Lazio, il giardino di Villa Lante di Bagnaia (Viterbo)

Di Alberto Pestelli

Villa Lante – Alberto Pestelli © 2007

Bagnaia… e chi se la immaginava l’esistenza, in questa piccola frazione di Viterbo, di un giardino che, nel 2011, è stato votato come “Parco più bello d’Italia”? E c’è di più… nel 2014 è stata coniata una moneta commemorativa in argento del valore di cinque euro e inserita nella serie “Ville e giardini d’Italia”. Eppure a Bagnaia ci sono transitato spesso per recarmi a visitare altri luoghi che ritenevo più famosi. Alla fine, come spesso succede, mi sono accorto che questo bel paesotto della Tuscia viterbese aveva in serbo per i miei sensi qualcosa di speciale. Alla sua conoscenza ci sono arrivato solo per caso nel 2007, dopo che ero stato a visitare una bellissima villa con giardino annesso nella vicina Caprarola: Villa Farnese.

Accostare Villa Lante di Bagnaia a Villa Farnese di Caprarola è un’impresa assai ardua. In entrambe le costruzioni, anche se edificate con lo stesso stile architettonico, non c’è niente di assolutamente assomigliante. Così pure per i loro giardini. E allora? Semplice, le accomuna la mano disegnatrice o, meglio, ideatrice: Jacopo Barozzi da Vignola.

Iniziata nel 1511, la costruzione fu terminata nel 1566 grazie al cardinale Gianfrancesco Gambara. Il termine Villa Lante le fu dato molto più tardi quando fu acquistata dal Duca di Bomarzo, Ippolito Lante Montefeltro della Rovere.

Villa Lante – Alberto Pestelli © 2007

La villa consta di due costruzioni (Casino Gambara e Casino Montalto, quest’ultimo più recente) più o meno identiche che non sono state costruite nel medesimo periodo dallo stesso proprietario. Tra l’edificazione del primo edificio e il secondo trascorsero almeno una trentina di anni. Tuttavia, nonostante la somiglianza degli esterni, gli interni dei due edifici differiscono per gli affreschi: nel primo predomina la pittura paesaggistica mentre nel secondo sono presenti qualcosa di simile ai trompe l’oeil.

Comunque non sono i due casini a costituire la principale attrattiva di Villa Lante, ma i giardini con i loro giochi d’acqua, le fontane, le cascatelle e le piccole grotte artificiali dai cui soffitti gronda l’acqua grazie all’intervento di Tommaso Ghinucci, un senese specialista in idraulica.

Villa Lante – Alberto Pestelli © 2007

Entriamo all’interno del complesso. L’impatto con una realtà diversa dalla retrostante piazza del paese è evidentissima: da un lato la normalità del centro abitato, dall’altro un ambiente da favola. Un parterre si apre davanti a noi con alte siepi di bosso. Nel bel mezzo un arbusto di bosso, che la mano di sapienti giardinieri ha reso artistico e singolare. Fontanelle e sculture fanno da guarnizione preziosa a quello che il tratto più importante del parterre: una complessa fontana nel bel mezzo di questo ambiente. È composta da quattro bacini. Questi sono separati l’uno dall’altro da camminamenti i cui parapetti sono decorati con delle pigne di pietra e urne decorative. Infine c’è una sezione centrale dove è presente l’opera del Giambologna: la Fontana dei Mori.

I giardini di Villa Lante sono ricchissimi di querce, lecci, platani e altre piante dalla grande mole. Inerpicandosi sulla collinetta, si scorgono fontane e sculture sistemate in punti particolarmente inattesi. Salendo in alto si giunge al primo giardino a terrazza. Tra le due scalinate è stata posta una fontana circolare detta Fontana dei Lumini. A far da contorno a questa zona ci sono le profumate camelie.

Villa Lante

Salendo al giardino superiore, troviamo un grandissimo tavolo di pietra. Particolarità: l’acqua scorre al centro. Immagino che l’ideatore e mecenate del giardino, cardinal Gambara, l’avesse sognato per intrattenere gli ospiti della villa, come se fosse un convivio boccaccesco…

Andando ancora più in alto, nella quarta terrazza, possiamo ammirare un gioco d’acqua caro al Vignola. Infatti, la cosiddetta “catena d’acqua” la possiamo ritrovare anche a Villa Farnese e a Villa d’Este a Tivoli. In sostanza, rappresenta un piccolo ruscello che si getta in cascata fino al centro dei giardini.

