Passeri addio?

Di Gianni Marucelli

Come riportava martedì scorso “La Repubblica”, in un ampio servizio, preoccupa, e molto, gli ambientalisti e gli ornitologi, il rarefarsi di molte specie di passeriformi italiani, constatato in questi ultimi anni. In prima linea, il comune passero (Passer Italiae), che, come facile del resto osservare, non forma più stormi di numerosi individui. Anche altri uccelletti simili sono in via di rapida diminuzione: fringuelli, luì, verdoni, cince allietano sempre meno, coi loro cinguettii, campagne e periferie cittadine. Se a ciò si aggiunge, come abbiamo detto su queste pagine alcuni mesi fa, che il numero delle rondini (e affini: balestrucci, topini, rondini alpine ecc.) è in costante diminuzione da alcuni decenni, è evidente che il fenomeno costituisce un pessimo segnale relativo alla salubrità dell’ambiente.

In realtà, le cause certe di questo declino di parte dell’avifauna nostrale non sono state ancora acclarate; per gli uccelli insettivori, è probabile che essi stiano letteralmente morendo di fame, dato che anche gli insetti sono in rapida diminuzione; come anche, per la loro riproduzione, sembrerebbe essere influente il fatto che molti pesticidi nicotinoidi (derivati cioè dalla nicotina) sono tuttora in uso, in grandi quantità, in agricoltura. Alcuni esperti evidenziano inoltre il fatto che alcune specie predatrici delle uova e dei piccoli, sia delle rondini che dei passeracei, sono in costante aumento, basti pensare alle gazze, ma soprattutto alle cornacchie grigie, le quali, un tempo confinate molto a nord, hanno iniziato a colonizzare le altre zone italiane fin dagli anni ’70 del secolo scorso, occupando le nicchie ecologiche di altri uccelli meno adattabili.

Che cosa possiamo fare? Ben poco, purtroppo, se non fornire durante il periodo freddo calorie aggiuntive a questi piccoli volatili, lasciando briciole e altro cibo in abbondanza sui balconi e nei giardini, o ponendo in opera nidi artificiale, facilmente reperibili, che però sono utilizzati soprattutto da alcune specie di uccelli, come le cince.

La scomparsa di questi piccoli amici è, in fondo, un altro grido della Terra ferita… un grido che solo da poco abbiamo imparato ad ascoltare.

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Sardegna – Il sito archeologico di Pranu Mutteddu

Di Alberto Pestelli

Pranu Mutteddu - © Alberto Pestelli 2009

Pranu Mutteddu – © Alberto Pestelli 2009

Nei pressi del piccolo comune di Goni (in provincia di Cagliari) si trova una delle più importanti aree archeologiche della Sardegna prenuragica. Si tratta dell’area funeraria di Pranu Mutteddu.

Pranu Mutteddu - © Alberto Pestelli 2009

Pranu Mutteddu – © Alberto Pestelli 2009

La zona è stata oggetto di scavo e di studi in più riprese (a partire dal 1980) ad opera di Enrico Atzeni.

Pranu Mutteddu - © Alberto Pestelli 2009

Pranu Mutteddu – © Alberto Pestelli 2009

A Pranu Mutteddu è stata rinvenuta la più alta concentrazione di menhir e megaliti di tutta la Sardegna: sono state contate una sessantina di queste strutture disposte nei modi più disparati, in allineamento, a coppia oppure a formare una specie di triade che io ho ribattezzato con un po’ di fantasia la “sacra famiglia”.

Pranu Mutteddu - © Alberto Pestelli 2009

Pranu Mutteddu – © Alberto Pestelli 2009

Nella zona è presente una necropoli a domus de janas.

Pranu Mutteddu - © Alberto Pestelli 2009

Pranu Mutteddu – © Alberto Pestelli 2009

Si arriva all’area archeologica dalla SS131 uscendo a Monastir e prendendo la strada per Senorbì. Da qui prendete la SP23. Poco prima di giungere a Goni troverete l’ingresso del sito proprio lungo la provinciale. Impossibile sbagliare.

Pranu Mutteddu - © Alberto Pestelli 2009

Pranu Mutteddu – © Alberto Pestelli 2009

Pranu Mutteddu (pranu vuol dire pianura, piano o pianoro) è un esteso altopiano arenaceo e scistoso del Gerrei, una regione del sud-est della Sardegna.

