Firenze: là dove si appagano tutti i cinque sensi

di Gianni Marucelli

 

La sala del ristorante

Gusto, olfatto, udito, vista, tatto: a Firenze vi è un Ristorante – Wine-bar che ha l’ambizione di prendersi cura di tutti i cinque sensi tradizionali dei propri clienti, e per questo si nòma proprio in tal modo. “I 5 Sensi” si trova in Via Pier Capponi, in una zona (lungo la cerchia dei viali) immediatamente a ridosso del centro storico. Qui preesisteva un altro locale, la “Tavola Pier Capponi”, che i due attuali gestori, Giovanni e Fabio, hanno rilevato tra il 2011 e il 2012, mutandone profondamente la filosofia di fondo. Le due sezioni dell’esercizio – il ristorante tradizionale e lo wine-bar dove si servono anche allettanti apericene, sono fisicamente distinte ma comunicanti fra loro, e possono vantare la presenza di due salette per conferenze e altri eventi, una vasta terrazza coperta utilizzabile nella bella stagione, una piccola ma fornita biblioteca: tanto che verrebbe istintivo aggiungere alla denominazione un altro senso, quello dello spirito d’arte e d’intelletto, perché anche di esso ci si prende cura .

Nella vasta sala ristorante è maitre indiscusso Giovanni, che dalle sue origini salentine ha conservato intatta la predilezione per il mare e i suoi prodotti; ma il menu

Giovanni Sindaco

presenta anche ottimi piatti “di terra”.

Il nostro maitre è pure un grande intenditore di vini (come sommelier fa parte dell’A.I.S.) e di grappe, per cui è assicurato un abbinamento ottimale tra ciò che è nel piatto e ciò che viene versato nel bicchiere. L’atmosfera gradevolmente agèe, la presenza di un bel piano a coda, la netta cesura tra la tranquillità del locale e il caos del traffico nelle strade vicine fa sì che niente distolga l’attenzione dal gusto dei cibi e delle bevande che assaggerete.

Fabio Antonini

Altro discorso vale per il Bar, curato da Fabio, barman professionista che fa del suo lavoro un’arte, perché è profondo conoscitore non solo della qualità dei liquori che serve, ma anche della loro storia. Tra i suoi compiti, quello di ricercare le “eccellenze” che il territorio offre in questo campo, il recupero di aperitivi, quali il Vermouth, un po’ dimenticati e ora rivalutati proponendo marchi diversi da quelli standard; così come il Gin, tradizionalmente associato ad ambiti anglosassoni e americani, ma da sempre prodotto anche in Italia, come facevano, a pochi chilometri da Firenze, i monaci vallombrosani.

Nell’aria, si diffondono costantemente musiche gradevoli, appagando l’orecchio… e il tatto? – domandiamo. A parte la gradevole sensazione di tenere fra i polpastrelli calici o altri bicchieri sempre adeguati al contenuto, mentre l’occhio si diletta dell’”acconciatura” di aperitivi elegantemente presentati, dove è finito il piacere da assaporare “in punta di dita”? Fabio è geniale, ha riscoperto certe opere – o tavole – futuriste che proponevano anche materiali “da accarezzare”, se così si può dire, e pensa di ricrearle nel suo locale. Ad ogni sapore e profumo, la sensazione tattile adeguata… restiamo in curiosa attesa!

Fabio all’opera

Ristorante e Bar sono in continua sinergia nel proporre serate “a tema”: in questo ultimo periodo, grazie alla presenza di un Maestro giapponese Sato, il mercoledì è dedicato alle delizie del Sushi, ma vengono proposte serate dedicate alle cucine regionali (ultimamente è stato il turno della Sardegna).

Nel locale del Bar e nel Ristorante trovano spazio anche mostre d’arte varia, dalla pittura alla fotografia, e questo è un altro buon motivo per trascorrere qui una piacevole ora di relax serale.

Ristorante Wine bar “I 5 Sensi” – Via Pier Capponi 2/A/R – Firenze

tel. 055-5000315

 

Galleria Fotografica

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FRIULI-VENEZIA GIULIA: ASINI ALLA RISCOSSA NEL PARCO DI SAN FLORIANO (PN)

Di Gianni Marucelli

Si è tenuto, il 17 e 18 Giugno, il terzo Ciucoraduno 2.0, che visto la presenza di Asinari e asinelli provenienti dalle regioni del nord-est, ma anche dalla Lombardia e dalla Toscana.

L’altopiano di San Floriano dove si è svolto il raduno

È un vero e proprio movimento poco prima di essere tradito e crocifisso quello che promuove la rivalutazione dei ciuchini come compagni e collaboratori dell’uomo in varie attività, nato circa venti anni fa, quando questo animale era pressoché scomparso dalle nostre campagne e montagne ed era, ahimè, allevato solo per farne bistecche e spezzatini.

Un destino immeritato, per un quadrupede che da millenni è protagonista di tante vicende (chi ha portato il fanciullo Gesù in Egitto, sottraendolo ai massacri di Erode? E lo stesso personaggio, com’è entrato a Gerusalemme poco prima di essere tradito e messo a morte? – e questo tanto per fermarci alle Sacre Scritture…).

Per fortuna, in tanti si sono accorti che questa docile bestiola poteva essere ancora utile, sia come animale da compagnia, sia per supportare attività ricreative come il trekking, sia quelle attività medico-sanitarie che oggi sono conosciute come Pet-therapy.

Si sono diffuse così le Asinerie, che hanno contribuito moltissimo a preservare le diverse razze asinine presenti in Italia (dall’Asino di Martinafranca a quello dell’Amiata, tanto per citarne due molto note), ma soprattutto a farle conoscere al pubblico adulto e ai bambini, che di solito rimangono

Silvano Feletto e Roberto Boni

letteralmente affascinati dall’incontro con un ciuchino.

Ovviamente, parliamo di asini addestrati, compito non facile che presuppone la conoscenza dell’animale e delle tecniche adeguate, oltre che il possesso di strumenti (finimenti, basti ecc.) che certo non si acquistano dal pellettiere all’angolo…

Al Ciucoraduno, che si è svolto nella bellissima cornice del Parco rurale di San Floriano, alle porte di Pordenone e in vista delle prime catene alpine, e che è stato promosso dalla locale “Compagnia degli Asinelli”, abbiamo chiesto a uno dei decani dell’Asineria italiana, Silvano Feletti di Pordenone, 78 anni magnificamente portati, quali siano le qualità degli asini:

“Sono docili e tranquilli, hanno molta memoria. Rifacendo lo stesso percorso capiscono subito dove devono fermarsi e lo fanno spontaneamente. Non è vero che sono testardi, sono riflessivi, una volta capito che non c’è pericolo non hanno più problemi. Generano una grande empatia, per questo quando esco con loro tutti si fermano; i cavalli invece mettono più soggezione”.

Silvano è stato anche uno dei pionieri dell’onoterapia nel nord-est d’Italia, come il nostro amico, il toscano Roberto Boni (del cui Ranch Margherita abbiamo ampiamente parlato in vari articoli), che è qui presente e che contende a Silvano il primato dell’anzianità tra gli Asinai (risultando primo, anche se per pochi mesi).

Una giovane ciuchina

Ma gli asinai non sono qui solo per parlare con noi giornalisti: partecipano tutti a un convegno assai importante, incentrato sull’esame della nuova normativa, a livello nazionale e regionale, che dovrebbero seguire tutti coloro che fanno attività, di educazione ambientale, e tanto più di Pet-therapy, a partire dai prossimi mesi. Valanghe di pastoie burocratiche tra le quali non sarà facile muoversi, e di fronte a cui gli asinai del Nord-Est hanno deciso di far “massa critica” costituendosi in una Rete che avrà nome “Asini, Asinari e Ambiente”.

