Aserrada (Monte Resegone) visto da Fuipiano valle Imagna (Bergamo)

Di Luigi Diego Eléna

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Dolce salire su questo monte, pur duro di costituzione fisica, che guarda occhiolando come Renzo fece con Lucia, Fuipiano valle Imagna. Una sorta di mitico Maciste ricco nelle sue membra ed ossa di dolomia, una roccia sedimentaria carbonatica costituita principalmente dal minerale dolomite, chimicamente un carbonato doppio di calcio e magnesio. Di acuto ha solo i suoi nove denti canini, per il resto si lascia accarezzare sulla sua folta chioma ricca di flora alpina, avendo un carattere di straordinaria forza e bontà. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendio lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in spianate, secondo l’ossatura del monte, e il lavoro dell’acque. Qui ci si trova come sui merli delle mura di un castello costruiti a intervalli regolari in cima alle antiche fortificazioni. Qui l’archibugio è un cannocchiale di Galileo, che punta solo lo sguardo, a tutto tondo, su di un acquerello figurativo di Wassili Kandinsky. Si vola come aquile col cuore di colomba, tale è la pace in questa valle Imagna, a dir poco serenissima come la storia la ricorda laggiù nel Borgo di Arnosto, un dì dogana della Repubblica Veneta, ed oggi un patrimonio storico-architettonico di inestimabile valore e interesse. “Qui per me si va per l’eden, per me si va nell’eterna gioia. Qui si convien lasciare ogni affanno…” Qui si sogna.

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Miniebook – Montecristo, con Pro Natura sull’isola del tesoro

Cari amici lettori, pubblichiamo il mini-ebook “Montecristo, con Pro Natura sull’isola del tesoro” di Gianni Marucelli. Scaricate liberamente il file entrando

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Montecristo

Montecristo

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La recensione del direttore – LE VILLE MEDICEE IN TOSCANA NELLA LISTA DEL PATRIMONIO MONDIALE di Luigi Zangheri

LE VILLE MEDICEE IN TOSCANA NELLA LISTA DEL PATRIMONIO MONDIALE

a cura di Luigi Zangheri, Olschki Ed. e Regione Toscana, 2016, Euro 44,00

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Un volume di grande formato dedicato alle quattordici Ville Medicee dichiarate dall’Unesco, nel 2013, Patrimonio Mondiale dell’Umanità: è questo l’ultimo omaggio che la Casa Editrice Olschki ha reso alla Toscana, in collaborazione con la stessa Regione e con l’UNESCO.

La pubblicazione, curata da Luigi Zangheri e prefata da Enrico Rossi, offre un quadro completo, ricco di splendide foto, dei quattordici beni culturali: nell’ordine, il Castello di Cafaggiolo e quello del Trebbio, dimore fortificate della famiglia Medici nella terra di provenienza, il Mugello, erette ancor prima di prendere il potere in Firenze, e quelle appartenenti al periodo aureo del suo principato, Fiesole, Castello, Poggio a Caiano, Petraia, Boboli, Cerreto Guidi, Seravezza, Pratolino, La Magia, Artimino e Poggio Imperiale. Ovviamente, ogni scheda prende in esame non soltanto gli edifici, ma anche i magnifici parchi che, per bellezza architettonica, non sono da meno delle ville cui pertengono. A completare l’opera, una sezione dedicata a esplicare le motivazioni che sono state addotte a sostegno della candidatura delle Ville Medicee alla Lista del Patrimonio Mondiale, nonché una cronistoria della stessa candidatura. Infine, una tavola delle specie botaniche rinvenute nei Giardini e una preziosissima e aggiornata Bibliografia generale, che risulterà di grande interesse per gli studiosi, ma anche per i profani che vogliano approfondire l’argomento.

Insomma, una pubblicazione che unisce alla bellezza tipografica, segno distintivo di questa Casa editrice, l’utilità di consultazione da parte di ogni lettore che ami la Toscana e la sua storia.

Gianni Marucelli

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TOSCANA: IL “Paradiso delle Rose” si trova a Cavriglia (AR)

Di Gianni Marucelli

Il Roseto Botanico “Carla Fineschi” è uno dei più importanti del mondo

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Viviamo in un Paese benedetto dalla natura e dall’arte, come nessun altro al mondo, ma troppo spesso ce ne dimentichiamo al punto di non conoscere, o di non ricordare di avere, delle meraviglie proprio sotto il naso…

Come è capitato all’autore di questo articolo, che, da alcuni anni, vive nel Comune di Cavriglia, e, pur sapendo bene della sua esistenza, non aveva fino all’altro ieri mai visitato il più grande, e importante, roseto privato d’Europa, e non solo. Qui giungono appassionati da tutto il mondo, in Maggio e Giugno, ad ammirare la fioritura di migliaia (più di 6000) di varietà di Rose, molte delle quali rarissime, se non uniche, qui portate, organizzate e curate, per quarant’anni, da un uomo eccezionale che, per professione, era già notissimo nel suo campo: il prof. Gianfranco Fineschi, chirurgo ortopedico di chiara fama e medico personale di papa Giovanni Paolo II.

