Alto Adige – I larici della Val Fiscalina

Di Gianni Marucelli

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Di questa splendida vallata, che s’insinua tra le vette del Gruppo delle Dolomiti di Sesto, abbiamo parlato in altre circostanze. Ci siamo tornati in ottobre, quando i lariceti cominciano a prendere gli splendidi colori autunnali e i turisti, seppure ancora presenti, costituiscono un gruppo sparuto rispetto a quelli agostani. Come di solito facciamo, partiamo a piedi dalla frazione di Moso: cammineremo in leggera salita per circa otto chilometri, fino a raggiungere il Rifugio di fondo valle (mt. 1500), presso il quale si dipanano i due sentieri, l’uno verso sud-ovest, l’altro verso nord-ovest, che salgono verso le cime: la Croda del Toni, il Monte Paterno, le Tre Cime di Lavaredo, montagne rese celebri dalle imprese alpinistiche come dai combattimenti della prima guerra mondiale.

Si tratta di una meravigliosa e facile passeggiata, che si può compiere anche con i bimbi piccoli al seguito. Se la giornata autunnale è serena, lo spettacolo è assicurato: la prima neve orna le crode rossastre, l’aria è limpida ma ancora tiepida, gli abeti e i pini mughi attendono pazienti che i fiocchi invernali li ammantino di bianco, i larici hanno cominciato a coprirsi d’oro pallido.

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Nei pascoli sotto di essi brucano tranquille le mucche, da non molto tornate dagli alpeggi estivi; qualche cavallo e un paio di asinelli tengono loro compagnia.

Il bosco rado che stiamo attraversando è un lariceto puro, che lascia trapelare la luce del sole anche in estate, per cui il prato è sempre rigoglioso, e consente di effettuare due o tre fienagioni ogni anno.

Il Larice (Larix decidua) è una delle poche piante resinose che perdono gli aghi durante la stagione invernale; gli esemplari più maestosi possono superare i cinquanta metri in altezza e il metro e mezzo di diametro.

Gli aghi caduti in autunno, se opportunamente raccolti, costituivano un tempo un’ottima lettiera per le mucche, chiamata starlèt in dialetto; dal tronco dei larici più robusti veniva raccolta la resina, il largà, utilizzata per curare i dolori reumatici e le affezioni delle vie respiratorie, ma anche per estrarre corpi estranei conficcatisi sotto la pelle, sia degli uomini che degli animali.

Se raffinato, il largà produce la trementina.

Il legno è famoso per la capacità di resistere all’umidità, alla pioggia e alle intemperie, ma anche per le sue qualità armoniche, che lo consigliano per la costruzione di strumenti musicali.

Di larice erano anche le scandole, ovverosia le tegole in legno con cui si costruivano i tetti; era un ottimo materiale anche per preparare gli strumenti da lavoro.

Ma, ai nostri occhi, ora è soprattutto l’elemento essenziale di questa sinfonia di colori che l’autunno sfoggia sulla sua tavolozza; il giallo dei larici contrasta col verde scuro degli abeti e con quello lievemente più chiaro dei pini mughi, i quali, via via che ascendiamo, si fanno sempre più fitti ai lati della strada, fino a costituire, nella parte più alta della valle, un unico arbusteto, tra i rami del quale svolazzano le cince e qualche ghiandaia.

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Ritroveremo i larici, incendiati dalla luce del sole che tramonta dietro i picchi e le creste delle Dolomiti, al nostro ritorno, e ci tornerà in mente la leggenda che spiega come fu creato il Larice, una storia che ha molte versioni, ma i cui punti essenziali sono sempre gli stessi.

 

In un’epoca lontana, abitava tra le montagne il popolo delle Aguane, creature acquatiche dai magici poteri. Il Signore del luogo aveva sposato una di loro, e dall’unione era nata una bellissima bimba, che fu chiamata Marugiana (o Marusiana). Ella divenne una splendida ragazza, e un cavaliere (o un principe…) la vide e se ne innamorò. Tanto fece e tanto disse che Marugiana finì per ricambiarne il sentimento, ma, quando lui le chiese di sposarlo, sorse un problema.

