UN ALTRO BARBARO DELITTO

Di Gianni Marucelli

 Non possiamo non definire in questi termini la notizia, pervenutaci mentre licenziavamo le bozze del numero di maggio della nostra rivista del ritrovamento, avvenuto il 28 aprile, di un esemplare di Lupo, ucciso e scuoiato, appeso a un cartello stradale presso Suvereto, in provincia di Grosseto.

Una palese provocazione nei confronti dell’opinione pubblica e delle Forze dell’Ordine, in particolare Carabinieri Forestali e Polizie Provinciali, che si battono per contrastare le uccisioni illegali, più volte accadute in Toscana, ma anche altrove, negli ultimi anni.

Unanime è stato lo sdegno sui mass media, un’associazione (la AIIDA) ha stanziato una taglia di Euro 30.000 sui colpevoli.

Ma al di là delle manifestazioni pubbliche di condanna, ci sembra di dover evidenziare alcuni fatti:

  1. La persecuzione cui è sottoposto il Lupo va di pari passo con la reazione, a volte scomposta, delle frange più estremiste delle Associazioni degli allevatori, che denunciano gli attacchi alle greggi e non si accontentano più dei risarcimenti assicurati dai regolamenti regionali;
  2. Nessun bracconiere è finora mai stato arrestato e punito, anche se appare evidente che, in molte zone, i nomi siano conosciuti dalla gente. Si tratta di un fenomeno omertoso, sul quale bisognerebbe ragionare e intervenire, con un’opera di educazione e di prevenzione.
  3. Almeno in Toscana, l’uccisione dei Lupi è di fatto stata più volte auspicata pubblicamente dall’Assessore della Regione Toscana Mauro Remaschi, che ha anche dichiarato, in sede di Commissione Consultiva della Regione Toscana, che bisognerebbe ridurne drasticamente il numero (ovvero abbatterne cinque su sei). La dichiarazione è agli atti e sfidiamo Remaschi a smentirla.
  4. Tale atteggiamento, gravissimo in quanto implicitamente invita a delinquere, non può essere avulso da quanto è accaduto più volte in provincia di Grosseto, compreso l’incidente del 28 Aprile. Sottolineiamo come, sempre in sede di Commissione Regionale, le dichiarazioni del creativo Remaschi siano state implicitamente ma severamente criticate dal Comando Regionale dei Carabinieri e dalle Polizie Provinciali di Lucca e Livorno (vedi i verbali della successiva riunione consiliare).

In questo momento, nel quale le Associazioni ambientaliste si sono più volte dichiarate disponibili al confronto per risolvere il conflitto “allevatori/presenza del Lupo”, esprimendo comprensione per le Aziende agro-silvo-pastorali che possono essere colpite e danneggiate dagli attacchi del predatore (ma soprattutto degli ibridi e dei cani rinselvatichiti), e si cercano punti di convergenza sui quali lavorare insieme, anche alle autorità locali (Regione in primis), la sventatezza provocatoria dell’attuale Assessore all’Agricoltura e Foreste appare non solo fuori luogo, ma dannosa per la comunità e l’ambiente.

Ne chiediamo pertanto le dimissioni immediate dall’incarico.

Il Direttore – nonché Presidente di Pro Natura Firenze e Pro Natura Toscana.

Gianni Marucelli

Lupo ucciso e scuoiato a Suvereto (Toscana) il 28 aprile 2017 – Perdonateci per la crudezza dell’immagine, ma è giusto far vedere di che cosa è capace la nostra specie che uccide solo per il piacere di uccidere…

 

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Firenze: piazza dei Ciompi e metodo Montessori

Paola Capitani

Nel quartiere degradato del centro storico, a Firenze, tra Borgo Allegri, la piazza delle Rovine (bombardata durante la seconda guerra mondiale), in Piazza dei Ciompi, alcune baracche di legno ospitavano l’asilo e le scuole elementari, sezione staccata della Scuola elementare “Dante Alighieri”, la cui sede centrale era all’ombra del Tribunale, in via dei Magazzini, vicino alla casa di Dante.

Firenze, Piazza dei Ciompi

Baracche di legno, costruite in fretta, per dare un’istruzione ai ragazzi delle famiglie del quartiere: ladri, prostitute, carcerati, ricettatori. Il metodo didattico scelto: il metodo Montessori, adatto per sperimentare un nuovo modello educativo e migliorare la situazione sociale delle alunne, fiocchi di diverso colore, a seconda della classe di appartenenza, facevano bella mostra sui grembiulini bianchi. Le treccine, le code, le frangette, ordinate e ben pettinate si adattavano allo stile indicato dalla direzione e le maestre, con il tradizionale grembiule nero e colletto di pizzo, impartivano con serietà ma anche con affetto le loro pratiche educative.

Isolina Marchetti, insegnante per cinque anni, è quella a cui devo la mia cultura e il metodo di apprendimento, la costanza e l’impegno che ancora mi accompagnano dopo tanti anni. Il desiderio di rispettare tempi e scadenze, e di osservare regole e indicazioni. I quaderni a righe di prima, poi di seconda e di terza, le cornici e le greche sulle pagine corrette e ben ordinate, i voti con la matita rossa e blu che indicavano il risultato ottenuto.

Il gesso che strideva sulla lavagna, i fiori nel vaso sulla cattedra, il silenzio durante le lezioni, i banchini sperimentali in formica e metallo, presentati in anteprima nel Museo della Scuola in Palazzo Gerini. L’edificio seicentesco ospitava la Biblioteca Pedagogica Nazionale e il Centro Didattico Nazionale di Studi e Documentazione (oggi Indire www.indire.it).

Anni storici per la scuola e le sperimentazioni in corso, per cui la collocazione di una scuola elementare accanto all’istituto di studi ne faceva un perfetto insieme. Spesso noi alunne venivamo condotte nelle sale di Palazzo Gerini per provare banchi e sedie, verificare lavagne, mappamondi, o ascoltare brani di libri di testo o guardare illustrazioni di libri per bambini.

Allineate e ordinate, in fila per due, in silenzio, varcavamo il portone del palazzo, per noi quasi un mito, un luogo di fascino, una zona magica. Nei saloni, nelle stanze delle mostre vivevamo il nostro attimo fuggente con particolare rapimento, credendo di vivere un momento fantastico, irripetibile.

Firenze, Palazzo Gerini: Museo della Scuola

Era il dopoguerra, scarseggiavano i cibi, le tavole erano povere: polpette di lesso, patate, fagioli e poco più. Il pollo e l’arrosto erano i piatti della domenica, arricchiti a volte anche dal vassoio di paste della pasticceria del quartiere che venivano mangiate con gli occhi prima che con la bocca.

I bambini erano a gracili e bisognosi di cure, per cui la quotidiana dose di “olio di fegato di merluzzo”, distribuita a scuola, veniva bevuta a malincuore, addolcita dalle mentine colorate o da una cucchiaiata di zucchero. In fila, lungo le pareti dell’aula, la bidella di turno ci versava da una ampolla di vetro il nauseabondo liquido oleoso, a cui facevamo boccacce disgustate, ma serviva a dare forza e a sostenere.

   A metà mattina arrivava la dose di latte della Centrale, fornito sempre per contribuire alla crescita delle nuove leve, a Natale si aggiungeva il piccolo panettone inviato dal sindaco, il mitico Giorgio La Pira. Per anni ho creduto che il sindaco fosse un pasticcere che ci inviava quella prelibatezza, per di più nel formato adatto a noi bambini, piccolo e trasportabile nel panierino di paglia in cui portavamo il bicchiere e il tovagliolo, con il dovuto simbolo di riconoscimento, ricamato dalla mamma o da una parente brava ad adoprare l’ago.

