ALTO ADICE: L’ACQUA, ETERNO MICHELANGELO

Gianni Marucelli

Le Cascate di Stanghe: un capolavoro della natura scavato nel marmo

Quando si pensa al marmo e a chi lo modella con grande maestrìa, il pensiero corre al Michelangelo Buonarroti, che di quest’arte è stato il genio indiscusso.

Ma l’arte imita la Natura, e la madre di tutti noi, ben prima che il divino artefice nascesse a Caprese,

ha intagliato per decine di migliaia di anni la roccia bianchissima, traendone un capolavoro di cui ancor oggi possiamo godere.

Si tratta delle Cascate di Stanghe, situate in provincia di Bolzano, laddove confluiscono le valli Racines e Ridanna, a pochi chilometri da Vipiteno.

E’ stato infatti il Rio Racines a creare, col suo lungo lavorìo, una gola stretta e profonda, un “orrido” bellissimo, ci si passi la figura retorica, che impropriamente è detto in italiano “cascata”, ma che è in realtà un susseguirsi di cascate e cascatelle, pareti rocciose e semiarchi di pietra, lungo quasi un chilometro, con un dislivello di circa 220 metri. Questo monumento naturale è noto da secoli, e ovviamente il marmo è stato cavato e utilizzato dall’uomo: aVienna e a Innsbruck, per la costruzione della Chiesa della Corte.

Si doveva essere un po’ alpinisti e un po’ cavatori, per risalire il Rio in questo tratto; Francesco Giuseppe buon’anima volle renderlo in parte accessibile alla fine del sec. XIX (nel 1896 il luogo assunse il suo nome) e nel corso del secolo successivo questo sentiero di ardita ingegneria è stato via via completato e perfezionato, rendendolo percorribile anche ai bambini.

Adesso, in poco più di un’ora di cammino agevole ed estremamente suggestivo, si risale tutta la gola, per circa 220 mt. di dislivello, come abbiamo già detto.

Migliaia di visitatori, provenienti da tutta Europa, ammirano ogni anno le Cascate, pagando un prezzo di accesso irrisorio (E. 4,00 per gli adulti) che viene addirittura ridotto a zero per coloro che soggiornano nelle strutture ricettive di Vipiteno e dintorni e che sono per questo muniti di un apposita Card.

La visita comincia nel grande parcheggio del paesino di Stanghe, dal quale in cinque minuti si raggiunge la biglietteria, posta all’inizio del percorso. Dapprima il sentiero costeggia il torrente, ricco d’acque sebbene l’Italia stia vivendo un’estate di siccità; questa però è in gran parte acqua di fusione di quel che resta degli imponenti ghiacciai, come quello del Tribulaun, che rendevano particolarmente affascinanti le vette dintorno. Al di là, un antico mulino dal tetto coperto di muschio

ci dà il benvenuto, con i suoi ruderi che sembrano usciti da una stampa di epoca romantica.

Inizia, dapprima dolcemente, la salita, ed appaiono le prime rapide, che superiamo su un ponte di legno e metallo davvero ben inserito nell’ambiente circostante, in cui prosperano i grandi abeti rossi e i più umili ontàni. Siamo in molti, oggi, a percorrere il sentiero, tra cui diverse giovani coppie con bimbi piccolissimi portati negli appositi zaini. Chissà cosa penseranno, i cuccioli d’uomo, del fragore dei salti d’acqua, di tutta quella spuma bianca che s’alza dai vortici in cui precipita il torrente: da una prima occhiata, direi che i più si divertono da matti.

Un cartello ci informa come questo impeto idrico influisca beneficamente sull’aria che respiriamo: gli ioni di ossigeno qui superano i 50.000 per centimetro cubo, quando in genere nelle nostre città ci dobbiamo contentare di soli miseri 200 ioni, che si riducono nelle case a 100. Ovvio che tutto questo produca effetti meravigliosi sul sistema respiratorio, su quello cardiocircolatorio e anche sul sistema nervoso, tanto che gli sperti parlano di “terapia della cascata”.