Ma le terrazze non finiscono qui. Si sale ancora. In quella superiore troviamo ancora tante fontane, piccole grotte artificiali, due costruzioni (i cosiddetti casini) a formare il Teatro delle Acque. Da uno dei due casini si entra in un giardinetto, un giardino segreto, fatto di siepi e topiarie.

Villa Lante – Alberto Pestelli © 2007

I giardini di Villa Lante sono una bellissima realtà in un luogo che non ti aspetteresti mai di vedere in un paese che, se pur interessante ma per ignoranza ritenuto non importante dai più, resta da visitare assolutamente se per caso vi trovate nel viterbese. L’abitudine di visitare città e luoghi battuti dal turismo di massa impedisce a tutti quanti di imbatterci in questi meravigliosi angoli leggiadri e intrisi di storia e di arte. Ebbene, togliamoci di dosso la fatica di leggere e informarci su cosa c’è da vedere oltre il grande Palazzo storico o le vetrine del centro di una città famosa. Accendiamo la nostra auto o saliamo su un mezzo pubblico o, se vicino, noleggiamo una bicicletta e partiamo a esplorare i dintorni… ci sono nascoste delle perle rare. Sta a noi aprire il guscio della conchiglia che le conserva. Bagnaia, frazione di Viterbo, è questa conchiglia. Ed è aperta a tutti.

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Tino e le meraviglie della natura

Di Guido De Marchi

Era un bambino curioso, Tino, così era sempre il primo a sapere qualcosa sul mondo che lo circondava: fin da piccolo era stato attratto dagli insetti, dalla loro varietà di forme e colori, dal loro diverso comportamento, dai suoni, come il canto di grilli e cicale; il suo mondo si era poi ampliato con la conoscenza di – rettili, lucertole, gechi, ramarri, piccole bisce – o a quella degli anfibi come rane e rospi, di questi ultimi era rimasto affascinato dai processi metamorfici. Infatti, Tino aveva notato dapprima le lunghe file di uova nere ancorate ai lunghi muschi dei laghetti nel torrente, poi le aveva viste trasformarsi in girini con tanto di coda, poi in saltellanti ranocchietti che avevano sviluppato delle belle zampette e persa la coda; successivamente aveva notato che non tutti erano uguali, alcuni, di un leggero color nocciola, che continuavano a vivere nelle zone umide del torrente, altri provenienti da chissà dove, di un bel colore verde brillante vivevano invece sui bassi rami dei salici sopravvissuti alle piene invernali.

Fantasticava, Tino, su queste sue osservazioni che collegava spesso ad alcune novelle ascoltate dalla nonna o all’asilo, o alla scuola, dove un incantesimo poteva trasformare un principe in un rospo o in un altro animale.

Mentre per i suoi compagni di giochi tutto quanto rientrava nella normalità del loro mondo, per Tino tutto era fantastico, straordinario, una continua fonte di meraviglie delle quali non finiva mai di saziarsi.

Grotte di Toirano (44).JPG

“Grotte di Toirano (44)” di Rinina25 / Twice25 – Fotografia autoprodotta. Con licenza CC BY 2.5 tramite Wikimedia Commons.

Figurarsi quindi la sua meraviglia quando, attorno agli otto anni, i genitori portarono Tino a visitare le grotte di Toirano; il bimbo non aveva mai saputo che sotto terra potesse nascondersi un mondo così straordinario e misterioso, ancora di più lo sconvolse la scoperta dei cristalli con i loro meravigliosi colori, i loro riflessi, le loro trasparenze: un nuovo mondo era stato appena aperto ai suoi occhi lasciandolo eccitato e pieno di curiosità che i poveri genitori non potevano certo soddisfare.

grotte_3Per consentire a Tino di informarsi meglio lo portarono al Museo di Storia Naturale.

