Numero di Marzo de “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”

Informiamo i nostri amici lettori che il numero di Marzo 2017 scaricabile nella versione PDF uscirà con qualche giorno di ritardo a causa di alcuni problemi tecnici. Grazie per l’attenzione.

La Redazione

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TOSCANA: IL CASTELLO E PARCO DI SAMMEZZANO (FIRENZE) VINCE IL CONCORSO “I LUOGHI DEL CUORE” INDETTO DAL F.A.I.

Non era assolutamente facile pronosticarlo, ma l’impegno assiduo del Movimento “Save Sammezzano”, supportato da tanti Enti e Associazioni, tra cui possiamo includere la nostra rivista (vedi i vari articoli pubblicati sull’argomento) hanno sbaragliato qualsiasi ostacolo. L’ormai prestigiosissimo riconoscimento al “luogo del cuore” più votato, è andato al Castello e Parco di Sammezzano, che ha “sbaragliato” la concorrenza (costituita da altri 33.000 zone o monumenti sa salvare), raccogliendo più di 50.000 preferenze.

Va da sé che questo risultato porterà nel tempo benefici non solo “virtuali”: infatti, il F.A.I. (Fondo per l’Ambiente Italiano) destinerà per i primi interventi di “tamponamento” della situazione di grave degrado alcune decine di migliaia di euro. Poi, come sempre succede in questi casi, arriverà l’interesse concreto di Enti, Organizzazioni e privati a livello internazionale.

Insomma, pare che finalmente stia per cominciare la nuova vita del complesso architettonico ideato nella prima metà del sec. XIX dal Marchese Panciatichi Ximenex, e, cosa che ci sta particolarmente a cuore, il recupero del bellissimo “Parco delle Sequoie” che lo circonda.

Ciliegina sulla torta per i nostri lettori: insieme all’Associazione Pro Natura Firenze abbiamo organizzato una visita guidata al Parco delle Sequoie, che si svolgerà il prossimo 7 Maggio (domenica). Continuate a seguirci e avrete tutte le informazioni per partecipare a questa iniziativa.

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LA SCOPERTA DEL NUOVO SISTEMA SOLARE DI TRAPPIST-1 DIMOSTRA CHE SIAMO STUPIDI

Il comitato di Redazione e il direttore della rivista l’Italia, l’Uomo, l’Ambiente salutano il nuovo amico e collaboratore Carlo Menzinger di Preussenthal ringraziandolo per il suo bellissimo articolo.

LA SCOPERTA DEL NUOVO SISTEMA SOLARE DI TRAPPIST-1 DIMOSTRA CHE SIAMO STUPIDI

di Carlo Menzinger di Preussenthal

La scoperta del sistema solare di Trappist-1 ha generato in me, come in molti altri, innanzitutto un senso di felicità e soddisfazione.

La visione antica di una Terra come unico luogo abitabile, al giorno d’oggi, infatti, è drammaticamente desolante e triste. Quando credevamo che questo pianetucolo su cui viviamo fosse il centro dell’universo e, anzi, la sola e unica terra in cui vivere poteva forse ancora sembraci grande.

Oggi, però, sappiamo tutti che è solo un granello infinitesimale nel sistema solare, nella galassia e nell’universo.

Se questo fosse il solo mondo abitabile tra miliardi e miliardi di galassie, vorrebbe dire che siamo solo un errore della natura, che la vita è qualcosa di ancor più fragile di quanto già sappiamo, qualcosa che se finisse qui non si ripeterebbe mai più altrove.

La scoperta della piccola nana rossa e del suo codazzo di pianeti con dimensioni e composizione simile al nostro, con ben tre di loro in una fascia di temperatura in cui l’acqua non gela e non evapora, in cui dunque i medesimi meccanismi che hanno dato origine alla vita da noi potrebbero duplicarsi apre nuove prospettive.

La speranza, dunque. È di poter un giorno avere notizia di altre forme di vita. Come saranno? Simili a noi o del tutto diverse? Si baseranno sulla stessa biochimica o su altre? Quesiti affascinanti.

L’anno scorso, però, avevo anche fatto delle considerazioni in senso opposto, che questa scoperta mi pare possano corroborare.

Mi ero chiesto, infatti, come mai, se i pianeti sono così tanti, non riusciamo a entrare in contatto con civiltà aliene. La risposta che mi ero dato era qualcosa che non mi piaceva affatto: non riusciamo a trovare altre civiltà tecnologiche, perché queste sono errori dell’evoluzione, qualcosa che la natura cancella nel giro di pochi secoli. Insomma, civiltà come la nostra finiscono per autodistruggersi o per infettare l’ambiente in cui vivono annientandolo e così perendo esse stesse.

Riporto, allora le considerazioni che avevo fatto in tal senso, aggiungendo che la presenza di un intero sistema planetario forse abitabile, per giunta attorno a una stella tanto diversa dalla nostra, fa pensare che le opportunità per sviluppare civiltà tecnologiche siano persino maggiori (e di molto) rispetto a quelle che avevo ipotizzato.

La visione dell’universo, negli ultimi anni, grazie all’uso di telescopi sempre più potenti, è radicalmente cambiata.

Sappiamo ora che nella nostra galassia, la Via Lattea, ci sono dai 200 miliardi ai 400 miliardi di stelle. Sappiamo anche che nell’universo c’è un numero almeno altrettanto sconfinato di galassie, dai 300 ai 500 miliardi o, secondo stime ancora più recenti, 2.000 miliardi, ma qui la stima è ancora più difficile, anche perché sembrerebbe che di queste stelle noi si riesca a vedere solo il 10%.

Non m’interessa qui stabilire un numero esatto e neppure un ordine di grandezza preciso, mi basta sapere che di sicuro, le stelle nell’universo sono migliaia di miliardi di miliardi ovvero un numero sterminato.

Stiamo ora scoprendo anche un gran numero di pianeti, sia giganti, sia delle dimensioni del nostro. Sembrerebbe quindi che la formazione di un sistema planetario attorno a una stella sia più la norma, che non l’eccezione.

Inoltre, i meccanismi con cui si forma la vita non sembrerebbero poi così irripetibili e rari, anche se non abbiamo ancora prove concrete e sperimentali di questo. Forse questo è il punto debole dell’intero ragionamento che segue.

Con un così gran numero di mondi, parrebbe, anzi, strano che su molti di loro la vita non si sia sviluppata. Vogliamo immaginare che nella nostra galassia possano esserci, per esempio, 50 miliardi di pianeti simili al nostro? Probabilmente, anche alla luce della scoperta del sistema di Trappist-1, sono molti di più, ma accontentiamoci di questa stima. Possibile che a parità di condizioni di elementi, temperatura e atmosfera, la vita non si sia sviluppata almeno sull’1% ovvero su mezzo miliardo di pianeti?