A distanza di anni che piacere ritrovare alcune amiche delle elementari, ancorate ad un quartiere storico, tipico, caratteristico: quello di Vasco Pratolini, in Sant’Ambrogio, Santa Croce, dove i ricordi riaffiorano per magia. Un quartiere che ancora ha una storia da raccontare e che fa palpitare per i colori e l’atmosfera e dove ancora troneggia il Palazzo Gerini, dirimpettaio della bella Loggia del Pesce trasportata dalla storica piazza del Mercato Vecchio, un tempo in quella zona che oggi è Piazza della Repubblica.

Il giardino di Borgo Allegri

La casa di Vincenzo Ghiberti di cui si legge l’insegna scolpita sul portone in piazza dei Ciompi, la bottega del Verrocchio, la casa di Michelangelo Buonarroti tutti famosi condomini di un quartiere che ancora ha una sua connotazione e dove la scuola di un tempo non esiste più.

Un giardino e uno spazio giochi sono oggi al posto di quello che un tempo ospitava l’asilo e gli spazi della biblioteca di quartiere, la Biblioteca Barbera, che ha aiutato i ragazzi della zona a leggere e ad amare i libri, avvicinandoli alla cultura e alla conoscenza.

Oggi il giardino è intestato a Gratta ovvero l’illusionista, attore, mangiatore di fuoco che negli anni 50 faceva sognare noi ragazzi, nella magica Arena Caroli, uno dei pochi divertimenti a buon mercato che gli abitanti si potevano permettere. Si svolgeva in quella che noi chiamavamo Piazza delle Rovine (oggi il quadrilatero delle Nuove Poste di via Pietrapiana), dove un tempo venivano le giostre o il circo Medrano. A parte il Cinema Garibaldi, ricettacolo di perditempo e ubriachi dove il pavimento era coperto di bucce di semi salati e di lupini, cartacce e liquidi organici di varia provenienza, la piazza era il mitico ritrovo dei ragazzi del quartiere dove si andava in bicicletta (chi l’aveva), sui carrettini con le ruzzole o si giocava a ruba bandiera e ad acchiappino.

Vasco Pratolini

Un quartiere dove la scuola era il fulcro, la biblioteca costituiva il punto d’incontro e di riferimento per i ragazzi che per anni hanno trovato uno spazio pulito, sano e stimolante.

Grazie alle insegnanti che si sono prodigate con impegno e con attenzione, con affetto e benevolenza e che hanno trovato il metodo giusto per insegnare le tabelline e la grammatica, la composizione e la ginnastica. Un’apposita maestra ci faceva esibire in dimostrazioni ginniche più vicine ad un saggio di marca fascista che sportiva, all’aria aperta e giocosamente. Questo per noi era già sufficiente.

Firenze, Santa Croce

Grazie a Maria Montessori, che ci ha insegnato l’alfabeto, già dalle classi dell’asilo, dove avevamo anche i giochi ad incastro per lavorare con dimestichezza con forme e colori, ai telai dove abbiamo imparato fino dai primi anni a fare fiocchi e nodi, ad allacciare le stringhe delle scarpe e soprattutto a prenderci cura del nostro ambiente di lavoro, dove ogni giorno avevamo compiti da svolgere a rotazione, mansioni che svolgevamo con impegno ed allegria, sapendo che stavamo lavorando insieme agli altri per un obiettivo comune.

   Una scuola che aveva metodi, valori, regole e legami e che ha lasciato un segno profondo indelebile in quanti hanno vissuto su quei banchi di allora, con insegnamenti solidi e vivi che ci sorreggono ancora dopo tanti anni e che ci riportano a momenti di serenità e di crescita individuale.

   Oggi si rivivono ricordi ed emozioni con Gilda, proprietaria e gestrice del Gilda Bistrot in piazza Ghiberti, e che piacere ricordare anni, emozioni, vicende di quei mitici anni 50.

   Uno spazio di piacevoli chiacchierate dove aforismi e aneddoti volano per incanto tra gli arredi di morbido legno e le vetrate che si affacciano curiose sui banchi del mercato. La colazione del mattino è uno dei momenti topici della giornata, sono gli avventori che diventano psicologi e filosofi e con la loro colorata aneddotica danno brani di vita e pillole di serena empatia.

Maria Montessori

Paola Capitani: paola.capitani@gmail.com

Consulente e formatrice coordina dal 2000 il Gruppo web semantico (http://gruppowebsemantico.blogspot.it). Ha pubblicato saggi ed articoli nella gestione della conoscenza e dei servizi informativi: Comunicare diversa-mente, 2008, www.ebooks.garamond.it, “Scuola domani”, 2006, Franco Angeli, Knowledge Management, 2006, Franco Angeli, favole e poesie con Tipografia Calducci di Firenze, Fiori di luna, Non sono come tu mi vuoi, Quel che resta del giorno (in preparazione). Magiccat e il cane mascherato (Polistampa, 2012),Fiabe di Nonna Pona(2013), Poesie in viaggio (Edida, 2014), Fiabe dei menestrelli senza fissa dimora (in stampa). I saggi 10 regole per vivere col partner (Viareggio, Giovane Holden, 2012), Visti da vicino (Calducci, 2015) , Una vita .. tante storie (Firenze, Polistampa, 2005).

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Per una primavera libera da pesticidi! Firma #StopGlifosato

La Federazione Nazionale Pro Natura, ci invia una circolare per la Campagna Stop al Glifosato. Ricordiamo ai nostri cari amici lettori che la nostra rivista da molto tempo ha aderito a questa campagna, pubblicando sull’argomento vari articoli. Invitiamo tutti i lettori a firmare la petizione, che è a livello di Unione Europea. Alleghiamo la circolare nel formato PDF scaricabile da questa pagina.

Per una primavera libera da pesticidi! Firma #StopGlifosato

affinché l’UE vieti l’utilizzo di un pesticida tossico!

Oggi 22 aprile, in piena primavera, si festeggia la giornata mondiale della Terra. Ma ogni primavera, insieme alle fioriture, esplode anche l’uso dei pesticidi. In particolare, il glifosato, l’erbicida più vastamente usato al mondo, ideato e commercializzato dalla Monsanto e classificato come probabilmente cancerogeno per l’uomo dallo IARC (Organizzazione Mondiale della Sanità).

La Commissione Europea, sotto pressione dalle multinazionali e delle lobby dei pesticidi, dovrà esprimersi sul rinnovo alla sua autorizzazione entro dicembre 2017. Ma una vasta coalizione di cittadini e realtà europee ha lanciato un contrattacco per proteggere la nostra salute e la nostra agricoltura, chiedendo di vietarne l’utilizzo in tutti i paesi membri.

Lo strumento più potente cha abbiamo a disposizione per costringere la Commissione Europea ad ascoltarci è un’iniziativa dei cittadini europei (ICE). Ma per avere successo dobbiamo raccogliere un milione di firme in almeno 7 paesi membri. In poco più di due mesi abbiamo raggiunto 670,000 firme, ma dobbiamo agire in fretta — se vogliamo veramente influire sul processo, dobbiamo arrivare a un milione di firme entro giugno.

Solo con il tuo aiuto, sappiamo di poter raggiungere quell’obiettivo e avviare un cambiamento verso nuovi modelli di agricoltura, realmente sostenibili.

Firma ora, bastano pochi minuti

Ti ringraziamo di lottare insieme a noi per un futuro libero da pesticidi tossici.

PS – l’Iniziativa dei cittadini europei è uno strumento istituzionale: i campi di informazione richiesti sono un requisito legale per far considerare valida la tua firma.

