IL PARCO DELLE CASCINE A FIRENZE

Storia, caratteri naturali e curiosità del più famoso dei giardini pubblici fiorentini

 di Claudia Papini

Spesso andiamo a cercare luoghi speciali e rarità lontano chissà quanto e ci scordiamo che proprio in casa nostra ci sono ambienti che meritano attenzione particolare. Il Parco delle Cascine di Firenze rappresenta uno di questi sottovalutati gioielli. Con questo breve articolo mi riprometto di ricordarlo e vi invito a visitarlo/riscoprirlo con un’ottica diversa, non solo come uno spazio dedicato a un mercato o a una manifestazione, e ad andare oltre la meta usuale dei frequentatori domenicali, costituita da Piazzale Kennedy, ad imboccare il viale dell’Aeronautica o a proseguire lungo il fiume per “esplorare” la parte nord-ovest, riappropriandovi della primitiva immagine di questo meraviglioso complesso storico e naturale.

Telemaco Signorini, Il Quercione alle Cascine

Telemaco Signorini, Il Quercione alle Cascine

 Fino alla metà del ‘500 il territorio ad ovest di Firenze, dalle pendici del Monte Morello fino all’Arno, era costituito da una piana soggetta ad alluvioni, instabile e quindi non adatto ad insediamenti fissi. Vi si trovavano delle formazioni dovute ai depositi e all’attività fluviale, che si potevano definire isole, solide, ma non abbastanza per dare l’avvio ad alcun tipo di attività antropica stanziale.

Con la costruzione della Fortezza, il corso del Mugnone venne incanalato e deviato verso ovest, successivamente fu scavato il Fosso Macinante. La nuova disposizione di canali, importanti e stabili, fu il presupposto perché i terreni all’interno di questo triangolo iniziassero a consolidarsi: con questi interventi i Medici, proprietari dell’area, iniziarono quella che sarà una vera e propria opera di bonifica.

L'Indiano

L’Indiano

Come era successo per la villa di Poggio a Caiano e per molte altre parti della regione, anche Cascine dell’Isola, questo era il nome dell’area, con la sua foresta planiziale, diventa parte del programma di valorizzazione del patrimonio forestale Mediceo, con lo scopo sia di salvaguardia del territorio, che di esternazione del potere della famiglia. In un primo tempo l’area viene sfruttata solo come riserva faunistica e bandita di caccia, ma poco dopo si decide di trasformarla in una vera e propria fattoria.

Le Pavoniere

Le Pavoniere

Una valorizzazione più spiccata si ebbe con il passaggio delle Cascine alla famiglia dei Lorena: la fattoria doveva diventare una produttiva azienda agricola , esempio della politica agraria dei principi, ed essere area aperta al pubblico in occasione di fastosi eventi. Pietro Leopoldo affidò il progetto al giovane architetto Giuseppe Manetti che ideò un progetto strutturale e organico del parco, che anticipa il gusto del giardino naturalistico all’inglese, e dei vari edifici. Il disegno è finalizzato, oltre che all’aspetto estetico, alle destinazioni funzionali: i viali lungo il corso dell’Arno facilitano la strategia di caccia, così come la ragnaia; sono contemporaneamente previste le strutture di servizio destinate all’azienda agricola; il tutto senza trascurare il fondamentale aspetto di rappresentanza e lustro prevedendo di destinare l’area a grandi, pubblici festeggiamenti.

 

Con Elisa Baciocchi, nel periodo napoleonico, le Cascine diventano propriamente un Parco pubblico. Nel 1868 furono acquisite dal Comune di Firenze. Contrariamente a quanto si possa pensare, l’Amministrazione si trovò proprietaria di un bene che, anziché costituire una rendita, necessitava di urgenti e imponenti lavori di manutenzione. Si decise così di abbandonare completamente la destinazione rurale e di trasformare l’area definitivamente ed esclusivamente in un parco pubblico. Vengono concessi spazi per la creazione di impianti sportivi e ricreativi, ma anche per il ristoro degli ormai numerosissimi frequentatori. E’ con questo aspetto che oggi si presentano le Cascine.