Pranu Mutteddu - © Alberto Pestelli 2009

Pranu Mutteddu – © Alberto Pestelli 2009

L’area archeologica si trova all’interno di una suggestiva sughereta.

Il sito è ben organizzato e i visitatori saranno guidati da personale esperto. L’area offre un servizio di ristorazione (www.pranumutteddu.com). Il parco è aperto tutti i giorni. L’ingresso è di € 4,00 (la guida è gratuita) per gli adulti e di € 2,00 per gli studenti.

Pranu Mutteddu - © Alberto Pestelli 2009

Pranu Mutteddu – © Alberto Pestelli 2009

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Reti ovvero cooperazione e terminologia

Di Paola Capitani

“Internet2” di Fabio Lanari – Internet1.jpg by Rock1997 modified.. Con licenza CC0 tramite Wikimedia Commons.

Poiché il concetto di rete richiama il concetto di tecnologia e Internet sui quali non occorre spendere altre parole, mi preme richiamare l’attenzione sui concetti base di qualsiasi rete. Il termine, infatti, è ”insieme di procedure”, “cooperazione”, “sinergie” e ”collegamento”, per cui non si può andare in RETE se prima non si costruisce la vera Rete e non si creano i presupposti per la cooperazione e le sinergie.

Da più parti e in più contesti è stato ribadito il concetto che oggi non vince più chi è grosso e forte, ma chi è veloce. Per muoversi con agilità di procedure occorrono agilità di pensiero, le opportune conoscenze per sfruttare le sinergie e le esperienze in una ottica di condivisione per obiettivi a lungo termine da raggiungere attraverso i piccoli passi.

Per effettuare questo iter è fondamentale agire in cooperazione mettendo in comune le risorse, le esperienze, i prodotti, le conoscenze, le competenze per comporre un insieme che diventa la vera rete, essenziale per agire velocemente in economia di sforzi. Termini come joint venture, cordata, team building, time sharing, sono il nostro pane quotidiano

Per agire in tal senso occorre condividere la terminologia, concetti comuni condivisi: se non ci si capisce non si comunica e se non si comunica non si procede per obiettivi condivisi. È vero che ognuno è libero di muoversi in perfetta autonomia ignorando ciò che avviene intorno e non tenendo conto delle esigenze di eventuali partner, ma il contesto nel quale operiamo ci mostra sempre più che se si vogliono perseguire obiettivi rapidi e mirati la scelta obbligata della sinergia è quella premiante. Anche se in un clima di completa democrazia ben vengano gli eremiti e i solisti con quel che ovviamente tale scelta comporta.

La globalizzazione – termine diventato fastidioso – ci ricorda che utilizziamo procedure nate in India, veicolate in inglese e utilizzate ovunque nel mondo, oppure che in tempo reale assistiamo a eventi che per sempre hanno segnato la nostra storia (l’11 settembre è ormai un simbolo di questa immediatezza di partecipazione). In un tale contesto ben vengano prodotti, idee, movimenti, risorse frutto di artigianale provenienza, per organizzare cordate e cooperazioni fa risparmiare tempo, soldi, errori e soprattutto per confrontarsi socializzando.

Ci muoviamo in un contesto apparentemente omogeneo fatto di informazione e ricerca ma che denota metodi, procedure e punti di vista profondamente lontani tra di loro: biblioteche, archivi, centri documentazione, centri di ricerca, scuola e università. Il mondo della ricerca solo apparentemente sembra parlare la stessa lingua (ma noi che ne siamo all’interno sappiamo quali sono le differenze tra soggettari, glossari, dizionari, thesauri che pur trattano del medesimo problema). Spesso punti di vista a volte quasi diametrali tra loro e che necessitano ponti, legami e correlazioni per evitare di creare fratture e quel che è peggio mancanza di comunicazione: senza di questa oggi non si può procedere in questo terreno delicato e pieno di trappole. Occorrono buon senso, lungimiranza e rispetto, alla base di qualsiasi progetto che abbia obiettivi mirati, metodi condivisi e verifiche programmate in un’ottica di pari dignità e pari responsabilità, in tempi possibilmente brevi.

