Pillole di meteorologia – Autunno 2016

Di Alessio Genovese

Ci accingiamo a vivere i due mesi autunnali più significativi dopo che il primo, ovvero quello di settembre, si è da poco concluso mostrandoci tre diverse facce: i primi dieci giorni tipicamente estivi su tutta la penisola, una metà mese più nuvolosa e con le prime piogge che hanno interrotto, soprattutto nel Lazio, un lungo periodo di siccità, ed infine l’ultima decade con cieli per lo più sereni e temperature abbastanza calde di giorno e fresche di notte. Nel complesso, il mese di settembre ha continuato a far registrare temperature sopra le medie del periodo, cosa che oramai avviene costantemente dal 2015 in poi almeno sul Mediterraneo che, come abbiamo già ricordato, è una delle zone del pianeta che ha risentito maggiormente del surriscaldamento degli ultimi anni.

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Chi legge spesso questa rubrica in realtà conosce il mio pensiero di appassionato di meteorologia, ovvero che lo stesso surriscaldamento non sia da intendersi a tempo indeterminato, ma rientri in una normale ciclicità della natura, che può essere condizionata anche da fattori non antropogenici quali l’attività solare, le eruzioni vulcaniche, le temperature superficiali degli oceani etc. Dando poi per scontata l’esistenza di un certo surriscaldamento, nella stessa comunità scientifica vi sono discordanze e divergenze rispetto alla sua reale entità. A tal proposito alcuni enti di ricerca mostrano di sovente grafici che rischiano di terrorizzare tutti coloro che soffrono di pressione bassa, indicando temperature di molto sopra la media; a dar retta a tali Enti ogni mese sembrerebbe battere ogni record di caldo. A fare da contraltare a ciò, vi sono altri studiosi che invece mostrano grafici differenti, che in alcuni casi fanno riferimento alle rilevazioni satellitari, dove invece l’entità del surriscaldamento è molto più contenuta. A questo punto qualcuno sbaglia e/o qualcuno mente!!!

Rientrando nel vero tema dell’articolo, sembrerebbe che proprio dai primissimi giorni di ottobre possa esordire l’autunno con il suo volto più tipico. Dapprima una debole perturbazione atlantica porterà, nel primo fine settimana del mese, una nuvolosità diffusa e piogge concentrate per lo più lungo le coste tirreniche. In questa fase le temperature rimarranno leggermente superiori alla media del periodo. Subito dopo, intorno al 4-5 del mese, è molto probabile l’arrivo di aria fresca dall’est europeo che non dovrebbe ancora portare le grandi piogge autunnali, ma che abbasserà notevolmente le temperature, portandole su valori normali o addirittura sotto la media del periodo. L’arrivo di aria fresca per il periodo sarà dovuto ad una spinta temporanea dell’Alta pressione delle Azzorre verso l’Europa nord-occidentale, lasciando più libera la nostra penisola con un calo dei geo potenziali. Queste sono proprio quelle condizioni che, se si verifican1294425_387520271375006_1641244596_oo in pieno inverno, sono in grado di portare il vero freddo ed anche la neve lungo il versante adriatico ed in parte del sud. Ma siccome siamo ancora in autunno le aspettative di molti sono solo legate all’arrivo delle piogge, che consentono di fare scorte d’acqua riempiendo le falde acquifere. Quanto dovrà durare tale attesa?

Al momento è prematuro dare una risposta concreta a tale domanda, ma esiste una possibilità che verso la fine della prima decade del mese l’Alta pressione delle Azzorre si indebolisca anche ad occidente, consentendo l’arrivo delle prime vere perturbazioni atlantiche, che sono le uniche in grado di portare piogge democratiche in quasi tutta Italia. In realtà tale passaggio non è affatto scontato, dal momento che fino ad ora l’Alta pressione si è dimostrata molto coriacea.

Il parere dello scrivente è che potremmo avere un autunno abbastanza tipico, con fasi alterne di tempo stabile con temperature ancora leggermente sopra le medie del periodo ad altre con piogge, che tuttavia non dovrebbero risultare troppo abbondanti. Più ci avvicineremo all’inverno e più le temperature dovrebbero rientrare nei valori del periodo, ma non è ancora opportuno spingerci così oltre.

Alessio Genovese

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MA LA GENTE LO SA CHE IL GOVERNO RENZI HA “UCCISO” LA FORESTALE?

Di Gianni Marucelli

logo_forestaleÈ una domanda che seriamente ci poniamo di fronte all’incredula espressione delle persone, per così dire “comuni”, ogni volta che, nel corso di una semplice conversazione, facciamo presente che il Corpo Forestale dello Stato è stato soppresso, con decorrenza dal 31 Dicembre 2016.

“Ma perché?” – è la domanda che ci viene rivolta. La spiegazione puramente tecnica – pare che la UE ci abbia imposto di ridurre, per questioni di bilancio, il numero delle Polizie (CC, Polizia di Stato, Guardia di Finanza…) – non è da alcuno accettata. Talvolta ci chiedono se, per caso, abbiamo voglia di scherzare. Purtroppo non è così. Dalle colonne di questa rivista ci siamo a lungo battuti per evitare questo scempio, le cui ragioni però sono ancora oscure. Ora, prova a dare una risposta, sulla rivista on line “Pensolibero”, un esimio giurista dell’Università di Firenze, esperto in materia, il

Professor Alberto Abrami

Professor Alberto Abrami, giurista dell’Università di Firenze.

prof. Alberto Abrami. Riportiamo un estratto dell’articolo in questione, invitando i lettori che vogliono leggerlo interamente ad andare sul sito www.pensalibero.it .

COME LO STATO SI È SBARAZZATO DELLA POLIZIA FORESTALE E AMBIENTALE.

In realtà è davvero raro, sentire il nostro Capo del Governo sottolineare l’importanza dell’ambiente e della sua tutela, sicché si ha proprio l’impressione che siano tematiche, quelle della protezione ambientale, che non rientrino, più di tanto, nel suo patrimonio culturale.  Non è altrimenti è possibile spiegare la soppressione di un organismo avente il fine specifico di far rispettare quel complesso di norme che, appena dieci anni prima, hanno costituito addirittura l’oggetto di un corretto Codice, quello appunto, dell’Ambiente. (…) L’insensibilità, o peggio, dell’attuale Governo nei riguardi delle questioni ambientali è stata ieri ulteriormente riproposta da Matteo Renzi, che si dice prontissimo a riprendere il progetto berlusconiano del Ponte sullo Stretto di Messina, a suo tempo avversato anche dal PD.

