Firenze: un tocco di classe argentina

Articolo e intervista Di Gianni Marucelli

Non si tratta stavolta di qualcuno dei tanti calciatori che in anni lontani o recentissimi, hanno militato nella squadra della Viola (da Daniel Bertoni a Daniel Passarella, da Gabriel Batistuta a Gonzalo Rodriguez, tanto per citare alcuni nomi molto noti), bensì del solo ristorante “tipico” argentino presente nel capoluogo della Toscana, nonché uno dei pochissimi esistenti nella regione. Si chiama “Sette secoli” ed è sito proprio nel centro della città, in Via Ghibellina. di fronte a Teatro Verdi.

Per uno come me, che ha avuto uno zio nato a Buenos Aires e una zia che vi ha risieduto per tutta la vita, e che inoltre ama il tango e gli scrittori argentini (Borges in primis), non era possibile restare più a lungo senza visitare questo luogo, averne più notizie e gustarne (soprattutto) le specialità.

L’occasione mi è stata offerta da una serata musicale che il ristorante ha organizzato, protagonista la cara amica ed eccellente interprete di Tango cantato, Donatella Alamprese, sempre affiancata da quel gran musico che è il chitarrista Marco Giacomini.

Ho potuto così far conoscenza della “squadra” ottimamente assortita che ha fondato, dodici anni fa, il locale: i coniugi Willy e Monica Peta, la figlia Antonella (tutti rigorosamente boarensi) e il genero Filippo Franceschi, giovane e già affermato chef italiano.

Ne è nata una breve intervista, in cui Antonella ha parlato in nome di tutti e che cercherò di riassumere in questa pagina.

Intanto, perché il nome “Sette secoli”? Non mi pare abbia connessioni con l’Argentina…

Infatti. In realtà, vuole essere un omaggio a Firenze tramite il palazzo che ci ospita, che apparteneva a una nobile famiglia fiorentina che vi risiedeva appunto sette secoli fa, nel 1300.

Quali sono le caratteristiche della vostra cucina?

Per anni abbiamo aperto solo la sera, proponendo soltanto specialità argentine, che mamma Monica prepara seguendo la tradizione familiare; poi, avendo acquisito in famiglia un altro cuoco, mio marito Filippo, specializzato in cucina italiana, e dovendo estendere l’orario di apertura anche all’ora di pranzo, abbiamo scelto di abbinare, appunto, piatti italiani, che sono richiesti in particolare dai numerosi turisti stranieri.

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E i prodotti che utilizzate? Provengono dal territorio?

No, tranne poche cose, importiamo tutto dall’Argentina, a cominciare dalle carni che, come saprà, costituiscono la base della cucina nazionale. Vi sono poi i vini, che si stanno affermando a livello internazionale. Ci serviamo da tre Aziende, i cui vitigni sono in parte utilizzati anche qui, come il Merlot, altri sono autoctoni, come il Malbec. Essenzialmente, la cucina argentina è abbastanza semplice, quindi il principio di utilizzare solo ingredienti “originali” non è così complicato da seguire, come potrebbe essere invece per le cucine orientali.

Suppongo che la vostra clientela abituale sia principalmente fiorentina…

Sì, certo, anche se il tener aperto per pranzo ci assicura l’afflusso di un certo numero di turisti stranieri, essendo Via Ghibellina una direttrice strategica per giungere nel nucleo storico di Firenze.

Vi è poi la “colonia” di argentini residenti a Firenze, molti di essi vengono almeno una volta la settimana a riassaporare i piatti della terra d’origine. Il locale costituisce anche un punto di ritrovo, ad esempio per vedere insieme in TV le partite della nazionale biancoceleste.

Però avete deciso di aggiungere qualche altra attrattiva, non gastronomica.

Abbiamo cominciato da pochi mesi a sponsorizzare eventi, soprattutto di tipo musicale, ma non solo. Donatella e Marco sono stati i primi ad accogliere il nostro invito a esibirsi da noi, complice il fatto che il loro repertorio comprende anche il Tango. Li abbiamo già avuti da noi diverse volte.

Stiamo valutando anche altri tipi di intrattenimento. Dalla prossima settimana, avremo a dilettare il pubblico – anche e soprattutto i bambini – un bravo illusionista con i suoi allievi.

Infatti, i vostri volantini recitano: “ I 7 secoli – dinner & show” e più sotto “Il Rinascimento del grande Cabaret a Firenze”…

Abbiamo scoperto che i volantini sono tornati a essere una forma efficacissima di pubblicità…

A parte questo, Firenze è una città che non offre molto al pubblico non più giovanissimo, quello per intenderci che non frequenta le discoteche e che vorrebbe passare una serata tranquilla mangiando bene e assistendo a uno spettacolo di buon livello. Abbiamo pensato che potremmo contribuire a sopperire a questa carenza, aumentando al contempo la nostra clientela.

Mi sembra una buona idea! E adesso andiamo a testare “dal vivo” la vostra cucina…

L’intervista finisce qui, ma la parte migliore della serata mi attende nella tavernetta (quella che a Firenze un tempo si chiamava semplicemente “buca”) dove sono sistemati i tavoli e il buffet e dove si svolgerà anche il concerto. Gustiamo dunque le specialità argentine, dalle celebri panadas ai vari

tipi di tortillas, a ottime salse di accompagnamento, a salsicce dalla grana finissima e molto gustose;

giunge un risotto coi gamberetti – ma qui ci deve essere lo zampino di Filippo, lo chef italiano – leggermente piccante, che delizioso. I vini si rivelano, sia i bianchi che i rossi – davvero ottimi.

Chiudiamo con delle mele cotte e un altro dessert.

Quando Marco e Donatella iniziano lo spettacolo, siamo satolli.

