“TANGO SENZA ROSSETTO”: PRESENTATO IL NUOVO CD DEL DUO ALAMPRESE-GIACOMINI

Di Gianni Marucelli

È stato presentato sabato scorso, presso la Libreria delle Donne di Firenze, il nuovo CD della vocalist Donatella Alamprese e del chitarrista Marco Giacomini, dedicato al Tango, da anni genere musicale preferito della coppia, che vi si è affermata in campo nazionale e internazionale.

Il CD porta il titolo di “Tango sin carmin”, in italiano Tango senza rossetto, che ne sottolinea l’essenzialità esecutiva, affidata all’arpeggio magistrale della chitarra di Giacomini e alla impressionante capacità interpretativa, sorretta da un’estensione vocale senza pari, dell’Alamprese.

Nel nuovo disco si alternano, come ha sottolineato la presentatrice della serata, Carmen Ferrari, brani “storici” del rinnovamento postbellico del Tango, quali “Chiquilin de Bachin” e “Yo soy Maria” (A. Piazzolla-H. Ferrer), a pezzi più recenti, come “Pompeja no olvida” (Szavarchman-Gonzalez), che rievoca il tempo buio della dittatura militare e del dramma dei “desaparecidos”, e “Alfonsina y el mar” dedicato alla grande poetessa italo-argentina della prima metà del ‘900, Alfonsina Storni. Ma molte sono le canzoni declinate al femminile, nel senso che le autrici di musica e/o testi sono donne: in particolare, vi è l’omaggio a Eladia Blazquez, musicista che ha segnato con la sua opera gli ultimi decenni del XX secolo in Argentina. Sulle sue orme, la stessa Donatella Alamprese firma la musica della splendida “El puente”, composta sui versi della poetessa contemporanea Marta Pizzo, amica e collaboratrice.

Un altro sodalizio, di cui Donatella e Marco vanno giustamente orgogliosi, è quello con il Maestro Saul Cosentino, “erede” di Astor Piazzolla, del quale si propongono alcune composizioni, tra cui la bellissima “Mis poemas a la calle”.

La presentazione del CD è stata seguita da un numeroso pubblico che ha affollato la Libreria delle donne e ha applaudito a lungo i brani che Donatella e Marco hanno eseguito dal vivo.

 

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I cipressi che a Bolgheri…

Di Alberto Pestelli

Viale dei Cipressi

Viale dei Cipressi

È stato nell’età della cosiddetta ragione che varcai veramente – dopo tantissimi anni dall’ultima volta – la porta del piccolo borgo di Bolgheri. Venendo dal mare, feci il percorso nel senso contrario dei versi del Carducci. Lui stava per intraprendere il viaggio che lo avrebbe portato in quel di Bologna. Viaggio lungo a quei tempi. Anche compiere i cinque chilometri che separano Bolgheri dall’Oratorio di San Guido appariva non breve. Io, con la comodità della mia automobile, in un batter d’occhio sono giunto all’ingresso dell’antico borgo della Maremma livornese senza sentire la voce dei cipressi mossi dal vento: quel lento cigolio che a volte può spaventarti se lo ascolti di notte… beh, sono solo paure di alcuni cittadini poco avvezzi alla campagna. Ed io non sono un cittadino…

Tornai indietro lungo il viale dei Cipressi in cerca di un posteggio. Un chilometro o poco più verso San Guido e trovai un parcheggio… a pagamento! E va beh, pazienza, non è il caso d’esser tirchi quando si va in cerca di un po’ di storia e di qualcosa per stuzzicare il palato con qualche prelibatezza…

Camminando tra quei “giganti giovinetti” immaginai quel che poteva aver sentito nel suo animo il Carducci mentre sul calesse si dirigeva verso la stazione: l’ansia di arrivare presto a Bologna dove lo aspettava la sua bambina, Tittì, e la nostalgica malinconia di lasciare il luogo della sua infanzia.

            I cipressi che a Bólgheri alti e schietti

Van da San Guido in duplice filar,

Quasi in corsa giganti giovinetti

Mi balzarono incontro e mi guardar.

Mi riconobbero, e— Ben torni omai —

Bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino —

Perché non scendi? Perché non ristai?        

 

Lo riconobbero… bella e struggente l’immagine dei cipressi che si piegano sui suoi sentimenti… E riconobbero anche me che stavo per entrare in Bolgheri, già… per loro ero colui che da ragazzino non volle imparare la poesia del Carducci a memoria per recitarla alla maestra o durante le feste di fronte alla famiglia riunita nel salotto dopo il pranzo. Tornassi indietro nel tempo mi rifiuterei ancora. Per me una poesia è bella leggerla, leggerla e rileggerla, assorbire ogni sua parola e poi chiudere gli occhi e immaginare un mondo diverso, sensazioni che fanno vedere il sole nei propri pensieri. Ecco perché è inutile impararle a memoria… non è un esercizio mnemonico quello che si voleva dare (o forse si vuole imporre ancora), ma solo un mezzo per far apparire la cultura noiosa… io la intendevo e la intendo così. Forse sbaglio, forse no, forse la ragione sta, come sempre, nel mezzo.

Eppure la mia memoria si è sviluppata ugualmente come ben vedete… di ricordi ne ho tanti! Belli, brutti… a volte li scrivo su carta, altre volte rimangono perennemente dentro di me senza cambiare mai una virgola.

Il ricordo del paese che vide le scorribande del Carducci fanciullo mi è rimasto impresso in modo tale da far poco ricorso, per questo articolo, ai vari documenti che si trovano in rete; giusto qualche notiziola qua e là, tanto per integrare quel che già sapevo.

