo Duccio Berzi

Duccio Berzi è uno dei maggiori esperti circa il Lupo Appenninico. Quando ancora questo predatore era molto raro, più di venti anni fa, ne era molto difficile l’avvistamento, anche da parte degli etologi che vi si dedicavano. La magia di un incontro ravvicinato col Lupo è rievocata qui con molta sapienza ed efficacia.

È una mattina di metà gennaio del 1995, il tempo è sereno, ha nevicato da pochi giorni. Arrivo in auto fino all’inizio della strada forestale che sale ripida verso il crinale Appenninico. L’alba si è da poco dissolta e lungo la strada le impronte dei cervi, dei caprioli e dei cinghiali sono abbondanti. Non mi aspetto, purtroppo, di trovare delle tracce di lupo. Anche qui, infatti, come in tante zone del nostro Appennino, l’accoglienza nei suoi confronti non è stata delle migliori. L’anno precedente avevamo accertato la presenza di una coppia che, date le caratteristiche ecologiche della zona, aveva ottime possibilità di riprodursi. Ma una mattina di gennaio, un gruppo di cacciatori di cinghiale ci informò della presenza di un grosso canide rinvenuto morto in fondo ad un fosso non lontano da dove mi trovavo. Dopo qualche giorno di ricerche il corpo venne ritrovato. Era un bellissimo maschio di lupo appenninico puro, di circa un anno e mezzo, morto avvelenato. Si trattava purtroppo del maschio che formava la coppia appena stabilitasi. La femmina, dopo la scomparsa del compagno, rimase in zona per un certo periodo, ma poi le sue tracce si fecero sempre più difficili da incontrare, fin quando iniziammo a pensare che anche lei si fosse definitivamente allontanata. A settembre iniziammo a ritrovare delle tracce sospette. Si trattava di impronte di piccole dimensioni che sembravano appartenere più a cani che a lupi in tenera età. Qualcuno sosteneva di aver udito degli strani uggiolii provenienti da un fosso che scende incassato nella montagna verso il fondovalle del Mugello. Ma si trattava di segnalazioni troppo vaghe perché potessimo formulare delle ipotesi. Scendo di macchina, preparo gli sci con le pelli di foca e inizio a farli scivolare silenziosi sulla neve in direzione del crinale principale. È uno stradello forestale, percorso durante la stagione venatoria da molte auto di cacciatori e rappresenta per il lupo un’autostrada per gli spostamenti a lungo raggio durante i quali esplora le valli secondarie in cerca di ungulati da cacciare. Inaspettatamente incontro delle impronte nella neve fresca che appartengono ad un grosso canide. L’orma misura circa 10 centimetri e il passo, cioè la distanza tra le “pedate”, raggiunge quasi i 70 centimetri. Potrebbero essere state lasciate anche da un grosso cane come un Pastore Tedesco o un Pastore Maremmano, ma la traccia è molto rettilinea e lo scarto laterale tra le singole pedate è molto piccolo. Inoltre nel nostro Appennino è molto raro trovare cani rinselvatichiti o semplicemente cani randagi, specialmente in inverno. L’animale, lupo o cane che sia, è passato da pochi minuti, e il leggero vento tiepido che soffia da sud ancora non ne ha modificato le impronte.

