Sì Preziosi apparvero ai miei occhi… un mini ebook di Daniela Affortunati

Sì Preziosi apparvero ai miei occhi…

Alla scoperta della Firenze dei “particolari”

Firenze - © Alberto Pestelli 2014

Firenze – © Alberto Pestelli 2014

Di Daniela Affortunati

Milioni di turisti visitano Firenze. Nei loro occhi restano impresse le sagome inconfondibili del Cupolone, del Campanile di Giotto, del Palazzo Vecchio e di tanti altri meravigliosi monumenti che attraverso i secoli sono giunti fino a noi. Il panorama della città, incantevole dal Piazzale Michelangelo e ancor più da Bellosguardo, continua ad affascinare, nonostante vi siano abituati, gli stessi fiorentini. Ma, oltre ai capolavori en plein aire e a quelli racchiusi nelle chiese, nei palazzi, nei musei, vi sono mille altri gioielli preziosi che non sempre vengono disvelati agli occhi del forestiero. A questo tesoro, ovvero a una sua piccola parte, è dedicato il mini e-book che proponiamo, scritto da quella profonda conoscitrice di Firenze che è Daniela Affortunati.

Prefazione di Gianni Marucelli

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U Levante (il Laocoonte cervese)

Di Luigi Diego Eléna

“Laocoon and His Sons” di English: Hagesandros, Athenedoros, and Polydoros – LivioAndronico (2014). Con licenza CC BY-SA 4.0 tramite Wikimedia Commons.

Orbetto… chi era costui? Innumerevoli leggende e dicerie corrono su questo animale che il volgo crede velenosissimo e cieco. Il nome di Orbettino trae appunto origine da quest’ultima credenza. A Cervo fine secolo XIX e inizi XX viveva “u Levante”. Un uomo dalla tempra degli ulivi, tutto nerbo e coraggio, una vera roccia come il suolo della collina cervese. Di fatto il suo fisico, il suo atteggiamento, potevano assolutamente essere accostati agli dei dell’Olimpo. Immaginiamo un mix di Nettuno, Bacco, Vulcano. Egli amava la terra tanto da immedesimarsi con la sua flora e la sua fauna. Tra i tanti aneddoti che lo riguardano, uno spiccava in modo netto e inequivocabile: amava vestirsi avvolto da orbetti raccolti qua e là, tra sassi e cespugli di rovi. Con questa armatura girava per i caruggi e le piazze del Borgo ostentando fierezza e dimostrando la sua immunità ai loro morsi e abbracci poderosi. Nonostante conoscesse poche lettere dell’alfabeto si definiva il Laocoonte cervese. Egli amava scendere al Porteghetto a sfidare l’ira di Atena. Certamente non conosceva la celebre frase Timeo Danaos et dona ferentes («Temo i greci, anche quando portano doni»), ma la sua sfrontatezza lo portava a compiere questa temeraria impresa. Noi sappiamo che Atena, parteggiava per i greci, e punì Laocoonte mandando Porcete e Caribea, due enormi serpenti marini che uscendo dal mare avvinghiarono i suoi due figli, stritolandoli: il sacerdote cercò di accorrere in loro aiuto ma subì la stessa sorte. Ecco, u Levante Voleva invertire il corso della mitologia. Molti cervesi accorrevano a godersi quello spettacolo, sistemandosi sulla scogliera del Porteghetto che ben si prestava a cavea teatrale. Mai si presentarono Porcete e Caribea. U Levante stanco di aspettare, finiva per rientrare alla sua collina e mettersi alla ricerca dei suoi orbetti innocui e simpatici, pur se dall’effetto di pericolosi mostri marini, in congedo o dispersi per gli ulivi. Cervo ha dunque i suoi aborigeni miti. Non a caso si erge a Olimpo del Golfo della Dea Diana.