Ma dove si trova esattamente. Bolgheri è una frazione di Castagneto Carducci proprio nel bel mezzo della Maremma Livornese a ridosso delle Colline Metallifere. Si fa derivare il suo nome dai Bulgari, alleati dei Longobardi, che in zona avevano fondato un insediamento militare. Il luogo era d’importanza strategica nella difesa della costa contro le forze bizantine stanziate in Sardegna.

Sin dall’antichità Bolgheri fu di proprietà dell’antichissima casa dei conti Della Gherardesca (il più remoto antenato della nobile famiglia toscana, Gunfredo di stirpe longobarda, è del periodo di papa Adriano I, nato nel 700 dopo Cristo e morto a novantacinque anni…).

Tuttavia la prima menzione di Bolgheri la ritroviamo in un documento redatto nel gennaio del 1158 in cui si attestava la cessione di alcuni possedimenti nella curia di Bolgheri all’arcivescovo di Pisa. Nell’arco dei secoli, Bolgheri, nonostante varie vicende non propriamente felici (il paese fu bruciato dalle armate fiorentine nel 1393, saccheggiato dall’imperatore Massimiliano nel 1496 – fu ucciso il conte Arrigo) fino a quando non entrò a far parte della Repubblica fiorentina.

Solo nel diciottesimo secolo Bolgheri vide rifiorire il suo antico fasto. I Conti Della Gherardesca avviarono tutta una serie di miglioramenti agricoli bonificando le paludi circostanti, costruendo un acquedotto con l’intento di rifornire di acqua potabile il paese. Fu edificato pure un orfanotrofio.

Ma entriamo dentro il borgo attraversando la porta dopo aver percorso il Viale dei Cipressi, strada, quest’ultima, lunga cinque chilometri e proveniente dalla via Aurelia proprio nei pressi dell’Oratorio di San Guido (costruito nel ‘700).

La prima costruzione che vediamo – già prima di entrare nel paese – è il castello di origine medievale (XIII secolo) costruito dai Della Gherardesca. Fu restaurato nel XVIII secolo (furono costruite le cantine). A fine del XIX secolo la facciata fu modificata: fu edificata una torre proprio in corrispondenza della porta di accesso al paese. Purtroppo il castello è una abitazione privata e quindi non visitabile.

Quasi all’ingresso del paese, in piazza Teresa, c’è la chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo che è l’edificio, da un punto di vista architettonico, più antico del circondario. Come tutti gli edifici antichi, anche questa chiesa è stata più volte restaurata e modificata: l’ultimo restauro è stato compiuto nel 1902. Di origine medievale sono la facciata costruita in pietra e una piccola porta murata ancora visibile sulla sinistra dell’odierno accesso al tempio.

Altre due chiese si trovano fuori dalle mura del paese: la chiesa di San Sebastiano e la chiesa di Sant’Antonio. Entrambi gli edifici di culto si trovano nel viale dei Cipressi.

Non molto distante da Bolgheri, su una collina a circa 400 metri sul livello del mare, si trova il castello di Castiglioncello di Bolgheri e la chiesa di San Bernardo.

Nel 1959 fu istituito il rifugio faunistico di Bolgheri (circa 500 ettari) che è stata la prima oasi privata in Italia. Nel 1968 fu riconosciuta come oasi del WWF. Ricca è la fauna: caprioli, scoiattoli, falchi pellegrini, gru, germani reali, conigli selvatici regnano indisturbati tra ginepri, pini, lecci e canneti della palude. Il rifugio è naturalmente visitabile solo su prenotazione da ottobre ad aprile.

Passeggiando per le stradine di questo splendido borgo antico non possiamo fare a meno di visitare i numerosi negozietti che offrono ai turisti ogni genere di mercanzia: dal ricordino in ceramica, prodotti cosmetici che tra gli ingredienti troviamo l’acqua di Bolgheri, bellissimi quadri di pittori locali, prelibatezze del territorio e soprattutto lui, il re dei re: il Vino!

Infatti la zona è famosa per i vini rossi. Grazie alle caratteristiche del terreno e ad un microclima temperato, soleggiato e ventilato “il giusto”, hanno trovato “dimora” vitigni quali il Cabernet Sauvignon, il Merlot, il Cabernet Franc. Quest’ultimo insieme al Sauvignon sono la base del famosissimo e prelibato Sassicaia la cui fattoria è proprio davanti a San Guido…

Ma al di là del godere gastronomico che le botteghine di Bolgheri offrono ai visitatori affamati solo di pane, salame e buon vino, c’è la vera protagonista – a parer mio – di questo piccolo angolo di Maremma: la poesia. È impossibile non accorgersi del vento che fa parlare i cipressi, sentire la voce delle pietre delle case: in ciascuna di esse c’è un verso, in rima o senza, che canta la bellezza e la dolcezza di un ricordo che riaffiora quando volgi le spalle per tornare sui tuoi passi. Un ricordo che non ti molla più e ti accompagnerà per tutta la tua vita. E l’emozione ti assale quando, in una piazzetta sotto gli alberi, vedi Nonna Lucia, sorridente. Guarda verso la porta del paese: da lì tornerà suo nipote.

Percorrendo il auto il viale dei Cipressi aprii il finestrino e ascoltai la musica della campagna circostante. Mi parse di sentire lo sferragliare di un treno. Poco distante vidi un asino…

…Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo

Rosso e turchino, non si scomodò:

Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo

E a brucar serio e lento seguitò.

