SARÀ UN RONZANTE VAMPIRO A SEPPELLIRE L’UMANITÀ?

Carlo Menzinger di Preussenthal

Sciame di zanzare
Fonte: http://www.blogmamma.it/perche-alcuni-attirano-le-zanzare-come-calamite/mosquito-swarm/

Il 10 luglio 2017 si leggeva su La Repubblica che una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Pnas e condotta da tre biologi dell’università di Stanford ha confermato che è in corso la sesta estinzione di massa del Terzultimo Pianeta del sistema solare: la Terra!

Il numero di animali che ci circonda in poco più di un secolo, dal 1900 al 2015 si sarebbe dimezzato. Purtroppo, però, la cosa è ben più grave di una semplice riduzione del numero di animali: si tratta appunto di un’estinzione di massa, della scomparsa di intere specie animali, di una perdita di biodiversità senza precedenti. Anzi, no, la cosa è persino peggiore di così. Dicono gli studiosi di Stanford: “Focalizzarsi sulle estinzioni porta alla comune, falsa, impressione che il biota della Terra (cioè quella parte che ospita gli esseri viventi ndr), non sia immediatamente minacciato. Ma stia solo attraversando una fase di maggiore perdita della biodiversità”. Sarebbe, insomma, in crisi anche il biota della Terra, la biosfera. Sarebbe la nostra amata Gea, l’intero pianeta Terra a essere gravemente malato se non morente. Secondo i ricercatori, il calo demografico è così generalizzato da riguardare anche specie che non sono considerate a rischio. I risultati mostrano che più del 30% dei vertebrati è in declino, sia in termini di dimensioni sia di distribuzione geografica. Non solo, dei 177 mammiferi presi in considerazione, tutti hanno perso almeno il 30% delle loro aeree di residenza, mentre oltre il 40% ne ha abbandonato più dell’80%. È necessario un impegno internazionale”, puntualizza uno di loro, Ceballos. Anche perché “il cambiamento climatico sta aggravando la situazione”. E per agire “rimane una piccola finestra di tempo, che si sta chiudendo rapidamente”. Il rischio è di rimanere i soli sulla Terra.

“Si valuta che circa 50 specie siano perdute ogni giorno, la velocità alla quale si estinguono animali e vegetali è 100 volte superiore oggi di quanto non sia mai successo nella storia dell’umanità, e la prima causa è la perdita di habitat naturali”. Lo ha dichiarato già dieci anni fa Norman Myers, uno dei grandi nomi dell’ambientalismo mondiale. 50 specie al giorno! Gli esseri umani sono una specie, i cani sono una specie, le margherite diploidi sono una specie. Le rose contano 150 specie. Le specie di alberi sono solo 60.065 (scrive Focus Junior). Secondo alcune stime, le specie sulla Terra sono circa 1,8 milioni. Tra queste, 370.000 sono piante, 4.500 mammiferi, 8.700 uccelli, 6.300 rettili, 3.000 anfibi, 23.000 pesci, 900.000 insetti e 500.000 appartengono ad altri gruppi tassonomici.

Stima del numero di specie esistenti nei principali gruppi di organismi. L’area più chiara segnata all’interno di ogni fetta rappresenta il numero di specie che sono state formalmente descritte.

50 specie scomparse al giorno sono 18.250 all’anno, 182.500 in dieci anni. 1.825.000 in 100 anni! Ovvero, a questo ritmo, tutte le specie, animali e vegetali conosciute saranno estinte tra cento anni! Uomini compresi, ovviamente! Nel 2117 la Terra potrebbe essere un deserto disabitato peggio di Marte! È questo che vogliamo? Purtroppo, non stiamo facendo nulla per cambiare strada e il tempo passa!

Inutile dire che l’effetto antropico è la causa scatenante di questo disastro: in parole povere è colpa dell’uomo. È colpa nostra! Ci stiamo suicidando in un folle “muoia Sansone con tutti i Filistei!”, dove, però, i Filistei non sono nostri nemici ma gli animali e le piante che ci permettono di vivere.

Eppure non tutte le specie si stanno estinguendo o riducendo di numero o indebolendo. C’è una specie, che proprio grazie all’uomo, si sta rafforzando, espandendo e proliferando. A dir il vero non è una specie sola ma una famiglia, una famiglia che ha pochi o forse nessun estimatore tra i bipedi umani. Una famiglia di insetti dell’ordine dei ditteri. Una famiglia numerosa anche come numero di specie che la compongono: 3.540 (secondo wikipedia). Si tratta nientemeno che delle culicidae.

Chi non ha provato a ucciderne una? Chi non imprecato per colpa loro? Non ricordate di aver mai visto delle culicidae o culicidi? Ne siete sicuri? Forse chiamandole zanzare, vi è più chiaro di chi si tratta!

Ci insegna il mitico, seppur fallibile, wikipedia che caratteristica generale propria dei Culicidi è la capacità del particolare apparato boccale, presente esclusivamente nelle femmine, di pungere altri animali e prelevarne i fluidi vitali, ricchi di proteine necessarie per il completamento della maturazione delle uova. La presenza di diverse specie ematofaghe, associate all’Uomo e agli animali domestici e in grado di trasmettere alla vittima microrganismi patogeni, attribuisce ai culicidi una posizione di primaria importanza sotto l’aspetto medico-sanitario. Eufemismo! Stiamo parlando di un flagello biblico!

Questa ronzante famiglia sembra esistere sin dal Mesozoico, l’epoca tra i 250 milioni e i 65 milioni di anni fa. Solo 2,3-2,4 milioni di anni fa il genere Homo si sarebbe, invece, differenziato dall’Australopithecus. Le zanzare insomma, c’erano già molto prima di noi e forse ci considerano degli intrusi. Anzi no, in realtà le zanzare ci considerano un’incredibile riserva di cibo deambulante per le loro uova e lo strumento per il loro rinnovato successo evolutivo!

Come esseri umani tendiamo a crederci in cima alla catena alimentare. Se pensiamo che qualche animale possa mangiarci pensiamo magari a squali, lupi, leoni, tigri o orsi, ma le persone che vengono uccise da questi animali sono davvero molto poche. Siamo, invece, fonte quotidiana di cibo per le oltre 3.500 specie di zanzare! Secondo CDC’s Wonder, negli Stati Uniti, tra il 2001 e il 2013, in media, le morti causate da squali o alligatori o orsi sono state 1 all’anno per ciascuno, quelle da serpenti e lucertole velenose 6, quelle da api, vespe e calabroni 58 l’anno.