Se i processi evoluti seguono le stesse regole che conosciamo qui, su almeno l’1% di questi mondi, non potremmo aspettarci, che, in un dato periodo, si sviluppi una razza con un’intelligenza confrontabile con la nostra? Sarebbero 5 milioni di mondi e sono stime al ribasso. 5 milioni solo nella nostra galassia. Da moltiplicarsi per il numero delle galassie, per 2.000 miliardi, magari. Ovvero 10 miliardi di miliardi di civiltà aliene!

Insomma, sembrerebbe che l’universo sia alquanto affollato di razze intelligenti. Perché non le abbiamo ancora incontrate? Forse semplicemente perché il limite della velocità della luce è davvero insuperabile e per raggiungere la stella più vicina a questa tecnologicamente improbabile velocità ci vogliono 4,367 anni. Figuriamoci le stelle più lontane o altre galassie. Da Andromeda, la più vicina, ci separano 2.537.000 anni luce. Tornando indietro di tanto tempo, ancora eravamo poco più che scimmie!

Comunque la nostra tecnologia è ancora ben lontana da queste velocità. Lo Space Shuttle viaggiava a 29.000 km orari. New Horizon, nel suo viaggio verso Plutone ha toccato 58.338 km orari e la sonda Juno ha viaggiato a 265.000 km orari. Velocissime, eppure la luce viaggia a 299.792.458 metri al secondo ovvero 1.079.252.848,8 km orari. Insomma, siamo ancora piuttosto lenti ed è probabile che questo valga anche per altre civiltà.

Ci sono, però, le trasmissioni radio, televisive e altri tipi di onde che il nostro pianeta emette ormai da vari decenni. Si pensa che lo stesso dovrebbero fare varie altre civiltà.

Stiamo cercando questi segnali. Per esempio, il SETI, acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence, è un programma, iniziato negli anni ’60 del secolo scorso, dedicato alla ricerca della vita intelligente extraterrestre, abbastanza evoluta da poter inviare segnali radio nel cosmo. Il programma si occupa anche di inviare segnali della nostra presenza a eventuali altre civiltà in grado di captarli.

A eccezione del “segnale Wow!” del 1977, gli esperimenti SETI condotti fino ad ora non hanno rilevato nulla che possa somigliare a un segnale di comunicazione interstellare. Per dirla con le parole di Frank Drake, del SETI Institute: “Ciò di cui siamo certi è che il cielo non è ingombro di potenti trasmettitori a microonde”.

Tra gennaio e febbraio 2011, il SETI segnala però la ricezione di 2 segnali “non naturali” e “di probabile origine extraterrestre”, puntando le antenne su 50 candidati pianeti scoperti pochi mesi prima dalla Missione Kepler. Non essendosi più ripetuti i segnali, si suppone che fossero dovuti a interferenze terrestri. Tuttavia il SETI continuerà a osservare quella regione di cielo su altre frequenze radio.

Il fisico Enrico Fermi osservò nel 1950 che se ci fosse una civiltà interstellare, la sua presenza ci sarebbe evidente. Ciò è noto come il paradosso di Fermi.

E qui vengo al punto: forse Fermi aveva ragione. Se ci fosse una civiltà “tecnologica”, dovremmo già aver colto segnali della sua esistenza. Forse non ci sono altre civiltà “tecnologiche”. Forse altre razze intelligenti hanno capito che la tecnologia non è la strada corretta per il bene della propria specie e del proprio mondo.

C’è, però, un altro fattore da considerare: il tempo. Da quanto l’uomo è in grado di trasmettere e ricevere segnali radio? In termini di vita dell’universo, da un istante appena.

Se immaginiamo che l’intera esistenza dell’universo dall’inizio a oggi sia racchiusa in un anno terrestre, vedremmo che le prime forme di vita sono comparse solo qualche giorno dopo l’equinozio di primavera e che il sistema di calcolo occidentale che si basa su ciò che avvenne prima e dopo la presunta nascita di Cristo prevede come anno 1 qualcosa che è accaduto un paio di minuti prima del nuovo anno (ore 23,59,54 del 31 dicembre). Dunque 2016 anni reali terrestri corrispondono agli ultimi 6 secondi di vita dell’universo in questa scala che la ricomprende tutta in un solo anno. Da quanto tempo c’è la radio? Gli esperimenti di Tesla e di Marconi sono del 1891 e 1895. Nel 1901, Marconi rivendicò di aver ricevuto segnali transatlantici in radiofrequenza. In quel periodo, certo non stavamo inondando il cosmo di segnali, ma immaginiamo il 1901 come momento iniziale. 115 anni su 2016 ovvero il 5,70% di tale periodo, cioè il 5,70% dei 6 secondi finali del nostro anno cosmico immaginario, dunque 0,34 secondi.

Bene. Provate a telefonare, sul fisso, a qualcuno che sta in casa sua solo 0,34 secondi all’anno! Che probabilità avreste che vi risponda?

Beh, però, a noi non interessa parlare proprio con quel dato signore. A noi basterebbe parlare con uno dei 5 milioni di individui (le presunte civiltà della nostra galassia di cui sopra). Anche così, però, le nostre probabilità sarebbero piuttosto ridotte: 19,81 giorni all’anno. Ammesso che ogni civiltà abbia trasmesso per gli ultimi 0,34 secondi di questo anno immaginario e che ciascuna l’abbia fatto in momenti diversi, avremmo solo una ventina di giorni su 365 in cui trovare qualcuno, uno chiunque dei nostri 5 milioni di vicini della galassia, in casa! Magari però molti erano a casa nello stesso momento, in un periodo in cui noi non li stiamo cercando.

Forse è per questo che ancora non abbiamo colto segnali della loro presenza.

Ma scusa, direte voi, ti stai sbagliando del tutto. È vero che abbiamo la radio solo da poco più di un secolo, ma probabilmente continueremo a trasmettere ancora per centinaia e centinaia di anni, magari per migliaia o milioni di anni. Se anche le altre civiltà lo fanno, allora sarebbe assai più facile sentirli.

Avete ragione. Dovrebbe essere così. Ma perché non li sentiamo?

Forse la risposta è molto semplice. Il conteggio di prima non è poi così sbagliato. Magari i “giorni cosmici” non saranno 20, ma 40, ma più o meno è così.

In che senso? Nel senso che la nostra civiltà magari ha davanti a sé solo un altro secolo prima di collassare e che lo stesso vale per le altre civiltà che hanno fatto l’errore evolutivo di creare una civiltà tecnologica. Insomma, su questi 5 milioni di mondi, le civiltà tecnologiche non durano a lungo!

Personalmente amo la scienza e la tecnologia e sono affascinato dai loro risultati, ma siamo sicuri che non ci stiano portando in una via senza uscita?

L’avere reso la vita più facile e lunga a tanti miliardi di persone parrebbe un bene, ma che effetti ha sul pianeta? Che effetti ha sulle risorse grazie alle quali la nostra razza (e le altre della Terra) si sostentano? Non sarà che tanta tecnologia sta esaurendo il nostro pianeta e che ci sta scavando un baratro sotto i piedi? Non può essere che presto la civiltà tecnologica che ha caratterizzato gli ultimi due secoli della nostra storia si esaurisca?

