Anna – Una poesia di Carmelo Colelli

Domenica 28 agosto  nel centro storico di Bitonto (Bari) si svolta la Quarta edizione del Festival di Poesia “Le corti dei Miracoli“. Il nostro carissimo amico e collaboratore Carmelo Colelli è stato invitato a recitare alcune sue poesie già apparse nella nostra rivista. Per l’occasione, Carmelo, ci invia una sua poesia inedita dal titolo “Anna”.

 

Anna

 

Anna, occhi azzurri,

è lì seduta su una sedia che guarda intorno,

guarda verso la finestra,

forse anche fuori,

verso gli alberi, verso il cielo,

senza sapere perché.

Anna vorrebbe sapere,

vorrebbe capire,

vorrebbe lottare

ma non può più farlo

né può più dircelo,

emette solo alcune parole,

sconnesse e confuse,

si agita, gesticola, si calma, si arrende,

lei la bella guerriera,

che lottava per tutto e per tutti

ora si arrende,

si accascia sulla sedia.

Un mondo che non conosciamo,

un mondo che non interagisce più col nostro

è quello in cui ogni giorno Anna vaga

alla ricerca di qualcosa senza sapere cosa.

Un male,

l’”Arsenio Lupin” di tutti i mali,

con delicatezza,

senza farsene accorgere

le ha rubato la memoria e la sua identità;

Anna non riconosce né il suo volto,

né gli altri volti,

né i sorrisi che lei amava tanto;

lei amava ridere e giocare con tutti.

Anna non sa più chi è, dove si trova;

è smarrita, confusa.

Nei suoi occhi azzurri

leggevamo la gioia e l’amore;

oggi quei begli occhi ci guardano,

poi vagano,

si fermano,

e noi riusciamo a ricogliere, ancora,

quella luce a noi familiare: “L’amore”.

 

LOCAN-BIT-01

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Terremoto in Italia centrale

Logo Federazione 2015 BASSAQ

La segreteria della Federazione Nazionale Pro Natura ci ha inviato una lettera del Presidente Mauro Furlani. Noi la pubblichiamo come allegato alla presente pagina. La lettera può essere scaricata liberamente.

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TOSCANA: DECISO LO STERMINIO DEI MUFLONI NELLE ISOLE DELL’ARCIPELAGO

Di Gianni Marucelli

Un altro passo della regione più civile d’Europa verso il ritorno al medioevo

Ovis musimon trebon brewery.jpg

CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1263748 – Ovis musimon trebon brewery.jpg

Tempi durissimi in Toscana per tutti gli ungulati: dopo che la cosiddetta “Legge Remaschi” ha consentito la caccia a tutte le specie (in particolare ai cinghiali) per l’intero anno, è stata confermata la decisione di “eradicare” – esangue sinonimo di “sterminare totalmente” – i mufloni presenti in centinaia di esemplari nelle isole del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Il muflone non è un animale autoctono, è stato importato dalla Sardegna a scopi venatori, si è progressivamente diffuso e ora la sua massiccia presenza è stata giudicata incompatibile con gli ecosistemi vegetali.

I capi presenti, in particolare all’Isola d’Elba, sono 500-600, e il numero relativamente limitato aveva fatto supporre che il problema potesse essere risolto in modo incruento, mediante il “rimpatrio” in Sardegna, dove attualmente la specie non se la passa molto bene; tuttavia, la proposta avanzata dal Gruppo d’intervento giuridico onlus è stata rigettata sia dalle autorità toscane che da quelle sarde, in quanto troppo costosa, per le indagini preliminari di tipo genetico e sanitario che sarebbero state necessarie sugli animali da traslocare, sia per le operazioni di cattura e trasporto.

Evidentemente, il costo di un proiettile (pochi centesimi) è stato giudicato più abbordabile…

A nessuno di coloro che decidono, certamente, importa qualcosa del parere delle associazioni ambientaliste e animaliste, che da sempre si oppongono a questo genere di soluzioni. E nemmeno di quello delle associazioni naturalistico-turistiche o di trekking, per le quali gli animali selvatici presenti sul territorio costituiscono una ricchezza.

Capraia, ad esempio, è una bellissima isola il cui fascino è accresciuto dalla possibilità di osservare (ci vuole molta pazienza) i mufloni al pascolo; anche le poche decine di individui che vivono qui ovviamente saranno eliminati a fucilate.

È molto triste che una Regione evoluta come la Toscana non riesca a trovare altri modi di risolvere un problema ambientale quale quello dell’eccessiva presenza di certe specie, se non con stragi concepite e realizzate col solo plauso delle associazioni venatorie (è evidente) e, talora, di quelle dei coltivatori – non è il caso dei mufloni delle isole.

Ed è ancora più triste che, mentre si deliberano queste uccisioni, si sia pienamente consapevoli del fatto che i cacciatori continuano a favorire il riprodursi delle prede mediante illegali pasturazioni invernali, come essi stessi non esitano ad ammettere.

Insomma, anche in questo campo esistono furbi, furbetti e beati ignoranti, basta che la gente perbene non veda, non senta e, preferibilmente, non parli…

§

E intanto si registra il primo impallinamento grazie a questa sconsiderata legge… Un camionista è stato colpito e ferito da un proiettile per la caccia agli ungulati mentre guidava sull’Autopalio Firenze-Siena. Questi di seguito sono i link dove la notizia è stata riportata:

http://www.lanazione.it/siena/cronaca/camionista-ferito-da-proiettile-vagante-sospeso-il-porto-d-armi-al-cacciatore-1.2460538

 http://iltirreno.gelocal.it/regione/toscana/2016/08/26/news/camionista-alla-guida-ferito-al-volto-da-un-proiettile-da-caccia-1.14016741

http://www.gonews.it/2016/08/26/camionista-colpito-un-proiettile-vagante-sullautopalio/

http://www.camionistionline.com/camionista-colpito-al-volto-da-proiettile-da-caccia-sullautopalio-firenze-siena/

http://www.quinewsvaldelsa.it/valdelsa-pallottola-vagante-trovato-il-responsabile.htm

Mufflon (Ovis Musimon).png

Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=79342

 

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Oggi al Grande Faggio: un mito come il Barone Rampante

Di Luigi Diego Eléna

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Un bel faggio secolare non può che chiamarsi il Grande Faggio.