Mentre inizio a ripensare a quegli strani uggiolii ascoltati ad agosto, provenienti da quella valle così vicina, mi accorgo che non si tratta di un solo animale: improvvisamente la traccia si “apre” e si capisce che appartiene ad un piccolo branco di almeno quattro animali. Camminano in fila indiana, con il dominante in testa al branco, l’uno nelle impronte dell’ altro. Giunti ad un valico il sentiero incontra una mulattiera che sale dai pascoli della Romagna. Il branco si è fermato lì per qualche istante, ha ispezionato la mulattiera e dopo aver marcato con gli escrementi un grosso ginepro coperto di neve, ha continuato a salire lungo il sentiero principale. Sono escrementi contenenti una gran quantità di peli e di ossa, lasciati in punti strategici, che corrispondono ai nostri avvisi di proprietà privata. L’analisi di queste “fatte” permette di determinare, tra le altre cose, l’alimentazione dei lupi. A differenza delle popolazioni più meridionali, è ormai accertato che sulle nostre montagne la dieta del lupo è basata quasi esclusivamente su ungulati selvatici e, per fortuna, gli animali domestici rappresentano meno del 5% degli animali predati. Continuo a salire lungo il sentiero con affanno crescente più per l’emozione che per la fatica, con la speranza di riuscire a vederli. Con gli sci da fondo-escursionismo, e un po’ di perizia, è possibile seguire le tracce dei lupi sui sentieri e sulle strade forestali, per chilometri e chilometri, in maniera molto silenziosa. È anche possibile individuare le zone di caccia del branco, osservare il loro comportamento con le prede e individuare carcasse fresche, ma in tre anni di ricerche, per la mia tesi in Scienze Forestali, non sono ancora riuscito ad incontrarli con questi attrezzi ai piedi. Il sentiero corre lungo il crinale principale, in direzione del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. A differenza di quelle zone, qui ci troviamo ancora in un ambiente dove tutto è permesso. Spesso durante la ricerca, in stagioni insospettabili, abbiamo incontrato persone armate di fucile da caccia, la notte poi si sentono spesso spari di arma da fuoco e le moto da fuoristrada si inseguono di continuo lungo le mulattiere.

I boschi sono costituiti prevalentemente da cedui, tagliati selvaggiamente senza criteri selvicolturali. Ma la selvaggina è davvero abbondante. I caprioli sono presenti ormai da anni, i cinghiali pure ed il cervo è tornato a far sentire il proprio bramito nelle notti di fine settembre. Ad un tratto la traccia cambia direzione e scende lungo un ripidissimo fosso. Più lontano le acque di questo fosso si uniscono a quelle di altri piccoli corsi d’acqua per formare una grandiosa cascata, celebrata da Dante e meta estiva di tanti gitanti. La neve non tiene, il bosco è veramente troppo fitto e sono costretto ad abbandonare la traccia. I lupi sono vicini, sicuramente. Mi appoggio ad uno dei pochi grossi faggi, mi riposo un istante e provo a chiamarli. Il mio ululato non è dei migliori. Nonostante gli anni di esercizio, non riesco a tenere la nota per molti secondi. Ripenso a tutte le notti passate in questi boschi con amici e i compagni di studio appassionati a chiamare il lupo con il registratore per il wolf-howling. Ma ora è mattina, sono quasi le dieci, le aspettative sono a zero e quando sento la risposta quasi non credo alle mie orecchie. Sono quattro o cinque, si sente chiaramente la voce del maschio dominante, cupa e profonda, accompagnata e sostenuta da quella più acuta e dolce della compagna. Ci sono anche i cuccioli, avranno circa sette mesi, ancora non riescono ad ululare come gli adulti. Le loro voci si mischiano continuamente in uggiolii, brevi ululati e schiamazzi che fanno subito pensare ai giochi imparati nella tana. Sono vicini, sicuramente a meno di cento metri, ma nonostante i tentativi non riesco a vederli. Continuano ad ululare senza sosta; ora si sentono chiaramente i cuccioli fermi da una parte ed i genitori che si avvicinano lentamente verso di me. Mentre li ascolto contento come per aver fatto una grande scoperta mi auguro che la risposta termini subito per paura che qualcuno li possa individuare, che il loro segreto sia svelato. Ma il loro canto continua sempre più forte e vivace. Ad un tratto mi viene da riflettere: sono solo, in mezzo al bosco innevato di una zona remota dell’Appennino, con i piedi legati a due strani sci e una coppia di lupi si sta avvicinando a me credendomi un lupo da scacciare dal loro territorio. Ma scopro di non provare pausa, fremo impaziente per il momento in cui spunteranno fuori dal fitto ceduo. È da tre anni che cerco di avvicinarli e gli unici incontri che ho avuto si sono sempre conclusi con una rapida fuga impaurita della famosa fiera. Ma nonostante questo, c’è ancora chi consiglia ai fungaioli di scoppiare petardi nel bosco per allontanare il pericolo e crede ancora che i lupi siano stati reintrodotti, o meglio, lanciati dal WWF o dalla Forestale con il paracadute, senza lasciar credito all’ipotesi che abbiano da soli, ricolonizzato lentamente i propri territori perduti, passo dopo passo. I due lupi sono sempre più vicini. Si sente chiaramente il rumore dei loro passi nella lettiera di faggio ghiacciata. Improvvisamente sento che si fermano. Probabilmente hanno sentito odore di uomo e hanno capito il pericolo che stanno correndo. In un secondo cambiano direzione e corrono via, veloci verso i cuccioli.