Per molti bambini la visita al museo è bella, soddisfa la loro curiosità di vedere come sono fatti animali visti solo sui fumetti, ma poi, guardano tutto il resto frettolosamente mentre girano alla ricerca di animale esotici o di dinosauri. Per Tino non fu così: ogni vetrina era una gioiosa meraviglia, un qualcosa da conoscere, rivedere, col cui ricordo poter alimentare l’inappagabile curiosità che provava nel confronto di tutto ciò che lo circondava. Fu difficile per i suoi genitori riuscire a portarlo via dal museo, ma Tino ne divenne uno dei più assidui frequentatori.

Tino crebbe praticando per alcuni anni, in età adeguata, la speleologia per esplorare il mondo sotterraneo, ma alla fine il suo amore per il mondo animale finì col fargli scegliere la zoologia, scienza nella quale divenne un valido e noto esperto.

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Circolo letterario “Banchina”

Cari amici lettori vi giriamo la Circolare n° 1 di Gennaio 2015 del Circolo Letterario “Banchina” di LiberoDiScrivere Edizioni, curato dall’amico poeta Guido De Marchi di Genova.

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La Redazione

 

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Se la sai rispondi…

quiz

Carissimi amici lettori, a partire da oggi ci dedicheremo – ogni tanto – al gioco. Di che cosa si tratta? Beh, niente di speciale… è solo un piccolo quiz tanto per divertirci un po’. Faremo una domanda di argomento generale e voi potrete rispondere usando il form dei commenti che troverete in questa pagina. Che cosa non dovete fare… rispondere sui social network tipo facebook. Quindi le risposte esclusivamente sul nostro sito. Ma che cosa si vince?  Un ebook. Il nostro ebook “Ispirazioni, le parole e i colori” che vi faremo avere tramite www.ibs.it. Naturalmente quando risponderete tramite il form dovrete inserire il vostro indirizzo di posta elettronica (che rimarrà invisibile nella pagina) altrimenti non saremo in grado di inviarvi il piccolo premio. Il risultato lo saprete in serata.

La Redazione

DOMANDA

Quanto durò la guerra dei cent’anni?

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Toscana, gli Horti leonini di San Quirico d’Orcia

Di Gianni Marucelli

Gli Horti leonini - San Quirico d'Orcia - Alberto Pestelli © 2005

Gli Horti leonini – San Quirico d’Orcia – Alberto Pestelli © 2005

San Quirico d’Orcia fu un notevole castello situato in posizione strategica tra le valli dell’Asso e dell’Orcia, proprio sulla Via Francigena. Possesso della Repubblica di Siena, che ne rifece più volte le mura nel corso del sec. XV, passò, dopo la lunga guerra che a metà del 1500 oppose lo Stato senese a Firenze, ai Medici: non senza danni, ché l’uso delle nuove armi da fuoco ridusse molti edifici in rovina.

Gli Horti leonini - San Quirico d'Orcia - Alberto Pestelli © 2005

Gli Horti leonini – San Quirico d’Orcia – Alberto Pestelli © 2005

Fu Diomede Leoni, allievo di Michelangelo (pare che sia stato uno dei tre presenti al suo capezzale quando morì) e uomo di fiducia del Cardinal Francesco de’ Medici, a provvedere alla ricostruzione del borgo e, in questo contesto, a realizzare, su una sua proprietà, un grande giardino all’italiana che da lui prese nome: gli Horti Leonini, appunto. La particolarità di questo parco fu quella di essere destinato, già dalla sua costruzione, all’uso “dei viandanti”, che sulla Francigena dovevano essere, anche a quel tempo, molto numerosi. E’ ben vero che il Granduca poi decise di rimborsare la spesa fatta dal Leoni, tuttavia l’episodio sta a testimoniare della generosità e preveggenza di questo sanquirichese del ‘500.

Gli Horti leonini - San Quirico d'Orcia - Alberto Pestelli © 2005

Gli Horti leonini – San Quirico d’Orcia – Alberto Pestelli © 2005

La disposizione attuale del Giardino è oggi piuttosto diversa dal piano originario. Infatti, l’asse centrale divideva la parte a bosco (“a selvatico”, come si diceva) da quella ordinatamente sistemata a riquadri e vialetti. La sistemazione odierna è, infatti, ortogonale rispetto a tale assetto, e si può descrivere come composta da due livelli, di cui l’inferiore è occupato dal tipico giardino all’italiana, in cui i bossi delimitano le aiole quadrate, mentre quello superiore è scenograficamente coperto da lecci. Una scalinata taglia in due il boschetto, scendendo quindi nel giardino vero e proprio.

