Framura, un angolo di Liguria

Di Guido De Marchi

 

La Liguria, da Riva Trigoso a Portovenere, è tutta un susseguirsi di scogliere e calette che fanno da contorno al Bracco, più o meno al centro di questo arco abbiamo Le Cinqueterre. L’intero territorio, costellato di piccoli comuni e borghetti, offre degli indimenticabili scorci panoramici sia in direzione levante che ponente. Lontano dalla fascia costiera sorgono decine di paesi abbarbicati sui cucuzzoli o sui passi che portano alle valli interne; anche qui i panorami sono ricchi di fascino e di serenità. Dovunque è visibile il mare.

Sino alla fine del XX secolo queste località erano frequentate da un pubblico stagionale ed affezionato che rendeva i paesi del Bracco e della costa pieni di vita, di iniziative sia sportive che culturali.

Attualmente in questi paesi si vive una stagione effimera, a cavallo del ferragosto, e durante i fine settimana tipo “mordi e fuggi”; e questo mi fa tornare alla memoria un film degli anni sessanta – intitolato “Brigadoon” – che riviveva una giornata ogni cento anni.

Tuttavia devo notare che questa è una situazione di livello internazionale perché anche in Francia e in Portogallo ho notato la stessa tendenza: la gente si accumula nelle città e i paesi si spopolano per rivivere solo in determinate occasioni. Girando per l’Europa ho visto paesi stupendi che sembravano abbandonati, però nei week-end ritrovavano una o due giornate di vita.

La cosa preoccupante di questo abbandono dei paesi è l’incuria. Nella zona del Bracco molte terre hanno smesso di essere coltivate e i muretti a secco dei terrazzamenti agricoli vanno lentamente crollando. Là dove erano vigneti e uliveti ha ripreso vita la macchia mediterranea e stanno nascendo boschi di lecci e roveri accompagnati da erica arborea, corbezzoli e mirto, bordati dal lentischio.

Questo abbandono produce spesso frane rovinose e altri disastri ambientali.

L’incontrollata proliferazione dei cinghiali scoraggia i pochi contadini restanti che vedono le loro fatiche distrutte in una notte di scorrerie di questi animali mentre la reintroduzione del lupo scoraggia la pastorizia che abbandona questi territori. A completare il quadro c’è la moria dei pini e la malattia dei castani: gli alberi muoiono crollando gli uni sugli altri dando vita a radure che si riempiono velocemente di rovi diventando intransitabili.

In questo quadro sopravvivono solo le iniziative legate alle zone costiere o a quelle facilmente accessibili in auto.

Nel territorio framurese si sta creando una passeggiata sulla scogliera che è molto suggestiva.

Occorre tenere presente che a Framura il territorio è caratterizzato da due realtà geologiche diverse: dal centro del paese a ponente il territorio è di origine sedimentaria, a levante è di origine effusiva e pertanto le scogliere risultano molto differenziate.

Sempre da Framura sino a Levanto, passando per Bonassola, è stata realizzata una pista ciclopedonale sfruttando vecchie gallerie ferroviarie dismesse: cinque kilometri godibilissimi per gli improvvisi scorci che si colgono nelle aperture sul mare.

Devo dire che l’abbandono dei paesi ha rallentato il processo di cementificazione selvaggia che stava per aggredire queste zone, ciò ha permesso di conservare un territorio naturalistico e selvaggio dove non è raro incontrare animali selvatici di tutti i generi, dall’upupa, alle poiane, ghiandaie, scoiattoli, tassi, oltre a cinghiali, rettili e uccelli di vario tipo, uno più intraprendente dell’altro. Insomma, nonostante l’abbandono in questi territori si possono trovare percorsi di una bellezza unica, circondati dal profumo della macchia e dai suoni di una natura sempre in vitale fermento.

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Sardegna – Ola, il nuraghe col cappello, ha bisogno di aiuto

Di Alberto Pestelli

Il Nuraghe Ola di Oniferi - © Alberto Pestelli  2005

Il Nuraghe Ola di Oniferi – © Alberto Pestelli 2005

Quando nel 2005 passammo per Oniferi diretti a Tonara (in cerca del torrone agognato…), lo vedemmo dalla strada. Solitario, sta sulla cima di un basso poggio con una particolare caratteristica: un albero cresciuto sulla sua sommità. Impossibile non essere attratti da tale curiosità. Ci siamo fermati sul ciglio della strada e abbiamo scattato qualche fotografia.