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Giornata mondiale della gentilezza

Il caro amico Carmelo Colelli ci invia un’immagine di sua creazione per la Giornata mondiale della Gentilezza.

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Quando si perde la retta via

Un articolo di Gianni Marucelli

QUANDO SI PERDE LA RETTA VIA

 

Chi non cambia la sua via

se ha sbagliato direzione

è in cattiva compagnia

o è uno stupido coglione.

 

Così recita un vecchio adagio molto popolare dalle parti di casa mia, verso gli anni ’50 del secolo scorso.

Il significato è lampante e si ritrova in molti proverbi analoghi d’ogni parte del mondo. Purtroppo, è sempre meno apprezzato, soprattutto da coloro che ne dovrebbero più tenere conto, cioè gli ignoranti e gli stupidi di cui all’ultimo verso.

Mi è sovvenuto alla memoria nel momento in cui ho letto un appello di Pro Natura Piemonte, la più partecipata e influente associazione ambientalista di quella regione, in cui, alla luce dei disastrosi incendi boschivi che hanno colpito in ottobre la Val di Susa, e in conseguenza della più generale ondata di roghi che ha devastato la penisola durante la stagione estiva, si ragiona su un argomento intorno al quale più volte siamo intervenuti sulle pagine di questa rivista. Ovvero, se e quanto ha influito la soppressione del Corpo Forestale dello Stato e la destinazione dei suoi componenti ai CC, con incarichi diversi, sulla gravità della situazione prima esposta, e soprattutto sulla inadeguatezza della prevenzione e del coordinamento dell’azione di contrasto agli incendi, cosa che ne ha ampliato gli effetti.

Scrivono gli amici di Pro Natura Piemonte:

“La Forestale sapeva gestire i movimenti degli incendi boschivi in stretta collaborazione con le squadre di Volontari antincendi, presenti in quasi tutti i Comuni montani, e conosceva la mappatura delle aree boscate dove il fuoco poteva alimentarsi e poi travalicare, con effetti incontrollabili e devastanti”. Tutto questo, e ancora altro, porta Pro Natura Piemonte “a formulare un pressante appello affinché siano restituite ai Carabinieri Forestali le funzioni di prevenzione e gestione degli incendi boschivi, prima che qualche altro gesto, probabilmente doloso, possa intaccare altre aree protette”.

Ovviamente, quanto scritto si riferisce al Piemonte, ma, se appena ci volgiamo a ripercorrere quanto è accaduto negli scorsi mesi estivi (l’enorme incendio sul Vesuvio, quello sul Monte Morrone, e centinaia di altri in tutto il Paese) non possiamo non estendere il ragionamento, e l’appello conseguente, a tutto il territorio nazionale.

Abbiamo avuto conferma diretta da alti Ufficiali in servizio presso i Carabinieri Forestali che le cose stanno proprio così, e che tenderanno a peggiorare via via che l’esperto personale proveniente dal disciolto Corpo Forestale dello Stato uscirà dai ranghi e verrà sostituito da altri militari non specificatamente preparati.