Gli Horti leonini - San Quirico d'Orcia - Alberto Pestelli © 2005

Gli Horti leonini – San Quirico d’Orcia – Alberto Pestelli © 2005

La superficie totale del complesso è di circa 14.000 mq., sui quali si ergono più di 300 piante a portamento arboreo. In parte il giardino è delimitato dalle mura castellane; al suo centro, una statua del Granduca Cosimo III, dello scultore secentesco Giuseppe Mazzuoli, che fu portata qui da Palazzo Chigi.

Gli Horti leonini - San Quirico d'Orcia - Alberto Pestelli © 2005

Gli Horti leonini – San Quirico d’Orcia – Alberto Pestelli © 2005

Appendice, fin dagli anni ’30 dello scorso secolo, del Parco è il Giardino delle Rose, che, ovviamente, è soprattutto da visitarsi nei mesi primaverili.

Come in origine, anche oggi gli Horti Leonini sono aperti a tutti, essendo di proprietà comunale.

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Intorno all’antico vulcano – Il nuovo mini e-book di Gianni Marucelli

Intorno all’antico vulcano

Una storia lunghissima dall’uomo di Neanderthal alle miniere di mercurio

di Gianni Marucelli

Monte Amiata
Il comprensorio del Monte Amiata è, per certo, uno dei più interessanti della Toscana, sia per quanto riguarda l’aspetto storico e storico-artistico che per quello prettamente naturalistico. Per circa un secolo (fino ad anni piuttosto recenti) l’antico cono vulcanico ormai spento dell’Amiata è stato universalmente conosciuto per la produzione mineraria del cinabro, elemento da cui si estraeva il mercurio. Chiuse le miniere, di cui resta il pericoloso retaggio di un inquinamento del suolo ancora irrisolto in alcune zone, fortunatamente molto limitate, la bellissima copertura boscosa del monte (in prevalenza faggete a partire dai mille metri), la presenza di acque termali, la ricchezza rappresentata dagli antichi borghi caratteristici, di pievi, di castelli, hanno assicurato a questo territorio una vocazione turistica (anche invernale, per gli impianti sciistici presso la vetta) di tutto rilievo, di cui una delle componenti è anche l’eccellente gastronomia. Questo mini e-book vi presenterà, dunque, il micro-universo di questa alta montagna (mt. 1750 circa), visibile, nelle giornate serene, da ogni parte della Toscana, accompagnandovi in un viaggio virtuale da cui, è il nostro augurio, potrete prendere spunto per organizzare un percorso reale “intorno all’antico vulcano”. Vi assicuriamo che resterete affascinati dalla assoluta bellezza dei luoghi.
entrerete nella pagina dedicata

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Lombardia: Il Borgo di Arnosto nella Valle Imagna (BG)

di Luigi Diego Eléna

 

Il Borgo di Arnosto appartiene al territorio comunale di Fuipiano Valle Imagna (BG). Esso possiede una qualifica di “spiccato interesse artistico e storico”. Di certo ha tutte le referenze per essere uno dei “Borghi più belli d’Italia”.

Il Borgo di Arnosto a Fuipiano Valle Imagna è la più significativa tra le strutture rimaste sul territorio valdimagnino. Anticamente fu sede della Dogana Veneta fino al 1797 dove si delimitava il confine tra fra il ducato di Milano e la Serenissima.

L’antico borgo risale al XIV secolo e conserva edifici di grande valore artistico . Visitare Arnosto significa immergersi in un’atmosfera suggestiva che riporta alla vita delle popolazioni prealpine del passato. All’interno del Borgo la BIBLIOTECA e il MUSEO, realizzato dal gruppo Amici di Arnosto che raccoglie una collezione di strumenti che venivano utilizzati dai contadini, allevatori, artigiani dell’epoca passata, oltre ad una esposizione fotografica delle popolazioni che vi abitarono.

E’ presente una piccola CAPPELLA dedicata ai santi Filippo Neri e Francesco da Paola. Questa chiesetta era utilizzata dagli abitanti della contrada nel 1664. Può contenere al massimo 20 persone è ricca di affreschi di grande pregio tra cui un dipinto di Francesco Quarenghi, nonno di Giacomo Quarenghi.

