Pillole di meteorologia – ATTENZIONE ALLE SORPRESE DELLA BEFANA!

Di Alessio Genovese

Prima di parlare di ciò che potrebbe accadere dal ponte dell’Epifania in poi, ritengo doveroso commentare brevemente quanto avvenuto nel mese di dicembre in relazione a quanto avevamo ipotizzato nel precedente aggiornamento meteo. È inutile nascondere come l’azzardare tendenze meteo (e dico solo tendenze e non previsioni!) oltre i 7-10 gg sia spesso veramente difficile e si corre tutte le volte il rischio di sbagliare e di illudere le persone. Del resto, però, è anche vero che spesso l’interesse delle persone, oltre a quello degli appassionati, si spinge sempre più in avanti rispetto a quanto i vari notiziari meteo televisivi ci descrivono, al massimo per la settimana successiva. Detto questo, avevamo previsto un dicembre con temperature in media rispetto al periodo e piuttosto dinamico con possibilità di affondi freddi nella nostra penisola. A indicare tale possibilità, a dire il vero, erano stati quasi tutti i siti meteorologici e molti esperti che scrivono nei forum. Per quanto riguarda le temperature, il mese tutto sommato si è concluso molto vicino alle medie del periodo ed in molte zone del centro-nord, complice l’umidità dei bassi strati e le nebbie anche persistenti, si sono avute temperature anche inferiori. La dinamicità invece è venuta un po’ a mancare e si sono avuti solo due episodi di freddo, che hanno portato prima un po’ di neve al nord-ovest la settimana antecedente al Natale, e poi al centro-sud, lato adriatico, negli ultimi giorni dell’anno. Considerando il trend degli ultimi anni qualcuno potrebbe dire meglio così che niente…

Le molte delusioni degli amanti della neve inducono alla cautela, in quanto il rischio di sbagliare è sempre elevato, però non possiamo non nascondere la possibilità di vivere finalmente una vera invernata in molte zone del paese, a partire dalla fine del ponte dell’Epifania. Almeno questo è quanto fanno intuire, negli ultimi giorni, i modelli deterministici consultabili in internet sui quali i meteorologi poggiano le loro previsioni. La distanza temporale è ancora impervia per avere delle certezze, però colpisce come i due principali modelli (l’europeo ECMWF e l’americano GFS) lascino intravedere, dal 08-09 in poi, la possibilità di un’ondata gelida su tutta Europa, Italia compresa. Anche qualora venisse confermato l’impianto generale, con elevazione dell’alta pressione delle Azzorre lungo i meridiani e richiamo di aria artico-polare verso sud, le temperature che si potrebbero avere alla fine quasi sicuramente risulteranno più elevate rispetto a quanto ipotizzato in questi giorni, e forse è meglio così!!! Per correttezza, è meglio fermarsi qui, per evitare di creare inutili allarmismi. Nel caso, 4-5 giorni prima che venisse confermato l’arrivo del Generale Inverno allora ne daremo notizia su questa stessa rubrica. Nel frattempo, possiamo invece confermare l’arrivo di una perturbazione fra il 2 e il 3 di gennaio che finalmente porterà un po’ di acqua in molte regioni del centro-nord ed anche la neve a quote collinari sulle Alpi e un po’ più in alto sugli Appennini.

È inutile dire che le sorti della rimanente parte del mese sono condizionate proprio dal concretizzarsi o meno della manovra invernale prevista subito dopo l’Epifania. Negli ultimi anni non mi è mai capitato di riscontrare tanta incertezza fra gli esperti e questo a causa di una situazione generale piuttosto anomala dove, come negli ultimi anni, si è registrato all’improvviso un importante raffreddamento della stratosfera (parte alta dell’atmosfera terrestre) che però sta facendo più fatica del previsto a trasferirsi anche nella troposfera (parte più vicina alla terra). Se lo facesse secondo i canoni classici allora il vortice polare si dovrebbe compattare ed allora addio episodi freddi alle basse latitudini come l’Italia, quest’anno però come detto la situazione è di difficile interpretazione e potrebbero non mancare le sorprese come quella eventuale della Befana! In attesa di capire come evolverà la situazione consentitemi di augurare a tutti i lettori un felice 2017! Buon anno a tutti!

Alessio Genovese

Share Button

Milano anni ’50: una silenziosa primavera…

Un racconto di Caterina F.

L’inverno che si preparava a lasciare posto alla primavera non era bizzarro come lo è oggi.

Nella mia città dell’infanzia, la primavera ci avvertiva con segni prevedibili anche ai miei sensi poco esperti, insaturi di evoluzioni stagionali; i segnali del cambiamento mi giungevano anche in famiglia o dalle vicine di casa, con i loro detti proverbiali sul tempo, o nel laborioso accogliere la primavera con i battipanni di legno contro i materassi esposti sulle ringhiere.

Piccole piante in vaso che, avvizzite, avevano resistito all’inverno, sembravano rialzarsi esponendosi sui davanzali delle finestre. Mia zia Renata tornava a cantare dalle porte semiaperte del sole pomeridiano che, a tratti, concedeva il suo calore.

