Agosto 1918: la battaglia più alta della Prima guerra mondiale

A tu per tu coi luoghi che videro le epiche imprese di Alpini e Kaisershutzen

 8 - Il lago Palu dall'alto

Di Gianni Marucelli

È una bella escursione, quella che ci attende, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio. La mattinata si presenta stupenda, mentre di buon’ora ascendiamo le pendici boscose della Val del Monte, laterale della Val di Pejo (TN). Ben presto l’azzurro intenso del Lago Palù, un bacino artificiale incastrato tra altissime catene montuose contrapposte, spicca tra il verde delle conifere; lo lasciamo in basso, mentre i larici si fanno più radi e i rododendri, che a valle sono già spogli, si presentano carichi di fiori.

Abbiamo oltrepassato quota 2000, e tutto è tranquillo, il silenzio è rotto solo dal fragore dei torrenti che scendono impetuosi e dal gracchiare dei corvi e delle ghiandaie. Lontano, si ode lo scampanellio dei campanacci delle mucche sui pascoli alti. Nessun altro escursionista in giro, e neppure i pastori delle malghe.

Eppure, se tornassimo indietro nel tempo di 98 anni, questo piccolo paradiso si trasformerebbe di colpo: il sibilo delle marmotte tacitato dalle raffiche delle mitragliatrici, ogni voce della natura sovrastata dal rombo delle artiglierie da montagna e dalle esplosioni degli schrappnel.

1 - Postazione austriaca con la mitragliatrice - Museo della guerra di Pejo

1 – Postazione austriaca con la mitragliatrice – Museo della guerra di Pejo

Metà agosto 1918: da circa tre anni si fronteggiano ad alta quota, al confine tra Lombardia e Trentino, che coincide anche con quello di Stato tra Regno d’Italia e Impero austro-ungarico, gli Alpini italiani da un lato e le truppe da montagna austriache, Kaiserjager e Landshutzen.

Qui bisogna fare una premessa: gli Alti Comandi delle due parti non hanno dato inizialmente molta importanza a questo settore estremo del fronte, sia perché sono concentrati sulle manovre nelle pianure, sugli altopiani, sulle rive dei grandi fiumi, come l’Isonzo, il Tagliamento, il Piave, sia perché sono convinti che i passi alpini possano facilmente essere presidiati dalle fortificazioni che all’uopo sono state costruite. Inoltre, nella storia non si è mai combattuto oltre i duemila metri, e anche i medici ritengono fisiologicamente impossibile che dei soldati, pur specializzati, riescano a resistere per molto tempo, specie in inverno, alle basse temperature e alla rarefazione dell’aria. Solo dopo i primi mesi di conflitto, gli austriaci per primi si sono accorti di quanto immensa possa essere la resistenza umana, anche in condizioni terribili, oltre i 3000 metri, e di come ciò possa essere considerato militarmente rilevante. Così, hanno incominciato a occupare, con prudenza, i punti più alti del grande arco montuoso che va da Passo

2 - Ricostruzione teleferica per rifornire le postazioni in quota

2 – Ricostruzione teleferica per rifornire le postazioni in quota

dello Stelvio a quello del Tonale: da queste posizioni, tenute da pochi uomini, sono in grado di battere con le artiglierie le più basse postazioni italiane; ma gli Imperiali hanno ricevuto l’ordine perentorio di limitarsi a difendere i confini, gli italiani dovrebbero invece attaccare, e hanno il disperato bisogno di contendere al nemico le vette più alte: il Gran Zebrù, l’Ortles, il Cevedale, il Vioz, tutte cime che si spingono verso i 4000 metri, circondate da immensi ghiacciai.

Dopo tre anni di esperienza, le tecniche di sopravvivenza in quota si sono molto affinate: adesso i ghiacciai assomigliano a dei gruviera, attraversati come sono da gallerie e cunicoli scavati apposta per raggiungere la prossimità delle vette senza farsi scorgere dall’avversario, sono stati create gallerie e trincee scavate nella roccia, sono state posizionate teleferiche per il trasporto dei materiali da valle e linee telefoniche per i collegamenti tra gli avamposti e i Comandi.

Tutto ciò, però, non ha portato grandi vantaggi a nessuna delle due parti. Le vittime, morti e feriti, sono state tante, questo sì: ma si contano molti più soldati falcidiati dalle valanghe, colpiti da malattie o da congelamento, che uccisi da proiettili nemici.

In questa guerra, essenzialmente di posizione, grande importanza hanno avuto le Guide alpine e gli alpinisti “sportivi”, richiamati e spediti sulle cime a cercare di tracciare nuove vie di attacco sulle pareti più scoscese e sui ghiacciai più impervi. Il bello è che molte Guide, sui fronti contrapposti, si conoscono bene, spesso sono imparentate tra loro, e quando si incontrano, piuttosto che scambiarsi una fucilata, preferiscono bere insieme una grappa attorno al fuoco del bivacco…

3 - Il lago Palu

3 – Il lago Palu

Ma torniamo ai luoghi dove ora ci troviamo: appena sotto le cime che, dal Monte Vioz (mt.3670), si succedono fino al Passo del Gavia. giungiamo al Lagostiel, mt.2450, un pianoro dove, attorno a un laghetto glaciale, un gruppo di mucche pascola tranquillo. Sopra di noi, la Punta San Matteo (mt.3679), il Monte Mantello (mt. 3517), il Monte Giumella (mt.3590), delimitano verso nord (a noi invisibile) l’immenso ghiacciaio dei Forni.

