Quel lago alpino tra gli opposti fronti di guerra

Di Gianni Marucelli

È questo il secondo articolo che dedichiamo alla trentina Val di Pejo, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio, prendendo in esame la biforcazione nord-occidentale di essa, chiamata Val del Monte.

È, questo, un angolo di Trentino che confina con la Lombardia, e perciò si trovò a essere, sin dall’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, zona di prima linea. Chi ne subì le conseguenze fu la popolazione locale, da sempre suddita dell’Impero asburgico, che, un po’ perché di lingua italiana, un po’ perché intralciava le operazioni belliche, fu deportata in altre regioni, anche lontanissime.

Sui versanti contrapposti della Val del Monte, si fronteggiarono per più di tre anni Alpini e Kaiserjager, affrontando una vita durissima ad alta quota, cui, ai bombardamenti contrapposti, si unirono disagi e privazioni d’ogni genere, specie durante l’inverno.

Ora, invece, sembra d’essere in un piccolo paradiso: gli unici spari che è dato di sentire sono quelli del fucile di qualche bracconiere che va a camosci.

Il nostro percorso parte a valle del Forte Barbadifior, un fortilizio costruito dagli austriaci tra il 1906 e il 1908, in calcestruzzo, ora abbandonato: probabilmente non ebbe nessuna importanza nelle vicende belliche perché posto in fondo valle, ma sembra ancora mostrare i muscoli a un ipotetico nemico. In breve, raggiungiamo il Fontanino di Cellentino, con acqua ferruginosa e leggermente frizzante, per poi ascendere, piuttosto faticosamente, a quelli che un tempo erano i prati della Malga Palù, e che ormai da svariati decenni sono diventati un vasto e bellissimo lago artificiale, dalla cui diga fuoriesce il torrente Noce, che poi percorrerà tutta la Val di Pejo e la Val di Sole. Larici e abeti rossi fiancheggiano il sentiero, assieme ai pini mughi. Non è difficile immaginare che, a fine agosto, il sottobosco brulicherà di mirtilli e sarà buono anche per i porcini…

Alla fine della salita (ci troviamo a circa 1900 metri), la vista del lago Palù ripaga ampiamente dello sforzo fatto. Circondato dalle abetine e dai lariceti, il bacino si corona in alto, verso nord, delle splendide vette del Gruppo del Monte Vioz (mt.3600), mentre a occidente si profila il Corno dei Tre Signori, così chiamato perché si trovava all’incrocio tra la Repubblica di Venezia (di cui faceva parte la Valtellina), il Canton dei Grigioni (Valfurva), e il territorio del Principe-Vescovo di Trento.

Il sentiero costeggia il lago sulla riva alla nostra sinistra. Ogni punto è adatto per scattare splendide foto, o per sostare sulle spiaggette di sassi e ghiaia… poco dopo, s’incontra il sentiero che sale al Passo del Montozzo e al Rifugio Bozzi, sul versante che corrispondeva alla prima linea italiana.

Ho trovato una foto che ritrae, nel Luglio del 1915, quindi esattamente cento anni fa, proprio qui sopra, due famosi irredentisti italiani di origine austriaca, arruolatisi nel nostro esercito: uno è Cesare Battisti, l’altro Guido Larcher, cui è intitolato il Rifugio omonimo, di fronte al ghiacciaio del Cevedale. Compagni d’idee e d’armi, i due ebbero un destino molto diverso: Battisti, com’è noto, fu fatto prigioniero dagli imperiali, processato e impiccato come traditore; Larcher invece portò a casa la pelle, continuò a far politica e divenne un alto gerarca fascista.

Arriviamo infine a capo della semicirconferenza lacustre, dove il torrente si getta nel lago con un ampio estuario. Ci troviamo in un ambiente veramente bellissimo, dove vi è un luogo di sosta che corrisponde all’antica Malga Palù, con tanto di sorgente. L’itinerario poi si biforca: verso sinistra ci s’inoltra nella valle, verso il Passo della Sforzellina (metri 3000), da cui poi si può raggiungere la mitica strada del P. Gavia, teatro di tante imprese ciclistiche; verso destra invece prosegue il sentiero che compie il periplo del lago. L’interesse naturalistico ci spingerebbe a continuare il cammino nella prima direzione, per esperienza sappiamo che, salendo per le tracce di sentiero che s’inerpicano verso le vette dove si annidavano le postazioni austriache, incontreremmo certamente molti animali, in primo luogo le marmotte, ma anche i camosci e molti rapaci, tra i quali l’aquila reale e l’astore.