Rose ibridate moderne 4Non ho avuto la fortuna di conoscere personalmente il Professore, che è morto poco dopo la mia venuta qui, ma dalle parole dei suoi familiari ho sempre inteso che fosse una persona amante della natura non meno che della medicina. È stata certo una impresa titanica, anche sotto il profilo dell’impegno economico, ma anche personale (e in questo gli è stata collaboratrice indispensabile la moglie Carla, cui il Roseto è dedicato) coltivare e conservare, con criteri scientifici propri della tassonomia botanica, tutte queste specie di Rose, in un’area vastissima, intorno al casolare abitato da secoli dalla famiglia Fineschi. Tante che, per soffermarsi di fronte a ogni pianta fiorita, con un po’ di calma, non è sufficiente mezza giornata; noi abbiamo a disposizione un paio d’ore, ce le facciamo bastare ma esauriamo le batterie della fotocamera…

Le tre grandi sezioni, in cui il Roseto è suddiviso, sono dedicate rispettivamente:

  • Alle rose selvatiche, da cui ogni altro tipo è derivato.
  • Alle rose ibride “storiche”, create prima della metà del XIX sec.
  • Alle rose ibridate moderne

La parte del leone la fanno ovviamente queste ultime, frutto dell’ingegno di floricoltori delle varie nazioni (inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli, ma anche gli italiani sono ben rappresentati).

Le rose moderne presentano una gamma di colori davvero strabiliante e sono in genere di grandi dimensioni, anche se non mancano quelle “miniaturizzate”. Il loro solo difetto è quello di non avere un profumo intenso, quale quello delle Rose storiche, che sono magari molto spinose, quindi più difficili da maneggiare, e anche più piccole, ma hanno un fascino del tutto particolare.

Le rose selvatiche, quelle, per così dire, esistenti in natura, tra le quali la più nota in Italia è la Rosa Canina, sono molte. Qui ricordiamo la Rosa Levigata, che proviene dall’Oriente e arrivò in Europa all’inizio dell’800 e la Rosa Multiflora, rampicante, di color bianco, anch’essa venuta dall’Asia.

DSCF3129Mentre procediamo tra il tripudio dei colori, un grido roco, quasi il miagolio di un gatto gigante, richiama la nostra attenzione; in realtà, di mici paciosi e visibilmente soddisfatti di vivere tranquilli nel roseto ve ne sono diversi, come anche cani; ma il suono cheRose ibridate moderne 1 abbiamo sentito non è di origine felina. Proviene da un bel pavone che si sta facendo un giro sul tetto della villa: di suoi simili ne scopriremo alcuni durante il percorso, anche intenti a “fare la ruota”. Ci dicono che, quando i pavoni si alzano in volo per raggiungere posizioni elevate, è segno che sta per piovere: e, in effetti, un paio d’ore dopo si scatenerà un violento temporale.

Ma finiamo di visitare questo “museo vivente”, come lo definiva il prof. Fineschi. Un museo che, in effetti, ha non solo il compito di raccogliere, coltivare e mostrare al pubblico tante specie, ma anche quello, forse più importante, di conservarne il patrimonio genetico, che, se non fosse tutelato, potrebbe andare facilmente perduto.

Il Roseto è delimitato, verso sud, da una barriera che non ci aspetteremmo di trovare: alcuni vagoni-merci ferroviari che il Professore aveva acquistato con l’idea, forse, di farne locali per un archivio, ma che poi non si sono rivelati adatti allo scopo. Tra olivi e vigneti, le loro sagome riassumono però, metaforicamente, il lungo viaggio che moltissime delle specie che abbiamo ammirato hanno dovuto compiere per giungere fin qui da tutto il mondo, e anche, forse, l’altro itinerario nel tempo che la Rosa ha dovuto percorrere per evolversi, complice l’uomo, dalle forme e dai colori più semplici ai veri e propri “gioielli” prodotti dell’arte dei giardinieri.

DSCF3146Dopo la scomparsa del Professore, il Roseto è ora gestito dall’Associazione Roseto Botanico Gianfranco e Carla Fineschi, che, oltre che prendersi cura del Giardino, si prefigge il compito di “promuovere, favore e potenziare, con l’acquisizione di risorse finanziarie, lo studio e la ricerca scientifica nel campo della botanica, per la raccolta, il mantenimento e la conservazione di esemplari autentici del genere Rosa.” Così recita, infatti, lo Statuto del sodalizio.

Mentre usciamo da questo luogo, che definire incantevole è riduttivo, pensiamo che è anche facile da raggiungere. Il casello dell’Autostrada del Sole “Valdarno” si trova infatti a pochi chilometri più a valle, a Montevarchi, cittadina dalla quale si raggiunge Cavriglia in un quarto d’ora di auto.

Il Roseto è situato a circa 2 km. dal paese, sulla strada che scende verso S. Giovanni Valdarno, e possiede un parcheggio gratuito abbastanza vasto.

E’ visitabile, con modica spesa, tutti i giorni feriali e festivi dalla prima domenica di Maggio all’ultima domenica di Giugno, dalle ore 9 alle 19. Per gruppi numerosi, è necessario prenotare.

Indichiamo a chi ci legge anche gli indirizzi da contattare, per info e prenotazioni: cell. 3662063941 – mail: info@rosetofineschi.it

Galleria fotografica

Tutte le fotografie sono di proprietà di Gianni Marucelli (© Gianni Marucelli 2016). L’autore dell’articolo e delle immagini mette a disposizione le fotografie a patto che venga citata la PROVENIENZA, l’autore delle fotografie, che NON vengano utilizzate per scopi commerciali (solo l’autore può utilizzarle per scopi commerciali), che NON vengano modificate secondo la Licenza Creative Common sotto riportata. Se ciò non venisse rispettato costituirebbe un atto di plagio.

Roseto Carla Fineschi– galleria fotografica di Gianni Marucelli © 2016 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.