Non ci dilungheremo qui sugli enormi problemi che tale scelta apporterebbe, e che comunque in un recente passato sono stati divulgati dagli ambientalisti, e non solo; diremo solo che il “partito dei cementificatori”, trasversale agli schieramenti politici, si frega già, entusiasta, le mani.

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Navigando a zonzo per la rete… Nuove dalla Svezia

me_scarpare6Navigando a zonzo per la rete segnaliamo una notizia proveniente dalla Svezia. La fonte della notizia è l’Ansa Ambiente & Energia (notizia segnalata da una nostra conoscente che ringraziamo). In Svezia, chi ripara e non rottama, avrà degli sgravi fiscali… Non sarebbe il caso di prendere come esempio il provvedimento svedese? Per leggere l’articolo di Ansa Ambiente & Energia cliccate qui

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SINDACI D’ABRUZZO SULLE ORME DELLA TOSCANA: PROPOSTA SHOCK SULLA CACCIA AL CINGHIALE

Riprendiamo e riportiamo questa notizia dalla newsletter “La Coscienza degli animali” del 22/9/2016 (Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e ambiente), sottolineando come, purtroppo, la linea politica passata nella Regione Toscana tramite la cosiddetta Legge Remaschi sul controllo degli ungulati, che prevede la caccia “sempre e ovunque” al Cinghiale e al Capriolo, sia stata presa a modello da altri Enti locali (in questo caso 43 sindaci di Comuni abruzzesi), suscitando la ponderata e prevedibile reazione delle locali associazioni ambientaliste. Qui sotto, potete leggere integralmente l’articolo.

Il direttore, Gianni Marucelli

Cinghiali

SINDACI D’ABRUZZO SULLE ORME DELLA TOSCANA: PROPOSTA SHOCK SULLA CACCIA AL CINGHIALE

Gli abbattimenti dei cinghiali nelle aree protette sarebbero “illegittimi e devastanti” secondo l’Associazione ecologista Appennino Ecosistema che ha così inviato oggi una “formale diffida ai 43 Sindaci della Valle del Sangro-Aventino, e per conoscenza al Prefetto di Chieti ed al Corpo Forestale dello Stato”, contestando la proposta di un’ordinanza fatta ieri appunto dai 43 sindaci per arginare il fenomeno della sovrappopolazione di cinghiali nella zona del versante orientale della Majella. “Si tratterebbe – è il parere dell’Associazione – di consentire vere e proprie attivita’ venatorie, seppur limitate ad una sola specie, anche nel territorio del Parco Nazionale della Majella, del Sito di Interesse Comunitario IT7140203 (Maiella) e della Zona di Protezione Speciale IT7140129 (Parco Nazionale della Maiella). Ogni attività di disturbo (o addirittura uccisione) della fauna selvatica e degli habitat naturali è vietata in queste aree dalla Direttiva habitat dell’Unione Europea (e relative normative nazionali di recepimento ed applicazione), dalla Legge quadro sulle aree protette n. 394/1991 e dall’art. 733-bis del codice penale. Qualsiasi deroga può essere ottenuta solo dopo la realizzazione di un apposito Studio di incidenza ambientale, una specifica autorizzazione del Ministero dell’Ambiente ed il controllo completo delle operazioni da parte dell’Ente Parco”. Non solo. Per Appennino Ecosistema il ventilato provvedimento sarebbe inefficace “in quanto è dimostrato che la fertilita’ dei cinghiali è notevolmente piu’ alta quando sono sottoposti a pressione venatoria elevata”. Non solo: “La caccia e gli abbattimenti selettivi aumentano la dimensione di popolazione dei cinghiali anche in modo indiretto. Questi animali hanno una struttura sociale molto sensibile. Una cinghialessa dominante va in estro solo una volta all’anno e guida il gruppo. Se la femmina dominante viene uccisa, il gruppo si disperde, gli animali senza guida irrompono nei campi, tutte le femminine diventano feconde piu’ volte nell’anno”. Per l’associazione serve “promuovere azioni per migliorare lo stato dei nostri ecosistemi: dove questi sono ben funzionanti, infatti, gli equilibri naturali si auto-mantengono in uno stato stazionario a tempo indefinito, se non perturbati dall’uomo. Ed occorre sviluppare politiche scientificamente basate: nella nostra Regione, invece, non sono mai state concretamente attuate le “Linee guida per la gestione del cinghiale nelle aree protette” redatte dall’ISPRA e non sono mai state istituite le aree contigue ai Parchi, previste dalla Legge quadro sulle aree protette n. 394/1991, ove sarebbe invece possibile gestire la caccia in modo razionale, creando delle zone-cuscinetto tra i Parchi e il resto del territorio”.

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Pro Natura Firenze – Programma del primo ciclo di Conferenze per l’autunno/inverno 2016

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REQUIEM PER IL CORPO FORESTALE

Di Gianni Marucelli

corpo-forestale-1Nei giorni scorsi è stata emanata la normativa di applicazione della Legge che sopprime, dopo quasi due secoli, il Corpo Forestale dello Stato. Dal 1 Gennaio 2017 la gran parte degli effettivi del Corpo confluirà nell’Arma dei Carabinieri, dove, a detta del Vice Comandante dei CC, continuerà a svolgere, seppur con altra divisa, gli stessi compiti, mantenendo le stesse sedi.

Di fatto, però, per obbedire a una direttiva europea di “economicità” (accorpare i corpi di polizia), l’Italia si priva di un organismo di tutela ambientale quasi unico per competenze e capacità di gestione delle foreste, nel momento in cui, in altre nazioni, si sta facendo l’esatto contrario.