Coordino da oltre quindici anni un gruppo operante nel settore della terminologia che si avvale delle conoscenze ed esperienze di autori, editori, bibliotecari, insegnanti e ricercatori e ovviamente utenti. Questo gruppo sta marciando bene forse anche perché è spontaneo e si basa sulle esigenze vissute, sulle esperienze condotte in uno spirito di totale compartecipazione, per il raggiungimento di un comune fine.

Da altrettanti anni coordino un gruppo teatrale amatoriale che oggi sta lavorando su piazze diverse e che si chiama Giullari e menestrelli, anche per citare la libertà del giullare che può dire anche al sovrano quel che pensa, ma che si muove agilmente tra le varie località e in ambienti completamente diversi. Case, scuole, carceri, residenze assistite, dove si usa la fantasia e la cultura, la musica e l’improvvisazione, ma soprattutto il cuore e la partecipazione, senza i quali nessun intrattenimento avviene. Come dice Shakespeare… la battuta non passa solo dalla bocca dell’attore ma soprattutto dal cuore dalle emozioni dello spettatore.

Tutto avviene a costo zero, sia nel caso del Gruppo web semantico che in quello dei Giullari (se non l’ospitalità degli enti organizzatori) e una partecipazione sempre più attiva e costruttiva, ma soprattutto diversificata e varia nel tempo: il metodo è collaudato. Occorre evitare le burocrazie e muoversi per obiettivi, sfruttando i rapporti personali e professionali quali leve fondanti del buon risultato delle manifestazioni.

Il concetto di Rete, con il quale convivo ormai da oltre trenta anni, mi ha convinto che lo schema vincente è costituito da: CHIAREZZA DI OBIETTIVI, METODI VALIDI, RISORSE UMANE e TECNOLOGICHE; COOPERAZIONE; RAPPORTI INTERPERSONALI, COOPERAZIONE, AGILITA’, FLESSIBILITA’, COMPETENZE PROFESSIONALI, PROGRAMMAZIONE DEI TEMPI, VERIFICHE e ovviamente MODIFICHE NECESSARIE.

I vantaggi evidenti. Ci si diverte con facilità e cultura, creatività e fantasia e oggi ci si sta muovendo su varie piazze quali Borgo San Lorenzo, Firenze, Nicola di Ortonovo (La Spezia), Rimini, e forse altre città. Servono solo disponibilità, tempi, flessibilità e reti umane.

 

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FIRENZE – Il parco delle sequoie

Di Gianni Marucelli

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il castello di Sammezzano è circondato da un immenso parco in cui vivono alcune delle Sequoie più grandi d’Italia

A circa 30 km. da Firenze, alto su un colle in località Leccio (Reggello), si leva uno dei gioielli dell’architettura neo-gotica, in stile moresco, in Italia, il Castello di Sammezzano, fatto costruire nella prima metà del XIX secolo, sui ruderi di una precedente costruzione, da Niccolò e Ferdinando Panciatichi.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Dell’interno del Castello, e delle sue caratteristiche di percorso “iniziatico”, abbiamo parlato in un precedente articolo, che metteva anche in rilievo le precarie condizioni in cui versa l’edificio, da molti anni chiuso e trascurato dalla proprietà.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Lo stesso, purtroppo, si può dire del Parco, in cui il sottobosco ha ripreso ampiamente il suo ruolo e le rampicanti, come l’edera, soffocano i grandi alberi: lecci secolari, querce, ma soprattutto sequoie, sia della specie Sequoia sempervirens che di quella Sequoiadendron giganteum (in verità, ne rimane solo una), oltre a Cedri del Libano, Chamaecyparis, Tassi di grandi dimensioni e molte altre specie, anche esotiche.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Lo stradello carrozzabile che dal basso porta fino alla Villa è in parte franato, e moltissime piante, d’ogni genere ed età, giacciono al suolo, con le radici tristemente rivolte al cielo.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