4 - Si sale tra prati e larici verso il LagostielTra le truppe che le presidiavano, nell’estate del 1918, pochissimi, o nessuno, intuiva e sperava che la guerra sarebbe finita di lì a poco più di due mesi.

Comunque, il Comando italiano del Pass Gavia riteneva che le posizioni austriache attestate dall’anno precedente sulle vette del Monte Mantello e del Monte San Matteo minacciassero da vicino le nostre linee, e di conseguenza predisposero un piano per conquistarle. Così le nostre truppe avrebbero a loro volta minacciato da presso la Val di Peio, base dell’esercito imperiale, e avrebbero controllato meglio il Ghiacciaio dei Forni.

Il 13 agosto 1918 diverse compagnie di Alpini, supportate da nuclei di mitragliatrici e precedute da un intenso bombardamento di artiglieria attaccarono, attraversando il ghiacciaio, le due montagne, prendendo di sorpresa gli austriaci, che non si aspettavano un assalto da quella parte, per la grande difficoltà costituita dai crepacci. L’azione quindi ebbe successo, ed è paradossale che tra le poche vittime italiane alcuni fossero alpini colpiti dalla nostra artiglieria proprio nel momento in cui, in cima al San Matteo, stavano festeggiando la vittoria ottenuta.

Il paradosso è ancora più doloroso pensando che la conquista non venne ben sfruttata; le due vette non furono sufficientemente fortificate contro un presumibile contrattacco austriaco che avrebbe dovuto essere messo in conto. Al comando della nuova postazione sul San Matteo fu messo un giovane ma già espertissimo capitano degli Alpini, Arnaldo Berni, che aveva già mosso ai suoi superiori qualche obiezione circa il fatto che non si era pensato di occupare anche la vetta

5 - A più di 2000 metri gli ultimi abeti e larici

5 – A più di 2000 metri gli ultimi abeti e larici

successiva, il Monte Giumella, sgombro di nemici, cosa che lui stesso aveva cercato di fare, essendo però subito richiamato indietro.

Intanto, la sconfitta del San Matteo non era stata affatto digerita dai comandi austriaci, che ne predisposero l’immediata riconquista con grande larghezza di mezzi.

Il 3 settembre successivo, quando già gli alpini di Berni erano molto provati dalla permanenza a più di 3600 mt. di quota, senza ricevere cambio, scattò il contrattacco.

Tre giorni prima, Arnaldo Berni aveva scritto ai familiari questa ultima lettera:

“Fino ad oggi ho lavorato e faticato molto, ho dato gran parte delle mie energie e in molti momenti era solo il mio entusiasmo (che non è venuto mai meno) e lo spirito di compiere tutto il mio dovere che mi hanno sorretto; e se tutto quello che ho fatto e tutto quanto ho sofferto non sarà conosciuto io sarò ugualmente contento e continuerò sempre a dare quanto posso per il bene della patria”.

6 - Il Lagostiel, a sinistra le vette del monte Mantello e del san Matteo

6 – Il Lagostiel, a sinistra le vette del monte Mantello e del san Matteo

La preparazione di artiglieria che precedette l’attacco delle truppe scelte austriache fu davvero terrificante: in poche ore vennero sparati dai cannoni nemici più di 23.000 colpi.

Sotto le esplosioni, la vetta del San Matteo viene addirittura ridotta di sei metri. Chi si trova al coperto, nelle grotte di ghiaccio, viene sepolto dal loro crollo.

Verso il tramonto due compagnie di Kaisershutzen, circa 200 uomini, si mossero sulle rocce e sui ghiacci, partendo dal Monte Giumella all’attacco del Monte Mantello e del San Matteo. Erano guidate da due ufficiali esperti e coraggiosi, il Tenente Tabarelli e il Tenente Licka.

La difesa italiana fu accanita, animata dal Capitano Berni, e molti soldati nemici caddero in combattimento. Proprio nel momento decisivo, anche la galleria di ghiaccio in cui si trovavano Berni e alcuni alpini crollò sotto le cannonate. Il capitano ne ebbe le gambe sfracellate, e non potette più muoversi, sepolto da un grosso blocco di ghiaccio. Il suo aiutante, sergente Perico, fu uno dei pochi italiani a salvarsi dall’attacco, abbattendo due nemici col fucile usato come una clava e rotolando alla cieca, giù per il pendio ghiacciato. Più o meno lo stesso accadde sul Monte Mantello, dove i

7 - Il Lagostiel, sullo sfondo il san Matteo

7 – Il Lagostiel, sullo sfondo il san Matteo

nostri furono uccisi o catturati.

Un ufficiale austriaco udì le grida di soccorso del capitano Berni e tentò di soccorrerlo, ma la reazione dell’artiglieria italiana era violenta e dovette desistere.