La gola si restringe: ogni tanto ci attende una piazzola di sosta, a picco sul baratro, dal quale pressochè tutti, neonati eccettuati, scattano foto col cellulare o con macchine d’ogni genere, anche altamente professionali. Anche noi cediamo volentieri alla tentazione, come potrete constatare dando un’occhiata alla galleria di immagini che vi proponiamo in calce all’articolo.

Il tratto più stupefacente ed emozionante dell’itinerario, chiamato Die Kirche, ovvero la Chiesa, si attraversa col fiato sospeso – anche se non vi è assolutamente nessun pericolo – quando le due pareti dello strapiombo si avvicinano, formando quasi un imbuto in cui le acque precipitano. Ci reggiamo con una mano alla corda di acciaio ben infissa nella roccia, proprio come nelle vie ferrate, e chiniamo il capo per superare un arco roccioso e raggiungere il ponticello successivo. E’ un mondo a parte, questo, dove le forze enormi della Natura si palesano e ci rendono più consci della nostra assoluta piccolezza e insignificanza. Gli abeti crescono, non si sa come, trovando improbabili appigli nelle fessure della roccia, ma lo sguardo è troppo affascinato da quelle acque che vorticano in basso per soffermarsi sui caratteri della vegetazione. Superiamo dunque le vere e proprie cascate, alte qualche decina di metri, e ci avviamo al termine dell’itinerario; d’improvviso il Rio Racines ritorna torrente, impetuoso sì, ma quasi orizzontale. E il marmo? Queste rocce sono di marmo purissimo, e ne abbiamo notato il candore in qualche punto, ma il terreno, i muschi, i licheni e la naturale ossidazione ce lo hanno celato.

Usciamo infine sulla strada provinciale della Val Racines, in località Pontegiovo (Jaufensteg), dove vi è un Ristorante-bar-albergo e ci si può agevolmente rifocillare. Per chi non è stanco vi è un altro sentiero che riporta, in circa un’ora, a Stanghe; gli altri possono usufruire del bus che passa più o meno ogni 1-2 ore, e la cui fermata è proprio qui.

Siete emozionati, stanchi o scossi dalla piccola avventura appena vissuta? Mentre aspettate la corriera, ordinate al bar un’ottima grappa al mirtillo, o una Radler (birra e gazzosa), se davvero avete sete, dopo tanta acqua…

 

 

Galleria fotografica © Gianni Marucelli 2017

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Toscana – Sansepolcro, una mattinata all’Àboca Museum

Di Alberto Pestelli

Farmacia dell’Ottocento

Un po’ perché i musei mi hanno sempre attratto, un po’ perché amo la storia, un po’ perché come farmacista collaboratore si tratta del pane per i miei denti… Io ho sempre avuto il desiderio di visitare quel gioiellino di Àboca Museum. Giungere a Sansepolcro, che si trova in Val Tiberina in terra d’Arezzo a un tiro di schioppo dalla piana della famosa battaglia di Anghiari, non è esattamente semplice… beh, parlo per me che sono amante delle vie tortuose e di montagna per raggiungere le mie mete. La strada più comoda e agevole è quella di raggiungere Arezzo via Autostrada del Sole (A1) e poi la Statale 73 Senese-Aretina.

Aboca Museum, La stanza dei vetri

A prescindere dalla strada da voi scelta, una volta giunti a Sansepolcro parcheggiate al di fuori delle mura cittadine e, una volta lasciata l’automobile, varcate l’antica porta ed entrate nel centro storico. L’Àboca Museum si trova in via Niccolò Aggiunti 75 all’interno del Palazzo Bourbon del Monte accanto alla Chiesa di San Rocco.

Il Museo, nato da un’idea di Valentino Mercati, padron di Àboca, raccoglie e quindi tramanda la storia dell’antica arte di curar la gente con le erbe.

Il percorso del museo presenta una particolare ricostruzione dei laboratori di un tempo, dove il visitatore è letteralmente proiettato indietro nel tempo accompagnato da tutta una varietà di profumi di piante medicamentose utilizzate nel passato e riscoperte per la cura di numerose patologie che affliggono il nostro essere e il nostro organismo. Ma saliamo le scale che portano al primo piano (per chi ha difficoltà a salire a piedi, c’è un comodo ascensore) cuore del museo.