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PRO NATURA: SOLIDARIETÀ AL PRESIDENTE DEL PARCO DEI MONTI NEBRODI

Di Gianni Marucelli

Nebrodi

La notizia è di ieri l’altro: il Presidente del Parco Nazionale dei Monti Nebrodi, la più grande area protetta della Sicilia, è stato vittima dell’attacco di un commando mafioso, che aveva il deliberato intento di ucciderlo insieme con gli agenti di scorta. Solo l’intervento di altri due uomini della forze dell’ordine, che seguivano casualmente dappresso l’auto dove si trovava Giuseppe Antoci e che hanno ingaggiato un conflitto a fuoco con i criminali, è riuscito a salvarlo.

La ragione dell’attentato è stata chiarita dallo stesso Presidente, che da tempo contrasta gli interessi dei clan mafiosi a proposito dell’assegnazione di lauti fondi comunitari destinati all’attività di pastorizia, cui vaste zone del parco sono storicamente vocate. Non a caso, Antoci viaggia da tempo su una Lancia Thema blindata, che probabilmente ha contribuito a far fallire il disegno mafioso.

L’Italia, l’uomo, l’ambiente e Pro Natura, mentre esprimono la propria indignazione per il vile attentato, dichiarano la propria solidarietà al Presidente Antoci e a tutti coloro che, in Sicilia come altrove, non esitano a sfidare gli interessi criminali e a mettere a rischio la propria vita per tutelare i beni ambientali del nostro Paese.

 

Ricordiamo che il Parco dei Nebrodi tutela un’area montuosa di grande interesse naturalistico, che si spinge dall’altezza del mare fino a circa 1800 metri di quota, ricca di boschi altrove scomparsi, di acque, di endemismi botanici e di una fauna che registra la presenza di specie rare, quali il gatto selvatico, la martora, l’aquila reale. Inoltre, nel Parco si trova anche una colonia di Avvoltoi grifoni da non molto reintrodotti.

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“NON VOGLIAMO UNA TOSCANA ROSSO SANGUE MIGRA A PISA”

Pubblichiamo un comunicato stampa del movimento “NON VOGLIAMO UNA TOSCANA ROSSO SANGUE”

“NON VOGLIAMO UNA TOSCANA ROSSO SANGUE MIGRA A PISA”
I CITTADINI DI NUOVO IN PIAZZA CONTRO LA NUOVA LEGGE REGIONALE SULLA CACCIA

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Andare nel bosco a raccogliere asparagi e tornare a casa con un cestino pieno di cartucce esplose dai cacciatori? Questo è quello che accade in Toscana e non è nulla in confronto a ciò che sta per accadere.
La giunta regionale ha infatti approvato lo scorso febbraio, una legge obiettivo sul contenimento degli ungulati, che prevede, oltre allo sterminio di 250.000 tra caprioli, daini, mufloni e cinghiali in 3 anni, la possibilità per i cacciatori di sparare anche in oasi e altre aree protette, ma anche nelle campagne toscane tanto apprezzate dai turisti di tutti il mondo, per ben 12 mesi l’anno!
13227790_10154129985879323_7369338182943149765_oQuesta nuova legge, approvata nonostante i pareri contrari di molti esperti , delle associazioni animaliste e ambientaliste toscane, nonché di alcuni partiti politici, metterà a rischio la biodiversità del nostro territorio, inciderà negativamente sull’inquinamento ambientale causato da cartucce e pallottole abbandonate al suolo dopo la caccia, e soprattutto metterà a rischio i cittadini toscani e i turisti che normalmente frequentano i boschi durante l’anno.
Il tutto giustificato da un presunto aumento esponenziale delle popolazioni di ungulati e degli incidenti stradali, non testimoniati però da alcun dato messo a disposizione dalla regione ai cittadini, ma anzi, proprio quei dati testimoniano un calo numerico degli animali presenti in Toscana.
Per opporsi a questa legge è stato creato un comitato cittadino dal nome “Non vogliamo una Toscana Rosso sangue”, che ha lo scopo di sensibilizzare i cittadini che sono ignari del passaggio della legge e di farlo in modo 13254640_10154129986129323_5144372257856060308_osereno e pacifico.

Dopo una prima manifestazione organizzate a Firenze a Marzo, il comitato cittadino scenderà di nuovo in piazza a Pisa il pomeriggio di sabato 21 Maggio, portando testimonianze importanti, intervallate da danze tradizionali rivisitate per l’occasione, con un’esposizione fotografica e l’allestimento di un’area dedicata ai bambini!
Quindi tutti in piazza Sabato 21 Maggio alle 17,00, per informarsi e dire NO alla LEGGE REMASCHI e a questa politica a cui poco interessa dei diritti dei suoi cittadini, ma che vede la caccia come un diritto sacrosanto del cacciatore, lasciando i diritti più importanti dei suoi cittadini, primo tra tutti quello alla sicurezza, chiusi in un cassetto!

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Roma – Villa Doria Pamphilj in autunno: una sinfonia di colori

Di Alberto Pestelli

1 Il Casino del bel respiro e il giardino segreto

1 Il Casino del bel respiro e il giardino segreto © Alberto Pestelli 2004

 

Siamo a Roma in autunno. La miglior stagione, a parer mio, per godersi quei colori della natura che dipingono un giardino, anzi quel bellissimo parco di Villa Doria Pamphilj che costituisce il grande polmone verde della città eterna. Esteso poco più di 184 ettari, il parco è vicinissimo al quartiere Gianicolense nella zona occidentale del Gianicolo tra la via Vitellia e la via Aurelia Antica. All’interno del parco – diviso in due nel 1960 dopo aver costruito un tratto della via Olimpica sotto il nome di via Leone XIII – fu edificato il Casino del Bel Respiro che, attualmente, è una sede di rappresentanza del governo italiano.