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Trentino Alto Adige: I giardini e la cascata Varone

Di Alberto Pestelli

Se non si ha voglia di camminare, bisogna aver fortuna e basta! Trovare un posteggio vicino all’ingresso della famosa Cascata Varone tra Riva del Garda e Arco, in Trentino, non è cosa assolutamente semplice. Altrimenti bisogna percorrere un po’ di strada a piedi dal vicino centro abitato – Varone – che, meno male, non è lontanissimo.

Comunque, che siate o no fortunati per il parcheggio, una buona camminata la farete ugualmente. E pure in salita fino ad arrivare all’ingresso della grotta. La dentro le acque del torrente Magnone si addentrano nella montagna formando, quindi, le cascate che hanno un’altezza di circa cento metri.

Il torrente che ha formato questa meraviglia scorre nella piccola valle di Ravizze gettandosi, infine, nel lago di Garda. Il Magnone è alimentato dalle acque sotterranee del sovrastante lago di Tenno a circa tre o quattro chilometri a monte.

Fu aperta al pubblico nella seconda metà dell’800. Fu inaugurata il 20 giugno del 1874 e da allora è meta obbligata per migliaia di turisti che trascorrono le ferie sulle rive del lago di Garda e tra i monti del Trentino.

Fin dal passato ha registrato numerose visite di personaggi illustri: Gabriele d’Annunzio, Franz Kafka, l’imperatore Francesco Giuseppe I d’Asburgo, Thomas Mann. Quest’ultimo fu ispirato dalla bellezza del luogo per scrivere un tratto del suo romanzo “La montagna incantata”.

 

A condire la spettacolarità della cascata, l’incantevole vialetto e scalinata – per niente faticosa – circondata da alberi, fiori e piante nostrane ed esotiche rese rigogliose dal particolare clima favorevole al loro sviluppo e dalla ricchezza di acqua.

Il giardino botanico è molto ben curato. Ogni pianta è segnalata con gli appositi cartelli per soddisfare la curiosità del visitatore sulle caratteristiche botaniche della singola specie.

La vegetazione costituisce, quindi, una bellissima distrazione dal rumore crescente che proviene dall’interno della grotta man mano che ci avviciniamo al suo primo ingresso. Primo? Sì, perché la grotta ha due piani: l’inferiore e il superiore. Comunque, dovunque siate, in basso o in alto, non dovete far altro che indossare un impermeabilino trasparente di fortuna, acquistato dietro consiglio dell’addetta della biglietteria. Seguendo il suo consiglio l’ho indossato per non farmi colpire dagli schizzi forti e gelati dell’acqua che scende da cento metri ad una velocità incredibile dall’alto della fenditura della roccia. Si ha l’impressione che l’acqua venga quasi polverizzata tale è la violenza del suo getto… una specie di aerosol gigantesco!

Il fragore è assordante. Per colloquiare con gli amici che partecipano a questa bellissima esperienza bisogna quasi urlare. Le nostre parole si mescolano con la voce della natura che ci sovrasta e ci invita a un rispettoso silenzio… sì, perché la si ammira e la si contempla meglio se lasciamo parlare liberamente il suo cuore e la sua anima!

 

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“Il metodo Montessori”…

di Paola Capitani

Maria Montessori

Nel quartiere degradato del centro storico, a Firenze, tra Borgo Allegri, la piazza delle Rovine (bombardata durante la seconda guerra mondiale), alcune baracche di legno ospitavano l’asilo e le scuole elementari, sezione staccata della Scuola elementare Dante Alighieri, che aveva la sede all’ombra del Tribunale, vicino alla casa di Dante.

   Baracche di legno, costruite in fretta e furia, per dare un’istruzione ai ragazzi delle famiglie del quartiere: ladri, prostitute, carcerati, ricettatori. Il metodo didattico prescelto: il metodo Montessori, ritenuto idoneo per sperimentare un nuovo modello educativo che poteva migliorare la situazione sociale degli alunni, o meglio delle alunne, in quanto era doverosamente una sezione femminile, a parte l’asilo che invece era misto.