Più volte abbiamo espresso su queste colonne il nostro totale dissenso da un provvedimento che consideriamo sciagurato, soprattutto se rapportato a una dimensione futura: quando gli attuali, preparatissimi, agenti della Forestale inglobati nell’Arma dei Carabinieri, non saranno più in servizio, chi li sostituirà? Quali scuole specializzate sono previste per formare i nuovi effettivi di polizia deputati a prevenire e reprimere i delitti contro l’ambiente? Quali garanzie abbiamo che i nostri preziosissimi ambienti forestali, per la cui tutela gli ambientalisti italiani si sono spesi per decenni, fianco a fianco al CFS, non rientreranno anch’essi nella logica perversa della “valorizzazione economica”, che, il più delle volte, si rivela essere nient’altro che un sinonimo di “distruzione”?

Come possiamo fidarci di una classe politica che lascia senza risorse, come ben sappiamo, e ora anche senza sorveglianza, i Parchi nazionali del Bel Paese?

Domande a cui non avremo risposta, se non la esigiamo. Con chiarezza e, se necessario, con tutta la durezza che si renderà necessaria.

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A volte sconfiniamo… – Il Nord Pas de Calais. Due settimane a zonzo.

Di Vania Rigoni

Digione

Digione

Mio padre ha due fisse, il ciclismo e la Francia. Per la prima non ha trovato alleati per la seconda devo dire che ha convinto prima me e poi mio marito.

Tornata a casa dalle vacanze estive, ho deciso di raccontare il nostro Tour de France a 4 ruote, che potrete fare serenamente col vostro cane (come noi) per lasciar traccia dei luoghi e delle sensazioni dei abbiamo incontrato e che ci hanno scaldato il cuore.

Non abbiamo fatto alcuna prenotazione anticipata, ma abbiamo sfruttato le piattaforme di Trip Advisor e Booking.com, per evidenziarci le strutture che accettavano cani senza problemi.

Prima di addentrarvi nel racconto, voglio svelarvi com’è nato questo viaggio.

Anni prima eravamo andati in Bretagna della quale portiamo nella memoria le foreste, le scogliere e i colori delle case e dei giardini… e un giorno a pranzo in un minuscolo paesino sulla Manica guardando di fronte ho pensato: che bello sarebbe sbarcare sulle “bianche scogliere di Dover”… Così quest’anno ci siamo ritagliati questa opportunità, senza sbarco, che rimandiamo per prepararlo meglio!

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Monte Bianco

Firenze – Entreves (AO) 514 km – Fermandoci per il gasolio, qualche “bisognino” di Olivia e nostro siamo arrivati senza traffico né preoccupazioni ai piedi del Monte Bianco. Mi sono sentita tornare piccola quando studiavo nei Sussidiari della nonna Isa le cime più alte delle Alpi: mi è apparso così nella sua maestosità coperto di neve e ghiacciai con una nebbiolina sorniona.
Essendo arrivati presto, alle 16:00 circa abbiamo avuto il tempo di fare una passeggiata per Entreves, un minuscolo e attivo paesino con un simpatico mercatino artigianale che ne riempiva la via principale. Le casette tenute come in un Presepe, facevano respirare aria di neve e Natale.
L’albergo che ci ha ospitati aveva un ristorante molto in stile, per un attimo ci siamo scordati di essere in Agosto e ci siamo ritrovati con un rosso della Valle (Lo Triolet) e un platou di formaggi e salumi.

Entreves (AO) – Digione 361 km – L’attraversamento del Monte Bianco (per noi era la prima volta perché in passato siamo sempre passati dal Frejus) ci è rimasto nel cuore. Partiti prestissimo lo abbiamo ammirato dipinto dall’arancio del sole mattutino e dal verde impenetrabile dei boschi nel versante francese. La scelta della strada in Francia è semplice, se hai fretta vai in autostrada ma altrimenti viaggia nelle strade statali che sono bellissime. E abbiamo attraversato paesini ordinati, villette e giardini e chiesette. A pranzo se siete da quelle parti fermatevi a Lons Le Saunier, c’è un ristorante per i locali che si chiama “Au petit Bouchon” dove con 20 euro in due abbiamo mangiato come alla corte del Re. Così tranquilli e felici

Giardino a Digione

Giardino a Digione

siamo arrivati in serata a Digione, presa la camera ci siamo regalati una prima passeggiata nel centro nella via dei “tappezzieri”.

Il giorno successivo lo avevamo programmato per visitare questa grossa cittadina francese, ex capitale della Borgogna di cui porta le tracce nei suoi palazzi, oggi capitale della Cote d’Or. Patria della Mostarda che viene venduta in formule artigianali in molti negozi, e soprattutto nello storico Maille. Recandoci all’Ufficio del Turismo abbiamo scoperto un percorso di 22 tappe, percorribile a piedi in un’ora, che ci ha permesso di non perdere nessuna delle bellezze del centro storico: il percorso della Civetta. Questo uccello è uno dei simboli della città, che, scolpito sul fianco della Chiesa di Notre Dame nel XV secolo, rappresenta un portafortuna da accarezzare ad ogni passaggio con la mano sinistra, quella del cuore. Personalmente vi consiglio di non perdervi il Giardino Botanico L’Arquebuse adattissimo anche ai bambini, con percorsi, orti e giochi.

Digione – Châlons en Champagne 250 km – Con calma abbiamo lasciato Digione, ripromettendoci di tornarci in occasione di uno dei festival culturali che ne riempiono le strade. Studiando le guide abbiamo scelto di fermarci a Langres, paese natale del filosofo Denis Diderot, città fortificata dalle cui guglie si dominano territori della Borgogna e si apre lo sguardo allo Champagne. La macchina la potete tranquillamente lasciare in uno dei parcheggi che la circondano

Chalons en Champagne

Chalons en Champagne

ai piedi dei bastioni e prendere la funicolare che gratuitamente vi porta nel paese. Vi suggerisco di assaggiare il Langres DOP, formaggio locale, che risale al XVIII secolo, tanto da essere menzionato in un canto composto dal Priore dei Domenicani di Làngres e citato in un’opera del 1874. A valle si diramano molti sentieri per escursioni segnati che svelano siti fuori dal comune, Abbazia di d’Auberive, Mausoleo di Faverolles, cascate pietrificanti, sorgenti famose come la Mosa, la Marne, l’Aube e la Senna…

Nel pomeriggio siamo poi arrivati a Châlons en Champagne dove recandoci all’Ufficio del Turismo ci siamo prenotati per un Tour in battello lungo i canali che l’attraversano (sempre con Olivia. Con noi è salito anche un secondo turista quadrupede) e l’unico dispiacere è stato che la guida parlava solo francese benché i turisti non francofoni fossero la maggioranza. Tuttavia vi consiglio di farlo, perché nel complesso vedere la cittadina da quel punto di vista rende bene l’idea di quanto fossero geniali costruttori e architetti.