La fanciulla aveva ereditato da sua madre sia l’estrema sensibilità che le capacità divinatorie: soffriva per i mali che affliggevano gli esseri viventi come per le sciagure che prevedeva sarebbero accadute, così pose una condizione perché fosse celebrato il matrimonio: che quel giorno fossero sospesi tutti i dolori del mondo. Il promesso sposo interpellò tutti i saggi che conosceva, ma ognuno di essi gli assicurò che ciò che domandava era impossibile. Mai, nell’andare del tempo, vi era stato un solo istante di pace e di benessere completo, per tutti. Infine, una vecchia maga, più saggia dei più saggi, rivelò al giovane che, una volta ogni secolo, il miracolo si compiva, e vi era un giorno, quello dedicato a San Giovanni Battista, quando l’estate aveva inizio, che il potere del Male era sospeso. E proprio quell’anno ricorreva lo splendido evento. Così, Marusiana si abbigliò da sposa e le nozze ebbero luogo: ognuno festeggiò, sui monti risuonarono i canti delle Aguane, le marmotte fischiarono in coro i loro auguri, le aquile resero il loro omaggio alla coppia volando basse, persino le trote argentate dei torrenti balzarono fuori ad altezze incredibili, rituffandosi tra gli spruzzi.

I servitori ebbero l’idea di confezionare per la sposa un mazzo fatto di tutti i fiori e di tutti i ramoscelli che riuscirono a trovare, un tripudio dei colori della primavera.

Marugiana ne fu felice, e rise insieme al suo sposo, ma improvvisamente un pensiero triste le affiorò alla mente: tutti quei bellissimi fiori nel giro di qualche ora sarebbero appassiti, ne vedeva già i segni!

Ne parlò con suo marito, che la incitò a non abbandonare, almeno per quel giorno, l’allegria condivisa da tutti. Allora, Marusiana adoperò i suoi magici poteri e, toltasi il velo, lo depose sul mazzo. Come per incanto, sbocciarono germogli verdissimi e apparvero gemme color rosso vivo:

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

sotto il velo miracoloso era nata una pianta che sarebbe divenuta grande e forte.

I servitori decisero di dedicarla ai Lari, protettori della famiglia, e la chiamarono Lares.

Il Larice sarebbe stato come il matrimonio: tenero e dolce in primavera, ricco d’oro nell’età matura, spoglio e secco nell’inverno della vita, quando solo il velo dell’Amore avrebbe potuto rinvigorirlo…

 

Forse mi sono dilungato troppo. Le ombre dei larici si allungano, il mormorio del torrente si fa più forte, le mucche al pascolo si stringono l’un l’altra.

Afferro da terra un rametto color dell’oro. Mi farà compagnia nel ritorno.

Galleria fotografica – Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

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Breve viaggio nei luoghi dei miei quadri e dei miei romanzi – 1. Introduzione; 2. Cala Goloritzé

Di Alberto Pestelli

Introduzione

Quando viaggio amo voltarmi indietro per osservare l’immagine di un luogo che mi è rimasto particolarmente impresso. Cerco di catturare quel che si dice un’istantanea prima di guardare la strada che mi riporta tra le mura di una casa. Nella mia stanza esiste uno specchio che mi proietta all’interno dello scrigno della mia memoria dove, a caso, pesco un ricordo trasformandolo in un sogno in bianco e nero. A che pro? Solo per il mio desiderio di ricordare i colori che ho visto in quell’istantanea non tramite una fotografia, ma utilizzando la mia memoria.

collage_fotorE allora è come ritornare sul posto che ha catturato la mia sensibilità. Solo che, invece della mia reflex, ho con me la tavolozza dei miei colori e un cavalletto – oppure una penna stilografica e un taccuino – nel tentativo di rendere al quadro, al racconto o alla poesia, quelle tonalità che ho osservato prima di aprire e chiudere gli occhi… come una macchina fotografica cerebrale.

Poco importa se l’imperfezione spadroneggia nel quadro o sul quaderno. Non si può pretendere di ricordare ogni minimo particolare, ogni sfumatura di verde, di blu o se la nuvola era carica di pioggia o bianca come il cotone. Tanto vale stampare la fotografia… a colori questa volta! E poi? La creatività, la fantasia, l’amore possono essere riposte nella scatola delle tempere o delle penne stilografiche a seccare fino a rendere non più servibili.

Le mie tele, pannelli telati amano il mare. Casa mia è un museo dei suoi colori, anche se, ogni tanto, c’è quella policromia magica della Val d’Orcia o malinconica di un lago alpino.