Fino al 1630 la zona era un normalissimo terreno agricolo immediatamente sotto le mura gianicolensi. In quel periodo, questo appezzamento, che comprendeva la Villa vecchia, fu acquistato da Panfilo Pamphilj. La nobile famiglia, tra il 1644 e il 1652, fece progettare la Villa nuova dall’architetto scultore Alessandro Algardi e al pittore Giovanni Francesco Grimaldi. La progettazione e la realizzazione dei giardini furono affidate a un esperto botanico: Tobia Aldini.

Chi ama la storia d’Italia, ricorderà la battaglia più sanguinosa per la difesa della Repubblica Romana avvenuto nel 1849 tra i francesi accorsi per restaurare il potere della chiesa e le truppe garibaldine. In quei giorni morì Goffredo Mameli il giovanissimo poeta, autore dei versi del testo dell’inno nazionale italiano.

Villa Doria Pamphilj fu fusa con la vicinissima villa Corsini nel 1856 costituendo un’importante azienda agricola.

Nel 1932 il Comune di Roma espropriò parte della zona e nel 1957 lo Stato Italiano acquisì il nucleo di origine della villa. Quasi 170 ettari divennero proprietà di Roma in due momenti diversi quando il parco era già stato diviso in due parti: la zona di ponente fu acquistata nel 1965 mentre l’altra parte sei anni dopo. Il parco di villa Doria Pamphilj fu aperto al pubblico nel 1972.

La famiglia Doria Pamphilj ha mantenuto la proprietà solo della cappella funebre che fu edificata secondo il progetto dell’architetto Edoardo Collamarini nel 1896.

Ma seguitemi e andiamo a visitare i vari giardini che compongono questo monumentale parco cittadino. Partiamo dal lato meridionale del Casino del Bel Respiro. Il cosiddetto Giardino segreto è il classico giardino all’italiana racchiuso da recinzioni in muratura. L’insieme delle aiuole di bosso formano il giglio che è il simbolo araldico della famiglia Pamphilj. Le aiuole sono tra due ampie vasche e una fontana di bronzo che si trova al centro del complesso.

Edificato in undici anni, nel 1655 sbocciò il Giardino del teatro. Il nome gli è stato dato grazie ad uno spazio semicircolare in muratura che era stata ideata per eventi artistici quali musica e opere teatrali. Nato come giardino all’italiana, circa nel 1850 fu trasformato in un classico giardino all’inglese dall’architetto italo-francese Andrea Busiri Vici che l’arricchì con piante esotiche rare.

Nella zona della Villa Vecchia si trova il Giardino dei cedrati. Si chiama così per la presenza di molte piante di agrumi e di decorazioni artistiche di pregio quali fontane, vialetti e murature perimetrali.

Costruito a metà ottocento da Giovanni Gui, il Giardino delle serre ottocentesche presenta piante da frutto, piante esotiche, diverse specie di Palme tra le quali la Palma nana, la Palma del Cile e un bellissimo esemplare di Araucaria.

Quando a metà dell’ottocento Villa Corsini fu annessa al terreno della famiglia Doria Pamphilj, portò in eredità una grandissima area di sessantamila metri quadrati che era “arredata” a giardino toscano. Questa vallata fu arricchita di alberi di varie specie – pioppi, salici, pini, querce, ecc. – e fu adibito a riserva di caccia, dove furono liberati daini e altri animali. Per questo motivo, la vallata è stata chiamata la Valle dei Daini.

Naturalmente tutti questi giardini del parco sono impreziositi da statue e fontane. Tra queste ultime spicca la fontana del Cupido e il ninfeo del Fauno o dei tritoni.

Potrei aggiungere molto per descrivere la bellezza del luogo dove non arriva la confusione della strada e l’unico rumore è prodotto dal vento leggero che accarezza le foglie delle piante, dalle parole degli animali che vivono tranquilli e indisturbati. Le uniche parole umane che sento – o meglio, che ascolto volentieri scartando il resto – sono quelle di stupore e di rispetto.

I giardini di villa Doria Pamphilj sono bellissimi in qualunque stagione andiate a visitarli. Ma il periodo che corrisponde a una vera e propria sinfonia di colori è l’autunno quando la natura non si è spogliata dei suoi vestiti per il riposo invernale e vuole dare ancora il meglio di sé. E prima che faccia notte indossa quel vestito da sera che ammalia il fotografo e fa innamorare il pittore. Sembra dire: questi sono i colori sulla tavolozza che ti offro… spetta a te saperli usare!

Galleria fotografica

Tutte le fotografie sono di proprietà di Alberto Pestelli (© Alberto Pestelli novembre 2004). L’autore dell’articolo e delle immagini mette a disposizione le fotografie a patto che venga citata la PROVENIENZA, l’autore delle fotografie, che NON vengano utilizzate per scopi commerciali, che NON vengano modificate secondo la Licenza Creative Common sotto riportata. Se ciò non venisse rispettato costituirebbe un atto di plagio.

Licenza Creative CommonsI giardini di Villa Doria Pamphilj – galleria fotografica di Alberto Pestelli © 2004 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso www.spezialefiesolano.it.