Dal parcheggio (1135 m) posto tra Brumano e Fuipiano si imbocca la strada sterrata e si giunge tra le sue fronde braccia sagge.

Tutto sta sulle sue labbra da cui sgorga il messaggio:

“Guardatemi, stimatemi e rispettatemi per l’età!!!”

Come non pensare interpretando il suo pensiero, a IL BARONE RAMPANTE?!

IMG_5571Questo capolavoro di Italo Calvino racconta di Cosimo Piovasco di Rondò che si rifugia su un albero a causa di un piatto di lumache rifiutato, e dal quale non scenderà più.

Qui, al Grande Faggio non ci si arrampica, ma si contempla la sua maestosità da un bel po’ di tempo.

Cosimo dimostra ben presto che il suo non è solo un capriccio: spostandosi solo attraverso boschi e foreste e costruendosi a poco a poco una dimensione quotidiana anche sugli alberi. Il protagonista conosce Viola, una ragazzina di cui si innamora, trova un fedele amico nel cane Ottimo Massimo, e diventa figura popolare per gli abitanti delle terre dei Rondò.

Qui ognuno può sentirsi Cosimo e sognare le sue avventure.

Ogni elemento della natura corrisponde, basta solo osservare e lasciarsi rapire dal Grande Faggio.

Un gigante buono e di nobili sentimenti cui la bellezza del luogo fa da cornice.

Lui, un anziano e provato dagli anni albero regale tra gli alberi, che come Cosimo non si arrende e non scende a terra, rispettando fino all’ultimo la propria promessa di donarsi al viandante da una vita.

Chissà se un giorno anche lui, al passaggio di una mongolfiera, si aggrapperà ad un cima penzolante e scomparirà  all’orizzonte?

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PILLOLE DI METEOROLOGIA – 2016, caldo record? …NO GRAZIE!

Di Alessio Genovese

L’estate meteorologica volge ormai al termine (31 agosto) e incomincia quindi a essere tempo di verifiche e previsioni future. Per prima cosa è con piacere che si può constatare come lo stesso andamento estivo abbia rispettato quanto avevamo ipotizzato a inizio stagione, ovvero un’estate tendenzialmente stabile con lunghi periodi di caldo moderato, intervallati da dei break temporaleschi che si sono avuti, come prevedibile, per lo più nel centro-nord della penisola. In sostanza niente a che vedere (dal mio punto di vista per fortuna) con le temperature africane della scorsa estate ma allo stesso tempo nessuna analogia con l’estate fin troppo piovosa del 2014.

                                         In molti a inizio anno sostenevano che il 2016 potesse risultare l’anno più caldo di sempre da quando si eseguono le misurazioni in maniera scientifica. In effetti, i mesi di gennaio e febbraio, almeno nell’emisfero australe, erano partiti con temperature notevolmente sopra la media e avevano determinato per noi italiani il terzo inverno mite consecutivo. In realtà, dalla primavera in poi, in coincidenza con il venir meno de “El Nino”, le cose hanno incominciato a prendere una piega diversa e, pur rimanendo le temperature al di sopra delle medie del periodo, si sono notevolmente ridotte. Al momento, in bassa troposfera, ovvero nella parte dell’atmosfera terrestre più vicina alla terra, si registra nell’intero pianeta un’anomalia positiva che è inferiore al mezzo grado centigrado. Fino a pochi mesi fa l’anomalia era ben superiore al mezzo grado centigrado. Diventa quindi assai improbabile che il 2016 possa risultare l’anno più caldo, e quasi sicuramente farà registrare temperature medie complessive inferiori a quelle del 2015. Ciò potrebbe essere il segnale di un nuovo trend al ribasso contrariamente alle previsioni di un global warming in pompa magna? Su questa rubrica, pur riconoscendo almeno in parte il ruolo dell’uomo nel condizionamento del clima, abbiamo però spesso preso in considerazione anche altri fattori, quali l’attività solare, le temperature superficiali degli oceani, il “Nino” e la “Nina” etc, tutti indici che a nostro parere possono condizionare anche in maniera significativa l’evoluzione climatica. Dopo un “El nino” da record sarà interessante vedere se nei prossimi mesi le temperature continueranno a scendere costantemente oppure no; qualora ciò dovesse avvenire, allora avremmo già una prima prova concreta del fatto che non si può ragionare sui cambiamenti climatici prendendo in considerazione solo il global warming.

A oggi risulta molto difficile abbozzare una previsione per la stagione autunnale, e ancora di più per quella invernale. Al di là della distanza temporale, ciò è dovuto anche all’attuale imprevedibilità di due fattori fondamentali; uno è quella relativo alla “Nina” che a oggi non è ben chiaro sapere se effettivamente si manifesterà e in tal caso con quale intensità, e l’altro riguarda la “QBO” (Quasi Biennal Oscillation), ovvero la disposizione dei venti ad alta quota. Soprattutto questo indice negli ultimi 60 anni non si è mai comportato come nell’anno in corso. Mentre fino a pochi mesi fa era atteso che virasse in territorio negativo, con predisposizione dei venti da oriente a occidente, in realtà ciò è avvenuto solo a determinate quote, mentre ad altre è sembrato quasi fare ritorno in maniera decisa in territorio positivo così come lo era in occasione dell’ultimo inverno. Tali cambiamenti invece, come sta a indicare la “B” di Biennal, dovrebbero avvenire quasi ogni due anni. Una “QBO” positiva tende spesso, soprattutto in accoppiata con dei valori solari bassi come quelli attuali, a rinforzare il vortice polare e quindi a rendere meno possibili e frequenti le discese fredde verso le latitudini più basse, al contrario quando è in territorio negativo tende a disturbare lo stesso vortice. Si hanno pochi riscontri rispetto alle possibili conseguenze meteorologiche con una situazione della “QBO” come quella attuale. Quando avremo elementi di maggiore chiarezza, allora proveremo ad abbozzare delle previsioni. Intanto l’appassionato di meteorologia e soprattutto climatologia può guardare con curiosità a un futuro che non appare di certo scontato. Sono sempre di più gli esperti e scienziati che non concordano con chi prevede un’inevitabile e costante innalzamento delle temperature. Se le loro ragioni saranno veritiere rimane però da comprendere se tale fatto contribuirà solamente ad allentare il surriscaldamento climatico oppure, come ci siamo interrogati sopra, a invertire la tendenza.

