TOSCANA: LUPO-ULULA-LÌ… MA L’ASSESSORE HA IL FUCILE PRONTO!

Di Gianni Marucelli

La citazione dal film di Mel Brooks è divertente… il resto molto meno – report dal Consiglio Regionale della Toscana

Dopo che da un paio di mesi si è innescata a livello nazionale la questione relativa al Lupo e all’accrescimento così rapido di questa specie in buona parte d’Italia (40 anni fa era sull’orlo dell’estinzione) da proporre, in casi particolari, l’abbattimento di alcuni capi (comunque contenuti in una percentuale pari al 5% degli esemplari); e dopo che la Conferenza Stato-Regioni ha rinviato la discussione del problema, visto anche che la grande maggioranza degli Enti Regione (e le Associazioni ambientaliste) sono in totale disaccordo con la proposta di uccidere i Lupi, non poteva che essere la Toscana, terra un tempo conosciuta per le sue posizioni protezionistiche e ora salita alla ribalta (grazie all’Assessore Mauro Remaschi, responsabile del settore Agricoltura e Foreste) come luogo in cui è consentito sparare in ogni luogo ed epoca dell’anno (agli ungulati), a “rilanciare” sulla “caccia al lupo”, predisponendo una serie di audizioni conoscitive in sede di Commissione.

Lupo

L’indagine, infelicemente titolata “Proliferazione del lupo in Toscana”, parte dal presupposto che i lupi siano troppi e che si rendano responsabili di danni intollerabili agli allevatori (in prevalenza di ovini), insieme agli ibridi cane-lupo e ai cani rinselvatichiti (che costituiscono entrambi una parte del problema, di cui non si ha forse l’esatta percezione).

Nella prima riunione della Commissione, l’Assessore Remaschi si è espresso senza peli sulla lingua, dichiarando (come attestano i verbali) che, sul territorio della Toscana, attualmente il numero dei Lupi è di circa 550/600 esemplari, e che bisogna riportarne la consistenza a circa 100. Il sottinteso – e nemmeno tanto – è che si debba abbattere almeno l’80% delle bestiacce (la locuzione è nostra).

Consensi, in varia misura, dei presenti, che forse non si sono resi ben conto di quanto la proposta di Remaschi fosse in completa contraddizione con le sue note posizioni di “Terminator” degli ungulati, cinghiali in primis, ma anche caprioli ecc., accusati di danneggiare l’agricoltura non meno che di provocare incidenti stradali. In effetti, i Lupi sono i peggiori nemici dei cinghiali, che costituiscono il piatto principale della loro dieta, e ne limitano naturalmente la diffusione. Per cui, più lupi ci sono, meno cinghiali (e caprioli, e daini) scorrazzano liberi per i boschi e i campi. Ma, forse, chiedere coerenza a un politico è davvero troppo…

Alla seconda seduta della Commissione regionale, tenutasi un paio di settimane più tardi, sono stati invitati a partecipare i rappresentanti delle Associazioni ambientaliste (tra cui l’estensore del presente articolo), delle categorie economiche interessate (agricoltori e allevatori), delle forze dell’ordine (Carabinieri Forestali e Polizie Provinciali).

Presenti i delegati di Pro Natura Toscana, Legambiente, WWF, Ass. Canis-Lupus, quelli di Confagricoltura, Coldiretti, CIA, il Tenente Colonello dei CC Forestali Alessandra Baldassarri (anche a nome del Comando Regionale), i funzionari delle Polizie Provinciali di Pisa e Livorno, Valeria Salvatori in rappresentanza del Progetto Life Medwolf attivo in provincia di Grosseto dal 2012.

Infine, non invitata ma ammessa a intervenire dal Presidente della Commissione, Mariangela Corrieri in rappresentanza del Comitato Coordinamento Associazioni Animaliste Toscane.

La discussione ha evidenziato un elemento su cui tutti concordano: i lupi, in effetti, sono aumentati di numero, costituiscono più di 100 branchi che popolano l’Appennino (in pratica, alcuni di questi si muovono tra il versante emiliano-romagnolo e quello toscano, sconfinando a sud nel Lazio e in Umbria, a nord in Liguria), la Maremma, i Monti del Chianti ecc. Inoltre, circa un terzo dei raggruppamenti di lupi vedono la presenza di ibridi, incroci tra lupe e cani vaganti; gli ibridi, avendo genericamente una maggiore predisposizione nei confronti della presenza umana, possono aver meno timore nei nostri confronti.

Pare poi accertato che alcuni branchi si aggirino in zone periurbane, talora predando cani di piccola taglia non sorvegliati dai loro proprietari. Però, non costituiscono pericolo reale per l’uomo.

Un secondo punto su cui sia le Associazioni ambientaliste che quelle di categoria (allevatori ecc.) si trovano d’accordo è il seguente: i danni eventualmente provocati dalla presenza del lupo vanno rapidamente accertati e refusi, come prevedono le leggi in vigore; così come va combattuto il randagismo dei cani che costituisce da una parte un elemento di minaccia per il Lupo, tramite l’ibridazione, dall’altro una causa di predazione delle greggi.

Quasi tutti concordano anche sul fatto che l’attuale normativa regionale in vigore (L. 26/2005) deve essere aggiornata e migliorata.

Più complessa diviene la questione se si entra nel merito degli accertamenti delle predazioni, che devono essere effettuati da personale tecnico e veterinario debitamente formato; non è semplice infatti “indagare” sulla scena dell’uccisione di pecore o simili, anche se oggi la tecnica dell’analisi del DNA consente di stabilire chi si stato il “colpevole”. Ma, quando si tratta di moltissimi casi, è ovvio che questa non può essere sistematicamente utilizzata.

I contrasti emergono quando si inizia a parlare di prevenzione degli attacchi; per le categorie economiche, infatti, queste, che si identificano principalmente in recinti dove sistemare le greggi durante la notte e nell’uso di “dissuasori” per eccellenza, quali i cani da guardia opportunamente addestrati (pastori maremmani ecc.), non sono assolutamente sufficienti e comunque paiono economicamente non sostenibili, anche se in parte finanziati dalla Regione; le associazioni ambientaliste sono del parere opposto, ovvero che ancora non si è diffusa tra gli allevatori la cultura della prevenzione ovvero della convivenza con i predatori, e che quindi tali mezzi o non vengono utilizzati o sono usati solo parzialmente e in modo inadeguato. Pro Natura Toscana sottolinea come troppo spesso le greggi vengono lasciate allo stato brado, senza la presenza del pastore “umano” che sarebbe già di per sé un elemento forte di dissuasione.

Gli allevatori ribattono che negli ultimi due-tre anni la prevenzione è aumentata, ma gli attacchi sono cresciuti di circa il 10%, però ammettono che la cultura della convivenza è ancora estranea a molti dei loro associati. Perciò, seppur con i dovuti distinguo, sono in accordo con l’Assessore Remaschi per quanto riguarda la limitazione, anche mediante abbattimento, dei lupi, tanto più di quelli che danno problemi.

Una voce un po’ fuori dal coro, per quanto riguarda l’accrescimento numerico dei lupi in Toscana, è quella di Francesca Ciuti, tecnico addetto al monitoraggio di questi animali, che parla in rappresentanza dell’Associazione Canis-Lupus. Infatti, dice, in realtà il numero dei lupi si è negli ultimi anni assestato, e le misure di prevenzione, anche se valide, non sono state messe in atto in modo specifico, “ritagliato”, per così dire, sulla realtà di ogni azienda allevatrice. L’esperta auspica anche la cattura degli ibridi e dei lupi “problematici” e la loro detenzione in appositi spazi.

L’intervento del Tenente Colonnello, dei Carabinieri Forestali, che si occupa del problema in provincia di Grosseto, è particolarmente interessante e documentato. L’ufficiale ricorda come il bracconaggio nei confronti dei lupi sia un dato da non trascurare, sia sotto la forma della classica fucilata, che con trappole o avvelenamento. Ultimamente, vicino a Pitigliano (GR) è stato trovato il corpo di un lupo atrocemente mutilato, “incidente” che fa seguito alle stragi di lupi compiute negli anni scorsi per ritorsione alle predazioni, sempre nel grossetano. Molti individui, inoltre, muoiono per investimento stradale. Il dato più rilevante presentato dai Carabinieri Forestali è però un altro: quanto la prevenzione è ben fatta, e seguita da tecnici competenti, come in aziende pilota della Provincia di Grosseto, la predazione crolla del 70%.