Nella stanza dei vetri

Contrariamente a quanto è stato detto facciamo il percorso inverso. Invece di entrare nella SALA DEI MORTAI, visitiamo la prima stanza detta LA STANZA DEI VETRI. All’interno delle vetrine fanno bella mostra di se provette, fiale, bocce, vasi e strumenti da laboratorio. La maggior parte di questo prezioso materiale è ‘700. I miei occhi cadono su un particolarissimo cofanetto contenente piccolissime provette contenenti granuli omeopatici del XVIII secolo (vedi fotografia)… mi viene subito da pensare a tutti quei detrattori di questa branca della medicina che affermano che l’Omeopatia sia solo una moda di questi ultimi tempi. Beh, ognuno ha diritto di credere o no ai principi di Samuel Hahnemann, ma prima di sparare a zero, è giusto informarsi, leggere, comprendere e poi, se è il caso, criticare.

Entriamo nella seconda stanza detta STANZA DELLE ERBE. È l’ambiente, come dice la guida scritta, più suggestivo di tutto il museo. Il profumo di decine e decine piante medicinali, sia fresche sia essiccate, ci accoglie in un’atmosfera oserei dire fatata. Ci sentiamo proiettati indietro nel tempo quando il farmacista veniva chiamato speziale e la sua arte era sinonimo di potere politico (le Arti maggiori fiorentine). Andando oltre ci troviamo in un’altra stanza dove è rappresentata un’ANTICA SPEZIERIA. In questo ambiente fanno mostra di se alambicchi, pentoloni, mortai e tanti vasi in porcellana contenenti erbe o parti di esse. Come scritto sull’opuscolo che una gentile signorina ci ha fatto omaggio all’ingresso del museo, la spezieria era una bottega-laboratorio dove anticamente si preparavano e si vendevano medicamenti a base naturale

Nella Sala delle Erbe

Superiamo altre stanze riccamente arredate con mobili antichi pieni di boccette, provette, preziosi libri di medicina e medicinali confezionati del passato. Curiosa è la CELLA DEI VELENI… è un piccolo angolo chiuso da un cancello dove sono conservate sostanze tossiche e velenose per l’uomo se non sapientemente dosate.

Nella stanza dedicata alla FARMACIA DELL’OTTOCENTO spiccano due frasi scritte sui muri. La prima recita: Le erbe medicinali sono una forza della natura creata per tutti i viventi; la seconda… l’Homo Sapiens potrà, se vorrà, trovare in natura i rimedi per tutti i suoi mali.

Queste due frasi, spiega la guida, sintetizzano il fine e la filosofia di Aboca Museum. In parole povere è un invito alla riflessione per comprendere il futuro dell’uomo nell’impegno di ricercare e studiare approfonditamente e con maggior passione la botanica medica e farmaceutica.

La visita ad Aboca Museum è stata costruttiva e nel contempo entusiasmante non solo per me in quanto farmacista, ma anche per chi mi ha accompagnato lasciandosi catturare dalla

La cella dei veleni

magia che il passato e la storia sa offrire a ciascuno di noi.

Un consiglio… terminata la visita al museo, fate una capatina all’erboristeria di Aboca ed entrate nella saletta dedicata alle pubblicazioni dell’Azienda. Chi ama i libri e letture dedicate a certi argomenti, quella rappresenta la sala del tesoro…

Informazioni – Aboca Museum si trova in via Niccolò Aggiunti, 75 Sansepolcro (AR), Il museo nel periodo che va dal 1 aprile al 30 settembre è aperto tutti i giorni dalle 10,00 alle 13,00 – dalle 15,00 alle 19,00. Dal 1 ottobre al 31 marzo il museo apre dalle 10,00 alle 13,00 – dalle 14,30 alle 18,00. Rimane chiuso il lunedì, il 25-26 dicembre e il 1° Gennaio. Telefono: 0575/733589; www.abocamuseum.it

 

 

 

 

Galleria Fotografica © Alberto Pestelli 2017

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Toscana – Una storica abbazia da salvare

Di Gianni Marucelli

Lo Stato ha messo all’asta la storica Abbazia di Soffèna: vergogna!