Prima parte dedicata all’Italia, i grandi cantautori come De Andrè, Dalla, Luigi Tenco. Poi l’amatissimo Tango, il Tango nuevo di Astor Piazzolla, di Eladia Blazquez, di Saul Cosentino e di altri autori recenti (tra cui per i testi ricordiamo Marta Pizzo), ma anche quello più classico degli anni ’40 e ’50; tutte interpretazioni magistrali, alle quali Donatella ci ha abituato.

Salutiamo e ringraziamo tutti i membri della “squadra”. Usciamo a ora tarda, in una Firenze già tiepida di primavera.

E se volete provare anche voi: “7 secoli” – Via Ghibellina 140 – tel. 055 245205

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Recensione: Chi non muore, un romanzo di Vincenzo Galati

A cura di Alberto Pestelli

Non molto tempo fa ho letto un libro scritto da un giovane autore genovese, amico di due carissimi amici editori. Il volume in questione di Vincenzo Galati era un giallo: Lo strano mistero di Torre Mozza, uscito per Onirica edizioni nel 2011. Un libro che mi ha fatto aprire un nuovo orizzonte: quello del thriller. Personalmente mi ero già cimentato in un giallo un anno prima (I galli di Castel de’ Doddi – 2010) editato per Ilmiolibro.it. Un giallo nato, così, quasi per caso, solo per provare se anch’io avevo la vena del giallista. Quando ho letto il bellissimo libro di Vincenzo, ho capito che avevo molto da lavorare in tal senso. Torre Mozza è un romanzo che mi ha appassionato a tal punto da riprovare qualche anno più tardi con il primo volume della serie di gialli dell’Etrusco tra i Nuraghes (2017).

Ma veniamo al punto… nel 2016 Vincenzo Galati pubblica per Eclissi editrice un nuovo giallo dal titolo Chi non muore. Ci siamo incontrati, dopo tanto tempo, alla fiera del libro di Firenze (febbraio 2017). L’ultima volta che ci eravamo visti fu a Castiglioncello ad Una cena con delitto, dove l’autore, da bravo attore, impersonava il commissario Barbagelata (personaggio de Lo strano mistero di Torre Mozza). Ci siamo scambiati i nostri lavori.

Vincenzo, nel suo nuovo romanzo, ha lasciato Barbagelata in Toscana, trasferendo la sua maestria e inventiva nella sua città di origine: Genova. I protagonisti, questa volta, non sono poliziotti esperti, a volte fuori dalle righe e dalla grande intuizione. No, in Chi non muore, gli uomini di legge sono dei protagonisti importanti ma secondari. Il romanzo ruota intorno ad una simpatica e sveglissima signora di una settantina di anni: Olga. La donna, nonostante i suoi problemi legati all’età, non si risparmia nel ribellarsi ai soprusi di faccendieri e gente senza scrupoli. Costoro non esitano a usare qualsiasi mezzo per togliersi di mezzo alcuni anziani che abitano in un edificio che deve essere abbattuto per costruire un centro commerciale. Si fa aiutare da alcuni cari amici suoi coetanei in un’indagine che, man mano procede verso la verità, si rivela molto pericolosa per tutti i simpatici vecchietti.

Vincenzo Galati, con Chi non muore, ci ha regalato un altro bellissimo lavoro dove la suspense è sì importante ma, a parer mio, lascia molto spazio al caso umano, ai grandi problemi della vecchiaia, della solitudine, dell’abbandono. E nel leggere il romanzo, ho trovato una cosa molto particolare… la luce che ancora risplende nei cuori e negli animi di Olga e dei suoi amici. La volontà di essere ancora sul campo di battaglia… come se Vincenzo volesse far dire loro, in una specie di Cogito ergo sum: Penso, quindi sono… o meglio: ehi, noi ci siamo ancora, considerateci!

Un libro che rileggerò senz’altro e che consiglio agli amanti del giallo.

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Li mammi nuestri – Racconto in mesagnese con traduzione in lingua di Carmelo Colelli

Li mammi nuestri

Quandu nu piccinnnu o na piccinna erumu a nasciri era na festa pi tutti li vicini ti casa.

Ci capitava ti stati, ‘ntra casa staunu, la cristiana ca era a parturiri, la mmammara, mammasa, li suluri spusati e ‘ncuna vicina ti casa, fori alla strata ssittati vicinu allu bacchittoni, lu maritu e l’atri masculi ti vicinu casa.

Appena ca erumu nati ‘ndi mintiuvu ‘ntra li fassi e ‘ndi tiniuvu ‘mbrazzi comu pupazzi, ‘ndi cantauvu la ninna nanna, cuedda ca sapiuvu o vi rricurdauvu, tanti ti voti cu paroli mancanti o cangiati, ma a nui piacia lu stessu, tantu erumu piccinni, cu ‘ndi faciuvu ddurmesciri, ogni tantu ‘ndi tauvu puru la pupatedda.

La pupatedda la faciuvu cu nnu fazzulettinu biancu, intra ‘nci mintiuvu nu cucchiarinu ti zzuccuru, ttaccauvu lu fazzulettinu a nutu e vinia fori comu a nna pallina ca ‘ndi mintiuvu mmocca comu a nu ciucettu.

E passunu li ggiurni e puru l’anni!

V’azauvu la matina prestu cu faciuvu lu pani e a nui ca ‘nderumu fatti chiù grandi, ‘ndi faciuvu truvari li fucazzeddi cauti cauti.

Ti ‘nviernu, prima ancora cu lluciscia, ‘nturtigghiati ‘ntra lu fazzulittoni, cu lu fazzulettu ncapo e nu fangottu allu razzu, sciuvu a ccoghiri l’aulii, tannu li ccugghiuvu ‘nginucchiati nterra cu lli mani.

Tanti voti atu sciuti fori puru all’appeti, tanti atri voti va tu partuti ti casa ca la sciurnata era bona e vi nna tu turnati bagnati comu puricini.

Ti stati, inveci, vi nni sciuvu ancora chiù prestu, pirceni appena ccuminzava a llucesciri ieruvu a ccuminzzari a vindimari.