Se nella pittura e, spesso nella mia poesia, primeggia il mare, nei miei romanzi prevalgono scenari di collina, di montagna, boschi e natura incontaminata. Come dire… il giusto contrappeso alle sensazioni memorizzate nei miei giri “a giro”. Ad esempio nella trilogia “Gente di Fiesole e dintorni”, nei primi due romanzi, Il guardiano del grano e Una notte su Monte Ceceri è la mia terra natale a far da padrona. Nel terzo, Il diario di un ciclista fiesolano in Fuga, si parte da Fiesole e si gira mezza Europa seguendo i percorsi del Tour de France degli anni ’30. I due protagonisti scaleranno in bicicletta il Col de l’Iseran, il col de L’Izoard, il Mont Ventoux, il Tour Malet, il Piccolo San Bernardo, il Col du Galibier, alla ricerca della libertà. In un altro romanzo scritto qualche anno fa, Il segreto della Luna (una via di mezzo tra fantasy e fantascienza) ho descritto i luoghi della Sardegna immaginandoli come potevano essere agli albori della civiltà: La spiaggia di Cagliari, il monte de I Setti Fradis (Monte dei Sette Fratelli), la Gola di Su Gurropu, il monte Tiscali e la sorgente carsica di Su Gologone.

In parole povere nei miei quadri e nei miei scritti ci sono tutti i miei ricordi lontani e recenti. Un modo come un altro per conservarli e poterli un giorno rivedere.

Ma non sempre è vero questo assioma: Alcuni luoghi non li ho mai visti in vita mia come nel caso di Cala Goloritzé e di tanti altri. Un sogno di cui nutro la speranza di poter esaudire un giorno… Per un colpo di pennello o un tratto di stilografica in più!

Cala Goloritzé

Cala Goloritzé, olio su pannello telato 50x40, 10 agosto 2013, quadro di proprietà del signor Paolo Franchi di Firenze

Cala Goloritzé, olio su pannello telato 50×40, 10 agosto 2013, quadro di proprietà del signor Paolo Franchi di Firenze

Cala Goloritzé: fotografia utilizzata come modello per il mio dipinto.

Cala Goloritzé: fotografia utilizzata come modello per il mio dipinto.

Ci sono due quadri in particolare, di cui uno è di proprietà di un mio caro amico e l’altro di mio fratello, che rappresentano due particolari di Cala Goloritzé nella Sardegna orientale. Questo dipinto costituisce un’anomalia… non c’è alcun mio ricordo in me di questo luogo. Non ci sono mai stato nonostante abbia avuto la possibilità di recarmi nell’Ogliastra. Ho scelto due fotografie a caso, ho disegnato a matita e poi, distrutte le foto, ho steso i colori che la mia fantasia ha scelto. Ho costruito le rocce come meglio credevo. Nel quadro dell’arco sul mare ho dipinto due rocce particolari: una assomiglia a una chiocciola e nell’altra c’è, come se fosse stato scolpito, uno dei quattro mori…

Particolare di Cala Goloritzé con il monte Caroddi - Olio su pannello telato 23x30 - 2014 - Quadro di proprietà del signor Lorenzo Pestelli di Scandicci (FI)

Particolare di Cala Goloritzé con il monte Caroddi – Olio su pannello telato 23×30 – 2014 – Quadro di proprietà del signor Lorenzo Pestelli di Scandicci (FI)

Particolare di Cala Goloritzé con il monte Caroddi usato come modello per il mio dipinto

Particolare di Cala Goloritzé con il monte Caroddi usato come modello per il mio dipinto

Nell’altro quadro c’è la famosa guglia calcarea, il monte Caroddi, dove gli amanti del free climbing fanno la fila per arrivare alla sua sommità. Cala Goloritzé è una delle calette più belle della costa orientale della Sardegna. Si raggiunge o via terra oppure in barca partendo da Santa Maria Navarrese. La cala non è stata un soggetto da parte mia solo per la pittura. In un mio romanzo (Un bicchiere di Carignano del Sulcis, della prima trilogia di gialli de “Un Etrusco tra i Nuraghes”, di prossima pubblicazione) faccio avvenire un fattaccio. Naturalmente nel rispetto del luogo… Per il momento quest’angolo di paradiso marino della Sardegna rimane un sogno. E se sognando ho provato mille sensazioni chissà quante ancora né proverò visitando Cala Goloritzé. Conto di rimediare con la realtà al più presto…

Baunei: Cala Goloritzé

 

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ALTO ADIGE: SUL LAGO DI BRAIES, CON LA REGINA DELLE MARMOTTE

Di Gianni Marucelli

In Val Pusteria, le leggende riprendono vita al tocco magico dell’autunno

marmotta-marmot-1440x900Dimentichiamoci, se possibile, che questi luoghi stupendi costituiscono la “location” dello sceneggiato TV “Un passo dal cielo”, con Terence Hill nei panni di Pietro, comandante di una squadra del Corpo Forestale. Altre e più antiche narrazioni coinvolgono il Lago di Braies e le vette dolomitiche che lo sovrastano, come la Croda del Becco e la Croda Rossa.