La Strada dei Setteponti si snoda, stretta ma panoramicissima, sulle pendici del Pratomagno, il massiccio montuoso che divide il Valdarno dal Casentino, tra le province di Firenze e di Arezzo.

È un itinerario antichissimo, percorso dagli Etruschi prima che dai Romani, che la battezzarono Via Cassia: si tratta infatti della Cassia Vetus, la vecchia Cassia, che portava da Arezzo a Fiesole, prima ancora che la Città del Fiore fosse edificata dai veterani di Silla.

La badia isolata in un grande prato

Passarono i secoli, caddero imperi e sorsero regni e ducati, che a loro volta finirono in polvere: eppure, la strada era sempre lì, battuta da pellegrini e mercanti, fiancheggiata da castelli, pievi e abbazie. Fino a che l’espansione a sud della Repubblica fiorentina vi organizzò nuovi borghi, dove terreni fabbricabili furono assegnati gratuitamente o quasi, per indurre i propri cittadini a trasferirvisi, popolarli e presidiarli contro l’antica rivale, Arezzo, sconfitta a Campaldino ma non ancora doma…

Quando, probabilmente su progetto di Arnolfo di Cambio, il grande architetto che iniziò la costruzione della Cattedrale di S. Maria del Fiore, fu costruito il borgo di Castelfranco di Sopra, lungo la Cassia Vetus, la Badia a Soffèna c’era già, e vi rimase, poco fuori le mura, fino si tempi nostri. L’avevano fondata i Vallombrosani, la cui Casa-madre, il celebre Monastero di Vallombrosa, si trova a circa 20 km da qui, sullo stesso versante del Pratomagno. Piuttosto ricca doveva essere, questa Badia, se fu in grado di permettersi, attorno al 1400, fior d’artisti della Scuola del Masaccio, per affrescare la chiesa. Parte di questi meravigliosi dipinti ci sono giunti, anche se molto danneggiati dall’incuria e dalla dissennatezza degli uomini. Si pensi che, nel corso del 1700, l’edificio, acquisito da un privato, fu destinato a usi agricoli, e gli operai che lo dovevano rimaneggiare ebbero l’ordine di scalpellare via l’opera dei pittori…via tutto, e imbiancare a calce!

Per fortuna, qualche lavorante particolarmente religioso volle risparmiare il volto della Vergine, la cui figura è centrale nell’iconografia della chiesetta; peggior sorte ebbero i vari Santi che le sono vicini.

L’accurato restauro fatto a spese dello Stato italiano, che acquisì il monumento alla metà degli anni ’60 del secolo scorso, ha riportato alla luce queste opere d’arte, tra cui spicca, sulla parete sinistra, un’Annunciazione che non ha molto da invidiare a quelle di celebratissimi contemporanei, quali il Beato Angelico. L’opera è attribuita a Giovanni di ser Giovanni, detto lo Scheggia, che poi non era altro che il fratello di Masaccio: quando si dice la sfortuna di essere un ottimo pittore, ma avere in famiglia un genio assoluto!

Le altre pareti della chiesetta a croce greca recano altri affreschi notevoli, come le Storie di San Giovanni Gualberto, fondatore dei Vallombrosani, dipinte da Bicci di Lorenzo, o la Madonna in trono attribuita a Mariotto di Cristofano: tutte d’eccellente fattura, tutte danneggiate senza pietà da mano davvero sacrilega.

Sulla destra, guardando la porta della chiesa, sorge il monastero, con un chiostro sobrio quanto elegante, circondato da un portico retto da pilastrini. Purtroppo, il resto del monumento non è visitabile, ed anche la parte che vi abbiamo descritto apre solo in giorni determinati e orari ristretti.

Tanto che il sottoscritto più volte vi si è soffermato, passando, senza trovare accesso.