Il pesante cappotto invernale mi era divenuto ingombrante e fastidioso mentre camminavo verso la scuola elementare, a pochi passi da casa mia, a volte sentendomi privilegiata perché, prima di entrare nei grandi corridoi dell’edificio scolastico, comperavo, nel laboratorio dolciario di fronte, una ‘cremonesa’; un dolce tondo con più cuspidi. Era il più buon dolce dell’infanzia, che assaporavo nell’intervallo scolastico perché rappresentava ‘il diverso’ dalla solita merenda portata da casa.

Un’aria leggermente più tiepida mi accarezzava mani e guance, in quello spazio di corpo libero dai vestiti invernali, e m’invadeva un’eco lontano come di attesa: qualcosa che doveva arrivare e che poteva tradursi in libertà. Forse una libertà per i giochi, finita la scuola, una libertà di occupare spazi fuori casa, camminate, cieli tersi attraverso cui scorgere, lontane, le cime dei monti, e poi, quell’odore di erba giovane, tenera, sorridente, che lentamente si concedeva spazio nelle aiuole cittadine o in qualche spiraglio che i marciapiedi le offrivano.

Era, quello della primavera cittadina, un incedere lento e quasi silente, era anche il silenzio della mia solitudine infantile in quelle poche parole che riempivano la casa.

Non ricordo racconti di fiabe, cercate altrove nei libri tridimensionali che si aprivano, a cui il mio stupore concedeva lunghe ore a guardare le immagini che prendevano forma e che facevo parlare nei castelli, nei giardini, nei balconi, nei personaggi che spuntavano magici dalle pagine. Alcune volte era la voce della radio che si diffondeva nella cucina dove c’era il mio angolo preferito.

Le voci familiari erano quelle del quotidiano, a volte tristi; quasi sempre obbedivano come ad un ordine prestabilito, come a una regia già conosciuta e senza speranza. Così passavano i giorni; e fu in una primavera che traslocammo in altro quartiere cittadino. Lasciai in quel periodo dell’anno la scuola Eleonora de Fonseca Pimentel, frequentata fino alla quarta elementare, per un’altra di cui non ricordo il nome. Della Pimentel mi sentivo orgogliosa nel pronunciarne il lungo nome anche se ignoravo chi fosse quella donna, che seppi più tardi nelle mie letture.

Furono giorni faticosi nella nuova scuola di via Ciriè, di cui ricordo un direttore molto alto e bonario e compagne di classe che mi apparivano adulte: donne messe lì perché osservassi come si doveva divenire genere femminile in quei grembiuli neri con fiocco e colletto bianco.

Ciò che conquistai, nella nuova casa, fu un giardino condominiale sia davanti che sul retro: quello interno era grande, con alberi e qualche panchina. Arrivammo a costruzione appena ultimata, insieme ad altre famiglie che s’insediarono con bambini grandi e piccoli. Ancora c’erano, in un lato del giardino interno, collinette di macerie che divennero subito spazio per i nostri giochi, a volte cruenti, non lasciando crescere quei timidi ciuffi di erbe infestanti che cercavano di spuntare: il terreno fu poi coperto di cemento per far posto a quell’orribile, per noi bambini, reparto di stendibiancheria condominiale cinto da una rete.

Conquistammo altri spazi circostanti ed io ero felice quando mia madre mi concedeva di uscire: varcavo la soglia dell’abitazione al piano rialzato, mi guardavo nel vetro dell’ascensore e sorridevo raggiante di questa concessione al gioco e alle amicizie complici.

Lo spazio esterno così conquistato, era la libertà, una sorta di prova del vivere, nascondendo a mia madre l’acquisto dei ghiaccioli all’arancia o alla menta, o concedendomi escursioni in quei pochi prati rimasti nella zona di Prato Centenaro, vicino alla chiesa dei santi Clemente e Guido, attorniata da alberi e siepi: una coreografia che non diceva nulla ai miei occhi di bambina. Ciò che invece ogni volta mi incuriosiva, era un platano alto e solitario con la sua corteccia grigio-chiara, di fronte all’abitazione della nonna; un albero che mi affascinava perché mi sembrava scampato alle costruzioni: si ergeva nel mezzo di squallide lamiere di una autocarrozzeria urbana, nei pressi di viale Monza. Nel diametro a lui concesso per prendere luce, era cresciuto insieme ai miei anni infantili, nelle visite frequenti alla nonna. Lo osservavo d’inverno dai vetri della porta d’ingresso e in primavera quando mostrava il suo misero corredo di foglie. Ci guardavamo; viveva solitario nonostante vernici, lamiere, saldature a fiamma e le voci stridenti dei carrozzieri insieme al rumore degli arnesi. Eravamo due solitudini, io e lui, ma ne ebbi consapevolezza più in là, nella mia adultità, quando, in altro luogo, attraversando una sera un parco, ebbi la chiara comprensione di quella solitudine bambina.