La statua di Vittorio Emanuele II

La statua di Vittorio Emanuele II

Esse non devono però essere considerate soltanto un polmone verde con uno storico passato: è importante riconoscer loro un’importanza botanica. Anche se negli ultimi anni numerosi tagli lo hanno ridimensionato, il bosco situato a nord-ovest del parco, compreso tra il piazzale delle Cascine e la confluenza tra Arno e Mugnone, ha mantenuto una certa naturalità, conservando, almeno in parte, l’aspetto di antica foresta planiziaria. E’ costituito prevalentemente da farnie, lecci, olmi, tigli, aceri, frassini, carpini e da un interessante sottobosco. Grazie al suolo fertile e alla falda che costituisce una buona riserva idrica, si tratta in moltissimi casi di esemplari grandi e maestosi. Interessante è anche la vegetazione ripariale, nonostante abbia perso molte delle sue caratteristiche originarie, con la drastica riduzione di salici e pioppi lungo il greto.

L'anfiteatro

L’anfiteatro

Strade e viottoli sono spesso delimitati da siepi che si snodano per circa 30 Km all’interno del parco e costituiscono un importante habitat per alcune specie di uccelli. Le siepi sono costituite da piante capaci di resistere alle torride estati fiorentine e contemporaneamente all’ombreggiatura delle piante più alte; troviamo tra le altre la lantaggine, il ligustro e il leccio nella fase arbustiva.

Le specie floristiche che lambiscono i boschi, soprattutto nelle zone meno “calpestate”, sono numerose, per scoprirle è sufficiente essere un attento visitatore. Si passa da piante comuni ad alcuni più rari esemplari; in autunno troveremo anche svariate specie di funghi. Un incentivo in più, quindi, per godersi una passeggiata “tradizionale” con un’ottica diversa: per localizzare e riconoscere alcune delle specie botaniche che ornano il Parco nelle varie stagioni vi sarà utile la Guida, edita recentemente dal Comune di Firenze, che segnaliamo in Bibliografia. Escludete per il tempo necessario la folla, i veicoli, le grida dei bambini e fingete che la vostra bicicletta (un mezzo adattissimo per percorrere le Cascine) sia la carrozza di un Granduca lorenese: allontanate dalla vostra mente ogni immagine di degrado notturno che questi luoghi evocano e riappropriatevi con la fantasia di questa bellissima parte di Firenze.

La Piramide

Intorno alla casa del Capoguardia si concentrano alcune infrastrutture, tra queste anche un mosaico di laghetti che, oltre ad essere adibiti a peschiere, venivano utilizzati per la formazione del ghiaccio. Nelle vicinanze si trovano due conserve, due ghiacciaie. La ghiacciaia era una semplice struttura conica, coperta con un tetto di paglia, circondata dalla macchia in modo da restare in ombra; vi si conservava il ghiaccio indispensabile alla conservazione dei prodotti della cascina, in particolare di quelli caseari.

La piramide

La piramide

Con il tempo le ghiacciaie si deteriorarono, e si decise di sostituirle con una nuova. Nel frattempo l’abitazione del Capoguardia era stata ricostruita perdendo totalmente l’aspetto rurale, acquistando importanza architettonica, impreziosita anche dalle due edicole delle fagianiere; ne conseguì che la nuova ghiacciaia doveva essere adeguata al mutato scenario che si era venuto a creare. Venne però deciso di lasciare “inalterata” la forma, ma di conferirgli un ben più nobile contenitore: venne chiesto al Manetti di progettare una piramide delle dimensioni della preesistente ghiacciaia…

Le ragnaie

Le ragnaie erano delle aree, solitamente boschetti di sempreverdi o comunque costituite da fitti arbusteti e siepi, destinate all’uccellagione. Se facciamo attenzione, molto spesso nei giardini delle antiche ville si nota una zona boschiva particolarmente fitta disposta a cerchio; nella maggior parte dei casi, è quanto rimane della ragnaia padronale.

Le tecniche per la cattura erano svariate, potevano essere dotate di uccelli da richiamo, potevano servire solo da appostamento o avere delle reti, poste sulla cima o tese a parete, atte alla cattura degli uccelli. L’intrico del bosco e gli stessi richiami attiravano gli uccelli inducendoli ad entrare in un ambiente apparentemente di rifugio e a cadere nella trappola preparata.

Anche alcune zone di “Cascine dell’Isola” vennero adibite a ragnaia: il Bosco dei Ginepri, attraversato da un viale con andamento sinuoso, e l’area intorno al Prato delle Cornacchie, costituita da un folto bosco.

Il Parco

Il Parco delle Cascine, con i suoi 160 ettari, rappresenta il più grande parco pubblico di Firenze, una striscia che costeggia la riva destra dell’Arno per più di tre chilometri, e che comprende circa 35 ettari di bosco. Nell’area del parco sono inclusi vari impianti sportivi, tra cui l’ippodromo e la piscina delle Pavoniere, e altre strutture come la Facoltà di Agraria, la Scuola di Guerra Aerea e l’anfiteatro. Sono state, e in parte continuano ad esserlo, teatro di moltissime feste cittadine.