Licenza Creative Commons
U Levante (il Laocoonte cervese) di Luigi Diego Eléna è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Incanto sullo specchio di Diana – Maria Iorillo © 19 dicembre 2004

Di Maria Iorillo

Lago di Nemi © Alberto Pestelli 2005

Lago di Nemi © Alberto Pestelli 2005


A picco sul lago
tra profumi di lecci e castagni,
tra sussurri di flauti di vento
anche Diana è arrossita
alle parole dei nostri sguardi,
ai baci riflessi nello specchio d’acqua.

Cuori bambini s’inseguono
tra pietre di vie incantate
protetti dalle ali del sole
fino a ritrovarsi bagnati d’infinito
sotto lo sguardo tenero
di stelle affacciate a grappoli
ai fili della luna argentata.

Sigillato il mio stupore
in versi di fiori,
ora, petalo di passione,
ho un solo pensiero:
il nostro prossimo incontro.


Maria 19 dicembre 2004

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Lazio – Riflessi sullo specchio di Diana

Di Alberto Pestelli

Lago di Nemi © Alberto Pestelli 2005

Lago di Nemi © Alberto Pestelli 2005

I romani e forse gli antichi popoli latini prima di loro, furono talmente colpiti e attratti da questo angolo selvaggio dei “Castelli” che dedicarono il piccolo lago di Nemi a Diana, la dea della Caccia.

Simile al vicinissimo lago Albano, quello di Nemi fa parte del complesso vulcanico dei colli albani detto anche Vulcano Laziale. Questo formava un estesissimo cerchio che comprendeva Castel Gandolfo, Genzano, Ariccia, Marino, Velletri e altre cittadine del circondario.

Contrariamente a quanto si pensa, il vulcano laziale non è estinto. La sua attività vulcanica, se pur non eccelsa, si manifesta con emissioni gassose che possono essere tossiche per gli esseri viventi – in alcune zone lungo la via Appia, si sente un persistente odore di zolfo –, deformazioni del terreno e scosse sismiche che raramente sono forti da provocare distruzione.

Il sistema vulcanico dei Colli Albani potrebbe riprendere prima o poi la propria attività eruttiva creando un serio pericolo per la popolazione dei centri abitati del comprensorio e della stessa Roma.

Lago di Nemi © Alberto Pestelli 2005

Lago di Nemi © Alberto Pestelli 2005

Sarei curioso si sapere se è mai stato fatto un piano di evacuazione in caso di un’eventuale eruzione di questo enorme vulcano.

In attesa di una risposta soddisfacente, vorrei puntare su altri aspetti molto più piacevoli che caratterizzano il luogo.

Lago di Nemi © Alberto Pestelli 2005

Lago di Nemi © Alberto Pestelli 2005

Tra tutti i laghi laziali di origine vulcanica, ho sempre trovato il lago di Nemi il più bello e il più selvaggio. Forse perché, se lo osserviamo bene, è quello che ha l’aspetto di un vero e proprio vulcano con le pareti a strapiombo verso lo specchio d’acqua.

Lago di Nemi © Alberto Pestelli 2005

Lago di Nemi © Alberto Pestelli 2005

Esiste un museo, costruito durante il periodo fascista che conteneva due enormi navi di epoca imperiale andate distrutte nel 1944 durante l’occupazione nazifascista dell’Italia.

Intorno a queste due navi, già subito dopo la caduta dell’Impero romano e forse sin dai primi secoli del medioevo, nacque la leggenda che il fondale del lago nascondeva due imbarcazioni contenenti uno strabiliante tesoro. Per qualche motivo erano state sepolte per sempre sotto l’acqua. Ad avvalorare la leggenda, nel Medioevo furono registrati alcuni ritrovamenti di reperti da parte dei pescatori della zona.

“Nemi 44 museo delle Navi” di Pippo-b – ei-gene Arbeit. Transferred from de.wikipedia. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Com-mons.

Le navi, in realtà, erano state costruite per ordine dell’imperatore Caligola sia per onorare Diana, la dea della caccia, sia per utilizzarle come palazzi galleggianti dove il “padre di Roma” trascorreva giorni di riposo.