Fu dopo questa visione che i miei pensieri lasciarono quella rabbia sorda, di origine sconosciuta, che infestava le relazioni con i miei genitori: mi aprii ad un tacito perdono per ciò che non erano potuti essere, per i loro silenzi, per tutte quelle narrazioni mancate.

Oggi scrivo, anche quando i pensieri salgono alla superficie dei cambiamenti che mi attendono, consapevole dell’essere soli con se stessi nelle continue e, a volte, inaspettate diramazioni del disegno unico di ogni vita.

Caterina

Share Button

Dubbi… parte seconda

Di Gianni Marucelli

L’insonnia continua a infastidire le mie notti, e le pause di dormiveglia sono i momenti peggiori: i sogni sembrano brani di realtà, la realtà si traveste coi panni del sogno.

È sogno o è realtà, ad esempio, che un giornalista (si fa per dire) di “Repubblica”, nelle pagine dedicate alla Toscana, abbia affermato poco tempo fa che, sui monti e nelle campagne di questa regione, i lupi superino il numero di settecento esemplari? Un esercito bramoso di sangue, a quanto pare, un nemico al quale l’Assessore all’Agricoltura e Foreste Mauro Remaschi promette guerra, ovvero chiede al Governo il permesso, in deroga a tutte le leggi e anche al buon senso, di aprire il fuoco contro le bestiacce super-protette. Peccato che i numeri non tornino, e che il giornalista abbia toppato alla grande, fidandosi di chissà chi… Il numero dei lupi in Toscana, infatti, non è facile da stimarsi, comunque le stime più recenti non superano i 200 capi. Tra l’altro, sottoposti a un tasso di mortalità elevato, per incidenti stradali e bracconaggio.

In un altro momento del dormiveglia, mi è apparso un lupo, e si è presentato come bis-bis-bis nipote di quello ammansito da Santo Francesco. Forse lo era davvero, comunque ragionava più da commercialista che da religioso: se è vero, com’è vero – diceva leccandosi una zampa – che i cinghiali e i caprioli sono troppissimi (non l’ho ripreso perché non è obbligatoria, per lupi e commercialisti, la conoscenza di un perfetto italiano), e che noi lupi cacciamo in prevalenza queste due specie, tenendole, per quanto ci riguarda, sotto controllo, com’è che d’improvviso diventiamo nocivi? Per quelle quattro pecore che ci mangiamo? Sì, quattro – ha alzato la voce di fronte alle mie rimostranze – perché il resto lo fanno fuori i nostri cugini, i cani rinselvatichiti, che sono molto molto più di noi, davvero troooppissimi! E poi si prendono anche le nostre lupette più graziose, che mettono al mondo dei bastardi – voi gentilmente li chiamare “ibridi” – certo più pericolosi di noi e comunque altrettanto voraci! Allora? Da una parte la Regione Toscana fa guerra ai cinghiali e permette ai cacciatori di sterminarli in tutte le stagioni – sapessi che casino che c’è nei boschi, non si riesce più nemmeno a schiacciare un pisolino- dall’altra vuol sopprimere noi che dei cinghiali siamo i nemici peggiori (a parte l’uomo)… Ti sembra logico? No? Beh, buon per te, si vede che, nonostante l’età e l’insonnia, non sei rincoglionito del tutto…

Si è dileguato nelle tenebre, lasciandomi a contar pecore e cinghiali. Alla fine mi sono addormentato.

 

Share Button

In Italia sempre più forte l’industria del riciclo

Di Alberto Pestelli

Il 2016 sta per compiere le sue ultime miglia attorno alla sua stella e i rapporti su questo e su quell’altra cosa si sprecano… molte statistiche riguardano anche cose futili, banali. Tra questi, a volte appaiono dei rapporti finalmente utili che possono dare un briciolo di speranza per il futuro.

Girovagando per i sentieri del WEB spesso mi fermo in quella che io definisco “Contrada ANSA Ambiente” con la speranza che mi venga servito un buon “piatto” di notizie fresche. Purtroppo non sempre sono articoli positivi per la tutela dell’ambiente, ma quando ti imbatti in titoli come quello che ho letto l’altro giorno ho visto che un po’ di luce per illuminare l’orizzonte esiste ancora.

I dati che le aziende di recupero (riunite nell’associazione delle aziende del recupero rifiuti, Fise Unire, e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile) hanno fornito alla stampa durante un convegno che si è tenuto a Roma riguardano l’anno 2015. Non nascondo che sarebbe stato molto più interessante avere le statistiche del 2016… sigh! Tuttavia se la tendenza in Italia è quella di due anni fa, le prospettive per il futuro lasciano ben sperare.

In parole povere nel nostro Paese è sempre più forte l’industria del riciclo con il 67% nell’intero corso del 2015. Sono state ricavate ben dieci tonnellate di nuove materie prime derivanti da più di quindici tonnellate di rifiuti comprendenti la carta, il vetro, la plastica, materiali organici e legno.