Si concluse così la battaglia a più alta quota mai combattuta durante la prima guerra mondiale.

Per gli Austriaci fu una vittoria effimera, in quanto, esattamente due mesi dopo, il 4 novembre, si arresero all’esercito italiano.

Il corpo del capitano Berni, come quello di molti altri Alpini e Kaisershutzen, non fu mai ritrovato, nonostante le successive ricerche di parenti, amici e degli stessi ufficiali austriaci che avevano partecipato all’azione.

8 - Il lago Palu dall'alto

8 – Il lago Palu dall’alto

Guardo su, verso il San Matteo, che si staglia su un cielo limpidissimo; guardo la sua vedretta che ancora brilla candida al sole, ma che rispetto a cento anni fa si è ridotta di molto.

Penso ai pochi corpi semimummificati che negli ultimi vent’anni i ghiacci, sciogliendosi, hanno restituito, e che ora giacciono sepolti, senza nome, nel piccolo cimitero di guerra austriaco della chiesetta di San Rocco, poco sopra a Peio.

Penso, ma non giungo ad alcuna conclusione, se non questa: quei caduti di una guerra lontana si sono battuti con coraggio, contro avversari che rispettavano e che temevano.

Non contro uomini, donne e bambini inermi.

Sia loro lieve la terra – o il ghiaccio – dove riposano.

9 - Le tombe di soldati sconosciuti restituiti dal ghiaccio negli ultimi ventanni presso la chiesa di san Rocco a Pejo

9 – Le tombe di soldati sconosciuti restituiti dal ghiaccio negli ultimi ventanni presso la chiesa di san Rocco a Pejo

 

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Il Canneto – Racconto di Roberto Zeloni

Di Roberto Zeloni

cannetoA conclusione del pranzo se ne stavano tutti sazi sulle loro sedie, allentando la cintura dei pantaloni. Sui tavoli la tovaglia bianca era macchiata dai sughi e dal vino. Rimanevano disordinati i piatti del dolce affiancati dai tovaglioli stropicciati. Una parte della colomba pasquale avanzava e andava a braccetto con i bicchieri vuoti del vin santo appena sorseggiato. Nell’attesa del caffè i parenti così riuniti si scambiavano pareri, ricordando i tempi della giovinezza. Sono in piedi a sgranchirmi le gambe con Marco, così lo incito a uscire fuori in cortile con me, gli rivolgo la parola e gli dico: ” Vieni fuori a giocare con me?”. “Sì, andiamo” mi risponde. Per un po’ giochiamo a rincorrerci poi improvvisamente mi abbandona e così mi trovo da solo, in quell’ampia aia del convento. Incomincio così a vagare, con i vestiti della festa: camicia bianca e pantaloni corti. Prima passo per la stalla ad infastidire con un ramo le bianche vacche maremmane dalle lunghe corna; poi entro nella cappella dei frati che è zeppa di fieno. Ad un lato osservo l’epigrafe con l’elenco dei frati morti di vecchiaia. C’è una forca appoggiata al muro, scorgo e raccolgo l’uovo ad una gallina, ne spacco la punta e me lo bevo, assaporo il forte gusto di freschino che mi invade il palato e mi soddisfa. Aggiro la stalla dove il cavallo, al mio arrivo, nitrisce. Il ferro reclinato della meridiana segna l’ora del tardo pomeriggio. Sotto, il canneto di bambù, di fronte l’ampia aia in pietra per l’antica battitura del frumento, il letamaio, un fico e un noce. Poi campi su campi, delimitati da file di viti, e coltivazioni di erba medica e patate in fiore. All’orizzonte, oltre la pianura pratese, si stagliava d’azzurro la catena montuosa della Retaia dove a fronte scorre il fiume Bisenzio, che confluisce nell’Arno e poi attraversa la magica Firenze.

Così mi ritrovo solo a giocare infilandomi tra le canne di bambù.