Molto probabilmente furono anche utilizzate per simulare battaglie navali per il divertimento dell’imperatore e del suo seguito.

Quando Caligola morì nel 41 d.C., il senato romano cancellò ogni opera che poteva ricordare il defunto imperatore, tra cui anche le due navi che furono fatte affondare. Da quel giorno nacque la leggenda.

Le due imbarcazioni rividero la luce del sole nel 1932 grazie a una faraonica opera di recupero.

“Nemi-Schiff” di Ignoto – Bilderwoche 1929. Con li-cenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Come detto prima, furono distrutte durante la seconda guerra mondiale. Dopo il conflitto furono ricostruite in scala 1/5 ed esposte in un’ala del museo insieme ai reperti che si sono salvati dall’incendio. Sin dall’antichità, come ho detto nell’introduzione, i romani lo frequentavano sia come luogo di villeggiatura e di divertimenti sia per motivi religiosi. Infatti, fu costruito un grande tempo dedicato a Diana che, purtroppo, in parte è andato perduto. Sono rimasti alcuni resti.

“Rests of Temple of Diana in Nemi” di Livioandronico2013 – Opera propria. Con licenza CC BY-SA 4.0 tramite Wikimedia Commons.

Nonostante siano trascorsi secoli e secoli, il Nemus Dianae è considerato ancora luogo di vacanze.

Ricco di boschi (Nemus vuol dire bosco) e di aree verdi, è il giusto posto per bellissime camminate salutari. L’aria, all’interno del cratere non risente dell’inquinamento urbano delle vicinanze.

È possibile ammirare anche l’abbondante fauna: upupe, beccacce fanno a gara con gli onnipresenti germani reali, anatre, folaghe, martin pescatori e cormorani.

Folaga

Folaga

Il lago è anche molto ricco di fauna ittica. Alcuni pesci sono stati “buttati” dai pescatori. Tra questi “peschiamo” la carpa e il persico. Tuttavia ci sono ancora specie autoctone quali il luccio, il coregone e la tinca.

Lo specchio di Diana è raggiungibile da Genzano e da Nemi. La prima strada è larga e comoda, mentre l’altra è stretta e spesso chiusa a causa delle frequenti frane.

Sagra delle Fragole a Nemi

Sagra delle Fragole a Nemi

Insomma, se vi trovate dalle parti di Roma, vale la pena percorrere un po’ di chilometri per visitare questo lago vulcanico e, se avete ancora un po’ di tempo, salite a Nemi per gustare le sue gustosissime fragoline di bosco! Ai supergolosi di questi frutti di bosco ricordo che ogni anno – la prima settimana di giugno – si tiene a Nemi la Sagra delle Fragole. Quest’anno l’81a sagra si terrà fino all’8 giugno.

La bellezza del luogo è ispiratrice di una moltitudine di versi tra i quali la bellissima poesia di Maria Iorillo: Incanto sul lago di Nemi.

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Lazio – Riflessi sullo specchio di Diana di Alberto Pestelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Attrazione – Una poesia di Massimilla Manetti Ricci

Attrazione

Di Massimilla Manetti Ricci

Sole e Luna

Volteggia lo stormo di pensieri nel cielo dello spirito

sulla spalla nuda dove hai posato le labbra

dove la mano ha solcato le vene

nel crepitio del fuoco latente

dove le dita hanno solcato cerchi di pelle

intiepiditi dal fruscio di foglie

accartocciate nell’ angolo dell’anima

 

L’angolo dell’anima tagliato dalla folle passione

che mi spoglia senza il pudore dello sguardo

che mi spoglia senza ascoltare i dubbi dell’incerto

che mi spoglia di ogni brandello di inganno

 

Veleggia impalpabile l’attrazione

che dà e riceve

nella distante prossimità del sole e della luna

in cima al cratere di ombre e fantasmi

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Giornate di studio sull’educazione ambientale

logo LUALa Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari propone due giornate di studio sull’Educazione ambientale che si terranno ad Anghiari (AR) il 10 e il 12 aprile. Alleghiamo in questa pagina il programma dell’evento.