Alessio Genovese

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Trentino – Un racconto di “Legno”

Di Carmen Ferrari

 

1 Fontanile

1 Fontanile

Lo sento quel tipico profumo di legno: lo inalo nei boschi, sui sentieri come in questi paesi alpini ancora non disturbati dalla cementificazione.

2. Il tavolo della malga

2. Il tavolo della malga

Il legno appartiene ai miei sensi e ai miei desideri così che quando mi fermo in questa vallata trentina, un mio gioco solitario è quello di scegliere visivamente la casa dove vorrei abitare e qui la scelta è difficile, poiché le case gareggiano nei miei pensieri tra i legni di cui sono composte; dai portoni, alle finestre, ai tetti spioventi, ai balconi. Case costruite con la base in pietra o intonacate a cui segue il legno che trova, nella parte superiore, tutto il suo spazio. Sono i profumi dell’abete e del larice che le ricoprono; alberi che incontro nelle escursioni o che ammiro nei monti che circondano la casa dove ora risiedo, in un luglio bello che si alterna a giorni nuvolosi, alle felpe e ai copriletto caldi durante la notte. Sono gli alberi che ammiro mentre la luce del giorno cala e la notte mi permette di osservare le cime dei monti che si stagliano sopra il paese, che ammiro con le sue luci, seduta sul davanzale in legno della finestra sottotetto.

 

Sono a Pejo (TN), nell’omonima valle; sottocasa, dal laboratorio di falegnameria del proprietario che è artigiano del legno, si sprigionano le essenze del legno tagliato, della colla cervona, dei trucioli di scarto che, ammassati, faranno da combustile per la stufa del grande locale.

 

Sto bene in questa valle; vi trovo un equilibrio tra l’uomo e la natura: un equilibrio che è difficile incontrare nei grandi centri abitati.

3. il ponte di legno con fiori

3. il ponte di legno con fiori

Qui l’uomo s’incarna con la montagna, con il legno, con l’acqua che ancora suggella il paesaggio con sorgenti, fontanili, torrenti; un’acqua che incontro scorrere dalle cime dei monti e che prende le numerose strade per scendere a valle. (foto 1: fontanile). Il legno e l’acqua formano, insieme, parte della cultura dei valligiani perché fonte economica ma anche atavico rispetto e protezione per i propri luoghi e i loro elementi. Legno e acqua, un connubio utile per le ‘segherie veneziane’ che, con le loro ruote idrauliche, usavano l’acqua come forza motrice. Già nel XIII secolo la Serenissima utilizzava il legno di queste zone per i suoi arsenali. Lungo il torrente Rabbiès in Val di Rabbi, si possono incontrare queste segherie, qui sorte nel XVIII secolo, ora per lo più museali. Cammino e incontro grossi tronchi accatastati in attesa del taglio, con i loro cerchi concentrici che conto minuziosamente per conoscerne l’età. Mi incuriosiscono i segni colorati in blu su alcuni alberi: forse segnali per il taglio del bosco?

Il legno con i suoi profumi lo ammiro nei suoi manufatti; nelle malghe, alcune con tavoli e panche esterne e, mentre sono distesa al sole su uno di questi tavoli, un’aquila volteggia più in alto sopra me, con quel suo stridulo grido. Penso allora che se fosse scesa di quota mi sarei nascosta sotto il grande tavolo con la base formata da quattro tronchi ben lavorati (foto 2. Il tavolo della malga).

 

 

4. fiori che abbelliscono il balcone

4. fiori che abbelliscono il balcone

Incontro molti piccoli abeti neonati che mi fanno tenerezza, disseminati per il bosco di altura o ai margini dei sentieri che percorro, e mi chiedo se riusciranno a sopravvivere nel loro primo inverno. Il verso delle nocciolaie mi accompagna, insieme a quello dei corvi, o al ticchettio ritmato del picchio nero.

Il legno mi sostiene nei brevi guadi dei torrenti: semplici tronchi sapientemente uniti, o nei bei ponti che attraversano il fiume Noce, come nel comune di Mezzana in Val di Sole, vicino alla nuova stazione ferroviaria della linea Trento-Malè-Mezzana. I vasi pensili di fiori, per lo più gerani o petunie, abbelliscono questi paesaggi come i balconi delle case. (foto 3 e 4: Il ponte di legno con fiori e Fiori che abbelliscono il balcone)

Invidio questa florescenza continua, a scapito dei miei gerani di casa che, con la preoccupazione del gran caldo, forse bagno eccessivamente. Loro,

5. tabernacolo con legna

5. tabernacolo con legna

qui, godono dell’umidità notturna anche nei loro contenitori in legno.

Quello che mi attrae particolarmente e che osservo con rinnovato stupore è la capacità dell’uomo di accatastare la legna per l’inverno in ogni spazio disponibile, accanto e fuori le case. Oltre ai pochi masi di paese, ancora esistenti, tutti in legno, che qui fanno da ricovero per il fieno e la legna, la stessa la trovo riposta, con un’abilità che mi sorprende e mi affascina (foto 5: tabernacolo con legna).