Segnali in tal senso non mancherebbero solo guardando il nostro mondo, ma non è di questi che voglio parlare ora. La conclusione che la nostra civiltà possa essere prossima alla fine, potrebbe derivare proprio dalla risposta al quesito: se ci sono tante stelle e tanti pianeti nell’universo e, probabilmente, tante razze evolute, perché non ne scorgiamo le tracce? La risposta è, magari, che forse

Radiotelescopio di Arecibo

l’anomalia della Terra esiste davvero. Per secoli abbiamo creduto nella centralità del nostro pianeta e nella nostra superiorità. Forse ragionando così commetto, al contrario lo stesso errore di geocentrismo, ma il quesito che mi pongo è: non sarà che la nostra è una delle razze “evolute” più stupide della galassia? Non è che l’umanità è davvero un errore evolutivo, un cancro di questo pianeta da cui la maggior parte degli altri mondi è esente o che ha già guarito. Non sarà che sulla Terra l’evoluzione ha preso la strada sbagliata?

In passato, mi dicevo che il senso “evolutivo” di una razza tanto dannosa come la nostra, che ha depauperato e devastato l’ambiente, ridotto la biodiversità assassinando intere specie animali e vegetali, portate all’estinzione totale, fosse nella tecnologia.

Credevo, e vorrei poter credere ancora, che se l’uomo esiste, secondo una logica evolutiva, è per portare la vita dove ora non c’è. Se la vita ha potuto tollerare che migliaia di specie fossero distrutte dalla nostra, deve essere perché così l’evoluzione può coprire nuovi spazi finora non raggiunti.

Lo scopo dell’umanità è il viaggio spaziale e la terraformazione di altri mondi, la trasformazione di pianeti sterili in mondi vitali.

Certo questo non è un compito solo della nostra razza. Dovrebbe esserlo almeno per altri 5 milioni di razze nella galassia. Magari solo una minima parte di loro ci riuscirà, ma è questo il senso della tecnologia e di razze come la nostra.

Eppure intorno a noi c’è solo il silenzio. Eppure sembra, ogni anno di più, che questa galassia sia priva d’intelligenza tecnologica.

Più lo spazio attorno a noi si riempie di stelle e di mondi, più ci appare vuoto e più sembriamo soli. Più sembriamo un errore. Più sembriamo la più sciocca delle razze senzienti del cosmo.

Firenze, 04/12/2016- 25/02/2017

CARLO MENZINGER DI PREUSSENTHAL

Carlo Menzinger di Preussenthal, nato a Roma il 3 gennaio 1964, vive a Firenze, dove lavora nel project finance. Ama scrivere storie e ha pubblicato varie opere tra cui i romanzi ucronici “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”, i thriller “La bambina dei sogni” e “Ansia assassina”, i romanzi di fantascienza del ciclo “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” e il romanzo gotico – gallery novel “Il Settimo Plenilunio”. Ha curato alcune antologie, tra cui “Ucronie per il terzo millennio” e pubblicato su riviste e siti web.

Il suo sito è www.menzinger.it (https://sites.google.com/site/carlomenzinger/)

Il suo blog è https://carlomenzinger.wordpress.com/

 

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In punta di Toscana – Scrittori toscani del terzo millennio

Il nostro caro amico Angelo Rossi, Presidente dell’Associazione dei Toscani in Friuli Venezia Giulia ci invia il programma dell’iniziativa IN PUNTA DI TOSCANA, Scrittori del terzo millennio, che si terrà a Udine dal 9 all’11 marzo 2017. La locandina può essere visionata direttamente su questa pagina oppure scaricata nel formato PDF.

 

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In Sardegna si sta sperimentando un diserbante naturale

A cura di Alberto Pestelli

(fonte: www.greenews.info e Linea verde Sabato – RAI)

Diserbo a vapore www.greenews.info

Fortuna che ogni tanto accendo la TV e guardo, il sabato mattina, un programma dedicato all’ambiente e all’agricoltura biologica. Si tratta di Linea verde di sabato. La puntata del 18 febbraio era dedicata alla Sardegna e, per la precisione, alla zona di Cagliari che conosco quasi come le mie tasche. Rivedere i luoghi a me cari è sempre un’emozione: il Poetto, la Sella del Diavolo, gli stagni di Molentargius e di Santa Gilla, il mercato di San Benedetto e la passeggiata del lungo mare… ecco, soffermiamoci in questo luogo. La Rai ha mandato un servizio che illustrava la sperimentazione di un diserbante naturale che non inquina e non intossica animali e umani. Si tratta di un sistema che non usa sostanze chimiche ma il vapore. Praticamente l’estirpazione delle erbacce avviene per shock termico. Il calore quindi ustiona le piante infestanti bruciandole. Questo procedimento è stato brevettato due anni fa da un’azienda della provincia di Mantova. In Sardegna, forti di questo sistema, è stata creata una variante: oltre al vapore sono state aggiunte altre sostanze quali scarti delle lavorazioni alimentari ed edili non inquinanti e non tossiche per l’uomo. L’eco-diserbante creato in Sardegna è composto da un idrolizzato di lana, sugli scarti ed eccedenze della frangitura delle olive e della lavorazione degli ulivi con l’aggiunta di miele e propoli e, se le mie orecchie non mi hanno tradito, malvasia… mi auguro non il prezioso vino cagliaritano ma con gli scarti della vinificazione del vitigno. Comunque sia, usando questa composizione insieme al vapore si può fare l’operazione di diserbo in assoluta sicurezza. Come ho potuto vedere in TV, anche nei parchi pubblici cittadini senza alcun pericolo. Quindi grande tutela dell’ambiente e della vita che ci circonda. Sono già in fase di studio le attrezzature da utilizzarsi nelle grandi aree destinate all’agricoltura industriale. Un’idea e un progetto da sostenere con ogni mezzo perché vengono utilizzate sostanze non pericolose e, soprattutto, contribuiscono al nutrimento della terra.

 

 

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Il coraggio di Tommy

Un racconto di Gianni Marucelli tratto dal suo libro “Toscana, donne e misteri”, pubblicato da Liberodiscrivere.