Un’indiretta conferma si è avuta di recente, con l’assunzione per concorso nei ranghi dei Carabinieri forestali di laureati in… Giurisprudenza!

Torniamo al nostro “adagio” iniziale. Con la soppressione del Corpo Forestale dello Stato, fortemente voluta e attuata dal Governo presieduto da Matteo Renzi, si è commesso un atto, idiota se involontario, molto peggiore se volontario, contro le nostre foreste e l’ambiente in generale.

Con quali risultati? Che, a fronte di qualche decina di milioni di euro di risparmio, ne sono andati in fumo, in una sola stagione, molte centinaia, da trovare se si vuol ripristinare gli ambienti forestali distrutti dalle fiamme.

Ora, se si riconosce un minimo di saggezza ai versi del nostro proverbio, ci si dovrebbe cospargere il capo di cenere e cominciare a pensare ai modi per riparare alle malefatte compiute…

Non è vero, Presidente Gentiloni? E il Ministro dell’Ambiente Galletti, ha qualcosa da dire?

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Tracce di oro in mostra a Firenze

Un articolo di Gianni Marucelli

L’inaugurazione della “personale” della pittrice Lorena Nocentini

 

Si è inaugurata lo scorso mercoledì 25 ottobre, a Firenze, la “personale” della pittrice valdarnese Lorena Nocentini, sponsorizzata da Pro Natura Firenze e da questa rivista.

Presso i locali del Ristorante-bar “I 5 Sensi”, in Via Pier Capponi 3AR, i 20 quadri, alcuni di grande formato, che compongono l’esposizione saranno visibili nell’orario di apertura, fino a dopo l’Epifania.

Nel corso della presentazione, il Presidente di Pro Natura Firenze, Gianni Marucelli, ha riassunto così le caratteristiche dell’opera dell’artista:

“Quando mi sono accinto a trovare un titolo da dare a questa mostra personale di Lorena Nocentini, mi è venuto in mente quello di una raccolta di composizioni di un celebre poeta dell’avanguardia portoghese di un secolo fa, Mario de Sa – Carneiro, “Indicios de Ouro”. L’ho cambiato in “Tracce di Oro”, ma il significato è fondamentalmente lo stesso.

Se percorriamo con occhio superficiale le opere di Lorena, sarà evidente a tutti come i colori acrilici da lei adoperati tendano spesso alla tonalità metallica dell’Oro: ma è un’evidenza, come ho detto, meramente visiva, quando ben altro è il vero filo conduttore della ricerca compiuta dall’artista, che intreccia motivi classici e fortemente innovativi, demitizzando icone e simboli del nostro tempo, come la conosciutissima immagine di Marilyn, o la ragazza con l’orecchino di Vermeer, l’auto o l’incomunicabilità, che reintroduce in un suo personalissimo mondo dove sensualità e spirito s’incontrano e si armonizzano grazie a un segno grafico di rara eleganza.

Grazie anche a una solida preparazione dovuta alla frequentazione dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, la nostra artista ha fatto della pittura la propria pietra filosofale, trasmutando la materia, talvolta dolorosa e difficile, della propria vita e del mondo che ci circonda in un itinerario animico che conduce all’armonia, una sorta di magia che dona a tutti noi, purché abbiamo gli occhi per comprenderla.”

Un punto di vista, questo, che ognuno potrà o meno condividere: certo è che, per chi abita a Firenze o nei paraggi, e ama l’arte moderna, questa mostra è una gradita occasione per conoscere una pittrice di qualità che da anni è attiva e ha un suo mercato, e la cui carriera è stata anche costellata da molti premi.

I quadri sono in vendita. Per informazioni chiedere di Fabio al bar “I 5 Sensi” di Firenze.