Assessore Marco Remaschi

I funzionari di Polizia provinciale tornano su un punto che dovrebbe essere ben noto a tutti, ma che, nella discussione, non è stato ripreso con la dovuta forza: l’uccisione dei lupi è e rimane, per la Legge italiana, un delitto, in quanto la specie è protetta dal 1971. Il messaggio che invece sta passando tramite le istituzioni – e il riferimento all’Assessore Remaschi è tanto evidente quanto sottinteso – è che il lupo si può anche ammazzare, tanto, prima o poi, la sua uccisione verrà legalizzata. E concludo testualmente: “Ci piacerebbe che la Regione comunicasse informazioni tese ad allentare la tensione, anziché ad aumentarla”.

Un ultimo elemento, ma di folklore politico, lo fornisce il Consigliere della Lega Nord Salvini, su richiesta del quale sono state convocate le audizioni, quando chiede agli esperti presenti se i lupi che scorrazzano in Toscana presentino ibridazione con lupi nord europei o slavi. Gli rispondono di stare tranquillo: i nostri lupi, come accertato dal DNA, sono razzialmente puri!

 

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L’ISOLA DI GORGONA, UN GIOIELLO NATURALISTICO DELL’ARCIPELAGO TOSCANO – Prima parte

Di Guido Moggi

Prof. Guido Moggi

Il prof. Guido Moggi, illustre botanico dell’Università di Firenze e, con i suoi 90 anni, decano dei Soci di Pro Natura Firenze, pubblicò nel 1990 il saggio che qui riproponiamo, con l’intento di rendergli il dovuto omaggio in occasione della visita dell’isola programmata per il prossimo Aprile da questa rivista e dall’Associazione citata. La Redazione ha apportato qualche marginale modifica al testo originale, adeguandolo alle mutate circostanze storiche. Il saggio verrà pubblicato in due parti sia sul nostro sito sia nella rivista scaricabile in PDF. Inoltre, entro breve sarà pubblicato un mini-e-book scaricabile gratuitamente direttamente dal sito della nostra rivista.

3. La Gorgona

L’ISOLA DI GORGONA, UN GIOIELLO NATURALISTICO DELL’ARCIPELAGO TOSCANO – Prima parte

1. Cartina dell’Arcipelago Toscano

Le isole sono, com’è noto, insieme con le montagne, le grandi distese forestali ecc., alcune tra le zone di maggior significato naturalistico a causa del loro isolamento, della loro storia geologica ecc., e quindi del loro peculiare popolamento floristico e faunistico. Anche l’Arcipelago Toscano rientra fra le aree insulari italiane di maggior interesse dal punto di vista biologico (e non solo biologico).

Tuttavia la conoscenza naturalistica delle isole dell’Arcipelago è molto discontinua, tanto che proprio negli ultimi decenni si sono sviluppati o si stanno sviluppando studi e ricerche sulla flora, la fauna, la geologia, la biologia marina in quasi tutte le isole.

Fra queste, un aspetto particolare riveste l’isola di Gorgona, la più settentrionale di tutto l’Arcipelago, fino a non molto tempo fa poco conosciuta dal punto di vista naturalistico a causa del suo isolamento e della difficoltà di accesso, dovuta alla presenza di un penitenziario da circa un secolo e mezzo.

Le ricerche sulla flora dell’isola hanno messo in evidenza alcuni aspetti molto significativi della sua composizione floristica, in molti casi assai diversa da quella delle altre isole dell’Arcipelago.

Piccolo e aspro scoglio di appena 2,3 km quadrati di superficie, la Gorgona si rivela un interessante concentrato di flora mediterranea, specialmente in quella flora fugace che caratterizza ampiamente i territori circummediterranei. A ciò va aggiunto che l’isola è stata da molti secoli assoggettata all’azione dell’uomo, anche se limitata e moderata, ciò che ha contribuito a modificare parzialmente alcuni aspetti, specialmente in seguito agli interventi avvenuti negli ultimi tre secoli.

2. La Gorgona

4. La Gorgona

Cenni storiciNonostante la sua posizione isolata nell’alto Tirreno e il suo scarso interesse dal punto di vista strategico e logistico, l’isola è stata certamente abitata fin dall’epoca romana (l’antica “Urgon” di Plinio), come testimoniano alcuni resti di muro a “opus reticulatum” presenti presso il porticciolo, e il relitto di una nave su un fondale a Cala dei Giunchi. Intorno al IV secolo, sembra che essa fosse abitata da alcuni eremiti; fra questi va ricordato S. Gorgonio, martire romano del III sec., che si dice fosse vissuto qui a lungo in solitudine, tanto che anche oggi un grosso anfratto sul lato sud dell’isola (non sappiamo con quanta veridicità) porta il nome di “grotta di San Gorgonio”.

Dopo queste sporadiche presenze, i primi insediamenti di un certo rilievo si ebbero solo alla fine del VI sec. Per opera di monaci della diocesi di Luni, che vi furono inviati per le gravi infrazioni commesse durante la loro attività sacerdotale. Intanto, su invito di San Gregorio Magno, i monaci benedettini, che già possedevano proprietà in Corsica, decisero di stabilirsi a Gorgona e lì s’insediarono stabilmente (restandovi per più di sette secoli), dando inizio alle prime costruzioni e coltivazioni dell’isola. Nel 1074, infatti, sotto il pontificato di Gregorio VII, fu costruita la prima chiesa, i sui resti esistono tuttora nel cosiddetto Pian de’ Morti (oggi Villa Margherita). A quell’epoca sembra che si possa far risalire anche un’area coltivata, che ha conservato fino al secolo scorso il nome di “Giardin de’ Frati”, situata presso Casa Colonica.

Nel sec. XI la Chiesa, per iniziativa del Papa Alessandro II, annesse l’isola ai possedimenti ecclesiastici, e ciò provocò i risentimenti della Repubblica di Pisa, che vedeva nell’isola un possibile avamposto dei suoi territori.

Nel secolo successivo, durante le guerre tra Pisa e Genova gli Abati dell’isola si adoperarono, anche se inutilmente, come mediatori; successivamente, intorno alla metà del Trecento i pisani, per contrastare l’egemonia genovese, decisero di creare un baluardo difensivo a Gorgona, costruendo il Castello di Torre Vecchia, massiccia costruzione situata sul lato occidentale, che esiste tuttora – anche se in parte rovinata – a dominare il paesaggio circostante e il mare, anche a grande distanza.

7. La Torre Vecchia

Si giunge infine al 1284: il 6 agosto, alla battaglia della Meloria, la Repubblica di Pisa viene sconfitta dalla rivale. Ciò rappresentò, anche per Gorgona, l’inizio di un periodo di declino, legato in parte anche alla presenza di una guarnigione militare. Infatti, il permanere dei soldati pisani, se da una parte era malvisto dai monaci perché creava ovvi motivi di disturbo, dall’altra contribuiva a difendere l’isola stessa da attacchi esterni, soprattutto di tipo piratesco. Dopo quella data, infatti, diventano sempre più frequenti le incursioni dei pirati saraceni, tanto che alla fine i benedettini furono costretti, nel 1373, da abbandonare l’isola. La Chiesa, tuttavia, non voleva rinunciare al possesso e pertanto già l’anno dopo Papa Gregorio XI affidava Gorgona alla Certosa di Calci (PI); immediatamente i Certosini vi si insediarono stabilmente e attivamente, tanto che, nell’autunno del 1375 visitò l’isola S. Caterina da Siena, per portare ai monaci la sua voce e il suo spirito animatore.