 

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All’isola di Gorgona con Pro Natura e l’Italia, l’Uomo, l’Ambiente

Cronaca di una splendida giornata

Testo di Gianni Marucelli; foto di Claudia Papini

 

Una giornata stupenda, quasi di fine primavera: così l’isola di Gorgona ha accolto i partecipanti alla gita organizzata da Pro Natura Firenze e da questa rivista, lo scorso 8 aprile.

A Gorgona, ultima isola-carcere dell’Arcipelago Toscano, abbiamo recentemente dedicato, ripubblicandolo dopo un quarto di secolo, il saggio scritto dal prof. Guido Moggi, illustre botanico dell’Università di Firenze, oggi novantenne felicemente in pensione.

Per nostra fortuna, negli ultimi venticinque anni, grazie all’istituzione del Parco Nazionale dell’Arcipelago e alla gestione “illuminata” della Colonia penale agricola, l’isola è stata resa visitabile, a gruppi ristretti e con regole rigide (tra cui quella di non effettuare riprese videofotografiche) anche ai semplici appassionati, oltre che agli studiosi; così, il gruppo di circa 30 persone organizzato da Pro Natura Firenze, sotto la tutela di Claudia Papini, Guida ambientale e Consigliere Pro Natura, ha potuto prendere il mare dal porto di Livorno senza difficoltà (a parte la levataccia per chi ha preferito non dormire nella città labronica).

Non tutti erano toscani, i privilegiati che sono salpati sulla motonave “La Superba”: vi erano gli amici dell’Associazione Toscani in Friuli Venezia Giulia, di Udine, e una rappresentanza “aquilana” di Pro Natura Abruzzo. Dopo un’ora circa di navigazione tranquilla, con mare calmo, Gorgona si profila all’orizzonte. Il verde della vegetazione vira al violetto, perché gli arbusti di rosmarino, abbondantissimi sull’isola, sono in piena fioritura. Le uniche strutture antropiche visibili sono il piccolo porto, sovrastato dal Forte nuovo (che ospita la direzione della colonia), e il minuscolo villaggio, un tempo abitato da pescatori. Scattiamo le ultime foto con i cellulari, prima di consegnarli, assieme ai documenti, alla nostra guida. Ci verranno restituiti al ritorno. Al molo, ci aspettano alcuni agenti della Polizia Penitenziaria, che si assicurano del nostro numero e della nostra identità. Ci attendono alcune ore da trascorrere in un luogo incontaminato, condizione per la quale, ahimè, dobbiamo solo ringraziare l’esistenza del carcere, in attività oramai da un secolo e mezzo, che ha impedito ogni tipo di speculazione edilizia. Allo spaccio, di fronte al quale si apre una bellissima e ampia terrazza con vista mare, attrezzata con tavoli e gazebo, possiamo acquistare (a prezzi ampiamente scontati) caffè, bibite e una deliziosa pizza appena preparata nelle cucine.

L’itinerario che seguiremo, e che ci porterà a visitare la parte nord e quella est della piccola isola, è rigorosamente predefinito, anche se la responsabilità è affidata totalmente alle sole nostre Guide, Claudia e Giovanni, anch’egli nostro Socio. Saliamo con regolarità per lo stradello che conduce verso il crinale; con noi, coraggiosamente, si inerpicano le nostre socie anziane, Maria e Piera, più che ottuagenarie ma ancora dotate di buon passo. Ai lati, i vigneti impiantati dai detenuti grazie alla collaborazione di una celebre azienda vinicola toscana, che producono ottimi vini bianchi. È un’attività, questa, che si affianca a numerose altre del settore sia agricolo che zootecnico (per qualche tempo è stata anche praticata la itticoltura), tese a recuperare gli ospiti del carcere a una pratica lavorativa che sarà loro molto utile per il reinserimento sociale, una volta scontata la pena. È bene precisare che alla Colonia agricola si accede su domanda, motivata da precedenti esperienze nel settore o dalla volontà precisa del detenuto di acquisire una specifica competenza: il tutto, naturalmente, condito da altri requisiti, come la buona condotta.

Qui, infatti, rispetto al carcere tradizionale si è praticamente liberi e attivi durante il giorno, pur sotto la sorveglianza degli agenti; e si viene regolarmente retribuiti per il compito svolto. Se considerate che siete immersi in un autentico paradiso terrestre, il gradino che separa la galera da Gorgona sembra, francamente, il Monte Bianco!

Intanto siamo giunti alla pineta, in cui predominano il pino domestico e il pino d’Aleppo; una volta qui vi erano i castagni, poi sostituiti da queste resinose. La macchia mediterranea, ricchissima di specie (la ginestra, la fillirea, il leccio, il lentisco, l’erica, il cisto (sia bianco che violaceo) in piena fioritura) il cui verde si staglia sull’azzurro del cielo e del mare, rende il paesaggio incantevole. Centinaia di gabbiani reali svolazzano intorno; tra loro dovrebbe esserci anche qualche raro gabbiano còrso, ma non riusciamo a individuarlo. Lungo il sentiero che ci sta portando alla punta est di Gorgona, una gabbiana ha fatto il nido e, impaurita dal nostro avvicinarsi, lo ha lasciato incustodito: tre grosse uova marroni, picchiettate, vi occhieggiano: la madre ci osserva dall’alto delle rocce, preoccupata.

Raggiungiamo infine il faro sulla Punta Paratella, sulla cui sinistra si apre lo straordinario spettacolo delle rocce che strapiombano su Cala Maestra. Qui, come di consueto, la Guida scatta alcune foto-ricordo “personalizzate” ai visitatori, che le riceveranno via Internet.

È già ora di pranzo: tornando sui nostri passi, ci accomodiamo all’ombra dei pini per consumare i viveri che ci siamo portati.

Dopo il riposo, il nostro itinerario prosegue in direzione nord-ovest, sempre sulle pendici che risalgono verso il punto più alto di Gorgona. Visitiamo il cimitero, dove per secoli sono stati sepolti gli abitanti, poche famiglie che fino ad oggi hanno perpetuato la proprietà della case del piccolo villaggio, poi proseguiamo sempre in ascesa. Piera e Maria si arrendono infine alla fatica: ci attenderanno lungo la strada che ripercorreremo al ritorno.

Apprendiamo intanto che, da gran tempo, l’isola non è stata percorsa dal fuoco; un’altra conferma che gli incendi per autocombustione praticamente non esistono, l’uomo ci deve mettere per forza lo zampino (e spesso è uno zampino economicamente interessato…). Finalmente, raggiungiamo la cosiddetta Torre Vecchia, un castello costruito a difesa dell’isola, sempre minacciata dalle incursioni dei pirati Saraceni, nel XIII secolo. La posizione dominante, sul braccio di mare che separa Gorgona dalla Corsica, ben visibile di fronte a noi, permetteva di avvistare i navigli quando ancora erano lontani. Il rudere, non visitabile, si erge ancora, maestoso, su una parete a picco sul mare.

Lo spettacolo è veramente eccezionale, i gabbiani volano sotto di noi a caccia di pesce, i cui banchi argentei brillano appena sotto la superficie.

Mentre un gruppo di noi, lasciati gli zaini, sale sulla sommità dell’isola (mr. 255), gli altri ammirano l’inaccessibile versante nord, dove un tempo, in qualche cala nascosta, viveva il mitico “bue marino”, la foca monaca ormai scomparsa da mezzo secolo anche dalle coste della Sardegna, che ormai sopravvive, se sopravvive, in qualche sperduta isoletta dell’Egeo.