Sia ti stati ca ti ‘nvernu turnauvu ti fori quandu lu soli era già calatu e, tannu, pi vui ccuminzava ‘nnatra sciurnata ‘ntra casa, vi stancauvu ti la matina alla sera, ma no vi llamintauvu mai.

E passunu li ggiurni e puru l’anni!

La tumenaca non ci sciuvu fori, ma v’azauvu prestu lu stessu, vi vistiuvu cu nna vesta chiu megghiu e sciuvu a messa, quandu turnauvu la casa no pigghiava paci, la vutauvu sottasobbra, ieruvu a pulizzari ogni angulu e ogni cosa.

Pi la menzadia ti la tumenaca priparauvu lu sucu cu lli brascioli ttaccati cu l’azza e li purpetti ti pasturedda, la taula cu lla tuvagghia bianca, cuedda bona ti fiandra, la pasta sempri la stessa, ziti o mienziziti, quedda ca si vindia ‘ntra la carta blui, ticiuvu ca cu cuedda pasta lu sapori ti lu sucu si ssapurava megghiu.

La sera ti la tumenaca, ti stati assiumu tutti anziemi, sciumu alla villa, allu ioscu nni ccattaumu lu gelatu, lu morettu, e ‘ndi sa ssittaumu alli siggullini ti fierru, cuiddi ca simbraunu comu seggi ti lu cinama.

“Uè ma vogghiu lu palloni” e ndi ccattuvu lu palloni, “uè ma vogghiu lu cavadducciu ca camina” e ‘ndi ccattauvu lu cavadduccio ca caminava, a cuddu tiempu si vindiunu ‘ncerti cavadducci belli cu lli uarnamienti tutti culurati, cu lli rotelli sotta alli piedi, nui vagnuni tiraumu lu spacu e li faciumu caminari.

E passunu li ggiurni e puru l’anni!

Quanti voti ndatu fattu li magli ti lana e li corfi, cu lla lana ccattata ti lu marcatu o spilata ti atri magli e atri corfi, quanti voti n’atu rripizzati li quazi, quandu turnaumu a casa cu lli buchi alli scinocchi pirceni ndi nginucchiamu ‘nterrra pi sciucari a pallinni.

Tannu non c’erunu li palestri, la palestra nostra era la strata ca non era mancu sfaltata comu a moni, ma era ti petri e quandu cativi ti nni turnavi a casa, mmucatu, tuttu strazzatu e a voti puru tuttu zzangulintatu.

Quanti voti a tu paiatu li vitrini ca amu scascitu pi sciucari mmienzu alla strata cu llu palloni.

E passunu li ggiurni e puru l’anni!

Vamu visti chiangiri quandu amu partuti pi llu ssurdatu, o quandu cu nna valici ti cartoni, chiena ti tanti cosi, ndatu vistu partiri pi sci acchiari la fatia fori terra, a ‘nnatra nazioni.

Lu sapimu ca quandu rricivistuvo la prima cartullina vi facistuvu na capu ti chiantu, pi ogni parola, ca la figghia ti quedda ca abbitava ti costi casa, vi liggia.

“Cara matre, ti scrivo questi pochi richi per dirti che sono rivatu, lu viaggio tutto bene, io sto bene e cossi spero ti voi, un bacio vostro figlio Cocu.”

Pi sti quattru paroli a tu chiangiutu ggiurni e ggiurni interi.

Vamu visti chiangiri ma ti ggioia e piaceri, quandu ndatu vistu spusari, e quandu atu vistu nasciri li niputi vuestri.

Ti anni na nnu passati veramenti tanti!

Li capiddi vuestri, annu ddivintati tutti bianchi, la faccia che era bianca e rossa è ddivintata chiù scura pi corpa ti lu soli e ti la fatia ca atu fatta pi tant’anni mmienzu alla campagna, però quandu ‘ndi uardati, la facci vostra si llumana è diventa ancora chiù bedda, li uecchi vuestri parlunu suli suli e ‘ndi ticunu quantu beni ‘ndi vuliti.

Puru nui vi vulimu tantu beni e vi ringraziamu pi tuttu cuddu ca atu fattu.

Osci ca eti la festa ti la mamma, la festa vostra, facimu l’auguri a Vui ma puru a tutti l’atri mammi, pirceni tutti li mammi, ti quarsiasi parti ti lu mundu, volunu beni tutte alla stessa maniera.

Le nostre madri

Quando doveva nascere un bimbo o una bimba era una una festa per parenti e conoscenti.

Se capitava d’estate, nella casa della partoriente vi erano lei, la levatrice (ostetrica), la madre, le sorelle sposate e qualche vicina di casa, per strada seduti vicino al marciapiede, il marito e gli altri uomini vicini di casa.

Appena nati ci sistemavate nelle fasce e ci tenevate in braccio come dei pupazzi, ci cantavate la ninna nanna, quella che sapevate o vi ricordavate, tante volte con parole mancanti o cambiate, a noi piaceva lo stesso, tanto eravamo bambini, per farci addormentare, ogni tanto ci davate anche “la pupatedda” un ciucio fatto in casa: lo facevate con un fazzolettino bianco, all’interno ci mettevate un cucchiaino di zucchero, legavate il fazzolettino con un nodo e veniva fuori una pallina che ci mettevate in bocca.

E passano i giorni e anche gli anni!

Vi alzavate la mattina presto per fare il pane e a noi che eravamo più grandi, ci facevate trovare le focaccine calde.

D’ inverno, prima ancora che facesse giorno, avvolte in una grande mantella, con un fazzoletto sulla testa e un fagotto al braccio, andavate a raccogliere le olive, all’epoca si raccoglievano inginocchiate per terra con le mani.

Molte volte andavate anche a piedi, altre volte siete partite da casa che era una bella giornata e siete ritornate bagnate come pulcini.