Chiusi i lavori, inizia fuori la Festa, con tanti eventi dedicati soprattutto ai più piccoli. Il tempo splendido ha richiamato dalla pianura centinaia di

persone, che si godono i grandi prati e i boschi.

I bimbi hanno a disposizione moltissimi giochi tradizionali (ricostruiti a mano, come un tempo) con cui divertirsi, oltre naturalmente agli asinelli di tutti i tipi. Molti anche i disabili adulti, che vediamo muoversi felici in un ambiente che li accoglie con affetto. Tocchiamo con mano cosa vuol dire “socialità nella semplicità”, e in questo le bestiole dalle lunghe orecchie diventano veramente protagoniste. Lo saranno anche la mattina appresso, quando accompagneranno bimbi e genitori in un trekking fino al paese di Polcenigo e ritorno; a guidare gli asinelli si alterneranno i conduttori “ufficiali” e i ragazzi, e qui i ciuchini dimostreranno ampiamente la loro intelligenza e docilità.

Infine, una parola sugli amici asinai: gente motivata, amante degli animali e della natura, semplice e cordiale: un grazie a tutti loro, che ci hanno

Ragazzi in sella agli asinelli

consentito di partecipare a questo bellissimo raduno!

 

 

Trek con gli asini lungo il fiume

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BOX GASTRONOMICO

A PORDENONE, IN PUNTA DI FORCHETTA

Al nostro arrivo nella cittadina veneto-friulana, abbiamo avuto solo un paio d’ore di tempo per dare un’occhiata alle vie centrali, coi bei palazzi in stile veneziano risalenti al XV e XVI secolo, e per trovare un locale dove nutrire le nostre curiosità gastronomiche. Ci siamo lasciati consigliare da una gentile signora del luogo e siamo approdati alla “Vecia Osteria del Moro”. Antico ristorante dal gradevole aspetto, ci presenta un menu suddiviso in due parti, l’una dedicata a piatti a base di pesce (il mare non è lontano), l’altra, per noi più affascinante, che propone pietanze della cucina tradizionale. Optiamo per queste ultime, degustando, nell’ordine, delle Pennette al ragù di coniglio davvero squisite, Gnocchi di patate fatti in casa con ragù in bianco, ancor più deliziosi, e un piatto di Frico. Cosa è mai? È un piatto proveniente dai monti della Carnia, composto da patate, cipolle e formaggio fuso, che ci viene servito accompagnato da una polenta che si scioglie letteralmente in bocca. Squisito anche questo! Innaffiamo il tutto con ottimo Cabernet della Casa, e ci addolciamo il palato con pesche al Bellini e Crema catalana, dessert all’altezza dei piatti precedenti.

Conto nella norma.

Se capitate in zona, ve lo consigliamo caldamente.

La Vecia Osteria del Moro, Via Castello 2, Pordenone – tel. 043428658

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Ripensare il verde urbano

di Carlo Menzinger di Preussenthal

Via Flaminia, Roma

Qualche giorno fa mi trovavo a Roma, in zone semi-centrali, e attraversando prima il Villaggio Olimpico, poi quel tratto di via Flaminia che va da Ponte Milvio a Piazzale Flaminio, mi sono trovato a fare alcune riflessioni sul degrado di questa città. Va, anzi detto, che la piazza di Ponte Milvio negli ultimi anni si è così riempita di locali, che la sera è sempre gremita di ragazzi, dunque, siamo davvero in un’area con una sua rinnovata centralità.

La considerazione, un po’ banale, era che il Villaggio Olimpico, così ricco di verde, non è per nulla valorizzato, essendo i prati gestiti dal Comune piuttosto dei campi incolti, che non un verde urbano degno di una capitale europea. La situazione potrebbe forse essere peggiore se non fosse per il fatto che molta parte del verde, pur confinante con quello pubblico, è privato e gestito, più o meno con cura, dai vari condomini.

Viale dei Cadorna, Roma

Oltre ai prati, agli alberi e ai cespugli, che rappresentano soprattutto un problema estetico, il degrado, purtroppo, colpisce anche i marciapiedi, pieni di buche e di radici che emergono dall’asfalto, rompendolo. La situazione non migliora nella pur più centrale Via Flaminia, dove mi è stato difficile camminare, non tanto per le buche e l’erba che si allarga dagli adiacenti giardini, ma per i rami degli alberi, non potati, che sono così bassi da costringere i passanti a piegarsi in due per passare. Il problema, purtroppo, non è esclusivo di Roma. La stessa Firenze ha strade in condizioni forse persino peggiori. Solo oggi mi sono trovato ad attraversare, per esempio, Viale dei Cadorna, subito accanto Piazza della Vittoria, ovvero poco al di là dei Viali di Circonvallazione, che idealmente delimitano il centro cittadino e ho potuto così godermi lo spettacolo di varie centinaia di metri di marciapiedi divelti per effetto delle radici degli alberi.

La mia prima reazione è stata di una certa indignazione per tanta incuria in una città che è la nostra capitale e in una che simboleggia l’Italia e il Rinascimento e dovrebbero rappresentarci agli occhi del mondo.

Via Flaminia, Roma

Ho, quindi, pensato di scrivere questo articolo e nel farlo mi sono indotto a riflettere diversamente sul tema.

Come va gestito il verde urbano? È giusto addomesticarlo, irreggimentarlo, regolarlo?

Il mio istinto mi porta ad amare l’ordine e la buona organizzazione, ma questi sono concetti che non appartengono alla natura. È giusto cedere alla tentazione di volere una città con parchi, giardini e piante di “arredo urbano” puliti e ordinati? Quando cammino per strada e m’imbatto (mi è capitato di recente a causa dei lavori alla tramvia di Firenze) in brevi tratti di strada non asfaltati, li attraverso, in modo piuttosto ridicolo, con prudente attenzione per non impolverarmi le scarpe.

Non sarebbe più giusto immaginare un contesto in cui impolverarsi torni a essere naturale, ma che preveda più spazi “naturali”? Le strade asfaltate sembrano “progresso” rispetto alle vie in terra battuta che un tempo si trasformavano in acquitrini fangosi alle prime piogge, ma lo sono davvero? Ci disturbano così tanto il fango e la polvere? È poi giusta questa nostra ossessione per la pulizia? È giusto parlare di “arredo urbano” quando si ha che fare con alberi, cespugli, aiuole e siepi? Non dovremmo lasciare che queste piante seguano la loro vita e il loro corso? Certo, se non potiamo gli alberi lungo le strade, poi, non possiamo stupirci se qualche ramo cade sulle nostre amate auto o, peggio, travolge un passante.

Mi viene da pensare anche a quella legge che da qualche anno impone la servile attività di raccolta delle feci dei cani ai rispettivi padroni, qui degradati ad autentici schiavi degli animali. Certo, fa poco piacere trovare degli escrementi sul marciapiede, con il rischio di pestarli inavvertitamente. Eppure cos’è che “sporca

Viale dei Cadorna. Roma

” di più la natura, le feci dei cani o l’asfalto che vorremmo tener pulito? Cos’è che viola maggiormente l’ambiente, l’urina di un cane o l’inquinamento delle automobili? Anzi, se vogliamo, le stesse auto, in ottica non antropocentrica, non sono in fondo ammassi di metallo e plastica che ostruiscono il passaggio? E le nostre case non sono barriere architettoniche per gli animali? E le auto non sono un pericolo, oltre che per gli uomini (che ne vengono uccisi in numeri da guerra mondiale) anche per i pochi animali che provino ad aggirarsi in città in libertà o ad attraversare qualsiasi strada?