   I fiocchi di diverso colore, a seconda della classe di appartenenza, indicavano il livello di età e facevano bella mostra sopra gli immacolati grembiulini bianchi. Le treccine, le code, le frangette, ordinate e ben pettinate si confacevano allo stile indicato dalla direzione che le maestre, con il tradizionale grembiule nero e colletto di pizzo, impartivano con serietà ma anche con affetto.

La paciosa Isolina Marchetti, mia insegnante per cinque anni, è quella a cui devo la mia cultura e il metodo di apprendimento, la costanza e l’impegno che ancora mi accompagnano dopo tanti anni. Il desiderio di rispettare tempi, scadenze e di osservare regole e indicazioni. I quaderni a righe di prima, poi di seconda e di terza, le cornici e le greche sulle pagine corrette e ben ordinate, i voti con la matita rossa e blu che indicavano il risultato ottenuto. Il gesso che strideva sulla lavagna, i fiori nel vaso sulla cattedra, il silenzio durante le lezioni, i banchini sperimentali in formica e metallo, presentati in anteprima nel Museo della Scuola in Palazzo Gerini. L’edificio seicentesco, nobile e blasonato, ospitava la Biblioteca Pedagogica Nazionale e il Centro Didattico Nazionale di Studi e Documentazione (oggi ANSAS, www.indire.it). Anni storici per la storia della scuola e per le sperimentazioni in corso, per cui la collocazione di una scuola elementare accanto all’istituto ne faceva un perfetto insieme. Spesso le alunne venivano condotte nelle sale di Palazzo Gerini per provare banchi e sedie, per verificare lavagne, mappamondi, o per ascoltare brani di libri di testo o guardare illustrazioni di libri per bambini.

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Allineate e ordinate, in fila per due, in silenzio, si varcava il portone che andava dentro il palazzo per noi quasi un mito, un luogo di fascino, una zona magica. Nei saloni, nelle aule, nelle stanze delle mostre vivevamo il nostro attimo fuggente con particolare rapimento, credendo di vivere un momento fantastico, irripetibile.

   Erano i tempi del dopoguerra, ancora scarseggiavano i cibi e le tavole erano semplici e povere, ricche di polpette e di lesso, di patate e poco più. Il pollo e l’arrosto erano i piatti della domenica arricchiti a volte anche dal vassoio di paste della pasticceria del quartiere. I bambini erano ancora gracili e bisognosi di cure, per cui la quotidiana dose di “olio di fegato di merluzzo” veniva sorbito a malincuore, addolcito dalle mentine colorate o da una cucchiaiata di zucchero. Ci mettevano in fila lungo le pareti dell’aula e la bidella di turno ci versava da un’ampolla di vetro il nauseabondo liquido oleoso, a cui facevamo boccacce disgustate, ma serviva a dare forza e a sostenere.

   A metà mattina arrivava anche il latte della Centrale che era fornito sempre per contribuire alla crescita delle nuove leve, e a Natale si aggiungeva anche il piccolo panettone inviato dal sindaco, il mitico Giorgio La Pira. Per anni ho creduto che il sindaco fosse un pasticcere che ci forniva quella prelibatezza, per di più nel formato adatto a noi bambini, piccolo e trasportabile nel panierino di paglia in cui portavamo il bicchiere e il tovagliolo, con il dovuto simbolo di riconoscimento ricamato dalla mamma o da una parente in grado di adoprare l’ago.

   A distanza di anni che piacere ritrovare alcune amiche delle elementari rimaste ancorate a un quartiere storico, tipico, caratteristico, quello di Vasco Pratolini, di Sant’Ambrogio, di Santa Croce, dove i ricordi riaffiorano per magia. Un quartiere che ancora ha una storia da raccontare e che fa palpitare per i colori e l’atmosfera e dove ancora troneggia il Palazzo Gerini, dirimpettaio della bella Loggia del Pesce trasportata dalla storica piazza del Mercato Vecchio, un tempo in quella zona che oggi è Piazza della Repubblica.