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Montecristo: con PRO NATURA sull’isola del tesoro

Articolo e galleria fotografica di Gianni Marucelli

Cari amici lettori, pubblichiamo nella lunga versione integrale l’articolo e la galleria fotografica dell’escursione sull’isola di Montecristo nell’arcipelago toscano organizzata da Pro Natura Toscana e Pro Natura Firenze con la nostra collaborazione. Entro qualche giorno pubblicheremo il miniebook dell’articolo che può essere scaricato liberamente dal nostro sito.

MONTECRISTO: Con Pro Natura sull’Isola del Tesoro

Di Gianni Marucelli

Montecristo

Montecristo

Se esiste un’isola letteraria “del tesoro”, oltre a quella dell’omonimo romanzo di R.L. Stevenson, questa non può che identificarsi con Montecristo, una delle sette “perle” del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Alexandre Dumas molto probabilmente la vide, nei suoi viaggi nel Mediterraneo, e forse anche vi approdò; noi oggi, per certo, tra i beccheggi e i rollii provocati da un mare sicuramente mosso, ne indoviniamo la sagoma nella foschia dell’orizzonte: un cono di granito intorno alla cui vetta si avviluppano nubi minacciose. Vi siamo diretti, una cinquantina tra i mille privilegiati che, per quest’anno 2016, hanno il permesso di calpestarne il suolo. L’isola, infatti, è una Riserva Naturale Integrale, l’accesso alla quale è contingentato dal Corpo Forestale dello Stato, che la

4) Quant'è azzurra Cala Maestra!

4) Quant’è azzurra Cala Maestra!

gestisce. Ci sono voluti ben sei anni per ottenere il consenso alla visita ed ora, mal di mare permettendo, ci vogliamo godere per intero la giornata. Siamo partiti di buon’ora da Piombino, consapevoli che la fortuna ci ha assistito: il cielo infatti è nuvoloso, ma non sono previste precipitazioni. Adesso l’isola si avvicina, ma l’attenzione è attratta per qualche minuto da un gruppo di stenelle, che gioca sulla nostra scia. Pare quasi che questi delfini ci stiano dando il loro benvenuto nella fascia di acque, interdetta anche alla navigazione, che circonda Montecristo. Cala Maestra rappresenta il solo approdo sicuro, e infatti le uniche costruzioni moderne, la cosiddetta Villa Reale e i suoi annessi, sono ubicate proprio qui, dove ci attendono i due agenti del Corpo Forestale che ci accompagneranno nella visita, e la gentile Custode dell’isola, che, con il marito, da alcuni anni

9) Uno sguardo alle spalle

9) Uno sguardo alle spalle

costituisce l’unica presenza umana stabile, insieme ai Forestali, i quali, però, si alternano a coppie ogni quindici giorni.

Viene gettata la passerella di sbarco e ci affolliamo sul piccolo molo, dove veniamo edotti circa la storia e i caratteri naturali di Montecristo, prima di partire per la lunga escursione, che sappiamo essere particolarmente faticosa. E poi, basta guardare in alto e scorgere, un puntino tra le rocce e la macchia mediterranea, l’antico Monastero di San Mamiliano, la nostra prima meta, per indovinare che la scarpinata sarà dura. Sono circa 400 metri di dislivello, due terzi dell’altezza della montagna che culmina nella cima della Fortezza (mt. 645).

Il cono di granito che sorse dal mare e che oggi chiamiamo Montecristo è costituito quasi esclusivamente da granodiorite con grossi cristalli di ortoclasio, che appaiono evidenti sulla superficie rocciosa. Oglasa è il suo antico nome, ed è quasi certo che in epoca romana vi fosse qui un piccolo insediamento, scomparso ben prima delle invasioni barbariche.

San Mamiliano, l’eremita che giunse dalla Sicilia nel V secolo, vi trovò infatti un luogo adattissimo per le sue meditazioni, vivendo in una grotta non lontana dal monastero, che in seguito prese il suo nome. La permanenza gli fu possibile perché vi è acqua dolce, anche se, ci avvertono, non potabile, perché ricca di arsenico, il che costituisce un problema non da poco, a lungo andare.

La storia del millennio seguente alla venuta del santo è strettamente legata ai monaci che qui si insediarono ed ebbero grandi possedimenti, grazie alle donazioni dei fedeli, anche in Toscana.

16) Un "passaggio" un po' critico..

16) Un “passaggio” un po’ critico..

E’ un fatto che sulle pendici brulle e quasi affatto coltivabili dell’isola vivesse una comunità monastica di alcune decine di persone, ben organizzata e potente, che doveva contare su frequenti contatti con la terraferma. A mandare in frantumi la tranquillità dei monaci pensarono i pirati saraceni, che attaccarono più volte Montecristo, finché, nel corso del XVI secolo, l’ammiraglio mussulmano Dragut non distrusse l’insediamento religioso. Da allora, per secoli, l’isola fu di tanto in tanto covo di ladroni e fonte di preoccupazione per il Principato di Piombino, che la possedeva.

Fu solo nel 1814 che la questione venne adeguatamente trattata. Napoleone, durante i pochi mesi trascorsi all’Elba, con la consueta praticità la risolse manu militari inviandovi un presidio.

Ciò non toglie che accadessero ancora fatti atroci: intorno alla metà dell’800, infatti, una tartana sarda in viaggio da Genova verso Livorno fu attaccata dai briganti e vi furono dei morti, tra cui due bambini (il toponimo Punta dei Fanciulli sembrerebbe derivare da questo episodio).