Secondo Wired, che riprende una campagna di Bill Gates, l’animale che miete più vittime nel mondo tra gli esseri umani è però, proprio la zanzara: 725.000 persone all’anno, contro 10 vittime degli squali, 10 dei lupi, 100 dei leoni, 10.000 della lumaca d’acqua dolce (in quanto portatrici della schistosomiasi). In questa classifica gli autogol sono 475.000 (uomini uccisi da altri uomini): tanti ma comunque meno delle vittime delle ronzanti culicidi!Il problema è che le zanzare trasmettono malattie. Lo hanno sempre fatto, ma ora lo stanno facendo di più e in modo più pericoloso. E questo è, di nuovo, colpa nostra.

Tutti sanno che le zanzare sono portatrici di malaria. Secondo i dati dell’OMS (World Malaria Report), nel 2012 la stima di morti per la malaria va da un minimo di 473 mila a 789 mila esseri umani. Come se ogni anno le zanzare eliminassero una città delle dimensioni di Firenze!

Quello di nuovo che sta succedendo è che le zanzare, prima portatrici di solo di poche malattie mortali, malaria, dengue, febbri gialle ed encefaliti, ora stanno trasmettendo nuove micidiali malattie. Quando si parlava di 725.000 vittime annue nel mondo, numero pubblicizzato nel 2014 anche da Bill Gates, si faceva riferimento soprattutto alle vittime della malaria. Se a questa si aggiungeranno, e si stano aggiungendo, altre micidiali malattie, il conteggio è destinato a crescere. Tra queste ci sono la terribile zica e la chikungunya.

Un interessantissimo documentario trasmesso di recente da Sky, “Mosquito – piaga letale” spiega come la causa della diffusione delle zanzare e delle nuove malattie sia proprio l’uomo, per una serie di motivi tra cui:

  • il surriscaldamento globale crea un ambiente più adatto alle zanzare, che non solo sopravvivono più facilmente all’inverno, ma, soprattutto, per effetto delle maggiori temperature hanno accelerato in modo notevole il loro ciclo vitale, arrivando a riprodursi dopo molto meno tempo di prima;
  • la globalizzazione porta in giro per il mondo su aerei, navi, auto e treni, uova, larve e zanzare adulte, facendo arrivare specie nuove in angoli di mondo prima non raggiunti e con esse nuove malattie per le quali la popolazione non è immune;
  • la diffusione della plastica favorisce il formarsi di piccole pozze di acqua stagnante in cui le larve di zanzara proliferano;
  • l’uso degli insetticidi, considerata la grande adattabilità di queste specie, ha selezionato individui più forti e resistenti;
  • la diffusione, tramite la globalizzazione, di specie allogene, ha accentuato la selezione, favorendo le specie più aggressive rispetto alle altre.

Si aggiunga, poi, che il riscaldamento invernale delle case, crea ambienti in cui gli insetti possono ulteriormente allungare il proprio ciclo vitale, superando l’inverno e diffondendosi in zone meno calde.

Di oltre 3.500 specie di zanzare quelle che trasmettono le malattie più gravi sono solo tre.

Zanzara anafole . Wikipedia, pubblico dominio

La zanzara anopheles è l’unica specie riconosciuta responsabile della trasmissione della malaria. Le zanzare culex trasportano l’encefalite, la filariosi e il virus del Nilo. Le aedes, di cui la zanzara tigre è un membro, portano la febbre gialla, la dengue, la chikungunya e l’encefalite.

Mosquito – piaga letale” spiega come solo nell’ultimo decennio siano aumentate le malattie trasmesse.

Come si legge anche su Freezanz, negli ultimi mesi del 2015 ha fatto la sua terribile apparizione il virus Zika, considerato responsabile della nascita di neonati affetti da microcefalia in alcune aree del Brasile e dell’America Centrale. Il virus Zika è conosciuto fin dalla metà del secolo scorso, ma solo dal 2013 hanno iniziato a moltiplicarsi i focolai di infezione.

La chikungunya è una malattia virale caratterizzata da febbre acuta trasmessa dalla zanzara tigre. La prima epidemia è stata descritta nel 1952 in Tanzania, ma nel 2007 sono stati segnalati i primi casi in Emilia Romagna.

In Italia, leggo su Catpress, la zanzara comune (Culex pipiens) è la più comune dell’emisfero boreale e fino a qualche anno fa era la “regina” incontrastata delle notti estive italiane ed europee. É attiva dal tramonto all’alba e il corpo è lungo da 5 a 7 mm. Riesce a succhiare tra 2 e 5 microlitri di sangue. La femmina ha bisogno del sangue per produrre circa 200 uova per ogni deposizione.

Zanzara tigre – wikipedia, pubblico dominio

La zanzara tigre (aedes albopictus) è arrivata in Europa solo negli anni Novanta e in Italia una decina di anni dopo. Originaria del sud-est asiatico, ha sfruttato i trasporti commerciali umani, riuscendo a diffondersi in tutto il pianeta: nella metà del XX secolo arrivò in Africa e nel Medio Oriente, quindi in America latina, poi negli Stati Uniti, in Oceania e infine in Europa. È inserita nell’elenco delle 100 specie aliene più dannose del mondo. L’insetto, lungo da 2 a 10 mm, è chiamato tigre per il corpo tigrato bianco e nero. A differenza della zanzara comune, questa è attiva anche durante il giorno, punge rapidamente riuscendo a fuggire velocemente. È portatrice di vari agenti patogeni e virus. Tra questi, il virus della febbre del West Nile, della febbre gialla, dell’encefalite di St. Louis, del dengue, il patogeno della dirofilariasi e chikungunya. Nella provincia di Ravenna, nell’estate del 2007, ci fu la prima epidemia europea di chikungunya, una malattia scoperta in Tanganika (l’odierna Tanzania) nel 1952. Ne furono contati 130 casi e uno di questi malati, una persona anziana, morì.

La zanzara coreana (aedes koreicus), arrivata in Italia solo nel 2011 è l’ultima “sbarcata” nel nostro Paese. Proveniente dal Sudest asiatico come la zanzara tigre, ha iniziato la colonizzazione italiana nell’area di Belluno. È molto simile alla tigre e come questa – anche se un po’ più grande e meno aggressiva – è molto attiva anche di giorno ma si adatta anche alle basse temperature dei Paesi del Nord Europa. Tra le malattie trasmesse da questo insetto ci sono l’encefalite giapponese e la filariosi del cane.

Insomma, l’attacco delle zanzare in Italia è appena cominciato. Riusciremo ad arginarlo? Al momento sembra una battaglia persa, come sembra persa quando la notte ci svegliamo al fastidioso ronzio che producono e cerchiamo di afferrarle. Che cosa avverrà quando alle tre specie portatrici di virus se ne dovessero aggiungere altre delle 3.500 esistenti?