Ora, grazie anche alla disponibilità di un funzionario del Comune di Castelfranco, davvero gentile quanto appassionato nella difesa di un monumento bellissimo della sua terra, ho potuto effettuarne la visita; per apprendere anche, tristemente, che lo Stato italiano ha deciso di disfarsi di questa testimonianza di storia e di arte mettendola all’asta!

La notizia, come anche il fatto che il primo incanto sia andato fortunatamente deserto, è da verificare accuratamene, e ne daremo ben presto notizia ai nostri lettori. Ma non sarebbe purtroppo il primo caso in cui un bene prezioso della collettività viene svenduto a privati, per il classico piatto di lenticchie, dopo che lo Stato vi ha speso una fortuna per il restauro.

Un monumento così deve essere valorizzato, reso maggiormente accessibile, recensito adeguatamente sulle riviste e sui libri dedicati al turismo di qualità. Intanto, nella galleria di foto a corredo di questo articolo, vi proponiamo qualche foto. Se capitate in Valdarno, andateci, prima che qualche riccastro acquisisca il tutto e vi (ci) chiuda le porte in faccia.

Galleria fotografica © Gianni Marucelli 2017

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La comunicazione politica nell’Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo di Ambrogio Lorenzetti

Un saggio di Marco Fabbrini

ebook in PDF scaricabile gratuitamente da questa pagina (al termine della prefazione) o dalla sezione del sito dedicata ai mini-ebook e ai supplementi

Prefazione a cura di Gianni Marucelli

Uno dei più noti dipinti di argomento “civile” e non, come di consuetudine, religioso, ascrivibili alla fine dell’età medioevale è senz’altro il ciclo di affreschi denominato “Effetti del buono e del cattivo governo”, sito nella Sala della Pace a Siena, e realizzato da quel magnifico pittore che fu Ambrogio Lorenzetti.

In un’epoca contrassegnata dall’analfabetismo di massa, il ricorrere all’iconografia per comunicare i concetti che il Potere desiderava divenissero patrimonio popolare era senz’altro il mezzo migliore, un mezzo che da quasi mille anni la Chiesa utilizzava per diffondere in modo efficace i propri concetti dottrinali.

Il bel saggio di Marco Fabbrini, che qui presentiamo, affronta dunque la genesi e l’interpretazione dell’opera del Lorenzetti, situandola nel contesto storico e politico in cui venne commessa all’artista dalla Repubblica senese.

È un articolo assai informato e dettagliato, che interesserà certamente tutti coloro che, per lavoro, per studio o per semplice passione vogliono approfondire la conoscenza di un periodo assai travagliato ma indubbiamente affascinante da ogni punto di vista della nostra storia.

Buona lettura!

 

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ALTO ADIGE: L’ORSO, IL LUPO, IL CASTELLO E L’ASSESSORE

Di Gianni Marucelli

Come il cacio sui maccheroni, diremmo noi, o come il burro sugli specknodel, come direbbero i sudtirolesi, la notizia mi ha raggiunto mentre mi accingevo a scrivere questo articolo sul Museo della Pesca e della Caccia in provincia di Bolzano, che ho avuto modo di visitare nelle scorse settimane.

“Basta con la tolleranza, noi usciamo dai progetti di ripopolamento relativi al Lupo e all’Orso – questa la sostanza di una dichiarazione dell’Assessore alla caccia altoatesino, Schuler, riportata dall’Ansa – anzi, chiediamo libertà di sparare ai lupi “in esubero” rispetto ai limiti da noi stabiliti!”

Cosa mai è accaduto, per far infuriare così l’Amministratore?

È successo che, dopo essere stato sterminato quando ancora felicemente regnava Francesco Giuseppe, alla fine dell’800, il predatore è ricomparso circa 6 anni or sono sulle montagne del Sudtirolo; accolto con un misto di curiosità e timore, il Lupo qualche mese fa non si è più accontentato di correre dietro a caprioli e cerbiatti, ma ha trovato più conveniente papparsi qualche capretto e (forse) un vitello. Non più avvezzi da più di un secolo a simili rischi, gli allevatori dell’Alpe di Siusi hanno minacciato di riportare le mucche dai pascoli alti nelle stalle.