Infatti, quei luoghi sono scarsamente frequentati dai turisti, ci arrivano solo bracconieri, guardie forestali e qualche arrampicatore interessato alle pareti rocciose sovrastanti. Purtroppo non abbiamo il tempo necessario, quindi ci accontentiamo di completare il giro del lago giungendo a Malga Giumella, poco sopra la diga di sbarramento, e discendendo poi per la vecchia strada militare predisposta durante il conflitto dai soldati austro-ungarici. Qui avevano progettato di costruire un secondo fortilizio, gemello del Forte Barbadifior che è situato sul versante opposto; ma il comando imperiale si accontentò poi di predisporre solo le immediate retrovie del fronte, dal quale giungevano i morenti, i feriti e le truppe distrutte dalla stanchezza e dai combattimenti, che venivano sostituite da rinforzi ancora freschi. I morti ad alta quota per lo più venivano lasciati sul posto, sommariamente sepolti nel fango e nella neve. Moltissimi la montagna ne ha restituiti negli anni successivi al 1918, e, purtroppo, ancora continua a restituirne, a un secolo di distanza, il ghiacciaio in costante ritirata. Negli ultimi quindici anni, ben sette salme senza nome, tutte appartenenti a soldati austro-ungarici, sono state portate nella chiesetta di San Rocco, poco sopra a Pejo, dove vi è un cimiterino di guerra, e seppellite nella nuda terra vicino all’ingresso, in tombe contrassegnate da semplici croci di legno. Su un cartello bilingue compare la scritta: “Qui sono sepolti militari ignoti caduti durante la più alta battaglia della Storia, il 2 settembre 1918” (cioè solo un mese e mezzo prima della fine della guerra). L’epigrafe conclude: “La loro presenza in questo luogo sia monito perenne agli uomini incapaci di pace”.

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Toscana – La Querce delle Checche, un patriarca che va difeso

Di Gianni Marucelli

Molti sono in Toscana gli alberi monumentali, i “patriarchi verdi” che meritano rispetto e protezione.

Non il più vecchio, ma uno dei più spettacolari è senz’altro la Querce delle Checche, che si trova in Val d’Orcia, presso Pienza. È quindi situata in uno dei paesaggi che hanno meritato dall’UNESCO il riconoscimento di “Patrimonio dell’Umanità”, e ciò avvalora ancor di più la sua presenza.

Si tratta di un imponente esemplare di Roverella (Quercus pusbescens), la circonferenza del cui tronco raggiunge i quattro metri e mezzo; ha un’età presumibile di circa 370 anni.

Questo vuol dire che, al tempo della Rivoluzione francese, era un albero già molto vecchio e che quando Garibaldi passò da queste parti (non sappiamo se si fermò ad ammirarla) era già un esemplare gigantesco e vetusto.

Il suo nome deriva da quello vernacolare delle Gazze (qui chiamate Checche, appunto) che tra i suoi rami costruiscono il nido. Intorno ad essa sono nate varie leggende: naturalmente, come per ogni esemplare arboreo così particolare, si narra che, sotto la sua chioma, si riunissero le streghe. Quel che è certo è che sotto di essa fu conservato un deposito di armi e munizioni, da parte dei partigiani, durante la Resistenza. Più recentemente, ha ispirato a un autore e cantante da poco scomparso, Mango, una bella canzone intitolata “L’Albero delle Fate”.

La bellezza e la notorietà, come il fatto di sorgere nelle immediate vicinanze di una strada asfaltata, non hanno però portato fortuna a questa Quercia; troppo spesso, infatti, la gente vi si avvicinava senza alcun rispetto. Ho visto, coi miei occhi, nel negozio di un fotografo, una foto in cui due corpulenti novelli sposi si sedevano su uno dei rami più bassi per farsi immortalare, ed è proprio in questo modo che, circa un anno fa, un ramo lungo più o meno una decina di metri è stato troncato.