La sera abbiamo cenato in piazza, c’era poca scelta a causa delle chiusure dei locali in agosto ma siamo stati fortunati, Le Renard ci ha servito dell’ottima carne e un vino altrettanto delizioso.

 

Cantina di Champagne

Cantina di Champagne

Châlons en Champagne – Saint Quentin 180 km – L’avevamo pensata come una veloce tappa di trasferimento al Nord -la nostra meta-, poi invece abbiamo deciso di cambiare i piani perché arrivati a Reims ci siamo innamorati. Con la cartina in mano abbiamo percorso a piedi il tour suggerito della storica città. La Cattedrale purtroppo non l’abbiamo potuta visitare come avremmo voluto perché non ammettevano l’ingresso ai cani, ma basta porvi uno sguardo attento sull’esterno per rimanere impressionati. Nel primo pomeriggio ci siamo prenotati per un tour di 3 ore in mini-bus aperto nelle vigne e cantine dello Champagne che sono a soli 15 minuti dal centro città. Interessante è stata la spiegazione in cantina di come nasceva una bottiglia di Champagne e come oggi alcuni passaggi sono variati grazie alle tecnologie. In serata arrivo al nostro Hotel e in Piccardia giusto in tempo per la cena e riposare.

In verità anche Saint Quentin meriterebbe una visita, che noi non abbiamo potuto dedicare, riservando ai turisti una grande varietà di stili, dal gotico al neoclassico, passando per l’art decò in quanto

la città è stata sempre un nodo importante nelle battaglie europee dal 1500 ad oggi.

Lille

Lille

St.Quentin – Lille 150 km – La sveglia ha suonato presto, intenzionati a percorrere le strade minori che si snodavano nei campi infiniti della Piccardia, purtroppo costellati di cimiteri militari delle Grandi Guerre per la posizione strategica. Un territorio che deriva dalla Gallia belgica, abitato poi dai Celti e solo nell’843 annesso al Regno di Francia. Nel pomeriggio presto arriviamo a Lille, capoluogo della regione Nord-Passo di Calais oggi unita alla Piccardia, situata a poca distanza dal confine con il Belgio. La città anticamente fondata su un’isola in mezzo al fiume Deûle, dà il nome alla città. Infatti, in antico francese era chiamata L’Isle (L’Isola). Lille ha vissuto per la sua posizione geografica dominazioni e guerre continue, che ne hanno più volte distrutto e devastato gli edifici e la vita, ma non si è mai arresa mostrandosi ai nostri occhi come una città imponente sia dal punto di vista culturale che commerciale. Per coglierne l’essenza ci siamo fatti un tour con il bus turistico, con l’audio guida in italiano, che poi abbiamo ripercorso a piedi andando a osservare da vicino i palazzi Art Decò, l’arco di Trionfo o Port de Paris che testimonia l’arrivo di Re Luigi XIV nel 1667, la Port de Gand, la Place General De Gaulle (che nacque a Lille), il Teatro in stile neoclassico su modello di quelli italiani…

La domenica invece l’abbiamo trascorsa come una famiglia francese con baguette e jambon al parco de la Cittadella. Un meraviglioso spazio verde, immenso e attrezzato per i pic-nic. Unico neo vedere il 90% delle persone a cercare i Pokemon invece che godersi la giornata in famiglia o con gli amici.

Lille – Calais 140 km – Trepidanti di emozione stavamo avvicinandoci alla nostra meta: Calais. Quindi abbiamo lasciato Lille, anche se con un pizzico di dispiacere in quanto avremmo voluto

Calais

Calais

conoscere anche la parte più moderna e ricostruita. Percorrendo sempre le strade normali ci siamo spostati verso l’interno (lasciandoci Dunkirk a destra) entrando nel Parco Naturale de Caps e Marais d’Opale. A pranzo una sosta favolosa, Saint Omer, cittadina interna della regione con un’architettura in mattoncini rossi del dopoguerra industriale che confonde chi la guarda: siamo in Belgio, in Francia o in Inghilterra?

E in serata l’arrivo a Calais, un vento che spazzava via i pensieri e i dolori di tutti i morti e i nuovi profughi… un mare azzurro e romantico con le nebbie della sera che nascondevano l’orizzonte.

Calais porto, barriera, confine tra i sogni e i progetti di un vecchio continente che disdegna i reali e un popolo britannico impaurito dalla moltitudine incontrollata.

La costa, che abbiamo percorso a Nord e a Sud, brulla, sassosa in alcuni punti, in altri con imponenti scogliere bianche che con malinconia e solitudine guardano le gemelle inglesi nelle giornate di sole. Il mare trasparente e cristallino, ingannevole quanto generoso di doni (cozze, ostriche, gamberi…) ci ha catturato una promessa: torneremo presto. I paesini semplici nel cuore, imponenti nell’architettura circondati di campi di grano ed erbe medicali, pascoli di mucche e pecore vivi grazie ai turisti inglesi, belgi e tedeschi.