In tali condizioni di degrado, purtuttavia il Parco costituisce sempre uno spettacolo unico: più di cento esemplari di Sequoia si possono ancora ammirare, alcuni dei quali piantati attorno al 1850, e quindi già vecchi di un secolo e mezzo. La Sequoia più alta tocca i 46 metri, e molte altre superano i 35 metri. Giganti originari della California, qui posti a dimora dagli industriosi e geniali fratelli Panciatichi, che per l’acquisizione delle pianticelle, d’ogni genere, si rivolgevano al Vivaista francese Burnier, a Firenze. Tornando alle Sequoie, dall’ottimo libro dell’amico Tiziano Fratus (“L’Italia è un bosco”, ed. Laterza), che è il più grande esperto italiano in materia, apprendiamo che la più robusta di esse (la Sequoia Gemella) ha un tronco, misurato ad altezza di petto umano, del diametro di 842 centimetri, mentre le altre superano in molti casi i 400.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Ognuno di questi giganti è dotato di un apposito cartello numerato: la sequenza supera abbondantemente i 100. Le Sequoie più interessanti (oltre a quella Gemella, posta altrove) si trovano a circa metà salita, ove un ampio prato è bordato appunto da questi alberi; all’interno di esso si trova l’unico esemplare di Sequiadendron Giganteum sopravvissuto. Procediamo ancora, incontrando qualche cane a passeggio con relativo padrone e rari appassionati di footing.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

La strada regionale Firenze-Arezzo è ormai lontana, i suoi rumori giungono attutiti; molto più vicino e godibile il chiacchericcio dei piccoli uccelli della macchia e anche il gracchiare di gazze e ghiandaie. Di tanto in tanto notiamo i segni di quel che un tempo doveva costituire la sistemazione a vero e proprio giardino di quel che ora è un bosco pressoché inestricabile: un condotto sotterraneo di cui ignoriamo lo scopo, l’antico portale di accesso alla villa, la casa che probabilmente dava ospitalità agli addetti alla manutenzione, una vasca dove nuotano solo delle bottiglie di plastica vuote…

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Poi, in mezzo al verde, fa capolino il Castello, in tutta la sua maestosità… Essendo chiuso ormai da decenni (io me lo ricordo adibito a Hotel e ristorante di lusso, ma ero giovane…) ha patito le ingiurie del tempo, ma chi lo ha potuto visitare di recente (ad es. le telecamere del TG regionale della Toscana) assicura che il complesso architettonico e le sue meraviglie di stucchi e di affreschi può essere ancora salvato, poiché i danni sono per ora limitati.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Qualche anno fa fu costituito un Comitato locale per la salvaguardia e il recupero del monumento, ma l’impresa sembra davvero assai ardua, essendo la proprietà di una SRL a capitale, a quanto pare, straniero. Ma c’è anche di peggio: un ecomostro in cemento, il cui scheletro è visibile a non più di cento metri dal castello, fu iniziato forse una trentina di anni fa, e mai portato a termine… ma neanche abbattuto, se è per quello. Doveva essere adibito ad Hotel di extra-lusso, e forse è meglio che sia rimasto allo stadio larvale. Sarà più facile raderlo al suolo, quando e se verrà l’occasione.

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Mentre discendiamo verso l’auto (per visitare il parco – nessuna formalità – dovrete lasciarla in uno spiazzo presso la strada regionale) ci appare l’ultimo insulto fatto a questo luogo prezioso, che in ogni altro Paese civile del mondo sarebbe oggetto di culto turistico: un megacentro industrial-commerciale dove per prima campeggia l’insegna di Prada…

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

Il parco delle sequoie del Castello di Sammezzano © Gianni Marucelli 2015

“Il diavolo veste Prada”: avesse ragione il titolo del film?

 

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Un intrigo entusiasmante! Gli Ubaldini tra di noi

Una recensione di Emanuela Periccioli

Riccardo Bellandi, I Signori Dell’Appennino

SIgnori-dellAppenninoCentro D’Incontro, Banca Del Tempo di Borgo San Lorenzo, martedì 7 aprile ore 21,00 ritorna per la seconda volta in Mugello Riccardo Bellandi con il suo affascinante romanzo .

Quanti IDEALI cavallereschi ed amori complessi e contrastati, quanti combattimenti ed intrighi di potere, uno scontro feroce tra Guelfi e Ghibellini per il controllo della Toscana e le avventure intriganti del giovane Tano che ci guidano e avvincono nella lettura.