Ci sono forme di sporcizia contro cui, invece, dovremmo davvero batterci. Non dovremmo accettare l’abbandono di buste e oggetti di plastica, di lattine e altre cose in metallo. Non dovremmo accettare i fumi inquinanti. Non dovremmo accettare il riversarsi delle fogne nelle acque dei fiumi cittadini. Né in città, né a maggior ragione in campagna.

Lo “sporco naturale” non andrebbe perseguito, ma bisognerebbe essere implacabili contro lo “sporco artificiale” e inquinante.

Insomma, è davvero giusto indignarci se un Comune non fa il “suo dovere” nell’arginare l’opera di riconquista della natura, di spazi che abbiamo violato e rapito agli altri esseri viventi che condividono con noi questo microscopico pianeta?

Non sarebbe tempo di

Viale dei Cadorna

ripensare il concetto di verde urbano, magari immaginando all’interno delle città delle aree da lasciare allo stato naturale, dei piccoli boschi selvaggi e non domati? Dei campi incolti? Degli spazi per gli animali?

Il giardino all’inglese presuppone, rispetto a quello all’italiana, un’imitazione della natura, del suo disordine, ma conserva comunque logiche umane ed estetiche. Non dico di passare dalle geo

metria del giardino all’italiana al rock garden. Quello cui penso sono spazi, i più ampi possibili, in cui la natura possa seguire in libertà il suo corso, magari collegati tra loro da corridoi altrettanto naturali che conducano verso l’esterno e la campagna circostante, in modo da consentire l’accesso della fauna locale. Fuori dalle città, andrebbero realizzati sottopassaggi “naturali” che consentano di ripristinare la comunicazione interrotta dalle strade o ponti realizzati al solo scopo di lasciare degli accessi sottostanti agli animali.

Questo non vuol dire che in città non debbano più esserci strade per camminare comodamente, ma andrebbe lasciato più spazio alla natura non addomesticata.

Le persone anziane faticano ad attraversare marciapiedi interrotti da improvvisi avvallamenti. Questo andrebbe risolto. Lasciare spazio alla natura, non significa lasciare che le città divengano invivibili. Se lungo un marciapiede è previsto il transito di pedoni, non si può costringerli a piegarsi per passare sotto ai rami o scavalcare radici. Natura in libertà non deve essere in contraddizione con spazi ordinati e vivibili per le persone.

Se vogliamo davvero pulire le nostre città, dovremmo piuttosto liberarci delle auto, creando zone pedonali sempre più ampie, sostituendole non solo con mezzi pubblici, per chi ne ha davvero bisogno, ma anche contribuendo a cambiare la mentalità che ci porta a prendere un mezzo di trasporto per fare meno di due chilometri. Siamo sicuri di fare davvero prima? La situazione di tante città non è ormai così congestionata dal traffico, che tra lo spostamento e la ricerca del parcheggio impieghiamo così tanto tempo che avremmo fatto prima a piedi, guadagnandoci in tempo, denaro e

salute, nostra e della città? Marciapiedi larghi e ben tenuti potrebbero favorire questo spirito di riconquista del tempo per camminare.

Insomma, non dico che non dovremmo combattere il degrado delle nostre città. Dico che dovremmo farlo diversamente, smettendo di pensare alle strade e alle piazze come delle prosecuzioni delle nostre case, dei nostri corridoi e dei nostri salotti. L’ambiente esterno, persino quello cittadino, deve poter riacquistare la sua caratteristica di spazio condiviso, in cui l’uomo non sia il solo abitante, in cui non sia tutto pensato in funzione antropocentrica.

Nel mio romanzo ucronico ancora inedito “Via da Sparta”, immagino un mondo contemporaneo, nato dalla vittoria di Sparta su Tebe, Atene e poi Roma, che ha portato questa ora perduta città greca a trasformarsi, ai giorni d’oggi nel centro del mondo. In questo romanzo immagino anche che gli spartani, nel loro amore per una vita semplice e naturale, abbiano, a un certo punto della storia bimillenaria del loro impero, deciso di costruire le loro case soprattutto sottoterra, in modo da permettere alla natura di trovare i propri spazi, sopra di esse, anche in città.

Certo, questa è un’ucronia e pensare di applicarla al mondo reale sarebbe pura fantascienza, ma con “Via da Sparta”, su questo e molti altri argomenti, vorrei aiutare a riflettere sul fatto che nessuna scelta sia scontata. Oggi nessuno vorrebbe vivere sottoterra. Ci sentiremmo imprigionati. Lo dimostra anche il mercato: un seminterrato costa sempre meno di un appartamento uguale a un piano alto. Eppure, se la storia avesse preso un altro corso, magari oggi potremmo trovarci a ragionare diversamente, ad avere diverse priorità e una diversa morale.

Senza arrivare a questi estremi, però, potrebbe essere tempo di cominciare a ripensare le nostre città, di immaginare costruzioni meno invasive, di immaginare sistemi di trasporto meno pericolosi e inquinanti, di prevedere infrastrutture di più agevole gestione e di minor impatto ambientale.

Mi chiedo, allora, non sarà che i sindaci delle nostre città, in una sorta di misterioso complotto nazionale, si siano messi d’accordo per consentire alla natura di riconquistare le nostre città, così, poco per volta, marciapiede per marciapiede? Questo degrado urbano è un progetto politico che attraversa tutti i partiti e colpisce in amministrazioni di ogni colore?

Sogghignando, allora, capisco che di certo è così! Del resto, è evidente a tutti che i nostri politici non sono terrestri, ma alieni giunti da un’altra galassia per sterminare, poco per volta, l’umanità, consentendo che le piante riconquistino questo nostro sperduto terzultimo pianeta di questo remoto sistema solare. Su questo, però, credo ci sia materia, magari per qualche altro romanzo!

 

Firenze, 16/06/2017

https://pianeta3.wordpress.com/2017/06/17/ripensare-il-verde-urbano/

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LAZIO: FOSSANOVA, L’ABBAZIA SULLA PALUDE

di Gianni Marucelli

Dal promontorio del Circeo coperto di boschi la pianura si spinge fino ai brulli Monti Ausoni, ricca di coltivazioni e di vivai; oggi niente farebbe supporre che ci troviamo in quella zona del nostro paese fino a meno di un secolo fa nota come “paludi Pontine”, e “risanata”, con uno sforzo enorme, dal Regime fascista negli anni Trenta (ne fu a lungo il fiore all’occhiello). Magari adesso quell’opera di bonifica potrebbe apparire un errore, alla luce del fatto che le cosiddette “zone umide” sono una preziosa riserva di biodiversità, ma tanto è.

Se risaliamo ancor più indietro nel tempo, all’Alto Medioevo, la situazione di impaludamento delle regioni costiere italiane era la regola, dopo che la paziente opera di prosciugamento portata avanti dagli etruschi prima e dai romani poi era stata annullata da secoli di abbandono.

Soltanto poche e coraggiose comunità cercavano di resistere, e di sottrarre alle acque terreni coltivabili; le più determinate erano quelle monastiche, benedettine per la maggior parte.

La foresteria, edificio nel quale il santo morì

Un prezioso esempio è costituito dall’Abbazia di Fossanova, presso Priverno (Frosinone), forse già esistente nel IX secolo, ma comunque attivissima dall’inizio del sec. XII, quando un Papa, Innocenzo II , la concesse ai Cistercensi, l’ordine monastico originario di Clairvaux.

I nuovi possessori decisero di scavare un gran fosso, per far defluire le acque e far arretrare la palude: da qui il nome del Monastero (fossa nuova). Alla fine di quel secolo era già stata eretta parte della chiesa, che fu inaugurata di lì a poco da un grande Pontefice, Ildebrando di Sovana, in arte Innocenzo III, uno dei protagonisti di quello scontro tra Papato e Impero passato alla storia come “lotta per le Investiture”.