È ormai ora di tornare sui nostri passi, recuperando Piera e Maria e ridiscendendo al porto: qui, mentre molti sostano comodamente seduti ai tavolini della terrazza dello Spaccio, consumando bibite a prezzi veramente modesti, altri, vogliosi di mare, si fiondano sulla piccola spiaggia vicino al molo, per tentare un bagno fuori stagione. Tornano rapidamente a riva, sia perché l’acqua è ancora molto fredda, sia perché la risacca porta verso la proda molte meduse violacee, graziose ma probabilmente urticanti.

Alle 17, il triplice fischio della “Superba” ci segnala che è giunta l’ora di rivestirsi e reimbarcarsi rapidamente. Gorgona si allontana in controluce, tra le spume biancheggianti della scia…

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COSA FARE QUANDO SCOPRIAMO CHE IL NOSTRO MIGLIOR AMICO È UN SERIAL KILLER?

Di Carlo Menzinger di Preussenthal

I media e i politici cercano sempre di distrarci da un cancro che mina la nostra società e la sopravvivenza della razza umana e dello stesso pianeta: l’automobile.

1. Carro di Cugnot

Credo che sia tempo di iniziare un’attività di sensibilizzazione contro questa piaga che ci mina ormai da quasi 250 anni. L’antesignano dell’automobile fu, infatti, il progetto del 1769 di Carro di Cugnot, di cui presto decorrerà il funesto 250 anniversario. Si trattava di una macchina a vapore con due cilindri e una cilindrata di 64.000 cmq. Era detto “Macchina Azionata da Fuoco” e non raggiungeva i 10 Km orari.

Nel 1802 abbiamo la prima auto con motore a combustione interna, dovuta a Isaac de Rivaz. La prima auto elettrica, opera di Robert Anderson, è del 1839. Nel 1883 si passò dai prototipi alle prime fabbriche di automobili. Nel 1908, con la produzione della Ford Modello T, parte la produzione in grande serie di autoveicoli e nel 1913 viene applicata la catena di montaggio. Forse tale data, ancor più del 1769, può davvero considerarsi l’avvio, ormai plurisecolare, del disastro automobilistico.

2. Isaac de Rivaz

Le autovetture sono nocive sotto vari aspetti, ma soprattutto per i seguenti tre:

  1. incidenti stradali;
  2. inquinamento;
  3. qualità della vita.

Per quanto concerne il primo punto, leggo su wikipedia che in Europa gli incidenti stradali sono una delle prime cause di morte, con più di 120.000 vittime all’anno.

Un articolo de La Stampa dichiara che nel 2015 nell’Unione Europea le vittime registrate sono state 26.000, come nel 2014 (fonte Eurostat) per una media di 51 morti per milione di abitanti.

Secondo il sito dell’ASAPS (Portale della Sicurezza Stradale), nel 2015 sulle strade della UE, 26.300 persone hanno perso la vita (in media 70 al giorno): l’1,3% in più rispetto all’anno precedente.

Epicentro, il portale dell’epidemiologia per la salute pubblica, scrive che gli incidenti stradali sono un problema di salute pubblica molto importante, ma ancora troppo trascurato e che per l’Oms sono la nona causa di morte nel mondo fra gli adulti, la prima fra i giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni e la seconda per i ragazzi dai 10 ai 14 e dai 20 ai 24 anni. Si stima, inoltre, che senza adeguate contromisure, entro il 2020 rappresenteranno la terza causa globale di morte e disabilità. Il peso di questo problema non è distribuito in maniera uniforme ed è fonte di una crescente disuguaglianza tra i diversi Paesi, con svantaggi socioeconomici delle categorie di persone più a rischio.

3. Ford Modello T

Epicentro riporta che Secondo il rapporto 2009 “European status report on road safety. Towards safer roads and healthier transport” dell’Oms Europa, ogni anno circa 120.000 persone muoiono a causa di incidenti stradali nella Regione europea dell’Oms, mentre 2,4 milioni rimangono infortunate.

Pedoni, ciclisti e motociclisti costituiscono circa il 39% delle vittime della strada e, mediamente, i Paesi a basso e medio reddito hanno un numero complessivo di incidenti pari al doppio di quello dei Paesi industrializzati. Gli incidenti stradali sono la prima causa di morte nei giovani di età compresa tra i 5 e i 29 anni e hanno un impatto sulle economie dei singoli Paesi superiore al 3% del prodotto interno lordo.

Il 70% degli incidenti mortali avviene nei Paesi più poveri e, all’interno dei Paesi dell’ex Unione sovietica, il tasso di mortalità è circa quattro volte superiore a quello dei Paesi nordici. I Paesi dell’Est europeo sono quelli con la più alta proporzione di incidenti mortali per i pedoni, mentre Italia, Grecia, Malta, Cipro e Francia sono gli Stati con il più elevato numero di decessi per incidenti mortali in moto.

La differenza tra i 120.000 morti dell’Europa OMS e i 26.000 dell’Unione Europea sembrano un segnale di una maggior attenzione e di maggiori norme di sicurezza dell’area UE.

Secondo le stime pubblicate nel 2009 dall’Oms nel “Global status report on road safety”, ogni anno i morti sulle strade sono circa 1,3 milioni e le persone che subiscono incidenti non mortali sono tra i 20 e i 50 milioni. Il numero totale delle vittime della Seconda Guerra Mondiale fu di quasi 55 milioni. Tra cui 6 milioni di ebrei. Nessun altra guerra ne ha provocati tanti. La Prima Guerra Mondiale ne ha contati 26 milioni. La rivoluzione francese assieme alle guerre napoleoniche non raggiunse i 5 milioni di morti. La Guerra dei Trent’anni nel XVII secolo ne fece 4 milioni. Ogni 5 anni le automobili provocano qualcosa di simile, per numeri, a un nuovo olocausto e peggiore della Guerra dei Trent’anni o delle guerre napoleoniche! Cinque anni di traffico sarebbero al terzo posto nella storia tra i grandi conflitti! E la Guerra dell’Auto è iniziata, seppure in sordina, ben 250 anni fa. Cento da quando Ford ha avviato le catene di montaggio! Quale guerra è mai durata tanto?

4. Incidenti stradali

Nel 2004 gli incidenti stradali si collocavano al quarto posto nella classifica delle cause più importanti di morte della popolazione mondiale, ma per il 2030 si prevede che raggiungano la quinta posizione. I Paesi a basso e medio reddito hanno un tasso di incidenti mortali maggiore rispetto ai Paesi più ricchi: rispettivamente 21,5; 19,5; 10,3 ogni 100 mila persone. Pur avendo solo il 48% del totale dei veicoli registrati, nei Paesi più poveri si verifica il 90% degli incidenti globali. Malgrado nei Paesi industrializzati negli ultimi 40-50 anni il tasso di mortalità per incidente stradale sia diminuito, l’incidente stradale rimane una delle più importanti cause di morte e disabilità. Dunque, si può intervenire per ridurre il fenomeno, per arginarlo. Si potrebbe però anche combatterlo seriamente. Perché permettiamo che si ripeta ogni anni questo “olocausto”? Come possiamo restare tanto indifferenti davanti a tanta morte, a tante famiglie distrutte, giacché ogni milione di morti si porta dietro un milione di famiglie spezzate. Quanta gente? Non è qualcosa che riguarda e tocca tutti noi da vicino? Non è una maledetta guerra?

Un milione e trecentomila morti all’anno sulle strade del mondo non vi sembrano degni di attenzione? Non vi sembra un tema che dovrebbe stare nelle prime pagine dei giornali ogni giorno? Non dovrebbe trovarsi al primo posto nei programmi politici di ogni partito? Non dovremmo parlarne con foga ogni giorno?

