Liguria – Cervo, I lavatoi pubblici

Di Luigi Diego Eléna

Cervo (Imperia)

Anche Nausicaa, figura della mitologia greca, figlia di Alcinoo (re dei Feaci) e di Arete, andava con le sue ancelle a lavare i panni al fiume. Anche in questo caso la Grecia si affaccia sul sito del nostro Servus nel Lucus Bormanni. Ivi però, le Nausiche erano donne di più basso rango e lignaggio. Una di loro era nonna Manin. Come lei tante altre, e tutte senza ancelle al seguito ma solo un’ampia prole. Le nonne, quando erano bambine, andavano al torrente Steria a lavare i panni con la soda, cenere e olio di gomiti, inginocchiate per ore ed ore, senza sosta. Le nonne dicevano che quello, “il lavatoio”, quando fu costruito, era un gran bel servizio, messo a disposizione dal Comune per la povera gente, che così poteva lavare le lenzuola e i panni grossi più vicino a casa. Insomma erano davvero un “bel servizio” i lavatoi pubblici in Cervo, grandi costruzioni coperti con coppi e attrezzati con acqua corrente, presa dalla sorgente delle Morene, a ridosso e fuori dalle mura del Castrum. In casa i panni si lavavano in una conca di terracotta, stropicciando con energici colpi di polso i capi immersi in acqua più o meno calda, anche in questo caso con ranno, un miscuglio di soda o di cenere e al bisogno con l’aiuto di sapone e bruschino. Ma le lenzuola erano grandi, di tela grossa, spesso di canapa tessuta a mano e il conchino restava logisticamente incapiente. Così le nonne, ogni quindici venti giorni, tanto le lenzuola dovevano restare sul letto, riempivano un bel sacco di biancheria e traversando il paese fino al Garbu o scendendo da via Romana fino alla cabina elettrica, oppure proseguendo fino a via 2 giugno, a fianco degli attuali Bungalow, arrivavano ad ognuno dei tre lavatoi che il Comune aveva messo a disposizione per i cittadini. C’erano tanti via vai per il lavaggio e lo sciacquo, c’erano tante donne affaccendate e c’era un vocio mescolato a canti e allo scrosciare dell’acqua. Ogni tanto passava il Cintraco del Comune a sorvegliare che tutto si svolgesse secondo il regolamento. Spesso le precedenze e i tempi stabiliti non venivano rispettate, qualcuna voleva fare la furba ma nessuna voleva farsi posare la mosca sul naso. Povere donne! Alcune lavavano anche per conto di terzi e dovevano stare intere mattinate con le mani nell’acqua gelida.

Antico lavatoio - Liguria di Ponente

La casa da rassettare, i figli da crescere, i vecchi da sorvegliare, il bottegaio da pagare, il marito da accontentare nel sacro dovere del matrimonio, la paura di mettere al mondo altri figli… Cosicché i nervi erano a fior di pelle e non ci voleva niente a scatenare qualche battibecco. La miscela sulle labbra era esplosiva, ma a renderla tale era soprattutto la fretta e la necessità di tornare a casa. Comunque tutto sfociava e rimaneva lì e fra queste donne non rimaneva invidia o rancore, solo qualche muso lungo o come si diceva allora: “ti l’hai ligau a mua” (stai sulle tue). Condividevano tuttavia con partecipazione e sentimento, vicende familiari liete o tristi che si raccontavano da un lavatoio all’altro, sempre pronte a darsi una mano nella sorveglianza dei figli. I marmocchi che seguivano le madri erano tanti. Molto spesso uno a distanza di un anno dall’altro. I più grandini stavano fuori, sotto le mura a giocare a “nascondino”, a “au balun”, a “guardie e ladri”. A proposito nel libro VI dell’Odissea si narra che anche Nausicaa, consigliata da Atena, giocava a palla presso una riva con le proprie ancelle… Ma ritorniamo alle donne cervesi di un tempo. I più piccini gironzolavano per i carruggi con la candelina fissa al naso che mani sollecite di donne soffiavano con una cocca asciutta del grembiule. Più spesso se ne stavano seduti su balle di panni sporchi, come pazienti vecchini che assaporano un sigaro o la pipa. Sapevano di dover star buoni, “sennò il Cintraco che era anche la guardia li avrebbe portati in gattabuia”. Ma, c’è sempre un ma. Quei mocciosi entravano tutti in agitazione quando arrivava “Frittoli”. Era un vecchietto arzillo ma soprattutto furbo, con al braccio un cesto basso e ampio preso da un carrettino carico di bomboloni e ciambelline zuccherose e mielose. Solitamente in occasione dell’estate. Il suo motto era: “piangete bambini, così le vostre mamme vi compreranno i dolcetti e le vostre lacrime saranno tanti ventini nelle mie tasche”. Ogni dolcetto costava un ventino. Non sempre il desiderio veniva appagato, ché giusto un ventino non era poco per quelle povere tasche. A quei tempi i capricci erano contenuti come i risparmi e tutto perciò rientrava senza tanti strilli, né dei bambini né delle mamme. Finiti di lavare i panni ogni donna, con la cesta in testa, attutita dall’asciugamano intrecciato, ritornava a casa tenendo per mano il figlio più piccolo. La giornata continuava intorno al focolare dove i panni si asciugavano e la cena poteva essere preparata.

 

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