C’è, in questi valligiani, un senso estetico nel riporre la legna per il riscaldamento: è un lavoro che inizia, finito il freddo invernale, e in estate è già concluso con il taglio e la collocazione; si userà per l’anno successivo così che la legna abbia il tempo per essiccarsi.

6. una casa per la legna

6. una casa per la legna

Che bello questo lavoro alacre fatto con piacere (e con fatica), perché sarà la legna che scalderà le abitazioni durante l’inverno che qui arriva a punte di 10-15° sotto lo zero. Brucerà nelle stufe a ole, rivestite di ceramica, che incontro nelle case, come quella dei proprietari dove risiedo. E’ come se le braccia che lavorano con la sega a motore per tagliare tronchi e tronchetti da sistemare, siano grate di questi movimenti per ciò che sarà utile nell’inverno.

 

Così gli spazi dove riporla fanno parte di questa cultura del legno, nelle numerose forme geometriche che ne escono; in molti casi la legna si ospita, con i vari tagli, in piccole case di legno appositamente costruite (foto 6: Una casa per la legna).

7. arcolaio fatto a mano

7. arcolaio fatto a mano

 

Al piano terra della casa, il laboratorio del sig. Gianni Moreschini è sempre movimentato di rumori quando il legno viene trasformato in utensili o mobili, carriole da utilizzare nei giardini per accogliere fiori, o per il gioco dei bambini, arcolai perfettamente funzionanti o piccoli utensili per la casa (foto 7: Arcolaio fatto a mano).

9. raccoglitore di crauti

9. raccoglitore di crauti

Ci sono, nel laboratorio, utensili usati da generazioni precedenti, come lo strumento antico per la filettatura delle viti, costruito dal padre (8 a Foto) e il contenitore in legno decorato, per conservare i crauti (9 a foto)

Il legno mi appa rtiene e mi dà una specie di energia interiore che mi pervade, come nella teoria cinese dei cinque elementi (i modi in cui l’energia o QI si esprime nell’universo) e il legno rappresenta l’energia crescente, in movimento ascendente, simbolo della vita, di qualcosa di nuovo che inizia e si sviluppa, come nella primavera che rappresenta il legno stesso, quando gli alberi tornano in attività dopo il riposo invernale, laddove questa esplosione di energia si stabilizzerà poi in altre fasi, mantenendosi costante.

Mi dà serenità e piacere pensare che il legno, anche attraverso la sua lavorazione da parte dell’uomo, possa circondare la nostra vita ed esserne parte.

8. strumento artigianale per la filettatura delle viti

8. strumento artigianale per la filettatura delle viti

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Sui binari dei monti del Trentino – La ferrovia Trento-Malé-Mezzana

Di Carmen Ferrari

In una nuvolosa giornata di luglio prendiamo il treno delle Ferrovie Trentino Trasporti del percorso Mezzana-Malé-Trento. Saliamo a Marilleva, seconda stazione verso Tren

Treno in arrivo a Mezzana

Treno in arrivo a Mezzana

to.

L’ultimo tratto ferroviario di 1 Km, da Mezzana a Marilleva, lungo la val di Sole, è stato inaugurato in questi giorni di luglio 2016.

Si sale nel treno, composto ora da una carrozza, alle 9,30 del mattino: sono tutti turisti, come noi.

Il treno parte da quota 900 e, attraversando brevi tratti in leggera salita, declina lentamente alla quota 670 di Cles, dove scenderemo.

Oggi la val di Sole non risplende e il torrente Noce si presenta, dal treno, quando più in basso o al suo livello, con un colore argenteo, a tratti impetuoso nel suo tragitto verso l’Adige, tra i massi, o infilandosi nella stretta gola prima di oltrepassare il confine con la val di Non.

Rafting sul Noce sotto la stazione di Mezzana

Rafting sul Noce sotto la stazione di Mezzana

A Dimaro il torrente offre un buon percorso per il rafting e dei giovani ragazzi sono pronti a partire sul gommone; altri percorrono in bicicletta, numerosi, la strada che costeggia la ferrovia Dimaro-Monclassico.

Il treno incontra e fiancheggia segherie, mentre il nostro sguardo incrocia, sulla destra, l’orografia delle cime del Brenta.

Larici e abeti fanno corona con il loro colore verde intenso che oggi prevale, stagliandosi nell’umida giornata che, bagnandoli, ne accentua la tonalità.

Qualche turista sale con le biciclette nella carrozza, appendendole agli appositi ganci, in attesa di scendere nelle fermate dove s’incrociano i vari percorsi ciclabili del Parco Nazionale dello Stelvio.

Verso Malé la valle si fa più pianeggiante, lasciando posto alle coltivazioni di vigneti o meleti con i loro filari: i frutti sono a metà della loro maturazione ma già iniziano ad evidenziare i loro colori gialli e verdi.

Dopo Terzolas si profila la sagoma del Castello di Caldes: una casa-torre duecentesca, di aspetto gotico, donata alla nobile famiglia Thun.

La val di Sole ora si restringe verso Mostizzolo, confine con la val di Non, dove il treno s’incunea su un dosso, attraversando brevi gallerie per poi oltrepassare il fiume Noce spumeggiante, stretto nella gola in basso che si ammira attraversando il ponte che congiunge le due valli.

Il nostro treno non ferma nella piccola stazione di Cles Polo Scolastico dove, durante l’anno scolastico, numerosi studenti delle vallate intorno, scendono ogni mattina, ancora assonnati dai risvegli

Un ingresso particolare a Cles

Un ingresso particolare a Cles

mattutini, dopo aver utilizzato mezzi diversi di trasporto per raggiungere la linea ferroviaria. Altri studenti p.e. partendo da Pejo, ultimo paese dell’omonima valle, a quota 1580, raggiungono Cles in autobus partendo poco dopo le sei del mattino.

Qualche valligiano sale nel treno per raggiungere centri abitati più grandi o Trento, venendo da piccoli paesi delle valli, collegate da autobus di linea.