A quest’ultima, in particolare, è legata una leggenda, molto famosa ma che val la pena di raccontare qui, per chi ancora non la conosce.

Lago di Braies © Gianni Marucelli 2016

Un tempo lontano, viveva tra le cime e i crepacci della Croda Rossa una bellissima fanciulla: Moltina, regina delle marmotte. Un giorno, il principe del popolo dei Landrines, mentre si aggirava sulle montagne, la vide e ne rimase affascinato. La timida Moltina fuggì via, e si nascose così bene che, nonostante le ricerche, il giovane non fu in grado di ritrovarla. Ma la fanciulla era rimasta anche lei colpita da quell’essere così diverso dalle sue suddite fedeli; si accorse di essersene innamorata e confidò il suo sentimento alle cime rocciose e alle amiche marmotte.

Lago di Braies © Gianni Marucelli 2016

Intanto il principe aveva ottenuto indicazioni sul luogo in cui si celava Moltina da una vecchia Salvàrga, e presto riuscì nel suo intento. La regina era incerta, tra la sua timidezza e l’amore che provava, ma le marmotte, vedendo qual era il desiderio del suo cuore, annuirono alla sua muta domanda. Così, Moltina abbandonò il suo regno per divenire la sposa del principe dei Landrines.

I due vissero felici per diversi anni, finché a un banchetto, a cui partecipavano i rappresentanti di vari popoli, non si iniziò a parlare di genealogia: ognuno vantava le virtù dei propri antenati.

La regina arrossì e si sottrasse alla discussione, ma con ciò attirò ancor più su di sé l’attenzione dei convitati, che cominciarono a tempestarla di domande.

Lago di Braies © Gianni Marucelli 2016

Moltina appariva sempre più in difficoltà, il suo volto era acceso e tentava vanamente di coprirlo col suo mantello. A un tratto, un servitore si precipitò in sala e annunciò che era avvenuto un fatto straordinario, là sulla montagna. Tutti si precipitarono all’aperto e si accorsero che le pareti rocciose avevano assunto un colore rosso intenso. A lungo i convitati ammirarono lo strano fenomeno, senza potersene dare una spiegazione: al loro ritorno nel palazzo, tuttavia, si accorsero con sgomento che un altro evento imprevedibile era accaduto. Moltina era scomparsa. Vanamente la cercarono in ogni stanza, per ore e ore; alla fine, nel cuore del principe balenò un sospetto che presto divenne certezza: l’amata sposa era tornata nel suo regno, tra le sue marmotte, e il suo rossore aveva ammantato la croda.

Lago di Braies © Gianni Marucelli 2016

La disperazione durò solo un attimo; poi il giovane partì per una nuova ricerca. Salì per aspre pietraie, si arrampicò per tracce di sentiero fino ad allora calpestate solo dai camosci, s’avventurò su picchi che mai nessuno aveva scalato. Infine, in una grotta quasi inaccessibile, ritrovò la sua Moltina, circondata e difesa da una guardia reale composta da grosse marmotte. Nonostante l’amore che ancora provava per lui, mai la sua sposa avrebbe acconsentito a tornare a casa: di ciò il principe fu subito consapevole. Così, decise di sacrificare il suo trono e di conservare l’amore di Moltina, rimanendo con lei sulla montagna divenuta per sempre la Croda Rossa.

 Mentre percorriamo il sentiero che costeggia il lago, e ci fermiamo incantati di fronte allo spettacolo dei larici che l’autunno colora d’oro pallido, alle acque che riflettono le cime imbiancate dalla prima neve, non siamo proprio così sicuri che la realtà sia quella che ci attende laggiù a valle. Forse si cela sugli aspri dirupi e sui costoni che portano là, dove regna ancora Moltina, con il suo principe e il popolo delle marmotte.

Galleria fotografica a cura di Gianni Marucelli © Gianni Marucelli 2016

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Voci dal silenzio…

0mulc66lCon piacere segnaliamo l’uscita del libro di Giulia Marucelli, “Voci dal silenzio (ascoltaci, uomo), un volume tutto “dalla parte degli animali” in cui l’autrice dà loro voce perchè raccontino in prima persona le sofferenze cui sono sottoposti. Tanto più lo consigliamo in quanto l’intero ricavato della vendita andrà a favore di un’associazione che si batte per i diritti degli animali.
Potrete trovare altri dettagli e ordinare il libro collegandovi al seguente link:

http://www.ioleggoconjoy.com/2016/10/nuovo-libro-di-ioleggoconjoy.html

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I social network

Di Paola Capitani

social-networking

Un paio di concetti il dowshifting (decrescita) e il simple living (vita semplice) ci fanno riflettere su usi e costumi di oggi. Andando in rete ci rendiamo conto che il desiderio non è comunicare ma mostrare, non instaurare rapporti ma sparpagliare notizie e foto, citazioni e aforismi senza preoccuparsi di chi leggerà e magari risponderà al messaggio proposto e alla foto inviata.