Per fortuna, è scattata subito una reazione di solidarietà nei confronti del vecchio patriarca: si è formata un’associazione (“S.O.S. Quercia delle Checche”) cui hanno aderito migliaia di persone, il cui parere ha avuto un peso determinante nel far sì che la Regione Toscana, all’inizio del 2015, dichiarasse questo esemplare “Albero Monumentale”. E’ stata costruita una recinzione, sono stati posti dei cartelli e, a quanto pare, la salute della Quercia è ora monitorata dai botanici.

Ma l’unica protezione valida è la sensibilizzazione della gente che si ferma qui per ammirarla (vi è un apposito parcheggio), sperando che non venga in mente a qualche altro incosciente di sedersi su un ramo…

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Donatella Alamprese testimonial di Firenze (e dell’Italia) in Giappone

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Comincia oggi la nuova tournée della vocalist Donatella Alamprese e del chitarrista Marco Giacomini in Giappone, dove si recano per la terza volta in pochi anni, su invito dell’Istituto di Cultura italiano a Tokio. In particolare, Donatella e Marco si esibiranno a Kyoto, dove si celebra il 50° anniversario del gemellaggio con Firenze. L’evento, legato anche alla Manifestazione sul Genio di Leonardo, si terrà presso il Museo… di quella città, e vedrà i nostri musicisti in un programma tutto incentrato sulla canzone fiorentina: largo, quindi, ai “classici” di Odoardo Spadaro, ma anche a canti della tradizione contadina come “La biritullera”. Alamprese, messi da parte momentaneamente i suoi cavalli di battaglia di Tango argentino, si concentrerà poi, a Tokyo, su un programma del tutto internazionale, intitolato “Crossroads” (ossia crocevia musicali), dove potrà far valere la sua eccezionale vocalità in un concerto polilinguistico, in cui non mancheranno neppure delle canzoni in giapponese. Infine, la terza tappa della tournée vedrà impegnati i nostri musicisti a Osaka.

Insieme ai concerti più impegnativi, altre cinque esibizioni minori attendono i nostri amici: un impegno davvero notevole, se si considera che il periodo di permanenza nella terra del Sol Levante non supererà le due settimane.

Un “in bocca al lupo” di cuore ad Alamprese e Giacomini dalla Direzione e dalla Redazione de “L’Italia, l’uomo, l’ambiente”, in attesa di vederli tornare a esibirsi nei teatri italiani, arricchiti da questa nuova, importantissima esperienza.

 

Scaricate i volantini in PDF della tournée

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Censimento del cervo al bramito – Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi

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Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi ci invia la locandina e il pieghevole in cui si invitano tutte le Associazioni ambientaliste a propagandare l’iniziativa del censimento dei cervi “al bramito” (e dei lupi all’ululato), che si svolgerà a Settembre nel territorio del Parco stesso. Si cercano volontari, per questa attività che si svolge prevalentemente di notte. Diffondiamo con molto piacere!

A tutte le Associazioni ambientaliste toscane ed emiliano-romagnole.

Siamo ad inviarvi in allegato la lettera d’invito al prossimo
Censimento del cervo al bramito (più locandina e brochure dell’evento)
da parte della Direzione del Parco Nazionale delle Foreste
Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, con preghiera di massima
diffusione tra i vostri circoli, affiliati e interessati.

L’evento si terrà nell’area protetta dal 24 al 26 settembre prossimi.
Grazie per l’attenzione e un cordiale saluto,

Dott. Mattia Speranza
Collaboratore D.R.E.Am. e PNFC per la realizzazione dell’evento

Fonte della fotografia: http://www.gonews.it/2014/04/02/stia-un-censimento-sui-cervi-nel-parco-del-casentino-ascoltati-i-bramiti-almeno-370-gli-esemplari-maschi/

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TRENTINO ALTO ADIGE: QUELL’IMMENSO GHIACCIAIO CHE ESISTE SOLO NELLA MIA MEMORIA

Di Gianni Marucelli

Quante volte leggiamo sui giornali o sentiamo in TV che i ghiacci si stanno ritirando su tutto il pianeta, dall’Artide all’Antartide, passando per le grandi catene montuose a nord e a sud dell’Equatore, a causa del riscaldamento globale?

Bene, tutto ciò può impressionarci, ma non mai come quando possiamo constatare con i nostri occhi l’andamento del fenomeno.