La chiesa, e l’annesso monastero, divennero un modello di architettura romanico-gotica, quello stile cistercense che fu replicato assai spesso in Italia: oggi è un gioiello d’arte che riempie gli occhi e lo spirito dei visitatori.

Severa e senza fronzoli, come doveva essere il carattere dei riformatori giunti da Clairvaux, la grande chiesa a croce latina unisce lo slancio verticale del gotico alla solidità del romanico, stile che caratterizza la facciata, i cui punti focali sono il portico strombato con decorazione cosmatesca e il grande rosone. All’interno, vi è la gran luce che appartiene solo al Gotico. I raggi del sole penetrano non solo dalla rosa della facciata, ma anche da grandi finestre monofore: tre navate suddivise da pilastri scandiscono lo spazio, che si apre in un abside rettangolare dove è posto il coro; i due lati del transetto sono anch’essi rettangolari. Grandi archi gotici sottolineano la verticalità dello spazio. Poche le tracce di affreschi che adornano le pareti: particolarmente interessante una Danza macabra, tema tipico dell’epoca, visibile nel transetto di sinistra ma ormai scarsamente leggibile.

L’altro grande affresco, quasi ridotto a sinopia, mostra la morte di S. Tommaso d’Aquino, il Doctor Angelicus della Chiesa, che in quest’Abbazia chiuse i suoi giorni nel 1274, in conseguenza di un morbo che lo colse mentre da Napoli si recava in Francia, chiamato dal Papa a un Concilio.

Solo una porticina ci separa da quello che, secondo chi scrive, è uno dei chiostri più affascinanti d’Italia; ne ho conservato il ricordo per alcuni decenni, dal momento che l’ho ammirato la prima volta, e adesso sono quasi emozionato. La stagione è la stessa, una calda primavera, e il chiostro si presenta ai miei occhi se possibile ancora più bello, arricchito da un giardino interno fiorito di rose e di altre essenze. Tre lati su quattro presentano arcatelle romaniche su colonnine binate; il quarto, opposto al fianco della chiesa, fu rifatto più tardi, verso il 1300, ed è anch’esso “fiorito”, ma dell’eleganza che reca lo stile gotico di questo nome.

Colonnine e capitelli, assai lavorati, presentano foglie, figure zoomorfe e antropomorfe; se vi affacciate e guardate verso l’alto, vedrete stagliarsi l’imponente torre poligonale che funge da cupola sopra il tiburio.

Al chiostro i monaci accedevano dal dormitorio, collocato al piano superiore, e certo, nella primissima luce dell’alba, in qualsiasi stagione, questa immagine doveva recare ad ognuno una sensazione di serenità difficilmente esprimibile. I religiosi, nei rari momenti di libertà, passeggiavano in questo ambiente, senza quasi far rumore. A tutti, infatti, era imposta la regola del silenzio. Sulla parte superiore del muretto che guarda verso il giardino troviamo graffite nella pietra due, forse più, scacchiere. Forse i conversi più giovani vi si dilettavano in qualche gioco innocente, muovendo sassolini a mo’ di pedine, o più semplicemente le dita.

Certamente, il chiostro costituiva il centro da cui si irradiavano le occupazioni quotidiane: sul suo lato nord si apre l’ampia sala capitolare, luogo di riunione e di preghiera comune; sul lato adiacente il grande refettorio, unico ambiente riscaldato del monastero perché dotato di un ampio camino. I pasti venivano consumati in silenzio, rotto dalla voce del monaco incaricato di leggere i sacri testi. Sulla destra, in fondo, è ancora presente la scaletta in pietra che consentiva l’accesso a una piccola tribuna. Lo stile gotico è ovunque presente, coi grandi archi ogivali e i pilastri che li sorreggono. L’accesso al refettorio è preceduto da un’edicola, che si protende dentro il giardino, sotto la quale, in una grande conca, i religiosi effettuavano le abluzioni prima di recarsi a mangiare. All’angolo tra il lato del Capitolo e quello del refettorio, un corridoio dà accesso al giardino esterno, dove un tempo probabilmente erano situati gli orti. Una volta varcata quella soglia, era consentito parlare; non ci è difficile immaginare l’abate che, nel primo mattino, assegnava a ognuno i compiti per la giornata.

L’abside

Ci troviamo ora dietro l’abside della chiesa: un corridoio vegetale tra due siepi conduce a un’erma su cui è poggiato un busto bronzeo di San Tommaso.

A pochi metri da qui, infatti, nell’edificio della foresteria, al piano primo di essa, esiste ancora l’ampio dormitorio che ospitava i viandanti. Il santo vi giunse già in preda a dolori di stomaco, come attesta una scritta in latino, vergata a mano in antico corsivo sulla parete di sinistra.

Si spense dicendo: “e ora entriamo nei giardini del Signore”.

Il complesso abbaziale è formato da altri edifici, ora adibiti a usi diversi, cui si accedeva da una grande porta che supponiamo essere uno dei pochi residui di una cinta muraria che doveva difendere il luogo. Non bastò ad evitarne, dopo il 1400, una rapida decadenza, il cui punto estremo si toccò quando, durante l’occupazione napoleonica, la splendida chiesa fu adibita a stalla per i bufali. Un’offesa che, pur ammirando il grande imperatore, sinceramente ci è difficile perdonare…

 

 

Galleria fotografica a cura di Gianni Marucelli © 2017

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Sardegna: Tra i vigneti e gli ulivi del Parteolla: Santa Maria di Sibiola

Di Alberto Pestelli

Quando da giovane mi recavo in sa bidda, in paese tanto per intenderci in lingua italiana (il paese a cui mi riferisco è Dolianova, dove mia madre è nata), il nome Sibiola mi evocava solamente qualcosa di non eccessivamente alcoolico, bianco, rosso e soprattutto rosato. In effetti il nome è legato al vino prodotto in un’area geografica ben precisa localizzata nei territori di Serdiana e di Soleminis in provincia di Cagliari. Non mi addentro nel gioco delle delimitazioni fatto di incroci e bivi stradali con altri paesi del Parteolla come la sopracitata Dolianova e Ussana. E tanto meno voglio andare oltre a parlare di vino che può interessare o meno il lettore.

Invece vorrei parlare piuttosto di quel ho visitato quasi in corsa ed esternamente, dopo aver percorso strette stradine comunali tra una infinità di vigneti e di oliveti. Del resto il nome della sub-regione del Parteolla deriva dal latino Pars Olea, ovvero la zona degli ulivi. Patiolla, Parteolla in dialetto, è l’antico nome di Dolianova.

Ma la zona di Sibiola si trova interamente nel comune di Serdiana. Quindi concentriamoci su quest’ultima area, dove, un tempo sorgeva il villaggio medievale di Villa Sibiola, tra vigneti e ulivi secolari c’è l’antica chiesetta romanica di Santa Maria costruita agli inizi del XII secolo.

Il villaggio apparteneva, secondo quanto scritto in un documento del 1338, ai monaci benedettini dell’Abbazia di San Vittore di Marsiglia in Provenza. Costruita interamente in arenaria, presenta nella facciata due portali a volta. Al di sopra delle due porte sono presenti una bifora (portale che guarda a mezzogiorno) e una monofora (portale volto a settentrione). Il tutto è sormontato da una serie di archetti pensili che ornano, oltre il lato della facciata, anche le pareti laterali e le due absidi semicircolari.

Un tempo la chiesetta aveva un campanile a vela ovvero una struttura muraria non molto spessa posta al di sopra della facciata. Nella parete nord si può ancora notare una ripida e stretta scala esterna che permetteva l’accesso al campanile.