D’estate, invece, andavate ancora prima, perché appena cominciava a fare giorno dovevate iniziare a vendemmiare.

Sia d’ estate che d’ inverno, tornavate dalla campagna quando il sole era già calato e, allora, per voi iniziava un’altra giornata di lavoro in casa, vi stancavate dalla mattina alla sera, ma non vi lamentavate mai.

E passano i giorni e pure gli anni!

La Domenica non andavate in campagna, ma vi alzavate presto lo stesso, vi vestivate con il vestito della festa e andavate a messa, quando tornavate la casa non prendeva pace, la rivoltavate sottosopra, dovevate pulire ogni angolo e ogni cosa.

Per il pranzo della Domenica preparavate il ragù con gli involtini legati con lo spago e le polpette di carne equina, la tavola con la tovaglia bianca, quella buona di fiandra, la pasta sempre la stessa, ziti o mezziziti, quella che si vendeva nella carta blu, dicevate che con quella pasta il sapore del ragù si poteva assaporarlo meglio.

La sera della Domenica, di estate si usciva tutti insieme, si andava a fare una passeggiata in villa, al chioschetto ci compravate il gelato, “il moretto”, e ci andavamo a sedere ai sedili in ferro, quelli che somigliavano alle sedie di un cinema.

“Mamma voglio il palloncino” e lo compravate, “mamma voglio il cavalluccio che cammina” e ci compravate anche il cavalluccio. Si vendevano dei cavallucci belli con briglie, collari e sella, tutti colorati, avevano delle rotelle sotto i piedi, noi li poggiavamo per terra e tirandoli con lo spago li facevamo camminare.

E passano i giorni e pure gli anni!

Quante volte ci avete fatto le maglie intime in lana ed i maglioni, con la lana comperata al mercato o ripristinata da altri maglioni, quante volte ci avete rammendato i pantaloni, quando tornavamo a casa con gli strappi alle ginocchia perché avevamo giocato, inginocchiati per terra, con le biglie di vetro.

Allora, non vi erano palestre, la nostra palestra era la strada che non era ben asfaltata come adesso, era in terra battuta e quando si cadeva si tornava a casa, sporchi, con gli abiti stracciati e, molte volte, con ferite sanguinanti.

Quante volte giocando a pallone si rompevano i vetri delle finestre dei vicini e voi … pagavate.

E passano i giorni e pure gli anni!

Vi abbiamo visto piangere quando siamo partiti per il servizio militare, o quando con una valigia di cartone, piena di tante cose, si partiva per andare a trovare lavoro fuori dal paese in un’altra nazione.

Lo sappiamo che quando riceveste la prima cartolina avete pianto tantissimo, per ogni parola, che la figlia della signora che abitava accanto a casa, vi leggeva.

“Cara matre, ti scrivo questi pochi richi per dirti che sono rivatu, lu viaggio tutto bene, io sto bene e cossi spero ti voi, un bacio vostro figlio Cocu.”

Per queste quattro parole avete pianto per giorni e giorni.

Vi abbiamo visto piangere di gioia e piacere, quando ci avete visto sposare e quando avete visto nascere i vostri nipoti.

Di anni ne sono passati veramente tanti!

I vostri capelli, sono diventati tutti bianchi, la faccia che era bianca e rossa è diventata più scura per colpa del sole e del duro lavoro che avete fatto per tanti anni in campagna, però quando ci guardate, il vostro viso si illumina e diventa ancora più bello, i vostri occhi parlano da soli e ci dicono quanto bene ci volete.

Anche noi vi vogliamo tanto bene e vi ringraziamo per tutto quello che avete fatto.

Oggi è la festa della mamma, la festa vostra, facciamo tanti auguri a voi e a tutte le mamme, perché tutte le mamme, in qualsiasi parte del mondo, amano alla stessa maniera.

Carmelo Colelli

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TUTTA LA FRANCIA IN UNA DONNA: FEMME, IL NUOVO SPETTACOLO DI DONATELLA ALAMPRESE

Di Gianni Marucelli

Il 22 Aprile scorso, al Teatro di Cestello a Firenze, ha avuto luogo la prima rappresentazione del nuovo spettacolo di Donatella Alamprese, accompagnata dal chitarrista Marco Giacomini e dal fisarmonicista Alessandro Moretti. In continuità con il precedente lavoro, presentato lo scorso anno, la cantante potentina (toscana d’adozione) centra la sua attenzione su quattro grandi artiste del Novecento, francesi per nascita o per militanza musicale, Josephine Baker, Juliette Greco, Dalida e la divina Edith Piaf. Un’idea “forte”, questa, non tanto per l’ appartenenza delle cantanti alla nazione transalpina, quanto per la comunanza della storia personale, per tutte assai tribolata e non scevra di passioni anche politiche e civili. Tra di esse, la sola ancora in vita, e fino a poco tempo fa in attività, è oggi – non tutti lo sanno   – quella Juliette Greco che fu la Musa dell’esistenzialismo negli anni ’50: da lei, interpretando le sue canzoni-simbolo, Donatella ha preso le mosse per iniziare il suo concerto, conquistando ancora una volta il pubblico con la sua voce straordinaria e con una presenza scenica che ha maturato, negli anni, una sicurezza e una verve comunicativa davvero fuori dal comune.

Se si considera che ad accompagnarla vi sono dei musicisti provetti quali Giacomini e Moretti, che hanno una volta di più dimostrato il loro spessore tecnico e interpretativo nei brani solo strumentali

eseguiti, non di rado sfiorando il virtuosismo, lo spettacolo non può che definirsi di grande livello, supportato com’è, tra l’altro, dalle cromatiche scenografie della brava Cecilia Micolano.

Toccante è stato l’omaggio alla sfortunata Dalida e, conseguentemente e contemporanemente, a Luigi Tenco (sono passati cinquanta anni da quella notte sanremese durante la quale si tolse la vita), ma forse l’acme del concerto può essere individuato nella eccellente interpretazione delle immortali canzoni di cui Edith Piaf fu l’interprete, da La vie en rose a Jai ne regrette rien.