Bibliografia:

Alessandro Rinaldi -La caccia, il frutto, la delizia. Il Parco delle Cascine a Firenze – EDIFIR

Stefano Mosti -Flora spontanea delle Cascine. Un parco sul fiume – Edizioni Polistampa

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LUNGO IL VALLO, CON L’IMPERATORE ADRIANO E MARGUERITE YOURCENAR

Di Gianni Marucelli

Quando si dice “libri di viaggio”, vengono subito in mente mete esotiche e/o strane, autori come Bruce Chatwin, atmosfere cariche d’avventura e profumate di lontananza, e non la vecchia Europa, un angolo della quale è protagonista del libro che presentiamo. Un percorso che non richiede lunghi viaggi aerei o navali, ma può essere alla portata di un normale trekker, non del tutto sprovveduto ma nemmeno accanito, quale il fiorentinissimo Paolo Ciampi, che usa gli scarponi quanto gli autobus e, come Guida, ha in mano un romanzo che in molti amiamo, Le memorie di Adriano, capolavoro assoluto di quella grande scrittrice che si chiama Marguerite Yourcenar.

Paolo Ciampi

S’intitola La strada delle legioni, il bel volume di Ciampi, che ci conduce a percorrere un itinerario lungo il Vallo di Adriano, o almeno quel che ne resta, nella realtà e nella memoria, da una costa all’altra dell’Inghilterra, nel suo punto più stretto, pressappoco dove England e Scotland s’incontrano (e, in passato, si sono varie volte scontrate…). La storica muraglia, fatta costruire attorno al 130 d.C. dall’Imperatore che le ha dato il nome, nel periodo di massima espansione e potenza di Roma, è sopravvissuta a quasi duemila anni di storia, non solo nelle pietre (nella massima parte asportate per erigere altri edifici) ma anche in numerosi toponimi, che a essa, e ai fortilizi che la completavano, si riferiscono.

Però, non è solo il Vallo, con la sua lunga vicenda, a occupare le pagine del giornalista e autore toscano: anzi, spesso the Wall, come lo chiamano gli inglesi, resta in filigrana, e fa da supporto alle riflessioni intorno ad altri Muri, ad altre divisioni, geografiche o ideologiche, che hanno afflitto, e ancora affliggono, la comunità umana…

Sullo sfondo, la vecchia Inghilterra rurale e fondamentalmente benevola nei confronti del turista, anche se non è perfettamente padrone della lingua; le piogge estive e le brume, le brughiere e le locande dove si servono gli apple crumbles e i pork pies, e piatti simili ad alta gradazione di colesterolo, insieme al tea e a un’ottima birra.

Poi, le storie di vita che vengono dal passato e che le lapidi e le tavolette, un tempo cerate, restituite alla luce dagli archeologi, ci raccontano: semplici legionari e ufficiali, funzionari imperiali e mogli sole e tediate dalla vita “di frontiera”…

Tutto ciò, e tanto altro, con penna felice Paolo Ciampi condivide con noi.

Davvero, una lettura piacevolissima.

Gianni Marucelli

 

* Paolo Ciampi, La strada delle legioni – L’ Inghilterra coast to coast lungo le vie romane, Milano, Mursia editore, 2014. Euro 16,00

 

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Lungo la via dei Mosaici

Mini ebook di Alberto Pestelli

Particolare della basilica di San Vitale, Ravenna – Alberto Pestelli © 2012

 Un viaggio, di breve o lunga distanza che sia, è sempre un percorso che nutre la mente, è un atto creativo. Ѐ un interagire profondo con luoghi, cose e persone che arricchisce, procura nuove prospettive, apre nuovi orizzonti. In questo reportage, Alberto Pestelli, protagonista di un viaggio itinerante in treno, racconta un tour artistico e storico di luoghi, noti e meno noti, siti sulla via Faentina, tra la Toscana e l’Emilia Romagna, guidandoci alla scoperta di capolavori che il mondo intero ci invidia. Un prezioso documento in cui l’Autore ha registrato, fissato tra parole e immagini, la bellezza intima di alcuni monumenti e, soprattutto, dei mosaici di Ravenna, città dichiarata dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. L’intenso lirismo e il perfetto connubio tra colori, forme e poesia, utilizzati dall’Autore, destano nel lettore curiosità e desiderio di salire su quel treno per vivere la medesima intensa esperienza e lasciarsi attrarre, e indurre alla riflessione, dal linguaggio dell’arte, i cui temi iconografici rappresentano sempre la vittoria della vita sulla morte. (Maria Iorillo)