Un ROMANZO STORICO, dunque cioè un’opera narrativa in prosa, in cui vengono raccontate varie vicende, fantastiche o verosimili, di uno o più personaggi, questa la generica definizione. Il romanzo storico è infatti in genere un tipo particolare di romanzo, che si basa sulla rappresentazione di fatti e personaggi inventati, sulla rappresentazione della società e del costume, con particolare attenzione per la classe nobile e/o borghese. Ma in questo romanzo si va oltre, si delinea una società così visibile da essere resa  reale sotto i nostri occhi, dalle connotazioni verbali precise e specifiche usate per descrivere abbigliamento, luoghi, personaggi, dalle descrizioni puntigliose e dettagliate, dall’ardore dei protagonisti, dagli odori che si sprigionano in ogni pagina emergono sensazioni che investono tutti i sensi e il solo leggere appare banale, l’immedesimazione è totale inebriante ma in molte pagine anche ripugnante proprio per gli aspetti realistici e macabri della incalzante narrazione.

“Alma Domus Ubaldini!” in coro l’orda degli assalitori rispose:”Quis Dominatur Appennini?” urlo di battaglia di Ubaldino

Tano si faceva largo con la spada in pugno, mentre intorno a lui divampava irrefrenabile il saccheggio. I suoi occhi annotavano immagini sempre più drammatiche e selvagge, inizi di incendi;  porte sfondate; uomini e donne agonizzanti sulla strada di fronte alle abitazioni, mentre gli assalitori si contendevano il bottino o già si dileguavano curvi sotto i sacchi colmi di refurtiva; donne dalle vesti strappate inseguite da branchi di soldati; ricchi mercanti e artigiani che vagavano con dita e mani mozzate per aver indossato anelli o bracciali. La gola e le narici si riempivano di quell’odore di sangue misto a fumo tipico dei campi di battaglia; acre e dolciastro, pesante e nauseabondo. Nella testa risuonavano i fragori di scaramucce, i lamenti dei feriti, le urla angosciate delle donne, i pianti dei bambini”

Accanto a personaggi storici realmente esistiti, si muovono personaggi inventati, ma verosimili, perché riflettono nel loro modo di pensare e di comportarsi la realtà storica e sociale di quell’epoca. Siamo sorpresi poi dalla folla, dalla presenza cioè  di personaggi collettivi come il popolo che materializza di fronte ai nostri occhi  atteggiamenti significativi nei confronti degli eventi politici e sociali del Medioevo in Toscana. 

L’accattivante contesto storico duecentesco a partire dal Mugello e dalla Toscana tutta, si esalta negli scontri faziosi tra I grandi Signori che hanno segnato i territori come i Guidi, gli Alberti, gli Aldobrandeschi e gli Ubaldini appunto, dei territori  vengono descritti aspetti reconditi e sorprendenti, dei personaggi che vi gravitano analizzati gli usi, i costumi, il linguaggio e i modi di vita. 

Pagina dopo pagina si delineano episodi intriganti, personaggi eroici e semplici comparse in un mondo altro molto simile comunque nei risvolti emotivi e passionali, nelle scelte e negli entusiasmi a quello di oggi.

Un grande affresco in cui tra vicende storiche si delineano personaggi che soffrono, che si umiliano, che amano e che nella quotidianità intraprendono scelte che dettano i loro destini. Assedi come quello particolarmente cruento di Montaccianico e la difesa eroica dei Signori dell’Appennino sotto lo sguardo di regia del Cardinale Ottaviano, vicende di semplici contadini rovinati dalla guerra così devastante e tanto altro ancora.

In questo grande romanzo siamo catturati dalla magia e dalla grande competenza dell’autore di filtrare la storia attraverso lotte, amori e ideali dei personaggi, che si muovono nelle pagine così agili e visibili da apparirci  balzanti di fronte prepotentemente, insistentemente, chiedendo di proseguire nella lettura per il  bisogno insistente di capire, di schierarsi dalla parte giusta, di andare oltre la vicenda narrata per comprenderne il significato più profondo, quello storico appunto.

Immancabile la lettura da parte delle migliaia dei Mugellani che attualmente gravitano in quelle belle terre  pedemontane così segnate da trascorsi romantici e feroci; imperdonabile per tutti gli amanti del medioevo e dell’intreccio storico perdersi un simile romanzo.