Mare di Calais

Mare di Calais

Concerto ad Abbeville

Concerto ad Abbeville

Calais – Abbeville 120 km – Questa giornata è passata veloce grazie ad un’avventura imprevista. La mattina decidiamo di ripercorrere la costa fino a Boulogne-sur-Mer e lì fermarci per il pranzo, se non che come siamo usciti dal parcheggio a pagamento (viaggiamo con la macchina carica) ci troviamo di fronte a una città sudicia e maleodorante. Insistiamo nell’addentrarci in centro, memori dei suggerimenti ricevuti, ma la situazione non migliora. Così compriamo un pollo arrosto, del pane, della frutta e formaggio e decidiamo di andare a pranzo in uno spazio vicino al mare… Incredibile, non riuscivamo a trovare niente, finché non appare l’indicazione per un castello e quando vi arriviamo, dopo chilometri fra ville e villette da fiaba, è uno spettacolo: il Castello neogotico di Hardelot. Fu ricostruito nel 1800 ispirandosi a Windsor ma conservando le vestigia di fortificazioni del XIII secolo. Nel 2009 è stato restaurato e arredato negli stili Napoleone III e vittoriano. Durante la visita ci viene raccontata la storia del castello e delle relazioni tra la Francia e l’Inghilterra. Nei giardini, oltre i fossati ridisegnati, si succedono delle “camere vegetali” d’ispirazione rinascimentale. Nel libro I doni della vita di Irène Némirovsky, dove è narrata la storia della famiglia Hardelot, si percorrono trent’anni di storia francese, da quelli che precedettero la prima guerra mondiale a quelli che vedono (nel momento stesso in cui Irène racconta gli eventi, come suol dirsi, in presa diretta) l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi. Non vi so dire se, tuttavia, è la stessa famiglia.   Quindi un picnic inedito nei giardini del castello!

Castello di Hardelot

Castello di Hardelot

Nel tardo pomeriggio arriviamo ad Abbeville, cittadina nell’interno, sulla riva destra della Somme antichissima, si hanno ritrovamenti abitativi già fin dall’epoca preistorica. Dopo aver subito il dominio inglese, passò definitivamente alla corona di Francia a fine ‘400. Durante il Medioevo fu un attivo centro manifatturiero e di scambi (soprattutto stoffe di lana) che poi decadde rapidamente a causa dell’insabbiamento della Somme e alla revoca dell’Editto di Nantes che fino ad allora aveva mantenuto gli equilibri. Oggi è un piccolo borgo carino, con alcuni edifici straordinari come la Collegiata di Saint-Vulfran, che presenta una magnifica facciata scolpita; la chiesa del Santo Sepolcro, con le vetrate dell’artista contemporaneo Manessier e il castello di Bagatelle, con un giardino alla francese e un parco all’inglese dove noi abbiamo assistito a un concerto jazz in chiave moderna.

Saint Valery sur mer

Saint Valery sur mer

Il successivo giorno, ahimè piovoso, lo trascorriamo alla foce della Somme nella famosa e caratteristica Saint Valery sur Mer, dove scrittori come Victor Hugo, Jules Verne e Dégas sono venuti ad abitare e a trarre ispirazione. Comunque un territorio conteso, abitato fin dal 600 prima dai Vichinghi, poi le grandi battaglie di Guglielmo Il conquistatore che lasciano traccia in un architettura poliedrica fra classico francese e gotico. Oggi oltre che luogo turistico per i chilometri di spiagge frastagliate dal delta della Somme, dove se fortunati potete anche vedere le foche, è un importante zona di pesca e allevamento mitili.

 

Abbeville – Chaumont Houte Marne 430 km – Inizia con questa tappa il rientro a casa. Salutiamo il Nor Pas de Calais e la Piccardia e ci dirigiamo di nuovo a sud nello Champagne. Chaumont ci attendeva piovosa e grigia, come immersa già in un Autunno inoltrato. Il piccolo comune si apprestava a essere invaso dalla riunione annuale internazionale della Comunità Zigana e per questo abbiamo faticato a trovare una camera.

Chaumont – Grenoble 416 km – Una tappa da dimenticare, visto che tutti i chilometri che ci separavano da Grenoble li abbiamo trascorsi in un diluvio universale che ci ha impedito ogni “variazione” dal tragitto.

Grenoble- Chambery 60 km – In realtà vi suggerisco di pernottare ad Annecy, ma essendo week end non abbiamo trovato posto, così ci siamo andati a fare una gita fra le sue viuzze e il lago,

Chambery

Chambery

visto che da Chambery dista meno di 50km.

Chambery- Firenze 645 Km ….di nuovo a casa.

I genitori credono che viaggi come questo siano solo per le coppie senza figli, in realtà non è vero, e noleggiando un camper o organizzandosi con una tenda, muoversi come abbiamo fatto noi specialmente in Francia è possibile e divertente. I bambini avranno imprese, avventure, esplorazioni da raccontare agli amici, fidatevi.

Vania Rigoni de La bottega della pedagogista

Galleria fotografica

(© Vania Rigoni 2016)

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TOSCANA: IL PROBLEMA SONO I CACCIATORI, NON I CINGHIALI

Di Gianni Marucelli

Caprioli

Caprioli

Nei giorni scorsi, sulla rivista “Natura e Società”, storico organo di informazione della Federazione Nazionale Pro Natura, è apparso un articolo dal significativo titolo “Cinghiali: una bulimia venatoria”, firmato dal Presidente della stessa Federazione nonché responsabile del settore Fauna e Caccia, professor Mauro Furlani.

Furlani affronta, in modo dettagliato e quanto mai informato, la questione posta dall’entrata in vigore della nuova Legge regionale toscana sul controllo degli ungulati (cervi, mufloni, daini, ma soprattutto caprioli e cinghiali), che prende il nome dal suo primo proponente, l’Assessore regionale all’Agricoltura e Foreste Mauro Remaschi. Questo provvedimento è guardato con interesse anche da altre Regioni italiane, per le quali potrebbe divenire un modello da seguire: perciò la sua valenza va ben oltre i confini della Toscana.

capriolo-caccia-121508-660x368Abbiamo già affrontato in precedenti articoli l’argomento; qui ricordiamo succintamente quali sono le principali novità che la Legge introduce.

Per un orizzonte temporale di tre anni, la caccia agli ungulati è estesa praticamente a tutto il territorio regionale, parchi e zone protette incluse, per l’intero anno solare, in modo da ridurne drasticamente il numero. Cinghiali e affini, infatti, vengono ritenuti estremamente dannosi per le colture agricole, pericolosi quale causa di incidenti stradali, causa di rischio per la biodiversità nelle zone forestali. La legge affida a “cacciatori opportunamente formati”, il compito di farli fuori, in primis mediante appostamento fisso, ma anche mediante caccia itinerante coi cani.