Per effettuare il download del mini ebook entrate in questa pagina…

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Una perla del Tango tutta italiana: intervista a Donatella Alamprese

Di Gianni Marucelli

“Il Tango mi ha insegnato a vivere la vita in un abbraccio”

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Potentina di nascita, viaggiatrice per vocazione, ora residente in Toscana, ma la sua anima palpita per l’Argentina. O, più precisamente, per il Tango. Donatella Alamprese è, senz’altro, l’interprete italiana del Tango “cantato” più apprezzata a Buenos Aires e dintorni, dove tornerà alla fine di Febbraio, per esibirsi, al Teatro Colyseum, assieme ai maggiori cantanti sudamericani, unica cantante europea invitata a quella che è la più importante manifestazione riguardante questo genere musicale, la Cumbre Mundial del Tango.

Non è la prima volta, infatti, che Donatella, assieme al chitarrista Marco Giacomini, viene invitata in Argentina: due anni fa la prima esibizione presso la prestigiosa Academia Portena del Lunfardo, vero e proprio “tempio” del Tango argentino, e da lì una tournee di successo tra Buenos Aires e Santiago del Cile, che segue le altre due precedenti tournee giapponesi.

Per capire meglio com’è nata e si è sviluppata in lei, ormai da diversi anni, questa passione per la musica argentina, siamo andati a intervistarla a casa sua, nel Valdarno fiorentino.

 Donatella chitarra

In realtà, spiega Donatella, il Tango è sempre stato presente a casa mia, fin da quando ero piccola.

I miei nonni hanno vissuto parte della loro vita in Argentina, e mio padre è sempre rimasto legato alla cultura di quella che considerava la sua terra d’origine, anche se non ci è potuto mai tornare. Sapeva ballare il tango e lo cantava anche, in casa, ma non era certo a quei tempi nella mia sfera di interessi! E vero, anch’io avevo la musica nel sangue… era quello che ci accomunava me e mio padre! indimenticabili i “concertini” insieme… lui con il mandolino che tanto amava ed io con la chitarra, ma i miei gusti di allora erano profondamente diversi.

In seguito la passione per le lingue straniere, la laurea all’istituto di Lingue orientali a Napoli, i viaggi e le borse di studio all’estero, lo studio e la pratica della musica sempre di pari passo nella mia vita. Poi la scelta di vivere a Firenze legami con la mia famiglia sono rimasti profondi e quando però lui è morto, ormai dodici anni fa, mi sono accorta che quei ricordi infantili così legati all’Argentina erano profondamente radicati in me, e il Tango ne era parte fondamentale. Cominciare a cantare il tango, allora, è stata un’esplosione improvvisa e totale, quasi una necessità dell’anima, un modo per ritrovare mio padre, condividere con lui l’emozione di aver riconosciuto quelle radici così profonde in me.

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 Prima che iniziassi il tuo percorso col Tango, ti conoscevamo come artista poliedrica, con solidi studi musicali alle spalle, che spaziava dall’opera lirica, e dalle romanze ottocentesche, al jazz, al pop, alle Folksongs rielaborate da Luciano Berio, il tuo modello, la grande Kathy Berberian: hai avuto un modello a cui rifarti per quanto riguarda l’avventura chiamata Tango?

Alamprese Giacomini

In realtà no… era tutto dentro di me. ho studiato anche con Hugo Aisemberg e con il soprano Beatriz Lozano… ho molto ascoltato, ma tutto è fluito come se, da sempre, avessi cantato tango.. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente grandi cantanti a Buenos Aires, come Susanna Rinaldi, che ebbe a dirmi, dopo un mio concerto : “Canta il Tango meglio di una Portena!”, che è il massimo complimento che si può fare a un’artista non argentina. Altre, come Patricia Barone o Sandra Luna, mi sono state presenti a livello interpretativo… come anche cantanti di sesso maschile, Gardel e Goyeneche ad esempio… Ma, ribadisco, il tango era in me fin da piccola, anche se solo a livello inconscio, quindi interpretarlo, è stato del tutto naturale avendolo da sempre respirato! Ovviamente, molto merito lo ha anche Marco Giacomini, il mio chitarrista, che già conosceva e coltivava la musica sudamericana e a lui devo l’inizio di questo cammino che è diventato una filosofia di vita… il tango è come la vita…

 Dona lago

A proposito di Marco, faccio osservare ai nostri lettori, proprio perché non è in questo momento presente, quanto sia importante avere accanto un musicista del suo calibro e della sua sensibilità, dotato di una tecnica chitarristica del tutto fuori del comune.