Dire che si nutrono di sangue è un imprecisione. Come spiegato da un articolo del National Geographic, le zanzare si fanno guidare verso le loro vittime dall’anidride carbonica espirata, dalla temperatura e dagli odori del corpo e dal movimento. Soltanto le zanzare femmine possiedono le componenti della bocca necessarie per succhiare sangue. Quando pungono con la loro proboscide, conficcano due tubicini nella pelle: uno per iniettare un enzima che inibisce la coagulazione del sangue, l’altro per succhiare il sangue nel corpo. Usano il sangue non come nutrimento per sé, ma come fonte proteica per le proprie uova. Per nutrirsi, sia i maschi che le femmine assimilano nettare e altri zuccheri vegetali. Sono le uova, dunque, a nutrirsi del nostro sangue, non gli adulti.

Zanzara coreana – wikipedia, pubblico dominio

Le zanzare possono trasmettere malattie in vari modi. Nel caso della malaria, i parassiti si attaccano all’intestino di una zanzara femmina ed entrano in un ospite mentre essa si nutre. In altri casi, come in quello della febbre gialla o della dengue, un virus penetra nella zanzara mentre quest’ultima si alimenta da un essere umano infetto e si trasmette attraverso la saliva della zanzara stessa a una vittima successiva.

Combatterle con gli insetticidi, come racconta anche “Mosquito – piaga letale” si è rivelato un terribile autogol che ha portato le zanzare a rafforzarsi. Le zanzare sono cibo per migliaia di animali, tra cui uccelli, pipistrelli, libellule e rane. Forse, il miglior modo per combatterle sarebbe ripristinare il numero di questi animali in modo che compensino il proliferare degli insetti. Città e campagne popolate di uccelli e pipistrelli, potrebbero salvarci da fastidiose punture e, soprattutto, da letali malattie.

Il vero problema legato al diffondersi delle zanzare, infatti, potrebbe essere che con queste si diffondano virus davvero incontrollabili, come nei peggiori incubi o nei più drammatici film apocalittici. Qualcosa del genere sta già avvenendo, ma potremmo un giorno, trovarci all’improvviso davanti a un’epidemia sconosciuta che falcidierà milioni di persone? La grande adattabilità di zanzare e virus potrebbe rivelarsi un cocktail micidiale. Un nuovo virus che trovi una nuova zanzara potrebbe portare a risultati drammatici.

In questo Terzultimo Pianeta, che stiamo svuotando di altre specie, saranno le zanzare a ereditare il mondo, dopo che avremo fatto seguito alle nostre vittime nella Sesta Estinzione Globale? Oppure saranno le zanzare a salvare il mondo dal suo più letale cancro: l’uomo! O scompariremo entrambi nel corso del prossimo secolo?

Ai posteri l’ardua sentenza? Ci perdoni Manzoni, ma no, no davvero? Tocca a noi oggi, ora, adesso, trovare una risposta, se non vogliamo che le cose vadano nel peggiore dei modi. Siamo già in ritardo.

Firenze, 13/07/2017

Vedi anche: http://pianeta3.wordpress.com/2017/07/13/sara-un-ronzante-vampiro-a-seppellire-lumanita/

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Il salotto letterario… due poesie di Iole Troccoli

Questo pane

È buono questo pane

sa di neve

di cose sparse su tavoli di marmo

s’impasta a mani grandi

vecchie svelte

come un fazzoletto girato in fretta

sulla testa.

Sa di cose sfiorate solamente

viste nel buio di una serratura elastica

paesaggio che bruca lento la pianura.

Tenero questo pane

con il sale tiene su le piccole rivendicazioni

concesse

qualche rimpianto a sgretolarsi sui gradini

una passeggiata compromessa dalla pioggia.

Tondo questo pane

mi riporta a terra dopo un volo sonda

nello spazio a perdere

con la sua mollica umida

la crosta che resiste a ordini e intemperie.

Va gustato alla luce della luna

su di un verde perfetto

erba non ancora calzata, dritta e fragile

che guarda oltre per un attimo

esilissimo

prima del passo.

 

Iole Troccoli

 

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Lasciati andare

 

Alba tra Monteroni d’Arbia e Buonconvento – © Alberto Pestelli 2011

Lasciati andare

adesso

la tela è trama in trasparenza

e puoi danzare un arabesco

o un fiore

o quella notte di luna che si sbriciola

nel sogno.

Lasciati andare

per ogni chicco di strada macinata

dentro un anello che risuona

mentre tu balli

accarezzando il lume di un’acqua

immaginaria.

Accanto all’occhio delle nuvole

uno spicchio d’oro trattenuto

da ricondurre a terra

in passi e slanci

aperture che sembrano bracciate

a capo d’onda.

Lasciati andare

di musica

di fronde che si flettono, gentili

sul mormorio dell’alba

in controluce.

Nelle cortecce sovraesposte

di alberi pensanti

resiste un quadrifoglio

di amori piccoli

bagnati in reti e sbuffi.

Raccoglili, nel fermo immagine

danzante

e fanne boccio

come un dono

che salta il tempo e si offre

nudo di bellezza

dritto nel cuore.

 

Iole Troccoli 9 giugno 2017

 

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TRENTINO-ALTO ADIGE: LA TORRE DI PISA È SULLE DOLOMITI

di Gianni Marucelli

È, naturalmente, un’omonimia: uno spettacolare pinnacolo roccioso del Gruppo del Latemar è stato così soprannominato per la sua rassomiglianza con la silhouette del celebre monumento.

Ci troviamo in Val di Fassa, una delle più belle e note valli alpine del nostro paese, al confine con la Val di Fiemme, e riserviamo un’escursione alla conoscenza diretta appunto della “Torre di Pisa” in versione dolomitica. Arrivarci è molto più faticoso che salire in cima all’originale, ma il gioco vale la candela e ci consente di osservare un panorama del tutto unico, per vastità di orizzonti montani.

Chi vuol seguire le nostre orme ha un primo step piuttosto agevole: a Predazzo due impianti di risalita in successione, funivia e seggiovia, portano al Passo del Feudo (mt. 2000 circa).

I comodoni possono fermarsi qui, sui vasti prati d’altura, e, senza muovere un passo, godere di una visuale eccezionale sulle cime dolomitiche e non solo. Se la giornata è limpida, la vista spazia, infatti, fino ai ghiacciai di confine del Palla Bianca e del Similaun (la montagna, per intenderci, dove è stato compiuto l’eccezionale ritrovamento di Otzi, l’uomo vissuto migliaia di anni fa e conservato quasi intatto dal ghiaccio).