6 Puta Cala Maestra

La permanenza dei Certosini durò, con alterne vicende e in modo saltuario, fino al 1777, tuttavia i primi secoli del loro insediamento appaiono molto burrascosi a causa, principalmente, dei frequenti attacchi dei Saraceni. Già nel 1425 i monaci furono costretti ad abbandonare l’isola, quando erano più di quaranta e avevano avviato ampie coltivazioni e costruito un convento, dei mulini ecc., che però vennero interamente distrutti dalle scorribande piratesche.

Nella seconda metà del ‘400 la Repubblica Fiorentina preso possesso di Gorgona e, con grandi contrasti con l’autorità ecclesiastica che non rinunciava alla proprietà, vi insediò una guarnigione, che fu poi confermata sotto la dinastia medicea. Intorno alla metà del ‘500 Cosimo I cedette l’isola ai monaci basiliani, ma la loro permanenza durò pochi decenni.

Durante il secolo successivo sembra che l’isola fosse poco abitata: è certo però che verso la fine del ‘600 vi tornarono alcuni certosini, i quali però si trovarono presto in contrasto con i pochi pescatori che risiedevano saltuariamente a Gorgona e con i militari della guarnigione granducale.

Agli inizi del 1700 Cosimo III dava l’avvio alla costruzione della Torre Nuova, elegante edificio quadrato in mattoni posto sopra lo Scalo Maestro, che domina l’accesso all’isola da est.

La presenza sempre più massiccia del Granducato aumentò tuttavia il malcontento dei monaci e il risentimento della Chiesa, che ne rivendicava la proprietà, mai ceduta; alla fine si giunse a un accordo tra il Prore della Certosa di Calci e il Granduca, in seguito al quale quest’ultimo riconosceva alla Chiesa la proprietà dell’isola e di tutti i suoi beni e quindi autorizzava il rientro dei monaci e la ripresa della loro attività, mentre i certosini si assoggettavano ad una serie di disposizioni a vantaggio del governo granducale, dei soldati e dei pescatori.

9. Cala dello Scalo

In seguito a questo accordo l’isola rifiorì grandemente: aumentò la popolazione dei monaci e dei pescatori, i quali riuscirono a convivere con la guarnigione, che era autorizzata all’uso di una parte del terreno e a utilizzare il legname per i suoi scopi (“jus lignandi”). In questo periodo, i monaci dettero l’avvio a nuove costruzioni ed estesero, migliorandole, le colture: fu eretta la chiesa, che esiste tuttora; fu abbandonato il vecchio Monastero al Pian de’ Morti e ne fu costruito uno nuovo ai lati della chiesa; furono costruiti nuovi magazzini a Le Capanne e sopra la Cala dello Scalo; furono eretti altri magazzini e fu perforato un pozzo di acqua potabile a Cala Martina. Inoltre, dopo un adeguato trattamento del terreno, furono piantati al Pian de’ Morti, alle Capanne e nella valle dello Scalo viti, alberi da frutto e olivi, i quali ultimi nel 1707 dettero il loro primo frutto consistente in ben diciannove fiaschi di olio.

Durante il XVIII sec. L’isola godette di un periodo di prosperità inconsueto: le colture dettero buoni risultati, la pesca delle acciughe era una florida attività, i contatti con la terraferma erano frequenti, la popolazione si accresceva. Intorno alla metà del secolo, gli abitanti erano una settantina e nel 1740 l’Arcivescovo di Pisa giunse in Gorgona per cresimare sette giovani.

Tuttavia col passare del tempo il mantenimento delle attività agricole si rivelò fortemente dispendioso; inoltre nel 1767 una fortissima tempesta si abbatté sull’isola, distruggendo quasi tutte le coltivazioni e danneggiando molti edifici. Ma i monaci non si dettero per vinti: riparati i danni, tentarono di estendere le colture anche ad altre zone dell’isola, con risultati però poco soddisfacenti.

Va aggiunto inoltre che la Certosa di Calci attraversava un grave periodo di crisi, avendo perduto i possedimenti che aveva in Corsica e avendo dovuto provvedere alla riparazione dei danni di Gorgona. Per cui, dopo molte trattative, l’isola venne ceduta dalla Chiesa al Granducato di Toscana nel marzo del 1777. Terminava così, dopo undici secoli, il dominio ecclesiastico, caratterizzato per la maggior parte del tempo dalla presenza dei monaci certosini.

10. Cala Martina

Il Granduca Leopoldo, con la lungimiranza che lo contraddistingueva, tentò subito di valorizzare l’isola, emettendo nello stesso anno un editto che garantiva numerose facilitazioni a chi avesse voluto trasferirvisi ed esercitare l’attività di pescatore o di agricoltore. Nonostante le condizioni allettanti, pochi furono da allora gli abitanti dell’isola, e questa rimase abbandonata sia durante il periodo napoleonico che sotto Ferdinando III e Leopoldo II, Risulta che per alcuni anni il Granduca abbia ceduto Gorgona in affitto ad alcune famiglie, ma con scarso successo.

Finalmente nel 1860 l’isola, come il resto della Toscana, viene annessa al Regno d’Italia. Era il periodo della lotta al brigantaggio e il nuovo governo non trovò di meglio che inviare a Gorgona in domicilio coatto alcuni dei fuorusciti catturati, autorizzando il lavoro agricolo dove esistevano coltivazioni in atto. Visto il buon esito dell’iniziativa, nel 1869 fu istituita ufficialmente la Colonia Penale Agricola, dapprima come succursale di quella di Pianosa, poi, dal 1871, come penitenziario autonomo.

L’istituzione della Colonia Penale, tuttora esistente, modificò radicalmente la struttura dell’isola e ne permise un uso coordinato che è rimasto pressoché invariato fino a oggi, se si escludono temporanei avvicendamenti avvenuti in coincidenza con le due guerre mondiali. Durante la seconda guerra, ad esempio, Gorgona fu temporaneamente abbandonata e i detenuti trasferiti in continente; nel 1943 fu occupata dai tedeschi e successivamente dagli Alleati, che vi sbarcarono nel 1945 annientandovi la guarnigione tedesca e insediandovi per breve tempo un presidio militare. Infine, nel 1946, fu ripristinata la Colonia Penale, che dal 1996 convive con il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, di cui Gorgona è parte integrante.

Continua…

Galleria fotografica

Fonte delle fotografie

  1. Arcipelago toscano – tuscanywalkingfestival.it
  2. Mappa della Gorgona – ufficioguide.it
  3. La Gorgona – firenzeformatofamiglia.it
  4. La Gorgona – ondamica.it
  5. Mappa della Gorgona – http://ripadiversilia.uoei.it
  6. Cala Maestra – intoscana.it
  7. La torre vecchia – http://irintronauti.altervista.org/isola-di-gorgona
  8. Gorgona – http://www.sicilyrentboat.com/en/itineraries/escursione-su-isola-di-gorgona.html
  9. Cala dello scalo – http://blog.tuscanyholidayrent.com/2016/03/the-penal-colony-island-gorgona-is-to-open-up-to-tourists/
  10. Cala Martina – http://irintronauti.altervista.org/isola-di-gorgona/
  11. Cala Scirocco – panoramio.com
  12. Il borgo – http://mapio.net/a/72687288/
  13. Torre nuova – https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Nuova_(Gorgona)
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RECENSIONE: 100 VOCI PER AMATRICE

Di Alberto Pestelli

Scrivere una recensione non è mai stato semplice per me che sono più abituato a leggerle – e nemmeno tanto spesso – sui miei lavori letterari. Ma quando si tratta di un libro nato dall’iniziativa di alcune persone per scopi umanitari, la musica cambia e la linea “melodica” da comporre diventa più semplice anche se il libro di cui si vuole parlare è paragonabile alla più bella sinfonia che abbia mai ascoltato.

Che cos’è 100 Voci per Amatrice? Grazie al caro amico Carmelo Colelli, che spesso ha collaborato (e collabora tutt’ora) con la rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” (www.italiauomoambiente.it), sono venuto a conoscenza di questa nobile iniziativa nata grazie all’Associazione culturale barese “Virtute e canoscenza” di cui la professoressa Santa Vetturi è presidentessa e curatrice dell’opera. L’Associazione pugliese non è la prima volta che usa questa formula di successo. Già una decina di anni fa ha chiamato un gran numero di Artisti di ogni parte d’Italia (fotografi, pittori, poeti, scrittori) che si sono autotassati per compilare un’antologia il cui ricavato è andato in beneficenza.