Quell’albero sembra che sia lì a proteggere, con la sua chioma, le vestigia del passato, testimonianze del tempo che non si arrende all’oblio. E invece… e invece non è proprio così perché quell’albero ha causato più danni alla struttura del nuraghe che il tempo stesso. Ma non solo lui. Anche il maltempo ha fatto la sua grande parte.

Anche se non è uno dei più grandi e famosi di tutta la Sardegna, il nuraghe Ola è l’orgoglio di Oniferi. A differenza dei complessi nuragici di Su Nuraxi a Barumini, del nuraghe Losa, del Nuraghe Arrubiu di Orroli, di Seruci, l’antica costruzione è una monotorre alta circa una decina di metri. Ha dodici metri di diametro e risale agli ultimi anni dell’età del bronzo. È stato edificato utilizzando due tipi di materiale: blocchi granito per la base e blocchi più piccoli di trachite per la parte superiore. La tholos del nuraghe è integra ma non è più presente la lastra che chiude la volta. Da questo foro entrano i raggi solari durante il solstizio d’estate che illumina l’interno della costruzione.

Foto proveniente dal sito www.gentedisardegna.it

Foto proveniente dal sito www.gentedisardegna.it

Fino a poco tempo fa era presente una scala interna. Agli inizi di febbraio 2015 essa è crollata. Eppure questo pericolo era già stato segnalato fin dal 2008 alla sovraintendenza per i beni archeologici. Come spesso accade niente è stato fatto per mettere in sicurezza il nuraghe. Solo la giunta comunale di Oniferi si è mossa per cerca di salvare il monumento della comunità stanziando circa ventiquattro mila euro.

Il Nuraghe Ola di Oniferi - © Alberto Pestelli  2005

Il Nuraghe Ola di Oniferi – © Alberto Pestelli 2005

Questa piccola boccata di ossigeno è già qualcosa ma non è giusto che solo il Comune di Oniferi si prenda carico dell’onere e sborsare il denaro necessario.

Scontata è la solita domanda… dov’era a quel tempo lo Stato? E oggi, dov’è?

È mai possibile che non si riesca a comprendere che dobbiamo investire per promuovere la cultura se vogliamo veder crescere il nostro paese? Ogni volta che ricordo le parole di un ministro dell’economia di un governo di qualche anno fa (disse che con la cultura non si mangia…) mi assale la rabbia!

La cultura, i beni culturali sono fonte inesauribile di ricchezza per il nostro Paese. Sfruttiamoli.

I contadini un tempo dicevano… sotto la neve c’è il pane. Oggi voglio aggiungere qualcosa di mio: anche nei campi della Cultura cresce il pane!

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Sardegna – Ola, il nuraghe col cappello, ha bisogno di aiuto di Alberto Pestelli © 2 aprile 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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La Scuola di Giullari e Menestrelli

La Compagnia del Cocomero, nata a Firenze nel giugno 2003, si esibisce a Borgo San Lorenzo (FI) con la regia di Beltrando Mugnai, coadiiuvato da Paola Capitani e Vasco Teodori.

Un articolo di Paola Capitani

La Compagnia del Cocomero è formata da volontari occasionali impegnati in attività teatrali. La Compagnia è anche Scuola di Giullari e Menestrelli, i quali si muovono con occasionali compagni di viaggio, unendo esperienze e dialetti, abitudini e modi di dire. Un mosaico di esperienze e di affinità alimentate dall’entusiasmo e dalla comunicazione con il solo obiettivo di portare serenità e armonia, benessere e amicizia. L’arte ci consente di esprimere le nostre emozioni, di manifestare quanto ci appartiene e che spesso abbiamo timore a esprimere.La Scuola di Giullari e Menestrelli ha questa caratteristica e questi obiettivi: portare allegria e amenità a chi ne ha bisogno e soprattutto giocare scherzando e scherzare giocando.

giullari-menestrelli3bigIl trucco c’è: riprendersi spazi e interazioni, cercando di salvarsi da aridità ed egoismo, dalla superficialità e dall’apparenza. Grazie a un simpatico gioco di ruolo si passano momenti magici, intrigando con la fantasia e creando complicità innocue ma profonde, scambi di umori e di tensioni, recuperando un benessere interiore, senza controindicazioni e senza costi. Non ci sono guadagni ma un sicuro corroborante passatempo e un’ottima terapia, soprattutto per chi lo pratica, con l’obiettivo di vivere meglio il quotidiano, giocando con l’ironia e il buonumore, creando sinergie e comunicazione, con la collaborazione e l’impegno di tutti per creare una rete che non è Internet, ma si muove nascosta muovendo i fili dell’anima e dell’affetto.

Licenza Creative CommonsScuola di Giullari e Menestrelli di Paola Capitani è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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