Per chi ha fiato e gambe, invece, è pronta l’ascesa al Rifugio “Torre di Pisa”, mt. 2700 circa, uno “strappo” che in certi punti presenta davvero una pendenza notevole ma ha il merito di portarci sulla Cima Cavignon, e di metterci faccia a faccia, per così dire, con lo splendido “castello” roccioso del Latemar.

In questa stagione, un altro spettacolo è offerto dai prati fioriti, in cui abbondano specie anche rare, come la Nigritella o Vaniglia alpestre (Nigritella nigra), oppure più comuni ma egualmente bellissimi come la Genzianella (Gentiana Verna) e il Ranuncolo alpestre: li abbiamo fotografati per voi.

Nei pressi del rifugio, ci accolgono, sperando in qualche briciola del nostro panino, gli sfacciati Gracchi, corvidi che nidificano in colonie tra i crepacci e che qui sono in grande confidenza con gli escursionisti. Un po’ più timidi, ma nemmeno tanto, svolazzano intorno ai fringuelli alpini, spesso seguiti dai piccoli dell’ultima nidiata, che fanno ancora un po’ di fatica a distinguere i turisti dalla loro mamma e, a ogni buon conto, chiedono cibo a entrambi.

Le pareti ripidissime del Gruppo dolomitico del Latemar sono però le protagoniste indiscusse di questa gita; è inutile descriverle quando ve le possiamo presentare, molto più efficacemente, con le nostre fotografie, ivi compresi i cosiddetti Campanili, tra cui la Torre di Pisa.

L’attrezzatissimo rifugio consente di far pranzo e offre anche ospitalità per la notte, soprattutto agli scalatori che si arrampicheranno in parete il giorno appresso.

La discesa è forse più faticosa della salita, e richiede molta attenzione e scarpe da montagna, per non testare dolorosamente di persona la solidità degli spuntoni rocciosi.

Comunque, dopo un’oretta anch’essa finisce digradando sui prati del Passo del Feudo, dove ci attende la seggiovia per il rientro a valle. Sarà banale dirlo, “stanchi ma soddisfatti”.

Galleria fotografica © Gianni Marucelli 2017

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Affogati dalla plastica

di Carlo Menzinger di Preussenthal

Chi pensa di fare un uso attento della plastica spesso cerca di riciclarla e di evitare l’uso dei sacchetti per la spesa, eppure parrebbe che ne usiamo circa un trilione ogni anno. La plastica, però, non è solo quella degli shopper. Le nostre case e le nostre città ne sono piene in ogni forma, basta guardarsi attorno: dagli oggetti interamente in plastica, a quelli in materiali plastificati, a quelli parzialmente in plastica. Siamo sommersi dalla plastica. Viviamo in un mondo di plastica, e non certo solo metaforicamente parlando! Qualcuno ha persino definito i nostri anni l’Età della Plastica!

La plastica è comoda, pratica, leggera, economica. Quando se ne iniziò la produzione, la pubblicità ne esaltava le doti prodigiose. Chi, avendone l’età, non ricorda, per esempio, negli anni ’60 la pubblicità della Moplen, con il comico Gino Bramieri? Il Moplen altro non era che polipropilene isotattico, formidabile materia plastica a elevata temperatura di fusione. Bramieri alla domanda “E mo’?”, rispondeva “E mo’? Moplen!”, divenuta un tormentone dell’epoca. Lo accompagnava un coretto che ne esaltava le doti “è leggero, resistente, è leggero, resistente e inconfondibile e mo’, mo’, mo’ e mo’, mo’, mo’: moplen!”

L’indimenticabile Gino Bramieri e la pubblicità del Moplen

Se sessant’anni fa la plastica pareva una grandiosa novità, oggi non sappiamo più come liberarcene.

Secondo Polimerica, la produzione mondiale di plastiche nel 2014 si attestava intorno a 311 milioni di tonnellate, in crescita rispetto ai 299 milioni del 2013. Quella europea (28 Paesi UE + Norvegia e Svizzera) è stimata in 59 milioni di tonnellate, leggermente superiore all’anno precedente (58 milioni), ma ancora inferiore al picco di 65 milioni di tonnellate registrato nel 2007, prima della grande crisi. Centinaia di milioni di tonnellate ogni anno!

Proviamo a fare un raffronto con il prodotto più classico dell’umanità: nel 2009 la produzione mondiale di grano è stata di 682 milioni di tonnellate, di cui quella europea di 139 milioni di tonnellate. Insomma, nel mondo, produciamo plastica in un ordine di misura confrontabile al grano, sebbene le tonnellate di questo siano, per ora, più del doppio. Il grano, però, si trasforma in farina e poi in tanti altri prodotti che consumiamo nel giro di poco e presto scompaiono. La plastica, resta in circolazione su quel granello di sabbia disperso nella galassia, sul terzultimo pianeta che incontriamo viaggiando verso il sole, sulla Terra, in casa nostra! La produzione di ogni anno si accumula, sommandosi a quella degli anni precedenti. Siamo contenti di riempirci casa di spazzatura? Pensiamo davvero di poter cambiare pianeta facilmente appena questo sarà soffocato da tanta plastica?

Noi europei siamo tra i primi colpevoli. A livello mondiale, l’Europa mantiene il secondo posto, con un quinto della produzione globale di materie plastiche, alle spalle della Cina, che nel 2014 ha raggiunto una quota del 26%, contro il 21% del 2006. In contrazione l’area Nafta, passata in otto anni dal 23 al 19%.

Non tutte le plastiche sono uguali. Le “materie plastiche” comprendono una grande varietà di polimeri, ognuno con proprie caratteristiche, proprietà e campi di applicazione.

Ci insegna wikipedia che le materie plastiche sono materiali organici a elevato peso molecolare che possono essere costituite da polimeri puri o miscelati con additivi o cariche varie. I polimeri più comuni sono prodotti da sostanze derivate dal petrolio, ma vi sono anche materie plastiche sviluppate partendo da altre fonti. La plastica, infatti, si ottiene da composti di carbonio e idrogeno chiamati “monomeri”, che si ricavano soprattutto dal petrolio e dal metano.