Da leggere tutto di un fiato in attesa di un seguito

Emanuela Periccioli

Ricordatevi tutti che 

LEGGERE DANNEGGIA SERIAMENTE LA VOSTRA IGNORANZA

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Donatella Alamprese: El nuevo tango di Piazzolla e Cosentino

 

Donatella Alamprese(1)(2)

CARISSIME E CARISSIMI,

SIAMO FELICISSIMI DI INVITARVI AD UN EVENTO SPECIALE: DUE MITI DEL TANGO, IL GRANDISSIMO ASTOR PIAZZOLLA E SAUL COSENTINO, SUO COMPAGNO DI AVVENTURE E SUO EREDE:

IN SCENA CON ME E MARCO GIACOMINI, CHE ABBIAMO L’ONORE DI CONOSCERE PERSONALMENTE IL MAESTRO COSENTINO E COLLABORARE CON LUI, IL PREZIOSO BANDONEON DI FRANCESCO FURLANICH E IL RARO VIOLINO DI ROBERTO CECCHETTI:

UN’ OCCASIONE SPECIALE PER ASCOLTARE TANGHI MAI ESEGUITI E VIVERE TUTTA L’ EMOZIONE E L’ ENERGIA DEL TANGO NUEVO: DEL TANGO DI BUENOS AIRES.

DONATELLA ALAMPRESE

retrp AlampreseInfo e prenotazioni   Teatro di Cestello 055/294609     prenotazioni@teatrocestello.it – Biglietti on-linehttps://www.facebook.com/events/1078861518797129/https://www.youtube.com/watch?v=HG6u__xxYJA

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Fate la Rivista insieme a noi!

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L’Italia, l’uomo, l’ambiente non è un periodico on line come la maggior parte degli altri: è un modo semplice ma efficace per far conoscere e per difendere l’ambiente in cui viviamo. Per questo, tutti i nostri collaboratori sono volontari e, in maggioranza, non sono professionisti della comunicazione.

La loro ricompensa è costituita dal veder pubblicati i propri scritti e dalla consapevolezza di poter contribuire, in questo modo, a preservare la ricchezza naturale, storica, artistica e culturale del nostro Paese.

Stiamo cercando di “coprire” tutte le regioni italiane con i nostri servizi: per raggiungere questo obiettivo, abbiamo bisogno che chi ci legge, se ne ha il tempo e la voglia, collabori, senza alcun impegno formale, con noi, inviandoci articoli che trattino le peculiarità delle zone in cui vivono, ivi incluse le denunce di situazioni di abuso del territorio, che troppo spesso passano sotto silenzio.

È bene che ciascun scritto sia corredato di immagini fotografiche (non professionali), meglio se proprie, oppure prese dal web specificando la fonte di provenienza (la miglior fonte è Wikipedia che, come noi, si avvale delle licenze Creative Commons). Oppure, se non avete o trovate alcuna fotografia, ci penseremo noi usando, come detto sopra, Wikipedia.

Le regioni in cui maggiormente abbisognamo di collaboratori sono le seguenti: Piemonte, Valle d’Aosta, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Abruzzo, Molise, Campania, Calabria, Sicilia.

 

Chi vuole entrare in contatto con la redazione, può scrivere indifferentemente al Direttore Gianni Marucelli o al Responsabile della Redazione Alberto Pestelli ai seguenti indirizzi:

 

Il Direttore, Gianni Marucelli

 

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A volte sconfiniamo… Cartolina dalle Azzorre

Di Gianni Marucelli

“Satellite image of The Azores in May 2003” di Jeff Schmaltz, MODIS Rapid Response Team, NASA/GSFC – http://visibleearth.nasa.gov/view_rec.php?id=5463. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Così piccole e sperdute in mezzo all’Atlantico, tra Europa e America, par quasi strano che le prime navi portoghesi le abbiano avvistate, nel 1452, e ne abbiano preso possesso in nome di Sua Maestà Cattolica: vi si stabilirono, caso strano nella storia delle scoperte geografiche, senza doverle contendere, in un modo o nell’altro, ai nativi, perché non ve n’erano.

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

Da qui, ovvero dalla più occidentale delle Isole Azzorre, Sao Miguel, circa 1400 chilometri a ovest di Lisbona, scrivo a voi lettori de “L’Italia, l’uomo, l’ambiente”, per proporvi le mie impressioni di turista fuori stagione.