Eppure le malefatte della nostra amata amica a quattro ruote non sono finite. Ci sono gli altri due punti.

Veniamo al secondo.

Leggo su Terra Nuova che nel 2012 circa 7 milioni di persone sono morte a causa dell’inquinamento atmosferico. Sarebbe la sentenza glaciale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che ha pubblicato uno studio ricco di dati e statistiche sugli effetti dell’urbanizzazione sulla salute umana. Le aree geografiche più interessate con 5,9 milioni di decessi sono in Asia e nelle regioni del Pacifico.

Per essere più precisi, però, il rapporto distingue tra decessi derivati da inquinamento atmosferico outdoor e inquinamento indoor. La cattiva aria che respiriamo negli spazi chiusi provoca addirittura più decessi: circa 4,3 milioni contro i 3,7 milioni negli spazi aperti. Insomma, la colpa non è certo solo delle auto, dirà qualcuno.

Se un tale si scopre che è un serial killer, che cosa gli si fa? Lo si lascia in libertà dicendo, per esempio, che ha ucciso “solo” dieci persone mentre la guerra in un tale Paese ha fatto migliaia di morti o piuttosto lo si processa e chiude in galera, sperando che si perda la chiave per farlo uscire? Vogliamo lasciare un serial killer come l’automobile libero di colpire affumicandoci?

I numeri generali sono raddoppiati. Nello studio precedente, datato 2008, l’OMS aveva parlato di 3,2 milioni di morti totali, di cui 1,3 per l’inquinamento esterno e 1,9 per quello domestico.

I dati rivelano uno stretto collegamento tra inquinamento in aree confinate e inquinamento esterno, con una diffusa incidenza su malattie cardiocircolatorie, infarti, ischemie, tumori.

Nello schema (Fonte OMS) seguente si riassumono le percentuali di incidenza delle singole malattie:

Inquinamento atmosferico esterno:

40% – ischemie cardiache

40% – ictus

11% – malattia polmonare ostruttiva

6% – cancro al polmone

3% – infezioni respiratorie acute nei bambini

Inquinamento indoor:

34% – ictus

26% – ischemie cardiache

22% – malattia polmonare ostruttiva ..

12% – infezioni respiratorie acute nei bambini

6% – cancro al polmone

5. Inquinamento atmosferico

Un post su QualEnergia di marzo 2016 riporta che una morte su quattro a livello mondiale è causata da fattori di rischio ambientale. Secondo quest’articolo sarebbero ben 12,6 milioni le morti attribuibili all’inquinamento ambientale. In Europa nel 2012 l’inquinamento ha provocato 1,4 milioni decessi prematuri. Siano 7 o 13 milioni i morti da inquinamento, sono comunque una percentuale rilevante. Un morto su quattro, se possiamo considerare vera tale informazione, sarebbe ancor più impressionante.

Certo le fabbriche e il riscaldamento incidono di più delle automobili sull’inquinamento atmosferico esterno, ma, di nuovo, vogliamo perdonare il nostro serial killer solo perché ci accompagna al lavoro e scorrazza i nostri figli?

Le fonti antropiche dell’inquinamento atmosferico sarebbero: traffico veicolare, riscaldamento domestico, industrie e attività artigianali, veicoli off road (treni, trattori, veicoli da cava ecc.), agricoltura e altre attività.

Legambiente definisce l’inquinamento atmosferico come l’alterazione delle condizioni naturali dell’aria, dovuta alle emissioni dei gas di scarico di autoveicoli, caldaie, centrali elettriche, fabbriche, impianti di incenerimento. Le sostanze inquinanti più diffuse in atmosfera sono il biossido di zolfo (So2), gli ossidi di azoto(Nox), il monossido di carbonio (CO), l’ozono, il benzene, gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), le polveri (soprattutto il particolato di diametro inferiore a 10 milionesimi di metro, il Pm10) e il piombo. Il problema dell’inquinamento atmosferico si concentra soprattutto nelle aree metropolitane, dove il traffico, gli impianti industriali e il riscaldamento degli edifici hanno effetti dannosi sulla qualità dell’aria e sulla salute degli abitanti.

Uno degli inquinanti più pericolosi per l’uomo e più diffusi nelle città, continua Legambiente, è il Pm10: uno studio realizzato dall’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che nei grandi centri italiani, a causa delle concentrazioni di particolato sottile superiori ai 20 microg/m3, muoiono oltre 8.000 persone ogni anno. E uno dei principali responsabili dell’inquinamento da Pm10 è il traffico urbano: i trasporti stradali, infatti, producono più di un quarto del totale delle emissioni. E la metà circa degli ossidi di azoto, del monossido di carbonio e del benzene presenti nell’aria delle città. Per gli ossidi di zolfo, invece, la fonte primaria è il settore industriale, e soprattutto la produzione di energia, cui si devono i 3/4 del totale delle emissioni. Se il traffico urbano è il grande nemico dell’aria delle città, i maggiori responsabili sono soprattutto le automobili, che contribuiscono, sul totale emesso dal trasporto stradale, a un terzo del Pm10, al 40% circa degli NOx, a due terzi del benzene e della CO2.

Scusate per l’eccesso di dati e formule, ma vi prego di tornare a fare attenzione a un numero che ho scritto poco più sopra: 8.000 persone ogni anno! Sono quelle che muoiono a causa del particolato sottile. Dove? Nel mondo? No. Tornate indietro. Rileggete. Legambiente riferisce che 8.000 persone muoiono ogni anno (tutti gli anni!) nei grandi centri italiani. A Roma, a Milano, a Palermo, a Napoli, a Firenze! Conoscete qualcuno che ci abita? E avete letto che cos’è a provocare la presenza di Pm10 nell’aria? L’automobile, il nostro caro amico serial killer con cui andiamo a fare la spesa e la gita del fine settimana. Non sarà il caso di guardarlo con occhi nuovi e un tantino di diffidenza?

Certo, direte voi (e anche io magari un po’ lo pensavo) quelli di Legambiente (e anche tu che scrivi) sono di parte, sono catastrofisti, vedono mostri nel buio della camera da letto. Forse. Forse è così. Forse questi dati sono sbagliati, andrebbero cercate altre fonti. Fatelo. Fatemi sapere. Non sono un esperto. Sono sbagliati del tutto? I morti non sono 8.000 ma 800? Bene. Allora non c’è da preoccuparsi! Ma siamo scemi? Credo proprio di sì. Stupidi opportunisti, a dir il vero, cui fa piacere avere per amico un serial killer e che magari lo giustificano e perdonano perché in giro ci sono assassini peggiori di lui!

Su Epicentro si legge che nel documento “Country profiles of the environmental burden of disease” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (il primo rapporto sull’impatto delle condizioni ambientali sulla salute Paese per Paese, presentato in un convegno a Vienna  il 13-15 giugno 2007) i rischi ambientali considerati sono l’inquinamento, le radiazioni ultraviolette, i fattori occupazionali, i cambiamenti climatici e degli ecosistemi, i rumori, l’edilizia, l’agricoltura e i comportamenti delle persone. Le malattie causate da questi fattori comprendono diarrea, infezioni respiratorie, asma, malattie cardiovascolari, oltre agli infortuni e ai disturbi dello sviluppo del sistema nervoso.

I dati indicano che in tutti i Paesi la salute della popolazione potrebbe migliorare molto riducendo i rischi ambientali: in tutto il mondo si potrebbero evitare 13 milioni di morti ogni anno. Lasciarli morire si può considerare “omissione di soccorso sociale”? Nessun Paese è immune dal fenomeno, ma i dati mostrano anche enormi diseguaglianze: nei Paesi a basso reddito gli anni di vita in buona salute persi a causa di disabilità (Daly) sono venti volte quelli dei Paesi ricchi. Tra i più colpiti ci sono Angola, Burkina Faso, Mali e Afghanistan.

