Lago e montagna

Una econovella di Iole Troccoli

Lago d’Idro – © Alberto Pestelli 2015

La montagna conteneva il lago e il lago si allargava sotto la montagna. Insieme erano belli a vedersi, vicini e differenti, in certo qual modo complementari.

Una notte, il lago gridò una sorta di sconforto che raggiunse anche i sassi immobili delle sue profondità, ma la montagna rimase silenziosa a quell’urlo, senza rispondere nemmeno per uno scatto di curiosità. Io mi trovai per pura casualità a fare da testimone a quella scena triste e davvero impietosa, a causa dell’atteggiamento freddo e non certo amichevole della montagna, ma, se posso dire, la cosa che più mi resta impressa anche adesso, a distanza di tanti anni, è la fuga verso l’alto del lago, che si sviluppò nel giro di pochi minuti davanti ai miei occhi increduli.

L’acqua del lago era assolutamente ferma, quella sera, senza neanche un’increspatura. Si poteva avvertire un’assenza totale di vento e il caldo afoso della giornata appena trascorsa tentava con fatica di evaporare all’orizzonte. Mi stavo accingendo alla mia solita passeggiata serale che in quella mia settimana di vacanza era diventata una piacevolissima abitudine. Mi divertiva la solitudine di queste mie camminate, procedevo a passo sostenuto, osservando l’ampia superficie del lago cercando di valutare il calore dell’acqua anche con il buio, data la stagione estiva particolarmente bollente e spesso soffocante. Quella sera mi ero attardato perché mi sentivo bene, piuttosto sereno e pronto a pensare al prossimo rientro in città con relativa fiducia.

Fu allora che vidi tutto quanto e posso giurare, ora come allora, che in quei pochi momenti mi trovavo assolutamente da solo sul lungolago, data l’ora tarda.

Dapprima fu come un suono, che mi ricordò uno sbattere d’ali improvviso, subito dopo riuscii a percepire un rumore d’acqua che si spostava, lievemente, lasciando una scia di sonorità metalliche, come gocce che vibravano. Mi voltai verso l’origine dei suoni, vagamente infastidito, devo ammettere, e fu allora che assistei a uno spettacolo che non ho mai più avuto fino a oggi il privilegio di guardare.

Al centro del lago l’acqua iniziò a muoversi, prima con lentezza, poi sempre più velocemente, generando in pochi istanti un vortice di ampio diametro, al di sotto del quale l’acqua sembrava come ribollire. D’improvviso fu come se la superficie del lago, resa argentea da una bellissima ed enorme luna piena che sovrastava con elegante indifferenza il panorama sottostante, si spaccasse, si aprisse, tagliata da una lama invisibile. Dallo squarcio inizialmente mi parve di vedere una lunga colonna d’acqua che saliva e saliva fino a fermarsi a circa due metri di altezza dalla voragine. Dico che mi parve perché, nello spazio di una frazione di secondo, l’aria si era inspessita come per una nebbiolina leggera ma insistente, simile a quella che avevo trovata in una brughiera inglese dove avevo passeggiato molto, molto tempo prima, impedendomi così una visuale nitida e precisa.

Dalla colonna uscì qualcosa che velocemente prese la forma di una testa, e poi qualcosa d’altro ai lati che mi sembrarono braccia, e poi due gambe in basso. Insomma, si formò una figura.

Una figura indiscutibilmente femminile, trasparente, traslucida e dai riflessi azzurri. Non sto qui a spiegare la gamma di sensazioni che mi offuscò quasi la mente, assalendomi di un tratto. Posso aggiungere soltanto che la figura aveva un viso, che camminava sull’acqua, che mi guardò per un istante eterno prima di gridare, voltarsi e dirigersi con larghe falcate verso la montagna. La figura gridava e, a momenti, mi sembrò di udirla piangere, singhiozzare. Senz’altro si ergeva magnifica sull’acqua ferma del lago. Arrivata di fronte alla montagna silenziosa sollevò prima una gamba poi l’altra, iniziando ad arrampicarsi. La montagna restò in silenzio durante l’intera l’ascensione della figura acquatica. Riuscii a malapena a intravedere il percorso che essa lasciava dietro sé come una traccia bagnata, orma più scura sulla parete di roccia. Arrivata in cima la persi di vista. Era scomparsa, svanita ai miei occhi sempre più stanchi che non riuscivano più a mettere bene a fuoco. Suppongo si sia sciolta lassù, evaporata o infiltrata con le sue lunghe braccia e le sue lunghe gambe dentro la terra che tanto adorava. Ancora oggi mi capita di rivedere in sogno quel suo viso magnifico, trasparente e dai riflessi azzurri.