Vorrei giocare con qualcuno, ma non c’è nessuno! Vorrei tanto prendere in braccio e coccolare una di quelle belle paperelle che scorrazzano libere. Le inseguo, ma poi loro scappano veloci nel canneto. Penso: “Come faccio ad acchiapparne almeno una? Il mio braccio è corto! Per afferrarla mi serve un braccio più lungo! Quello che ci vuole è una canna di bambù!”. Ne trovo una già tagliata, ma è pesante, la tengo su a fatica, barcollo, tenendola a stento orizzontale al terreno come un pescatore. La allungo di qua e di là, mentre il gruppo di papere scappa spaventato. Sono irritato e irrimediabilmente aggressivo, alzo la canna sopra la testa del pennuto e faccio per calarla per fermarlo; ma la gravità è pesante e gli arriva giù in testa come una mazzata…   Quel corpicino, ora è immobile mentre le altre sono già tutte scappate starnazzando. Non si muove, mi avvicino lentamente, mi piego in ginocchio, cerco di rianimarlo tenendogli su la testa ma ha la testa che gli ciondola, gli occhi sono chiusi anche se il corpo è ancora caldo. Mi rendo conto di aver combinato un guaio e di averla uccisa, piango, e mi sembra di essere Caino con Abele. Per quel piccolo amico così cercato, mi sento colpevole per quella morte così inaspettata.   Immagino la sgridata a cui sarei stato sottoposto ma mi guardo in giro. Non c’è nessuno che mi ha visto, posso passarla liscia se nascondo bene il corpo. Mi affretto a seppellirla senza neanche una cerimonia. Sotto il fitto fogliame secco delle canne, sarà cosi impossibile scorgerla. E mi avvio con aria spavalda verso la sala da pranzo. Ma poi ci ripenso, le gambe s’irrigidiscono, il fiato è corto, sento il cuore che mi pulsa sotto le costole e torno indietro sui miei passi.   Guardo il prato verde e osservo che il carro agricolo trainato dal cavallo con le ruote di legno con i cerchioni in ferro avevano solcato parallelamente il terreno. Eravamo passati in quel luogo prima del pranzo, in allegria, guidati dalle robuste braccia del nonnino, che con disinvoltura ed il sorriso in bocca, aizzava con le briglie il cavallo al rientro, verso l’aia. “Un diavoletto soffia prudentemente sulla stoppa”. L’orecchio ascolta e mi illumino della luce fatua dell’inferno parlando a me stesso: “se mettessi la paperella tra quei solchi, potrei accusare il nonnino di averla schiacciata mentre passavamo e accidentalmente uccisa, con le ruote del carro”. Poi l’intenso cigolare provocato delle ruote in legno lo avrebbe distratto dall’incidente.

Mi sembra una buona idea! Anzi un’ottima idea! E mi sento sicuro e rinfrancato; faccio un respiro profondo e mi incammino spavaldo. Poi ci ripenso, torno sui miei passi e raccolgo quel corpicino; e lo schiaccio nel solco, dando pressione al piede per simulare meglio l’accaduto. Per un momento sono sicuro di ciò che ho fatto, ma poi mi viene su un magone da orbi e mi sembra di aver combinato un guaio ancor più grande. Lungo il breve tragitto di ritorno, percepisco occhi che mi osservano da tutte le parti. Entro in casa e la mamma e tutti quanti si accorgono che c’è qualcosa d’insolito in me. In effetti, mi sento addosso un’aria strana, e mi atteggio a dare prova di candida innocenza. Gli adulti percepiscono qualcosa e mi osservano con occhi ampi, come il giudice con Pinocchio. Immediatamente una brillante idea mi balena nella mente come a voler affermare con l’assunto che dice: “ l’assassino torna sempre sul luogo del delitto”. E racconto che, capitando per caso sull’aia, avevo visto quella povera bestiola schiacciata dal carro. Il nonnino mi guarda imbarazzato, e tutti mi guardano increduli. Si mette una mano sulla bocca quasi a nascondere con un mezzo sorriso una delusione che scorrendo come un fiume in piena dai suoi occhi mi falcia di netto le gambe, poi dice: “Non è costì possibile!” Dopo un attimo di esitazione, ribadisco: “Andiamo là sull’aia che vi faccio vedere!” Ci alziamo dalle sedie e ci incamminiamo verso il canneto seguito dai miei, sento che qualcuno sogghigna alle mie spalle, dicendo: “Ma chi se lo aspettava dal Robertino?” M’irrito ma mantengo forte la parte stringendo i pugni. Siamo giunti nel luogo del delitto. Pietro è in piedi che guarda dall’alto l’anatra, poi mi osserva con un’aria di compatimento e dice: ” non è per la povera bestiola, ma cosa ti ho fatto per accusarmi in questo modo?” Anche papà mi guarda con aria severa e dice: “Faremo i conti a casa.”

Crollo, mi sento meno di niente, frigno accenno a delle scuse, e balbettando dico: ” Non l’ho fatto apposta. Volevo abbracciare la paperella, ma lei fuggiva, la canna, la morte.” Tiziana mi guarda e dice: “Ma Roberto come hai potuto farlo?” Mi sento sprofondare nel fango fino alla testa. Poi la zia leli, la giovane fidanzata dello zio Aldo sdrammatizza: “Ma è solo un bambino!“ e teneramente mi abbraccia, stringendomi al suo petto. Anche il nonnino sorride e dice: “Ma sì costi è solo un bambino”. Mi rinfranco!   E sorrido, mi sento già meglio confortato dai grandi seni turgidi della zia, in cui affondo la testa.

In pochi attimi, sono cresciuto poco poco, come il naso di Pinocchio. Dicono che la crescita corporea sia impercettibile e costante; anche la bontà accompagnata a braccetto dalla cattiveria cammina scambiandosi battute divertenti, lungo i sentieri della vita dove la propria ombra cammina libera.

Roberto Zeloni

(Un toscano socio dell’Associazione dei Toscani in Friuli Venezia Giulia)

Dati anagrafici. Roberto Zeloni – nato il 30.10.1956

Abitante a Udine in Via Liguria 245

tel, 0432/565117 cell. 3208306824

mail nautilus1956@yahoo.it

Curriculum.

Ho incominciato a scrivere racconti da tre anni.

Assieme ad altri sette scrittori, nel 2015 ho pubblicato

Sorprendenti storie di nonni. Fra ottocento e novecento.

stampa a cura di arti grafiche manzanese.