La semplicità volontaria (neologismo della lingua italiana, in inglese downshifting) all’interno del mondo del lavoro e del più vasto concetto di lifestyle “stile di vita” o simple living “vivere in semplicità” è la scelta da parte di diverse figure di lavoratori – particolarmente professionisti – di giungere ad una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, così da godere di maggiore tempo libero (per dedicarsi alla famiglia, all’ozio, all’hobbystica, ecc.). Due concetti che dovremmo seguire nel percorrere il metodo delle reti e dell’interazione nel gruppo quello del downsfhifting e dello slow living: riflessioni per vivere meglio senza troppi vincoli e pesantezze, alleggerendo quanto può essere eliminato o ridotto. Una filosofia di vita in alcuni paesi seguita da vari anni ma che da noi pare non attecchire visti gli inutili orpelli di cui ci circondiamo nella vita quotidiana e gli obblighi inutili impedendoci di vivere l’attimo fuggente. Questa innovazione all’interno delle filiere produttive industriali ed economiche ha dato vita a un vero e proprio movimento di pensiero ed è considerata dai sociologi una delle più eclatanti e vistose conseguenze di uno fra i mutamenti sociali e di costume intervenuti negli ultimi anni nell’ambito del mondo del lavoro.

Come scriveva John Naisbitt nel 1982 in Megatrends ”La sfida più formidabile sarà istruire la gente a lavorare nella società dell’informazione. Vi saranno posti di lavoro a disposizione ma chi possiederà le competenze ad alta tecnologia per ricoprirli? Non i laureati di oggi che non sanno maneggiare la semplice aritmetica né scrivere l’inglese elementare… il nuovo credo è basato sulla fiducia in sé stessi e sulla iniziativa locale… Stiamo cominciando ad abbandonare le gerarchie che funzionavano bene nell’era industriale centralizzata. Al loro posto siamo introducendo il modello reticolare di organizzazione e comunicazione che ha la sue radici nella formazione naturale, spontanea ed egualitaria di gruppi della stessa opinione. I reticoli ristrutturano il potere e il flusso di comunicazioni è di tipo orizzontale… Sarà il computer stesso a distruggere la piramide gerarchica: quando è il computer a seguire le informazioni sulle persone e le attività, a una società non servono più le gerarchie.” “…Con l’avvento della società dell’informazione l’economia si basa su una risorsa chiave che non solo è rinnovabile ma si riproduce da sé”. “Stiamo social-networkaffogando nelle informazioni, ma siamo affamati di conoscenza”.

Le reti e i social network pullulano ma il criterio da diffondere e sostenere sarebbe quello della partecipazione e del rispetto, della collaborazione e dell’interazione mirata all’utenza in grado di essere facilmente supportata e istruita. L’informazione dovrebbe essere semplice, facile, corretta e gratuita, cercando sempre di diffondere conoscenza e cultura, ma purtroppo siamo di fronte a percorsi contorti e informazioni fuorvianti. Si confonde lo strumento con il contenuto e spesso il contenuto è di scarso spessore e di poco interesse se non addirittura con ricadute negative per gli utenti delle reti così dette social.

Gli opinionisti e gli interventi riportano la difficile congiuntura economica e la carenza di posti di lavoro e di occupazione per cui pare che imprenditoria e fai da te siano i nuovi slogan da fornire ai giovani in cerca di lavoro, ma col suggerimento di creare sinergie, avere conoscenze e contatti utili e significativi e un finanziamento, accedere alle borse e ai bandi, ecco un’altra linea da seguire per trovare quella soluzione necessaria non solo per sopravvivere ma anche a trovare un inserimento che sia di soddisfazione.