Con il presente lavoro l’intero ricavato e diritti d’autore serviranno per la ricostruzione della biblioteca di Amatrice, distrutta dal recente terremoto.

Ma sfogliamo le prime pagine… impossibile non notare l’acrostico composto con la parola – scusate la ripetizione… – PAROLE: doPo drammAtici tRamonti risOrgono aLbe serEne. Ed è proprio leggendo la poesia della prima autrice dell’antologia, Angela Accarrino, che siamo di fronte al sorriso di un’alba serena.

100 Voci per Amatrice non è solo poesia in lingua italiana, ma anche, come nel caso di Carmelo Colelli poesia in lingua locale riscoprendo le tradizioni da tenere gelosamente nello scrigno della cultura di tutta la nostra nazione.

La biblioteca di Amatrice prima e dopo il terremoto

Ma non c’è solo poesia… tanti racconti e tante immagini. Anche qui un acrostico: aiutIamo rinoMati voluMi A rinconGiungersi In uNa biblIoteca. Disegnatori, pittori e fotografi professionisti e non si avvicendano nelle pagine dell’antologia mostrando la loro anima, la loro fantasia per amore della cultura e della bellezza dell’arte.

Mi perdonino tutti gli autori se ho menzionato solamente due dei loro amici di Antologia in questa breve recensione della LORO opera… forse è il caso di dire che è un’opera di tutti noi per tutti noi, un’iniziativa di solidarietà nei confronti di una popolazione che ha perso tutto nella distruzione del terremoto. E per la ricostruzione servono solidi mattoni, certo, ma serve anche la cultura ad aiutare il cemento a tenere salda la volontà di andare avanti. 100 Voci per Amatrice costituisce quel collante, quel catalizzatore utile per far ritornare la speranza. Come scrive nella quarta di copertina Sergio Serafini, Bibliotecario della Biblioteca Comunale di Amatrice, “Ricostruire quello che c’era è appena una speranza parziale, certo, ma c’è rimasta solo quella, e quindi ce la dobbiamo tenere stretta e curarla e coltivarla, quale leva per un futuro migliore”.

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UNA QUESTIONE DAVVERO SCOTTANTE

Di Gianni Marucelli

Nessuno parla più del Deposito Nazionale delle scorie nucleari in Italia e della sua ubicazione: ma è solo questione di tempo…

Rischia davvero di cadere nel dimenticatoio collettivo, ma la patata è così bollente che non si può lasciarla cadere nelle mani del popolo italiano prima di una tornata elettorale, e del resto è senz’altro difficile individuare, nel nostro Paese, un periodo che non sia pre-elettorale; quello che sembra certo è questo: qualsiasi governo prenderà le decisioni definitive, rischia di perdere immediatamente qualche milione di voti.

Ci riferiamo alla definizione del “Progetto nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi” e all’individuazione del sito dove realizzare il deposito delle scorie nucleari che si sono prodotte, e si continueranno a produrre, in Italia, nonostante la rinuncia a questo tipo di fonte energetica con il noto referendum svoltosi nel 1987.

Infatti, oltre che nelle centrali nucleari, scorie radioattive, seppure in modesta quantità e di basso-medio livello di emissioni, si producono ovunque siano in funzione macchinari che utilizzino componenti radioattive: in medicina, ad esempio (TAC, radioterapia ecc.), ma anche nell’industria e nella ricerca.

Al momento, tutti i rifiuti radioattivi sono “conservati” in prevalenza nei luoghi dove sorgono le centrali nucleari non più attive; in questo, fa la non invidiabile “parte del leone” il Piemonte (Trino Vercellese), che custodisce il 73% circa dei residui; tra Campania e Basilicata è ubicato un altro 20% del materiale. Tali depositi non sono e non possono essere definitivi, perché non sono stati concepiti a questo scopo. Anzi, i rischi relativi alle loro deficienze sono stati più volte segnalati e preoccupano le comunità locali.

In tutti gli altri paesi europei, del resto, è stata già definita la proceduta di realizzazione di un unico deposito per le scorie radioattive, e in alcuni casi -come in Inghilterra – è già stato individuato il luogo dove ubicarlo, assicurando al contempo la massima sicurezza alle popolazioni coinvolte e incentivi tali da rendere sopportabile, se non appetibile, la disponibilità ad ospitare – nei secoli dei secoli – un tale fardello.

A che punto si è in Italia? L’ISPRA (Istituto per la sicurezza ambientale) ha stabilito dei criteri di esclusione e di inclusione nella lista dei siti possibili – ad esempio, tutte le zone sismiche, o quelle soggette a frane, o quelle situate a oltre 700 metri. di altezza, oppure vicinissime al mare, sono di fatto tra i luoghi esclusi. Nei fatti, la stragrande maggioranza del territorio della penisola rientra nella lista delle zone escluse. Rimangono alcuni lembi di territorio, localizzati nella pianure alluvionali, in Toscana, nel Lazio, in Basilicata, in Campania e in qualche altra regione. Non si parla, per ora, di Sardegna e di Sicilia: la seconda perché ovviamente sismica, la prima, invece, per conformazione geologica particolarmente stabile, presenterebbe dei siti molto interessanti, e la sua esclusione quindi non sembra definitiva.

Quel che sappiamo, è che la SOGIN, azienda che gestisce nei fatti i rifiuti radioattivi, ha già pronto da tempo l’elenco dei 100 siti adatti alla bisogna (CNAPI); sembrerebbe intenzionata a comunicarli subito dopo l’estate, in un periodo che si suppone tranquillo dal punto di vista politico: ma non si sa per certo.

La procedura prevede poi che si svolga un ampio dibattito, con veri e propri seminari-conferenze destinati allo scopo, tra tecnici, governo, rappresentanti delle Regioni interessate, una consultazione da cui dovrebbero emergere località le cui amministrazioni manifestino la non contrarietà a ospitare il Deposito Nazionale. Per addolcire la pillola, il progetto prevede che, nel luogo prescelto, sia realizzato anche un grande Parco Tecnologico, dove si faccia ricerca sulle tecniche di “decomissioning”, ossia di smantellamento delle strutture nucleari. Un Centro Studi a livello europeo che dovrebbe assicurare la creazione di molti posti di lavoro.

Le previsioni di realizzazione del Deposito parlavano, fino a un paio di anni fa, del 2019; ma la data ormai pare davvero dover slittare a chissà quando.

Per il momento, segnaliamo le fondate e reiterate proteste delle Associazioni ambientaliste piemontesi, che vedono ampliarsi i depositi “temporanei” ubicati in Piemonte…

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Così si uccidono i parchi

Parco del Gran Paradiso

Ventisei anni fa, nel 1991, veniva approvata dal Parlamento la Legge n. 394, comunemente chiamata “Legge sui Parchi”, che introduceva una moderna normativa per la gestione delle Aree protette del nostro Paese. Un successo per la Natura e per chi la ama, un documento fondamentale che però, dopo un quarto di secolo, aveva necessità di una revisione.

“Mai ristrutturare il pollaio lasciando libere le galline – dice un vecchio adagio campagnolo – la volpe è lì, pronta a papparsele”. Una cosa del genere è accaduta in Commissione Ambiente della Camera, dove, nonostante i vari avvertimenti e le proposte delle Associazioni ambientaliste, la “manutenzione” della L. 394 è divenuta l’occasione per redigere e approvare, a colpi di maggioranza, una vera e propria “controriforma”, dove nella Legge si introducono elementi tali da portare allo sfascio quel poco che della Bella Italia ha potuto essere salvato dallo scempio compiuto nell’ultimo mezzo secolo.