IL CORAGGIO DI TOMMY

Una storia vera nella Firenze occupata dai Nazisti

 

di Gianni Marucelli

 

Era un Cocker spaniel nero, con uno spruzzo di bianco sul petto. Guido lo aveva avuto in regalo subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, un dono dettato dalla necessità di festeggiare, da parte degli amici, il fatto che il giovane fosse stato giudicato inidoneo alle armi (nonostante avesse già compiuto il servizio militare) per un grave problema circolatorio alla gamba destra, e dal non minore bisogno di accasare l’ultimo della cucciolata in un momento in cui pensare di adottare un cane pareva davvero un po’ eccentrico. Ora, nel Marzo del ’44, Tommy, così era stato chiamato il cucciolo, era una giovane creatura vivace ed affezionatissima al suo padrone, con il quale condivideva lunghe passeggiate sulle colline in cerca di asparagi selvatici, di cicoria e di tutto quello che fosse servito ad accrescere la quantità delle vivande che le tessere annonarie e un moderato ricorso al mercato nero riusciva a procurare. In realtà, Guido sentiva aprirglisi il cuore ogni volta che poteva superare la cerchia dei viali e percorrere le stradicciole che portavano a Fiesole, a Settignano o, al di là del fiume, all’Incontro o all’Impruneta: gli pareva di uscire dalle tenaglie dolorose della miseria, del dolore, delle squadracce repubblichine e degli occupanti tedeschi, sempre più arroganti, sempre più ossessivamente presenti. Con il lento, ma inesorabile, avvicinarsi degli Alleati, la situazione era divenuta schizofrenica: alla speranza di una liberazione ormai vicina si contrapponeva l’aggravarsi della situazione in città: ogni giovane non in divisa poteva essere considerato un renitente alla leva, o, peggio, un fiancheggiatore dei “banditi”, i partigiani che ormai colpivano dove e quando volevano (lo avevano dimostrato “giustiziando” Giovanni Gentile). E non sempre i documenti in regola bastavano a placare i sospetti degli ex alleati germanici o la sete di vendetta delle camicie nere. Accadde un Sabato di Aprile, nel tardo pomeriggio: Guido e il padre avevano fatto tardi nell’ufficio della piccola azienda di macchine da stampa che possedevano, a far conti che non tornavano e a meditare tristemente sulla stasi degli affari che il passaggio del fronte avrebbe comportato: il minore dei guai, a pensarci bene, ma il pericolo e la morte erano sempre presenti ed il loro pensiero era stato ormai metabolizzato. Era una di quelle serate fiorentine di inizio primavera, che portavano misteriosi profumi e sguardi fugaci di ragazze dalle altane; Tommy guaiva tentando di afferrare per gioco il guinzaglio che Guido teneva stretto in mano, mentre procedeva spedito per rientrare a casa in Via della Colonna, e scoprire che cosa la mamma avesse inventato per cena, con il poco che le era rimasto: ma era una cuoca provetta, ed ogni pranzo costituiva una sfida dalla quale raramente non usciva vincitrice. In piazza S. Marco il giovane incontrò due ex compagni di scuola, che erano scampati alla campagna di Russia, ma con danni tali da renderli inabili al servizio militare: non si vedevano da tempo e facevano la stessa strada, quindi quale occasione migliore per ricordare le malandrinate d’una volta, parlare di ragazze che c’erano state o c’erano ancora, giocare con Tommy lanciandosi il guinzaglio.

Il Cocker pareva impazzito dalla felicità, saltando, fingendo agguati, fraternizzando coi nuovi amici, abbaiando alle finestre già chiuse la sua gioia canina. Finché, di botto, si fermò, in atteggiamento guardingo, e cominciò a ringhiare. “Che ti prende, amico?”, strillò uno dei giovanotti, sventolando il guinzaglio. Guido parve invece preoccupato, si accoccolò accanto a Tommy e gli sussurrò: “Cosa c’è…cosa c’è che non va?”. Fu in quell’istante che la pattuglia della Wermacht svoltò l’angolo di Via della Pergola, venendo verso di loro: i giovani si guardarono negli occhi, compresero in un attimo che era trascorsa l’ora del coprifuoco e che si erano cacciati in u n bel pasticcio. “Gambe!”, disse uno, volgendosi verso Piazza San Marco, ma non ebbe il tempo di spiccare il volo perché proprio da quella direzione si udì il rombo di un camion. Il guidatore non si distingueva, ma la canzone che stavano cantando coloro che si trovavano sul retro non lasciava adito a dubbi: “Le donne non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia nera…”. “Ohi, ohi…” borbottò il più giovane degli amici. “Stiamo calmi”, sibilò Guido, “e preparate le carte. Sempre che le abbiate…”

Tommy si era accucciato, muso a terra, quasi a volersi confondere con il selciato. I freni del camion stridettero. Dalla parte tedesca, un ordine secco: “Kome hier! Schnell!” “Meglio i tedeschi o i fascisti?” domandò il secondo degli amici. “Meglio i tedeschi!”, decise mio padre, avviandosi verso l’angolo di Via della Pergola. Ma le camicie nere non avevano nessuna intenzione di lasciar perdere. “Guardali i signorini che vanno a passeggio! Venite, venite con noi, che vi diamo un passaggio fino in Villa!”, motteggiò uno di loro. Il riferimento a Villa Triste, sede della banda del temutissimo “Maggiore” Carità e orribile luogo di segregazione e torture, fu compreso benissimo da tutti. I soldati tedeschi erano guidati da un sergente, di mezza età e con un ghigno per niente rassicurante. “Banditen? Siete banditi?”, rise, prendendo in mano i documenti che gli venivano porti. Un graduato delle camicie nere si avvicinò, esibendosi in un perfetto “Heil Hitler”, con tanto di sbattimento di tacchi, così perfetto da poter essere considerato una presa di giro, come confermarono le risa soffocate dei suoi camerati. “Questi sono nostri. Li portiamo via e li interroghiamo. I documenti se li può tenere, sergente. Io me ne frego.” Il tedesco divenne rosso come un peperone, sbraitò qualcosa ai suoi uomini poi avanzò a fronteggiare il fascista. “Nein! Li arresto io!”, gridò in un italiano stentato, sputacchiando involontariamente sul viso del suo avversario. Il quale non fece motto, ma, accennando ai suoi di scendere dal veicolo, commise il terribile errore di prendere Guido per un braccio e di portarlo verso il camion. Tommy fino ad allora si era reso quasi invisibile; ma, vedendo aggredire il suo padrone, senza nemmeno prendersi la briga di abbaiare si slanciò sul graduato azzannandogli il braccio e restando lì appeso, con i denti ben conficcati nella carne. Il fascista ululò per il dolore, il sergente rimase basito, i suoi soldati cominciarono a ridacchiare. Immediatamente dopo, il calcio di un fucile fascista si abbattè sullo sventurato animale, che cadde a terra uggiolando. La camicia nera schiumava di vergogna e di rabbia: “Prendeteli tutti e sbatteteli sul camion! Me la vedo io con i tedeschi. E tu – rivolgendosi a un subordinato – spara a quella bestia maledetta! Anzi, lo faccio io!” ed estrasse la pistola dal fodero. La strada stava piombando nell’oscurità. Non una finestra era aperta. Il destino di Tommy stava per compiersi, quando una voce secca, gutturale, ordinò: “Si fermi immediatamente!”. Doveva essere anche una voce nota al fascista, perché deglutì e tolse il dito dal grilletto. Dalla penombra s’avanzò una figura vestita di nero, con le mostrine scintillanti: un capitano delle SS.