Gli abitanti della valle di Pejo sperano che la linea ferroviaria, gradatamente, raggiunga almeno Fucine, luogo d’incrocio tra la Val di Sole e di Pejo.

In queste valli i paesi conservano l’aspetto tipico dei borghi alpini che, per mano dei loro abitanti, rendono il paesaggio armonico tra le case e la natura, con un rispetto innato per l’ambiente: come l’uso del legno, qui abbondante per le costruzioni, attorniate e abbellite sempre da fiori che adornano balconi, davanzali, aiuole, prati intorno alle abitazioni, con quella sapienza estetica che i valligiani contengono nella loro cultura.

Una cultura che comprende anche l’utilizzo delle acque, con i numerosi fontanini che s’incontrano nei paesi, anch’essi adornati con vasi fioriti, ma anche per le sorgenti minerali e quelle che s’incontrano sui sentieri.

Palazzo nobile a Cles

Palazzo nobile a Cles

Anche i ricoveri per la legna tagliata, utile per il riscaldamento invernale, vengono ricavati da qualsiasi spazio disponibile, dai sottoscala o addossati alle pareti esterne delle case o in sottotetti, quando incuneati tra gli spazi delle finestre e, sovente, protetti in graziose casette di legno costruite appositamente, sempre in compagnia dei fiori.

Siamo arrivati a Cles, scendendo dopo un tragitto, dove gli intervalli di tempo, per ogni stazione attraversata dalla ferrovia, variano da due a cinque minuti.

Cles grazioso centro e capoluogo della val di Non, che ha origini preromane, acquistò importanza nel Medioevo e nelle epoche successive; adesso è un vivace centro di villeggiatura e il punto di riferimento delle vaste coltivazioni della vallata.

La linea ferroviaria che conduce da Trento a Malè e poi a Mezzana, risale al 1906, anno in cui fu costruita la prima tranvia che univa la città al capoluogo della val di Sole. Danneggiata più volte durante il secolo scorso, è stata rinnovata e prolungata negli ultimi anni. La ferrovia vanta un’invidiabile tecnologia per la sicurezza dei treni e può contare su un parco di carrozze di ultima generazione.

Le carrozze si presentano in parte colorate e decorate, non ultima, interessante è l’opera dipinta da Ugo Nespolo in occasione del centenario della ferrovia Trento-Malè.

 

dipinto di Ugo Nespolo per il centenario della linea

dipinto di Ugo Nespolo per il centenario della linea

 

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Lazio – Fumone, il castello delle vittime innocenti

Di Alberto Pestelli & Maria Iorillo

Fumone - © Alberto Pestelli 2005

Fumone – © Alberto Pestelli 2005

Si Fumo fumat, tota Campania tremat, ovvero… Se Fumone fuma, tutta la campagna trema… recita un antico detto del luogo. E c’era davvero una ragione per temere qualcosa di brutto per le popolazioni antiche che abitavano la zona. L’antichissimo borgo, posto su di un colle a forma di cono tra i monti Ernici e i monti Lepini, era un baluardo difensivo che poteva e può essere visto da lontanissimo. Quindi la roccaforte aveva una importantissima funzione di controllo del territorio delle tre città più grandi del popolo degli Ernici, Alatri, Ferentino e Anagni. L’origine del detto, tuttavia, è medievale. In quel periodo Fumone era d’importanza vitale per Roma durante le ricorrenti incursioni dei Saraceni e dei Normanni. Essendo in un importante crocevia, la roccaforte era il punto di avvistamento dei segnali di fumo inviati da altri centri sparsi per il territorio. A sua volta da Fumone partivano segnalazioni fumose dirette a Roma. Proprio per questa sua funzione di controllo il borgo fu chiamato Fumone.

Fumone - © Alberto Pestelli 2005

Fumone – © Alberto Pestelli 2005

Ma dove si trova esattamente il paese? Innanzi tutto è bene specificare che è un comune di poco più di duemila abitanti che si trova in provincia di Frosinone. Il centro abitato è su un colle a quasi ottocento metri (nella parte più alta) sul livello del mare tra i territori di Fiuggi e Alatri e la valle del fiume Sacco.

Come detto sopra, le sue origini sono antichissime e pre-romane. Una leggenda vorrebbe far risalire la fondazione di Fumone ai tempi della caccia di Tarquinio il Superbo avvenuta nel quinto secolo avanti Cristo.

In un territorio ricchissimo di eventi storici, anche Fumone non poteva essere da meno. La roccaforte nel 1186 tenne testa a Enrico VI che l’assediò a lungo senza successo. Nel 1296 avvenne il primo “fattaccio”. Quando nel 1295 papa Celestino V, colui – come canta Dante nella Divina Commedia nel

Fumone - © Alberto Pestelli 2005

Fumone – © Alberto Pestelli 2005

terzo canto dell’Inferno – che fece per viltade il gran rifiuto, fu imprigionato da Bonifacio VIII, il papa che gli succedette al soglio pontificio. Il 19 maggio del 1296 Celestino V muore nel castello di Fumone, molto probabilmente assassinato per ordine di Bonifacio VIII in persona. Dopo diversi secoli di controllo diretto da parte dello Stato della Chiesa, il castello passa nel XVII secolo ai marchesi Longhi che sono ancora gli attuali proprietari.

Il paese ha da offrire molti monumenti e luoghi d’interesse soprattutto riguardanti le architetture religiose quali la Chiesa Collegiata di Santa Maria Annunziata, la Chiesa della Madonna delle Grazie e la Chiesa di Celestino V. Ma siamo qui per parlare del Castello Longhi che fu la più importante roccaforte militare dello Stato della Chiesa nel Lazio meridionale con la funzione, come detto poc’anzi, di centro di avvistamento. Utilizzo che durò per ben cinquecento anni.