Pubblico numeroso ed entusiasta, che ha tributato agli artisti una vera ovazione al termine dello spettacolo.

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Piemonte: IN GITA ALLE ISOLE BORROMEE DEL LAGO MAGGIORE

di Alessio Genovese

 

 

Secondo per superficie solo a quello di Garda, il lago Maggiore è senz’altro pieno di fascino e di cultura. La bellezza della natura va assolutamente a braccetto con la storia cinque e seicentesca del nostro paese. Nella parte media ed occidentale del lago si trova lo scenografico golfo che ospita le famose isole Borromee che noi abbiamo scelto di visitare partendo da Pallanza, località prevalentemente turistica che appartiene a Verbania. Per i veloci spostamenti da una isola all’altra abbiamo scelto il mezzo più comodo e conveniente, ovvero il traghetto della Compagnia di “Navigazione lago Maggiore” che rappresenta il servizio pubblico locale. Con un unico biglietto del costo di poco più di 20€ è possibile spostarsi da un’isola all’altra per poi fare ritorno al luogo di partenza. Il biglietto ha una validità giornaliera e ti consente di visitare le isole in base ai ritmi ed alle disponibilità di tempo di ciascuno. La frequenza delle varie corse, nel periodo che va da aprile ad ottobre, è di circa trenta minuti dalla prima mattinata al tardo pomeriggio.

                         In circa 10 minuti da Pallanza si giunge all’Isola “Madre”, che ospita un palazzo cinquecentesco immerso in un incantato giardino all’inglese. Prima di arrivare all’isola, man mano che ci si allontana dalla costa si rimane colpiti dal profilo dei monti che sovrastano il lago e che in queste prime giornate di maggio sono ancora coperti di neve nelle vette più alte. Il tutto ovviamente rende ancora più suggestivo il paesaggio. L’isola “Madre”, chiamata così o per il ruolo di preminenza rispetto alle altre due o in onore della madre del conte Renato, fra le tre isole Borromee è quella più incontaminata e soprattutto meno edificata, dal momento che oltre al palazzo vi sono soltanto un piccolo ristorante ed un bazar nel punto dove attraccano i taxi d’acqua. Per accedere al palazzo ed al bellissimo giardino, in cui risaltano numerosi pavoni bianchi, fagiani dorati ed altri uccelli, occorre pagare un ticket che volendo, con un’aggiunta, può ricomprendere anche l’ingresso al monumentale palazzo barocco presente nell’isola “Bella”. Le due visite valgono veramente il costo del biglietto.

Per accedere al palazzo occorre attraversare il giardino all’inglese, curato in ogni minimo dettaglio ma che ha molto risentito della tromba d’aria che si è abbattuta in tutta la zona nel 2006 e che addirittura ha sollevato dal suolo l’imponente cipresso del Cashmir, proveniente dall’Himalaya nel lontano 1562. Con un’alta opera di ingegneria e botanica, eseguita dai giardinieri, è stato ripiantato al suolo e sostenuto da dei tiranti. Il suo salvataggio è stato quanto mai provvidenziale, dal momento che tale specie botanica risulta essere in estinzione anche nel suo habitat naturale.

Il palazzo, che ha ospitato nel tempo personaggi illustri ospiti dei Borromeo, è diventato un museo che raccoglie nelle sue stanze arredi provenienti da varie dimore di questa famiglia, che ha legato il proprio nome a tutta l’isola dai primi anni del ‘500. Il palazzo, a partire dal XVI e XVII secolo, ha ospitato molti membri della famiglia ed anche personaggi importanti. Molto curiosa ed interessante è la sezione dedicata ai teatrini delle marionette di casa Borromeo, che hanno intrattenuto la famiglia, gli amici e la servitù.

Con un traghetto successivo, dopo aver fatto un rapidissimo scalo nella frazione di Baveno, raggiungiamo sempre in pochi minuti l’Isola dei “Pescatori” che è quella divenuta maggiormente turistica e dove è piacevole passeggiare lungo gli stretti vicoli caratterizzati dai numerosi ristoranti, da alcuni laboratori di ceramica e soprattutto da numerosi bazar che intrattengono volentieri i molti turisti provenienti anche dall’estero, Germania, Svizzera e Francia in primis. Abbiamo approfittato di questa tappa per rifocillarci con un buon panino ed una bottiglietta di acqua acquistati in un mini market. Nel frattempo, come da previsioni, ha incominciato a piovere e ci siamo affrettati a prendere il primo traghetto utile alla volta dell’ultima tappa, ovvero l’isola “Bella”, che è quella che si trova più vicina a Stresa, nota località caratterizzata da lussuosi Grand Hotel, forse non accessibili a tutti i portafogli.

L’Isola “Bella” porta in sé le caratteristiche di entrambe le isole precedentemente visitate, in quanto è costituita sia da un palazzo barocco con annesso lussureggiante giardino, sia da numerosi locali commerciali che si sviluppano lungo il bordo orientale dello stesso giardino. Sono numerose le opere d’arte ospitate nel palazzo, il quale è rimasto incompiuto rispetto alle idee iniziali del suo principale architetto. Il giardino si sviluppa su una serie di terrazze poste ad altezze diverse e caratterizzate da numerose statue, obelischi e scalinate. Nelle terrazze più alte si gode di un’ottima visuale sul blu del lago. Ciò che domina di più è senz’altro il teatro Massimo, nato per fare da cornice per le grandi feste che si tenevano in giardino e animato un tempo da grandiosi giochi d’acqua. Ma siccome l’intento di questo articolo è soltanto quello di destare l’interesse e la curiosità dei lettori che non hanno già visitato le isole e non di annoiarli, ci fermiamo qui con le descrizioni e rimandiamo ad un’esperienza diretta per per approfondirne la conoscenza e soprattutto per vivere le emozioni che abbiamo assaporato noi durante questa bella gita.