Si conferma così quella linea – esiziale per l’ambiente – che è stata seguita dai vari Governi succedutisi in questi ultimi anni, che hanno portato ad approvare lo smembramento del Parco Nazionale dello Stelvio, la soppressione del Corpo Forestale, il tentativo di trivellare ovunque i nostri mari alla ricerca di idrocarburi (proprio il contrario della scelta a favore dello sviluppo delle fonti energetiche alternative, he apparentemente era da tutti sostenuta)…

La Vicepresidente della Commissione ambiente della Camera, on. Serena Pellegrino (Sinistra Italiana), oggi ha denunciato, con un suo documento inviato alle Associazioni e ai Media, quanto accaduto durante i lavori, auspicando che il testo che andrà poi discusso alla Camera dei Deputati venga riportato sui binari della correttezza ambientale, cancellando lo scempio che ne è stato appena fatto.

Crediamo opportuno riportare integralmente quanto scritto dall’on. Pellegrino, per informare i nostri lettori su questo nuovo, gravissimo, attentato all’Ambiente.

Il direttore, Gianni Marucelli

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Proposta di legge C. 4144, recante “Modifiche alla legge 6 dicembre 1991, n. 394 e ulteriori disposizioni in materia di aree protette. La Camera dovrà discutere di uno scempio normativo, la maggioranza di questo Governo consegna con una vera e propria contro riforma le parchi e aree protette alle bramosie delle lobbies che governano i Governi. Dopo 26 anni dalla approvazione della rivoluzionaria legge n. 394/91 che istituiva i parchi nazionali e le aree protette, oggi sappiamo bene come dovrebbe essere riformato questo fondamentale strumento normativo di gestione del territorio e dell’ambiente. Attraverso le norme della 394, pur tra le tante criticità che non abbiamo mai mancato di evidenziare, è stata sostenuta la sfida di conservare la natura del nostro Paese, tutelare gli ecosistemi, introdurre concrete possibilità di sviluppo armonioso e rispettoso dell’ambiente e delle identità culturali e sociali per le comunità che vivono dentro e accanto le zone protette. Che fosse necessaria una manutenzione della stessa legge era opinione comune, tant’è che fin dal 2002 è stata richiesta in modo corale, ma senza risposta, la Terza Conferenza Nazionale delle aree protette.

Oggi, con le ultime votazioni sugli emendamenti alla contro-riforma della legge quadro sui parchi L.394/91, la Commissione Ambiente della Camera ha licenziato per il dibattito alla Camera uno scempio normativo che consegna alle bramosie delle lobbies che governano i Governi uno dei beni più preziosi del nostro Paese: le aree protette, ovvero il 10 per cento del territorio italiano. La nuova legge si rivela lo strumento dove le competenze e le garanzie dello Stato sul patrimonio collettivo vengono cedute al sistema delle clientele politiche locali e contemporaneamente i criteri scientifici e le buone pratiche di gestione sono messe all’asta nella contrattazione della spartizione di poltrone e incarichi. Alle proposte emendative delle associazioni per la conservazione della Natura e alle motivate proteste di tutto il mondo ambientalista il Presidente Realacci, in osservanza delle strategie del Partito Democratico, ha risposto in Commissione con tempi forzati nella discussione e con votazioni a raffica: una fretta sospetta. Non è un decreto in scadenza. Non c’è l’urgenza, non ci sono gravi questioni di emergenza da risolvere.

Invece di lanciare nuove politiche di conservazione della biodiversità, delineare forme innovative di gestione dei Parchi e aumentare le risorse ad essi destinate, si rende commerciabile, attraverso il sistema delle compensazioni finanziarie, il patrimonio naturale italiano, si consente che la crisi crescente delle piccole comunità venga risolta con la svendita del territorio ai “sovrani” delle fossili o dell’energia, etichettando lo scempio come “nuova economia”.

Così come si va definendo, anche nel dibattito in Commissione ambiente, la nuova legge è una vera e propria contro riforma e non centra il suo fondamentale obiettivo: quello della tutela e di una seria, non strumentale, valorizzazione del patrimonio naturale italiano, nella consapevolezza che da essa dipende il benessere economico e sociale delle future generazioni. Solo preservando la funzione primaria della protezione della biodiversità possiamo garantire la trasmissione intergenerazionale di beni, valori e tradizioni caratteristici dell’identità territoriale e necessari alla convivenza sociale.

Abbiamo proposto le modifiche per rendere questa riforma degna di questo nome ma dispiace vedere il Partito Democratico portare a termine un disegno di occupazione e di mala gestione degli Enti Parco che li renderà sempre più subalterni agli interessi locali. Enti che saranno governati da Presidenti e direttori succubi della maggioranza di turno.

Dopo i regali alle lobby delle trivelle e delle fonti fossili, dopo i passi indietro nello sviluppo delle fonti rinnovabili, ecco un’altra dimostrazione delle non-politiche ambientali di questa maggioranza.

Un’occasione mancata. Avremmo dovuto, con questa legge, preservare la conservazione degli irripetibili ecosistemi promuovendo davvero la Bellezza che contraddistingue il nostro Paese e che ci viene riconosciuta in tutto mondo. Ma il dibattito non è finito, alle pressioni delle Associazioni si aggiunge e si manifesta sempre più forte la consapevolezza dell’opinione pubblica, ci auguriamo che durante la discussione in Aula ci possano essere sani ripensamenti.”

 

 

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Come arrivare su Trappist-1

Un articolo di Carlo Menzinger di Preussenthal

Di ESO/E. Jehin - http://www.eso.org/public/images/jehin_trappist_5269/, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29385395

 C’è stato un certo entusiasmo, giustificato, a fronte della scoperta che intorno alla stella denominata Trappist-1 ci sono ben tre pianeti che somigliano alla Terra. Ho già affrontato alcune riflessioni sul tema nel numero di marzo di “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”, ma vorrei ora farne delle altre.

Trappist-1 in termini astronomici è piuttosto vicino, ma non lo è per nulla in termini umani. Affrontare un viaggio interstellare attraverso uno spazio di 39 anni luce, tale è la distanza che ci separa, presenta al momento una serie di problemi che sembrano ancora insormontabili alla luce delle conoscenze e della tecnologia attuali. È davvero così?

Tutti i problemi derivano dalla distanza. Fare un viaggio di 39 anni, se fosse possibile viaggiare alla velocità della luce, sarebbe già molto impegnativo.

Purtroppo, tale velocità non è raggiungibile e tanto meno superabile in base alle teorie fisiche, salvo ipotizzare cose come salti nell’iperspazio, attraversamento di whorm-hole o buchi neri e altre ipotesi solo immaginarie.

Il primo dato di fatto di cui dobbiamo prendere atto è che 39 anni luce equivalgono a 369 mila miliardi di chilometri.

New Horizons, al momento la sonda più veloce mai lanciata dall’uomo, è arrivata oltre Plutone nel 2015 e ora è in viaggio fuori dal Sistema Solare, a una velocità di 14,31 chilometri al secondo, ovvero circa 51.499 Km/h. Avanzando a questo ritmo, New Horizons impiegherebbe circa 817mila anni per raggiungere TRAPPIST-1!

La fantascienza ha immaginato una serie di metodi per superare queste distanze. Cominciamo con escludere quelli più comodi ma anche meno praticabili come, appunto, scorciatoie che ci permettano di viaggiare più veloci della luce. Se mai un giorno saranno praticabili, sarà come aver vinto alla lotteria, ma al momento credo che le probabilità siano ancor più sfavorevoli di altre ipotesi.

Il primo problema da superare è rendere il tempo di viaggio ragionevole. Partiamo dall’idea che per ora ci vogliono almeno 817.000 anni.

800.000 anni fa cominciavamo a lavorare la pietra. La civiltà umana, da quando è nata la scrittura e un minimo di tecniche, ha solo circa diecimila anni. Immaginare una sorta di città spaziale che viaggi per un tempo simile, a parte l’usura della medesima, sarebbe socialmente impensabile la sua sopravvivenza. Avremmo il tempo di sprofondare in medioevi distruttivi centinaia di volte o di estinguerci o di distruggere la nave in qualche guerra fratricida, lasciando a parte eventi esterni, come essere colpiti da un meteorite.

Occorre allora ridurre i tempi di percorrenza di almeno mille volte. Abbiamo, insomma, almeno bisogno di una nave che viaggi a 50 milioni di chilometri orari! Sembra impossibile.