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Il grande cielo

Un racconto di Guido De Marchi tratto dal suo libro: Voci dal terzo millennio – 4

Il grande cielo

 

 

Ero bambino quando al cinema arrivò il film “Il grande cielo”, una storia molto avventurosa ambientata nell’America del Nord – probabilmente in Canada, e l’unica cosa che ricordo è che uno degli attori era Kirk Douglas. Non intendo parlare del film, ma delle sensazioni che mi lasciò e che per lungo tempo ispirarono il mio senso dell’avventura.

In quei tempi – eravamo negli anni Cinquanta – vivevo in Val Bisagno, subito dopo lo stabilimento del gas, dove si ergevano montagne di carbone fossile che tutta una serie di carrelli su rotaie aeree trasportava ai forni; qui veniva parzialmente bruciato e poi recuperato sotto forma di carbon coke che, sempre coi soliti carrelli, andava poi a formare altre collinette nere e fumanti.

Sulla collina di fronte c’era la cementifera, altro stabilimento al quale, con una lunga serie di pilastri, arrivavano, dopo un lungo percorso, altri carrelli carichi di pietre che venivano poi lavorate e trasformate in cemento.

Tuttavia, proseguendo verso la Scoffera l’aspetto industriale si attenuava e il Bisagno diventava un torrente “quasi” normale. Ad un lato correva la strada carrozzabile, con tanto di tram sferraglianti, di quelli a due vetture agganciate, con le porte aperte; dall’altro, dopo il macello comunale, la strada finiva e il torrente riacquistava il suo aspetto naturale, con terre scoscese e piccoli orti.

A quell’età noi bambini leggevamo fumetti, guardavamo Stanlio e Ollio o Totò al cinema parrocchiale, qualche raro Tarzan e un sacco di western con eroi interpretati da Gary Cooper, Randolph Scott, Errol Flynn, Tyrone Power e altri. Naturalmente poi si rivivevano le loro avventure nei nostri giochi, caracollando su e giù per le colline, con fucili di legno e pistole ritagliate da piccoli pezzi di ardesia trovata nelle discariche del Bisagno.

Il torrente Bisagno a Genova

Il torrente Bisagno a Genova

“Il grande cielo” aveva aggiunto alle nostre fantasie un qualcosa che potevamo avere: un corso d’acqua. Oddio, l’acqua del Bisagno, a parte i giorni di piena, è solo un pio desiderio, ma per suggerire alla fantasia avventure in canoa era più che sufficiente e, data la poca profondità, non si correvano neppure seri rischi. Altro nuovo stimolo, dipendente forse dal fatto che il progredire dell’età ci creava nuovi bisogni, era il sogno d’amore – nel film c’è una bella storia tra l’eroe e una giovane pellerossa – e allora, d’estate, quando la notte era costellata di lucciole che palpitavano negli angoli bui e la luna piena disegnava scie luminose sulla poca acqua evocando l’illusione di un grande fiume, noi ragazzini, seduti sui muretti dell’argine, sognavamo fughe in canoa, lassù, a nord, dove la montagna di Creto si perdeva tra le stelle. Immaginavamo le profonde foreste canadesi, il suono un po’ lamentoso di un vecchio banjo e una esotica compagna che ci facesse sognare (non sapevamo neppure che cosa, ma era bello pensarci).

A dire il vero invece di un banjo sentivamo il suono di una chitarra e a volte anche quello di un mandolino; d’estate infatti, sotto il pergolato della vicina osteria, la gente si godeva il fresco, tra una suonatina ed una cantatina.

Erano radi i lampioni, allora, e piuttosto fiochi… e si scorgevano bene le stelle in cielo. Qualche volta c’era chi riusciva a far levare in volo una minuscola mongolfiera di carta alimentata da un piccolo braciere ricavato da una scatoletta di pelati e noi guardavamo a bocca aperta quel prodigio.