Firenze, Loggia del Pesce - Piazza Ciompi - circa 1880    La casa di Vincenzo Ghiberti di cui si legge l’insegna scolpita sul portone, la bottega del Verrocchio, la casa di Michelangelo Buonarroti … famosi condomini di un quartiere che ancora ha una sua connotazione e dove la scuola di un tempo non esiste più. Un giardino e uno spazio giochi sono i visibili resti di quello che un tempo era la biblioteca di quartiere, la Biblioteca Barbera, che ha aiutato i ragazzi della zona a leggere e ad amare i libri, avvicinandoli alla cultura e alla conoscenza. Oggi intestata a Gratta ovvero l’illusionista, attore, mangiatore di fuoco che negli anni 50 faceva sognare noi ragazzi, nella mitica Arena Caroli, uno dei pochi divertimenti a buon mercato che gli abitanti si potevano permettere. A parte il Cinema Garibaldi, ricettacolo di perditempo e ubriachi dove il pavimento era letteralmente coperto di bucce di semi salati e di lupini, cartacce e liquidi organici di varia provenienza.

      Un quartiere dove la scuola era il fulcro, la biblioteca il punto di incontro e di riferimento e dove per anni i ragazzi hanno trovato uno spazio pulito, sano e stimolante.

     Grazie alle insegnanti che si sono prodigate con impegno e con attenzione, con affetto e benevolenza e che hanno trovato il metodo giusto per insegnare le tabelline e la grammatica, la composizione e la ginnastica. Un’apposita maestra ci faceva esibire in dimostrazioni ginniche più vicine ad un saggio di marca fascista che di sport.. ma lo facevamo all’aria aperta e giocosamente e questo per noi era già sufficiente.

   Grazie a Maria Montessori che ci ha insegnato l’alfabeto, già dalle classi dell’asilo, dove avevamo anche i giochi a incastro per lavorare con dimestichezza con forme e colori, ai telai dove abbiamo imparato fino dai primi anni a fare fiocchi e nodi, ad allacciare le stringhe delle scarpe e soprattutto a prenderci cura del nostro ambiente di lavoro, dove ogni giorno avevamo compiti da svolgere a rotazione, mansioni che svolgevamo con impegno ed allegria, sapendo che stavamo lavorando insieme agli altri per un obiettivo comune.

   Una scuola che aveva metodi, valori, regole e legami e che ha lasciato un segno profondo indelebile in quanti hanno vissuto su quei banchi di allora, con quegli insegnamenti solidi e vivi

che ci sorreggono ancora dopo tanti anni e che ci riportano a momenti di serenità e di crescita individuale.

                                                                                            Paola Capitani – paolacapitani@libero.it

Consulente e formatrice coordina dal gennaio 2000 il Gruppo web semantico (http://gruppowebsemantico.blogspot.it). Ha pubblicato saggi ed articoli nel settore della gestione della conoscenza e dei servizi informativi quali Editoria digitale: ma la scuola cosa ne sa?, (in preparazione), Comunicare diversa-mente, 2008, www.ebooks.garamond.it, “Scuola domani”, 2006, FrancoAngeli, Knowledge Management, 2006, FrancoAngeli, favole e poesie, e intriga con la fantasia e le emozioni. Curiosa adora viaggiare per incontrare, vedere, comunicare, narrare e muovere i pochi neuroni che ancora restano.

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Tra i tufi della Toscana: Pitigliano

Di Maria Iorillo & Alberto Pestelli

(da un articolo del 2006 apparso su http://web.tiscali.it/io.pe/ non più in uso)

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

 

Ne avevamo sentito sempre parlare benissimo. Addirittura io conoscevo quel delizioso Bianco prodotto da queste parti che è delizia del palato. Ma nessuno dei due era stato a visitare questo bellissimo antico paese della Toscana. È abbastanza lontano da Roma ma non troppo se consideriamo che Firenze è ben più lontana. In un paio di ore ci siamo arrivati. Evitando di percorrere la bellissima via Cassia, abbiamo preso l’Aurelia da Roma fino Montalto di Castro. Da li siamo giunti in prossimità del lago di Bolsena. Arrivati finalmente in Toscana, dopo una ventina di chilometri o forse di più eccoci in prossimità della maestosa rocca etrusca.