Ammettiamo per ora che ci si riesca. Come potremmo attraversare lo spazio per 800 anni? La fantascienza ha immaginato le cosiddette “navi generazionali”, ovvero delle città spaziali che viaggiano attraverso lo spazio portandosi dietro un gran numero di persone che nascono e muoiono all’interno, generazione dopo generazione, per ottocento anni! Il rischio che questa società imploda è un insegnamento fin troppo facile della storia. Basta tornare indietro di 800 anni o, magari, di altri 800.

Durante questo viaggio la popolazione umana potrebbe essere addormentata. Le tecniche di congelamento umano stanno facendo progressi. Alla fine del 2016 pare che nel mondo ci fossero già 377 persone crioconservate. Si occupano a oggi di ibernazione umana tre società l’Alcor, in Arizona, il Cryonics Institute sempre negli Stati Uniti, vicino a Detroit e fondato da Robert Ettinger, ‘padre’ della crionica, e la KryoRus, nata nel 2006 in Russia. I costi variano da 36.000 a 200.000 dollari per l’intero corpo. Ci sono tariffe più basse per conservare solo il cervello. Il primo uomo ibernato della storia è stato lo statunitense James Bedford, professore di psicologia dell’Università della California, congelato dal 1967 e ancora sottozero. La crionica consiste nell’abbassamento graduale ma rapido, in fasi, della temperatura corporea di persone dichiarate legalmente morte, fino al raggiungimento della temperatura dell’azoto liquido. Se lo si fa entro mezz’ora dalla morte la decomposizione si ferma. C’è solo un “piccolo” problema: le tecniche non permettono di riportare in vita i corpi crioconservati. Chi decide di farsi ibernare dopo la sua morte, spera in futuro di essere ‘risvegliato‘ e curato dalla malattia che gli è costata la vita, grazie a presunte nuove competenze mediche acquisite dopo anni di ricerche. Si parla, insomma, di defunti e la resurrezione è per ora territorio della religione più che della scienza!

Peraltro, alcuni campioni biologici sono già stati criopreservati, cioè portati e mantenuti alla temperatura dell’azoto liquido (fermandone la decomposizione) e riportati in vita. Fra questi interi insetti, certi tipi di anguille, molti tipi di tessuti umani (fra i quali quelli cerebrali), embrioni umani e alcuni organi di mammiferi.

Ammesso che un giorno si trovi il modo di risvegliare un uomo crioconservato, il mio dubbio in proposito riguarda il numero di anni o mesi in cui sarà possibile conservare la possibilità di risveglio. Penso banalmente che gli alimenti in freezer non dovrebbero essere consumati dopo essere rimasti congelati troppo a lungo.

Il foodsafety.gov, il portale per la sicurezza alimentare del governo degli Stati Uniti, e il U.S Food and drug administration, per esempio, sconsigliano di consumare un hamburger o una zuppa vegetale congelati da più di 3 mesi, mentre un pollo intero o una bistecca possono durare un anno e il pesce 6 mesi.

Se questo è vero per organismi morti, a maggior ragione ci dovrebbe essere un limite per organismi “viventi”. Dubito che l’ibernazione permetterà mai di riportare in vita un uomo dopo 800 anni!

Si è detto però che sono stati riportati in vita embrioni umani. La crioconservazione degli embrioni costituisce parte essenziale dei trattamenti di riproduzione assistita, poiché consente di conservare gli embrioni per utilizzarli in un secondo momento.

La crioconservazione degli embrioni è una tecnica consolidata sia per gli embrioni allo stadio di zigote, come allo stadio di cellule, pur esistendo anche l’opzione di crioconservarli allo stadio di blastocita.

La crioconservazione degli ovociti è un’altra metodica attualmente usata per permettere una gravidanza futura, per esempio a una paziente oncologica giovane che deve essere sottoposta a trattamenti chemio/radioterapici tali da compromettere in maniera significativa la riserva ovarica. Questa tecnologia ha consentito di ottenere in tutto il mondo buoni risultati clinici in termini di gravidanza. Il loro utilizzo può avvenire anche dopo molti anni. Gli ovociti sopravvissuti allo scongelamento potranno essere inseminati mediante la tecnica di iniezione dello spermatozoo nel citoplasma dell’ovocita. Il recupero funzionale degli ovociti dopo scongelamento è attualmente di circa il 70%.

La crioconservazione del liquido seminale dà la possibilità all’uomo di utilizzare i propri spermatozoi nelle situazioni che mettono a rischio la sua fertilità anche solo per un periodo temporaneo e offre alle coppie la possibilità di accedere successivamente a tecniche di procreazione medicalmente assistita. Nei campioni crioconservati si ha comunque un peggioramento della qualità del seme dovuta sia a una riduzione della motilità che a possibili danni ultrastrutturali a livello della membrana cellulare, dei mitocondri e a un aumento del grado di denaturazione del DNA. Leggo nel regolamento di una banca del seme, che questo può essere conservato “praticamente per sempre”, ma poi specifica che l’interruzione della crioconservazione può avvenire per usare il campione per qualsiasi terapia; se il donatore indica che non desidera più conservare il campione; se sospende il pagamento del canone (nel caso esaminato sono € 200 l’anno per ogni campione); in esecuzione del testamento del donatore. Dunque, “per sempre” è forse da intendersi in connessione con la durata della vita umana, una sorta di “finché morte non vi separi”. Quanto a lungo potrebbe essere conservato oltre tale scadenza? Leggo altrove che alcuni studi hanno dimostrato che una conservazione fino a 30 anni non altera la qualità del seme. La tecnica è forse relativamente troppo nuova perché si possa immaginare cosa succederebbe in alcuni secoli.

Insomma, oltre all’ibernazione umana, ci sono già tecniche che consentirebbero di trasportare nello spazio embrioni, ovociti o sperma umano, consentendo la nascita degli individui in un momento successivo.

Il dubbio è per quanto tempo questi potrebbero essere conservati? Oggi queste sono tecniche per consentire gravidanze future, dunque, ne è previsto l’uso nell’arco della vita di una persona. Funzionerebbero dopo mille anni?

La loro durata dipende dalla tecnica e questa potrebbe essere migliorata oppure embrioni, ovociti e spermatozoi hanno una “vita massima” anche in crioconservazione?

Possono esserci altre tecniche per preservarli nei secoli?

Ammettiamo di essere riusciti a superare le prime due difficoltà: creare una grande nave che viaggi sufficientemente veloce da ridurre sotto i mille anni i tempi di viaggio dalla Terra a un altro pianeta e disporre di tecniche di ibernazione e crioconservazione abbastanza evolute da conservare esseri viventi (non solo uomini, ma anche altri animali e piante), embrioni, ovociti o spermatozoi per un tempo almeno pari a dieci secoli, chi potrà aiutare i “passeggeri” a risvegliarsi?

Risvegliare esseri umani adulti e preparati dovrebbe essere più semplice e si potrebbe disporre subito di gente operativa e pronta a entrare in azione. Probabilmente dei sistemi robotizzati come si vedono in tanta fantascienza, vedi per esempio il recente film “Passengers”, potrebbero essere sufficienti allo scopo. Sempre che riescano a mantenersi in funzione per un tempo sufficiente. È sempre il tempo il nostro nemico! Se saremo riusciti a conservare la vita per un periodo così lungo, conservare dei computer o dei robot, probabilmente sarà una sfida minore.

Il sospetto, però, è che ibernare degli esseri umani sarà più difficile che crioconservarli in stato embrionale o addirittura preservare il loro seme e i loro ovociti.