Ma dove possono trovare questi metodi e questi obiettivi i giovani di oggi? Dagli adulti? Dalla famiglia? Dalla scuola? Dai politici? Purtroppo, ovunque guardiamo intorno, troviamo esempi non troppo fulgidi che non ci danno esempi soddisfacenti e illuminanti. La superficialità ha preso il sopravvento e il “come” ha soppiantato il “cosa” spingendo in vuoti baratri di assenza di vera comunicazione e interazione, quelle che sostengono e supportano e che sono il fine e l’obiettivo dei nostri comportamenti. Le notizie quotidiane ci danno continui esempi di quanto avviene per un utilizzo smodato e falsato di quelle tecnologie che non sono social e che sono causa di drammi e di situazioni difficili anche solo da immaginare. Il vigliacco muore più volte al giorno, il coraggioso una volta sola. L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno… è saper convivere con la propria paura, non farsi condizionar dalla stessa. Il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza” Giovanni Falcone    

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Pillole di meteorologia – Il sole si spegnerà davvero?

Di Alessio Genovese

In questa rubrica in passato abbiamo già accennato brevemente al funzionamento del sole e alle sue possibili implicazioni con il clima terrestre. L’intento di questo articolo è quello di riprendere tale argomento per commentare la notizia che pochi giorni fa è uscita su diversi siti internet circa la possibilità che a partire dal 2019 il sole si “spenga” dando avvio ad una nuova era glaciale. Ovviamente la maggior parte dei lettori, anche chi non ha nessun interesse verso la materia, potrà comprendere come certi titoli vengano usati spesso per attirare l’attenzione o per provocare un dibattito di per sé già ben acceso da diverso tempo. Fa di certo impressione sentir parlare di Era glaciale o semplicemente di possibile raffreddamento in un periodo in cui si sente sempre discutere di surriscaldamento climatico, di global warming e di accordo sul clima per contenere i gas serra ratificato da quasi tutti gli Stati del mondo.

wl_fulld_sunspots11_8_21_91Ad affrontare l’argomento negli ultimi giorni sono stati alcuni scienziati, di certo non sostenitori del global warming, i quali hanno tratto spunto da alcune immagini del sole pubblicate dalla Nasa (noto Ente Spaziale Statunitense) che lo ritrarrebbero privo di macchie. A questo punto è doveroso, seppur in maniera del tutto semplicistica, parlare del sole e ricordare come la nostra stella non sia assolutamente statica ma attraversi una continua evoluzione che si esplica soprattutto tramite dei cicli solari che normalmente, ma non sempre, hanno la durata di 11 anni. Durante ognuno di questi cicli il sole parte da un periodo di bassa attività che si ricollega al minimo solare del ciclo precedente per aumentare di intensità fino a un massimo e quindi ricalare fino al minimo successivo. Tutto questo avviene appunto nell’arco di 11 anni. L’attività del sole è caratterizzata principalmente dal continuo formarsi di regioni che contengono al loro interno delle macchie che altro non sono che zone con differente temperatura rispetto al resto della superficie solare. La grandezza e intensità di tali macchie è variabile e può dipendere dal magnetismo del sole. La loro durata può variare dai pochi giorni ad alcune settimane. Le macchie si spostano sulla superficie solare e pertanto non sono sempre visibili dalla terra. Quelle più “forti” possono arrivare a compiere fino a 2-3 giri sulla superficie solare. La presenza e l’intensità delle macchie condiziona quello che forse è il più importante fra gli indici che appunto ci indicano lo stato del sole, il cosiddetto solar flux. Più le macchie sono numerose e forti e più è alto tale indice. Nel periodo del massimo solare le macchie tendono a essere maggiori di numero fino a scomparire del tutto durante il minimo.

Ciò che è interessante è che non tutti i cicli solari sono uguali di intensità e durata e non è del tutto chiaro il meccanismo di base che governa tali variabilità anche se, secondo alcuni studiosi, potrebbe esserci anche in questo senso una sorta di ciclicità fra cicli più forti e più deboli che si può riscontrare nell’arco dei secoli. Solitamente più un ciclo risulta forte e più è breve mentre più il ciclo è debole maggiore è la sua durata potendo arrivare anche a 12-13 anni. In questo momento ci troviamo nel ciclo solare numero 24 il quale risulta essere piuttosto debole e in forte calo rispetto ai cicli che lo hanno preceduto. Tale calo dell’attività solare ha preso alla sprovvista molti degli scienziati solari e degli astrofisici. Alcuni di questi, assieme a climatologi e meteorologi, s’interrogano appunto su quali possano essere le eventuali ripercussioni sul clima terrestre. L’attuale ciclo ha preso avvio nel 2008 ed ha raggiunto il suo massimo circa due anni fa. Tale massimo è stato in realtà molto meno intenso di quello dei cicli precedenti e già quest’anno, quando in teoria ne mancano altri due o tre prima di arrivare alla fase di minimo, si sono avute diverse giornate cosiddette spottless, ovvero prive di macchie solari.