L’interno, che personalmente non ho potuto visitare – la chiesa era chiusa al pubblico – presenta una pianta rettangolare ed è formata da due navate non speculari. Infatti quella a sud è di larghezza maggiore rispetto alla settentrionale. Gli archi sono a tutto sesto e poggiano su pilastri a forma di croce. Le due navate terminano nelle due absidi semicircolari dove sopra di loro si aprono due finestre rotonde dette oculi. Nell’abside sud si apre una monofora proprio dove all’interno si trova l’altare e un crocifisso ligneo.

La chiesetta, un tempo, custodiva una grande pala d’altare del XV secolo che rappresentava il Giudizio Universale. L’opera pittorica è stata attribuita al Maestro di Olzai. Non sappiamo se sia Antonio o Lorenzo Cavaro. Le due tavole rimaste della grande pala sono adesso custodite nella Pinacoteca Nazionale di Cagliari.

L’importanza di Santa Maria di Sibiola rimase tale fintanto durò quello del villaggio medievale, Villa Sibiola, che pare che sia stato il più ricco centro agricolo e del circondario. Con il tempo si spopolò portando al declino e quindi alla scomparsa del villaggio stesso. Ciò che rimane a sfidare il passare dei secoli è la chiesa, isola nel bel mezzo della campagna di Serdiana a testimoniare, insieme ai suoi maestosi ulivi e ai suoi infiniti vigneti la semplicità del luogo. Anche se il sole brucia la terra e la pelle, trovarsi davanti a questo piccolo angolo di ruralità nei dintorni di Cagliari, non può che farci sorridere perché qui ci dimentichiamo per un momento del tempo che sbiadisce i ricordi!

Fotografie di Alberto Pestelli © 2017

 

 

 

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A MORTE I MUFLONI DEL PARCO NAZIONALE DELL’ARCIPELAGO TOSCANO

Di Gianni Marucelli

Con una decisione presa dal Consiglio direttivo del Parco dell’Arcipelago, è stata decretata l’eradicazione dei Mufloni presenti sulle isole toscane, ovverosia il loro abbattimento da parte di personale specializzato.

I Mufloni, che attualmente sono circa 600, ubicati in prevalenza nelle zone montuose dell’Elba, sono stati “condannati a morte” per i seguenti motivi:

 

  1. Costituiscono una specie alloctona, ovverosia nelle isole toscane sono stati importati, negli anni settanta, sia a scopi venatori che “estetici” (per diletto dei turisti, immaginiamo…);
  2. La loro presenza, sempre più notevole, visto che mancano i predatori naturali della specie (il lupo), è divenuta dannosa per la riproduzione del bosco. Su ciò attendiamo dei chiarimenti e degli studi scientifici seri. Inoltre, sembra che arrechino danni alle coltivazioni e addirittura ai giardini pubblici dei borghi elbani.

 

Possono causare incidenti stradali (quest’ultima ragione, a dirla tutta, è proprio tirata per i capelli…)

La delibera del Parco, ovviamente, pur se basata anche sul parere dell’ISPRA (l’Istituto per la Protezione e la Ricerca ambientale), ha scatenato un putiferio di polemiche: da parte delle Associazioni animaliste, in primo luogo, di quelle ambientaliste, di alcuni movimenti politici (M5S) e così via.

Il problema era ben noto, da diversi anni: nella primavera del 2016 il Gruppo di Consulenza giuridica onlus, che spesso supporta legalmente le istanze ambientaliste, aveva suggerito la rimozione dei Mufloni e il loro trasferimento nelle terre d’origine (Sardegna e Corsica), ma questo provvedimento è stato giudicato, forse senza nemmeno valutarlo con attenzione, impossibile da attuarsi.

Se andiamo a indagare perché si è scelto proprio questo momento per prendere e annunciare una decisione così controversa, non possiamo esimerci dal constatare che esiste da tempo una diatriba, non tra mufloni e cittadini, ma tra Amministrazione del Parco e Associazioni venatorie. Poiché gli Ambiti Territoriali Caccia coincidono in parte con il territorio del Parco, queste ultime chiedevano da tempo di poter esercitare l’attività venatoria nell’ambito dell’area protetta, ai danni appunto degli ungulati “in esubero”, cioè Mufloni e Cinghiali. D’altra parte, gli amministratori del Parco, a ragione, hanno sempre escluso questa eventualità. Vi sono stati poi interventi di politici locali (ad es. il Sindaco di Marciana, proprio il Comune che in passato aveva consentito l’immissione dei Mufloni) che chiedevano a gran voce l’eliminazione delle “bestiacce” (ree di presentarsi di tanto in tanto nei centri abitati).

Quindi, una serie di pressioni che possono aver indotto il Presidente e il Consiglio del Parco a tagliare l’ormai intricato nodo gordiano con un deciso colpo di spada (o di carabina, se si preferisce): mufloni a morte, ma li uccidiamo noi, non voi cacciatori!

Da un punto di vista sia etico che tecnico, tale diktat è del tutto accettabile; resta però il fatto che solo i Mufloni pagheranno per una serie di gravissimi errori e responsabilità a cui sono del tutto estranei.

Inoltre, l’abbattimento dei capi non sarà certo senza conseguenze dal punto di vista economico: ci vorranno molti soldi della collettività e, inoltre, tale spargimento di sangue probabilmente convincerà molti turisti, soprattutto stranieri, a escludere l’Isola d’Elba dalle loro mete.

Stranamente, nessuno ha pensato di chiedere il parere delle maggiori Associazioni ambientaliste – solo Legambiente a quanto pare è stata coinvolta, dando parere favorevole. E questo ci deve far riflettere.

Chi dovrebbe pagare, e caro, per aver creato non solo questo problema, ma infiniti altri (immissione sconsiderata di ungulati alloctoni, come i cinghiali slavi, e non solo) sono le Associazioni venatorie, alle quali nessuno verrà mai a chiedere il conto. E perché? Perché anche loro sono animali da riserva… di voti. E questo i politici lo sanno benissimo.

 

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E se Asimov avesse visto il nostro futuro per davvero?

di Alberto Pestelli

New York è irriconoscibile: niente più torri e grattacieli, ma un’immensa metropoli coperta…

 

Isaac Asimov

Così inizia una delle tante quarte di copertina del famoso romanzo di Isaac Asimov “Abissi d’acciaio”. La sua popolazione, come nelle altre città di tutto il mondo, vive al coperto sotto un’immensa cupola d’acciaio, al riparo dalla luce, dall’aria esterna, al riparo dal sole che può bruciare la loro pelle delicata, dall’inquinamento delle industrie e da secoli di cecità umana.

L’umanità vive accalcata in abitazioni simili a nidi di vespa. Si ciba con lieviti insaporiti artificialmente in mense comuni. Anche i bagni sono collettivi…

Asimov ha immaginato una società pseudo-socialista per il suo romanzo. Società che ha condotto l’umanità al disastro demografico ed ecologico.

Abissi d’acciaio sembra quindi una profezia solo che, se un giorno vedremo tutto questo, la colpa non sarà solo del socialismo ma soprattutto del capitalismo senza più freni. Un capitalismo spudorato che ha e antepone ancora il presente del tutto e subito senza limiti al futuro dei propri figli… brutto dirlo, ma per il profitto tutto è sacrificabile, anche i figli!

Anche se limitato, l’accordo di Parigi, costituisce un passo davvero importante per salvare il nostro pianeta e, naturalmente, noi… l’umanità. Tutto si può migliorare anche senza chi non ha occhi e cervello! Basta volerlo… e la volontà sembra esserci dopo aver ascoltato le parole del governo cinese e indiano.

Forse non sarà Trump a far costruire la prima cupola nei tanto amatissimi Stati Uniti d’America… Con il suo sogno che tende a portare il primato della sua nazione su tutto il mondo, come se, sulla faccia della terra, contasse solo quel che fanno gli americani… gli altri sono solamente un disturbo per i suoi piani di novello oligarca!