In realtà, qui la stagione turistica è ampia, va da metà Aprile a Ottobre compreso, complice il clima oceanico che rende la temperatura sempre piacevole, mai sotto i 10° e raramente superiore ai 28°.

Sao Miguel, come le altre sue otto sorelle minori, è di origine, e ancora di costituzione, vulcanica: già le coste alte, di scura roccia lavica, ci parlano di una terra sotto la quale continua a covare il fuoco, come dimostrano le tante manifestazioni di vulcanesimo attivo, come le fumarole e le sorgenti termali calde. La dorsale di questo lembo di terra, lungo circa 70 km con un’ampiezza di 15, è costellata di crateri spentisi di recente, dove l’espressione “di recente” deve ovviamente intendersi in senso geologico. Quasi ogni cratere contiene oggi un lago, meta obbligatoria d’ogni turista, sia per la bellezza intrinseca dei luoghi sia perché, dal perimetro superiore delle caldère, si gode lo spettacolo dell’Oceano sconfinato quasi dovunque ci si volga.

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

All’azzurro del mare si contrappongono le tante sfumature di verde della terraferma, da quello più tenero dei pascoli, regno incontrastato di mucche di varie razze, a quello più cupo dei boschi di Criptomeria Japonica, una specie esotica di conifera con cui è stata in gran parte sostituita (ahimè!) l’originaria vegetazione. Lindi e policromi paesetti (sembrerebbe che qui non viga l’austero regolamento nostrano in fatto di colori) costellano i golfi e le insenature; la pennellata uniforme è costituita dalle facciate delle chiese, tutte rigorosamente bianche e ripartite in poligoni da lesene, trabeazioni e altri ornamenti in nera pietra lavica, e più o meno tutte barocche, costruite tra il 1600 e il 1800.

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

Solo la “capitale delle Azzorre”, Ponta Delgada, dove ha sede il governo regionale (che ha larga autonomia), può ritenersi una vera e propria città, con il porto commerciale e quello turistico, e gli aerobus che vi sfrecciano sopra in fase di decollo e di atterraggio dalle piste che sono a una manciata di chilometri.

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

Si cammina per le stradine, in gran parte su marciapiedi in sanpietrini bianchi e neri, tra case che quasi mai superano i due piani, per fermarsi a riposare sulle panchine di giardini fioriti e benissimo tenuti; così come ornate di splendide azalee in fiore (le ortensie sono già out, in questa stagione) sono ovunque le strade provinciali, ove, nei punti panoramici (che qui si chiamano miradouros) si aprono appositi spazi per la sosta, non “incasinati” come i nostri, ma spesso resi più comodi e graziosi da panchine, gazebo, tavoli per le merende e, ovviamente, fiori, fiori, fiori.

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

La deduzione la può fare anche il turista più frettoloso: qui i visitatori sono considerati non solo un bene prezioso, ma degli ospiti graditi, e come tali trattati… nonostante la crisi economica e la povertà intrinseca della nazione portoghese.

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

La sorpresa, per noi italiani (ed è una bella sorpresa) è quella di star bene, in un posto che è veramente meraviglioso, a prezzi che sono più o meno la metà di quelli nostrali: ad esempio, se proprio non vi coglie l’insopprimibile desiderio di essere “spennati” in un ristorante di lusso, potete fare un pasto ottimo e completo a base di pesce fresco spendendo non più di dieci, dodici euro…

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

Azzorre © Gianni Marucelli 2015

Le uniche voglie che, per noi, restano inappagate sono quelle di non poter fare un bagno in mare (adesso è davvero troppo freddo) e di visitare le altre isole dell’arcipelago, che sono distanti centinaia di chilometri e si possono raggiungere solo in aereo.

Poco male, del resto. Terceira, S. Maria, Pico, S. Jorge, Graciosa, Faial, Flores e Corvo (ormai, quest’ultima, quasi in vista dell’America…) le lasciamo per la prossima volta.

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Un anno…

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Grazie per la vostra amicizia

La Redazione.

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Emilia Romagna – “La scure prendi su, Lombardo, da Fiumalbo e Frassinoro!