Alcune copie sono depositate presso l’archivio di stato di Udine

e le biblioteche comunali di Udine e Tavagnacco.

Ho altresì pubblicato in formato e-book il racconto Fiori di Gardenia.

Ho partecipato a diversi concorsi letterari.

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Trentino – Una cartolina da Pejo

Di Gianni Marucelli

La valle di Pejo - © Gianni Marucelli 2016

La Valle di Pejo – © Gianni Marucelli 2016

È una delle regine del Trentino occidentale, anche se il suo nome è più conosciuto al grande pubblico per la bontà delle acque minerali che per l’importanza turistico-alpinistica.

Situata al confine del Trentino con la Lombardia, raggiungibile attraverso il passo del Tonale, la Val di Pejo è una delle due vallette laterali della Val di Sole, insieme alla Val di Rabbi.

Siamo nel territorio del Parco Nazionale dello Stelvio, sulle pendici meridionali del massiccio Ortles-Cevedale, con i suoi ghiacciai e le sue vette che sfiorano i 4000 metri.

Il paesino di Pejo, cui si riferisce

Pejo paese - © Gianni Marucelli 2016

Pejo paese – © Gianni Marucelli 2016

questa ‘cartolina’, si trova alla testata dell’omonima valle, ad un’altitudine di 1584 metri. I pegaesi (così si chiamano i suoi abitanti) si vantavano, ai tempi dell’impero austro-ungarico, di risiedere nel comune più alto di tutta la monarchia: non sappiamo se ciò sia vero, comunque, se avevano quel record, lo hanno perduto nel 1918, nel momento dell’annessione all’Italia, che annovera centri abitati assai più elevati (il Sestriere, ad esempio, è primo con i suoi 2000 e passa metri).

Se non per l’altitudine, Pejo detiene comunque lo scettro di uno dei paesi alpini più caratteristici e antichi. Cenno della sua esistenza lo troviamo in alcuni documenti risalenti al secolo XIII, ma gli scavi archeologici hanno dimostrato che questa località era abitata anche in epoca preromana. La posizione privilegiata, alla confluenza di due minori vallette (la Val del Monte e la Val de Lamare), consentiva ai suoi abitanti di controllare soprattutto i commerci con la Valtellina e la Valfurva, attraverso ardui valichi alpini, ancora oggi destinati ad essere percorsi da chi possiede buone gambe e fiato da vendere: il Passo del Montozzo e il Passo della Sforzellina (metri 3000).

Pejo - © Gianni Marucelli 2016

Pejo – © Gianni Marucelli 2016

Per secoli la sopravvivenza, qui, fu comunque assicurata da una scarsa agricoltura di montagna (segale e atre piante resistenti ai rigidi inverni; la patata venne coltivata a partire dalla seconda metà del settecento), dallo sfruttamento del bosco e, soprattutto, dall’allevamento di bovini e ovini. La casa tradizionale, qui come altrove, era composta al piano terreno dal cortile e dalle cantine, deposito per attrezzi e cibarie; ai piani superiori dalla cucina e dalle altre stanze. La prima era caratterizzata da un grande focolare aperto, rialzato dal pavimento e sormontato dalla cappa, da cui pendeva la catena (segosta), sostenente al fuoco le pentole di bronzo (lavegi). Ai lati, due panche in legno dagli alti schienali, dove sedere a scaldarsi (bancal).

Fontana e vecchio maso - © Gianni Marucelli 2016

Fontana e vecchio maso – © Gianni Marucelli 2016

I pavimenti erano di calcestruzzo, alle pareti annerite dal fumo pendevano i vari arnesi della cucina. Non esistendo condutture idriche, l’acqua veniva portata dalle donne dalla fontana in secchi di rame bilanciati sulle spalle da un legno ricurvo (bagilon). La stanza da letto dei padroni era pavimentata in legno, con le pareti anch’esse foderate di assi di conifera (abete rosso, larice o cembro). Essa era riscaldata d’inverno da una grande stufa in cotto (fornel de ole). Il mobile principale era l’alto letto coniugale, sotto il quale durante il giorno si custodiva il lettino per i bambini (cariola). I vestiti e la biancheria erano custoditi nella cassapanca, spesso intagliata, sopra la quale si poneva la culla per i neonati.

Dalle finestre, di piccole dimensioni, anche per evitare la dispersione di calore, trapelava poca luce.

Annesso all’abitazione c’era il maso, un rustico in muratura al piano terreno e nei cantoni del primo piano, ma per il resto in legno. In basso, si accedeva all’aia o tabià, dove si entrava con il carro; a fianco il fienile e una o due stalle; sopra l’aia vi erano uno o più piani dove si stendeva a seccare l’erba e si custodiva la paglia dei cereali.

È facile immaginare quanto in questo contesto, sia stata dura la vita per chi non fosse un ricco notabile.