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Certo! Le sue qualità non si limitano a quelle dell’esecutore… sa anche elaborare e arrangiare i brani in modo fantastico e indubbiamente l’incontro con lui è stato determinante per consentirmi di riagganciare il mio cuore alla memoria dei tanghi cantati da mio padre, quelli dei vinili portati da Buenos Aires… Gardel, Mores. ..

 

Torniamo al Tango e all’Argentina. Là ti sei fatta tanti amici ed estimatori.

Sì. Grandi personaggi che mi hanno onorato della loro amicizia. Per primo, il Maestro Saul Cosentino, uno dei più importanti compositori argentini contemporanei. Mi ha conosciuto tramite il web, e mi ha contattato chiedendomi se mi sarebbe andato di cantare dei brani di tango da lui scritti… poi, durante un suo soggiorno in Italia, è venuto addirittura a trovarmi a casa. Una persona stupenda. In secondo luogo, la poetessa Marta Pizzo: con lei ho instaurato, altre che una profonda amicizia, una collaborazione professionale, musicando e cantando dei suoi testi.

Poi Claudio Duran e il Movimento Feminino del Tango: è stato lui a volermi in Argentina la prima volta… e poi Il mio mito, la cantante Patricia Barone e intellettuali come Enrique Snider e il poeta Ernesto Pierro… a Buenos Aires mi trovo come a casa mia, e sono molto felice di ritornarvi prossimamente. L’intellighencia del tango mi ha accolto a braccia aperte…

 

Oltre al Colyseum, teatro famoso, dove ti esibirai?

Per il momento il programma è in fase di elaborazione e contrattazione, comunque di certo terrò due concerti, uno nel mitico Cafè Cultural “ Bien Bohemio” e l’8 Marzo, in occasione della Festa della Donna, al Centro culturale “Elàdia Blazquez” grande figura femminile nella storia del tango. Ancora perle da infilare in questa collana di esperienze per me così preziose.

 

Quali emozioni ti suscita il Tango?

E’ per me una vibrazione profonda dell’anima, che ha avuto l’effetto di cambiare realmente la mia vita. Devo dire che mi ha portato una sorta di rigenerazione, mi ha eternamente congiunto a mio padre… mi ha consentito di guardare gli altri, e il mondo, con occhi diversi.

Il Tango mi ha insegnato a vivere la vita come in un abbraccio…

 

Bellissima espressione che, se sei d’accordo, userò come sottotitolo a questa intervista!

Per finire, diciamo ai nostri lettori quando e dove si terrà il tuo prossimo Concerto.

10906175_10155056199460494_4899027748828275779_n A Firenze. La data è quella del 23 Gennaio, alle ore 21, presso il Teatro del Cestello, nell’omonima piazza di Oltrarno, dove con gioia torniamo per la quarta stagione consecutiva. Non ci sarà solo tango. L’evento è intitolato Crossroads, I crocevia della Musica. Porteremo il pubblico a vivere esperienze musicali diverse, in giro per il mondo, seguendo tre temi fondamentali: l’Amore, la Passione, la Follia. Mi accompagneranno, oltre a Marco Giacomini alla chitarra, il clarinettista Andrea Tinacci e Paolo Casu alle Percussioni.

Grazie, Donatella. Sono certo che molti dei nostri lettori vorranno essere presenti!

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Lu vasettu

Di Carmelo Colelli

Oggi, 17 Gennaio, è la Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue locali.

Il dialetto racchiude in sé un immenso patrimonio culturale, che va tutelato, valorizzato, trasmesso in quanto costituisce un “cordone ombelicale” tra le nuove e le vecchie generazioni della nostra regione, città, paesi.

Ogni parola tramanda, comunica contenuti culturali, quali usi, costumi, tradizioni, leggende, ecc., che valgono a spiegare certi comportamenti, magari completamente diversi del nostro tempo presente.

Il dialetto, quello nostro, di tutta Puglia ha subìto, nel tempo l’influenza di “voci greche, latine, francesi, spagnole” queste contaminazioni, a volte, ne hanno arricchito la portata culturale.

Non bisogna effettuare “storpiature”, “forzature” per “caricare” una battuta di spettacolarità e, quindi, provocare la risata e l’applauso.

La lingua dialettale, permette di descrivere le emozioni che hanno provato i nostri padri, i nostri nonni e anche… gli oggetti che hanno fatto parte della nostra vita in passato e che ci ritroviamo a guardare, oggi, forse un po’ arrugginiti o scheggiati, pronti a risvegliare i nostri ricordi.