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La carica degli orsetti 2

Di Gianni Marucelli

img-parcoabruzzo-2Qualche mese fa, titolammo così un articolo che si riferiva alle buone notizie provenienti dal Trentino, dove erano stati osservati diversi cuccioli d’orso bruno alpino. Ora, notizie simili provengono dal Parco Nazionale d’Abruzzo (comprendente anche zone del Lazio e del Molise), in cui nel 2015 è stata segnalata la presenza di almeno 6 orsetti, di cui uno nato in cattività.

Si tratta, naturalmente, di orsi marsicani, sottospecie di Orso bruno storicamente insediata nell’Italia peninsulare, dove è sopravvissuta grazie alla protezione garantita dall’istituzione, nel 1921, di questa grande zona di rispetto.

Ora, il numero di 6 nuovi cuccioli può apparire basso, ma bisogna considerare che gli orsi marsicani sono pochi, non più di un centinaio, e che le femmine partoriscono uno, a volte due, piccoli ogni due anni. Il periodo di gestazione è di molti mesi e si prolunga nel tempo del letargo, che finisce quando comincia la primavera. Al parto, gli orsetti sono davvero minuscoli: pesano meno di quattro etti e non misurano più di una ventina di centimetri. La loro sopravvivenza è legata a diversi e mutevoli fattori, anche se essi rimangono al sicuro nella tana durante il periodo dell’allattamento, che si protrae per un paio di mesi. Poi, comincia il lungo periodo (un anno e mezzo) dell’apprendistato alla vita: i piccoli non si discostano mai molto dalla madre, da cui imparano la ricerca del cibo e a difendersi dalle insidie dell’ambiente, in primis dall’incontro con un temibile bipede chiamato Uomo.

03parco_nazionale_abruzzoPurtroppo, non è del tutto finita la persecuzione degli orsi da parte dei bracconieri, cui si affianca il rischio delle collisioni con veicoli a motore. Viceversa, l’uomo non ha nulla da temere dall’orso, che reagirebbe soltanto se gli doveste capitare addosso, oppure per proteggere la propria prole.

Questo plantigrado è onnivoro, ma si nutre in prevalenza di vegetali e d’insetti, talvolta di anfibi, roditori o anche di carogne. I nostri orsi, in genere, non hanno la fortuna di quelli dell’Alaska o del Canada, che dispongono anche di grandi fiumi e quindi di abbondanti risorse ittiche: le immagini di orsi “pescatori”, che arpionano con grande abilità trote e salmoni, non appartengono alla nostra realtà.

Ma torniamo alla notizia d’apertura: il censimento delle nuove cucciolate è stato possibile grazie all’impegno dell’Unione Zoologica italiana, che ha stipulato una convenzione con il Parco, e alla metodologia messa a punto dall’Università “La Sapienza” di Roma. Sono stati impiegati, via via, più di 150 operatori, che hanno utilizzato, oltre all’osservazione diretta, le videotrappole.

E’ stato possibile, in conclusione, determinare il numero di nuovi orsetti nell’arco di otto anni (2006/2014): circa una settantina, un numero che fa ben sperare per il futuro della specie.

 

 

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Il Gruppo web semantico incontra due autori: Paolo Minerva e Paola Capitani Costanzo

Isolina di Paolo Minerva e Visti da vicino di Paola Capitani Costanzo

Tipografia Nuova Calducci di Marco Fantechi, dicembre, 2015

www.edida.net

La creatività è qualcosa di sospeso che sboccia sempre tra il

pensiero e un sogno (anonimo)

   Il buongiorno si vede dal mattino e l’arrivo imprevisto di Beltrando Mugnai con la sua chitarra è di buon auspicio, per cui si rivede in diretta il palinsesto. Sarà lui a iniziare con una canzone popolare facilmente orecchiabile e condivisibile dal pubblico, tanto per creare l’atmosfera.

Paola Capitani Costanzo introduce le testimonianze dei partecipanti all’incontro ringraziando Grazia Asta, direttrice della Biblioteca delle Oblate, per la concessione degli spazi e la collaborazione nella realizzazione dell’iniziativa.

Illustra brevemente le finalità del Gruppo web semantico, attivo dal gennaio 2000, nonostante non sia supportata da alcun finanziamento, ma si basi solo sulla cooperazione dei vari partecipanti di diversi punti d’Italia e non solo.   La rete… un filo che corre tra diverse esperienze e idee, emozioni e collaborazioni, che costituisce la trama del Gruppo e anche quella della compagnia amatoriale Il Cocomero, diventata recentemente Giullari e menestrelli. Se non ci sono affiatamento, stima, impegno, gioco, ironia e allegria.. si va poco lontano.

Quindi un intervento di una voce maschile e di una femminile, dando il passo a Luciano Artusi, scrittore fiorentino e parente del celebre Pellegrino Artusi, che presenta il libro di Paolo Minerva, Isolina, attraverso una sintesi efficace e sobria, ricca tuttavia di spunti e interpretazioni.

Isolina  racconta di una coppia di adolescenti e del loro amore, nel periodo dell’alluvione a Firenze, in occasione di  un volontariato all’Istituto di Montedomini, istituzione fiorentina nel cuore di Santa Croce per aiutare appunto una anziana signora. Emozioni, ricordi, obiettivi e programmi di una coppia di ragazzi sullo sfondo degli anni 60.
Visti da vicino 1955-2015. Incontri con personaggi illustri di Paola Capitani Costanzo con la cultura, la storia, la scuola, la conoscenza e spesso vicini al quartiere di Santa Croce a Firenze.

Attraverso il volontariato, la comunicazione, le emozioni, gli scambi di esperienze, gli incontri, i collegamenti, i rapporti, per creare reti e sinergie e sopravvivere al quotidiano.