Rispetto agli anni passati in Italia, quindi, si sta prendendo coscienza della grande importanza di, visti i costi per importare le materie prime (ricordiamoci che siamo una nazione di grandi trasformatori costretti a procurarci i materiali all’estero…) sfruttare al massimo tutto ciò che viene scartato al termine del ciclo di vita di qualsiasi oggetto. Ad esempio si è visto un grande aumento del recupero degli imballaggi (poco più di otto milioni di tonnellate. Nel 2014 era di un milione di tonnellate in meno), degli elementi elettronici ed elettrici. Tuttavia il materiale più riciclato è la carta (80%) seguita dal vetro e dai metalli (acciaio e alluminio intorno al 70%). In aumento anche il recupero di materie plastiche e del legno.

Le regioni dove si ricicla di più sono quelle centro settentrionali ma, anche se un poco in ritardo, le regioni del meridione italiano sono in recupero, anche se ci sarà bisogno di un’ulteriore campagna di sensibilizzazione per accelerare questo svantaggio.

Questi dati presentano un notevole passo in avanti della campagna di sensibilizzazione soprattutto per il rispetto dell’ambiente e che permette alle nostre industrie di risparmiare sull’acquisto di nuove materia prime da altri paesi e sul consumo di energia. Con meno scarti e con più riciclo le industrie italiane possono meglio competere con i colleghi dei paesi della comunità e non.

In conclusione, vedendo questi buoni risultati del 2015, tenendo d’occhio i dati del 2016 che ancora non ci sono pervenuti, ci auguriamo che nel 2017 ci sia un ulteriore balzo in avanti nel recupero e riutilizzo dei materiali dai rifiuti urbani.

(Fonte: Ansa-Ambiente)

Share Button

S’io fossi un fiore…

Lanciamo, tra i nostri collaboratori e lettori, un’insolita gara poetico-naturalistica: scegliere un fiore (o un albero) e immedesimarsi in esso, secondo le proprie inclinazioni personali. È un esercizio che consente di riflettere sulla propria natura, sulle proprie virtù e difetti e, perché no, sulle proprie inclinazioni e desideri, senza troppo indulgere né ferirsi… Pubblicheremo volentieri i vostri scritti sull’argomento, se vorrete inviarceli! (indirizzo redazione: alp.pestelli@gmail.com). Iniziamo con uno scritto “esemplare” di Carmen Ferrari.

 

Io sono il Gelsomino notturno

di Carmen Ferrari

Carmen, il cestrum notturno venuto da lontano, dall’America centrale, col suo portamento semirampicante, come chi, con fatica, s’arrampica per raggiungere le sue mete. Difatti sono nata nel segno del Capricorno e condivido, con il gelsomino, anche temperature inferiori allo zero, ma non troppo.

Voglio essere protetta nei mesi invernali più freddi, allorché adagio i miei fusti flessibili in una dimora accogliente che mi permetterà di arrivare alla primavera per restituire alla terra il mio intenso profumo.

L’inverno mi aiuta a pensare, fermando il mio periodo vegetativo, come l’inverno della vita che avanza e si nutre di nuove verità, lasciate andare come essenze giunte a maturazione.

E di nuovo una primavera avanzerà nel susseguirsi degli equinozi, in una metafora temporale rinnovata, per quella ricerca di assegnare un nome ai rami intrecciati di Carmen-gelsomino.

Sarò pronta, come sempre, a schiudere le mie corolle quando, con la sera e poi con la notte, molte falene accoglieranno lo sbocciare dei miei fiori, spandenti il loro aroma.

Non sono a mio agio nell’appariscente estetica del giorno, e proprio per questo mi espongo alla notte, protetta dal buio e da insonni presenze umane che, fra le mura notturne, dipanano e dispiegano i pensieri nell’incedere delle ore.

In estate, all’apice dei miei fusti sbocciano delle infiorescenze tondeggianti: vado fiera dei miei fiori tubolari allungati, di colore bianco.

Li offro al mondo.

Solo a fine estate le mie infiorescenze lasciano il posto a bacche tondeggianti dello stesso colore.

Giovanni Pascoli mi ricorda nei “Canti di Castelvecchio”, nella poesia “Il gelsomino notturno”, scritta per il matrimonio di un amico. Il poeta fa esalare il profumo di gelsomino che, con l’odore delle fragole rosse, il vento porterà con sé, accompagnando la notte degli sposi, uniti nell’oscurità, da cui germoglierà una ‘felicità nuova’.

Share Button

Una giornata per conoscere l’asino

L’asinella Margherita, regina dell’omonimo Ranch

Domenica 18 dicembre 2016 al Ranch Margherita di Meleto Valdarno, Una giornata per conoscere l’Asino, prime nozioni su educazione e addestramento. Per cominciare a conoscere l’asino e utilizzarlo in tutti i campi. Per fattorie didattiche, Associazioni, Gruppi, Veterinari, Medici, Psicologi, Fisioterapisti, Maestre di sostegno, Pedagogisti, per affezione e per salvarli dal macello ecc…