Non costruirà la cupola su New York o su altre città americane ma potrebbe essere lui stesso a porre la prima pietra per sotterrare il futuro dell’umanità negli abissi d’acciaio al riparo dal sole, dall’aria irrespirabile, dalle malattie… i nostri pronipoti che cosa avranno in eredità dal suo capitalismo? Viaggiando nel futuro, come progettato dalla miopia spietata di certo potere e senza aver bisogno di tanta fantasia – un po’ concedetemela… – il sole diventerà un’entità astratta che potrà essere visto su qualche fredda immagine antica, l’aria sarà artificiale e riciclata, resa gradevole con qualche essenza ricavata dalla distillazione di composti organici aromatici policiclici derivati dal petrolio: si continuerà a inquinare anche sotto le cupole…

Il cibo avrà il gusto della segatura e ci saranno nuove malattie che potranno essere curate solo se si possiede un’assicurazione dai prezzi impossibili. Senza contare le patologie dell’anima: la paura di piombare nel vuoto di un’esistenza robotica e in fila per tre…

Una vecchia copertina di Abissi d’acciaio

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Il tradimento americano

Cari amici lettori è possibile scaricare l’articolo di Carlo Menzinger di Preussenthal nel formato PDF a fondo pagina.

IL TRADIMENTO AMERICANO

Di Carlo Menzinger di Preussenthal

La devastazione provocata dall’uomo e, soprattutto, dalla civiltà industriale sulla Terra non ha impatti solo sul clima, ma riguarda anche la deforestazione, la perdita di biodiversità, l’inquinamento dell’aria e delle acque, l’alterazione o distruzione degli ecosistemi, l’estinzione di migliaia di specie animali e vegetali, l’esaurimento delle risorse naturali.

Il surriscaldamento globale è, comunque, uno dei drammi più sensibili del nostro tempo. L’ottenimento di accordi internazionali come quelli di Kyoto e di Parigi per limitarne i danni e cercare di farne regredire gli effetti ci aiutano a credere che la nostra razza non sia del tutto folle, incosciente e criminale. Ogni popolo e Paese civile e dotato di sensibilità e cultura, è ormai oggi consapevole che solo mediante una collaborazione internazionale potremo salvare questo nostro pianeta malato.

Il primo giugno 2017 il Presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti d’America non parteciperanno più all’accordo sul clima di Parigi. La scusa è che gli accordi sono poco favorevoli agli Stati Uniti. Un passo indietro da parte di un Paese tanto importante su un simile tema è, oggettivamente pericoloso, allarmante come esempio per altri Paesi e del tutto vergognoso.

Chiudere pubblicamente gli occhi sui rischi ambientali è un autentico crimine politico. I danni che ne potranno derivare sono forse peggiori di un genocidio, sia perché le alterazioni climatiche possono renderci colpevoli anche di innumerevoli estinzioni di specie naturali che si troveranno private del loro clima abituale, sia perché i danni sulla stessa popolazione umana e sulle generazioni future sono inimmaginabili.

Che cosa prevede l’intesa di Parigi?

Secondo il sito della Commissione Europea, alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale.

L’accordo definisce un piano d’azione globale, inteso a rimettere il mondo sulla buona strada per evitare cambiamenti climatici pericolosi limitando il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC.

Con l’accordo di Parigi i governi hanno concordato di:

  • mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine;
  • puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici;
  • fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo;
  • procedere successivamente a rapide riduzioni in conformità con le soluzioni scientifiche più avanzate disponibili;
  • riunirsi ogni cinque anni per stabilire obiettivi più ambiziosi in base alle conoscenze scientifiche;
  • riferire agli altri Stati membri e all’opinione pubblica cosa stanno facendo per raggiungere gli obiettivi fissati;
  • segnalare i progressi compiuti verso l’obiettivo a lungo termine attraverso un solido sistema basato sulla trasparenza e la responsabilità;
  • rafforzare la capacità delle società di affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici;
  • fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno internazionale continuo e più consistente all’adattamento.

L’accordo, inoltre, riconosce:

  • l’importanza di scongiurare, minimizzare e affrontare le perdite e i danni associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici;
  • la necessità di cooperare e migliorare la comprensione, gli interventi e il sostegno in diversi campi, come i sistemi di allarme rapido, la preparazione alle emergenze e l’assicurazione contro i rischi:
  • il ruolo dei soggetti interessati che non sono parti dell’accordo nell’affrontare i cambiamenti climatici, comprese le città, altri enti a livello subnazionale, la società civile, il settore privato e altri ancora.

Essi sono invitati a:

  • intensificare i loro sforzi e sostenere le iniziative volte a ridurre le emissioni;
  • costruire resilienza e ridurre la vulnerabilità agli effetti negativi dei cambiamenti climatici;
  • mantenere e promuovere la cooperazione regionale e internazionale.

L’UE e altri paesi sviluppati continueranno a sostenere l’azione per il clima per ridurre le emissioni e migliorare la resilienza agli impatti dei cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. Altri paesi sono invitati a fornire o a continuare a fornire tale sostegno su base volontaria.

I paesi sviluppati intendono mantenere il loro obiettivo complessivo attuale di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 e di estendere tale periodo fino al 2025. Dopo questo periodo sarà stabilito un nuovo obiettivo più consistente.

L’accordo è stato aperto alla firma per un anno il 22 aprile 2016.

Per entrare in vigore, almeno 55 paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali dovevano depositare i loro strumenti di ratifica. Il 5 ottobre l’UE ha formalmente ratificato l’accordo di Parigi, consentendo in tal modo la sua entrata in vigore il 4 novembre 2016. Gli Stati Uniti nel 2016 rappresentavano da soli il 15% del pianeta. Con la Cina rappresentano il 45%. La loro uscita mette seriamente in crisi l’accordo e rende l’impegno cinese centrale, con evidenti ripercussioni.

La scelta di abbandono degli USA è dettata da considerazioni di tipo economico e da interessi specifici del Paese, dimostrando un forte miopia e un autolesionistico egoismo politico. La giustificazione di Trump è che “l’accordo negoziato da Obama impone target non realistici per gli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni, lasciando invece a paesi quali la Cina un lasciapassare per anni”. Trump uscendo dall’accordo non ha certo fatto un colpo di mano, ma ha semplicemente mantenuto una promessa elettorale. Per un ritiro totale dall’accordo parigino, però, ci vorranno quattro anni e quindi la decisione finale sarà presa dal popolo americano in occasione delle elezioni del 2020 e rimane la speranza che l’elettorato americano nel frattempo riacquisti coscienza delle proprie responsabilità.

L’America, però, votando Trump già sapeva che questa sarebbe stata la sua posizione sul clima. Il tradimento degli accordi per la salvaguardia del pianeta e del nostro futuro è, dunque, un tradimento americano, confrontabile con il recente tradimento degli ideali di pacificazione e di unità europea realizzato con la Brexit dalla Gran Bretagna. Rimane sempre la speranza che questi popoli si ravvedano e riportino i rispettivi Paesi sulla giusta rotta, ma oggi si può quasi dire che il mondo ha smesso di parlare inglese. Con la Brexit e l’uscita dagli accordi di Parigi la guida morale e culturale anglosassone è finita. Il secolo americano si è concluso. L’innamoramento del mondo, dell’Europa e dell’Italia verso la comunità anglosassone ha subito un duro colpo. L’America, che negli ultimi decenni aveva guidato gran parte del mondo tenendo alte le bandiere della Libertà e della Democrazia, si è oggi dimostrata incapace di reggere le più moderne bandiere della Solidarietà e della Difesa dell’Ambiente. L’Europa e il mondo traditi devono procedere senza più l’antico amante e trovare una nuova strada. Questo non vuol dire cercare un nuovo Paese guida, ma costruire finalmente una comunità internazionale europea e non solo che sia multietnica e multilinguistica e non più anglocentrica. A onore degli Americani, va detto che molte città e molti stati USA hanno subito dichiarato che nonostante la posizione del Presidente, andranno avanti con gli obblighi dell’accordo di Parigi. Persino la Gran Bretagna della May in fuga dall’Europa ha dichiarato che non rinuncerà ai propri impegni. Abbiamo, dunque, ancora una speranza che l’antico amore verso i Paesi anglosassoni possa salvarsi nonostante la Brexit e la nuova follia dell’America First.