Alessio Genovese

Galleria fotografica – © Alessio Genovese 2017

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Modifiche ignominose apportate in Senato alla Legge quadro sui Parchi e Aree Protette

Era nell’aria, e come avevamo già segnalato sulle pagine di questa rivista, il Senato ha approvato delle modifiche alla Legge 394/91, relativa alla gestione dei Parchi e Aree protette, che di fatto costituisce un vero e proprio attacco contro l’ambiente del nostro già vessato Paese: la classe politica attuale si dimostra totalmente inadeguata, non solo riguardo ai temi economici e sociali, ma anche rispetto a quelli ambientali, che, come tutti sappiamo, rappresentano il cardine del futuro delle prossime generazioni.

Un Convegno, organizzato da molte associazioni ambientaliste, e svoltosi a Trento, ha fatto il punto sulla sciagurata e vergognosa decisione presa, a maggioranza, dalla Camera Alta del nostro Parlamento. Ovviamente, esistono lodevoli eccezioni al pressapochismo di gran parte dei Senatori, e non ci esimeremo in futuro di fare nomi e cognomi di chi, con decisione e impegno, sostiene le ragioni della Natura.

Di seguito riportiamo interamente il documento approvato dal Convegno di Trento, auspicando che possa rappresentare il punto di partenza di una riscossa delle ragioni (e della Ragione) dei difensori dell’ambiente.

Gianni Marucelli

Esiti del convegno nazionale sul futuro delle aree protette italiane, Trento 5 maggio 2017

Il convegno di Trento del 5 maggio 2017 “A cosa servono i Parchi”, inserito nell’ambito di Trento Film Festival con le celebrazioni in onore di Renzo Videsott, pioniere della conservazione della natura, ha visto una partecipazione appassionata, qualificata e purtroppo spesso indignata. Il convegno è stato organizzato dall’Unione Bolognese Naturalisti, Federazione Nazionale Pro Natura, C.I.P.R.A., Mountain Wilderness, Società per la storia della fauna “Giuseppe Altobello”, Associazione Amici Parco Nazionale Gran Paradiso, Società Italiana Scienze della Montagna, Associazione Appennino Ecosistema, Museo delle aree protette “Mario Incisa della Rocchetta” di Camerino, Associazione nazionale Italia Nostra Sezione di Trento, Accademia degli Accesi di Trento,

Tra gli obbiettivi più importanti del convegno c’era quello di fare il punto su quanto sta accadendo in Parlamento ai danni della Legge Quadro sulle Aree Protette, la 394 del 1991, la “piccola costituzione delle Aree Protette”.

A Giorgio Boscagli (coordinatore assieme a Francesco Mezzatesta del Gruppo dei 30, un movimento di autorevoli figure del mondo della conservazione della Natura, animate da passione civile e indignate per la vera e propria demolizione dei principi-cardine della legge) era stato affidato il compito di relazionare sul tema. Quella che segue è la sintesi, in 10 punti essenziali, della sua relazione largamente condivisa dai partecipanti al convegno. Il documento del Gruppo dei 30 subito dopo l’approvazione in Senato (9.11.2016) evidenzia un panorama generale di disattenzione rispetto ai bisogni veri dei parchi e di scarsa consapevolezza dei risultati di 25 anni di applicazione della Legge Quadro. Il nefasto progetto di legge è passato in Senato contro il parere di tutte le associazioni ambientaliste italiane: si vuole abbassare la tutela del patrimonio naturale del Paese a favore dei potentati locali, eliminando di fatto l’indipendenza dei parchi nazionali e il loro ruolo di barriera contro gli interessi delle lobbies, mentre gran parte della politica sembra avere perso di vista gli interessi generali del Paese soprattutto nel campo del consumo di suolo.

Ecco le 10 fra le peggiori misure e omissioni della cosiddetta “riforma” della legge 394/91 (il p.d.l. 4144 della Camera dei Deputati, detto Caleo dal nome del suo relatore al Senato):

1) Per la nomina del Presidente non si chiede più alcun titolo concernente la conservazione della Natura, che è la “missione” dei Parchi, ma solo una generica “esperienza nelle istituzioni, nelle professioni, ovvero di indirizzo o di gestione in strutture pubbliche e private”. Un modo ambiguo per dire che saranno privilegiati i titolari di carriere politiche che non si sa più dove collocare!

2) Il Direttore, figura centrale della gestione, non sarà più scelto in base alle competenze naturalistiche e culturali, ma secondo una non meglio precisata “esperienza professionale di tipo gestionale”; e non sarà più nominato dal Ministro dell’Ambiente in un elenco di esperti (che esiste, pur non aggiornato da anni e che si vorrebbe abolire!) ma dal locale Consiglio direttivo, di fatto dal Presidente del Parco che sceglierebbe il Direttore tra i suoi yesmen. Come se alla direzione dei grandi musei italiani mettessimo un bravo ragioniere, purché dica “signorsì”;

3) Gli agricoltori entrerebbero a far parte dei consigli direttivi. E allora perché non i 100 altri soggetti economici presenti nei Parchi? Sembra un modo come un altro per modificare subdolamente la rotta delle Aree Protette e spingerle verso una logica di impresa pura, in aperta contraddizione con la loro missione istituzionale;

4) Le attività economiche presenti nei Parchi con impatto sull’ambiente, come gli impianti di estrazione di idrocarburi o di captazione delle acque, pagherebbero royalties, decretando in tal modo la fine dell’indipendenza dei parchi stessi: si può ben immaginare che sensibilità sul tema avrebbe un Presidente che viene dalla politica locale!

5) All’interno dei Consigli direttivi le componenti scientifica e conservazionista (già oggi fortemente ridotte rispetto all’originaria composizione) diminuirebbero ancora a favore dei portatori di interessi locali o diretti.