Share Button

Veneto – VAJONT: IN GITA CON MIO PADRE, POCO PRIMA DEL DISASTRO

di Roberto Zeloni

Introduzione a cura di Gianna Maria Tavoschi

Il racconto autobiografico di Roberto Zeloni si contestualizza nel mese e mezzo precedente il disastro del Vajont. Alle ore 22.39 del 9 ottobre 1963, circa 260 milioni di m³ di roccia (un volume più che doppio rispetto a quello dell’acqua contenuta nell’invaso) scivolarono, alla velocità di 30 m/s (108 km/h), nel bacino artificiale sottostante creato dalla diga del Vajont, provocando un’onda di piena tricuspide che superò di 250 m in altezza il coronamento della diga e che in parte risalì il versante opposto distruggendo tutti gli abitati lungo le sponde del lago nel comune di Erto e Casso, in parte scavalcò il manufatto (che rimase sostanzialmente intatto, seppur privato della parte sommitale) e si riversò nella valle del Piave, distruggendo quasi completamente il paese di Longarone e i comuni limitrofi, in parte ricadde sulla frana stessa (creando un laghetto). Vi furono 1917vittime. (Gianna Maria Tavoschi)

 

VAJONT: IN GITA CON MIO PADRE, POCO PRIMA DEL DISASTRO

La diga del Vajont

È l’ultima domenica di fine agosto del ’63. A bordo della nostra Fiat 600 bianca, sto percorrendo con mio fratello Marco e papà la rotabile della valle del Piave, dopo una visita di due giorni alle zie Marta e Lucia di Feltre.

I visi sono incollati al finestrino, guardiamo lo scorrere del fiume che scende lungo la vallata. Attraversiamo i paesi di Fortogna e Faé, fino a entrare a Longarone.

Percorrendo il corso lungo una fila di case sciupate dal tempo, ci affacciamo a una piazza dove parcheggiamo l’auto. Qui c’è gente che cammina e sorride; alcuni leggono il giornale seduti tra i tavoli di un bar sotto un colonnato.

In questa giornata di festa i negozi sono chiusi; vorremmo prendere del pane e della mortadella per fare una merenda in riva al lago del Vajont. Chiediamo informazioni a un signore con giacca e cappello. ”Mi scusi signore – chiede papà -, sa dirci se in paese c’è aperto un negozio di salumi?” Lui ci guarda e sorride, poi allungando il braccio con la mano, ci dice: “Andate in fondo alla piazza, a sinistra c’è il negozio di alimentari che tiene aperto mezza giornata”. Quando arriviamo, il nostro sguardo si perde lungo il vicolo e tra le case in alto si vede incastrata nella montagna l’imponente mole della diga, simbolo del progresso.

Entriamo nel negozio, e davanti allo scaffale pieno di scatole di pelati, tonno e acciughe c’è un uomo alto e robusto con i capelli lisciati all’indietro dalla brillantina; ci saluta esponendo una bella fila di denti bianchi e ci chiede che cosa desideriamo. Papà risponde: “Vorrei della mortadella, del pane e una bottiglia di vino”. Il negoziante, mentre taglia l’insaccato su un’affettatrice, ci dice: ”Siete friulani, vero?” Rimaniamo sorpresi da questa affermazione, lui prosegue dicendo: ”Ho lavorato in Friuli e conosco la vostra cadenza, dove siete diretti?” Così papà dice: “Vorremmo andare su alla diga!” “La strada è bianca, l’hanno riaperta da poco”- risponde lui – “Ma si sale agevolmente!. Mica penserete che ci sia pericolo come dice quella giornalista de L’Unità?. Andate! Lassù il paesaggio è stupendo.”

Siamo eccitati dall’avventura, uscendo dal paese percorriamo in salita gli ampi tornanti provocando alle nostre spalle un nugolo di polvere, e, dopo la galleria, sbuchiamo nel paesaggio montano della valle del Vajont.

Siamo soli, in assoluto silenzio, davanti la diga più alta del mondo, e dietro il grande lago che si insinua lungo la vallata. Sulla sponda destra osserviamo un’inquietante frana fangosa, ma veniamo distratti dalle foreste di abeti che come un verde mantello scendono ripide dalla montagna verso il bacino; il loro intenso profumo è rasserenante. Camminando lungo il coronamento della diga arriviamo al centro, dove ci sporgiamo: c’è un vuoto assoluto da vertigine.

Il cemento è bianco e pulito, il sole è a picco, ma dal basso proviene un’aria fredda e umida. In fondo alla valle, oltre il Piave, vedo Longarone, con le sue case ben allineate. Sento una campana che laggiù suona da lontano, poi, come rispondendo a un ordine, risuonano a festa tutti i campanili lungo la vallata.

Risaliamo in automobile per trovare un luogo dove poter fare merenda, ma solo avvicinandoci al paese di Erto i prati digradano lentamente sul lago. Seduto presso il bordo, osservo la mulattiera che scende con una svolta nelle acque; l’erba è verde, fluttua in quell’acqua cristallina e il sole ne fa scintillare il colore.

Ammiriamo il paesaggio con in mano il panino farcito di mortadella. “Ragazzi – dice papà – vedete lassù quella montagna più alta? È Il Col Nudo; ci sono stato con la società alpina friulana. C’è una vista stupenda: da ovest si vede tutta l’ampia cerchia delle Dolomiti, a est le alpi Giulie fino al monte Canin e poi al mare.”