La fuga di Trump, comunque, non basta in sé a far saltare l’accordo di Parigi. La Cina, che proprio l’America di Obama aveva convinto ad aderire, ha assicurato che proseguirà con l’Europa sugli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti, assumendo inaspettatamente una nuova levatura morale. L’Unione Europea e la Russia hanno confermato il loro impegno. Senza il secondo Paese più inquinante del mondo, raggiungere gli obiettivi, però, sarà assai più arduo e altri Paesi potrebbero essere indotti a seguire l’egoistico esempio americano.

Secondo wikipedia, il surriscaldamento climatico (per favore, non chiamiamolo più “global warming) è il mutamento del clima terrestre sviluppatosi nel corso del XX secolo e tuttora in corso. Tale mutamento è attribuito in larga misura alle emissioni nell’atmosfera terrestre di crescenti quantità di gas serra e ad altri fattori comunque dovuti all’attività umana.

Nel corso della storia della Terra si sono registrate diverse variazioni del clima che hanno condotto il pianeta ad attraversare diverse ere glaciali alternate a periodi più caldi detti ere interglaciali. Queste variazioni sono riconducibili principalmente a mutamenti periodici dell’assetto orbitale del nostro pianeta, con perturbazioni dovute all’andamento periodico dell’attività solare e alle eruzioni vulcaniche (per emissione di CO2 e di polveri).

Sempre secondo wikipedia, per riscaldamento globale s’intende invece un fenomeno di incremento delle temperature medie della superficie della Terra non riconducibile a cause naturali e riscontrato a partire dall’inizio del XX secolo. Secondo il quarto rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) del 2007 la temperatura media della superficie terrestre è aumentata di 0.74 ± 0.18 °C durante il XX secolo. La maggior parte degli incrementi di temperatura sono stati osservati a partire dalla metà del XX secolo con la distribuzione del riscaldamento climatico che non è uniforme su tutto il globo, ma presenta un picco massimo nell’emisfero settentrionale a partire dalle medie e alte latitudini fino al polo nord, più accentuato sulla terraferma che sui mari e oceani e un livello minore nell’emisfero sud, circondato dagli oceani, con la zona del polo sud con una tendenza opposta al raffreddamento. Sembrerebbe cioè esserci, anche a livello geografico, una correlazione stretta tra le zone più inquinanti del pianeta e gli incrementi di temperatura. Sarebbero, quindi, proprio i Paesi più industrializzati a generare l’innalzamento e a subirne le più immediate conseguenze.

Questo incremento medio globale sarebbe attribuibile all’aumento della concentrazione atmosferica dei gas serra, in particolare dell’anidride carbonica, dunque una conseguenza dell’attività umana, in particolare della generazione di energia per mezzo di combustibili fossili e della deforestazione, che genera a sua volta un incremento dell’effetto serra. L’oscuramento globale, causato dall’incremento della concentrazione in atmosfera di aerosol, blocca i raggi del sole, per cui, in parte, potrebbe mitigare gli effetti del riscaldamento globale. I report dell’IPCC suggeriscono che durante il XXI secolo la temperatura media della Terra potrà aumentare ulteriormente rispetto ai valori attuali, da 1,1 a 6,4 °C in più, a seconda del modello climatico utilizzato e dello scenario di emissione. E questo che l’accordo di Parigi cerca di impedire.

La temperatura media superficiale della terra al 2015

 L’aumento delle temperature sta causando importanti perdite di ghiaccio e l’aumento del livello del mare. Sono visibili anche conseguenze sulle strutture e intensità delle precipitazioni, con conseguenti modifiche nella posizione e nelle dimensioni dei deserti subtropicali. La maggioranza dei modelli previsionali prevede che il riscaldamento sarà maggiore nella zona artica e comporterà una riduzione dei ghiacciai, del permafrost e dei mari ghiacciati, con possibili modifiche alla rete biologica e all’agricoltura. Il riscaldamento climatico avrà effetti diversi da regione a regione e le sue influenze a livello locale sono molto difficili da prevedere. Come risultato dell’incremento in atmosfera del diossido di carbonio gli oceani potrebbero diventare più acidi.

2016: Estensione dei ghiacci artici rispetto al 1981

2016: Livello medio del mare, dati satellitari

Sempre secondo wikipedia, la comunità scientifica è sostanzialmente concorde nel ritenere che la causa del riscaldamento globale sia di origine antropica.

Dal 2014 la Cina ha superato gli Stati Uniti d’America come maggior Paese inquinante della Terra. Nel 2016 Pechino è, infatti, responsabile del 28,21% delle emissioni di gas serra. Gli USA sono colpevoli per il 15,99%. La Cina, però, è ancora indietro nel suo processo di sviluppo economico e parrebbe giusto chiedere a chi ha già elevati PIL pro capite ed elevati tenori di vita come gli americani, uno sforzo maggiore che quello richiesto a un Paese ancora in crescita. È questo che l’America di Trump non vuole accettare.

Mettendo le emissioni in rapporto con le popolazioni dei singoli Paesi, gli Stati occidentali e quelli del Golfo Persico risultano in cima alla lista dei maggiori produttori di emissioni di gas serra. Ogni abitante di Australia, Canada e Stati Uniti produce oltre 20 tonnellate di gas nocivi ogni anno, più del doppio rispetto ai cinesi.

Al terzo posto della classifica dei Paesi inquinanti nel 2016 troviamo l’India con il 6,24% e al quarto la Russia con il 4,53%. Seguono il Giappone con il 3,67% e la Germania con il 2,23%. La Corea pesa poi 1,75% e l’Iran l’1,72%. Se consideriamo l’Europa a 27 più la Gran Bretagna, l’UE sarebbe al terzo posto con il 9%.

Appare evidente quanto sia rilevante un apporto americano all’iniziativa.

Come dimostra il recente sorpasso cinese, la situazione è in continua evoluzione e i Paesi occidentali in passato hanno contribuito in modo assai più significativo. Se si calcolano i dati a partire dall’inizio della Rivoluzione industriale del XVIII secolo, secondo Rai News, gli Stati Uniti sono i principali produttori di gas serra nei settori industriale ed energetico, con il 28% del totale. Seguono la Cina al 9,9%, la Russia al 6,9%, il Regno Unito al 5,9% e la Germania al 5,6%.

Nel 1751, il primo anno in cui sono disponibili dati, sono state prodotte circa 11 milioni di tonnellate di biossido di carbonio in tutto il mondo. Negli anni ’60, il livello di CO2 era 1.000 volte superiore e nel 2015 sono state emesse a livello globale circa 36,2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio.

Secondo il rapporto IPCC (“Intergovernmental Panel on Climate Change”) “le emissioni pro capite nei Paesi altamente industrializzati restano in media cinque volte più alte che negli Stati meno ricchi”.

Secondo il sito di RAI News, la produzione di energia è la principale causa di emissioni di gas serra, circa un terzo del totale. Fra i combustibili fossili, a generare la maggiore quantità di inquinanti è il carbone, seguito dal petrolio e dal gas naturale.