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PILLOLE DI METEOROLOGIA: DAL CALDO ECCEZIONALE DELL’ESTATE AD UN INVERNO NORMALE

Di Alessio Genovese

 

Dopo un’estate rovente, che ha mandato in meteo depressione lo scrivente ed ha fatto registrare record di temperature solo di poco inferiori a quelle del 2003, dopo che i primi dieci mesi del 2017 sono stati quasi tutti superiori alle medie dei relativi periodi (solo gennaio e settembre sono stati in media o leggermente al di sotto), dopo che gli ultimi tre inverni, fatta eccezione per eventi isolati come il gelo eccezionale e le forti nevicate che hanno interessato il centro-sud Italia proprio nello scorso gennaio, sono risultati praticamente non pervenuti e sono stati caratterizzati da un’eccessiva invadenza dell’alta pressione sul Mediterraneo che ha reso monotona gran parte della stagione, dopo che la siccità sta diventando veramente uno spauracchio in tutta Italia, con le relative criticità nell’agricoltura ma anche nei bacini che riforniscono i nostri acquedotti, dopo tutto ciò finalmente si intravedono dei segnali di cambiamento.

Tanto per cominciare, finalmente, quando per il calendario meteorologico saremmo già entrati nell’ultimo mese autunnale (il 1 dicembre inizia l’inverno!), a partire dal 5 novembre sono arrivate le prime vere piogge della stagione. Tale fenomeno atmosferico non dovrebbe rimanere isolato ma, secondo i principali modelli fisico-matematici che utilizzano i meteorologi per fare le previsioni, dovrebbe persistere ancora per diversi giorni portando con sé temperature sempre più fredde e consone al mese in corso. A dire il vero, un po’ tutte le previsioni stagionali indicano delle precipitazioni sostanzialmente nella media per la fine dell’autunno e buona parte dell’inverno. La speranza è quella di riuscire, da qui alla primavera, ad aumentare in maniera consistente il livello degli invasi d’acqua e dare magari anche una boccata di ossigeno a dei ghiacciai alpini fortemente in sofferenza se non, in alcuni casi, quasi scomparsi. Chi ha già letto degli articoli di questa rubrica forse ricorda come lo scrivente sia abbastanza ottimista circa il futuro climatico del nostro pianeta e, di conseguenza, anche per il Mediterraneo, che sicuramente è una delle regioni che maggiormente ha risentito dei cambiamenti climatici degli ultimi decenni. Lo scrivente, dopo essersi documentato per alcuni anni su internet, crede molto nella teoria dei “corsi e ricorsi storici” e per questo pensa che il riscaldamento globale non sia irreversibile. Ciò non toglie che le politiche dei vari stati dovrebbero sempre tener conto dell’ambiente e della necessità di contenere l’emissione dei gas serra e per questo le recenti decisioni del Presidente statunitense Trump, che ha deciso di far uscire il suo paese dagli accordi sul clima raggiunti in precedenza da Obama con la maggior parte degli altri capi di Stato, hanno deluso anche chi firma questo articolo.

Tornando in tema, non ci si deve di certo aspettare tutto d’un tratto un inverno da era glaciale dopo 3-4 anni con inverni deludenti, in cui si è venuto a creare un tipo di circolazione atmosferica poco propenso al freddo alle medie latitudini come quella dell’Italia, ma sicuramente ad oggi dei segnali incoraggianti s’incominciano a vedere. Siccome molti lettori inizieranno già ad annoiarsi in questa lettura, evito volentieri la disamina sui vari indici che vengono utilizzati in meteorologia per stabilire delle sommarie tendenze per la stagione invernale e che vengono già descritti in maniera adeguata in siti online più scientifici di questo, ad ogni modo vale la pena evidenziare come quest’anno, vuoi per la bassa attività solare (quasi pari a quella di un minimo con pochissime macchie solari) vuoi per una diversa distribuzione delle anomalie nella temperatura superficiale degli oceani, vi sono buone possibilità affinché il vortice polare (che altro non è che la grande perturbazione fredda che si forma tutti gli inverni nelle alte latitudini) possa essere meno forte e compatto e quindi in grado di dispensare più facilmente discese d’aria fredda lungo i meridiani, magari anche in Italia.