Marco mi guarda e in quel sorriso complice penso: “Anche noi un giorno!”

Le montagne si riflettono a specchio. Tutto attorno a noi c’è armonia di profumi e colori.

A un tratto un colpo profondo con un sordo boato proveniente dalle viscere della terra ci fa trasalire, trema tutta la vallata, l’acqua si increspa, poi torna la solita calma. Noi però, non siamo più in pace. Ci guardiamo sgomenti cercando una risposta. “Ragazzi”, – ci rassicura papà: “È stata solo una scossa di terremoto”. Io però sento una fitta allo stomaco e mi tremano le gambe, anche Marco balbetta.

Il monte Toc

Sopra la strada presso una valletta, vediamo due contadini che prima rastrellavano il fieno, con loro ci sono dei bambini che giocavano a rincorrersi: ora sono fermi e i loro volti sono rivolti al monte Toc. “È meglio che andiamo!” dice papà. Camminiamo in salita, con un’insolita forza sulle gambe. Siamo sulla strada e papà alza la mano in segno di saluto al signore anziano che poco sopra avvicina i suoi attrezzi a una gerla. Scende di pochi passi verso di noi: ha un volto sano e abbronzato dal sole, l’occhio limpido dell’uomo delle montagne, un cappello in testa, e sorregge la lunga falce, chiusa tra le mani nodose. Saluta con un ”bondì”. ”Ha sentito?” gli chiede papà. Lui con aria corrucciata risponde: “È da tempo che la montagna trema, qui la gente ha paura, non so che dirvi, ma è meglio che andiate via e di corsa!” “Se vedon”, dice ancora! Poi si volta e lo vediamo risalire verso il mucchio di fieno, dove la moglie con il façul in testa e in mano un rastrello, accenna ad uno stentato saluto. Attorno a loro, i bambini hanno ripreso a rincorrersi. L’automobile parte. Attraverso il finestrino seguo in lontananza il riso e i volti sereni di quei bambini con cui vorrei giocare. La strada continua lungo il lago verso il passo di Sant’Osvaldo. In ginocchio, sul sedile posteriore, guardo dal lunotto la sua splendida scia turchina, i verdeggianti pascoli e il colore oscuro delle foreste. Svoltata una curva, più niente.

Il paese di Cimolais ci accoglie con un respiro di sollievo, poi più giù Barcis. Lungo la strada scavata nella roccia della val Cellina osservo i meandri del torrente levigati dall’acqua; immagino le sottili muraglie di roccia in antichi castelli a difesa di orridi draghi.

Arrivati a Udine nella palazzina di via Bezzecca, la mamma e mia sorella Tiziana ci accolgono con affetto. I racconti si fanno fitti per i luoghi visitati e i cari saluti dalle zie; quando raccontiamo della scossa alla mamma, le si stringono gli occhi e dice: ”Non si era detto che dovevate passare per Vittorio Veneto?”. Papà alza gli occhi, minimizza e dice: “Quella diga, la più alta del mondo, i ragazzi volevano… vederla!”. La mamma sorride e noi con lei; e risponde: “Renzo, come al solito fai sempre di testa tua!”.

L’estate passa velocemente e ai primi di ottobre inizio la seconda elementare, alla “IV Novembre” con il maestro Comuzzi. La sera del nove ottobre noi bambini siamo già a dormire dopo il “Carosello”; gli adulti tardano per vedere alla televisione un’importante partita di pallone. La mattina seguente la mamma prepara il caffè che porta a papà, la colazione è pronta. Le solite raccomandazioni di ogni giorno, poi Marco parte a piedi verso la scuola media “Manzoni”, mentre Tiziana ed io saliamo sulla bici dove ci contendiamo la canna orizzontale e il porta pacchi. Papà ci accompagna fino alla scalinata della scuola; con un grande sorriso ci saluta e prosegue lungo la via di fianco alla caserma militare per inoltrarsi verso la Banca del Friuli, in centro, dove lavora come impiegato. Entriamo in classe. Sui nostri banchi reclinati c’è incastrato nel legno il calamaio. Iniziamo a ricopiare le prime lettere dell’alfabeto, usando il lapis; siamo impazienti di intingere il pennino nell’inchiostro ma non lo sappiamo ancora usare.

Verso le dieci e mezzo, dopo la ricreazione, un insolito trambusto di porte sbattute e grida percorre le stanze della scuola, si sente un vociare sostenuto di lamenti lungo il corridoio. Il direttore irrompe nella classe senza bussare. Noi bambini ci alziamo velocemente in piedi. Ha un volto emozionato, si avvicina al maestro e sussurra delle parole. Il maestro ora ha gli occhi fuori dalle orbite, poi si appoggia con le braccia alla cattedra. Sembra che barcolli e porta una mano alla bocca, dicendo: “Com’è possibile?”. Poi si rianima, mentre noi nel guardarli siamo tutti agitati. “Bambini“ – ci dice – il radiogiornale ha trasmesso una terribile notizia. La diga del Vajont è crollata, Longarone non c’è più.”