                                                                               Con un solo filo non si costruisce un tessuto

Come ricorda Ginzburg nel paradigma del tappeto “l’occhio va in varie direzioni: verticale, orizzontate e… diagonale” le diverse direzioni che vanno seguite in qualsiasi progetto e programma e che nella rete richiedono il massimo di partecipazione e collaborazione.

 

La parola quindi ad Antonia Ida Fontana, amica e collega di Paola Capitani dal 1996, quando Antonia Fontana divenne direttrice della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Non avendo ancora alloggio di servizio si trasferisce in casa di Paola dove condividono momenti unici.

Attuale presidente della Società Dante Alighieri di Firenze sottolinea la sintesi e l’efficacia di Paola Capitani che riesce e far provare emozioni e far calare il lettore nei diversi ambienti e nei diversi personaggi. Illustra anche i punti salienti di Isolina, del garbo e della freschezza dei ritratti che emergono attraverso la lettura di una storia semplice ricca di spunti e di riflessioni.

Marco Fantechi della Nuova Calducci, fiero di fare parte di tale consesso del quale dice di non sentirsi degno, ricorda l’importanza che ha ancora ha la stampa rispetto alla digitalizzazione dei testi che pare sia in crescita. Ma un libro di carta ha un fascino e un garbo, uno spessore e una usabilità che restano vivi ancora. La passione e la competenza che Marco impiega nel suo lavoro lo rende un vero protagonista in questo settore, dove rivela capacità e intuizioni uniche.

Emanuela Periccioli, delegata Pari Opportunità del Comune di Borgo San Lorenzo, legge un brano sul viaggio per collegare il contenuto con lo stile di Visti da vicino, dove il viaggio di Paola attraverso i vari personaggi costruire un ricamo e una trina, un tessuto e un intreccio che richiama la metafora di altri tipi di arte.

Paola sintetizza i diversi caratteri delle persone citate e i motivi che l’hanno spinta a questa documentazione dove rivive brani della sua vita, della sua crescita e della sua professione.

Conclude Paolo Minerva raccontando con una particolare vena emotiva della storia vissuta e delle emozioni che l’hanno attraversata in un momento difficile per Firenze e in un contesto particolare come quello della Residenza di Montedomini, una istituzione che caratterizza il quartiere di santa Croce. Porta anche come testimonianza il libro avuto in dono da Isolina che ricorda una storia, un’epoca e un contenuto di particolare interesse culturale e non solo affettivo.

Beltrando riprende la sua chitarra e con l’amore è come l’ellera si chiude questa presentazione simpatica e amena che ha visto la calorosa partecipazione dei molti presenti all’iniziativa.

E’ stato ricordato il brano del mitico John Lennon che l’aveva vista lunga con le parole del suo Imagine .. dove voleva una popolazione di sognatori, pacifisti, in un unico mondo globale, caratterizzato dal bene e dalla serena convivenza e collaborazione.

Parole riprese alla Biblioteca delle Oblate in occasione della presentazione dei due libri: un pretesto per parlare di rete, solidarietà, collaborazione, in un periodo in cui siamo sbigottiti e terrorizzati di fronte alla violenza, agli attentati, alle morti che si susseguono con un tragico bollettino di guerra. Una guerra difficile perché il nemico è ovunque, appare improvvisamente nei luoghi più impensati, generato da mani insospettabili, mosso da menti sconvolte. Non ci sono più regole, non ci sono più criteri e siamo allo sbando, impauriti e inermi.

Per diversi motivi sono assenti Ruth Cardenas Vettori dell’Istituto Mircea Eliade, Annmaria Tammaro, www.ifla.org, Stefano Angelo e Lamberto Salucco di www.edida.net che pubblicano i due libri in formato digitale.

Gli articoli della manifestazione saranno su Biblioteche Oggi www.bibliotecheoggi.it e su www.italiauomoambiente.il di cui il redattore Alberto Pestelli non solo uno scrittore e sostenitore della cultura ma amico e collega con il quale abbiamo organizzato varie iniziative analoghe.                               Bene sognare e sapere dove si è…  sono due posti diversi  (Tiziana Marchi)

 

I libri sono in vendita presso la Libreria delle Donne in via Fiesolana a Firenze

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Recensione: Angiolo Pucci, I Giardini di Firenze, Vol. I e II, Firenze, Olschki ed., 2015

A cura di Gianni Marucelli

Angiolo Pucci, I Giardini di Firenze, Vol. I e II, Firenze, Olschki ed., 2015

Copertina de "I giardini di Firenze" Vol. 1 di Angiolo Pucci

Copertina de “I giardini di Firenze” Vol. 1 di Angiolo Pucci

Euro 38,00 (I vol.), Euro 48,00 (II vol.)

Si può ben dire che la pubblicazione di questa opera, di cui si danno i primi due volumi (altri quattro ne seguiranno) nasca da una ricerca biblioarcheologica. I due curatori, infatti (Marco Bencivenni e Massimo de Vico Fallani), hanno recuperato il manoscritto originale dopo molti anni di paziente indagine, che essi stessi raccontano nella Premessa. La tenacia dei due e, in parte, la casualità, hanno consentito di reperire l’ultima importantissima opera di Angiolo Pucci, esperto di giardini e di colture, vissuto a Firenze tra il XIX e il XX secolo. Il Pucci, figlio e nipote di veri e propri “mastri giardinieri” (il padre collaborò con il Poggi alla sistemazione del Viale dei Colli e di altre aree verdi connesse alla ristrutturazione post-risorgimentale della città), fu anch’egli soprintendente dei giardini comunali, prima di passare a insegnare presso la Regia Scuola di Pomologia e a presiedere la Società Toscana di Orticoltura. Scrittore prolifico e documentatissimo,

dedicò gli ultimi decenni della sua vita proprio alla Stesura di questa Storia dei Giardini di Firenze, che fu completata già agli inizi degli anni Trenta. Quindi, l’ottica con cui sono illustrati gli argomenti, e i temi stessi che egli affronta, possono forse risultare “datati” per il lettore odierno, nondimeno sono tanto più affascinanti in quanto ci mostrano una realtà che spesso non è più, e ci forniscono una mole immensa di informazioni, molte delle quali arricchite da un’iconografia di prim’ordine, costituita da foto, cartoline d’epoca, piante di parchi e giardini. Ricchissimi anche, e questo è un ulteriore merito dei curatori, l’apparato bibliografico e le note al testo.