La Storia del Castello è ovviamente legata a quella del paese, pertanto parlandone si rischia non solo di ripetere quanto scritto, ma anche di diventar monotoni.

Fumone - © Alberto Pestelli 2005

Fumone – © Alberto Pestelli 2005 – Dentro il Castello

Arrivati in paese siamo rimasti subito attratti dalle indicazioni turistiche. Amanti dei castelli e dei suoi segreti, ci siamo subito diretti all’ingresso dell’antico maniero. Appreso che potevamo visitare l’edificio per una modica cifra (per le informazioni potete consultare il sito www.castellodifumone.it) non ci siamo fatti pregare e siamo entrati insieme ad altri “turisti vai dove ti porta il caso” come noi. Abbiamo scoperto una piccola grande meraviglia nascosta in un angolo di Lazio che mai avremmo pensato di trovare. Uno scrigno di tesori e rarità raccolte nel corso dei secoli dai proprietari del castello. L’attuale famiglia proprietaria, la famiglia dei Marchesi Longhi, trasformarono il castello da roccaforte militare a residenza vera e propria. Ancora oggi, gli eredi abitano una parte dell’edificio destinando il resto a museo privato dove sono conservati bellissimi reperti archeologici, quadri, statue, oggetti di uso quotidiano. La visita guidata comprende anche l’accesso al giardino pensile costruito nel seicento. Il giardino fu edificato unificando i camminamenti delle guardie lungo le mura, dei fossati e delle quattro torri interne. Il giardino pensile di Fumone (tipico esempio di giardino all’italiana) è uno dei più grandi di Europa.

Nel piano nobile è possibile visitare due strutture particolari: la cappella e la cella di Celestino V, dove il papa del gran rifiuto visse per dieci mesi prima di venire assassinato.

Si è parlato di due fattacci… il primo è stato brevemente spiegato. Il secondo, che ha note ben più macabre e sconvolgenti, riguarda un bambino: il marchesino Francesco Longhi. Il fanciullo, che ci ha spiegato la guida, fu assassinato alla tenera età di tre anni dalle sue sette sorelle più grandi. Pare che costoro avvelenarono il bambino un poco per volta procurandogli una fine atroce. La madre del fanciullo, la duchessa Emilia Caetani (Caetani era la famiglia del papa Bonifacio VIII) impazzì dal dolore. Non permise a nessuno di seppellire il figlioletto. Decise quindi di farlo imbalsamare secondo l’usanza di quel periodo (usanza che si è tramandata per molto tempo, fino agli inizi del XX secolo: vedi la mummia della piccola Rosalia a

Fumone - © Alberto Pestelli 2005

Fumone – © Alberto Pestelli 2005

Palermo). Il corpo del piccolo marchesino è custodito ancora oggi in una stanza del castello di Fumone.

La visita al castello è stata un’esperienza bella, culturalmente interessante nonostante la nota di tristezza che si respira subito aver visto la teca di cristallo dove è conservato il corpo del piccolo Francesco. Ma del resto, ogni castello che si rispetti, possiede una storia, una leggenda che lo rende unico e attraente.

Se vi trovate nella zona e avete già visitato Alatri, Anagni e Ferentino fare un salto a Fumone è d’obbligo. Ve lo consigliamo.

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DAVID LAZZARETTI – “IL PROFETA DELL’AMIATA”

138 anni fa, il 18 Agosto 1884, veniva ucciso dalle forze dell’ordine l’inerme visionario David Lazzaretti mentre guidava una processione. Un delitto che non ha mai avuto giustizia.

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di Adriano Crescenzi*

 

Per parlare di David Lazzaretti non si può prescindere dal collocarlo nella precisa realtà sociale, culturale, religiosa di Arcidosso (GR), il paese della montagna amiatina in cui nacque.

All’epoca della nascita di David, Arcidosso contava circa 6000 abitanti sparsi maggiormente nelle campagne e nei centri periferici, distanti anche molti chilometri dal capoluogo e collegati da una rete viaria adatta per la maggior parte ad essere percorsa da muli e cavalli o a piedi. Il capoluogo rappresentava all’epoca un punto avanzato per la cultura, sia nel Monte Amiata che in provincia di Grosseto, con una Accademia Letteraria (Accademia degli Unanimi), una Biblioteca Comunale, un Giornale domenicale ,“Il Popolano”, giornale progressista all’insegna di “Ordine-Legge-Progresso”, unico in quel periodo in provincia. Le poche persone del popolo che sapevano leggere preferivano i poemi epico-cavallereschi (Ariosto, Tasso) oppure la Divina Commedia o anche Testi Sacri. L’analfabetismo rappresentava circa il 90% della popolazione ed era frequente che durante le veglie d’ inverno si ascoltasse la narrazione di quei racconti intorno al focolare. Il senso di religiosità della Comunità era stato da sempre rivolto alla Madonna, venerata nei due Santuari del luogo, la Pieve e l’Incoronata, e ravvivato dal passaggio di personaggi mitici, come San Bernardino, il Beato Brandano (Bartolomeo Garosi vissuto nel ‘500 e detto il pazzo di Dio), o Baldassarre Audibert, il predicatore che attraversò l’Amiata nel 1846. Numerose erano le Compagnie laicali e le Monte_LabbroCongregazioni, spesso ispirate al Francescanesimo, come quella dei Vanchettoni. Non esistevano industrie, se si eccettuano quelle legate all’estrazione delle terre bolari e, quindi, l’economia si basava esclusivamente sull’agricoltura, che impegnava circa il 90% della forza lavoro; anche l’artigianato e il commercio erano legati ad essa. La proprietà agraria, inoltre, si presentava piccola e notevolmente diversificata (castagni, seminativi, pascoli, orti, boschi, vigneti). Per integrare i magri redditi, molti sono costretti ad inventarsi altri lavori adattandosi a fare di volta in volta i braccianti, mezzadri, affittuari, boscaioli, prestando la loro opera anche in Maremma per lavori stagionali.