In alcuni Paesi, addirittura un terzo delle malattie potrebbero essere prevenute con miglioramenti ambientali. In 23 Paesi più del 10% delle morti sono dovute alla cattiva qualità dell’acqua e all’inquinamento nei luoghi chiusi causato dall’uso di combustibili per cucinare.

Insomma, l’inquinamento non provoca solo milioni di morti ogni anno (mica una volta e via, è qualcosa che si ripete senza fine, fintanto che non vorremmo mettere noi la parola fine a questa storia), ma provoca, soprattutto, malattie, le acuisce, ci rende più predisposti ad ammalarci. Sì ma qui si parla di inquinamento in genere, mica solo di quello provocato dalle nostre autovetture. Perché prendersela con loro?

Lasciate in pace la nostra cara vecchia macchina!

E due. Abbiamo parlato di incidenti stradali e inquinamento e nell’aprire la porta del garage (se ne abbiamo uno) dovremmo già provare un senso di orrore, come se dentro ci attendesse il peggior mostro da film di paura.

6. Qualità della vita

Eppure c’è ancora il terzo punto: la qualità della nostra vita.

Qui che cosa ci potrà mai essere da dire? Il nostro amico a quattro ruote sarà pure un serial killer, anzi un genocida, ma con noi è tanto gentile e carino e ci aiuta ogni giorno mettendosi al nostro servizio.

Ma davvero? Sicuri, sicuri?

Vivete in città? Vi piace così tanto starvene bloccati nel traffico o semplicemente fermi al semaforo? Quanto tempo passate chiusi in quella scatola di latta? Quanto tempo perdete per cercare un parcheggio? A volte vorreste scendere, ma non potete perché siete imbottigliati tra altre auto e non c’è modo di lasciare la vostra.

Secondo Autoblog, si calcola che in media un cittadino europeo trascorra in auto circa 4 anni e 1 mese, mentre un Italiano addirittura 5 anni e 7 mesi, di cui 3 anni e 6 mesi come passeggero. I risultati mostrano chiaramente che l’auto viene percepita come la nostra seconda casa. Una seconda casa? Dico! Ci hanno sbattuto per 4 o 5 anni della nostra vita in una prigione di pochi centimetri cubi, dove non possiamo né metterci in piedi, né sdraiarci e la consideriamo una seconda casa? Chi ci ha fritto il cervello? La pubblicità?

E paghiamo pure! Paghiamo per essere imprigionati in una bara mortale? Certo, però, la mia cara automobile mi porta dove voglio io e quando voglio io, non sono costretto a seguire gli orari dei treni e dei pullman, mi porta da casa a qualunque destinazione! Peccato spesso non ci riesca, per colpa delle altre sue amichette a quattro ruote che glielo impediscono.

E quanto ci costa? Per acquistarla abbiamo speso diecimila euro? Quarantamila? Magari l’abbiamo presa usata, ma in tal caso durerà di meno. È tutto in proporzione. Dipende da quanto vogliamo spendere, da quanto ci piace avere un serial killer personale a disposizione. Ma questo è solo il costo per l’acquisto. Poi ci sono l’assicurazione, il bollo, il carburante, le revisioni, le manutenzioni. Dopo un po’ diventa vecchia e non vale un solo euro di quelli che la avevamo pagata e dobbiamo cercarne una sostitutiva, sempre che non si sia schiantata prima da qualche parte, magari mandandoci in ospedale o all’altro mondo.

E voi quanto guadagnate in un anno? Ventimila euro? Quarantamila? Siete così fortunati da superare i centomila netti? Cos’è il netto? Il guadagno senza le tasse, ma non senza le altre spese (casa, figli, vacanze, cure mediche e chissà che altro). Quanto vi rimane? Quanta parte di quello che guadagnate lo spendete per la vostra amichetta motorizzata? Immaginiamo di essere parsimoniosi e di tenere per dieci anni una macchina da 10.000 euro, di pagare 700 euro l’anno di assicurazione, 300 euro di bollo, 1.000 euro di carburante, 200 euro di manutenzione e revisioni. I 10.000 euro per l’acquisto di un auto che teniamo 10 anni e poi rottamiamo, sono 1.000 euro all’anno. In tutto abbiamo 3.200 euro annui. Quanto guadagniamo? 1.600 euro netti al mese come tanti operai e impiegati?

Caspita! Vi eravate accorti che lavorate per due mesi l’anno, un sesto dell’anno per mantenere la vostra amica genocida?

Non solo vi tiene ingabbiati in posizione simil-fetale per 5 anni della vostra vita, ma ogni anno vi ruba lo stipendio di due mesi! Nei suoi dieci anni di vita, la simpaticona vi ha rubato 20 mesi di vita! Se guidate 60 anni, avete lavorato per 120 mesi per mantenere la vostra automobile. Dieci anni della vostra amata o miserabile vita!

Complimenti! Davvero un grande amore! Storie d’amore così commuovono! Ho le lacrime agli occhi! È commozione o sono risate? Risate di isterica disperazione?

E avete mai pensato che se anziché fare due chilometri in auto, li faceste a piedi ci guadagnereste anche in salute e tonicità fisica. L’automobile non vi priva anche di questi momenti di moto salutare?

Eh già, ma noi abbiamo fretta! Abbiamo diecimila impegni! Come faremmo ad andare qua e là in tempo? A volte è vero. A volte l’auto ci aiuta. Spostare valige e borse della spesa senza la nostra schiava-padrona è un problema, ma a volte dobbiamo spostare solo noi stessi e per poche centinaia di metri. Vi siete cronometrati? Quanto tempo impiegate in auto? Quanto a piedi? Lo stesso? Fate prima in auto? Di quanto tempo? Minuti? Secondi? Con quanto stress in più? Con quanti rischi in più, con quanti effetti negativi in più sul traffico e l’ambiente?

Non è ora di cambiare aria? Non è ora di cambiare atteggiamento? Non è ora di cambiare il mondo? Non è ora di liberarci da questo amico genocida che si finge tanto gentile e servizievole e nel frattempo ci uccide un poco ogni giorno e magari domani ci darà la coltellata finale, trapassandoci lo sterno con il piantone dello sterzo?

Pensateci. Personalmente sto cominciando solo ora a prenderne coscienza. Ancora ho l’auto e ancora guido. Cerco, però, già di usare il treno sui viaggi più lunghi, di andare a piedi in città, di usare l’auto solo quando mi dà un effettivo vantaggio, ma non è così che si tratta un serial killer, tenendolo a bada e lasciando che uccida solo ogni tanto. Ognuno di noi può adottare piccoli comportamenti che aiutano a ridurre il traffico e l’inquinamento, ma è tempo di cominciare a fare riflessioni più ampie e generali. Andrebbero messe delle scritte tipo “Chi guida avvelena anche te, digli di smettere”! È tempo di pensare alla società nel suo insieme e al nostro modello di civiltà e di sviluppo, che ha molte cose da cambiare, che non funzionano più o che non hanno mai funzionato, anche se non ce ne rendevamo conto.

Mentre cominciamo con il prenderne coscienza, con i piccoli cambiamenti di vita, prepariamoci a cambiare tutto, modi di vita e mentalità, prima di restarci secchi, individualmente e socialmente.