Iole Troccoli 23 ottobre 2015

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Le coltivazioni di Palma da olio e di riso mettono a rischio le mangrovie

Segnaliamo un articolo apparso il 4 gennaio 2016 sul sito di Ansa-Ambiente sulla distruzione delle mangrovie nel sud-est asiatico per far posto alle coltivazioni di palma da olio e alle piantagioni di riso.

Mangrove knees Yap.jpg

“Mangrove knees Yap” di Marshman at en.wikipedia / Eric Guinther – en:Image:Mangrove knees Yap.jpg. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Per leggere l’articolo direttamente sul sito di Ansa-Ambiente, entrate QUI

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INVERNO 2015/16, Il punto della situazione: Il freddo vero forse giungerà presto

di Alessio Genovese

 

L’inverno meteorologico è iniziato da oltre trenta giorni (01 dicembre) e ci si avvicina a grandi passi al giro di boa (15 gennaio). A dire il vero fino ad ora i fenomeni atmosferici ai quali abbiamo assistito non hanno fornito grandi spunti d’interesse per la stagione in corso e, si esclude il ruolo da padrone che ha svolto la nebbia in tutte le pianure del centro-nord del paese, il mese di dicembre di certo non ci ha consentito di ricordarci in quale stagione ci troviamo. Del resto, lo avevamo in parte anticipato che il primo mese invernale non avrebbe di certo entusiasmato i cosiddetti nevofili o freddofili. La reale situazione che si è avuta per tutto il primo mese invernale è andata anche ben oltre le nostre aspettative e questo perché, contrariamente a quanto si poteva ipotizzare a fine novembre, il condizionamento della stratosfera sulla a noi più vicina troposfera c’è stato ed eccome. Questo vuol dire che è stata abbondantemente superata una determinata soglia (NAM) che, in base a studi scientifici, una volta oltrepassata difficilmente consente delle incursioni fredde a latitudini relativamente basse, quali quelle del Mediterraneo, prima di 45-60 giorni. Ovvero il Vortice Polare tende a rimanere per lo più compatto nei suoi territori di origine, ma anche ad accumulare molto freddo al suo interno, proprio perché lo stesso non può essere dissipato all’esterno.

In maniera corretta, si è sentito spesso ricordare nei mezzi di informazione come il mese di dicembre sia stato tra i più caldi da quando si eseguono le misurazioni. Come accennato sopra, tale caldo in realtà non è stato quasi mai percepito dagli abitanti delle pianure del centro-nord, che hanno dovuto fare i conti con un freddo umido persistente. Se gli stessi però talvolta hanno avuto l’opportunità di salire di alcune centinaia di metri di quota, avranno potuto riscontrare temperature ben più miti, e questo per l’inversione termica provocata dalla stessa Alta Pressione che ha dominato la scena sul nostro bel paese. Se quindi l’informazione data dai mass-media di un mese di dicembre caldo è stata senz’altro corretta, d’altra parte, invece, non si può dire lo stesso rispetto a quanto comunicato negli ultimissimi giorni del 2015 quando da molti organi, Televideo RAI compreso, è stata diffusa la notizia che al Polo Nord si aveva una temperatura di ben 30° sopra la media. A parere di chi scrive, il dato di per sé è sicuramente corretto ma prima di venir trasmesso deve essere assolutamente contestualizzato, altrimenti si corre il rischio di creare allarmismo e fare disinformazione. Ho avuto modo di approfondire il comunicato stampa, leggendo alcuni articoli su internet, dove fra l’altro si metteva in evidenza come solo il giorno prima della misurazione in questione vi fossero -36° e se quindi il giorno dopo si era, a fronte di 1° misurato, circa 30° sopra la media del periodo, questo significa che fino al giorno prima eravamo sicuramente sotto la stessa media.