Dal petrolio raffinato si ricavano circa una ventina di prodotti, e se energia per l’elettricità, benzina e gasolio fanno la parte del leone, dal barile il petrolio arriva nelle case sotto forma di bottiglie e oggetti di plastica, polistirolo fino ad alcuni tessuti di abbigliamento, come il polyestere. Circa il 4% della produzione mondiale viene trasformata in materie plastiche. Leggo su La Repubblica che da un barile di petrolio, si possono ricavare ben 1.750 bottiglie di plastica da un litro e mezzo, quelle comunemente usate per acqua minerale e bibite. Un barile contiene, infatti, convenzionalmente 159 litri di greggio, pari a circa 135 chili. Servono all’incirca 2 chili di petrolio per fare 1 kg di plastica per alimenti (Pet). Quindi da un barile di petrolio si ricavano circa 70 chili di Pet. In Italia consumiamo mediamente 5 litri di petrolio al giorno per persona, ossia circa un barile di petrolio al mese. Il consumo di petrolio annuale medio per una famiglia di 4 persone in Italia si aggira intorno a 7.760 litri. La plastica che ci circonda, insomma, altro non è che il famigerato petrolio sotto false spoglie! Produrre plastica significa produrre petrolio. Finché ce ne sarà ancora.

Ci ricorda Tecnologicamente che le plastiche sono materiali che non esistono in natura. Sono prodotte negli impianti chimici manipolando le molecole di una materia prima, che può essere la virgin-nafta o il gas naturale. La virgin-nafta è un prodotto della raffinazione del petrolio, costituita da una miscela di paraffine (idrocarburi saturi) a basso peso molecolare, con una bassa concentrazione di composti aromatici. Originariamente molte materie plastiche erano prodotte con resine di origine vegetale, per esempio la cellulosa (dal cotone), gli olii (dai semi di alcune piante), i derivati dell’amido e il carbone; tra i materiali non vegetali usati è invece da citare la caseina (dal latte). Sebbene la produzione di nylon fosse basata in origine su carbone, acqua e aria, e il nylon 11 sia ancora basato sull’olio estratto dai semi di ricino, la maggior parte delle materie plastiche è attualmente derivata dai prodotti petrolchimici, facilmente utilizzabili e poco costosi.

La IUPAC (Unione internazionale di chimica pura e applicata) nel definire le materie plastiche come “materiali polimerici che possono contenere altre sostanze finalizzate a migliorarne le proprietà o ridurre i costi”, raccomanda l’utilizzo del termine polimeri al posto di quello generico di plastiche.

Sempre secondo wikipedia, i materiali polimerici puri si dividono in:

  • termoplastici: acquistano malleabilità, cioè rammolliscono, sotto l’azione del calore; possono essere modellati o formati in oggetti finiti e quindi per raffreddamento tornano ad essere rigidi; tale processo può essere ripetuto tante volte;
  • termoindurenti: dopo una fase iniziale di rammollimento per riscaldamento, induriscono per effetto della reticolazione; nella fase di rammollimento per effetto combinato di calore e pressione risultano formabili; se vengono riscaldati dopo l’indurimento non tornano più a rammollire, ma si decompongono carbonizzandosi;
  • elastomeri: presentano elevata deformabilità ed elasticità.

Secondo una classificazione “commerciale”, i materiali polimerici si dividono in:

  • fibre: sono dotati di notevole resistenza meccanica e hanno scarsa duttilità rispetto agli altri materiali polimerici; ciò vuol dire che sono materiali che si allungano poco se sottoposti a trazione e possono resistere a elevati carichi di rottura;
  • materie plastiche: formulate a partire da termoplastici e termoindurenti;
  • resine: particolari materie plastiche formulate a partire da termoindurenti;
  • gomme: formulate a partire da elastomeri.

Tra i polimeri termoplastici abbiamo polietilene e polistirene.

Il polietilene è usato principalmente per gli imballaggi e rappresenta il 40% dei prodotti plastici usati in Europa.

Le poliolefine (talvolta indicate dalla sigla PO), ci dice wikipedia, sono una classe di macromolecole composte da monomeri di olefine derivate dalla polimerizzazione di petrolio o gas naturale. Le poliolefine sono polimeri. Tra i più diffusi il polipropilene (PP), il polietilene (PE) e il poliisobutilene (PIB), largamente utilizzati per prodotti in plastica o gomma d’utilizzo comune.

Secondo Polimerica, le poliolefine sono le plastiche in assoluto più trasformate, totalizzando quasi la metà dei consumi europei (47,8 mln ton), tra polietileni a bassa densità (17,2%), alta densità (12,1%) e polipropilene (19,2%). Segue il PVC con il 10,3% e, a singola cifra, poliuretani (7,5%), PET (7%) e polistireni (7%). Fluoropolimeri, ABS, policarbonato, PMMA e altri tecnopolimeri concorrono per il restante 19,7%.

Perché dovremmo preoccuparci della produzione e dello smaltimento della plastica? Perché la plastica non si “consuma” facilmente ovvero non è un prodotto facilmente biodegradabile.

La biodegradabilità è la proprietà delle sostanze organiche e di alcuni composti sintetici di essere decomposti dalla natura, o meglio, dai batteri saprofiti.

I batteri ne estraggono gli enzimi necessari alla decomposizione in prodotti semplici, dopodiché l’elemento è assorbito completamente nel terreno. Una sostanza non decomponibile (o decomponibile a lungo termine), rimane nel terreno senza esserne assorbita, provoca inquinamento e favorendo problematiche ambientali.

Un composto è biodegradabile quando in natura esiste un batterio in grado di decomporre il materiale. Tutti i composti organici naturali, come la carta, sono facilmente decomponibili; invece, tutti i prodotti sintetici moderni (esclusi alcuni speciali, come la bioplastica) non possono essere decomposti dalla natura. Un materiale non biodegradabile rimane identico nel tempo e contribuisce all’inquinamento; peraltro, non tutti i composti non biodegradabili sono altrettanto pericolosi: esistono tipi di composto che non danneggiano la vita dell’ecosistema, e che quindi lasciano immutata la situazione.

Secondo la definizione data dalla European Bioplastics, la bioplastica è un tipo di plastica che deriva da materie prime rinnovabili oppure è biodegradabile o ha entrambe le proprietà, ed è inoltre riciclabile.

Non solo la plastica ha bassa biodegradabilità. I prodotti della nostra “civiltà” hanno diversi tempi per biodegradarsi. Quelli della plastica, sono certo tra i più preoccupanti, soprattutto, per la grande quantità di questi materiali in circolazione.

Secondo il sito www.leucopetra.it, per esempio, le pile al cadmio hanno bisogno di milioni di anni per degradarsi, le bottiglie di vetro di alcuni millenni, i sacchetti di plastica di oltre 800 anni, le bottiglie di plastica di 500 anni, le lattine in alluminio di 100 anni, il legno di due anni, un maglione di lana, una sigaretta o un pannolino di oltre un anno, giornali e scatole di cartone di oltre due mesi, la carta assorbente di oltre 4 settimane.