I nostri sogni si intrecciavano così con una mare di altre curiosità: i racconti di caccia degli avventori delle molte osterie lungo i bordi del torrente, le avventure galanti di qualche giovane frequentatore di balere, storie di lavoro, sfottò sportivi, e così via.

Ma poi, nella quiete della notte incombente, mentre la luna si levava in cielo sempre più spavalda ridisegnando i profili delle colline e si rimaneva soli… il pensiero tornava là, ad una fuga lungo il grande fiume dei nostri sogni su una canoa, con un piccolo banjo da strimpellare ed una compagna con la quale inventare nuove meravigliose avventure.

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UN ALTRO SCEMPIO: ABOLIRE IL CORPO FORESTALE DELLO STATO

Di Gianni Marucelli

“2june2006 319” di it:Utente:Jollyroger – Opera propria. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

È ciò che in questi giorni sta passando in Parlamento: dopo quasi due secoli di attività, il Corpo Forestale dello Stato verrà accorpato alle altre Polizie. Non che si licenzino gli agenti, per carità, ma, di fatto, non vengono più loro assicurate nel tempo quelle funzioni per cui sono stati preparati e che svolgono in maniera ottimale.

Al di là della forma, si tratta di un colpo durissimo nella sostanza per tutti coloro che si preoccupano della tutela dell’ambiente.

In realtà, sono molti anni che certa parte della politica sta cercando di eliminare l’unico corpo di Polizia specializzato nella prevenzione e repressione dei reati ambientali. Ora, complice una spending review mai così malamente applicata, il Governo Renzi, di cui non si sa più se agisca in certe questioni con incompetenza o malafede, sta riuscendo in un’impresa che farà certo felici ecomafie, cementificatori del territorio e compagnia bella.

Sul web stanno circolando diverse petizioni per invitare i componenti dei due rami del Parlamento a uno scatto di dignità che sventi tale improvvida decisione.

Non possiamo, a nostra volta, che appellarci ai nostri lettori perché aderiscano a queste iniziative.

 

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Liguria – Il Rococò alla scogliera delle Ciappellette a Cervo (IM)

Di Luigi Diego Eléna

Il Rococò è uno stile ornamentale dalla grande eleganza e sfarzosità delle forme, caratterizzate da ondulazioni ramificate in riccioli e lievi arabeschi floreali. Il termine “rococò” deriva dal francese Rocaille, parola usata per indicare un tipo di decorazione eseguita con pietre, rocce e conchiglie, utilizzate come abbellimento di padiglioni da giardino e grotte, in quelle curve naturali come quelle presenti nelle conchiglie e si specializza nelle arti decorative.

È a mio avviso richiamato nella parte bassa, in prossimità della risacca del mare, alla scogliera delle Ciappellette. Una superficie ricca di “scaffe” (piccole faglie) dove trovano riparo i paguri, le patelle, i polpi, i granchi, le fangulle (granchi pelosi), le nunigue (piccole lumachine di mare), i ricci, l’actinia equina, le madrepore, i mitili, i chitoni, le conchiglie…

Il tutto in una cornice caratterizzata da delicatezza, grazia, eleganza, gioiosità e luminosità. In tutto ciò regnano anfratti nascosti dove ci si può accomodare come su di uno sdraio o distendersi come su di un comodo lettino con vista cielo, terra, mare, tra i sapori della flora e fauna marittima: un Eden.

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Licenza Creative CommonsLiguria – Il Rococò alla scogliera delle Ciappellette a Cervo (IM) di Luigi Diego Eléna © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Semi antichi…

Ci giunge questo manifestino di un’interessante iniziativa che si terrà ad Arezzo nei prossimi giorni

Una mostra itinerante sulle migliori esperienze dell’agricoltura italiana di qualità

Semi antichi

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