Il primo volume, preliminare ai successivi, porta il significativo sottotitolo di “I giardini d’Occidente dall’Antichità a oggi” e costituisce un ampio trattato storico a se stante.

Col secondo si entra in medias res, e si prendono in esame, in particolare, quello che oggi è il Parco delle Cascine (un tempo “Tenuta delle Cascine dell’Isola”), il Viale dei Colli ivi compreso il Piazzale Michelangelo, il sistema dei Viali di circonvallazione del centro cittadino e i giardini entro e fuori il perimetro della città, quale era uscita dall’opera di rinnovamento urbanistico commissionata al Poggi al tempo del trasferimento a Firenze della Capitale.

I volumi ancora da pubblicare tratteranno invece i seguenti temi: vol. III Palazzi e Ville medicee, vol. IV Giardini e orti privati della città, vol. V Suburbio vecchio e nuovo di Firenze, vol. VI Comuni della cintura di Firenze.

Come ognun vede, un’opera monumentale e completa, cui bisogna dare il benvenuto con rispetto e gratitudine, quest’ultima indirizzata sia ai curatori che all’Editore.

Copertina de "I giardini di Firenze" Vol. 2 di Angiolo Pucci

Copertina de “I giardini di Firenze” Vol. 2 di Angiolo Pucci

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Friuli Venezia Giulia: Udine, in vista delle Alpi e in odor di mare

Di Gianni Marucelli

 

È un sabato di dicembre e Udine si sveglia nel sole. Quando sono arrivato, nel pomeriggio di ieri, l’aria era carica di bruma, umida e tediosa: son dunque fortunato, ché il primo approccio con questa città avviene in una giornata quasi primaverile, sia per la luce che per la temperatura tiepida, cosa davvero insolita all’ingresso nell’inverno meteorologico.

Il centro storico è a meno di un chilometro a piedi dal mio albergo: il mio itinerario, rigorosamente pedonale, comincia da una delle antiche porte, residuo della cinta muraria da tempo abbattuta. Dove non ci hanno pensato gli uomini, qui a distruggere gli edifici hanno provveduto i terremoti e gli incendi (sono passati appena quarant’anni dall’ultimo, disastroso sisma, che chi ha la mia età rammenta bene…), tuttavia il cuore della città è una delizia, in alcuni punti assomiglia a una Venezia senz’acqua. L’influsso della dominazione della Repubblica di San Marco è palese, non solo nei Leoni in pietra presenti su colonne e architravi, ma nell’architettura dei palazzi, delle logge, delle torri. Il punto focale è l’armoniosa Piazza della Libertà, proprio sotto la bassa collina morenica su cui domina il Castello. Ai due lati, si affrontano e si confrontano le due bellissime Logge, quella del Lionello, dal nome dell’orafo Niccolò Lionello che la progettò (metà del sec. XV) e quella della Chiesa di San Giovanni, sormontata dalla Torre dell’Orologio (quest’ultima di Giovanni da Udine, sec. XVI).

È abbastanza presto, e la gente è ancora poca, anche se si stanno predisponendo gli addobbi natalizi, quindi posso godermi tranquillamente il vasto spazio, ora inondato di luce, e il gioco delle fasce alternate di pietra, rosa e bianca, che rivestono il Palazzo Comunale, prima di attraversare l’arco disegnato dal Palladio (Arco Bollani, dal nome del Luogotenente cui venne dedicato) e salire al Castello tenendomi sotto l’elegantissimo porticato del Lippomano (sec. XV). È un’ascesa breve, cui presiede, sulla sinistra, il sontuoso palazzo cinquecentesco, impropriamente chiamato Castello.

A dire il vero, castello fu, per secoli, fino al rovinoso terremoto del 1511, che lo distrusse. Il maniero era sede dei Patriarchi di Aquileia, che vi esercitarono il potere temporale non meno che quello spirituale. Ma torniamo a noi: siamo saliti solo di qualche decina di metri e pare di essere in cima al mondo; un vastissimo piazzale si affaccia su un immenso panorama. Sotto, la città vecchia e quindi quella moderna, che sfuma nella pianura e infine, verso nord, nelle crode delle Alpi Carniche, da poco innevate, mentre verso sud-ovest intuisce chiarore equoreo dell’Adriatico. Proprio alle nostre spalle, la facciata del Palazzo, animato dalle rampe dello scalone doppio progettato da Giovanni da Udine. Sono ormai passate le dieci e gruppi di turisti cominciano a popolare la zona, qualcuno diretto all’area museale ospitata nel Castello, comprendente il Museo Civico e la Galleria di Storia e Arte. Il tempo però è per noi tiranno, non ci concede neppure una breve visita a queste istituzioni, ci limitiamo a raggiungere il vasto porticato dove sono poste alcune interessanti lapidi romane provenienti da Aquileia e un pezzo d’artiglieria, con la canna esplosa, appartenuto all’esercito austriaco che, dopo la rotta di Caporetto del 1917, occupò la città, mentre parte della popolazione fuggiva insieme alle truppe italiane, che si attestarono poco dopo sul Piave.