Anche la produzione di vetro, insomma, è preoccupante, aggirandosi intorno ai 40 milioni di tonnellate annue, ma il vetro, a differenza della plastica, non galleggia e quindi non rappresenta una minaccia altrettanto seria per la catena alimentare marina. Il vetro che finisce in mare si deposita sul fondo, mentre la plastica è continuamente trasportata dalle correnti e, sfaldandosi, si trasforma in pericolosi frammenti di microplastica. Il vetro, poi, è costituito soprattutto da silice oltre a piccole quantità di sostanze minerali necessarie alla lavorazione e alla colorazione, per cui è innocuo, mentre, come si scriveva, la plastica deriva soprattutto dal petrolio. Inoltre, a differenza del vetro, nella fase del consumo la plastica cede e assorbe sostanze (ftalati e altro) al liquido contenuto. In fase di smaltimento, essendo un derivato del petrolio, la plastica nell’inceneritore produce sostanze nocive.

Poiché la plastica galleggia, segue le grandi correnti marine, fino a bloccarsi lungo alcune coste o formando isole mobili in mezzo al mare.

Nell’oceano Pacifico, da anni ormai, è presente un’isola di plastica, una grande quantità di immondizia concentratasi a causa delle correnti degli oceani. È detta “Great Pacific Garbage Patch”. Si tratta di un’immensa massa di spazzatura composta da oltre 21 mila tonnellate di microplastica, in un’area di qualche milione di kmq, con una concentrazione massima di oltre un milione di oggetti per kmq. L’accumulo è noto almeno dalla fine degli anni ’80, e ha un’età di oltre 60 anni. Un gigantesco vortice di correnti superficiali ha concentrato in quest’area i rifiuti gettati o persi da navi in transito, o scaricati in mare dalle coste del Nord America e dall’Asia. Le isole di plastica, però, non sono presenti solo nell’oceano Pacifico, ma anche nell’oceano Atlantico e nel mar Mediterraneo. Il Mediterraneo è diventato una zuppa di plastica. Un chilometro quadro, nei mari italiani, ne contiene in superficie fino a 10 chili! Dieci chili di plastica non biodegradabile in un chilometro quadro: vi sembra poco? È questo il record del Tirreno settentrionale, fra Corsica e Toscana. Attorno a Sardegna, Sicilia e coste pugliesi, la media è invece di 2 chili. Sono valori superiori perfino alla famigerata “isola di plastica” nel vortice del Pacifico del nord. Qui la densità delle microplastiche – i frammenti di pochi millimetri da cui è formata la “zuppa” – è di 335mila ogni chilometro quadro. Nel Mediterraneo arriva a 1,25 milioni. L’analisi che ha riguardato i mari della penisola arriva da un gruppo di biologi del Cnr ed è pubblicata su Scientific Reports. “Nel complesso – scrivono i biologi nello studio – la plastica è meno abbondante nell’Adriatico, con una media di 468 grammi per chilometro quadro, rispetto al Mediterraneo occidentale” con una media di 811 grammi. “La gravità della situazione del Mediterraneo non ci stupisce – dice Aliani, uno dei responsabili del progetto – È un mare sostanzialmente chiuso, in cui una particella ha un tempo di permanenza di circa mille anni. Teoricamente, cioè, impiega tutto quel tempo per attraversare la stretta imboccatura di Gibilterra. Nelle sue acque sboccano anche fiumi importanti come Danubio, Don, Po e Rodano”. Anche se i mari diventano sempre più torbidi (si calcola che dei 300 milioni di tonnellate all’anno di plastica prodotta nel mondo, una dozzina finiscano in mare), quale sia la sorte di buona parte della spazzatura resta un mistero. “Non sappiamo dove sia oggi tutta la plastica che abbiamo prodotto – spiega Aliani al quotidiano La Repubblica – Quella che ritroviamo nelle nostre spedizioni non si avvicina neanche lontanamente all’ammontare che secondo i nostri calcoli dovrebbe essere finito in mare. Può darsi che molta si perda in fondo agli oceani, dove non abbiamo la possibilità di osservarla”. La responsabilità delle zuppe marine va in buona parte al packaging non riciclabile, spiega un articolo di Repubblica. Avete mai fatto caso a quanta plastica ci sia attorno a ogni alimento che acquistiamo in un supermercato? Come mai i nostri secchi della spazzatura si riempiono tanto in fretta? Se facciamo la raccolta differenziata, quanto più in fretta si riempie il secchio della plastica e del vetro rispetto a quello delle materie organiche? La raccolta differenziata delle materie plastiche riguarda in particolare gli imballaggi, che costituiscono una percentuale rilevante della plastica contenuta nei rifiuti urbani (oltre il 50%).

In Europa, dove il 38% della plastica finisce nelle discariche, scatole e involucri contribuiscono al 40% della produzione di questo materiale e a più del 10% dei rifiuti. Il 92% della plastica trovata in mare è composta da frammenti di meno di 5 millimetri, i più pericolosi per la fauna marina. Tracce sono comparse in Artide e Antartide. Sono finite inglobate in alcune rocce (un campione dei cosiddetti “plastiglomerati” è stato osservato alle Hawaii nel 2014) e si sono infilate nei sedimenti dei fondali oceanici. Questo materiale è perfino stato proposto come uno dei segni distintivi dell’antropocene, l’era geologica caratterizzata dai segni della presenza umana sulla Terra.

Più pericolose della plastica stessa, sono le sostanze che alla plastica vengono combinate durante i processi industriali, per fornirle le caratteristiche volute. “Potrebbero agire come pseudo-ormoni, creando scompensi nel sistema endocrino. Abbiamo osservato il problema nelle balene” spiega Aliani, uno dei coordinatori del progetto del CNR che ha studiato la situazione del Mediterraneo.

Secondo il National Geographic, anche i fondali non se la passano tanto bene: il 70% dei detriti marini precipitano e ricoprono dunque anche il fondo dell’oceano. Qui, come ha messo in evidenza l’Unep, anche le plastiche biodegradabili possono non decomporsi in mare, dato che sul fondo non arriva la luce del sole e la temperatura dell’acqua è molto più bassa di quella necessaria per avviare il processo di decomposizione.

Quando si dice che la platica non è biodegradabile, non s’intende che non si decompone, perché, invece, è proprio quello che fa, ma frammentandosi diventa persino più pericolosa, trasformandosi nella così detta micro-plastica che si diffonde in modo ancor più insidioso nell’ambiente.