L’agricoltura, la selvicoltura e altri tipi di sfruttamento del terreno rappresentano il 24% delle emissioni totali. Altri settori molto inquinanti sono i trasporti, che producono il 13% dei gas serra mondiali, e l’edilizia, con il 7%.

Secondo il V Rapporto dell’IPCC, AR5, “È estremamente probabile che l’influenza umana sia stata la causa dominante del riscaldamento osservato dalla metà del 20° secolo”. I cambiamenti osservati mostrano che il riscaldamento del sistema climatico è inequivocabile, e che dal 1950 molti dei cambiamenti osservati sono senza precedenti nei millenni trascorsi. L’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati, le quantità di neve e ghiaccio sono diminuite, il livello del mare è aumentato e le concentrazioni di gas serra sono aumentate. Ciascuno degli ultimi tre decenni è stato nell’ordine il più caldo sulla superficie della Terra rispetto a qualsiasi decennio precedente a partire dal 1850.

Nell’emisfero settentrionale il periodo 1983-2012 è stato probabilmente il trentennio più caldo degli ultimi 1400 anni.

Secondo il Comitato Scientifico della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, le emissioni pro capite cinesi sono ora circa alla pari con quelle dell’UE a circa 7 tC/py. Nel 2012, le emissioni di CO2 degli Stati Uniti sono diminuite del 4% e sono scese di oltre il 12% dal 2005. Le emissioni pro capite americane sono tuttavia molto superiori, pari a 16.4 tC/py, il peggior valore del pianeta.

In Cina le emissioni di pro capite sono pari a quelle europee, e quasi la metà degli Stati Uniti, le sue efficienza energetica è invece circa la metà degli Stati Uniti e dell’Europa, ed è pari a quella della Federazione russa. Il grande pacchetto di stimolo economico della Cina, finalizzato ad evitare un rallentamento della crescita economica durante la crisi globale, è all’esaurimento.

2016: Concentrazione della CO2 in atmosfera

Che cosa occorre fare? Innanzitutto, serve un grande sforzo collettivo della comunità internazionale per far capire al governo e al popolo americano le conseguenze della loro decisione di abbandono e invitarli a mantenere responsabilmente gli impegni presi. Poi, si dovrà ricercare una sempre maggior presa di coscienza in tutto il mondo delle esigenze di salvaguardia ambientale del pianeta, che come detto all’inizio non possono limitarsi alla difesa delle temperature e del clima, ma che devono considerare questo come un punto minimale di partenza per l’impegno comune di tutti i popoli e di tutte le nazioni di questo piccolo pianeta errante nella vastità dell’universo che è la nostra sola casa e dal quale non siamo in alcun modo in grado di fuggire o vivere senza.

Dobbiamo dire basta a tutti gli egoismi, alle America First e a tutte le forme di nazionalismo autoreferenziale. Al primo posto non deve essere mai un singolo Paese, ma l’intero mondo, il terzultimo pianeta viaggiando verso il Sole.

https://pianeta3.wordpress.com/2017/06/03/il-tradimento-americano/

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DONALD L’INQUINATORE E I LUPI IN TRAFERTA

Cari amici, dal 3 giugno è disponibile al download gratuito il numero 6, anno IV, Giugno 2017 della rivista l’Italia, l’Uomo, l’Ambiente. La rivista può essere scaricata dalla pagina “Scarica la rivista” o accedere ad essa cliccando sul link al termine dell’articolo del direttore Gianni Marucelli.

 

Donald l’inquinatore e i lupi in trasferta

Con un discorso confuso, ripetitivo e, in alcuni punti, evidentemente menzognero, il demagogo da quattro soldi che gli americani hanno voluto come Presidente ha decretato l’uscita degli U.S.A., secondo Paese inquinatore al mondo dopo la Cina, dallo storico accordo di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici, sottoscritto dal suo predecessore Barak Obama solo un anno e mezzo fa.

Pessima mossa politica di cui non sappiamo quanto Trump abbia valutato gli effetti a lungo termine, ma che per il momento isolerà ancor più gli Stati Uniti nel contesto dei Paesi occidentali e che determinerà un’ulteriore accelerazione della spirale della catastrofe ambientale cui stiamo assistendo.

Nessuno più, ormai, osa negare la realtà del cambiamento climatico, e che questo sia, almeno in buona parte, causato dall’eccessiva presenza di anidride carbonica e di altri inquinanti nell’atmosfera, così il Presidente ha rivoltato la frittata sostenendo che gli accordi di Parigi andavano a premiare chi l’ambiente lo inquina davvero (i Paesi asiatici, India e Cina in primo luogo) e a punire finanziariamente gli Stati Uniti che, poverini, sono sempre stati dei difensori della natura, e che ora sono pressoché sull’orlo della miseria per i miliardi di dollari che dovrebbero, secondo i patti, sganciare al Fondo Verde dell’ONU (e che adesso, ovviamente, resteranno in cassa).

Ho seguito in diretta la pantomima dell’inquilino della Casa Bianca, per circa quaranta minuti, dopo i quali ho deciso, in coscienza, di spegnere la TV e di rivalutare il Ministro Alfano come oratore.

Così, nel peggiore dei modi, si apre il mese di Giugno del 2017.

Ma non è finita.

Se Donald Trump sgancia l’atomica sulla questione dei cambiamenti climatici, qualche modesta bombetta viene lanciata anche in casa nostra.

Parliamo di “bomba” perché sempre di guerra si tratta, fatta con armi vere, e non, come vorremmo, con sistemi scientifici e incruenti.

Mentre, come abbiamo già riferito, l’Assessore all’Agricoltura e Foreste della Regione Toscana predica lo sterminio di quattro quinti dei Lupi presenti in questa bella terra, sostenendo che recano troppi danni agli allevatori, sempre in Toscana il Consiglio Direttivo del Parco Nazionale dell’Arcipelago delibera lo sterminio (termine tecnico: eradicazione) dei Mufloni di questa area protetta.

Motivazione: i Mufloni sono specie alloctona (ovverosia, li hanno immessi le associazioni venatorie nelle isole toscane, più di quaranta anni fa), quindi non compatibile con l’ambiente; si sono riprodotti troppo e minacciano la vegetazione spontanea ma, soprattutto (cosa che evidentemente sta più a cuore) i preziosi vigneti dell’Elba. I mufloni, attualmente, sono circa 600, localizzati nelle zone montuose dell’isola, e costituiscono una grande attrattiva per il turismo naturalistico.

È vero, sono troppi, ma il loro abbattimento costerebbe alla comunità qualche centinaio di migliaia di euro e danni di immagine non calcolabili.

Sono state avanzate proposte alternative, tese a trasferire gli animali nelle terre dove sono sempre stati (Sardegna e Corsica) e dove, anzi, potrebbero rimpolpare le popolazioni locali, in netta decrescita e in crisi di consanguineità, ma non sono servite. È certo che si è scatenato un putiferio, in cui l’Ente Parco non ci fa una gran bella figura.

Nessuno fino ad ora ha pensato a richiedere i danni, o comunque un sentito “mea culpa”, alle Associazioni venatorie, ree di aver creato questa situazione, come altre simili (i cinghiali “toscani” non esistono più, sostituiti da cugini slavi importati dagli stessi cacciatori in varie epoche); come nessuno ha pensato di avanzare una proposta “provocatoria”: notoriamente i Lupi adorano, per pranzo e cena, di preferenza il cinghiale e il muflone: un paio di branchi (o, come ora è corretto chiamarli, “gruppi familiari”) trasferiti dalla costa sull’isola, potrebbero alleggerire notevolmente, e in modo naturale, il problema. O no?

Per scaricare la rivista entra QUI

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