 LU-VASETTU-01

 Lu Vasettu (dialetto Mesagnese)

L’atru ggiurnu stava ‘ntra l’ortale ti casa mia, stava sulu sulu, totta ‘nna vota mi sintii chiamari:

“Carmè! Carmè!”

Uardai atturnu atturnu, no veddi anama viva, mancu sobbra all’astichi ti costi stava nisciunu, ntra l’atri ortali ti costi, mancu si sintia niscunu, io la voci però l’era sintuta.

Contunuai a fari cuddu ca sta facia.

Toppu nu picca mi sintii chiamari n’atra vota.

“Carmè! Carmè!”

Uardai bbuenu bbuenu e capii ca la voci vinia ti lu Vasettu, quddu giallu, ppuggiatu sobbra alla vocca ti nu capasoni, no putia essere veru ca lu vasettu sta parlava, mi ‘nvicinai chianu chianu, quando stava propri ti fronti, iddu mi ticiu:

“Carmè, ta fattu crandi, iu mi rricordu ti tei, mi rricordu quandu ieri piccinnu, quandu sciucavi qua nnanzi, quandu ‘ntra st’ortali staunu tanti fiuri ti tanti culuri, quandu cu llu vantili neru e lu fioccu azzurro, scivi alla scola.”

Mi simbrava ca mi sta sunnava, ma non era ccussini, iu stava bellu e ddiscitatu, era lu Vasettu ca sta parlava, continuau e mi ticiu:

“Moni agghiu rimastu, qua ‘nnanzi allu soli, sobbra a stu capasoni, sulu e bbandunatu.

Ti ‘stati, quandu faci tantui cautu, mi sembra ca m’agghia squagghiari, duranti lu ‘nviernu, sembra ca aggia catiri ‘nterra e ma agghia spriculari a milli pizzetti.

Moni no servu chiù a nienti, avi tanti anni ca stau qua fori, ti quandu rrivau la Riggina.”

Si firmau, comu cu pigghia fiatu, poi continuau:

“La Riggina era bella, leggera, culurata ti tanti culuri, fatta ti tutti li formi ca sirviunu ‘ntra li casi, quandu catia ‘nterra no si scasciava, comu succitia a unu ti nui.

Sta Riggina si chiamava: “Plastaca”, ticunu ca la fannu ti lu pitrogliu, a nui inveci ‘ndi faciunu cu lla creta rossa, quedda ca si trova ‘ntra li campagni, ti Grottagli, sotta Taruntu.

Prima cu rriva la Riggina, quandu tuni ieri piccinnu, chiui ti cinquant’anni aggretu, iu non era sulu, iu tiniva li frati mia chiù garndi e quiddi chiù piccinni, tinia puru li cuggini mia, erunu comu a mei pero loru non erunu gialli, erunu bianchi, nu bbiancu nu picca sporcu.

Ntra ddo mei, nonnata e mmammata l’ustati mintiunu pipaluri e marangiani sottoglio o sottacitu, ntra ddo li cuggini mia mintiunu li fichi, quiddi bianchi tuci tuci e li fichi cchucciati cu lla mendula intra.

La matina, quandu ieri a sciri alla scola, nonnata si ‘nvicinava a unu ti li cuggini mia, pigghiava tre quattru fichi e ti li mintia ‘mpota e tuni fucivi tuttu cuntientu ti lu rricalu.

La sera, quandu ierava a mangiari, mammata si ‘nvicinava a mei cu nnu piattu ti creta smaltata, bellu e culuratu, puru iddu ti Grottagli e, lu anchia ti pipaluri e marangiani.”

Si firmau, mi uardau e mi ticiu:

“Carmè! Fammi ‘nnà fotografia e ci pueti mmostrala a tutti l’amici tua.”

St’urtama frasi mi simbrau na prighiera.

Comu nci putia tiri ti noni, la fotografia si l’era propiu mmiritata!

 Il Vasetto (versione in italiano)

L’altro giorno, ero solo nel giardino interno di casa mia, tutto ad un tratto mi sentii chiamare:

“Carmelo! Carmelo!”

Guardai intorno, non vidi nessuno, nè sulle terrazze vicine nè nei giardini delle altre case, io, però, la voce l’avevo sentita.

Continuai ad occuparmi di ciò che stavo facendo.

Dopo poco mi risentii chiamare:

“Carmelo! Carmelo!”