 

CARLO MENZINGER DI PREUSSENTHAL

Carlo Menzinger di Preussenthal, nato a Roma il 3 gennaio 1964, vive a Firenze, dove lavora nel project finance. Ama scrivere storie e ha pubblicato varie opere tra cui i romanzi ucronici “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”, i thriller “La bambina dei sogni” e “Ansia assassina”, i romanzi di fantascienza del ciclo “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” e il romanzo gotico – gallery novel “Il Settimo Plenilunio”. Ha curato alcune antologie, tra cui “Ucronie per il terzo millennio” e pubblicato su riviste e siti web. Da marzo 2017 collabora anche a “Italia Ambiente Uomo”.

Il suo sito è          www.menzinger.it

(https://sites.google.com/site/carlomenzinger/)

I suoi blog sono    https://carlomenzinger.wordpress.com/

                          https://pianeta3.wordpress.com/

Legenda delle immagini

  1. Di u n k n o w n – scanned from pd-source, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26004
  2. Di Antoine Hecht – Henri Michelet, Pierre de Rivaz, inventeur et historien, 1711-1772 : sa vie et ses occupations professionnelles, ses recherches techniques, ses travaux historique, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18176794
  3. By GPS 56 from New Zealand – 1912 Ford Model T, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57230902
  4. http://www.ansa.it/campania/notizie/2014/06/22
  5. https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/11592-inquinamento-qualita-dell-aria-2013
  6. http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2016/11/27
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L’ISOLA DI GORGONA, UN GIOIELLO NATURALISTICO DELL’ARCIPELAGO TOSCANO – Seconda parte

L’ISOLA DI GORGONA, UN GIOIELLO NATURALISTICO DELL’ARCIPELAGO TOSCANO

 

– seconda parte –

di Guido Moggi*

Prof. Guido Moggi

Il prof. Guido Moggi, illustre botanico dell’Università di Firenze e, con i suoi 90 anni, decano dei Soci di Pro Natura Firenze, pubblicò nel 1990 il saggio che qui riproponiamo, con l’intento di rendergli il dovuto omaggio in occasione della visita dell’isola programmata per il prossimo Aprile da questa rivista e dall’Associazione citata. La Redazione ha apportato qualche marginale modifica al testo originale, adeguandolo alle mutate circostanze storiche. Pubblichiamo la seconda parte del presente saggio sia sul nostro sito sia nella rivista scaricabile in PDF del mese di maggio. Inoltre, entro breve verrà pubblicato un mini-e-book scaricabile gratuitamente direttamente dal sito della nostra rivista.

 

Peculiarità geografiche e floristiche

Come si è detto, la Gorgona è un’isola rocciosa, piuttosto aspra, di forma grossolanamente quadrilatera, con i tre versanti esposti a nord, ovest e sud ripidissimi e impervi, quello esposto a est, meno aspro, è solcato da tre vallette parallele che sfociano, da nord a sud, alla Cala dello Scalo – l’attuale unico approdo dell’isola – a Cala Martina e a Cala Scirocco. I versanti ovest e sud sono molto uniformi e praticamente inaccessibili; quello nord presenta un’ampia e splendida insenatura, Cala Maestra, dove è ancora visibile un antico approdo dei monaci certosini, che portava, attraverso un sentiero a scalini scavato nella roccia, fin sul crinale in corrispondenza dell’antico cimitero.

Era questo evidentemente un secondo accesso possibile (oggi in completo disuso e impraticabile), nei periodi in cui lo scirocco rendeva impossibile l’approdo alla Cala dello Scalo. Il versante est è quindi quello più aperto, dove si sono potute insediare le abitazioni e le colture fin dall’epoca dei certosini. I pendii tra le vallette anche sul versante est scendono dirupati verso il mare, coperti da una macchia fitta e rigogliosa; qua e là presentano alcune grotte marine, in una delle quali sembra che in un passato non troppo lontano abbia trovato rifugio anche la foca monaca.

L’isola è lunga appena 2 km (da nord a sud) e larga 1,5 km; culmina a Punta Gorgona (mt. 255).

Il substrato roccioso è costituito prevalentemente da scisti per tre quarti dell’isola; solo nel settore nord-est affiorano delle rocce ofiolitiche che danno un caratteristico colore verde ai dirupi. Questi scisti si alterano rapidamente sotto l’azione degli agenti atmosferici e danno luogo a un suolo sabbioso piuttosto profondo, molto fertile, che permette l’insediamento di una vegetazione lussureggiante che cresce con eccezionale vigoria. Ciò spiega perché, nelle zone dove le colture vengono abbandonate per due o tre anni, la macchia con i suoi componenti (eriche, pini, mirti ecc.) vi si insedia di nuovo e si sviluppa con straordinaria rapidità.

Teucrium marum

Il clima è di tipo mediterraneo, con estati asciutte e inverni piovosi; le piogge variano moltissimo da un anno all’altro e contribuiscono a creare un substrato che non si presenta mai eccessivamente arido. L’elemento climatico determinante è però il vento che, data la posizione e l’isolamento di Gorgona, spira in continuazione e spesso con violenza, tanto da manifestarsi anche nelle forme prostrate che assumono le piante. L’acqua non manca nell’isola: a parte i pozzi di Cala Martina, scavati già nel ‘700, esistono altre sorgenti e falde mediamente profonde che assicurano un rifornimento idrico sufficiente a tutti gli abitanti.

Il centro principale dell’isola è costituito dal piccolo villaggio situato intorno al porticciolo: qui vivono ormai solo poche persone (8, dato del 2013 n.d.r.) che sono gli ultimi eredi delle famiglie che hanno abitato più o meno continuativamente nell’isola da molti decenni e talora da secoli.

La famiglia Citti, ad esempio, è legata alla Gorgona da almeno quattro secoli, come testimoniano le tombe con questo cognome presenti nel piccolo cimitero. Intorno al villaggio sono situati i fabbricati della Colonia Penale; domina il tutto la bella Torre Nuova, restaurata nel 1989. Nel resto dell’isola sono sparsi pochi altri edifici in parte utilizzati per gli scopi della Colonia.

L’isola è percorsa da numerose strade e stradette che collegano tra loro le costruzioni e le loro aree agricole e rendono quindi agevole la visita; esse furono costruite quasi tutte nell’800 per gli usi della Colonia. In alcune zone impervie piccoli e tortuosi sentieri permettono di accedere anche ai versanti più ripidi, fornendo splendide vedute sul mare, sulla macchia e sui numerosi uccelli che popolano l’isola. (…)

Epipactis helleborine

A chi visita Gorgona alla fine di Aprile, questa si presenta a causa dei suoi colori con un aspetto del tutto imprevedibile e appariscente, enormemente suggestivo: avvicinandosi dal mare infatti colpisce la sua colorazione azzurrastra o violacea, purtroppo molto fugace perché non dura più di 10-15 giorni. E’ la fioritura del rosmarino che, abbondantissimo nella macchia, al momento de massimo rigoglio conferisce all’isola, anche da lontano, un’inconfondibile colorazione bluastra, che non si può assolutamente dimenticare.

La macchia a rosmarino è infatti l’aspetto predominante della vegetazione: essa occupa buona parte dell’isola, specie dove la pineta non può inerpicarsi, e in particolare sui lati periferici, sui dirupi, dove gli arbusti della macchia si insinuano e si diffondono con portamento prostrato. Al rosmarino si mescolano l’erica, il mirto, il lentisco, i cisti, le filliree, il corbezzolo, il leccio, mentre rari sono il ginepro fenicio, l’orniello e l’alaterno. Nelle parti centrali di Gorgona e sui lati delle vallette domina il pino d’Aleppo con splendide pinete, alle quali nelle zone esposte a nord si alternano alcune, piccole leccete e qualche lembo di pineta di pino marittimo, d’origine chiaramente artificiale. Sulle rocce presso il mare è frequente la vegetazione rupicola litoranea, costituita dal finocchio di mare (Crithmum maritimum L.), dalla cineraria marittima (Senecio cinerario D.C.), che ravviva d’estate coi suoi cupolini gialli le rupi costiere, e dall’interessante statice della Gorgona (Limonium Gorgonae Pign.), l’unica specie veramente endemica dell’isola.