Antico maso fuori dal paese - © Gianni Marucelli 2016

Antico maso fuori dal paese – © Gianni Marucelli 2016

Il pane di frumento era pressoché sconosciuto e riservato soltanto agli ammalati gravi. Si utilizzava quello di segale o d’orzo, tipi di pane che al giorno d’oggi sono tornati in auge e venduti a caro prezzo. Per companatico si utilizzavano i latticini, come la ricotta (poina) e il formaggio (casolèt). La farina di granturco venne introdotta molto più tardi. Le carni, salate o affumicate, si consumavano solo nei giorni festivi.

Oggi, dopo che, anche in tempi abbastanza recenti, (1970) il paese ha subito devastanti incendi, facili a estendersi per l’ampio uso del legname nelle costruzioni, a Pejo convivono e si armonizzano graziose case costruite soprattutto negli anni ’60 e ’70, con il boom dell’attività turistica ed edifici tradizionali che ancora conservano le primitive strutture.

Antico campanile del paese con il grande San Cristoforo - © Gianni Marucelli 2016

Antico campanile del paese con il grande San Cristoforo – © Gianni Marucelli 2016

Il villaggio si stringe ancora, con i suoi vicoli caratteristici, intorno alla gotica chiesetta di San Giorgio, affiancata dal campanile eretto nel 1489, sulla cui facciata campeggia una gigantesca raffigurazione di San Cristoforo, attribuita ai Baschenis, celebri artisti locali.

Duecento metri e circa un chilometro più in basso, il moderno Centro Termale di Pejo Fonti continua a dispensare cure idropiniche, e a essere base di partenza del sistema degli impianti di risalita che conduce fino a 3000 metri, poco sotto la vetta del Monte Vioz (m.3680).

Il fascino delle foreste e delle cime che fanno corona alla valle e che per gran parte pertengono al Parco Nazionale dello Stelvio, ve l’abbiamo già descritto in precedenti articoli.

Chiudiamo con una notazione faunistica: al mattino, volgendo gli occhi al cielo potrete osservare il volo maestoso dell’aquila e, da qualche tempo, quello ancora più imponente dell’avvoltoio degli agnelli, il più grande volatile del continente europeo, reintrodotto da non molti anni.

Il campanile di Pejo - © Gianni Marucelli 2016

Il campanile di Pejo – © Gianni Marucelli 2016

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Là, dove nasce l’Arno

Di Guido De Marchi

1Dopo una vita trascorsa a pensare come fosse il paese natio del mio nonno materno sono finalmente giunto a Stia, in provincia di Arezzo.

Tutto quel che sapevo era che nei dintorni vi nasceva il fiume che bagna Firenze.

Come tutti i paesi dell’Appennino anche in questo si trovano moltissime testimonianze storiche, la prima cosa che più mi ha incuriosito è stata “Il Museo dello Sci” dove troviamo tre sezioni:

– le tradizioni di vita sulla montagna del Casentino,

– lo sviluppo dello sci, come attrezzo, dagli inizi del ‘900 ai giorni nostri,

– la storia dello sci come sport agonistico.

Vi ho trovato centinaia di sci di ogni foggia ed epoca, moltissimi di epoche precedenti la pratica dello sci come “sport”, o meglio come svago di fine settimana o vacanziero. Lo sci di riferimento è quello praticato dalla gente che lo usava per spostarsi sui territori innevati quando ancora l’auto non esisteva. Lo stesso dicasi per slittini ed altre attrezzature per muoversi sulla neve. Vi sono anche calzature da sci d’epoca e contemporanee, tipici abbigliamenti, ed anche sci più moderni oltre ad altri particolari di equipaggiamento, come i diversi tipi di racchette da neve.

2Tuttavia parlare del “museo dello sci” sarebbe restrittivo, la struttura ospita anche una moltitudine di altre cose tutte legate alla civiltà contadina e alla lunga storia del territorio toscano.

Vi troviamo, infatti, il Museo del Bosco e della Montagna che a Stia, come cita l’apposito pieghevole de “L’EcoMuseo del Casentino, intende promuovere la conoscenza e il rispetto della montagna, delle sue caratteristiche e dei suoi valori storico-antropologici-ambientali, nella prospettiva della loro conservazione e del loro sviluppo”:

Vi è “La collezione ornitologica Carlo Beni” che consta di 520 esemplari di 176 specie di uccelli rappresentativi dell’avifauna esistente sul territorio casentinese all’epoca della sua costituzione, realizzata da Carlo Beni verso al fine dell’Ottocento. La collezione risulta di notevole valore didattico, stante la difficoltà di osservare direttamente moltissimi di questo esemplari sul territorio.

Ma oltre a ciò vi sono moltissime altre curiosità.

Vi si trova un marchingegno che, come un orologio a cucù, con l’uso di due pesanti contrappesi e alcune appendici snodabili, aziona un girarrosto, realizzato da un gruppo di giovani che si è ispirato ai disegni di Leonardo da Vinci.

3Al museo è anche possibile trovare una vastissima e rarissima collezione di serrature di tutte le epoche, principalmente medievali, tutte realizzate a mano da abilissimi artigiani.

Vi è poi un enorme collezione di attrezzi di uso agricolo che consente di vederne l’evoluzione nel tempo; ma vi sono anche innumerevoli strumenti dei quali si è da tempo persa la memoria e che rinvia a condizioni di vita che per l’uomo contemporaneo sarebbero impensabili.