È bastato per far scattare il diktat dell’esuberante assessore, supportato dal Presidente stesso della Provincia. Già che erano in ballo, i due hanno pensato bene di accomunare le sorti del lupo a quelle dell’Orso bruno, che popola sì il Trentino ma, per quanto ne so, non ha ancora messo zampa in territorio di lingua tedesca. Beh, non si sa mai, devono aver pensato, noi mettiamo le mani avanti e, se accade, ci sentiamo liberi di sparare…

Tanto più a proposito, dopo quanto è accaduto alle compiante Orse Daniza e KJ2, ambedue celermente fatte fuori su mandato degli zelanti amministratori della Provincia di Trento, per aver aggredito (senza gravi conseguenze) due incauti turisti, reagendo a una possibile minaccia ai propri cuccioli.

Insomma, mi sono chiesto, io che vivo in Toscana, regione che attualmente ospita qualche centinaio di lupi: in che modo mai è intesa la caccia e la convivenza con i predatori (che sono pur utili per gli equilibri ecologici) in un territorio ricco di foreste come il Sudtirolo? E la risposta era nei miei recenti ricordi e nelle foto scattate nel bellissimo Castel Wolfsthurn, a Mareta (vicino a Vipiteno) che ospita appunto il Museo della Caccia e della Pesca di cui parlavo all’inizio. Già nel nome, e forse non è un caso, si cela il Lupo (Wolf), seguito dal termine Thurn, Torre. Torre dei Lupi, dunque.

Qualche parola il Castello, ancora abitato dall’ultimo rampollo della nobile famiglia Sternbach, che lo fece erigere nel 1700, lo merita: situato su un dosso all’inizio della splendida Val Ridanna, è imponente ed elegante a un tempo. Salendovi dal paese, si accede a un cortile in cui sono state poste due opere in bronzo, rappresentanti la fauna ittica e quella selvatica; ma proprio nel portale d’ingresso ci aspetta Lui: l’Orso bruno alpino, ben impagliato s’intende, erto su due zampe a minacciare, con scarso successo, i turisti. Accanto, uno dei suoi cuccioli, anch’egli vittima di un proiettile sparato chissà quanto tempo fa. Una carrozza d’epoca, bella assai, orna l’altro lato dell’atrio: un veicolo che ci riporta a un’altra vittima di un’arma da fuoco, stavolta umana e molto illustre. Pare vi sia giunto al Castello l’Arciduca Rodolfo, proprio colui che, per amore, pose fine ai suoi giorni in quel di Mayerling…

Una doppia scalinata ci porta al primo piano, in cui è stato sistemato il Museo; diamo un sguardo fugace al settore Pesca, che pure presenta mirabili vetrine che farebbero felice ogni appassionato di pesca con la mosca, e ci fiondiamo nel settore caccia. Un povero Lupo impagliato è sovrastato da qualcosa di molto più inquietante: il capo male imbalsamato di uno degli ultimi di questa specie, che cadde sotto i colpi di un cacciatore di queste valli nel 1864, anzi, venne ferito (se non traduciamo male dalla più che centenaria scritta in gotico tedesco) per poi essere rinvenuto ai piedi di una cascata.

Il corridoio davanti a noi è adornato da decine di palchi di cervo, l’animale considerato il Re della Foresta e perciò preda voluttuosa, ambita da principi, nobili e ricchi borghesi. Stop. Sì, perché la caccia era prerogativa innanzi tutto regale, e il re (in questo caso l’Imperatore) concedeva come regalìa alle più elevate classi sociali il privilegio di praticarla. Divenne uno status symbol da far invidia ai panfili e alle villone in Sardegna dei riccastri contemporanei, l’andare a caccia, e se poi la preda era un cinghiale e non il pregiatissimo cervo, bisognava sapersi accontentare. Tanto più che l’uso delle armi da fuoco al posto di balestre (ne osserviamo alcune davvero antiche) o di “spiedi”, sorta di lance lunghe e robuste, facilitava assai le cose. Quindi, fino al sec. XIX, pochi erano i cacciatori – nobili e loro cortigiani – molti i contadini che stentavano a pan di segale e patate. E molti, quindi, gli ungulati che potevano sbafarsi anche lo scarso frumento, tanto la povera gente nulla poteva fare. Ricordate la storia di Jordie, così ben cantata da Fabrizio de Andrè? Beh, anche qui tentare di “rubare” i cervi del Re poteva rivelarsi un pessimo affare… anche per i lupi, sia detto per inciso, che venivano perseguitati per… furto di prede ai danni della nobiltà!