6) Tra le omissioni più gravi: nulla si dice circa il necessario potenziamento della sorveglianza, totalmente insufficiente all’interno delle aree protette;

7) E ancora no comment sull’altra situazione totalmente ignorata e ai limiti dell’esplosione: il problema delle dotazioni organiche, letteralmente ridicole in almeno 19 parchi nazionali sui 23 esistenti e tali da comprometterne la funzione;

8) Sul Parco Nazionale del Delta del Po, che assieme alla Camargue è la più importante area umida del Mediterraneo, citiamo: “ il mancato raggiungimento dell’intesa tra Regioni precluderebbe l’adozione di un decreto sostitutivo del Governo”. Leggasi: non si farà mai!

9) Fumosa ed evanescente la trattazione del tema attività venatoria: modificando la legge nelle cosiddette “aree contigue” ai parchi (l’art. 32 della storica legge 394/91: uno dei tanti articoli volutamente inapplicati) la caccia sarebbe permessa anche a cacciatori provenienti dall’esterno senza definire in alcun modo il “carico venatorio massimo” (unico criterio realistico di moderazione di impatto). Mentre la gestione faunistica – confusa con il controllo della fauna – viene affrontata in un modo del tutto superficiale e irrealistico.

10) Del tutto aggirato e disatteso il principio (presente nella 394/91) della completa omologazione delle aree marine protette ai parchi nazionali, lasciandole invece in una situazione di indeterminatezza e in balia di improbabili consorzi di enti locali con “briciole” spacciati per “fondi”.

CONCLUSIONI. È difficile pensare che un progetto di legge sia totalmente negativo, pensato in contrapposizione a quelle che sono le reali esigenze della “fetta di Paese” che andrà a regolamentare. Qua e là nel progetto di riforma qualcosa di accettabile c’è pure. Ma un auspicio lo si può esprimere, stante la grande contrapposizione manifestata nel Paese contro il nefasto progetto di legge – ai limiti della indignazione civile. Le cose più giuste, ragionevoli e opportune sarebbero, a giudizio del Gruppo dei 30 e dei partecipanti al convegno:

  • Sospendere pro-tempore e con assoluta urgenza la discussione in Parlamento dell’attuale progetto di riforma;
  • Indire immediatamente e tenere nei tempi più brevi possibili la 3^ Conferenza nazionale sulle aree protette (che manca da 15 anni!) prevedendo la partecipazione attiva di tutte le componenti dei Parchi, a partire da chi ci lavora;
  • Prevedere una rilevazione “sul campo” dei bisogni e delle condizioni, almeno in tutti i parchi nazionali italiani e almeno in un rappresentativo campione delle diverse aree protette regionali, da parte delle Commissioni Ambiente di Camera e Senato (per la 394 questo fu fatto, e ora?).
  • Tornare a una non frettolosa audizione nelle Commissioni di tutte le componenti titolari di esperienze utili nella gestione delle aree protette;
  • Una revisione profondissima del testo attuale del progetto di legge alla luce dei risultati di quanto sopra.

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Comunicato stampa delle varie associazioni relativo alla richiesta alla Unione Europea di modificare la Politica Agraria Comune

Pubblichiamo il comunicato stampa della Federazione Nazionale Pro Natura e delle altre importanti Associazioni, relativo alla politica agricola comunitaria. Inoltre è possibile scaricare il comunicato stampa nel formato PDF direttamente da questa pagina.

ASSOCIAZIONE MEDICI PER L’AMBIENTE – AIAB

ASSOCIAZIONE AGRICOLTURA BIODINAMICA – FAI – FEDERBIOLEGAMBIENTE – LIPU – PRO NATURA – WWF

Comunicato stampa

260.000 CITTADINI EUROPEI CHIEDONO ALLA COMMISIONE EUROPEA UNA RIFORMA RADICALE DELLA POLITICA COMUNITARIA

Chiusa ieri la grande consultazione sul futuro della Politica agricola comune (Pac): dall’Italia oltre 33 mila firme

 

Un messaggio forte e chiaro è arrivato oggi alla Commissione europea: la Politica agricola dell’Unione europea deve essere cambiata in modo radicale.

È quanto hanno chiesto 260mila cittadini e più di 600 organizzazioni della società civile e imprese che hanno partecipato alla consultazione pubblica, indetta dalla stessa Commissione Europea, sulla Politica agricola, che si è conclusa ieri 2 maggio.

La grande mobilitazione è stata lanciata da Wwf Europa, BirdLife Europa e European Environmental Bureau tramite la campagna Living Land, (www.living-land.org) e ripresa in Italia da nove associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica e biodinamica, che hanno contribuito, tramite il sito www.cambiamoagricoltura.it alla campagna europea con 33mila firme: Associazione Medici per l’ambiente, Aiab, Associazione agricoltura biodinamica, Fai, Federbio, Legambiente, Lipu, Pronatura e Wwf.

250mila cittadini, e 600 tra organizzazioni e imprese, che includono ambientalisti, agricoltori biologici, associazioni di promozione sociale, di attenzione alla salute umana e al benessere degli animali, chiedono all’Europa una Politica agricola europea che protegga il clima e l’ambiente, sia equa per agricoltori e consumatori, e garantisca una produzione di cibo sana e sostenibile.

Il messaggio è chiaro – dichiarano Associazione Medici per l’ambiente, Aiab, Associazione agricoltura biodinamica, Fai, Federbio, Legambiente, Lipu, Pro Natura e WwfI cittadini europei vogliono che i loro soldi vengano investiti a favore di un’agricoltura sostenibile e delle comunità rurali, che preservi le risorse naturali e le specie. È una istanza che la Commissione europea dovrà tradurre in una nuova ambiziosa politica che rimetta in salute la biodiversità, gli ambienti naturali e i paesaggi erosi da pratiche intensive e abuso di pesticidi e fertilizzanti”.