 Concludendo, si può ipotizzare che novembre prosegua con diverse occasioni di pioggia e con temperature via via più fredde, in alcuni casi anche più fredde rispetto alle medie del periodo. Non è escluso, quindi, che già prima della fine del mese si possa avere almeno un’incursione di aria fredda, tipica della stagione invernale. Per il proseguimento, la tendenza, come accennato sopra, sembrerebbe essere quella per una stagione invernale molto dinamica, con l’alternarsi di fasi più tiepide e stabili ad altre più tipicamente invernali. Questo perché l’anticiclone delle Azzorre tenderebbe sempre più spesso a spostarsi in pieno Atlantico, lasciando maggiormente scoperto il Bel paese. In alcuni casi, per chi si è ben abituato al tepore degli ultimi inverni, potrebbe sembrare che l’inverno sia freddo. Più avanti magari, se vorrete continuare a leggere queste pagine, potremo essere più precisi su queste prime tendenze.

Alessio Genovese

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Dante e la Natura

Di Massimo Seriacopi

 

Il complesso del creato tangibile, amministrato secondo le leggi divine: questo è la Natura per il poeta-pellegrino (a rigore di Paradiso X 28) che ogni gradino di tale creato, sotterraneo, montanino e celeste afferma di aver percorso.

Ma qual è la sua percezione e considerazione dell’ambiente naturale, e quale la collocazione dell’uomo in esso? E soprattutto, quali forme di rispetto deve l’uomo alla Natura, secondo l’Alighieri?

La Natura produce, genera da cause già esistenti (cause prime create da Dio, per cui quelle della Natura sono generazioni definibili cause seconde); è quindi figlia di Dio, e noi dobbiamo riconoscerci inevitabilmente come parte di essa: mancarle di rispetto significa mancare di rispetto a una madre e quindi, in definitiva, a noi stessi.

Natura naturante è dunque Dio, Natura naturata il creato da Dio: è in lei il nucleo dell’essenza umana; se l’uomo viola il complesso delle leggi naturali, come accade per esempio per gli usurai (come ricordato a Inferno XI 99 e 110), mostra di “dispregiare” sia per sé Natura (cioè la Natura per se stessa) che la sua seguace, cioè l’arte.

Come ricongiungersi, quindi, a una serena dimensione naturale, quella ricordata, ad esempio, nel momento in cui il viandante esce dalla cupa e terribile realtà infernale e riconquista la visione del dolce color d’oriental zaffiro/ che s’accoglieva nel sereno aspetto/ del mezzo, puro infino al primo giro (Purgatorio I 13-15)?

Non c’è altra via che riconoscere il legame indissolubile uomo-Natura, come dimostra il superbo penitente (e quindi destinato con certezza a una futura beatitudine) conte Umberto Aldobrandeschi quando riconosce la necessità di ricordarci che siamo figli tutti di una comune madre (Purgatorio XI 63), la natura, la terra, e come dimostra il santo che meritò la mercede, il premio divino, nel suo farsi pusillo, piccolo, umile (e umile viene da humus, terra, che ci genera e alla quale siamo davvero legati): Francesco, ricordato con questi termini da san Tommaso d’Aquino ai versi 110-111 del canto XI del Paradiso, così come sùbito dopo si ricorda che al proprio corpo il santo assisiate non volle altra bara che la nuda terra, per sancire, sottolineo ancora una volta, il legame indissolubile con l’ambiente naturale dal quale nasciamo e al quale torniamo.

Solo una decisa presa di coscienza, un chiaro riconoscimento di questo può permettere all’uomo sviato di ristabilire un equilibrio appagante e sereno tra mondo, corpo e anima.

[Massimo Seriacopi]

 

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