Più o meno in quell’epoca, Montecristo fu acquistata dal facoltoso inglese George Watson Taylor, che trasformò l’approdo di Cala Maestra introducendovi terrazzamenti e piantandovi numerose specie arboree, anche esotiche. In questo contesto, realizzò anche la costruzione dell’edificio poi chiamato Villa Reale. Tra l’altro, sembra che sia stato proprio l’anglosassone a meritarsi il soprannome di Conte di Montecristo, cui si ispirò

13) Foto di gruppo con Forestali

13) Foto di gruppo con Forestali

Dumas per il protagonista del celebre romanzo.

Tra i suoi demeriti, invece, quello di aver introdotto l’ailanto, pianta infestante rifiutata anche dalle capre, che ha invaso l’isola. Solo di recente si è provveduto alla sua eradicazione, ma – ci dicono i nostri Forestali – alcuni esemplari sono sopravvissuti nelle zone più impervie, quindi è probabile che il problema si riproponga.

In seguito, lo Stato unitario riacquistò Montecristo. Intorno al 1870, Davide Lazzaretti, il “Cristo dell’Amiata”, fondatore della Chiesa Giurisdavidica, dimorò per qualche tempo nella Grotta del Santo; poi, venne trasferita sull’isola una parte della Colonia penale di Pianosa, ma la cosa non durò molto.

Montecristo fu ceduta in affitto, come riserva di caccia, al nobile Carlo Ginori Lisci, che ci portava i suoi amici, tutti noti amanti dell’arte venatoria, tra cui Renato Fucini, Giacomo Puccini e Vittorio Emanuele III, in procinto di salire al trono. Tanto il principe era affascinato dall’ambiente, e dalla fauna, che volle trascorrere qui la luna di miele con la moglie Elena del Montenegro (pare che la poveretta non protestasse poi troppo, dato che forse il contesto le ricordava il suo paese natìo).

In seguito, come si deve di fronte agli impliciti desideri di un re, Ginori trasferì a Vittorio Emanuele tutti i suoi diritti sull’isola, nella quale furono importati, per gli svaghi venatori, mufloni, capre del Montenegro e altre specie (ora non più presenti). La Riserva divenne Reale, e così la Villa, fino a che, nell’Italia repubblicana, Montecristo non perse il suo status e andò lì lì per divenire un resort di lusso, paradiso per ricchissimi cacciatori e velisti, col nome di Montecristo Yatching Club. Per fortuna, tutto si fermò alla edificazione di un modesto edificio (in attesa di demolizione) proprio sulla riva, perché vi fu, in quel lontano 1969, quando il movimento ambientalista era ancora agli albori (a parte il CAI e la Federazione Nazionale Pro Natura, costituitasi venti anni prima), una levata di scudi da parte della stampa più sensibile, in seguito alla quale i permessi furono revocati e l’isola passò definitivamente allo Stato come Riserva naturale.

14) In cammino verso la Grotta del Santo

14) In cammino verso la Grotta del Santo

Ma torniamo all’hic et nunc. Siamo sulla “nuova” spiaggia dell’isola, formatasi negli ultimi anni: prepariamo gli zaini, le macchine fotografiche e già l’occhio corre alle rocce granitiche, casomai comparisse qualche capra selvatica. La Capra di Montecristo, introdotta da molti secoli, è una specie (Capra Aegagrus) presente in Asia Minore e in qualche isoletta dell’Egeo; da noi si trova solo qui, e costituì forse la principale motivazione che, nel 1970, servì a strappare questo territorio alla speculazione. Oggi gli individui non sono molti, circa 200, però sufficienti ad arrecare danni alla scarsa vegetazione: tuttavia questi animali hanno acquisito, come si è detto, titoli di merito incontestabili, quindi, lunga vita e salute! Alcune, che vivono nei pressi di Cala Maestra, per la loro relativa dimestichezza con i Custodi, hanno anche un nome, e in genere si avvicinano. Ma per ora non ve n’è traccia.

La lunga e faticosa arrampicata, che ci porterà fino ai resti del Monastero, si snoda tra Cisti, Eriche, Mirti, qualche Corbezzolo: insomma, i tipici arbusti della macchia mediterranea. I lastroni di granito delimitano spesso il sentiero: se ci volgiamo, gli scorci della costa e del mare sono belli da togliere il fiato. Il gruppo si spezzetta in vari settori, a seconda del grado di allenamento e di abitudine ad arrampicare; ma nessuno si lamenta. Ogni tanto, i Forestali impongono una sosta (in genere ben accolta) durante la quale sono prodighi di spiegazioni e rispondono alle nostre domande.

Ci dicono di stare attenti alle vipere, che sono in pieno risveglio e possono attraversare il sentiero.

La Vipera meridionale, che si trova a Montecristo, è diversa dalle altre vipere continentali; qui è in un areale non propriamente suo, e l’ipotesi che vi sia stata immessa non è fuori luogo. Potrebbero essere stati i monaci a importarla, per scopi farmaceutici, ma bisogna anche ricordare che i cesti contenenti vipere e utilizzati come “proiettili venefici”, da lanciare sulle navi nemiche, venivano trasportati sui navigli da guerra cartaginesi e forse anche in quelli di epoca posteriore: per cui, l’ipotesi che questi rettili siano giunti qui come “armi improprie” non è del tutto inverosimile.

Infine, la sagoma squadrata dell’antico monastero, ormai vicino, si staglia contro le nubi che nascondono la vetta.

15) Guardando la costa dirupata

15) Guardando la costa dirupata

Ci chiediamo come sia stato possibile tagliare e trasportare su queste coste dirupate centinaia e centinaia di blocchi di pietra per costruire l’edificio della chiesa, ancora in parte esistente, e gli altri, ormai scomparsi, che ospitavano la comunità. Una domanda oziosa cui non troviamo risposta.