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

Spesso ci siamo chiesti: “Come facevano i Romani ad espugnare questi incredibili baluardi? Gli Etruschi costruivano le loro città in luoghi spesso inaccessibili, nascosti, in alto e alla confluenza di due o più corsi d’acqua. E le strade di accesso erano così anguste…“. E molte di queste vie, dette appunto vie cave, le possiamo trovare nei dintorni di Pitigliano (ad esempio la famosa via cava San Giuseppe). Tuttavia, queste spettacolari strade incastonate nel tufo non erano adibite solamente alla viabilità e a collegare le varie cittadine etrusche tra loro. Avevano uno scopo ben più preciso: erano vie sacre e portavano sempre in direzione delle varie necropoli disseminate un po’ ovunque nei dintorni del centro abitato.

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

Trovare un posteggio a Pitigliano non è cosa semplice. Giriamo per un po’. Alla fine riusciamo a trovarlo poco distante dall’ingresso della parte antica della cittadina.

Mentre ci avviciniamo all’antica porta, percorriamo un tratto di strada dove si aprono una moltitudine di negozi costruiti all’interno di grotte di tufo. Entriamo in una di esse Un’infinità di leccornie ci invitano a tirar fuori il portafoglio. Per il momento resistiamo. Prima visitare la cittadina, data l’ora che volge al desinare, è obbligatorio cercarci una buona trattoria e poi… e poi vedremo.

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

Entriamo nella città vecchia. Subito appaiono i colori della storia. Una storia che profuma di antico, di semplicità. Gli abitanti del luogo sembrano cortesi e sorridenti. Non è la prima volta che, mentre passeggiamo per le strade di antichi borghi medievali, scorgiamo una sincera cortesia nei suoi abitanti. È bellissimo. Come sarebbe bello se esistessero questi sorrisi in tutte le grandi città…

Pitigliano è soprannominata la Piccola Gerusalemme. Infatti è presente una nutrita comunità ebraica. La Sinagoga è del cinquecento. Nei pressi del tempio ci sono i locali adibiti ai bagni di rito e alcuni negozietti ebraici quali il forno del pane azzimo, la tintoria, la macelleria e una cantina kasher.

Pitigliano, la Sinagoga

Pitigliano, la Sinagoga

Vagabondiamo in ogni angolo di Pitigliano riempiendoci gli occhi della bellezza di altri tempi. Vicino alla sede del Comune notiamo un piccolo Bistrot. È caro, ma ne vale la pena. Usciamo pieni pieni e soddisfatti e anche un po’ “allegri”. Il vino, che in questo locale è a calici, è bello forte!.

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

Mentre stiamo passeggiando ci tornano in mente quei negozi scavati nel tufo. Compriamo il famoso Bianco di Pitigliano, e patè di cinghiale per i crostini e altre leccornie. Appena usciamo dall’esercizio un acquazzone ci sorprende nel mezzo di strada. E Lady Gray, la seicento di Maria, è parcheggiata un poco più giù. La pioggia sembra diminuire. Ecco allora che ci avventuriamo sotto l’acqua. In breve tempo siamo dentro l’automobile. Due manovre e siamo di nuovo on the road, verso un altro antico borgo poco distante. Sovana. Mentre ci dirigevamo verso questo piccolo centro del grossetano abbiamo visto delle indicazioni turistiche… Via cava San Giuseppe.

Pitigliano, via cava San Giuseppe - Alberto Pestelli © 2006

Pitigliano, via cava San Giuseppe – Alberto Pestelli © 2006

Spinti dalla curiosità abbiamo parcheggiato la Seicento. Ci siamo incamminati lungo un sentiero nella campagna sottostante Pitigliano e… meraviglia delle meraviglie…, davanti a noi si apriva uno stretto sentiero buio (una vera e propria strada etrusca) scavata nel tufo. Ci siamo avventurati, timorosi, in quello che sembrava quasi un antro dell’inferno. Ma una volta al suo interno, le sensazioni provate inizialmente sono mutate. Quelle pareti di roccia vulcanica sembravano quasi proteggerci da eventuali pericoli. E così doveva essere nell’antichità. Come se fossero state delle strade segrete per raggiungere altre città etrusche della zona. Chissà cosa provavano gli antichi viandanti quando si addentravano in queste vie… protezione a chi le aveva costruite, paura nel nemico. Ed è nata una poesia…

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006 - Poesia tratta dalla silloge "Dei Borghi Antichi"

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

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Tra i tufi della Toscana: Pitigliano di Maria Iorillo & Alberto Pestelli © 2006/2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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