“Bene – disse in un italiano fluente – sto per andare a teatro a godermi Mozart e cosa trovo? Dei soldati tedeschi che sembrano marionette – e ripetè il concetto, con molta più violenza, in faccia al sergente nella sua lingua madre – e si fanno dare ordini da un…come si dice in italiano? Un irregolare? O un mascalzone?” Il fascista sbiancò. “Bene ha fatto a morderla, il cane. E’ molto più coraggioso di lei, glielo assicuro. Ed ora via, rimonti sul camion e se ne vada, prima che chiami i miei uomini – e non mi riferisco, lei capisce, al sergente e ai suoi – e la faccia arrestare.” “Ma…i prigionieri…”, protestò debolmente la camicia nera. Il capitano strappò quasi di mano al sergente i documenti dei tre amici, li sottopose ad un breve esame, poi li restituì ai proprietari. “E’ tutto in ordine. Loro sono in ordine, lei e i suoi uomini no. Via, scompaia.”. Il camion ripartì rumorosamente. Il capitano si inginocchiò accanto a Tommy, che uggiolava, lo carezzò e poi prese a esaminarlo con destrezza. Mio padre gli si era inginocchiato accanto. “Lei è fortunato, mio caro signore. Ma non perché quei delinquenti non lo hanno preso, ma perché possiede una simile bestiola. Prima della guerra ero veterinario: il cane ha qualche contusione, ma, penso, niente di rotto. Entro due giorni si sarà ripreso. Sa, ho anche io un cane, un bellissimo pastore alsaziano, si chiama Gunther e sono due anni che non lo vedo – sospirò – ora è con mia moglie e coi miei figli, vicino Colonia. La zona è stata pesantemente bombardata, spero siano ancora vivi. Come si chiama il suo cocker?” “Tommy, si chiama Tommy”. “Ah, ma è il soprannome che si dà ai soldati inglesi! – rise il capitano – E’ adatto, per un piccolo guerriero.”. L’ufficiale si rialzò. “Ora devo andare. Mi sono perso Mozart, ma la seconda parte è dedicata a Schumann, e voglio assolutamente assistervi. Buonasera. E si rammenti il coprifuoco, un’altra volta.” Scomparve nell’oscurità di Via della Pergola, come era apparso. Anche il sergente e i soldati si erano nel frattempo dileguati. Tommy, come aveva previsto il capitano, si riprese in pochi giorni. Però la sua fortuna finì lì. Salvato da un tedesco, fu ucciso nel Settembre successivo da una camionetta americana.

Ma il suo ricordo non morì con lui. Guido era mio padre. Da allora, per molto tempo, i cani della mia famiglia hanno portato il nome di Tommy il coraggioso.

 

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La Coalizione #StopGlifosato appoggia l’iniziativa europea

PARTE LA RACCOLTA DI FIRME DEI CITTADINI EUROPEI PER DIRE STOP AL GLIFOSATO

Pubblichiamo in questa pagina il comunicato della Coalizione “Stop Glifosato”, con cui si avvia la raccolta di firme per bandire questo pericoloso prodotto dagli usi agricoli. Il comunicato può essere anche scaricato nella versione PDF al termine dell’articolo.

PARTE LA RACCOLTA DI FIRME DEI CITTADINI EUROPEI PER DIRE STOP AL GLIFOSATO

La Coalizione #StopGlifosato appoggia l’iniziativa europea

Roma, 8 febbraio 2017 – Parte oggi in tutta Europa la raccolta firme per chiedere alla Commissione Europea il divieto totale dell’uso del glifosato, diserbante dannoso per l’ambiente e probabile cancerogeno per l’uomo. A promuoverla, un vasto raggruppamento, di cui fanno parte numerose associazioni europee. In Italia, l’iniziativa è sostenuta anche dalla Coalizione #StopGlifosato, che raccoglie 45 associazioni che da più di un anno si stanno impegnando nella difesa della salute e dell’ambiente.

La raccolta di firme italiana è stata lanciata stamattina a Roma, dove un gruppo di attivisti si è dato appuntamento al Colosseo con striscione e cartelli per un altro modello di agricoltura e ha offerto mele “glyphosatefree” ai cittadini che si sono fermati al banchetto per firmare. Analoghe iniziative si sono tenute a Berlino, Madrid, Bruxelles, Parigi.

 “Sosteniamo la nuova iniziativa della rete europea: è necessaria la massima mobilitazione dell’opinione pubblica per continuare a tenere alta l’attenzione sui rischi del glifosato”, afferma la portavoce della Coalizione #StopGlifosato Maria Grazia Mammuccini. “Grazie al lavoro svolto in Italia per tutto lo scorso anno dalla Coalizione e soprattutto grazie alla mobilitazione di decine di migliaia di cittadini, il nostro governo ha tenuto il punto contro la proroga di 15 anni per l’uso del glifosato. Il periodo di esame dell’erbicida di un anno e mezzo richiesto dalla Commissione Ue scade alla fine di dicembre: ora è necessario lavorare su tutti i tavoli possibili per il bando definitivo. La raccolta di firme europea è un importante strumento per ottenerlo”.

 Il glifosato è l’erbicida più largamente usato al mondo, contro il quale si è già sollevata una diffusa opposizione dell’opinione pubblica. Diversi studi ne dimostrano i rischi per l’ambiente e per la salute umana, al punto da essere stato classificato dalla IARC (International Agency for Research on Cancer) come potenziale cancerogeno per l’uomo. Sebbene in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, ne sia stato vietato l’uso nelle aree urbane, rimane ampiamente utilizzato in agricoltura, con conseguenti residui nel nostro cibo e nelle falde acquifere.

I promotori dell’Iniziativa denunciano anche la mancanza di trasparenza nelle procedure europee per l’approvazione dei pesticidi, che, attualmente, sono basate anche su studi privati finanziati dalle aziende produttrici, il cui contenuto rimane riservato. Per questo il testo dell’ICE include la richiesta di riformare le procedure di approvazione dei pesticidi e di fissare obiettivi di riduzione vincolanti a livello di UE per l’uso dei pesticidi. La coalizione europea di ONG, associazioni, reti e realtà sociali deve raggiungere almeno 1.000.000 di firme in un anno per fermare l’uso del glifosato in tutta Europa, ma la scadenza per il successo politico della campagna deve essere l’estate 2017, affinché l’iter sia completato prima che la Commissione UE si esprima sulla proroga attualmente in vigore per l’uso del glifosato.

 La battaglia per vietare il glifosato va inoltre letta in un quadro più ampio, che punta ad un nuovo modello di agricoltura per un futuro libero dai pesticidi. In questa ottica i promotori italiani intendono valorizzare le connessioni con altri due percorsi che interessano il livello europeo: quello di un’altra ICE, attualmente in corso, che chiede all’UE norme specifiche per la tutela del suolo, bene essenziale alla vita come l’acqua e come l’aria, e quello per la consultazione sulla riforma della Politica Agricola Comunitaria (PAC). Temi che sembrano lontani dalla vita dei cittadini, ma che condizionano il cibo che ritroviamo nel nostro piatto, l’acqua che beviamo.