E’ in questo contesto che nasce David, il 6 Novembre 1834, in una delle prime case dell’odierna Via Talassese e viene battezzato il giorno dopo, 7 novembre, nella vicina Chiesa parrocchiale di San Leonardo. Il padre Giuseppe era “barrocciaio” (vetturale) e la madre Fausta Biagioli “faciera” (donna di casa) e David il secondo di sette figli. Aveva ricevuto una educazione cristiana e aveva imparato i primi rudimenti della grammatica dall’arciprete Pistolozzi. Intorno ai 13 anni aveva espresso il desiderio di diventare religioso, ma il padre si oppose, perché aveva bisogno di braccia per il lavoro che faceva e, dice David, “per distrarmi dal mio pensiero mi mandò in Maremma a lavorare”. Dunque, l’humus culturale e soprattutto religioso sul quale David era cresciuto aveva quasi sortito il suo effetto. Il duro lavoro alla macchia e il disagio di questo nuovo ambiente, la Maremma con i suoi miasmi, la malaria e la solitudine, mettono a dura prova il ragazzo ancora adolescente. Da qui, dunque, comincia la sua esperienza “visionaria”, proprio a Macchipeschi in Maremma, il 24 aprile 1848, quando, mentre era in preda allo sconforto e al pianto, gli appare un vecchio frate che gli predice il mistero della sua vita. Passato questo periodo il Lazzaretti conduce la normale vita di quei tempi: si sposa nel 1856 con Carolina Minucci, dalla quale avrà cinque figli di cui solo due sopravvivranno (Turpino e Bianca) e nel 1859 si arruola nell’Esercito Piemontese; al seguito del generale Cialdini partecipa alla battaglia di Castelfidardo e a quella di Gaeta. Ritornato ad Arcidosso dopo nove mesi di servizio militare, riprende il suo mestiere, i viaggi, le letture. Ma vent’anni dopo la sua prima visione, il 25 aprile 1868, ricompare il frate che gli conferma il mistero della sua vita e lo invita a recarsi dal Papa.

E proprio il 1868 sarà l’anno di svolta della sua vita, proprio in seguito alle numerose visioni, ai ritiri ascetici, ai viaggi, alla composizione di scritti che tracciano il suo disegno escatologico, oltre alla frequentazione di numerosi personaggi (i padri filippini Imperiuzzi e Polverini, san Giovanni Bosco, il giudice Du Vachat, legittimisa francese). La chiave di lettura dell’opera del Lazzaretti è data essenzialmente dalle sue visioni, nelle quali lo “spirito guida”, San Pietro, lo inizia e lo conduce verso il compimento della sua missione. Esse sono numerose e tutte indirizzate alla sua iniziazione per il compimento dell’opera redentrice dell’umanità. Quella del 25 aprile 1868 (La Terra dei Grandi) si svolge in uno scenario sconvolgente: una tempesta marina. Il Frate è il nocchiero su una barca di bronzo che le onde sembra vogliano inghiottire da un momento all’altro. Sulla riva, poi, si svolge una furibonda lotta tra un leone e sei feroci animali: il mostro dalle tre teste, la tigre, l’orso marino, la pantera, il lupo marino e la iena. Il leone che ne uscirà vittorioso simboleggia il riemergere della Tribù di Giuda. Consumata la lotta, il Frate conduce David in un giardino “che nulla aveva di terrestre, in mezzo al quale zampillavano tre fontane”. Sempre nell’estate di quell’anno due nuove visioni (Il Fiume del Mondo nel quale gli appare Gesù Cristo) e “La Divina Pastorella” nella quale gli appare la Madonna nelle vesti di una pastorella, con un giglio in mano, che uccide il serpente e gli annuncia che ora può compiere la sua missione. L’investitura ufficiale David l’ebbe durante il ritiro nella grotta presso i ruderi del Convento di S.Angelo a Montorio Romano, di ritorno dall’udienza papale. In una prima visione (16 ottobre 1868) “La Madonna della Conferenza”, gli appaiono la Madonna, S.Pietro, S.Michele Arcangelo e un suo presunto avo discendente dai reali di Francia, Manfredo Pallavicino. E fu qui che S.Pietro gli impresse sulla fronte il simbolo distintivo che porterà55 monte labbro (Large) per tutta la vita: le due C rovesciate e unite dalla croce. Nella successiva visione della notte del 19 dicembre “una fiamma di fuoco in mezzo alla grotta” lo assorbe e gli trasmette il “fuoco divino” per intraprendere il disegno a cui era destinato fin dalla nascita, come gli dice S.Pietro.