Quello che è mancato nel comunicato stampa è la spiegazione di ciò che è realmente successo da un giorno all’altro. Ciò che è accaduto, e che di seguito farò presente, è un fenomeno assolutamente normale e che dovrebbe/potrebbe avvenire in tutte quante le stagioni invernali e di cui abbiamo già parlato nei precedenti articoli della rubrica meteorologica. In sostanza, dopo diverse settimane in cui si è avuto un Vortice Polare molto compatto, per la prima volta si è registrata un’incursione dell’Alta Pressione di casa nostra fino alle latitudini polari. Se ciò non avvenisse, allora non avremmo mai episodi invernali al di sotto del 60° parallelo. Non si può sempre pensare di avere contemporaneamente freddo nell’Europa centro-meridionale ed anche in tutto il Polo Nord. L’incursione di aria calda in tale zona ha consentito (per fortuna!) di far scendere aria molto fredda, dapprima sui Balcani fino alla Turchia e poi nel Nord Europa.

L’Italia non è stata centrata appieno ma solo marginalmente; ad ogni modo questo ha consentito l’abbassamento delle temperature nei primissimi giorni del 2016 e la diminuzione delle polveri inquinanti nelle nostre città e pianure. Ringraziamo ancora questa incursione di aria calda al Polo e non vediamola come un’anomalia dovuta al global warming.

E ora cosa potrebbe succedere? I freddofili (scrivente compreso) sono rimasti molto delusi da come l’aria fredda ci abbia evitato per pochissimo. Se ci avesse colpito com’è avvenuto invece in tutto l’Est Europa, ma anche in Turchia, allora avremmo avuto un episodio invernale sicuramente notevole (forse meglio che sia andata così!). Di fatto, il cosiddetto condizionamento della soglia NAM sta per esaurire i suoi effetti (metà gennaio circa) e anche se al momento non s’intravedono condizionamenti all’opposto da parte della stratosfera, da alcuni giorni alcuni modelli fisico-matematici che ci consentono di fare le previsioni del tempo, ipotizzano, seppur a corrente alternata data la notevole distanza temporale, un nuovo tentativo di elevazione dell’Anticiclone verso il Nord proprio da metà mese in poi. Se ciò avvenisse, questa volta il bersaglio dell’aria fredda (quest’anno è veramente tanta quella che si è accumulata) potrebbe essere l’Italia. È ancora presto per fare delle analisi dettagliate, ma sembra che la seconda parte invernale, nonostante alcuni indici sfavorevoli, potrebbe essere sicuramente più dinamica della prima e questo, neve o non neve, deve far piacere, quanto meno per consentire l’accumulo delle riserve idriche per la prossima stagione calda. Qualora vi fossero aggiornamenti importanti sulle previsioni meteo non mancheremo di porli all’attenzione dei nostri lettori, ai quali auguro un felice 2016!

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Liguria – Albenga dalle alte torri

di Gianni Marucelli

 

In Liguria, su quella striscia di terra tra le montagne e il mare a nord-ovest di Genova, che prende il nome di Riviera di Ponente, l’ultimo mezzo secolo di continua edificazione ha lasciato ben poco di intatto e di veramente godibile, salvo alcuni promontori ancora selvaggi e pochi borghi storici di grande suggestione. Tra questi, oltre a Cervo (Imperia), di cui abbiamo dato ampia notizia su questa rivista grazie all’amico e collaboratore Luigi Diego Eléna, si può senz’altro includere l’antichissima cittadina di Albenga, che, a quanto pare, venne fondata dai Liguri Ingauni qualche centinaio di anni prima della nascita di Cristo. Divenuta municipium romano col nome di Albingaunum, il suo territorio si estendeva fino all’attuale Sanremo (qualche decina di chilometri più a ovest): era dunque una città di notevole importanza. La fondazione dell’abitato romano secondo i criteri tipici dell’ordinamento castrense, con il cardo e il decumano a definire, all’interno delle mura, l’organizzazione dei quartieri, è leggibile ancor oggi con una certa facilità.