Non ho, personalmente, competenze tecniche e storiche per valutare la reale importanza di tutto ciò, ma in 76 anni di vita non ho mai avuta l’occasione di vedere una collezione così ricca e completa, tra l’altro curata da una persona che sa raccontarci tutto di ciascun pezzo che ci mostra.

Mi rimane solo il timore che, una volta scomparse le persone che attualmente se ne curano, tutto ciò possa finire dimenticato in qualche magazzino.

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5Tuttavia a Stia troviamo anche altre interessanti presenze storiche: Il Lanificio di Stia (chiuso nel 1985); la Chiesa di Santa Maria Assunta risalente al XII sec. con alcune pregevoli opere d’arte, come Il trittico dell’Annunciazione e Santi – di Bicci di Lorenzo (1414); o una Madonna con Bambino di scuola del Cimabue; una Madonna col Bambino di Andra Della Robbia; e diverse altre opere del XV sec.

Intorni a Stia possiamo trovare il Castello di Porciano (X sec.), Santuario di Santa Maria delle Grazie (XV sec.), Mulin di Bucchio e tantissime altre occasioni di grande interesse, come il Museo della Lana.

Insomma, un angolo di Toscana, quello dove nasce l’Arno, ricco di storia e di tradizioni che piace vedere sopravvivere nel tempo per conoscere le nostre radici.

Guido De Marchi

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Incendi in Sardegna: solo i giornali locali, i social network e l’ANSA ne parlano…

Fonte della foto: Unione Sarda

Fonte della foto: Unione Sarda

La Sardegna sta bruciando e, pur seguendo i vari TG e Radiogiornali nazionali, non ho sentito una parola o un’immagine. La provincia di Cagliari e la provincia di Nuoro sono state messe a dura prova dalle fiamme. Ecco alcuni link dove è riportata le notizia:

ANSA-Ambiente

Unione Sarda

La Nuova Sardegna

 

 

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ANTARTIDE, IL BUCO DELL’OZONO FINALMENTE IN FASE DI GUARIGIONE?

Segnaliamo un interessante articolo tratto dal blog www.nelcuore.org Animali e Ambiente apparso il 1 luglio 2016

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Tratto da www.nelcuore.org “Animali e ambiente nel cuore” – 1 Luglio 2016

LO DIMOSTRANO SCIENZIATI DELL’UNIVERSITÀ DI LEEDS

ANTARTIDE, IL BUCO DELL’OZONO FINALMENTE IN FASE DI GUARIGIONE

Il buco dell’ozono sopra l’Antartide sembra essere sulla via del risanamento, dicono gli scienziati. Il risanamento varia da anno in anno, in parte a causa degli effetti delle eruzioni vulcaniche. Ora però, prendendo anche in considerazione l’influenza delle eruzioni vulcaniche, gli scienziati hanno concluso che il buco dell’ozono è davvero in fase di “guarigione”. Pubblicato sul giornale Science da un gruppo internazionali di scienziati dell’Università di Leeds lo studio attribuisce gli effetti benefici al Protocollo di Montreal del 1987 che ha vietato per la prima volta l’uso di clorofluorocarburi (Cfc) in grado di distruggere la barriera dell’ozono, che un tempo erano ampiamente usati per freezer e aerosol. I risultati dello studio dimostrano come il buco dell’ozono si sia ridotto di 4,4 milioni di chilometri quadrati dal 2000 a oggi. L’ozono è importante perché è in grado di assorbire i raggi ultravioletti dannosi del sole (Uv).

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Coalizione italiana #stopglifosato

La Federazione Nazionale Pro Natura ci ha fatto pervenire il comunicato stampa della Coalizione italiana #stopglifosato che riportiamo in questa pagina e in un documento in PDF scaricabile liberamente dal nostro sito.

stop-glifosato

COMUNICATO STAMPA

#STOPGLIFOSATO :
COMMISSIONE UE AUTORIZZA PER 18 MESI L’ERBICIDA

STATI MEMBRI UE CEDONO ALLA LOBBY DELLA CHIMICA IGNORANDO INTERESSI GENERALI DEI CITTADINI EUROPEI

COALIZIONE ITALIANA: IL GLIFOSATO VA VIETATO PER GARANTIRE TUTELA DELLA SALUTE E DELL’AMBIENTE, NON ABBASSEREMO LA GUARDIA

Roma, 30 giugno 2016 – Dopo l’impasse politico la Commissione Europea autorizza oggi, nell’ultimo giorno utile, l’uso di glifosato nei campi e nei giardini. La proroga vale per 1 anno e mezzo e non per i 15 anni che normalmente vengono concessi ai prodotti fitosanitari. La Coalizione #StopGlifosato avverte: “L’esecutivo europeo non si illuda che questo slittamento faccia abbassare la guardia ai cittadini”.