Visto poi che le carcasse degli animali uccisi vanno utilizzate in modo razionale e rispettando le norme igieniche, si prevede la creazione di Centri di sosta muniti di frigoriferi in cui far confluire le prede e di Centri di macellazione specializzati, in cui le carni verranno predisposte per la vendita.

ritaglio-giornaleFurlani ricorda come il problema dell’eccesso di cinghiali sia dovuto all’azione delle associazioni venatorie che, fin dagli anni Sessanta, in presenza della quasi estinzione del Cinghiale maremmano, di piccole dimensioni e limitata fertilità, abbiano immesso nell’ambiente animali provenienti dall’Est europeo, ben più grossi e prolifici, pasturandoli nella stagione invernale quasi fossero domestici e infine incrociandoli con maiali:

Il 26 agosto un camionista e stato ferito sullautopalio da un colpo sparato da un cacciatore durante una battuta agli ungulati. Il cacciatore è stato individuato e... incredibile... è stata sospesa solo la licenza!

Il 26 agosto un camionista e stato ferito sullautopalio da un colpo sparato da un cacciatore durante una battuta agli ungulati. Il cacciatore è stato individuato e… incredibile… è stata sospesa solo la licenza!

“Massicciamente è avvenuto anche il foraggiamento con mais e altri alimenti sparsi nel terreno, oppure con coltivazioni a perdere, a compensazione dei periodi alimentari di maggiore carenza, così da mantenere alto il tasso di fertilità. Detto in termini più espliciti, si è quasi trattato di un allevamento di suidi all’aperto.”

Stabilite le responsabilità, molto precise, dell’attuale diffusione della specie – che possono essere estese anche al Capriolo – il Presidente di Pro Natura passa ad analizzare i rimedi proposti dalla Legge Remaschi, che risultano scientificamente inopportuni, anzi, controproducenti, sulla base di studi serissimi condotti sia in Europa che negli U.S.A. :

“Le squadre venatorie, sempre più arroganti, invadenti, hanno accresciuto il pericolo costante non solo per i partecipanti alle battute venatorie, ma anche per semplici fruitori degli ambienti

Muflone

Muflone

naturali. Già da anni è chiaro che il problema del cinghiale è stato alimentato dal mondo venatorio e da tutto quel sottobosco che ne ha tratto vantaggio. Problema che si sarebbe potuto controllare eliminando le immissioni selvagge, evitando che questa attività acquisisse un indotto economico di un certo rilievo. Non più una attività ludica, ancorché discutibile, ma una piccola economia, peraltro completamente sommersa. La stessa modalità con cui è impostata la caccia alla specie, in particolare la braccata, non solo è incapace di limitare la crescita della popolazione, ma al contrario contribuisce alla sua crescita. Vi sia stato un forte incremento della pressione venatoria.

Ciclista ferita da un cacciatore. Fonte: http://www.greenme.it/informarsi/animali/14593-caccia-ciclista-lepre

Ciclista ferita da un cacciatore. Fonte: http://www.greenme.it/informarsi/animali/14593-caccia-ciclista-lepre

L’apparente contraddizione risiede nella modalità con la quale agisce il prelievo nei confronti degli individui delle popolazioni, ben differente rispetto a come agirebbe la selezione naturale. Mentre la predazione si rivolge principalmente verso individui dalle classi giovanili della popolazione, la caccia agisce principalmente sulle classi adulte, inducendo quelle giovanili ad un rimpiazzo riproduttivo dei vuoti lasciati dagli adulti. In questo modo la produttività delle popolazioni tende ad incrementarsi. Questa selezione sulle classi adulte induce una destrutturazione dei gruppi sociali ed una anticipazione della fertilità femminile, talvolta anticipata al di sotto dell’anno di età. Che la caccia non sia in grado, per proprie dinamiche interne, a limitare la crescita delle popolazioni di cinghiali era già noto e ricercatori americani erano giunti a conclusioni analoghe. In un lavoro di Centner e Schuman (2014), http://link.springer.com/article/10.1007/s13280-014-0532-9, essi scrivono che se si vuole eliminare nello stato di New York maiali ferali – a cui lo studio era riferito – bisogna utilizzare professionisti pagati per questo, sottraendo questo compito dalle mani dei cacciatori. Al contrario, la Regione Toscana ha voluto consegnare la risoluzione del problema proprio ai principali responsabili del problema stesso, ai quali peraltro la Legge regionale consegna anche la possibilità di superare quel confine virtuale costituito dalle aree protette, estendendo in modo abnorme il periodo di caccia.

Si tratta di un atto di accusa che, come si nota, ben poco ha a che vedere con le ragioni, pur nobilissime, di solito citate dalle Associazioni più propriamente animaliste.

Cinghiali

Cinghiali

Qui si sottolinea l’incapacità e irrazionalità di una gestione venatoria il cui scopo sembra solo quello di accattivarsi le simpatie “politiche” di una fetta di elettorato che si riconosce nei desiderata delle associazioni dei cacciatori e di quelle degli agricoltori – questi ultimi, ovviamente, sensibili al danneggiamento delle proprie coltivazioni, soprattutto se di pregio (vigneti d.o.c. ecc.), pur in presenza di consistenti rimborsi da parte della Regione.

Tanto più, continuiamo noi, se la scadenza che la Legge pone è irrealistica e del tutto incoerente con quello che appare il suo vero obiettivo: creare una filiera di produzione alimentare basata su: uccisione degli animali – conservazione per brevi periodi delle carcasse nei Centri di Sosta – conferimento delle carni a Macelli specializzati (uno solo ne è stato aperto, a San Miniato di Pisa), vendita del prodotto d.o.p. a ristoranti, strutture alberghiere ecc.

Dove poi vadano a finire i ricavi economici dell’operazione (oltre che ai Macelli stessi) non viene specificato, o almeno noi non lo abbiamo letto…

Dunque, se si apre una filiera di tal genere, è ovvio che la “materia prima” (gli ungulati) dovrà sempre essere disponibile, ed in abbondanza, per rispondere alle esigenze del mercato. Oltre a quelle – chiamiamole “sportive” – dei seguaci di Diana.