Oltretutto, trasportare un’intera colonia (dalle 500 alle 5000 persone), più animali e piante in proporzione, necessiterebbe una nave immensa, con una massa non meno colossale e, quindi, con dispendi energetici enormi per effettuarne l’accelerazione. Immagino che dovremo puntare sulla crioconservazione, con evidente risparmio di spazio ed energia. Ci dovranno dunque essere degli incubatori per completare lo sviluppo degli embrioni e delle macchine per effettuare la fecondazione di ovociti e spermatozoi. Anche questo potrebbe essere gestibile. Con animali e piante i problemi successivi sarebbero ridotti, ma gli esseri umani impiegano molto tempo per raggiungere la piena efficienza (lo stesso, in misura minore, vale per tutti i mammiferi e molti altri animali). Occorrerà qualcuno che li allevi, li nutra e li educhi. Alcuni umani risvegliati dall’ibernazione? Se sarà possibile farli vivere tanto. Magari si potrebbe immaginare un gruppo di persone che trascorra una serie di periodi in ibernazione, risvegliandosi per un certo tempo, accoppiandosi e avendo figli ed educandoli per il compito futuro. Questi figli e i loro figli e i figli dei loro figli potrebbero continuare ad alternare periodi di ibernazione a periodi di veglia, in modo da arrivare a percorrere mille anni con una numero di generazioni sufficientemente ridotto da non decadere nella barbarie. Le ultime generazioni dovranno attivare gli embrioni o effettuare l’inseminazione degli ovociti. Saranno all’altezza del loro compito? Rispetteranno ancora le regole della nave?

In alternativa, potrebbero essere le strutture della nave, con alcuni robot umanoidi a formare la generazione che scenderà sul pianeta. Presumibilmente la formeranno sulla nave stessa, in orbita attorno al mondo target, su cui altre macchine nel frattempo scenderanno a predisporre l’ambiente per la colonizzazione. Dopo una trentina di anni, la prima generazione potrà scendere sul pianeta, nelle strutture predisposte dagli automi. La nave probabilmente, per ragioni spazio, potrà risvegliare solo piccoli gruppi per volta. Quando il primo gruppo sarà abbastanza grande, sarà risvegliato il secondo, quando il primo sarà maturo, per esempio, si sveglierà il terzo e così via, fino a che tutto il patrimonio genetico non sarà riattivato.

Insomma, raggiungere un nuovo pianeta potrebbe essere possibile solo superando alcune difficoltà tecniche ancora piuttosto lontane dal trovare una soluzione.

C’è poi da dire che, a meno di non aspettare ancora migliaia di anni che varie sonde vadano in giro per la Galassia alla ricerca del pianeta ideale, impiegando migliaia di anni prima di dare qualsiasi risposta, e partendo solo con la certezza di aver trovato il pianeta perfetto, identico alla Terra, l’alternativa sarà partire un po’ alla cieca, fidandosi delle rilevazioni dei telescopi, sperando che il nuovo mondo abbia già un buon numero di caratteristiche positive. Arrivati sul nuovo mondo, con buona probabilità, saremo solo all’inizio di un difficilissimo processo. Non sarà come l’arrivo degli Europei in America. Probabilmente non si tratterà solo di costruire le nostre abitazioni e coltivare la terra. Si dovrà terraformare il pianeta. Si comincerà, come vorremmo ora fare con Marte, creando delle strutture isolate, con aria propria e sistemi di riciclo dell’acqua, al cui interno vivere, allevare animali e coltivare piante. Solo con il tempo (millenni a esser fortunati) potremo cominciare a vivere all’esterno.

C’è una cosa al mondo che fa girare tutto: i soldi. Finora vi abbiamo appena accennato per alcune delle fasi. Non ho idea di quanto un simile progetto costerebbe nel suo insieme. Di sicuro moltissimo. Molto di più di quanto possiamo immaginare. Chi lo finanzierebbe? Un’associazione di Stati, una di privati? Compagnie di colonizzazione come quella inglese delle Indie? Quante opposizioni incontrerebbero simili investimenti, soprattutto se pubblici? Già oggi c’è chi si oppone a viaggi spaziali considerandoli inutili, eppure quest’impresa sarebbe molto più onerosa.

Dobbiamo per questo arrenderci? Sicuramente no. Questa è la nostra grande sfida. Questo è il motivo per cui la natura ha creato una razza tecnologica come la nostra: diffondere la vita tra le stelle. Ma non avremo un pianeta sostitutivo prima di molto, moltissimo tempo. Quello che è abbiamo è prezioso. La Terra è preziosa. La Terra è la nostra casa e lo resterà ancora per molto. La nostra sola casa. È nostro dovere raggiungere nuovi pianeti, ma è anche nostro dovere difendere questo mondo, il terzultimo pianeta viaggiando verso il Sole.

CARLO MENZINGER DI PREUSSENTHAL

Carlo Menzinger di Preussenthal, nato a Roma il 3 gennaio 1964, vive a Firenze, dove lavora nel project finance. Ama scrivere storie e ha pubblicato varie opere tra cui i romanzi ucronici “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”, i thriller “La bambina dei sogni” e “Ansia assassina”, i romanzi di fantascienza del ciclo “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” e il romanzo gotico – gallery novel “Il Settimo Plenilunio”. Ha curato alcune antologie, tra cui “Ucronie per il terzo millennio” e pubblicato su riviste e siti web.

Il suo sito è           www.menzinger.it

(https://sites.google.com/site/carlomenzinger/)

I suoi blog sono     https://carlomenzinger.wordpress.com/

                           https://pianeta3.wordpress.com/

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PILLOLE DI METEOROLOGIA: OSCILLAZIONI CLIMATICHE: COSA CI DOBBIAMO ASPETTARE?

Di Alessio Genovese

Dopo l’illusione del mese di gennaio, che ha fatto registrare nel nostro paese delle temperature di quasi 2° inferiori alle medie del periodo, il mese di febbraio è tornato in maniera prepotente a far registrare un sopra media piuttosto pronunciato. In realtà, a livello globale anche lo stesso mese di gennaio è stato nel complesso piuttosto caldo, con un aumento rispetto a quanto registrato a dicembre ’16. Le previsioni stagionali elaborate dai più importanti centri di calcolo mondiali, fra i quali l’europeo ECMWF che a breve trasferirà la sua sede dall’Università di Reading in Inghilterra a Bologna, prevedono una prima parte di primavera con ulteriori surplus termici. Tutto questo avverrebbe nonostante oramai siano già stati smaltiti quasi del tutto gli effetti dell’importante El Nino che si è avuto nel 2016. Come già più volte ribadito in questa rubrica, chi scrive non nega l’esistenza del global warming, ma vuole essere fiducioso rispetto alla possibilità che già dai prossimi anni se non mesi possa quanto meno essere contrastato il surriscaldamento. A livello scientifico, pur essendo forse prevalenti le tesi del surriscaldamento di origine antropica, sono sempre più numerosi gli scienziati che sostengono la ciclicità del clima sul pianeta terra e danno poco peso all’influenza antropica attribuendone molto, invece, alle dinamiche solari. Ad esempio alcuni scienziati russi di un ente di ricerca sostengono la teoria che il surriscaldamento globale sia il risultato di fluttuazioni climatiche e sia causato da fattori naturali e non collegato con l’attività umana. Essi inoltre, come già sottolineato in queste pagine negli anni passati, mettono in risalto come la temperatura dell’aria nell’emisfero settentrionale si sia stabilizzata dal 1998 ed in alcune zone del pianeta, tranne l’Artico, abbia già iniziato a scendere.

In tale luogo il calo dovrebbe avvenire a partire dai primi anni ’20. Il sito online attività solare.com evidenzia la possibilità di un collegamento fra l’attività solare (dinamo) e l’oscillazione fra i grandi pianeti; tale relazione porterebbe ad un nuovo importante minimo solare (tipo Dalton) a partire dal 2025. Anche il sito climatemonitor, dove scrive il noto meteorologo dell’aeronautica Guido Guidi, evidenzia un sistema caotico e di difficile previsione, collegato ai minimi spostamenti ciclici dei più grandi pianeti che girano attorno al sole. Tale variabilità potrebbe essere la variante impazzita che potrebbe far saltare il banco delle previsioni.