Ci guardiamo allibiti e ci chiediamo: “Cosa vuole dire, non c’è più?”

Il maestro ora è seduto e tiene le mani sulla testa come a tentare di contenere le emozioni, ma piange, mentre il direttore se ne esce dalla classe. In un attimo siamo attorno a lui come a cercare di consolarlo e poi gli facciamo mille domande; ma lui non si capacita di ciò che è successo. Noi bambini siamo disorientati e svuotati del nostro corpo sotto i grembiuli neri con i colletti bianchi e i fiocchi azzurri. Qualcuno piange, altri ridono.

Il maestro si ricompone e dice “Tornate ai vostri banchi”. Disegniamo la diga e il lago; siamo irrequieti come puledri imbizzarriti, escono fuori solo scarabocchi di pesci mostruosi. Vorremmo abbracciare mamma e papà, ma non si può, bisogna aspettare il suono della campanella. Arriva finalmente mezzogiorno e gli scolari sono in fila per due in corridoio, ma sbandano come giunchi al vento. Fuori ci sono i genitori che ci aspettano, papà non è ancora arrivato. Sono disorientato: guardo alcune donne che abbracciano piangendo i loro bambini. Un anziano ben vestito con cappello, barbetta bianca e occhiali è rigido e pallido sull’attenti, sembra un ufficiale in trincea e dice “Scugne jessi fuarts!”

Le risponde una signora: ”Fuarts di ce? par cui?” Poi, sentendosi mancare, si aggrappa alle braccia del marito.

Mi sembra che si sia rivoltato il mondo e mi prende una leggera emicrania, poi papà finalmente arriva con la sua bicicletta blu e Tiziana per mano. Anche lui ha il viso accigliato e, preso dall’emozione, mi abbraccia. Saliamo sulla bici, tutti si defilano senza salutarsi verso casa con gli occhi bassi. Anche il vigile al centro delle zebrate di via Girardini ha gli occhi umidi, e mentre passiamo, invoca monosillabi.

Percorriamo via Marco Volpe, poi via Mentana. La cucina della casa al terzo piano in via Bezzecca è deserta, la mamma non ha fatto il pranzo. Poi si viene a sapere per telefono che ci aspetta nella casa della nonna Maria.

La mamma è in mezzo al giardino, in piedi, mentre la nonna se ne sta in disparte. La sua bellezza dai capelli biondi è segnata da una tristezza incolmabile noi andiamo subito ad abbracciarla, poi vedendo mio padre incomincia ad agitarsi e prorompe in un pianto liberatorio dicendo: “Renzo! Non pensi che potevate essere anche voi dentro quella fossa?”. Non capiamo niente, noi bambini non capiamo mai niente, piangiamo nel vedere i nostri genitori così stravolti. Papà grida; “Taci”. Poi l’abbraccia forte, forte. La mamma si calma e noi riapriamo gli occhi. Ora siamo tutti uniti.

Oltre la cancellata, lungo la via, ci sono capannelli di persone affrante che bisbigliano tra loro con le braccia abbandonate lungo i fianchi. Da una finestra con il balcone aperto sento una donna che tra i singhiozzi invoca: “Ma Pieri?, ce saraial dai nestris amîs?”. Io penso a quei bambini che giocavano su quei prati e li immagino salvi e protetti dalle loro madri.

A sera, in quel tramonto di fuoco, alcune persone sostano sul ciglio della strada di via Mentana, scrutando la linea dei monti in direzione del Monte Cavallo; allungano la vista, come a voler percepire oltre l’orizzonte il segno della ferita nel costato di Gesù.

I volti poi si abbassano e si sente una preghiera. “Ave Maria…” Poi il buio.

Le vicende raccontate sono tratte dalla libera ispirazione dell’autore.

Roberto Zeloni

(Socio dell’Associazione dei Toscani in Friuli Venezia Giulia)

 

 

Share Button

Breve viaggio nei luoghi dei miei quadri e dei miei romanzi – 5. Nebida, Masua e il Pan di Zucchero

Di Alberto Pestelli

Inutile ripeterlo… amo la Sardegna. I suoi paesaggi marini ben si prestano alle mie interpretazioni. Dall’Ogliastra raggiungiamo con un bel balzo la costa dell’Iglesiente. Si parte dalla bella spiaggia di Gonnesa e saliamo per la strada litoranea che si arrampica sulle falesie imponenti e spettacolari. Affacciarsi da esse è da capogiro. Sotto un mare splendido e smeraldino, placido in apparenza ma notoriamente pericoloso. Il mare dell’occidente sardo può essere subdolo quando si arrabbia un po’. Tuttavia non smette mai di affascinarmi, di ammaliarmi.

A Nebida si ha un primo assaggio di quello che significò per minatori il Sulcis e l’Iglesiente. Vetuste costruzioni e lavatoi abbandonati e diroccati a strapiombo sul mare testimoniano la vita di sacrifici e buia degli anni d’oro di questa bellissima sub-regione della Sardegna.