Un documentario prodotto da Sky TG24 intitolato “La balena di plastica” mostra una balena arenatasi allo stremo delle forze a Sotra, in Norvegia. All’interno del suo intestino e del suo stomaco è stata trovata una grande quantità di plastica, l’equivalente di circa 30 borse di plastica. Non si trattava di un gigantesco capodoglio, ma di un cetaceo molto più piccolo, per dimensioni qualcosa di più di un delfino.

Come spiega il documentario, le balene emettono dei sonar con i quali, tra le altre cose, riconoscono il cibo. Poiché il plancton di cui si nutrono, al sonar, appare molto simile alla plastica, questi animali la mangiano fino al momento in cui il loro stomaco ne è così pieno, che non possono più mangiare o evacuare e alla fine ne muoiono. Questo non è un problema solo delle balene. Nel 1994, per esempio, una tartaruga fu ritrovata in fin di vita con 54 sacchetti di plastica nell’esofago che le impedivano di mangiare e respirare. Secondo alcuni studi, in Olanda circa il 96% degli uccelli trovati morti aveva frammenti di plastica nello stomaco (circa 23 frammenti per uccello).

La maggior parte delle specie animali non mangiano interi sacchi di plastica, ma la microplastica può essere ingerita assai più facilmente, accumulandosi allo stesso modo nello stomaco dei pesci o degli altri animali e da lì passando nell’intera catena alimentare, fino all’uomo.

Una soluzione per lo smaltimento naturale della plastica lo ha recentemente suggerito Federica Bertocchini, dell’Istituto di Biomedicina e Biotecnologia di Cantabria, in Spagna, che pulendo le larve che vivevano come parassite della cera delle api in uno degli alveari, dopo averle poste temporaneamente in un sacchetto di plastica, ha notato, che dopo poco tempo, sono apparsi sul sacchetto dei forellini. Mettendo quindi un centinaio di larve in un sacchetto, dopo quaranta minuti ha notato i primi buchi. Dopo 12 ore, erano spariti 92 milligrammi di plastica. Alcuni batteri, invece, riescono a smaltire 0,13 milligrammi al giorno. Purtroppo parliamo di milligrammi smaltiti, contro milioni di tonnellate che ogni anno finiscono in mare. Di quanti batteri e quanti vermi avremmo bisogno per ripulire i nostri mari e le nostre terre?

Le plastiche sono tipicamente composte da polimeri sintetizzati artificialmente. La loro struttura non è disponibile in natura, quindi, come si scriveva prima, non sono biodegradabili. Peraltro, sono stati creati nuovi materiali con le proprietà e l’usabilità della plastica, ma biodegradabili.

La plastica biodegradabile si decompone completamente in anidride carbonica, metano, acqua, biomassa e composti inorganici, sotto l’azione di organismi viventi in condizioni aerobiche o anaerobiche.

Il processo trasforma i materiali artificiali come la plastica in componenti naturali. Il processo con il quale una sostanza organica, come un polimero, si converte in una sostanza inorganica, come l’anidride carbonica, si chiama mineralizzazione.

Le plastiche compostabili si frammentano durante il ciclo di compostaggio e il processo di mineralizzazione comincia nel periodo richiesto per la degradazione degli scarti biologici (es. erba, rifiuti alimentari domestici).

Le plastiche compostabili sono un sottoinsieme delle plastiche biodegradabili e si decompongono biologicamente alle condizioni di compostaggio entro il tempo relativamente breve di un ciclo di compostaggio. Compostabile significa sempre biodegradabile, mentre biodegradabile non necessariamente significa compostabile.

Dovremmo, insomma, cercare di usare non semplicemente plastiche biodegradabili, ma possibilmente compostabili!

Anche se si degradano, le plastiche biodegradabili non devono essere gettate in natura! Come spiega www.plastice.org, le plastiche biodegradabili non sono estranee per l’ambiente naturale, come la plastica ordinaria, la cui influenza può essere diminuita ma non eliminata. Tuttavia, nonostante questi vantaggi, esse devono essere raccolte, solitamente insieme a rifiuti biologici, e processate aerobicamente o anerobicamente.

Secondo Polimerica, in Europa, delle 25,8 milioni di tonnellate di plastiche trasformatesi in rifiuto nel 2014, il 29,7% è stato raccolto e riciclato (per un totale 7,7 milioni di tonnellate), un altro 39,5% è stato trasformato in energia (10,2 milioni di tonnellate), mentre il 30,8%, pari a 8 milioni di tonnellate di prezioso materiale, è finito in discarica, la peggiore delle opzioni a disposizione.

La nota positiva è che, dal 2006 al 2014, il ricorso alla discarica è crollato del 38%, da 12,9 a 10,2 milioni di tonnellate, mentre il riciclo meccanico è salito del 64%, da 4,7 a 7,7 milioni di tonnellate, e quello energetico del 46%, da 7 a 10,2 milioni di tonnellate. L’Italia si colloca in una posizione intermedia tra paesi europei che ricorrono alla discarica, con il 40% dei rifiuti plastici non recuperati altrimenti, non raggiungendo i livelli virtuosi di Svizzera, Germania, Austria o Benelux, che conferiscono in discarica meno del 10% delle plastiche a fine vita. Se si limita l’analisi ai soli imballaggi in plastica (oggetto della raccolta differenziata nel nostro Paese), l’Italia si posiziona al tredicesimo posto con oltre il 75% tra riciclo e termovalorizzazione, ben prima di Paesi come Francia o Regno Unito.

Purtroppo non tutta la plastica è correttamente smaltita.

Secondo Greenpeace, in media 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari di tutto il mondo. Plastica che viene ingerita dalle balene e che potrebbe portarle all’estinzione, plastica che si degrada trasformandosi in micro-plastica, entrando nel ciclo alimentare di tutti gli esseri viventi.

La plastica insomma inquina? Così sembrerebbe, ma la risposta non è così semplice.

Come ci spiega Focus Junior, la plastica per essere prodotta richiede meno energia di quanta ne occorre per una bottiglia di vetro o un sacchetto di carta. Essendo più leggera di altri materiali da imballaggio richiede meno energia anche per il trasporto. Meno energia si consuma, dunque, meno s’inquina. Il problema della plastica non è che è un materiale che inquina in quanto tale. Altri materiali inquinano di più, perché comportando un maggior dispendio di energia, determinano un maggior uso di combustibili. Siamo noi uomini, a inquinare e devastare l’ambiente lasciando in giro bottigliette, sacchetti e oggetti. Infatti, l’elevata resistenza agli agenti atmosferici e al passare del tempo di questo materiale fanno sì che duri disperso nell’ambiente per lungo tempo. E, se giunge in mare, rappresenta un grave pericolo per le creature marine che dovessero ingoiarlo. Per questa ragione, conclude Focus Junior, è importantissimo gettare tutta la plastica usata nei raccoglitori per la raccolta differenziata. Così facendo otterremo un doppio risultato: rispettare l’ambiente in cui viviamo e risparmiare energia e materie prime, trasformando le bottigliette vuote e i sacchetti in nuovi oggetti utili.