b96d3d65c22d6253b26df97e77cc31d3Lo stesso solar flux risulta essere inferiore alla media degli altri cicli solari nello stesso periodo e avere dei valori molto vicini a quelli del minimo. Venendo alle possibili correlazioni fra attività solare e clima molte ricerche hanno evidenziato come solitamente, nei periodi di prolungata bassa attività solare, tendano ad aumentare i raggi cosmici i quali avrebbero la conseguenza di determinare un aumento della nuvolosità la quale a sua volta, come facilmente intuibile, filtrando i raggi solari, provoca un raffreddamento. Altri studi, per la verità ancora forse poco completi, ipotizzano una correlazione fra la stessa attività solare e il calore che viene accumulato o dissipato dagli oceani. Tutte queste correlazioni hanno per la verità degli effetti che si possono riscontrare su un periodo di tempo non brevissimo ma anche di alcuni anni, diverso invece è il discorso dell’abbinamento dell’attività solare con l’indice della QBO (Quasi Biennal Oscillation). Durante l’inverno alcuni studi hanno dimostrato come l’accoppiata QBO positiva (ovvero la predisposizione dei venti in alta stratosfera da occidente ad oriente) e bassa attività solare finisca in molti casi per rinforzare il vortice polare impedendo alle masse di aria fredda di visitare frequentemente le latitudini più basse come quelle del Mediterraneo. La stessa cosa avverrebbe per una QBO negativa (predisposizione dei venti da oriente a occidente) e alta attività solare. Al contrario gli abbinamenti di QBO negativa più bassa attività solare e QBO positiva e alta attività solare determinerebbero un vortice polare meno forte con maggiori possibilità di ondate di freddo alle basse latitudini.

__068766___potenzaDopo tutta questa disamina, che spero non abbia annoiato troppo, possiamo riprendere a commentare la notizia, espressa con toni senz’altro spumeggianti, che è stata ripresa dai vari siti online. Si parla del 2019 come inizio di un’era glaciale in quanto tale anno dovrebbe coincidere con un minimo solare molto marcato che si concretizzerà al termine di un ciclo solare che così debole pare non si avesse da circa 100 anni. Chi legge gli articoli di questa rubrica sa sicuramente come sono alquanto possibilista circa la possibilità che nel giro di poco tempo si possa arrestare il surriscaldamento climatico se non addirittura invertire il trend; ora però è assai difficile credere che di punto in bianco, solo in coincidenza con un minimo solare, si possa avere l’inizio di un’era glaciale. Senz’altro saranno possibili dai prossimi anni degli inverni via via più rigidi, soprattutto quando le combinazioni fra i vari indici saranno favorevoli, ma le trasformazioni climatiche su larga scala sono sicuramente assai più lente per cui, se continuerà, come sembra, il trend di cicli solari deboli, forse si potrà forse parlare di possibile evidente raffreddamento non prima di 10-20 anni. Questo perché il calore accumulato dagli oceani negli ultimi 20 anni è senza dubbio importante e prima che venga dissipato del tutto ci vorrà del tempo. Non ci spaventiamo poi circa l’eventualità che il sole si spenga; anche questo è senz’altro un termine che fa sensazione e attira il lettore. Anche se il minimo solare sarà importante e profondo rimarrà comunque sempre un magnetismo che consentirà alla nostra amata stella di sopravvivere. Del resto se non lo facesse non si avrà nemmeno più la possibilità di scrivere o di leggere le pagine di questo sito culturale e ambientale.

Alessio Genovese

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Recensione – Giovanni Feo, Ninfe Sibille Lase – Storia e leggende del sacerdozio femminile etrusco

A cura di Gianni Marucelli

ninfe_sibille_lase_storia_e_leggende_del_sacerdozio_femminile_etrusco_giovanni_feoGiovanni Feo, Ninfe Sibille Lase – Storia e leggende del sacerdozio femminile etrusco, Arcidosso, Effegi Edizioni, 2016, € 14,00

È questa l’ultima opera della trentennale, minuziosa rivisitazione della Civiltà etrusca effettuata da Giovanni Feo, concretizzatasi nella pubblicazione di numerosi volumi, molti dei quali hanno portato a ipotesi e conclusioni a cui l’etruscologia “accademica” è giunta molti anni dopo, nel migliore dei casi, oppure non è giunta affatto.