Quando si arriva a Masua e ci caliamo nella sua piccola ma particolare spiaggia e guardi il mare non posso fare a meno di sognare, di toccare con mano quell’acqua pura, di immaginare i ricordi di un vecchio minatore che, allo sbocco della galleria di Porto Flavia, pensa al passato osservando il tramonto: al sole che illumina e scalda il cuore della Madre Terra. È nata così una mia poesia che fa parte di una breve silloge di versi dedicati alla Sardegna, “L’Isola di mia Madre” (pubblicata per ilmiolibro.it nel 2008 – © copyright 2008 Alberto Pestelli; e in prima edizione digitale per youcanprint.it © 2014 Alberto Pestelli).

Questa poesia, intitolata Tramonto sul Porto, è stata scritta, in realtà, nel 2005 e pubblicata on line per liberodiscrivere.it il 5 settembre dello stesso anno. Il porto in questione è il sopracitato Porto Flavia che si trova, appunto, nei pressi del villaggio minerario di Masua. Di fronte a questo scalo scavato nella roccia a strapiombo sul mare, c’è il famoso Pan di Zucchero. Questa poesia l’ho utilizzata in un mio romanzo intitolato “Una notte su Monte Ceceri” pubblicato per youcanprint.it nel 2014 (© Alberto Pestelli 2014). Recentemente ho parlato brevemente di Masua in un racconto, “Un bicchiere di Carignano del Sulcis” della trilogia “Un Etrusco tra i nuraghes – volume 1” di prossima pubblicazione (youcanprint.it © Alberto Pestelli 2016).

Nebida, Masua e il Pan di Zucchero non appaiono solamente nelle descrizioni scritte dei miei lavori letterari. Un mio dipinto fa bella figura di sé nel salotto di un mio parente in Sardegna e tante fotografie sono conservate nei miei album digitali.

Tramonto sul Porto

Di quella scogliera

Conosco i colori d’agosto,

Le onde lievi

Che si rincorrono

E accarezzano i suoi piedi.

Di Nebida conservo,

All’alba del mio scoprire il mondo,

Le case colorate

Di minatori smessi,

Sotto l’occhio di pietra

Della montagna assorta

Alla magia del mare.

 

E poco più in la Masua

Che del suo porto

È rimasto impresso

Solo il nome d’una donna.

Ricordo d’un malinconico vecchio

Che visse nel ventre

Dell’antica madre.

 

Siede sui gradini alla spiaggia,

E osserva…

 

Dal Pan di Zucchero

Sorge al tramonto il sole.

Si colora in rosso

Il cuore della roccia.

Share Button

CADUTO IL GOVERNO, MATTARELLA NON FIRMI I DECRETI CHE CONSENTONO LA CACCIA A SPECIE PROTETTE

Di Gianni Marucelli

thNon abbiamo mai fatto un mistero che la politica del Governo Renzi, in fatto di ambiente, non ci piacesse; troppi e troppo gravi i provvedimenti varati che vanno in senso opposto a quello di una corretta “governance” del territorio. Tra questi, la “deregulation” in ambito venatorio, resa effettiva (su input di ambito governativo) nella Regione Toscana e, ora, nelle Province autonome di Trento e Bolzano, dove si potrebbe tornare a sparare a specie protette come la Marmotta. Nonostante tutto questo, e ben altro (soppressione del CFS, semirottamazione del Parco Nazionale dello Stelvio ecc.), la nostra rivista si è astenuta da qualsiasi presa di posizione in merito al Referendum costituzionale, pur sapendo che, per volere dello stesso Premier, esso si caricava di un grande significato 17871491politico, addirittura ad personam. All’indomani delle dimissioni dello stesso Renzi, tuttavia, ci uniamo all’opinione di coloro che, come l’Ente Nazionale per la Protezione Animali, chiedono al Presidente Mattarella di non firmare i decreti non ancora operativi, che riguardano soprattutto il Trentino-Alto Adige.

A questo proposito, riportiamo uno stralcio della richiesta dell’ENPA:

«A fronte di un risultato elettorale che ha assunto le proporzioni di un vero e proprio plebiscito contro la politica del Governo Renzi, anche in materia di animali e ambiente, ci appelliamo al presidente Mattarella affinché non firmi i decreti con cui si autorizza la caccia alle marmotte e ad altri selvatici protetti nelle aree naturalistiche del Trentino Alto Adige. Anche su queste politiche, ieri, gli italiani si sono espressi in modo netto e senza riserva alcuna».

Così l’Ente Nazionale Protezione Animali, che prosegue:

«Dai tentativi di deregulation venatoria allo smantellamento dei parchi, passando per il ventilato sterminio dei lupi, mai la legislazione ambientale del nostro Paese è stata così sotto tiro come in questi mille giorni di Governo Renzi. Pertanto – prosegue Enpa – auspichiamo che il prossimo esecutivo, quale esso sia, chiuda per sempre con l’esperienza del suo predecessore. E che tenga finalmente nel debito conto la grande sensibilità degli italiani per la tutela degli animali e della natura. Il referendum Renzi l’ha perso anche su questi temi».

 

Share Button