Di Alberto Pestelli

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

“La scure prendi su, Lombardo, da Fiumalbo e Frassinoro!

Così Giovanni Pascoli citò nella sua poesia La partenza del boscaiolo che fa parte della famosa raccolta I canti di Castelvecchio. Sicuramente il poeta della Cavallina storna soggiornò e rimase molto colpito da questo meraviglioso antico borgo di confine dell’Appennino Tosco-Emiliano. E così è successo anche a me anche se non vi ho mai soggiornato.

Superate le due piramidi dell’Abetone, inizia la discesa verso la terra di Modena. Sembra quasi impossibile, ma in pochi chilometri la fisionomia del territorio appare leggermente diversa. Eppure i boschi, i monti, sono gli stessi. Questione di versanti. Qui siamo nel versante emiliano e si sente l’aria della pianura padana e, anche se è abbastanza distante da qui, dell’Adriatico.

Abetone © Alberto Pestelli 2007

Abetone © Alberto Pestelli 2007

Siamo a cavallo tra Pistoia e Modena e questa differenza la si sente anche nel dialetto parlato in paese, il fiumalbino. Si differenzia molto da quelli della zona, sia che ci troviamo in Emilia, sia in Toscana: una specie di sintesi tra i due modi di parlare.

Fiumalbo, Fiumêlb in modenese, si trova in una bellissima valle alla confluenza di due torrenti: Rio Le Motte (detto anche Rio San Francesco) e il Rio dell’Acquicciola.

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Questi due corsi d’acqua delimitano l’antico centro storico del paese.

Le sue origini sono molto antiche. Parte che nel II secolo a.C. si insediarono alcune popolazioni di stirpe ligure e celtiche.

Bisogna attendere molti secoli per avere le prime notizie scritte su Fiumalbo. Nella prima metà dell’anno 1000 ci fu il passaggio della “Rocca che si chiama Fiumalbo” in favore del vescovo Viberto di Modena. Il cedente era Bonifacio di Canossa, padre della celebre Matilde.

Il Comune di Fiumalbo si estende tra gli 800 e i 2165 metri (monte Cimone). Comprende estesi boschi di faggi e abeti nelle zone più alte e boschi di noccioli e castagni sotto i 1000 metri.

L’agricoltura e l’allevamento sono quasi del tutto spariti dal comprensorio. L’economia del paese si basa essenzialmente sul turismo per almeno 365 giorni l’anno.

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Data la vicinanza di Fiumalbo sia all’Abetone, sia a Sestola e al Monte Cimone, le sue strutture sono attive anche nel periodo invernale.

Nella piazza centrale spicca la chiesa di San Bartolomeo Apostolo (la prima edificazione risale al 1220) che conserva due opere pittoriche importanti: la Madonna e Santi del Saccaccino e una Madonna col Redentore attribuita ad un artista sconosciuto della scuola toscana.

Nella stessa piazza si trova anche la chiesa dell’Immacolata concezione detta anche “dei Bianchi” perché sede dell’omonima confraternita. Nell’800 fu ristrutturata con la conseguente perdita degli affreschi sulle pareti. Anche in questo caso furono dipinti dal Saccaccino nel 1534.

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

La Chiesa di Santa Caterina, detta “dei Rossi” (già sede dell’omonima confraternita), si trova in una piazza adiacente a quella della cattedrale. La chiesa ospita attualmente il museo di arte sacra.

All’ingresso del centro storico del borgo, sorge l’oratorio di San Rocco. Fu costruito nel XV secolo (1418 circa) e conserva ancora i bellissimi affreschi attribuiti al solito pittore Saccaccino Saccaccini (1535).

San Rocco, Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

San Rocco, Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo non è solo famosa per le sue chiese o per la vicinanza degli impianti sciistici dell’Abetone e del Cimone. È conosciuta anche per i prodotti che il territorio offre: il mirtillo nero utile anche per scopi medicinali, lamponi, more, fragole di bosco e sua maestà il fungo porcino.

Insomma, Fiumalbo è un paese da visitare assolutamente dalla mattina alla sera (se non avete molto tempo), ma se amate passeggiare e compiere escursioni, è il luogo adatto per soggiornarci qualche giorno durante le ferie in ogni periodo dell’anno.

 

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