C’è addirittura chi sostiene che la prossima era glaciale potrebbe iniziare entro i prossimi 100 anni, rilevando in tal senso già alcuni segnali quali l’aumento delle precipitazioni intense in estate, la frequenza degli tsunami lungo le zone costiere e nevicate più abbondanti in inverno. Lo spostamento dei continenti, che costringe la Groenlandia a spostarsi verso nord e l’Europa verso est, in relazione ad un inclinazione dell’asse terrestre determinerebbe lo spostamento dell’acqua calda verso il mare polare artico, contribuendo allo scioglimento dei ghiacci (fatto questo già ampiamente riscontrabile). E’ però a questo punto, come già scritto in passato anche da noi di Italia Uomo Ambiente, che si verrebbe ad instaurare l’inversione climatica secondo una logica di ciclicità. L’imponente immissione di acqua fredda nell’Oceano Atlantico non sarebbe quindi causata dall’aumento di temperatura, ma proprio dallo scioglimento dei ghiacci. L’immissione di acqua dolce nell’Oceano determina un processo di desalinizzazione che non consente più alla Corrente del Golfo di raggiungere l’Artico. I periodi interglaciali (come quello in cui viviamo noi) terminano quando l’Artico si scioglie e si crea un grande gap termico tra temperatura degli oceani e temperatura atmosferica. I lettori più fedeli della nostra rubrica si ricorderanno come, ad inizio inverno, avevamo messo in risalto come il notevole freddo accumulato quest’anno in tutto l’est europeo potesse proprio essere dovuto a questo gap provocato dal notevole scioglimento dei ghiacci.

Potremmo quindi essere già a buon punto rispetto al processo appena descritto. Tale evoluzione potrebbe trovare poi un valido alleato nel prossimo minimo solare, che si preannuncia molto importante e prolungato negli anni. Abbiamo più volte ricordato come una prolungata bassa attività solare possa portare fra le sue conseguenze più importanti un aumento della nuvolosità che determina ovviamente un raffreddamento delle temperature; alcuni recenti studi ipotizzano anche la possibilità di un incremento delle eruzioni vulcaniche che potrebbero immettere nella stratosfera importanti quantità di cenere, che a loro volta costituirebbero un ulteriore filtro ai raggi solari. Il prossimo minimo dovrebbe iniziare all’incirca nel 2019, ma già adesso abbiamo dei valori molto prossimi a quelli di un normale minimo e proveniamo da un ciclo solare piuttosto debole. In conclusione, almeno secondo le teorie appena esposte, è molto probabile che entro i primi anni ’20 assisteremo ad un ridimensionamento delle temperature globali che potrebbe diventare via via più importante fino al 2050. Sarà vero? A breve le prime risposte!!

Alessio Genovese

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CON PRO NATURA A GORGONA, PERLA DELL’ARCIPELAGO – sabato 8 aprile 2017

Cari Amici, eccoci a comunicarvi il programma dettagliato della più volte annunciata Gita all’Isola di Gorgona, ultima isola-carcere del nostro arcipelago. I dettagli sono scrupolosamente elencati, i posti disponibili sono molto limitati. E’ quindi indispensabile che vi iscriviate rapidamente, seguendo le istruzioni in calce al programma. Grazie a tutti, e buon divertimento

7.45: Ritrovo partecipanti e imbarco al porto di Livorno
.

8.00: chiusura imbarco


8.15: partenza per Gorgona

9.25: circa arrivo a Gorgona, disbrigo delle formalità di accesso alla Casa di Reclusione
Sbarco e introduzione alle peculiarità dell’isola

9.45-10.00: sosta presso lo spaccio e Mensa agenti, dove si trovano i servizi.
 Inizio della visita storico-naturalistica. 
Pranzo al sacco
. Proseguimento della visita, rientro al paese. È possibile sostare per il tempo rimanente nella spiaggetta del paese dove, a discrezione dell’Amministrazione, potrà essere possibile fare il bagno.

17.00 (oppure alle 18.30 nel caso che la che la nave sia di ritorno da Capraia e prosegua per Livorno), imbarco per Livorno

18.30 (19.40) arrivo indicativo previsto.

Orari e informazioni sono indicativi di una visita tipo, l’effettivo svolgimento e gli orari dipenderanno da fattori climatici e relativi alle esigenze della Casa di Reclusione ospitante. È indispensabile avere con sé un documento d’identità valido
Non sarà consentito sbarcare con apparecchi fotografici, telefoni cellulari, videocamere, qualsiasi altro apparecchio di riproduzione, coltellini e dovremo rispettare il regolamento della casa di Reclusione.
 L’escursione avviene all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e contemporaneamente nell’area compresa della Casa di Reclusione, non sarà quindi possibile in nessun caso allontanarsi dal gruppo che dovrà rimanere compatto. In caso di condizioni di mare avverso, su decisione del comandante della motonave, l’attività sarà rimandata ad altra data o rimborsata ai partecipanti.

Quote di partecipazione: € 65,00 Soci* – € 70,00 NON Soci

Bambini al di sotto dei 12 anni: € 35,00

* I Soci devono essere in regola con il pagamento della quota per il 2017 (E. 20,00)

La quota comprende: motonave per e da Gorgona, biglietto d’ingresso al Parco dell’Arcipelago, compenso per la Guida storico-ambientale che ci accompagnerà.

 

Modo di iscrizione:

Gli interessati dovranno telefonare al Presidente Gianni Marucelli (in orario cena, preferibilmente) al n. 3488738314, comunicando nome e numero dei partecipanti. Per ogni iscritto

dovranno essere comunicati: 
Nome, cognome, città, via, cellulare/recapito, mail (per recapito), Luogo e data di Nascita, Codice Fiscale.

Immediatamente dopo, è necessario che gli iscritti versino l’intera quota di 65 (70) euro a persona mediante bonifico bancario sul Conto Corrente dell’Associazione, specificando nella causale “In conto Gita Gorgona”. L’ IBAN su cui fare il versamento è il seguente:

IT 57 R 03589 01600 010570691080, intestato al Presid. Gianni Marucelli

 

Le iscrizioni si accettano fino a esaurimento posti, che attualmente sono previsti in 25, e comunque entro il 25 Marzo.

In caso di esuberi, si compileranno apposite “liste di attesa”, cui attingere in caso di rinunce.

 

Note:

Essendo l’isola di Gorgona una Casa di reclusione, i dati sono verificati dalla polizia penitenziaria che non autorizzerà lo sbarco a persone con carichi penali pendenti, per questo motivo la lista dovrà essere presentata, completa, entro il 29 marzo 2017. I posti sono limitati alla prenotazione effettuata da Pro Natura e al numero contingentato di accessi giornalieri nell’area protetta, per questo motivo, per disdette oltre il 24 marzo, non sarà possibile rimborsare l’importo versato se non con sostituzione del nominativo che dovrà comunque avvenire prima dell’invio delle liste all’amministrazione penitenziaria.

Dati Tecnici dell’escursione:

Escursione facile, parzialmente ombreggiata. Terreno: strade bianche, ciottolato. Il gruppo dovrà rimanere compatto e insieme alla guida di riferimento. Dislivello in salita 250/280 metri.

Lunghezza: 6 Km. Durata 3 ore più le soste. Sono indispensabili scarpe da escursionismo o da ginnastica adatte a camminare su sentieri. Ai visitatori privi di calzature idonee NON sarà consentita la visita. Cibo e bevande sufficienti per la giornata. Eventuale cappellino da sole.

Considerazioni finali

È ovvio che l’appuntamento al molo del Porto di Livorno alle ore 7,45 comporti, un po’ per tutti, qualche difficoltà, perché (per riferirsi a Firenze) il solo treno utilizzabile per raggiungere, via Pisa, Livorno, parte alle ore 5,35 da S. M. Novella e giunge alle ore 6,50. (costo € 9,60) Dalla stazione poi si può prendere il bus cittadino per avvicinarsi al porto. Non esistono invece problemi per l’orario di ritorno.

Prima alternativa è organizzarsi in gruppi di auto, che possono poi trovarsi al molo di Livorno all’ora stabilita. Bisogna comunque calcolare di partire (da Firenze) entro le 6,00, per non trovarsi in ritardo.

Ultima alternativa, che stiamo valutando: abbiamo chiesto un preventivo per il noleggio di un pullman da 25-30 posti. Il costo non sarà ovviamente basso, ma se si dovesse aggirare intorno ai 25 euro a persona, per andata e ritorno, potrebbe essere accettabile e, soprattutto, comodo.

Spero di poter far sapere subito a chi mi chiederà di iscriversi alla gita se questa possibilità è realistica. Cordiali saluti.

Il Presidente

Gianni Marucelli

 

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