Bisogna qui rammentare che Udine, poco più di un quarto di secolo dopo, subì anche l’occupazione nazi-fascista, contro la quale combatterono valorosamente i partigiani del Friuli.

Lasciando il piazzale del Castello, c attrae immediatamente la Chiesa sulla nostra sinistra, cui prima non avevamo prestato molta attenzione A parte il bel campanile cinquecentesco, sulla cui cima svetta l’Arcangelo Michele tutto dorato, divenuto il simbolo stesso della città, l’interesse del monumento sta tutto nell’interno, romanico, il cui nucleo originario pare addirittura risalire al VII secolo. Le tre navate, suddivise da pilastri, portano alle tre absidi affrescate in periodi diversi; la più antica e interessante è l’abside di destra, i cui dipinti risalgono al sec. XIII. Una bella statua lignea della vergine presiede al ciclo di affreschi.

Ritornati in Piazza della Libertà, imbocchiamo le strade del centro, ora animato da turisti e visitatori. Finiamo nel bel mezzo di un mercatino natalizio, e non ci possiamo esimere dall’acquistare un dolce tipico, che ricorda da vicino il panettone ma è ancora più ricco di ingredienti. L’ultima tappa della nostra breve visita ci porta al Duomo, affiancato dalla bella torre campanaria ottagonale in laterizi, eretto alla metà del 1400 sulla base costituita dal Battistero, del secolo precedente. L’imponente edificio fu costruito in forme gotiche, ma con l’andar dei secoli è stato rimaneggiato, e ora presenta al suo interno (come ahimè moltissime altre chiese italiane) una pesante veste barocca. Di particolare interesse la Cappella del SS. Sacramento, affrescata da G.B. Tiepolo (1726), che conserva anche una pala dello stesso autore, rappresentante la Resurrezione.

Purtroppo, il treno del nostro ritorno parte poco dopo le 13; ci rimane il tempo per cercare un posticino dove ristorare lo stomaco. Dalle parti della Stazione è tutto un susseguirsi di fast food, ristoranti cinesi e dispensatori di Kebab. Per trovare un’osteria friulana, dobbiamo rientrare nella circonferenza dell’antica cerchia muraria. Approdiamo infine a un piccolo locale, dove gustiamo un piatto abbondante di spaghetti alle vongole veraci (l’Adriatico è vicino) e delle sarde in saòr, il tutto innaffiato da un paio di bicchieri di ottimo Sauvignon. Il conto è davvero risibile, di molto inferiore a una pizza con birra e caffè…

Questo ultimo, gradito ricordo ci accompagnerà durante il viaggio…

Quanti gioielli di arte e di storia ci rimarrebbero ancora da vedere! Sarà per la prossima volta…

 

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Emergenza cinghiali: servono gli abbattimenti?

Di Piero Belletti

(Articolo apparso su Natura & Società, n° 4, dicembre 2015, per gentile concessione della Federazione Nazionale Pro Natura)

Mentre il tribunale Permanente dei Popoli condannava a Torino gli Stati e le Regioni per le procedure adottate nella realizzazione delle grandi opere, ad Asti si è tenuto un altro “processo”, che ha visto sul banco degli imputati (ovviamente solo in senso metaforico) il cinghiale.

Nella città del Palio, infatti, si è tenuto il convegno “Emergenza cinghiali: modalità di intervento – Il fallimento degli abbattimenti e le strategie alternative”, organizzato dalla LAC Piemonte con il supporto di Pro Natura e della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI.
Il Convegno ha visto la partecipazione di un folto pubblico ed ha consentito di fare un po’ di chiarezza su un problema che è senza alcun dubbio reale, ma spesso ingigantito e distorto in molti dei suoi aspetti più critici.
Il cinghiale è una specie molto adattabile, che è riuscita a trarre vantaggio dalle modificazioni che l’uomo ha arrecato all’ambiente. Il loro numero è andato progressivamente aumentando, così come la superficie di territorio da essi occupato. A titolo di esempio, ricordiamo come a metà del secolo scorso il cinghiale era assente in Piemonte, dove ha fatto le sue prime timide comparse meno di cinquant’anni orsono.

Cinghiale in una pozza fangosa - Richard Bartz, Munich Makro Freak Opera propria Wikipedia CC BY 2,5

Cinghiale in una pozza fangosa – Richard Bartz, Munich Makro Freak Opera propria Wikipedia CC BY 2,5