La vegetazione antropocora (aree coltivate, incolti, muri, scarichi ecc.) si rivela di un certo interesse, specialmente a causa della velocità con cui si modifica da un anno all’altro; mentre di grandissimo rilievo è la vegetazione igrofila, ormai ridotta a pochissime aree (Cala Scirocco, Cala Marcona).

Particolare interesse merita l’esame del comportamento della vegetazione sui terrazzamenti abbandonati e sui sentieri disattivati. Per i motivi sopra esposti, qui la vegetazione si reinsedia con velocità sorprendente, a partire dal Pino d’Aleppo e dall’erica; e non è raro vedere vecchi terrazzi ancora provvisti dei muretti di sostegno immersi in dense pinete con alberi di 7-8 metri di altezza e 30-40 cm- di diametro. I sentieri abbandonati dopo due o tre anni sono già rinchiusi nella macchia e divengono pressoché impraticabili; e nei luoghi più freschi ed esposti a nord se vi penetra il rovo questo crea una muraglia spinosa assolutamente invalicabile.

Altrettanto interessante si è rivelato lo studio della flora compiuto dal 1987 al 1990 da parte di alcuni ricercatori dell’Università di Firenze (Moggi et al., 1990), che segue poche altre esplorazioni compiute soprattutto dal 1844 al 1912.

Cineraria maritina

Moltissime sono le specie trovate da noi e non segnalate dagli autori precedenti. (…) Fra queste, meritano di essere segnalate: Medicago arborea L., una leguminosa caratteristica della fascia tirrenica della Toscana, ma assente finora nell’Arcipelago; alcune Romuleae, graziose iridacee a ciclo brevissimo e a fioritura precoce; alcune orchidee (come Epipactis helleborine L. (Crantz), E. microphylla Swartz, Spiranthes spiralis Chevall., ecc.).

Ma gli aspetti più interessanti della flora della Gorgona sono rappresentati da quelle specie rare o a distribuzione molto localizzata che trovano nell’isola un ambiente di rifugio. (…) Fra queste si possono ricordare: Limonium Gorgonae Pign., una statice esclusiva dell’isola, Scrophularia Trifolata L., una vistosa scrofulariacea a fioritura estiva distribuita in Sardegna, Corsica, Montecristo e Gorgona, localizzata qui solo in un’angusta valletta a Cala Scirocco, Urtica atrovirens Req., un’ortica diversa dalla specie comune e distribuita in Sardegna, Corsica e Arcipelago Toscano; Teucrium Marum L., la cosiddetta “erba dei gatti”, a fioritura estivo-autunnale, dai vivaci colori rosso carminio, diffusa dalla Sardegna all’Arcipelago e in poche altre zone vicine; e così ancora numerose altre.

Anche alcuni alberi presentano un certo interesse dal punto di vista storico o naturalistico per la loro rarità o per il loro portamento: la sughera, presente sull’isola con due soli esemplari; la farnia, localizzata in una valletta fresca; e ancora il castagno, probabilmente introdotto nell’800, l’alaterno, presente con poche maestose piante, il sommacco, forse introdotto alla fine dell’800 per ricavarne tannino per la concia delle pelli e ora completamente inselvatichito.

Crithmum maritimum

Occorre ricordare, infine, che se l’isola ha mantenuto intatte le sue caratteristiche naturali lo si deve in buona parte alla presenza della Colonia Penale che, impedendo lo sbarco indiscriminato di visitatori, curiosi, cacciatori ecc. ha permesso la conservazione degli aspetti primitivi più significativi.

L’istituzione del Parco e le moderate ma disponibili aperture effettuate dalla direzione della Colonia Penale hanno permesso alle persone veramente interessate il godimento degli aspetti naturali di Gorgona, favorendo anche la realizzazione di un sistema di salvaguardia dell’ambiente altrimenti difficilmente operabile (quest’ultimo brano è stato in parte rielaborato dai curatori dell’attuale edizione n.d.R.).

N.B. La prima edizione di questo saggio è apparsa sul Bollettino IRIS del 1990.

Galleria fotografica

Legenda delle immagini

  1. Crithmum maritimum (finocchio marittimo) – wikipedia, pubblico dominio.
  2. Cineraria maritima – wikipedia, pubblico dominio.
  3. Medicago arborea – wikipedia, By A. Barra – Own work, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2897576
  4. Epipactis helleborine – By Bernd Haynold – selbst fotografiert – own picture, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1211302
  5. Epipactis microphylla – By Joachim Lutz – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27338459
  6. Spiranthes spiralis – By Luis nunes alberto – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12023048
  7. Urtica atrovirens – By Pierre AUROUSSEAU – Guy-Georges GUITTONNEAU – http://www.bium.univ-paris5.fr/sbf/activ_sardaigne.htm, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73517
  8. Teucrium marum – By H. Zell – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11188836

 

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On line il numero in PDF di Aprile 2017

Cari lettori, dal 1 Aprile 2017 è disponibile al download gratuito il numero di Aprile della Rivista “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” nel formato PDF. Dopo aver letto la prefazione del direttore, Gianni Marucelli, troverete il link per accedere alla sezione “Scarica la rivista”. Altrimenti, per accedere direttamente alla sezione download cliccate QUI

DALLE STALLE DI TRUMP ALLA STELLA TRAPPIST-1

Prefazione di Gianni Marucelli

3. La Gorgona

Tanti i focus che dovremmo trattare nell’introduzione di questo numero: dal completamento, deciso dall’ineffabile Trump, dell’oleodotto che collega in U.S.A. il nord e il sud, attraversando i territori dei pellirossa, senza rispettare minimamente i diritti di questo popolo già vessato dalla storia; la notizia, ugualmente negativa e non del tutto estranea alla precedente, che il trend del riscaldamento globale del pianeta continua senza requie, assegnando al 2016 il poco ambito titolo di anno più caldo dal 1850; poi le tante oscenità nostrane, dalla modifica della Legge nazionale sui Parchi e Aree protette, all’esame del Parlamento con un testo di molto peggiorativo rispetto alla precedente, contestato dalle associazioni ambientaliste; il tentativo di reintrodurre la caccia al Lupo, dopo quasi mezzo secolo di stretta tutela (ne parliamo più oltre); il massacro di ulivi secolari in Puglia per costruire l’ennesimo metanodotto, e così via.

Preferiamo, invece, porre l’accento sul brillante articolo del nostro nuovo collaboratore, lo scrittore Carlo Menzinger, che prende spunto dalla scoperta di un nuovo sistema planetario, forse adatto alla vita, a soli trenta anni-luce dalla Terra, per ipotizzare come il futuro dell’umanità possa essere legato ai viaggi. infrastellari, delineando le tappe di un’affascinante avventura che, finora, conosciamo solo attraverso i romanzi e i film: quando ero bambino, si pensava a essa come a un modo per appagare la sete di conoscenza della nostra specie; ora, si tratterebbe dell’estremo tentativo di salvarla dall’agonia di un pianeta morente.

Qualcuno potrebbe obiettare che, visti i risultati fin qui ottenuti da noi uomini, sarebbe decisamente meglio lasciar perdere: ma il futuro è ancora, per nostra fortuna, tutto da scrivere, e non sulle colonne della nostra rivista.

Buona lettura!

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