Di conseguenza, dato anche il fatto che – in barba a qualsiasi normativa – i cacciatori di ungulati stanno continuando la pratica della pasturazione, il problema, come afferma Furlani, è irrisolvibile se non la si sottrae a chi, sull’esistenza di tale problema, fonda la propria ragione di essere.

E chi ama passeggiare e fare escursioni tutto l'anno dovrà portare il giubbetto antiproiettile dato che, grazie alla legge Remaschi, i cacciatori possono sparare tutto l'anno e ovunque, anche nelle aree tutelate e nelle proprietà private?

E chi ama passeggiare e fare escursioni tutto l’anno dovrà portare il giubbetto antiproiettile dato che, grazie alla legge Remaschi, i cacciatori possono sparare tutto l’anno e ovunque, anche nelle aree tutelate e nelle proprietà private?

Di passaggio, dobbiamo infine ricordare al lettore come chi scrive abbia a suo tempo inviato, a nome di Pro Natura Toscana, una lettera in cui si prendevano in esame tutte le contraddizioni delle Legge ai Consiglieri della Regione Toscana, che hanno dato il loro assenso all’approvazione del provvedimento.

Non abbiamo mai ricevuto uno straccio di risposta.

Scarsa competenza, difetto di sensibilità o che altro?

Chissà. E, intanto, si continua a sparare…

 

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Le case affrescate… una moda antica? Sì, anzi, no!

Di Alberto Pestelli

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Murales a San Sperate (CA)

Che dire? Ebbene, iniziamo subito affermando che è impossibile non farci caso. Saltano subito agli occhi. Posso assicurare che tutti quanti, compreso il sottoscritto, rimaniamo a bocca aperta. Qualcuno può esclamare il classico “oh” di stupore. Altri, sensibili all’arte, rimarranno in assorto silenzio. Che bisogno c’è di parlare quando è la bellezza a farlo? Non sto parlando di u n quadro o di un affresco per il decoro di una chiesa o di un’immensa sala di un palazzo antico. No… è qualcosa di più complicato e semplice al contempo. Qualcosa di non molto comune… ma non troppo raro! Scusate il giro di parole. Dicevo qualcosa di complicato. Certo, non è facile mettersi a dipingere un affresco sui muri esterni di un palazzo soggetto alla variabilità del tempo meteorologico: freddo, caldo, acqua, neve… In una sala siamo al coperto ma… ma non c’è luce se non quella che filtra attraverso i vetri delle finestre. All’esterno ce n’è quanta ne vuoi! E questo punto risulta semplice. Ho parlato di qualcosa di non molto comune. Vero! Gli affreschi esterni sono meno frequenti rispetto ai tradizionali ma non si tratta, comunque, di una rarità.

Firenze, Palazzo dell'Antella in piazza Santa Croce

Firenze, Palazzo dell’Antella in piazza Santa Croce

 

Genova, Palazzo San Giorgio

Genova, Palazzo San Giorgio

Ma dove trovare queste case dipinte? A Firenze, ad esempio, basta recarsi a Santa Croce per rendersi conto che c’è un palazzo (il palazzo dell’Antella) la cui facciata è affrescata. In piazza della Calza, proprio di fronte a Porta Romana, nella palazzina che separa via dei Serragli e via Romana, c’era un affresco che purtroppo è scomparso. Al suo posto adesso c’è un affresco opera di Mario Romoli che vinse un bando di concorso del comune di Firenze per decorare la facciata della palazzina.

Usciamo da Firenze. A Genova abbiamo un altro bellissimo esempio nel palazzo San Giorgio. Costruito tra il 1257 e il 1260 fu restaurato a fine del XVI secolo. In quel periodo risalgono i primi affreschi a cura di Andrea Semino che fu sostituito, agli inizi del 1600, da Lazzaro Tavarone che affrescò la facciata che guarda il mare. Il tema della sua opera fu San Giorgio che uccide il drago circondato dalle figure di personaggi illustri di Genova. Negli anni ’90 del secolo scorso i dipinti sono stati recuperati e restaurati dal pittore Raimondo Sirotti.

Andiamo nell’Italia del nord-est. Piazza delle Erbe a Verona è il luogo più azzeccato dagli scaligeri di un tempo per abbellire quello che è stato il centro nevralgico della cultura e del commercio della città veneta. È la piazza più antica di Verona. In epoca romana era il foro cittadino. Ed è qui che si affacciano le cosiddette Case Mazzanti con le sue facciate dipinte ad affresco. Nella piazza, naturalmente, si affacciano altre case che hanno, purtroppo, solo pochi resti dei capolavori artistici che valsero il nome di città dipinta, o per dirla in latino, urbs picta. Le case Mazzanti, quindi, sono il solo esempio del buono stato di conservazione degli affreschi attribuiti ad Alberto Cavalli, allievo di Giulio Romano, pittore e architetto nato a Roma.

Verona, Case Mazzanti in piazza delle Erbe

Verona, Case Mazzanti in piazza delle Erbe

 

Saliamo su una barca sull’Adige. Immaginiamo con un po’ di fantasia – che non guasta mai… – che la corrente, invece di portarci a sud, ci porti a nord. Trento, non è esattamente dietro l’angolo, ma il desiderio di ammirare le case Cazuffi-Rella è talmente forte che arriviamo in un attimo. Viva la fantasia!

Ma torniamo alla realtà. Le Case Cazuffi-Rella sono due palazzi affiancati costruiti nel XVI secolo proprio di fronte alla cattedrale di San Vigilio in piazza del Duomo. Gli affreschi che li abbelliscono sono stati attribuiti a Marcello Fogolino, pittore di origine friulana che dipinse anche un affresco in una facciata del Castello di Buonconsiglio di Trento che raffigura Carlo Magno in trono. Occupiamoci della piazza del Duomo. Quel che risalta agli occhi sono i temi dei dipinti… il profano di fronte al sacro. Nella facciata a sinistra (al secondo piano) è rappresentato un mostro mitologico, Gerione, con la testa di una donna e il corpo di un serpente. Gerione, se qualcuno mastica l’antica mitologia greca, era uno dei personaggi delle famose dieci fatiche di Ercole. Poi si nota Diana e il carro della fortuna. L’Occasio e la Nemesi. La spada di Damocle e il Musico sono gli altri temi di questa facciata.