Il ritorno del cinghiale non è tuttavia stato solo un evento naturale: al contrario, le introduzioni a fini venatori, legali o meno, hanno ingigantito il problema.
 Oggi la presenza del cinghiale crea indubbi problemi: soprattutto al settore agricolo, ma non solo. A volte anche la stessa integrità ambientale viene messa a rischio, a seguito della alterazione degli equilibri faunistici. Infine, non è nemmeno da trascurare l’incidenza degli incidenti stradali che spesso sono causati proprio da questi ungulati. Tuttavia, come ha sottolineato Roberto Piana della LAC nel suo intervento introduttivo, la maggior parte degli incidenti si verifica nella stagione autunnale, in concomitanza con l’apertura della stagione venatoria, la quale disgrega i branchi e aumenta in modo sostanziale lo spostamento degli animali. La stessa pericolosità del cinghiale è spesso sopravvalutata: è vero che si registrano alcuni casi di aggressione ad esseri umani (anche se sempre indotti da comportamenti umani incauti e motivati dalla necessità di difendere sé stessi o i piccoli), tuttavia è altrettanto vero che gli incidenti causati da bovini sono molto più numerosi. Eppure nessuno si sogna di colpevolizzare le mucche… Piana ha concluso ricordando come la vera causa scatenante l’esplosione del cinghiale sia stata la volontà dei cacciatori di introdurre qualche preda in grado di rimpolpare i loro carnieri. Appare pertanto del tutto illogico affidare proprio a loro il compito di risolvere un problema dal quale sono gli unici a trarre cospicui vantaggi. Che gli abbattimenti non siano in grado di risolvere il problema del sovrappopolamento di cinghiali lo conferma anche il fatto che, nonostante essi aumentino in misura esponenziale anno dopo anno, i danni alle attività agricole non accennano a diminuire, anzi… Le risposte degli Enti Pubblici preposte alla gestione del territorio e delle sue risorse sono state limitate e spesso dettate più dalla necessità di “dare un segnale” che non dall’effettiva volontà di risolvere il problema, o quanto meno riportarlo entro limiti accettabili. Denominatore comune di tali interventi è stata la scelta di ricorrere quasi solo ad abbattimenti. Tuttavia, come detto, l’esperienza ci insegna che tali interventi sono risultati quasi sempre inutili, se non addirittura controproducenti. I danni arrecati dai cinghiali non sono diminuiti, ma anzi spesso tendono a crescere proprio laddove si fa maggiore ricorso agli abbattimenti.

Cinghiali nei pressi di una zona urbana - Filip Dabrowski CC BY-SA 3.0

Cinghiali nei pressi di una zona urbana – Filip Dabrowski CC BY-SA 3.0

Chiamato indirettamente in causa, l’Assessore Regionale alla Caccia Giorgio Ferrero ha cercato di giustificare l’operato dell’Ente Pubblico, che si dibatte tra enormi difficoltà economiche e non dispone delle risorse necessarie per rendere più incisiva la propria azione. La priorità della Regione, tuttavia, rimane la tutela delle produzioni agricole.

Carlo Consiglio (già docente di Zoologia all’Università di Roma) ha ricordato come i cinghiali che hanno colonizzato il nord Italia non appartengano alla sottospecie maremmana (autoctona del nostro Paese), ma derivino da incroci con la sottospecie centro- europea, più grossa e prolifica; molto probabili anche i casi di incroci con il maiale domestico, che accrescono ulteriormente la fertilità degli animali. L’attività venatoria, inoltre, disgregando i gruppi, annullando la sincronizzazione dell’estro delle femmine e anticipando la maturità sessuale di queste ultime, altro non fa che favorire ulteriormente la riproduzione degli animali.

L’aspetto economico della caccia al cinghiale è stato affrontato da Piero Belletti (Pro Natura), che ha presentato i risultati di uno studio sui costi e i ricavi della caccia in Provincia di Alessandria (per ulteriori dettagli si veda il numero di giugno 2015 di “Natura e Società”). Le conclusioni dell’analisi sono che i cacciatori pagano, per poter esercitare la pratica venatoria, meno del valore della carne che si portano a casa: di conseguenza, tutti i costi relativi alla caccia, tra cui in particolare gli indennizzi per i danni all’agricoltura e quelli per incidenti stradali, risultano a carico della collettività.

David Bianco, responsabile dell’Area Biodiversità dell’Ente di Gestione per i Parchi e la Biodiversità dell’Emilia Orientale, ha presentato una concreta esperienza di controllo del numero dei cinghiali, che prevede il ricorso ai cacciatori solo come ultima possibilità. Nel Parco dei Gessi Bolognesi è infatti prevista una massiccia attività di prevenzione dei danni, ad esempio mediante la posa di recinzioni metalliche ed elettrificate, e l’impiego di altri metodi ecologici (quali l’allontanamento incruento). Solo in caso di comprovata inefficacia di tali tecniche
l’Ente procede all’abbattimento degli animali, cercando di sostituirsi alla selezione naturale. Gli interventi si rivolgono quindi soprattutto agli animali entro l’anno di età, allo scopo di ottenere popolazioni più stabili e mature, ed utilizzano principalmente gabbie di cattura. Le catture e gli abbattimenti avvengono presso le aziende agricole o nelle loro immediate vicinanze, privilegiando le aree fortemente danneggiate. Una parte degli esemplari abbattuti resta nella disponibilità dell’Ente, che li cede a ditte specializzate ricavandone risorse economiche vincolate all’attuazione del Piano stesso, in particolare all’acquisto dei materiali di prevenzione. Sull’efficacia delle reti, elettrificate o meno, per ridurre i danni dei cinghiali sulle colture agricole si è soffermato Andrea Marsan, del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università di Genova. Lo studioso ha presentato numerosi casi risolti positivamente ed ha concluso sottolineando l’efficacia della misura di prevenzione e osservando come, nei casi di insuccesso, la responsabilità sia quasi sempre dovuta ad errori di installazione.

Scrofa con cuccioli - Dave Pape Opera propria Wikipedia Pubblico dominio

Scrofa con cuccioli – Dave Pape Opera propria Wikipedia Pubblico dominio

Giovanni Scaglione, imprenditore agricolo, ha ricordato che i cacciatori causano molti più danni della fauna selvatica, anche grazie alla possibilità loro concessa dalla legge di entrare nei fondi altrui senza il consenso del proprietario. Non solo, la caccia scoraggia il turismo, che invece dovrebbe rappresentare una risorsa di grande importanza per garantire la sopravvivenza delle aziende agricole.