Il nostro gruppo ora si ricompatta all’interno della sacra recinzione, occupata da arbusti di cisto e altre piante, da cui si gode un vasto panorama su Cala Maestra e sul mare aperto.

Qui vivevano una trentina circa di monaci benedettini di obbedienza camaldolese, retti da un Abate i cui poteri, come abbiamo detto, si estendevano ai possedimenti che il monastero aveva sul continente, ma anche sulle altre isole dell’Arcipelago, fino in Sardegna. Al culmine del suo potere, nei secoli centrali del Medio Evo, l’abbazia doveva apparire come un complesso fortificato, in grado di respingere “il nero periglio che viene dal mare” (lasciatemi fare questa colta citazione, tratta nientemeno che… da ”L’Armata Brancaleone”), che già aveva distrutto e saccheggiato il luogo nel VII secolo d. C.

Mentre ci riposiamo, e scattiamo le rituali foto di gruppo, i due Forestali discutono tra loro: materia del contendere, se sia il caso di ridiscendere subito al molo (dove ci attende il pranzo a bordo della motobarca), oppure proseguire, in lieve discesa, verso la Grotta del Santo, a una quarantina di minuti di cammino da qui. Prevale, per fortuna, quest’ultima proposta.

Prima di lasciare il monastero, mi viene in mente di aver letto, da qualche parte, che la leggenda del “tesoro di Montecristo” è antica: probabilmente legata alla fama di questo luogo di culto e di preghiera e ai suoi possedimenti. Era voce che l’oro si trovasse sotto l’altare di San Mamiliano (che ora peraltro non esiste più), e, alla fine, è risultato che un fondo di verità c’era. Verso il termine del secolo appena concluso, sono state trovate monete d’oro, sotto l’altare di San Mamiliano: ma in quel di Sovana, non in questa chiesa!

Il sentiero è aspro e impervio, si procede a tratti sui lastroni di granito in lieve pendenza, che in caso di pioggia sarebbero probabilmente di difficile percorrenza. Qualcuno scorge un puntino in lontananza, e identifica la prima capra selvatica, che tuttavia scompare subito nella vegetazione.

17) L'antico arco in pietra che immette alla Grotta

17) L’antico arco in pietra che immette alla Grotta

Pochi gli uccelli che sfrecciano veloci tra la macchia: forse, in questo, c’entra il fatto che alcuni anni fa vi è stata una invasione di ratti neri, sbarcati evidentemente da qualche naviglio. Per distruggerli, la Forestale è dovuta ricorrere alle esche avvelenate, un rimedio non certo ecologico, ma purtroppo ineludibile, visti i danni che questi animali arrecano alla flora e alla fauna.

La Grotta del Santo, dove prese dimora San Mamiliano dopo essere sfuggito ai Goti del re Genserico, che volevano la sua testa, è una grotta profonda aperta nel granito. È preceduta da un suggestivo arco in pietra: all’interno, una cappellina con molti ex voto accumulatisi negli anni.

A poche decine di metri, si ergono i ruderi di un antico mulino ad acqua, che sfruttava un ruscello che scorre nei pressi, incanalandone il contenuto in una canalizzazione intagliata a mano nella roccia. Per un po’ sostiamo, disperdendoci nei paraggi, poi gli agenti ci richiamano all’ordine: è ora di tornare. Il percorso, su sentiero diverso da quello dell’andata, ma ugualmente spettacolare, ci pare ora abbastanza agevole, forse perché tutto in discesa. A gruppetti, arriviamo alla spiaggia di Cala Maestra. È tardi, ma prima di pranzo abbiamo qualche decina di minuti per goderci il sole e il mare; addirittura, ci è consentito di toglierci le scarpe e bagnarci i piedi nelle acque

22) Le capre di Montecristo - www.parks.it -

22) Le capre di Montecristo – www.parks.it –

limpidissime.

In qualcuno resta il rimpianto di non aver visto le capre selvatiche; ma… un attimo! Un piccolo branco scende verso di noi , nei pressi della Villa Reale, quasi a ottemperare a un obbligo contrattuale di “far presenza” quando ci sono visite. Sono senz’altro gli esemplari in confidenza con i Custodi: si lasciano anche fotografare, ma non concedono autografi né interviste.

Le ultime sorprese, dopo pranzo e immediatamente prima di partire, ce le offrono i bassi fondali presso la riva, in cui nuotano pesci di ogni dimensione. Salutiamo gli Agenti, che resteranno ancora per una settimana a Montecristo, e la Custode, competente e gentilissima, e, mentre la nostra imbarcazione fa rotta verso Piombino, vediamo pian piano allontanarsi il profilo inconfondibile della nostra isola… Sulla scia del battello, quasi a darci un “arrivederci” che difficilmente si compirà, invece dei soliti gabbiani, una coppia di ben più rare Berte minori aprono le ali nel vento.

Galleria fotografica

 

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Lazio – Un gioiello nell’antica terra dei sabini: l’Abbazia di Farfa

Di Alberto Pestelli

Quando diamo incarico alla casualità di cercare per noi dei bei posti da visitare non rimaniamo mai delusi

Abbazia di Farfa - © Alberto Pestelli 2005

Abbazia di Farfa – © Alberto Pestelli 2005

Come sempre, ogni volta che percorriamo senza meta le strade del nostro bel paese, accade di ritrovarsi immersi in un mondo, piccolo o grande che sia, che possiede quel fascino che ammalia e addolcisce al tempo stesso le nostre sensazioni. E così è stato quando il caso ha voluto farci arrivare alle porte dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Farfa.