Ma continuiamo con la storia: l’inizio del V secolo dopo Cristo vede l’intensificarsi della pressione dei barbari al confine dell’impero, e, proprio in quegli anni, la stessa Roma (che non era più da tempo la capitale, trasferita a Milano e quindi a Ravenna) cade sotto l’assalto dei Goti. È una notizia-chock, che fa il giro del mondo di allora, e lascia basita e incredula l’opinione pubblica del tempo. Poco dopo, anche Albenga fu distrutta dalle orde di invasori. Qualche anno più tardi, il generale Flavio Costanzo provvide alla sua ricostruzione, prima di divenire imperatore d’Occidente tramite il suo matrimonio con Galla Placidia. La “nuova” Albenga fu dotata di mura possenti, che le permisero di sopravvivere al confuso e tragico periodo delle nuove invasioni; in epoca longobarda e, in seguito, negli ultimi secoli del primo millennio, perdette importanza, anche perché esposta, come tutti i centri rivieraschi, alle incursioni dei pirati Saraceni che erano di stanza a Frassineto, in Provenza. Dopo che questa minaccia fu debellata, e la normalità dei commerci marittimi ristabilita, Albenga si evolve in un libero Comune di una certa floridezza, che aumenta dopo la sua partecipazione alla Prima Crociata (1109) per la quale ottiene privilegi commerciali e marittimi nel vicino Oriente. Il 1100 e il 1200 sono i secoli di maggior successo per Albenga: in seguito, una lunga e disastrosa guerra contro Genova ne sancisce la perdita dell’autonomia commerciale e politica. Da allora, la città farà parte della Repubblica della Superba. Il centro storico, quale oggi lo possiamo ammirare, fu definito urbanisticamente proprio nel periodo di maggiore splendore, ed è ottimamente conservato. Oggi, quello che fu il porto è da molti secoli interrato, e la città storica è posta a circa un chilometro dal mare, mentre alle spalle ha una vasta pianura, diversamente da quasi tutti gli altri centri urbani della Liguria. Le antiche porte immettono nelle stradine caratteristiche e nei vicoli ancor più suggestivi, che presto ci conducono a quello che è il cuore di Albenga, la Piazza San Michele, attorno alla quale sono posti i maggiori monumenti, civili e religiosi, della sua storia.

Prima di ammirarli da vicino e al loro interno, però, alziamo lo sguardo al cielo: in perpendicolare su di noi si elevano le torri, imponenti, del Palazzo Comunale e della Cattedrale, cui seguono, a non molta distanza delle case-torri medioevali. L’impressione è un po’ quella che si prova a Bologna, sotto le torri della Garisenda e degli Asinelli. Davanti a noi vi è la facciata della cattedrale di San Michele, che, sebbene più volte rifatta, sorge proprio sul luogo, e con le stesse dimensioni, della chiesa paleocristiana le cui fondamenta probabilmente furono gettate proprio al tempo dell’Imperatore Costanzo. Nei fatti, l’unico elemento molto antico ora presente è costituito dalle sculture a forma di “semipilastro” (sec. XI) murate sulla facciata, che le conferiscono un aspetto singolare, nella sua complessiva austerità.

L’interno, a tre navate, è stato riportato alle linee medioevali da un restauro operato negli anni ’60: culmina in un’abside sotto la quale è stata trovata – ed è ancora in parte visibile – la cripta di età carolingia. Se ci si volge, nella controfacciata troneggia il monumentale organo ottocentesco, la cui cassa risale però al ‘600 (la chiesa ospita ancora stagioni concertistiche a livello internazionale).

Nella navata sinistra, alla parete è appoggiata la lastra tombale del Vescovo Leonardo Marchese, morto nel 1515. Si tratta di un’apprezzabile opera scultorea ad altorilievo, che ci restituisce le sembianze dell’alto prelato.

Di fronte alla Cattedrale, il Palazzo Comunale, risalente al sec. XIV, mostra la facciata sormontata da merli ghibellini, e una loggia a due arcate sotto la quale si tenevano le riunioni del Consiglio comunale.