Guardai bene e capii che la voce proveniva dal Vasetto, quello giallo, poggiato sulla bocca di una giara, non poteva essere vero che il Vasetto stesse parlando, mi avvicina piano piano e quando fui proprio di fronte, mi disse:

“Carmelo, sei diventato grande, io mi ricordo di te, ricordo di quando eri bambino e giocavi qui in questo giardino dove c’erano fiori di tanti colori, quando con il grembiule nero ed il fiocco azzurro, andavi a scuola.”

Avevo la sensazione di stare sognando, ma non era così ero abbastanza sveglio, era il Vasetto che parlava e continuò:

“Adesso sono rimasto qui fuori al sole, su questa giara, solo ed abbandonato.

In Estate, quando fa molto caldo, ho la sensazione che debba sciogliermi, durante l’Inverno, che debba cadere per terra e frantumarmi in mille pezzetti.

Ora non servo più a niente!

E’ da tanti anni che mi trovo in questo posto, da quando arrivò la Regina.”

S fermò, come per prendere fiato, poi continuò:

“La Regina era bella, leggera, colorata, di forme diverse, quando cadeva per terra non si rompeva, come accadeva ad uno di noi.

Questa Regina si chiamava: “Plastica”, deriva dal petrolio, noi invece eravamo prodotti con l’argilla rossa, quella che si trova ancora nelle campagne di Grottaglie, vicino Taranto.

Prima dell’arrivo della Regina, quando tu eri bambino, più di cinquant’anni fa, avevo i miei fratelli più grandi e più piccoli, avevo anche dei cugini erano come me, variavano solo nel colore più o meno bianco.

All’interno, tua nonna e tua madre d’estate mettevano peperoni e melanzane sott’olio o sott’aceto, dentro i miei cugini, invece conservavano i fichi secchi, quelli bianchi dolci e quelli secchi cotti al forno con la mandorla all’interno.

La mattina, quando dovevi andare a scuola, tua nonna si avvicinava a uno dei miei cugini, prendeva tre quattro fichi e te li metteva in tasca e tu correvi felice del dono.

La sera, a cena, tua madre riempiva un piatto in terracotta smaltata, bello e colorato, anche questo di Grottaglie, con i peperoni e le melenzane che io custodivo.”

Si fermò, mi guardò e mi disse:

“Carmelo! Fammi una fotografia e se puoi mostrala a tutti i tuoi amici!”

Quest’ultima frase mi sembro una preghiera.

Come potevo dirgli di no, la fotografia se l’era proprio meritata!

 

 

Carmelo Colelli

17 Gennaio 2015

Licenza Creative CommonsLu vasettu di Carmelo Colelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Il Giardino dell’Orticoltura di Firenze

Di Alberto Pestelli

Il Giardino dell'Orticoltura di Firenze in una foto di fine '800 - Pubblico Dominio.

Il Giardino dell’Orticoltura di Firenze in una foto di fine ‘800 – Pubblico Dominio.

Come non approfittare di una bella giornata per visitare un luogo che ho sempre desiderato di conoscere. Meglio ancora se in gennaio… Sì, certo, d’inverno il giardino dell’Orticultura non offre il meglio di sé. Il risveglio è ancora lontano nonostante che le temperature di questi ultimi periodi non siano così rigide. Tuttavia, sull’erba dei prati spuntano timide, intere brigate di margheritine quasi a sfidare i rigori della stagione.

Giardino dell'Orticoltura di Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Giardino dell’Orticoltura di Firenze – Alberto Pestelli © 2015

A loro basta un poco di sole per uscire allo scoperto e diventare l’unica attrazione floreale di questo storico giardino fiorentino voluto dall’Accademia dei Georgofili nel 1852. In realtà, quell’anno, la storica istituzione fiorentina prese in considerazione un progetto che fondasse una società toscana per l’orticultura.

Giardino dell'Orticoltura di Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Giardino dell’Orticoltura di Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Sette anni dopo, il progetto si trasformò in realtà. La società neoformata prese possesso di un terreno vicino a Porta San Gallo (nell’attuale piazza della Libertà), proprio all’inizio di via Bolognese.

In tre anni fu realizzato quello che fu nominato un piantatoio con vigna e un pomario. Inoltre furono sistemate molte piante ornamentali rare.

Dal 1880 il giardino ospitò la prima di una serie di esposizioni nazionali di fiori. A seguito del successo dell’evento, la Società Toscana decise la costruzione del monumentale tepidario: un’enorme serra di vetro e ferro. La sua costruzione fu molto veloce (furono montanti ben 9700 pezzi) tanto che fu inaugurato il 19 maggio 1880.