Quest’abbazia si trova nella terra degli antichi sabini nel territorio di Fara in Sabina comune della provincia di Rieti nel Lazio. La più probabile data della sua fondazione si è fermata attorno al VI secolo dopo Cristo (forse nel 554 d.C.), ma fu nel VII secolo che fu posta la prima pietra vera e propria per l’edificazione dell’abbazia che divenne, in poco tempo, dopo varie vicissitudini, un centro economicamente importantissimo. Nel primo periodo fu sotto la protezione del duca di Spoleto. Infatti Farfa non era sotto il diretto controllo del Papa ma era una abbazia imperiale. Nel periodo del regno del franco Carlo Magno, il complesso benedettino, oltre ad essere ampliato con nuovi edifici, conobbe il massimo splendore e potenza. Importanza che, con il passare dei secoli, si è affievolito fino a perdere quasi completamente d’importanza nei nostri tempi. Nel 1928 fu considerato monumento nazionale.

Non parlare della storia di Farfa, per me, che amo la “STORIA” più di ogni altra materia, è un grande sforzo. Tuttavia non è possibile in questo contesto per ragioni di spazio. Per questo motivo invito il lettore, spinto dalla curiosità e dalla voglia di conoscenza, di visitare il sito internet dell’abbazia di Farfa (www.abbaziadifarfa.it).

Ma vediamo la struttura architettonica dell’abbazia. La guida che ci ha condotto in lungo e in largo per il luogo di preghiera, ci ha fatto notare la presenza di elementi dell’architettura carolingia che pare che siano uniche in tutta Italia e visibili nel campanile e nel muro alla sua base.

La chiesa dell’abbazia ha una pianta a croce latina a tre navate. Sopra il portale è visibile una lunetta affrescata. Il dipinto rappresenta la Madonna col Bambino che viene incoronata da due angeli con San Benedetto e Santa Scolastica. L’interno, che è stato ristrutturato più volte nell’arco dei secoli, è in stile barocco. Nella controfacciata c’è l’affresco che rappresenta il Giudizio Universale dipinto dal Barendsz attorno al 1560-61. Dirigendoci verso l’abside di struttura poligonale, sopra l’altare maggiore c’è il ciborio che presenta sulla cuspide un bassorilievo. Esso raffigura l’Assunzione di Maria.

Proseguendo la visita entriamo nel chiostro dove sono esposti numerosi reperti di origine medievale. Un pezzo importante è una lapide rinvenuta nel 1959 nella chiesa ed è relativa all’abate Sicardo vissuto nel IX secolo. Nell’abbazia esiste la biblioteca statale che raccoglie numerosi tomi, manoscritti e codici.

Uscendo dal corpus religioso è possibile passeggiare nel piccolo Borgo di Farfa – abitato da una ventina di persone – dove sono presenti negozietti che offrono prodotti dell’artigianato locale e prodotti gastronomici tipici e il famoso olio della sabina.

Una visita alla farmacia-erboristeria dell’abbazia è d’obbligo. Si trovano piccoli e grandi rimedi adatti a diverse patologie semplici e un ottimo amaro tonico digestivo, preparato dai frati benedettini di Farfa.

Vale la pena fare una cinquantina di chilometri fuori le porte di Roma per visitare luoghi nascosti e poco conosciuti al turismo tradizionale. Per tradizionale intendo le visite nei soliti posti scontati e pubblicizzati. Esistono anche queste realtà e, al di là dell’aspetto religioso che è un faro che attrae il credente alla ricerca di serenità e pace, anche una visita laica porta ad arricchire il visitatore amante della storia, dell’architettura e dell’arte della nostra Italia. Ed è molto più bello se le scopriamo per caso…

Galleria fotografica di Alberto Pestelli © 2005

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Terre dei fuochi in Toscana? – Articolo tratto dal sito di Tevere TV

discarica_tombata2-300x300Due ettari di proprietà privata coltivati a grano e orzo, ma sotto i cereali per un metro e mezzo di profondità c’era un impressionante deposito di rifiuti quasi certamente chimici, sotto forma di fanghi, polveri e detriti vari: insomma, una piccola “terra dei fuochi” in piena Valtiberina. L’hanno trovata gli operatori del Pool Ambiente del Nucleo investigativo del Corpo Forestale dello Stato di Arezzo che hanno compiuto un’ispezione su decreto della Procura della Repubblica aretina. Con loro nell’operazione hanno lavorato gli agenti del comando di Stazione del CFS di Cortona, tutti agli ordini dell’ispettore Gabriele Serafini. Il giacimento di rifiuti tossici si trova in territorio di Sansepolcro, in località Cadinardo, a pochi metri dalle sponde del torrente Afra, affluente del Tevere, non lontano dal confine con il Comune di San Giustino, nella vicina Umbria. Sul grande deposito interrato di rifiuti probabilmente pericolosi stanno effettuando ora controlli e verifiche anche i tecnici dell’Arpat, l’Agenzia di protezione ambientale della Toscana, per individuare esattamente la natura e le caratteristiche di questa enorme quantità di materiale. Dalle prime verifiche pare in ogni caso che si tratti di un gravissimo danno ambientale, ovviamente di natura dolosa, operato sistematicamente da ignoti che nel corso del tempo hanno riempito il terreno di veleni per poi ricoprirlo con colture apparentemente innocenti e innocue.

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