I cittadini europei possono firmare l’ICE Stopglifosato su www.stopglyphosate.org, dove troveranno informazioni e formulari in tutte le lingue europee, basati su un innovativo software open-source per la raccolta firme online (openECI).

Per essere sempre informato sulle attività della Campagna StopGlifosato seguici su Facebook (hashtag #StopGlifosato)

Aderiscono alla Coalizione italiana #StopGlifosato: ACP-ASSOCIAZIONE CULTURALE PEDIATRI – AIAB – ANABIO- APINSIEME – ASSIS – ASSOCIAZIONE PER L’AGRICOLTURA BIODINAMICA – ASSO-CONSUM – ASUD – AVAAZ – CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali – CONSORZIO DELLA QUARANTINA – COSPE ONLUS – DONNE IN CAMPO CIA LOMBARDIA – EQUIVITA – FAI – FONDO AMBIENTE ITALIANO – FEDERBIO – FEDERAZIONE PRO NATURA – FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA – FIRAB – GREEN BIZ – GREEN ITALIA – GREENME – GREENPEACE – IBFAN- ITALIA – IL FATTO ALIMENTARE- IL TEST – ISDE Medici per l’Ambiente – ISTITUTO RAMAZZINI – ITALIA NOSTRA – LEGAMBIENTE – LIFEGATE – LIPU-BIRDLIFE ITALIA – MDC-MOVIMENTO DIFESA DEL CITTADINO – NAVDANYA INTERNATIONAL – NUPA-NUTRIZIONISTI PER L’AMBIENTE – PAN ITALIA – Pesticide Action Network – REES-MARCHE – SLOW FOOD ITALIA – TERRA NUOVA – TOURING CLUB ITALIANO – UNAAPI-UNIONE NAZIONALE ASSOCIAZIONI APICOLTORI ITALIANI – UPBIO – VAS-VERDI AMBIENTE E SOCIETA’ – WWF ITALIA – WWOOF-ITALIA

La Portavoce del Tavolo delle associazioni: Maria Grazia Mammuccini, 3357594514

Gli uffici stampa:

Ufficio stampa AIAB:  Michela Mazzali,- m.mazzali@aiab.it  –  Cell. 348 2652565

Ufficio stampa AVAAZ: Luca Nicotra – luca@avaaz.org – Cell. 340 3289238
Ufficio stampa FederBio:  Silvia Pessini – silvia.pessini@ariescomunicazione.it  – Cell. 348 3391007

Ufficio Stampa Lipu : Andrea Mazza andrea.mazza@lipu.it   Cell. 3403642091                                                          Ufficio Stampa WWF : Cristina Maceroni, c.maceroni@wwf.it – Cell. 329.8315725 Ufficio Stampa Ufficio stampa Legambiente: Milena Dominici – m.dominici@legambiente.it  – Cell. 349.0597187 , Luisa Calderaro – l.calderaro@legambiente.it – 06.86268353
Ufficio stampa Associazione Biodinamica: Silverback, Greening the Communication – Francesca Biffi f.biffi@silverback.it – cell: 333 2164430

 

 

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ALTO ADIGE: PASSEGGIANDO PER BRUNICO

Di Gianni Marucelli

Panorama dal Castello

 L’inverno, intorno, si intuisce solo perché le vette sono imbiancate di neve… di più, per la temperatura rigidissima, di molto sotto lo 0°, che ci costringe a intabarrarci ben bene, nonostante la giornata di sole. A dispetto del gelo, una passeggiata per le vie di Brunico (Brunek), l’antica cittadina ubicata nella conca in cui confluiscono la parte occidentale e quella orientale della Val Pusteria, rimane un’esperienza piacevolissima. Se vi si giunge in treno, come abbiamo fatto noi, sfruttando l’efficiente e moderna linea ferroviaria che corre dalla Valle dell’Isarco fino al confine italo-austriaco, e più oltre (Lienz è molto vicina), non si ha nemmeno il problema di reperire il parcheggio; inoltre, per il turista che ha scelto di soggiornare da queste parti, i trasporti sono del tutto gratuiti, e scusate se è poco…

Castello e chiesa di S. Caterina

Sarebbe opportuno, per chi non conosce questi luoghi, salire subito, a piedi e in pochi minuti, al Castello che si eleva sopra Brunico, da cui si gode una vasta panoramica che comprende anche le vette della Valle di Tures e della Valle Aurina. Ci troviamo a 900 metri di quota, l’aria è molto frizzante nonostante sia passato da poco il mezzogiorno, qualche cane si porta a spasso il padrone nel bel parco che circonda l’imponente edificio, eretto forse già nel 1200 e poi modificato nel corso dei secoli e restaurato nel 1900, un tempo sede vescovile. Al suo interno, è stato organizzato uno dei sei musei sudtirolesi ideati dal grande alpinista Reinhold Messner e che recano il suo nome: questo, in particolare, è dedicato alle culture delle popolazioni della montagna e racchiude reperti che provengono da tutto il mondo: già all’interno del portale di accesso vi accoglie una grande statua lignea raffigurante un dio – o demone – del pantheon himalaiano.

La Parrocchiale, riedificata a meta ‘800

Come specifica un cartello, i proventi derivati dal pagamento del biglietto sono destinati ad aiutare “i più poveri dei poveri”, le popolazioni che vivono in zone montuose e sperdute del globo, tramite la Messner Mountain Foundation. Un nobile scopo, che si è già concretizzato nella costruzione di scuole e nella riedificazione di villaggi distrutti dal terremoto.

Purtroppo il tempo è tiranno, e ci costringe a rinunciare alla visita, inducendoci a discendere verso le antiche porte della parte “storica” di Brunico, nettamente divisa dalla città moderna dal corso del fiume Rienza. Tradizione vuole che il fondatore del primo nucleo abitato sia stato Bruno, vescovo di Bressanone (sec. XIII), anche se pare che il luogo fosse già frequentato almeno dal sec. VIII d.C.

Sappiamo per certo che durante il ‘300 la città divenne sede di giurisdizione e acquisì grande importanza come centro commerciale, come stanno a testimoniare le ricche abitazioni borghesi, talora merlate, che fiancheggiano la Via Centrale e le altre vie del borgo vecchio, dentro il quale si entra attraverso caratteristiche porte che recano affreschi di varie epoche. Pittoresche insegne in ferro battuto caratterizzano negozi e alberghi, le vetrine eleganti attirano i turisti, che in estate e nell’alta stagione invernale qui si affollano, tanto da impedire lo scatto di foto appena decenti. Non è oggi il nostro caso: finalmente possiamo ammirare e immortalare le strade e le piazzette quasi vuote, anche perché l’ora di pranzo è già scoccata. Peccato che i negozi chiudano alle ore 12 esatte e quindi frustrino qualsiasi tentativo di shopping da parte nostra… ma non si può avere tutto.