Nella seconda casa, l’artista ha dipinto tre serie di figure allegoriche: il trionfo dell’Amore, il trionfo della Sapienza e, infine, il trionfo dell’Abbondanza.

Trento, Case Cazuffi-Rella in piazza del Duomo

Trento, Case Cazuffi-Rella in piazza del Duomo

In parole povere, queste due case di piazza del Duomo a Trento possono essere considerate una galleria d’arte all’aperto, dove poter ammirare con tutta calma, magari gustando un buon aperitivo nei bar sottostanti, una serie di opere bellissime e uniche.

Ci vuole tempo, è vero! La visita mordi e fuggi non è ideale per riempirsi gli occhi dei colori della tavolozza della fantasia. Come tutte le città d’arte d’Italia, anche Trento ha i suoi tempi e, tra una “portata” e l’altra, occorre assaporare ogni piccolo particolare per dire di aver visto la “bellezza” nel vero senso della parola.

Ma adesso saliamo idealmente verso l’alto e cerchiamo raggiungere con lo sguardo un paese al di là del mar Tirreno, dove alcuni artisti sardi hanno dimostrato che affrescare i muri esterni delle case non era un’abitudine del ‘500. Sto parlando dei bellissimi tromp l’oeil di San Sperate in provincia di Cagliari. Naturalmente la cittadina sarda non è l’unico esempio, ma la cito, primo perché ha dato i natali al compianto artista scultore Pinuccio Sciola… colui che dava la voce alle pietre che scolpiva, secondo… perché ho visitato il paese, senza contare che le mie origini sono, per metà, sarde. Quindi, se siete nei pressi di Cagliari e amate l’arte, v’invito a visitare San Sperate e quando tornate a casa, mi raccomando, portatemi qualche dolcetto della mia terra!

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Trentino – Le spettacolari cascate del Saènt in Val di Rabbi

Di Gianni Marucelli

6. Val di Rabbi © Gianni Marucelli 2016

Val di Rabbi © Gianni Marucelli 2016

Se, magari utilizzando il trenino che abbiamo altrove descritto, giungete da Trento all’inizio della Val di Sole, nel ridente paesino di Malè, vedrete aprirsi verso nord una delle due valli minori che si addentrano nel massiccio dell’Ortles-Cevedale: è la Val di Rabbi, famosa per le sue bellezze naturali e per le sue acque termali, non meno che per il fatto di essere compresa nel Parco Nazionale dello Selvio. Le particolarità architettoniche dei suoi antichi ‘masi’ in legno e la presenza di storiche segherie “ad acqua”, che si avvalevano per il loro funzionamento dell’impetuosa corrente del torrente Rabbies, accrescono l’interesse dei turisti, che la frequentano fin dai tempi dell’Impero asburgico; tra coloro che scelsero di risiedere qui, poi, si annoverano molti artisti, tra cui è doveroso citare il più grande pianista del XX secolo, Arturo Benedetti Michelangeli.

Il celebre Maestro, di cui è nota la sensibilità nervosa, scelse una grande casa, ristrutturandola e rendendola un eremo musicale per sé, la famiglia e i discepoli. Trovò certamente la pace e il silenzio, di cui un concertista di fama internazionale ha necessità per “ricaricare” le batterie.

2. Le cascate di Val di Rabbi © Gianni Marucelli 2016

Le cascate del Saènt in Val di Rabbi @ Gianni Marucelli 2016

Tra i tanti motivi d’interesse che la valle offre, il più spettacolare è tuttavia costituito dalle Cascate del Saènt, poste all’inizio del sentiero che conduce al Rifugio Dorigoni (mt.2436). Se pochi sono coloro che affrontano l’ardua ascesa fino al rifugio, molti, anche con bimbi piccoli al seguito, risalgono le cascate, facilmente raggiungibili dall’ampio parcheggio di Malga Stablasol (mt. 1539).

Vi è addirittura un servizio di pullman che, al prezzo di due euro, vi conduce dalla macchina ai pressi delle cascate, rendendole accessibili a chiunque.

I due balzi d’acqua, di complessi duecento metri, rappresentano davvero un monumento naturale che vale la pena di contemplare, anche sobbarcandosi la fatica relativa di percorrere il bel sentiero, ovviamente in salita, che le costeggia e in un punto le attraversa, su un ponticello di legno.

7. Val di Rabbi, un asino © Gianni Marucelli 2016

In Val di Rabbi, un asinello © Gianni Marucelli 2016

Miliardi di goccioline in impalpabile pulviscolo traggono mini arcobaleni sotto i raggi del sole, e costituiscono nutrimento per le tante specie di felci e di fiori che crescono ai margini del bosco. Si giunge in cima con un po’ di fiatone, che passerà sedendosi sulle panche presso il Rifugio forestale Saènt (mt. 1799), dove si può far merenda prima di scendere, brevemente e agevolmente, alla sottostante conca valliva del Prà di Saènt, dove il torrente Rabbies, prima di sfogare la sua furia gettandosi a valle, scorre tranquillo fa pascoli verdissimi. Nessuna costruzione umana che disturbi lo sguardo: solo una piccola malga, all’altro estremo della valletta, presso cui pascolano due quadrupedi. Dieci minuti a piedi, facile passeggiata per salutare i due equini, poi è lecito tornare indietro: da qui in poi inizia la dura salita per il rifugio Dorigoni, che non è il caso di percorrere adesso.

Questi prati, interrotti qua e là da macigni rotolati giù in epoche passate, un tempo erano il regno delle marmotte, e chi scrive lo può testimoniare di persona.

Ora, forse a causa dei rapidi cambiamenti climatici, non se ne vede (né se ne sente) neppure una.

Un guardaparco ci dice che le primavere troppo precoci hanno indotto le bestiole a uscire dalle tane anzitempo, così che le successive gelate hanno compiuto stragi tra i più deboli e tra i cuccioli: ma è tutto da appurare.

Ci attende un’altra ora di camminata per tornare al parcheggio, inseguiti dal rombo delle cascate che via via si affievolisce, come i colori della foresta, nella sera che scende.

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