A me è capitato questa estate, e precisamente intorno alla metà di Luglio, di tornare, dopo più di un quarto di secolo, a un punto di osservazione davvero privilegiato, dal quale è possibile godere della visione del più esteso dei ghiacciai delle Alpi orientali, quello del Monte Cevedale (m. 3750).

Si tratta del Rifugio Larcher (m. 2616), raggiungibile con una facile, seppur faticosa, passeggiata, dal limite settentrionale della Val di Pejo. Siamo in Trentino, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio, una zona dominata dal massiccio montuoso del Monte Vioz e appunto, del Cevedale, resi indimenticabili agli occhi del visitatore dal candore dei ghiacci perenni che vi dimorano.

Il Rifugio, dall’ultima volta che vi sono stato, è stato rinnovato ed è ora veramente molto accogliente: all’esterno sventolano sempre i vessilli dell’Italia, dell’Unione Europea, dell’Austria e del C.A.I., i tavolini sono affollati di escursionisti, in calzoncini corti e maglietta (il che la dice lunga su quale sia la temperatura di questo mese di luglio a un’altezza superiore a 2500 m.), uno stormo di gracchi alpini (Phirrocorax graculus) vola a bassissima quota in attesa di carpire qualche briciola dalle colazioni al sacco dei turisti. Sono intelligenti e piuttosto confidenti, questi corvidi d’alta quota, me lo ricordavo bene: se gli offrite una mollica e state a qualche metro di distanza, è agevole fotografarli, come potete vedere dall’immagine acclusa.

Bei momenti, da trascorrere sorseggiando una Radler o assaggiando uno dei dolci tipici che costituiscono la parte più “golosa” del menu del rifugio; non fosse per la stretta al cuore che provi quando, dalla vetta candida della montagna, la vista scorre verso il basso, lungo la vedretta, che non è più tutta scintillante come ricordavi, ma si tinge a tratti di un colore più cupo, blu intenso, dove il ghiaccio non è più protetto dalla neve recente e si intuisce facilmente che la fusione, soprattutto d’estate, deve essere rapida. Ma il dramma ha inizio più in basso, dove, ben mi ricordo, trenta anni or sono il ghiacciaio attanagliava ancora la roccia per centinaia di metri… ed ora è totalmente svanito… ridimensionato come un gelato alla crema nelle mani di un bambino troppo goloso.

Qui però non si tratta di qualche centimetro di Buontalenti, ma di uno spessore di decine e decine di metri di neve, solidificatasi in ghiaccio durante migliaia di anni, che si è squagliato nel giro di qualche decennio.

Qualcuno mi dice che sul lunghissimo crinale risplendente di neve al sole, dove ora minuscoli puntini si muovono, indicandoci che vi è una cordata in ascensione, un tempo non molto lontano la via era agevole, niente più che una lunga e faticosa escursione sulla neve, mentre adesso essa è infida, costellata di mutevoli crepacci, per cui ci si può avventurare solo con guide alpine molto esperte…

E il resto del ghiacciaio? Tutto, tutto è condannato a scomparire nel giro di altri venti, trenta anni, cosa del resto comune agli altri “fratelli di gelo” delle Alpi.

Ormai, non possiamo farci niente, tranne qualche miserando tentativo di “preservare” dei tratti interessati dallo sci estivo, coprendoli con teloni, come è accaduto per il vicino ghiacciaio dell’Adamello, sopra il Passo del Tonale.

E non è tutto: dove la roccia è più friabile, come sulle Dolomiti, lo scioglimento dei ghiacciai sta provocando, e sempre più provocherà, fenomeni di sfaldamento, frane, crolli di intere pareti…

Scendo lungo la Val de Lamare, dalla tipica forma a U propria delle valli d’origine glaciale, e so che anche qui, un secolo o due fa, il ghiacciaio era ben vivo, sorgente d’acqua e di vita per le genti e gli animali più in basso. Ne sono testimonianza le “rocce montonate”, che presentano le tracce d’erosione provocate dal peso e dai movimenti del ghiacciaio nel corso del tempo.

Qualche bellissimo fiore alpino, con i suoi colori, cerca di distrarmi dalle mie non liete meditazioni.

Lo fotografo per portarmelo a casa, senza danneggiarlo. Una nota cromatica con cui chiudo questo articolo.

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