Dietro l’impulso di queste esperienze, David si dedica anima e corpo a portare a termine la sua missione: una nuova redenzione dell’umanità che vedrà compiersi la venuta sulla terra dello Spirito Santo per dare vita alla Terza Era, quella del Diritto, che segue quella della Grazia operata da Gesù, che segue a sua volta quella della Giustizia, con l’Antico Testamento e i Profeti. La costruzione del suo pensiero teologico, codificata nei suoi scritti più importanti, “Il Libro dei Celesti Fiori”, “La mia lotta con Dio” e ”Il Simbolo dello Spirito Santo”, non è disgiunta dall’azione prettamente sociale che mette in atto durante i dieci anni che vanno dal 1868 al 1878. Ritiratosi sul Monte Labbro, presso il versante occidentale dell’Amiata, dal 1869, molti paesani vi si recano, all’inizio per curiosità e meravigliati dal repentino cambiamento della sua vita; indi cominciano ad apprezzare le sue predicazioni, tanto che in un giorno (13 aprile 1869) ben 180 persone lavorano per lui un terreno per permettergli di parlare liberamente, senza l’assillo del lavoro. David chiamerà quel campo “Il campo di Cristo” e da lì prenderà spunto per l’ideazione dei tre Istituti da lui fondati sulla cima del Monte: l’ Istituto degli Eremiti Penitenzieri e Penitenti (di carattere religioso), la Santa Lega o Fratellanza Cristiana (una Società di Mutuo Soccorso)e la Società delle Famiglie Cristiane (una Comunità somigliante a quelle dei Cristiani dei primi secoli e a carattere collettivistico, retta da una magistratura di 12 membri eletti a suffragio universale). Il fervore religioso che animava David veniva trasmesso, per il forte carisma dell’uomo, anche a chi gli era accanto e così, fin dall’inizio, fu iniziata la costruzione di tre edifici a Monte Labbro, una Torre a tre piani (simbolo della nuova alleanza fra Dio e gli uomini), un Eremo e una Chiesa. Alla Società delle Famiglie Cristiane aderirono all’inizio 80 soci; essa si andò poi progressivamente sviluppando, con l’ingresso anche di piccoli proprietari terrieri, artigiani, braccianti e con l’apertura anche di due scuole elementari (maschile e femminile) per i ragazzi e una scuola serale per gli adulti. L’azione sospettosa dei funzionari del nuovo stato unitario provocò due arresti per truffa e vagabondaggio, il primo nel 1871, con assoluzione piena, e il secondo nel 1873, con assoluzione dopo otto mesi di carcere (a sua difesa scrisse una lettera anche don Giovanni Bosco, che David aveva conosciuto nella sua casa di Torino prima di recarsi alla Gran Certosa di Grenoble e che successivamente, nel 1875, fu il tramite per la sua conoscenza con Leone Du Vachat).

Andando avanti nei suoi disegni riformatori della Chiesa, si scontrò alla fine anche con le gerarchie ecclesiastiche, che lo convocarono a Roma, presso il Sant’Uffizio, dove subì un vero e proprio processo per i suoi scritti e le sue teorie, nonostante si fosse sempre proclamato “figlio della Chiesa Cattolica Apostolica Romana”. Il contrasto divenne notevole e insanabile, dopo la pubblicazione de “La mia lotta con Dio” nel quale si dichiara prescelto da Dio, come agnello sacrificale, come il “figlio dell’Uomo” profetizzato, come strumento dello Spirito Santo per condurre a compimento l’Era del Diritto, nella quale tutti i popolo, rappacificati, avrebbero abbandonato le armi e sarebbero stati guidati da un unico pastore. Nella pubblicazione dell’ultima opera, il “Simbolo dello Spirito Santo”, equivalente del Credo, il Simbolo Niceno della Chiesa Cattolica, inoltre, David espone alcuni elementi di estrema novità escatologica, come l’avvento del Giudizio Universale sulla Terra (verranno giudicati i vivi nella fede e i morti alla grazia), e anche l’adempimento della redenzione dei figli dell’uomo con la manifestazione della “Terza Legge divina del Diritto”, e inoltre l’abolizione della confessione auricolare sostituita con quella di emenda, poiché è “cosa indegna e spiacevole a Dio la confessione auricolare”. Altra interessante proposizione riguarda l’esistenza del “Regno della Speranza”, che si pone fra il Purgatorio e l’Inferno, le cui pene, però, secondo questa professione di fede, non sono eterne. Il contrasto con l’ortodossia cattolica è evidente: David fu dichiarato dal Sant’Uffizio “un illuso” e vennero messi all’indice tutti i suoi scritti.

articleLa drammatica esperienza del processo, se in un primo momento determina l’accettazione della “sentenza”, quasi immediatamente provoca una ben determinata reazione di insofferenza e di ribellione. Tornato sul Monte Labbro, si proclama Cristo Duce e Giudice ai suoi seguaci, venuto a portare il rinnovamento annunciato a tutta l’umanità; dopo tre giorni di preparazione, il quarto giorno, il 18 agosto 1878, scende dal Monte in pellegrinaggio ai Santuari Mariani di Arcidosso e del vicino paese di Castel del Piano, a capo di una imponente processione, disarmata e festosa, cantando inni e laudi alla Madonna. Alle porte di Arcidosso viene fermato dalla forza pubblica, che spara sulla folla e lo ferisce mortalmente. David muore la sera stessa dopo una lenta agonia. La paura del saccheggio prende il sopravvento fra i possidenti e i grossi proprietari terrieri del paese, e questo contribuirà non poco a determinare il tragico epilogo. I suoi seguaci vengono arrestati e condotti in varie carceri, Arcidosso, Santa Fiora, Scansano, Grosseto, Firenze e Siena, dove un anno dopo, nel 1879, subiscono il processo a loro carico. Sono tutti assolti dall’ accusa di “aver commesso atti diretti a rovesciare il governo ed a mutarne la forma, nonché a muovere la guerra civile ed a portare la devastazione e il saccheggio in un Comune dello Stato”. Così, ancora una volta, il potere politico, che mal sopportava lo sviluppo di “Società” come quelle istituite da David, e il potere della Chiesa, che all’epoca vedeva di ostacolo al mantenimento dei suoi privilegi il ritorno a quella povertà ed operosità evangelica propugnata dal “Profeta dell’Amiata”, ambedue avevano vinto. Ma nella gente rimase quel senso di riscatto sociale che egli aveva trasmesso e l’aveva aiutata a crescere e che col tempo darà i suoi frutti, rappresentando ancora oggi l’attualità del suo pensiero.

Dunque, chi era David? Così lo definisce l’ottavo sacerdote Turpino Chiappini nel 1993: “…Il Lazzaretti fu un semplice, e fu un compagno dei semplici, perché parlava di loro lo stesso linguaggio e noi siamo i nipoti e pronipoti di quei grandi vegliardi che continuiamo a conservare quel lievito da lui lanciato che a tempo giusto ci verranno fatti tanti pani”.

* L’autore è attualmente assessore alla Cultura del Comune di Arcidosso. Il testo, gentilmente trasmessoci dall’Associazione Toscani in Friuli Venezia Giulia, venne letto in pubblico in occasione di un evento organizzato dalla stessa Associazione nel 2009

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