Le conclusioni del convegno, quindi, si possono riassumere nella complessità della situazione, cui probabilmente non è possibile fornire un’unica risposta. Certamente, appare quanto meno illusorio sperare che chi ha creato il problema, e ne trae tuttora consistenti vantaggi, operi seriamente per la sua soluzione.

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Un futuro senza glifosato per San Casciano in Val di Pesa?

Di Alberto Pestelli

San Casciano, Tuscany, Italy

San Casciano, Firenze

Ci sarà un futuro senza glifosato per San Casciano in Val di Pesa? La redazione de L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente si augura di sì! Come alcuni sanno – abbiamo già trattato in precedenza il tema – il glifosato è una sostanza aminofosforica della glicina utilizzata come erbicida. Questo composto è un inibitore di un enzima che catalizza la reazione di condensazione tra il fosfoenolpiruvato e lo shikimato-3fosfato all’interno della biosintesi degli aminoacidi aromatici nella struttura del cloroplasto. In parole povere la sostanza distrugge qualsiasi erba o pianta. Non è un erbicida selettivo ma distrugge tutto ciò che trova davanti a sè! Inizialmente non era considerato particolarmente pericoloso per l’uomo e gli animali. Ma nel 2012 la Food and Chemical Toxicology ha pubblicato uno studio dove si evidenziava un grandissimo rischio nello sviluppare patologie cancerogene nei ratti. Questo studio fu ritirato per le critiche ricevute dalla comunità scientifica che, però, si è ricreduta nel 2015 quando la International Agency for Research on Cancer ha definito il glifosato come sostanza a grande rischio oncologico per l’uomo. Per tale motivo è stata inserita nella categoria 2A. Da allora numerosi movimenti si stanno battendo per la messa al bando di questo potentissimo e pericoloso erbicida.

Dottor Francesco Volpe

Dottor Francesco Volpe

Proprio ieri, il dottor Francesco Volpe, de I Cittadini per San Casciano – gruppo di opposizione alla giunta del comune del Chianti fiorentino – ha protocollato la mozione per bandire il glifosato dal territorio di San Casciano. Il 14 di dicembre ci sarà la risposta della maggioranza. Una mozione simile è stata presentata nel comune di Greve in Chianti, dove purtroppo, è stata bocciata.

Mozione contro il glifosato presentata alla giunta comunale di San Casciano in Val di Pesa.

Noi, comitato di redazione de L’Italia, l’uomo, l’ambiente ci auguriamo in un esito positivo della mozione presentata dal dottor Volpe e che finalmente si metta uno deciso stop all’utilizzo di questa pericolosa sostanza.

Aspettiamo fiduciosi la risposta della giunta di San Casciano.

 

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Comunicato degli Amici della Terra Valtiberina sul caso Aboca

Gli Amici della Terra Valtiberina ci inviano l’allegato comunicato a proposito delle esternazioni di Valentino Mercati. Pubblichiamo integralmente in questa pagina il comunicato.

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Gli Amici della Terra Valtiberina, in riferimento alla questione Aboca Erbe, comunicano che:

Attraverso l’Azienda Aboca Erbe, rappresentata dal Cav. Valentino Mercati, sappiamo ormai definitivamente che la nostra terra è inquinata. L’azienda ha potuto effettuare le analisi che gli enti pubblici non ci hanno fornito. Sono anni che noi chiediamo dagli enti responsabili ricerche e risposte all’incidenza alta di tumori e altre malattie del sistema nervoso nella nostra realtà che potrebbero essere causate e/o con-causate dall’uso massiccio di fitofarmaci che hanno compromesso la terra, l’acqua e l’aria del nostro bacino.

Aboca Erbe sposterà la sua produzione dalla valle, ma noi rimaniamo. Rimaniamo in una terra di cui non ci possiamo più fidare. Rimaniamo in una terra in cui sviluppi alternativi di agricoltura biologica e di un turismo verde ci vengono impediti.

Chiediamo dai sindaci della vallata, che hanno finora preferito chiudere gli occhi, di rendersi attivi per la tutela della salute pubblica dei loro cittadini: ordinando analisi della terra, dell’acqua e dell’aria nei punti critici, in particolare intorno agli essiccatoi del tabacco in funzione; chiediamo niente di più che vengano applicate finalmente le leggi già esistenti (Dlgs.150/2012) per i trattamenti agricoli per quanto riguarda modalità e distanze minime da abitazioni, pozzi e fossi e che venga introdotto un sistema di vigilanza e repressione degli abusi accertati.

Ricordiamo i sindaci che sono LORO i responsabili della salute pubblica dei abitanti dei loro Comuni.

Amici della Terra Valtiberina

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Evento letterario alla biblioteca delle Oblate di Firenze

Sabato 5 dicembre 2015

ore 17,30

Biblioteca delle Oblate

Sala Conferenze

Piano terra

via dell’Oriuolo, 24 FIRENZE

Gruppo Websemantico e La Nuova Calducci Reti e Conoscenza

Libri e Interazione

presentano

“ISOLINA” di Paolo Minerva

&

“VISTI DA VICINO: Incontri con personaggi illustri 1955-2015” di Paola Capitani Costanzo

editi da “La Nuova Calducci” di Marco Fantechi
in digitale da Edida.net di Stefano Angelo e Lamberto Salucco
Saranno presenti, oltre agli autori
Luciano Artusi, Ruth Cardenas Vettori, Antonia Ida Fontana, Emanuela Periccioli, Anna Maria Tammaro

Gruppo websemantico – http://gruppowebsemantico.blogspot.com

Scarica l’invito in PDF

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