“I tempi di eliminazione del glifosato dai nostri campi e dalle nostre tavole sono significativamente ridotti rispetto alla ‘norma’ solo grazie alla fortissima mobilitazione dei cittadini. Ma non basta”, afferma Maria Grazia Mammuccini, portavoce della Coalizione #StopGlifosato, che riunisce ben 46 associazioni e organizzazioni della società civile. “La Coalizione chiedeva e continua a chiedere con chiarezza un divieto immediato all’uso del glifosato, in applicazione del principio di precauzione che è uno dei temi fondanti dell’Unione. Il glifosato è stato catalogato come probabile cancerogeno dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, lo Iarc di Lione. È inoltre nella lista delle sostanze che attaccano il sistema endocrino, minacciando la sfera sessuale e riproduttiva. Ora si stabilisce un periodo di proroga decisamente più breve per aspettare il parere dell’Echa, l’Agenzia europea sulle sostanze chimiche: in altre parole si chiedono altri pareri scientifici prima di procedere alla decisione definitiva”.

Ma a non prendere la decisione di vietare decisamente a partire da oggi l’uso dell’erbicida sono stati, oltre all’organismo europeo, anche i governi. “Gli Stati membri – si legge in un comunicato della stessa Commissione – non sono stati disposti ad assumersi la responsabilità di una decisione e non sono riusciti a raggiungere una maggioranza qualificata né nella riunione del comitato permanente del 6 giugno né in quella di appello del 24 giugno”. “Si tratta di un ulteriore segnale preoccupante, che parla di una debolezza dei nostri Governi ad assumere su di sé la responsabilità della salute umana e dell’ambiente”, afferma Mammuccini.

“Se questa proroga ridotta fosse il tentativo di dilazione per far abbassare la guardia all’opinione pubblica, l’Unione europea e i governi sappiano che non è una strada saggia. I cittadini non abbasseranno l’attenzione e la Coalizione non ridurrà il suo impegno. Veglieremo affinché questo periodo venga effettivamente utilizzato per avere adeguati pareri scientifici e non come manovra dilatoria per far calare la tensione politica intorno a un tema essenziale per la salute degli agricoltori e di tutti i cittadini. Se c’è qualcosa che l’Unione Europea può imparare dai risultati della Brexit è proprio questa: occorre porre più attenzione alle richieste che vengono dalla pubblica opinione, e smettere di rispondere alle sollecitazioni delle multinazionali come Monsanto”, conclude la portavoce della Coalizione.

Per essere sempre informato sulle attività della Campagna StopGlifosato seguici su Facebook (hashtag #StopGlifosato)

Per firmare la petizione Avaaz e dire StopGlifosato: https://secure.avaaz.org/it/monsanto_dont_silence_science_loc_it/?media

Aderiscono alla Coalizione italiana #StopGlifosato: ACP-ASSOCIAZIONE CULTURALE PEDIATRI – AIAB – ANABIO- APINSIEME – ASSIS – ASSOCIAZIONE PER L’AGRICOLTURA BIODINAMICA – ASSO-CONSUM – ASUD – AVAAZ – CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali – CONSORZIO DELLA QUARANTINA – COSPE ONLUS – DONNE IN CAMPO CIA LOMBARDIA – EQUIVITA – FAI – FONDO AMBIENTE ITALIANO – FEDERBIO – FEDERAZIONE PRO NATURA – FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA – FIRAB – GREEN BIZ – GREEN ITALIA – GREENME – GREENPEACE – IBFAN- ITALIA – IL FATTO ALIMENTARE- IL TEST – ISDE Medici per l’Ambiente – ISTITUTO RAMAZZINI – ITALIA NOSTRA – LEGAMBIENTE – LIFEGATE – LIPU-BIRDLIFE ITALIA – MDC-MOVIMENTO DIFESA DEL CITTADINO – NAVDANYA INTERNATIONAL – NUPA-NUTRIZIONISTI PER L’AMBIENTE – PAN ITALIA – Pesticide Action Network – REES-MARCHE – SLOW FOOD ITALIA – TERRA NUOVA – TOURING CLUB ITALIANO – UNAAPI-UNIONE NAZIONALE ASSOCIAZIONI APICOLTORI ITALIANI – UPBIO – VAS-VERDI AMBIENTE E SOCIETA’ – WWF ITALIA – WWOOF-ITALIA

 

La Portavoce del Tavolo delle associazioni: Maria Grazia Mammuccini, 3357594514

Gli uffici stampa:

Ufficio stampa AIAB:  Michela Mazzali,- m.mazzali@aiab.it  –  Cell. 348 2652565

Ufficio stampa AVAAZ: Luca Nicotra – luca@avaaz.org – Cell. 340 3289238
Ufficio stampa FederBio:  Silvia Pessini – silvia.pessini@ariescomunicazione.it  – Cell. 348 3391007

Ufficio Stampa Lipu : Andrea Mazza andrea.mazza@lipu.it   Cell. 3403642091                                                         Ufficio Stampa WWF : Cristina Maceroni, c.maceroni@wwf.it – Cell. 329.8315725 Ufficio Stampa Ufficio stampa Legambiente: Milena Dominici – m.dominici@legambiente.it  – Cell. 349.0597187 , Luisa Calderaro – l.calderaro@legambiente.it – 06.86268353
Ufficio stampa Associazione Biodinamica: Silverback, Greening the Communication – Francesca Biffi f.biffi@silverback.it – cell: 333 2164430

 

 

 

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