Visibile da ogni punto di Brunico è il campanile a cuspide della gotica chiesa di San Salvatore, delle Orsoline, come del resto la mole del Castello, cui fa compagnia, poco più sotto, il grazioso campanile, coronato da due “cipolle”, della chiesetta di S. Caterina.

Il più importante edificio religioso di Brunico è però la Parrocchiale di Nostra Signora, poco fuori dal borgo, riedificata a metà del XIX secolo, imponente costruzione affiancata da due torri campanarie. Al suo interno, diverse opere interessanti, tra cui alcune di Michele Pacher, scultore e pittore quattrocentesco nativo di Bressanone, di cui il Museo Civico di Brunico presenta numerose creazioni.

Un altro angolo suggestivo della cittadina è quello dove si trova il Palazzo Sternbach, dotato di portale sormontato da stemma; fatto costruire nel 1500 dal Cavaliere Bartolomeo Von Welspberg, passò poi ad altre famiglie nobiliari, l’ultima delle quali, quella dei Baroni Von Sternbach, lo possiede tuttora.

Loggia e portale del Palazzo Sternbach

Sono molti altri i punti di interesse per il turista; ma, nel complesso, Brunico affascina per l’atmosfera di vecchio Sudtirol che vi si respira, e per il profumo di pane, krapfen e altre dolcezze che emana dai suoi rinomati Forni. Non si tratta di essere golosi, ma sarebbe un vero peccato lasciare questo luogo senza essere entrati in un panificio-pasticceria per gustarvi almeno qualche pasticcino, o non una fetta di torta – Sacher se credete, ma ne esistono tante altre, di fronte alle quali il vostro animo tornerà a essere quello di un bambino!

Infine, una notazione ambientale: Brunico è stato uno dei primi comuni italiani a dotare le abitazioni dei propri cittadini di teleriscaldamento, generato da una centrale che brucia i residui di lavorazione del legname proveniente dai suoi boschi.

Galleria fotografica © Gianni Marucelli 2017

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LUPI, CANI E IMBROGLIONI

Facciamo un po’ di chiarezza sulla polemica pro e contro il Lupo

 Di Gianni Marucelli

Tutto il mese di Gennaio è stato caratterizzato, in tema ambientale, dalla polemica, scoppiata in margine alla Conferenza Stato-Regioni, sulla ipotesi di consentire l’abbattimento di una certa percentuale di Lupi sul territorio nazionale (cinque per cento, per la precisione), ipotesi proposta da una Commissione tecnica di “esperti”, che si dovevano pronunciare in realtà (e si sono pronunciati) su un Piano per la conservazione del Lupo.

Le Associazioni animaliste e ambientaliste si sono mobilitate e, con un’azione di mail bombing e di pressioni sui media, hanno fatto sì che tutta la questione fosse riveduta e ogni decisione rinviata.

Di fatto, pochi o pochissimi hanno analizzato la problematica da un punto di vista scientifico, e il dibattito tra gli “esperti” della Commissione non è stato reso pubblico.

Per conseguenza, si è assistito a un vero e proprio rincorrersi di “mozioni degli affetti”: sia da parte, ovviamente, di animalisti e ambientalisti, ma anche di politici favorevoli al Lupo (il Presidente della Regione Puglia dichiara “Io sto con il Lupo!”) che da quella degli esponenti di categoria degli allevatori e politici a loro affini (come l’Assessore all’agricoltura e foreste della Toscana, Marco Remaschi) che non vedono l’ora di aprire il fuoco sulle “bestiacce a quattro zampe”.

Per parte nostra, e per i nostri lettori, cerchiamo di fare un minimo di chiarezza, sulla base di dati difficilmente confutabili.

 

Punto primo: le stime sul numero di esemplari di Lupo, presenti in Italia, non sono concordi, ma comunque sembrano confermare che questi animali non superino, di fatto, le 2000 unità;

i Lupi non si riproducono infatti come i cani, in ogni branco esiste solo una femmina, la “Lupa alfa”, che ha l’estro e può rimanere incinta. Essa partorisce in media due cuccioli l’anno, parte dei quali non supera i primi mesi di vita. Gli altri sono soggetti frequentemente a bracconaggio, incidenti stradali, avvelenamenti da parte dell’uomo (200/300 morti ogni anno)

Punto secondo: i cani randagi, o non controllati dai loro padroni, o rinselvatichiti, secondo stime recenti sono circa 700.000, ubicati per la maggior parte nelle Regioni del Sud e del Centro-Sud.

Spesso si organizzano in branchi, che costituiscono un vero e proprio pericolo non solo per ovini e bovini, ma anche per l’uomo.

Punto terzo: esistono studi, recenti e interessanti, da cui si evince che una parte delle uccisioni di ovini e bovini segnalate dagli allevatori sono truffe ai danni dell’Ente che li deve risarcire. Ciò è attestato per il Parco Nazionale d’Abruzzo, del Lazio e del Molise, ma è ragionevole supporre che il dato sia estensibile, seppure in percentuale minore, ad altre zone del nostro Paese ove non sono state fatte ricerche così accurate. È ovvio che tale evidenza danneggia tutti gli allevatori onesti, che costituiscono la massima parte della categoria.

Il report:

Lo studio cui ci riferiamo è stato condotto nell’anno 2009 per conto del Parco d’Abruzzo da una equipe di Veterinari composta dai dottori Leonardo Gentile, Vincenza De Pino e Paolo Santini.

S’intitola “Analisi del fenomeno predatorio nel Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise” e lo potete reperire interamente sul Web.

È corredato di tabelle numeriche e dimostra ampiamente quanto non è stato minimamente detto da alcuno nel corso delle polemiche pro e contro il Lupo che hanno caratterizzato le scorse settimane. Riportiamo i brani tratti dal Report in corsivo. Sottolineiamo ancora una volta che si riferisce al territorio del Parco di cui sopra.

Le manomissioni sulle carcasse sono state rilevate in 148 casi, pari al 44,98 % delle carcasse esaminate. Più precisamente sono state rilevate incisioni di varia misura in 33 carcasse (vedi foto 3); spostamenti della carcassa dal probabile sito di predazione in 85 casi; entrambe le manomissioni in 30 casi. Le manomissioni ambientali sono state rilevate in 21 sopralluoghi, pari al 6,38 % del totale. Pur se tale percentuale è relativamente bassa, è però molto significativa in quanto la realizzazione di manomissioni ambientali presuppone, più di quelle della carcassa, l’intenzionalità di simulare la predazione.