La Politica agricola comune, che impegna il 40% del budget dell’Unione europea, è da sempre un pilastro del sostegno alla produzione agroalimentare europea, ma nonostante i correttivi introdotti nel tempo essa continua a sostenere la produzione secondo modalità insostenibili, per l’ambiente e per le stesse comunità rurali.

Un’agricoltura che è responsabile della perdita di biodiversità in Europa, con la scomparsa di specie come gli uccelli tipici degli ambienti agricoli e le api, del degrado e dell’erosione dei suoli, oltre che del continuo calo di occupati e di imprese attive nel settore.

Numerose evidenze mostrano come le nostre aree rurali hanno perso più del 58% dei loro uccelli tipici dell’ambiente agricolo, e inoltre il 24% dei bombi e altri insetti impollinatori, sono minacciati di estinzione, con enormi perdite a livello economico.

La crescente intensità delle lavorazioni agricole e il continuo impiego di sostanze chimiche di sintesi sono poi responsabili di fenomeni sempre più preoccupanti di contaminazione delle acque e di degrado ed erosione dei suoli. In Europa quasi il 10% dei suoli agricoli è affetto da fenomeni di erosione che, se non arrestati, portano alla perdita completa di fertilità, mentre il degrado della sostanza organica dei suoli causato dall’agricoltura intensiva causa emissioni di gas serra per oltre 100 milioni di tonnellate/anno.

La Pac inoltre fallisce nel sostenere l’economia e il lavoro nelle aree rurali: tra il 2007 e il 2013, circa il 20% degli impieghi nel settore agricolo sono andati persi, e molti altri piccoli agricoltori sono stati espulsi dal mercato.

La Commissione europea presenterà i risultati della consultazione pubblica in una conferenza a Bruxelles il prossimo 7 luglio e pubblicherà una Comunicazione sul futuro della Pac prima della fine del 2017. La nuova Politica agricola comune dovrà essere implementata in tutti gli Stati membri entro il 2021.

Roma, 3 maggio 2017

 

 

 

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Pillole di meteorologia – Le previsioni di Maggio

Di Alessio GenoveseL’ultimo aggiornamento di questa rubrica risale alla seconda parte del periodo invernale, quando per la primavera si ipotizzavano per buona parte del nostro paese delle precipitazioni anche superiori alla norma o comunque abbondanti. In realtà, fino a tutto il periodo pasquale le occasioni per incrementare le falde acquifere sono state molto poche, soprattutto nel nord Italia dove, a incominciare dal dato inconfutabile del basso livello dei laghi, ci si è incominciati a preoccupare in vista della stagione estiva. Poi pian piano, da metà aprile in avanti, la situazione ha iniziato lentamente a cambiare con i primi quantitativi di pioggia. Fa un po’ senso parlare di rischio siccità al nord e non al sud, il quale negli ultimi inverni ha ricevuto molte più precipitazioni anche nevose rispetto a quanto avvenuto al settentrione. In realtà, le cose potrebbero presto prendere una piega di maggiore normalità, sia nel breve termine che nel lungo.

Il lago di Garda presso Torbole (Trento)

Per quanto riguarda il mese di maggio, per buona parte della prima metà dovremmo avere, per il dispiacere degli amanti delle gite fuori porta come il sottoscritto, ripetute occasioni per piogge abbondanti il tutto il centro-nord del paese, per intenderci dal Lazio in su, con qualche sconfinamento occasionale in Campania. Già il primo maggio abbiamo avuto piogge molto importanti, soprattutto su Piemonte e Liguria di ponente. ma dal 03 in poi le occasioni si dovrebbero estendere a tutto il centro Italia. Una nuova perturbazione, anche intensa, è prevista poi a partire dal primo fine settimana del mese, con coinvolgimento delle stesse zone. Anche per il proseguo del mese, al momento, i principali modelli fisico-matematici utilizzati a livello mondiale per le previsioni non prevedono una stabilizzazione delle condizioni meteo per tutto il centro-nord. Al contrario il tempo, per tutto il periodo preso in considerazione, dovrebbe risultare molto più soleggiato al centro-sud con temperature ben più gradevoli di quelle che si registreranno al nord.

Vogliamo vedere un lato positivo delle cose? Con le piogge previste nelle prossime due settimane dovremmo evitare un’estate senza scorte d’acqua per tutte le pianure del nord, ed inoltre le abbondanti nevicate che si sono avute dalla metà di aprile in poi, a quote anche medio-basse nelle Alpi, dovrebbero aiutare i ghiacciai a difendersi meglio, sempre in vista della stagione estiva. Inoltre altre nevicate sono previste da subito fino a circa il 10-12 di maggio. Le temperature in effetti, dopo essere state abbondantemente sopra media da febbraio a metà aprile, ora sono rientrate in media e localmente anche al di sotto, almeno al centro-nord. In base alle previsioni attuali è difficile pensare che maggio, al contrario di quanto avvenuto soprattutto a febbraio e marzo, faccia registrare delle temperature molto sopra media. Per come la natura ci ha abituato negli ultimi anni non è però da escludere che entro la fine del mese possa farci la sua prima visita stagionale l’anticiclone africano; ad ogni modo le prime ipotesi per la stagione estiva non sono così roventi. Al contrario, ci sarà da preoccuparsi di non avere una stagione troppo instabile. Il mese di maggio poi viene considerato da molti come importante elemento di osservazione rispetto a quanto potrà poi accadere durante la prossima stagione invernale. Alcuni esperti, che frequentano i forum presenti in rete, iniziano a scorgere, a incominciare dalle diverse anomalie nelle temperature delle acque superficiali degli oceani, dei segnali per una svolta rispetto a quanto avvenuto negli ultimi quattro anni e quindi a un rientro a condizioni di maggiore normalità, con più episodi di freddo e neve al centro-nord. Ma di questo ne riparleremo più avanti. Buon mese di maggio a tutti i nostri lettori.

Alessio Genovese

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