Uscendo di nuovo nella piazza, alla nostra destra, a lato dell’edificio, sorge l’antico Battistero, unica costruzione rimasta intatta dell’Albenga tardo-romana. E’ situata al livello precedente della città, per cui ora vi si deve accedere scendendo alcuni gradini. Pur essendo in laterizio e non in pietra calcarea, presenta una notevole somiglianza, nella pianta decagonale, col Mausoleo di Teodorico a Ravenna. La copertura originale tardoromana, costruita col sistema delle anfore, fu sciaguratamente distrutta durante il restauro effettuato nel 1900 da un architetto, il De Andrade, che prese fischi per fiaschi ritenendola un manufatto molto posteriore e rifacendola in legno (!). Uno dei tanti delitti preterintenzionali contro l’arte attribuibili ai moderni restauratori…

Purtroppo non possiamo visitare l’interno del Battistero, perché durante il periodo delle festività natalizie è chiuso (un’altra particolarità, del tutto italiana, di accoglienza del turista…).

Altri monumenti (il Palazzo Vescovile, altre chiese, tanti palazzi nobiliari) ci attendono durante la visita del centro storico, ma è l’effetto complessivo che qui dobbiamo sottolineare, un piacevole tuffo nella Liguria medioevale e rinascimentale che si esalta nei carrugi stretti e negli scorci di finestre, archi, portoncini…

Uscendo dal centro, se credete, un’agevole passeggiata di circa 800 metri vi porterà dritti sul Lungomare, dal quale è possibile scorgere, presso la costa, l’isola di Gallinara, sede in epoche andate (dal IV sec. in poi) di una potente Abbazia, e ora totalmente privatizzata e perciò irraggiungibile.

Nel caso aveste appetito, vi consigliamo un piatto tipico, le sarde ripiene, che potrete gustare in uno dei numerosi ristoranti della città (ma è consigliabile, in questo caso, consultare una buona guida o un sito Internet, per evitare sorprese…).

 

 

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Movimento Discaricarts

Il caro amico e collaboratore Guido De Marchi di Genova ci ha inviato un allegato riguardante un importante e interessantissimo movimento artistico nato a Genova nel 2004 di cui lui stesso fa parte. Ma facciamo parlare un estratto dell’allegato scritto da Santino Mongiardino dove si parla, in breve, del Movimento Discaricarts. Al termine dell’articolo è disponibile al download l’intero documento allegato nel formato PDF.

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CHI SIAMO: Movimento Discaricarts

di Santino Mongiardino

L’impatto devastante della crisi economica e sociale trova spontaneamente coinvolto e partecipe il gruppo Discaricarts.
 Il movimento nasce a Genova nel 2004 non solo come gruppo di artisti del riciclo, ma come movimento di persone sensibili che pongono la loro attenzione sulle storture del mondo, sulle derive della società moderna e su quanto ci circonda in maniera attenta e selettiva. L’utilizzo del materiale riciclato presente nelle opere, integrato come base per le immagini, attraverso una rappresentazione fotografica, o protagonista esso stesso dell’opera, è un mezzo per sottolineare con maggior evidenza il degrado in cui si sta inabissando il nostro mondo e la frenetica ascesa all’isolamento dell’uomo moderno e tecnologico.

La discarica, testimone di distruzione e degrado urbano e la nostra esplorazione sono un punto di partenza dove troviamo motivo di riflessione e disagio, ma anche ispirazione alla creazione artistica.

Rappresentazione dell’obsoleto e del dimenticato, del rifiuto che genera materia e di essa si nutre incontrando nuove forme ed espressioni ed attraverso la terra rinasce dando vita a sé e al proprio motivo di esistenza, testimone dell’evoluzione ritorta contro l’uomo. L’inizio di un cammino che ci porta inevitabilmente verso nuovi percorsi di confronto mantenendo ben saldo e fermo come punto di riferimento, il nostro istinto di sopravvivenza all’estinzione artistica.

La Rinascita così rappresentata evidenzia il duplice aspetto della riflessione e della riconversione salvifica dell’uomo e della sua opera, non più solo mezzo estetico autoreferente ma messaggio cosciente di una richiesta improcrastinabile per una nuova vita ambientale, etica, sociale.

 

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