 

E, a proposito del pericolo per le greggi derivante non dai Lupi ma dai cani:

Anche se la metodologia di quantificazione del fenomeno del randagismo canino è di tipo opportunistico, cioè non è rilevata costantemente, il fenomeno a nostro avviso è molto preoccupante non solo per l’impatto sulla predazione del bestiame domestico e della fauna selvatica, ma soprattutto per i problemi che tali branchi possono determinare a specie selvatiche particolarmente delicate quali l’Orso marsicano (…). Si tenga presente che, dalle segnalazioni riportate in tabella 12, nel 2009 risulta l’avvistamento e/o segnalazione complessivamente di 129 cani; si tratta di soggetti avvistati in pieno ambiente silvestre, inquadrabili quindi nella categoria “cani rinselvatichiti”, che rappresentano la quota meno consistente dal punto di vista numerico, ma sicuramente la più problematica dal punto di vista dei danni economici e faunistici che comporta.

Sempre rimanendo sul tema “randagismo dei cani”, gli estensori del report suddividono i “randagi” in più categorie: la prima è costituta da quelli che hanno un padrone, ma rimangono liberi aggirandosi per paesi e campagne (cosa piuttosto comune nelle Regioni meridionali); la seconda è rappresentata da:

I cani da lavoro delle aziende zootecniche: in genere di razza pastore maremmano-abruzzese o derivati. Questa categoria di cani, abbastanza consistente dal punto di vista numerico, è costituita dai cani a seguito degli allevamenti ovicaprini, ma anche bovini ed equini. Da osservazioni effettuate, la gestione di questi cani nelle aziende del PNALM, presenta molte criticità quali: la non regolare somministrazione degli alimenti, lo scarso controllo del loro numero, la frequente non registrazione all’anagrafe canina, la mancata gestione sanitaria, l’abbandono sui pascoli estivi dei cani vecchi o delle cucciolate. Questi cani abitano un territorio abbastanza vasto, si muovono in genere alla ricerca di cibo nutrendosi di carcasse rinvenute di animali e predando spesso anche fauna selvatica; hanno atteggiamenti spesso molto aggressivi verso le persone. Soprattutto quelli abbandonati, anche se soggetti a forte selezione naturale, se in buone condizioni fisiche e se in grado di reperire cibo a sufficienza, arrivano a costituire dei branchi organizzati.

(Un appunto personale: molto spesso abbiamo sentito narrare, in Toscana e Umbria, storie di predazioni da parte di cani maremmani che di giorno sorvegliavano il proprio gregge, e, di notte, attaccavano quelli altrui… è anche interessante notare come, da altre indagini scientifiche, in particolare nella Regione Marche, anche molti Lupi risultano essere stati aggrediti e uccisi da cani di grossa taglia)

 

Cani inselvatichiti

La terza categoria è costituita da:

I cani rinselvatichiti: sono cani che ormai hanno perso qualsiasi caratteristica comportamentale riferita al cane domestico. Si alimentano sia di carcasse animali, sia predando bestiame domestico e fauna selvatica (cervi e caprioli soprattutto). Utilizzano un territorio ampio. Queste popolazioni di cani, soprattutto quelli rinselvatichiti rappresentano un rischio dal punto di vista sanitario in quanto sono serbatoi di virus e batteri pericolosi per specie come l’Orso marsicano, sono pericolosi per la pubblica incolumità e possiedono capacità predatoria, a fini alimentari, con caratteristiche anatomopatologiche distintive ben evidenziabili e rilevabili su carcasse fresche. Si comportano comunque, al pari dei Lupi e degli Orsi, anche da necrofagi, consumando carcasse di animali morti per altre cause. Inoltre, a differenza del Lupo, hanno un elevato potenziale riproduttivo: difatti all’interno del branco non rispettano gerarchie riproduttive, le femmine hanno l’estro due volte l’anno e potenzialmente tutte si riproducono.

 

A proposito di necrofagia, ovvero di predazione di animali già morti: i Lupi, come gli altri predatori, non disdegnano di cibarsi di pecore o vitelli già deceduti per cause naturali o accidentali.

In diversi casi, è possibile che le carcasse poi ritrovate, presentando morsi ecc., generino confusione, e che la causa della morte venga attribuita erroneamente a aggressione da parte del predatore.

Insomma, cari amici, vorremmo che i cosiddetti “esperti”, gli amministratori, i politici, gli esponenti di categoria riflettessero e si informassero, prima di deliberare, o anche soltanto di aprire pubblicamente bocca.

Il numero dei Lupi attualmente esistenti non giustifica affatto il putiferio che contro di essi si è scatenato.

Concludiamo con questo aforisma:

I Lupi sono famelici, i cani randagi sono voraci… ma gli uomini molto molto di più.

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Toscana: Il paradosso Remaschi

Di Gianni Marucelli

Lupo

Nella polemica di questi giorni circa la possibilità di abbattimento dei Lupi, ipotesi espressa da una Commissione Tecnica in margine alla Conferenza Stato-Regioni, per quanto riguarda il “Piano di Conservazione del Lupo”, spicca in Toscana la presa di posizione dell’Assessore regionale all’Agricoltura e Foreste Marco Remaschi (PD), già notissimo per aver varato le modifiche alla Legge Regionale sulla Caccia che consentono di estendere l’attività venatoria nei confronti degli ungulati (caprioli e cinghiali in primis) per l’intero anno solare. Tale normativa, contestata duramente da tutte le associazioni ambientaliste, è già in vigore.

Ma torniamo a ciò che ha detto, a proposito dei Lupi, Marco Remaschi, dichiarazione riportata da “La Nazione” del 27 Gennaio.

“Siamo favorevoli al piano – spiega l’assessore regionale all’agricoltura Marco Remaschi – e vista la gravità della situazione, la misura dell’abbattimento controllato è da prendere in considerazione. In Toscana ci sono aziende in ginocchio e cittadini impauriti da attacchi sempre più frequenti anche di giorno”.

Ibrido lupo-cane

Chiarito, intanto, che l’Assessore si riferiva probabilmente non solo alla specie Canis Lupus, ma anche ai cani rinselvatichiti e agli Ibridi Lupo/Cane, è veramente paradossale che Remaschi, strenuo difensore degli agricoltori danneggiati dalle incursioni dei cinghiali, sia favorevole alla persecuzione di quegli animali che dei cinghiali sono i nemici naturali, vale a dire i Lupi.

Il saggio diceva: “I nemici dei miei nemici sono miei amici”, massima che evidentemente il solerte Assessore non conosce o fa finta di non conoscere.

Per quanto riguarda poi il riferimento a “cittadini impauriti da attacchi sempre più frequenti, anche di giorno”, segnaliamo ai nostri lettori che i lupi,

Cani inselvatichiti

a memoria d’uomo, non hanno mai attaccato chicchessia, come può confermare qualsiasi esperto in materia.

Altra cosa sono i cani rinselvatichiti che, per maggior dimestichezza con la nostra specie, possono costituire un effettivo pericolo.

Ma Remaschi, com’è sua abitudine, fa d’ogni erba un fascio, e dimostra così una sorta di involontario disprezzo per l’intelligenza altrui, del resto e purtroppo comune a molti politici.

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