Negli ultimi 20 anni, l’uso della plastica nelle automobili è aumentato del 114% e si stima che, senza questo materiale, le auto odierne peserebbero in media almeno 200 kg di più.

Si ritiene che, su una durata media di un’auto stimata in 150.000 km, la riduzione del peso ha contribuito a diminuire il consumo di carburante di circa 750 litri. A sua volta ciò riduce il consumo di petrolio di circa 12 milioni di tonnellate e le emissioni di CO2 di circa 30 milioni di tonnellate all’anno in Europa Occidentale. Insomma, gli effetti ambientali dell’uso della plastica nel settore automobilistico sono contrastanti, da una parte aumenta la plastica utilizzata, dall’altra migliora l’efficienza dei veicoli.

È la grande contraddizione della plastica, la cui leggerezza, resistenza ed economicità la rendono un materiale che abbassa i consumi energetici, con effetti benefici sull’inquinamento, ma la sua non biodegradabilità unità alla sua tendenza a deteriorarsi e frammentarsi la rendono un grave inquinante.

Il rapporto dell’uomo con la plastica è qualcosa che dovrà essere rivisto molto presto. Lo stesso esaurirsi della sua materia prima principale, il petrolio, le cui riserve sono da decenni sempre più prossime a raggiungere livelli di anti-economicità, potrebbero portare a una morte naturale della plastica. Se così non fosse e anche prima che questo avvenga dovremo immaginare un’uscita da quest’Età della Plastica, prima che il nostro pianeta ne rimanga soffocato.

La plastica è una delle varie sirene del nostro tempo, che ci ammalia con il suo canto, ma che nasconde insidie ormai sempre più evidenti.

Occorre ripensare l’intero rapporto con il pianeta e la natura per consentirne la sopravvivenza e per evitare l’estinzione della nostra specie che sempre più fattori stanno contribuendo a rendere un evento tutt’altro che fantascientifico.

Leggi anche su: https://pianeta3.wordpress.com/2017/07/03/affogati-dalla-plastica/

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Il parco Terramaini di Cagliari

Di Alberto Pestelli

Qualche tempo fa visitai a Cagliari il parco di Monte Claro, luogo un tempo appartenuto all’ex clinica psichiatrica di Villa Clara e quindi rivalutato e ristrutturato a parco cittadino dal comune. Subito dopo quella visita è nato un mio articolo pubblicato in queste pagine qualche anno fa. Non solo… Monte Claro è uno dei luoghi dove ho ambientato un episodio (un romanzo breve) della seconda trilogia dell’Etrusco tra i Nuraghes (la saga del maresciallo Fantini) che uscirà, molto probabilmente, a novembre, dicembre 2017. Ma lasciamo perdere questa pubblicità a mio favore e parliamo del parco.

A visitare il parco Terramaini andai, per la prima volta, nel 2009 e rimasi molto impressionato dal lavoro che era stato fatto per la sua realizzazione conoscendone sin dall’adolescenza la zona dove è ubicato. Sono ritornato quest’anno per una bella passeggiata rilassante… a distanza di otto anni qualcosa è cambiato ma il concetto di questo parco è rimasto immutato. Concetto… sì, si tratta, senza tirarla per le lunghe di un parco con uno scopo ben preciso che vedremo più avanti.

Il parco Terramaini, in linea d’aria, non è molto distante dal parco di Monte Claro ed è stato realizzato dopo un’accurata opera di bonifica di un’area a nord di Cagliari. Sono stati recuperati ben diciotto ettari e confina con il canale omonimo conosciuto dai cagliaritani anche come canale Mammarranca e con il parco di Molentargius famoso per la sua grande colonia di fenicotteri rosa. La zona, prima della bonifica e del recupero, era in un grave stato di abbandono e degrado. Era, in parole povere, una discarica a cielo aperto. A fine degli anni novanta fu dato il LA per la sua progettazione a cura dell’ingegner Fausto Mistretta.

Il parco si sviluppa su un terreno quasi totalmente pianeggiante dove il manto erboso, magistralmente curato, prevale sulle piante a medio e ad alto fusto.

Come detto in precedenza, il parco è nato con uno scopo ben preciso: garantire uno spazio più o meno attrezzato a chi ama l’attività fisica all’aperto. Per questo motivo è perfetto per chi fa jogging o semplici camminate con tutta calma, oppure sostare in alcune aree per chi invece vuole eseguire esercizi ginnici e, per chi non intende fare nè la prima nè la seconda cosa, può fare picnic rimanendo in città. È possibile, per gli sportivi accedere al cosiddetto percorso vita che prende il via all’ingresso di via Vesalio. Utili sono alcuni pannelli posti lungo il percorso che aiutano ad eseguire esercizi ginnici sia senza sia con gli attrezzi presenti nel parco. I bambini hanno uno spazio tutto loro con giochi, scivoli, altalene, ecc…

Esiste pure un laghetto, dove vivono alcuni fenicotteri rosa, attraversato da una passerella di legno. Qualche tempo addietro alcuni incivili hanno dato fuoco alla passerella che, nonostante sia passato un bel po’ dal gesto, non è stata ancora ricostruita (la mia visita ultima risale al 20 maggio 2017). Oltre ai fenicotteri, “sguazzano” nel laghetto, anatre, gabbiani, cavalieri d’Italia e, tra le piante e la macchia mediterranea all’interno del parco, cardellini, verdoni e, come nel parco di Monte Claro, qualche pappagallo fuggito (o fatto fuggire) dalla gabbia che ben si è ambientato in questa zona di Cagliari.

Notevole è la presenza della vegetazione tipica del Mediterraneo: corbezzolo, il rosmarino, olivo, il carrubo, il melograno, l’arancio amaro, limoni, ginepri e cespugli di rose. Sono presenti, inoltre, piante tropicali ornamentali come le palme.

La passerella di legno prima dell’incendio

In parole povere il parco Terramaini, insieme al parco di Monte Claro, a Monte Urpinu e al castello di San Michele offrono importanti spazi di relax e di attività ludico fisica ai cittadini cagliaritani e non respirando un’aria pulita pur rimanendo dentro le mura della città.

La passerella di legno dopo l’incendio

 

Galleria Fotografica © Alberto Pestelli 2009-2017

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