La grande conoscenza delle fonti storiche, non meno di quella – fondamentale – del territorio nel quale il popolo dei Rasna si stabilì e operò, unita al continuo aggiornamento sulle scoperte effettuate da archeologici di tutto il mondo – accademici e non – consentono al nostro Autore di presentare una visione globale delle civiltà mediterranee dell’epoca protostorica, un’età in cui i flussi migratori ebbero un’enorme importanza.

Nel volume che presentiamo, il focus è centrato sulla religione etrusca e, in particolare, sull’importanza che ebbe il principio femminile all’interno di essa, un riflesso, del resto, della posizione della donna nella società, completamente diversa dal ruolo subalterno che esse detennero a Roma e in Grecia.

Nelle tematiche trattate rientrano a pieno titolo, però, anche argomenti quali l’origine stessa degli Etruschi, l’ubicazione del loro santuario nazionale, il Fanum Voltumnae, i legami tra il popolo dei Rasna e quello degli Umbri.

Questa opera rappresenta, per certi versi, una summa del quadro storico che Giovanni Feo è andato delineando in tanti anni di ricerca; ce lo conferma lui stesso, affermando, in via privata, che Ninfe Lase Sibille costituisce la sua fatica conclusiva.

Noi, francamente ed egoisticamente, tanto più dopo aver gustato questo bellissimo testo, speriamo di no.

Il libro può essere direttamente acquistato via Internet sul sito www.cpadver-effegi.com

Giovanni Feo

Giovanni Feo

 

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Lurano (Bergamo) – Chiesa della Beata Vergine delle Quaglie

Di Luigi Diego Eléna

14568147_10154580770529089_765175464584584318_nDel santuario della Madonna delle quaglie datato attorno al 1400, si narra una leggenda che voleva protagonisti i Suardi e gli Agliardi, due famiglie molto in vista ed importanti in epoca medievale. Queste, durante una battuta di caccia, si stavano contendendo un esemplare di quaglia appena ucciso. Nel mezzo della disputa il volatile riprese miracolosamente il volo, permettendo la 14666035_10154580769994089_4088067400998133453_nrappacificazione dei contendenti.

Si può pensare a questo affresco del Bambin Gesù tra le braccia della Beata Vergine, con volto da adulto, ad una rappresentazione di ex voto per tale avvenimento da parte di un componente le famiglie. Probabilmente un ritratto di un Suardi o di un Agliardi.

Un ex-voto, la locuzione latina estesa è ex voto suscepto. Il committente, in questo caso Suardi o Agliardi, a seguito dell’accoglimento di una sua 14572826_10154580770519089_3938104426054613406_npreghiera, effettuata in un momento di forte rischio o incertezza, ringrazia il destinatario della sua richiesta (la Vergine Maria. Si tratta di una modalità di rapporto con il divino che viene per lo più assimilata alle forme di devozione popolare.

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I sovvertitori della natura – Lectura Dantis

Secondo appuntamento del Ciclo di Conferenze ITINERARI TRA STORIA, NATURA, CULTURE, Autunno-Inverno 2016/2017 di PRO NATURA FIRENZE

I SOVVERTITORI DELLA NATURA – LECTURA DANTIS

gIl dantista Professor Massimo Seriacopi leggerà e commenterà il Canto XIII dell’Inferno

L’evento si terrà mercoledì 12 ottobre, alle ore 18, presso la saletta delle conferenze del Ristorante Wine Bar “I Cinque Sensi”

Via Pier Capponi 3, Firenze

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Scrivere è comporre come dipingere avendo per ogni frase un pastello a colori.

Di Luigi Diego Eléna

Riconosco che per descrivere un paesaggio sia necessario avere bene in mente l’importanza delle teorie, delle quali “è bene essere a conoscenza”.
Mi sia consentito però non tralasciare quel che si dice “affidarsi alla intuizione”.
È ciò che non mi condiziona il piacere di scrivere, descrivere, pensare, immaginare, sognare.
Credo di scrivere come si dipinge “per animare delle sensazioni e delle visioni” come diceva Picasso, in ogni suo differente momento compositivo artistico.
E solamente se lasciata libera l’arte che è “appagamento sublimante di istinti inconsci” lo incalzava Freud, diventando consolatrice.
Scrivere per me è avere una intera scatola di pastelli colorati a disposizione e utilizzarli per ogni frase, a seconda del contesto di stupore, meraviglia, emozione…
Scrive Itten in “Arte del colore”: “La teoria deve liberare dalla incertezza e dalla titubanza…
Poi comunque sia, per me è armonia.
Quando si dice armonia, la mente corre a una gradevole consonanza di suoni: l’armonia è, infatti, musicalità e grazia.

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