Quando si estinse la linea “tirolese” degli Asburgo, le grandi adunate venatorie della Corte su queste montagne diminuirono e cessarono. Una sovrana “illuminata” come MariaTeresa pensò bene che poteva finanziare lo Stato dando in appalto quelle che un tempo erano le “regalìe”, ossia le riserve regie di caccia. Che non fu più appannaggio dei nobili, ma dei tanti borghesi delle fiorenti città e cittadine. In capo a qualche decina di anni, la selvaggina diminuì paurosamente, alcune specie addirittura scomparvero. L’Imperatore Giuseppe II cercò di salvare le capre (ossia i diritti dei proprietari, in parte borghesi, delle riserve) e i cavoli (ossia i raccolti dei contadini), abolendo definitivamente le regalìe e introducendo dei princìpi di tutela della selvaggina e di ripopolamento della stessa: ma oramai – concludiamo – la caccia era alla portata di chiunque possedesse i terreni, un fucile e i soldi per quella che noi chiamiamo “licenza”. Gli altri, come di consueto, cacciavano di frodo… Però la caccia era entrata nella vita e nella cultura della popolazione, tanto che oggi, nelle dichiarazioni ufficiali della Provincia autonoma di Bolzano, si legge quanto segue:

La caccia è una componente della cultura della nostra popolazione.

 

Pertanto, si evince, la fauna deve essere protetta solo entro limiti che non interferiscano con la richiesta “culturale” dei cacciatori. I predatori – lupo orso e linci (in fase di ritorno anch’esse) – sono considerati, sotto sotto, ancora “animali nocivi”, non perché costituiscano un reale pericolo per l’uomo e le sua attività, ma perché sono competitors dei cacciatori.

Una nozione che sembra volersi inculcare anche ai visitatori del Museo, non mancano infatti interessanti quadri – presumibilmente settecenteschi – che mostrano i lupi come neri mostri che attaccano e uccidono cavalli, cervi ecc.

Una nozione che, inconsciamente, sottintende una memoria storica: per troppo tempo la caccia è stata privilegio del re e della nobiltà; ora, in democrazia, tutti ne devono beneficiare.

Che anche agli animali debbano essere riconosciuti dei diritti, non è cosa che interessi, e infatti in tutto questo grande e ben fornito Museo non se ne fa il minimo cenno…

Usciamo dunque dal Castello, con un riverente inchino al minaccioso Orso e al suo cucciolo, e augurando buona fortuna a tutti quelli della loro specie che si introducessero in territorio sudtirolese senza il permesso – scritto in italiano e tedesco – timbrato e firmato dall’esimio Assessore Schuler.

Galleria fotografica © Gianni Marucelli 2017

 

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Alto Adige – Vipiteno, non solo yoghurt

Di Gianni Marucelli

È universalmente nota per i suoi prodotti latto-caseari, su cui spicca come logo lo stemma comunale, l’aquila bicipite che sovrasta un pellegrino. Ma Vipiteno, l’ultima cittadina a nord lungo la valle dell’Isarco, prima del confine del Brennero, è anche tante altre cose: un vivace centro commerciale, una meta turistica di prim’ordine, la base per escursioni e ascensioni sulle bellissime vette che la contornano, e un esempio perfettamente conservato di urbanistica tardo medioevale.