Giardino dell'Orticoltura di Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Giardino dell’Orticoltura di Firenze – Alberto Pestelli © 2015

In occasione di un’altra esposizione nel 1887, il giardino vide la nascita di un Caffè ristorante e l’installazione di un’altra serra.

Dopo aver conosciuto giorni di gloria (nel 1911 fu organizzata un’importante mostra internazionale di floricoltura), negli anni ’30 il giardino iniziò a perdere d’importanza. Fu acquistato dal Comune di Firenze destinandolo a parco pubblico. Fu piano piano abbandonato a se stesso. Dopo la seconda guerra mondiale, il tepidario – che era stato danneggiato – fu restaurato. Tornò all’antico splendore. E così lo vediamo in questi giorni d’inverno.

Giardino dell'Orticoltura di Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Giardino dell’Orticoltura di Firenze – Alberto Pestelli © 2015

La struttura di ferro e vetro è vuota e in attesa di qualche evento che la faccia di nuovo sorridere. Sono certo che con il risveglio primaverile il giardino dell’Orticoltura si rivestirà di nuovi colori. Tuttavia, un po’ “tinte” che solletichino la fantasia pluristagionale degli amanti della natura sarebbero appropriate. Basta volerlo e senza nemmeno tanto spendere. E sarà ancor più piacevole passeggiare in un piccolo angolo sereno della nostra Firenze.

Licenza Creative CommonsIl giardino dell’Orticoltura di Firenze di Alberto Pestelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Sono – una poesia di Massimilla Manetti Ricci

Di Massimilla Manetti Ricci

 

Sono

Sono la punta delle emozioni

in bilico sul filo dell’incertezza

 

Sono il respiro sottile

della farfalla che vola prigioniera dentro me

 

Sono il battito di ciglia di spasmi anelanti,

che si posano su occhi distanti

 

Sono il volo della libertà

sopra la grata che nasconde il desiderio

sopra la catena che fugge la colpa

sopra la favola antica dell’illusione

sopra la verità bruciante dell’attimo fugace

 

Sono

Sono la punta del piede

in bilico sulla rete dell’impossibile

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Sono di Massimilla Manetti Ricci © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Educazione ambientale

Cari amici lettori, giriamo una notizia del sito www.ansa.it ambiente e energia.

EDUCAZIONE AMBIENTALE SARA’ OBBLIGATORIA A SCUOLA

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Confesso il tramonto

Di Luigi Diego Eléna

Tramonto - Alberto Pestelli © 2011

Tramonto – Alberto Pestelli © 2011

Osservo il tramonto che appare come un lungo ramo rosso ciliegio, pare che il cielo cali un braccio carico di timidezza. In basso il solaio marmoreo della prima neve, poi i colori tacciono. Si apre la fessura del buio scacciato tutto il giorno dalla sentinella sole. Confesso, ho già la nostalgia dell’alba, che è l’infanzia quando il sorriso grazioso libera i singhiozzi anche per una caramella. Ha la sua vestina orlata, i sandaletti a due buchi, vispi come gli occhi di un topo, là accucciata e smarrita dietro al Resegone. I vetri delle finestre sono specchi opachi di carta gialla dei lampioni che sbadigliano dopo un sonno ostinato dal mattino alla notte. Chissà se è abbandonata quella casa di campagna che si lascia leggere solo dal profumo di burro e latte a quest’ora? Ogni luce può essere una persona solo se si muove. Un tiro a segno per domande. Ciò che si pensa è un sogno che segue curioso e turbato vestito da fantasma. Il buio è un libro nascosto della notte.

Licenza Creative CommonsConfesso il tramonto di Luigi Diego Eléna © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Se la sai rispondi…

quiz

Carissimi amici lettori oggi si gioca… Di che cosa si tratta? Beh, niente di speciale… è solo un piccolo quiz tanto per divertirci un po’. Faremo una domanda di argomento generale e voi potrete rispondere usando il form dei commenti che troverete in questa pagina. Che cosa non dovete fare… rispondere sui social network tipo facebook. Quindi le risposte esclusivamente sul nostro sito. Ma che cosa si vince?  Un ebook. Il nostro ebook “Ispirazioni, le parole e i colori” che vi faremo avere tramite www.ibs.it. Naturalmente quando risponderete nel form è obbligatorio inserire il vostro indirizzo di posta elettronica (che rimarrà invisibile nella pagina) altrimenti non saremo in grado di inviarvi il piccolo premio. Il risultato lo saprete in serata.

La Redazione

DOMANDA

Dove si trovano i Pennini?

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