La torre delle Dodico

Ci sono tornato dopo quasi quarant’anni; l’occhio è subito corso alle montagne, alle cime che, con gambe giovani e allenate, riuscivo a scalare senza eccessiva fatica. Oggi, è evidente, mi dovrò contentare di molto meno…

Tanto per cominciare, una passeggiata lungo il frequentatissimo Corso della Città Nuova, che in realtà nuova non è affatto, dato che è nata dopo il 1280, anno in cui Mainardo, Conte del Tirolo, assegna al paesino di Sterczingen (da cui deriva l’attuale nome in lingua tedesca, Sterzing) una vasta area per estendersi. Le case che delimitano la lunga via sono quasi tutte del XV secolo, strette, alte e spesso completate da bovindi, che qui chiamano “erker”, eleganti strutture finestrate che permettevano di estendere la superficie delle abitazioni, che dovevano rispettare la larghezza prescritta di quattro metri. Il piano terreno, ieri come oggi, è riservato alle attività commerciali, un tempo rivolte ai mercanti e ai pellegrini che scendevano verso l’Italia oppure risalivano al nord, oggi ai turisti che per quasi

La piazza del municipio

tutto l’anno affollano la via.

A metà, il monumento marmoreo a San Giovanni Napomuceno, patrono della città, che a quanto pare salvò i fedeli da una devastante piena dell’Isarco. Ma la vista è ormai attratta dall’alta Torre

delle Dodici, il caratteristico campanile civico la cui immagine si trova in ogni cartolina. Eretto nel 1468, era concepita come torre di osservazione contro nemici, incendi e alluvioni. Un funzionario vi vegliava notte e giorno, e ha continuato la sua opera fino alla metà degli anni ’50 del secolo scorso. Ancora oggi il campanile scandisce il tempo, col suo antico orologio e la sottostante meridiana, e osserva il passare di cittadini e turisti sotto il grande arco alla sua base, che formalmente immette nella Città Vecchia, le cui caratteristiche non sono molto diverse da quelle osservate in precedenza. Le architetture qui sono forse più semplici, ma sempre gradevolmente legate alla tradizione tirolese, se si eccettuano due edifici moderni concepiti da due eminenti architetti, che a dire il vero stridono profondamente con il contesto. Oltre all’aspetto delle case, il tema che lega gli edifici è la profusione di fiori ai balconi, ai bovindi, alle finestre, in prevalenza gerani, ma non solo; poi, le bellissime insegne in ferro battuto, spesso dorate, dei negozi, degli alberghi, dei bar e dei ristoranti, secondo la tradizione austriaca e mitteleuropea.

Numerose anche le chiese, ma quella che ha colpito più la nostra attenzione è la grande Parrocchiale gotico-barocca, che sorge isolata a qualche centinaio di metri dal centro.

La parrocchiale

Una costruzione imponente, dalla semplice facciata a capanna ornata solo da un rosone e dal portale strombato. Poderosi contrafforti rinforzano i fianchi, adornati da numerose lapidi tombali. L’interno è ampio, con tre navate scandite da alte colonne in pietra; appoggiato ad una di esse, spicca un bellissimo pulpito ligneo in stile gotico. Le volte sono state affrescate nel Settecento dal pittore Adam Molk. Su una delle pareti interne, possiamo notare una lapide tombale romana di epoca tardo imperiale, trovata sotto le fondamenta della chiesa; da cui è lecito dedurre che il luogo fosse frequentato anche nell’antichità, come attestano altri rinvenimenti (ad es., un altare dedicato al Dio Mitra, che per molto tempo fu la divinità preferita dai legionari dell’Impero). Nei pressi della Parrocchiale, il cui nome, Nostra Signora della Palude, ci fa pensare a come un tempo la zona fosse spesso invasa dalle acque impetuose dell’Isarco e dei suoi affluenti, sorge il Palazzo dei Cavalieri Teutonici, il potente Ordine di monaci-guerrieri che tanta parte ebbe nell’espansione verso est del mondo germanico.

Ora gli edifici contengono il Museo Civico di Vipiteno, ricco di testimonianze sulla storia della città, il cui periodo più florido, intorno al 1500, è legato allo sfruttamento delle miniere delle valli circostanti, da cui si ricavavano argento, piombo e altri minerali, e che continuarono l’attività anche in epoca moderna. Oggi sono visitabili con uno speciale percorso, anche didattico.

 

Galleria fotografica © Gianni Marucelli 2017

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