Sono Otzi, l’uomo venuto dai ghiacci

Una econovella di Massimilla Manetti Ricci

Appena un attimo. Appena il tempo di accorgersi di un calore intenso che stillava dalla sua spalla, appena il tempo di sentire un dolore penetrante e penetrato con la punta di una selce, appena il tempo di accasciarsi sul ciglio del dirupo sul Similaun, vicino al Giogo di Tisa in Val Senales. Appena un attimo e fu per sempre.

Fu per sempre che nel tempo fatto di millenni mi sono piegato su me stesso con l’ultimo anelito di vita che restava prigioniero tra la ferita e le vene dissanguate della mia spalla slogata mentre l’alternarsi delle stagioni mi ha ibernato, con ghiacci sciolti e riformati a partire dall’incipiente estate di 5300 anni fa.

Appena un attimo.

E appena in un attimo è arrivato settembre 1991: dopo secoli di silenzio rotto solo dalle incrinature dei cristalli ghiacciati, sento rumori strani, nuovi, diversi; mi sento afferrare e storcere tutte le mie povere ossa mummificate. Mi toccano e subito incancrenisce ciò che per millenni la natura ha gelosamente custodito.

Mi portano via in una scatola bianca che si muove, mi marcano col C14 per datarmi e poi mi depositano, dopo una lunga contesa con l’Austria per solo 92 metri di qua dal confine, in una città, Bolzano e mi danno il nome Otzi.

 

Lì sono esposto, disteso in una teca fredda, perché così mi sono adattato nei secoli e spruzzato di acqua distillata per mantenere umido il mio corpo; lì, la curiosità dei discendenti mi osserva con occhi increduli e meravigliati nel vedere, dalla mia fisionomia ricostruita, come già 5300 anni fa il mio aspetto fosse assai simile o uguale al vostro, oggi.

E lì ho fatto nascere una nuova branca di ricerca: l’archeologia dei ghiacci.

Peccato però che il riscaldamento globale metta a rischio i reperti conservati nei ghiacciai che vanno sempre più restringendosi.

Ma facciamo un passo indietro per raccontare quello che è successo.

Il sentiero che stavo allora percorrendo lo conoscevo, ma non ricordo perché ero lì, forse tornavo all’accampamento o forse ero a caccia per portare cibo al villaggio o forse fuggivo o forse mi hanno inseguito. O forse ero un capo perché l’ascia di rame che avevo con me era segno d’importanza o forse potevo essere anche uno sciamano.

Forse !

Il mistero della mia vita è rimasto chiuso tra le vette, dove i raggi di sole trafiggono come spade sguainate il fianco squarciato, offerto dalla montagna, per segnare il mio passo.

Forse!

Ma quel che invece è certo è che in questa nuova dimora c’è parte dell’equipaggiamento di cui ero dotato, una mirabile serie di oggetti concettualmente tecnologici, assai simili a quelli che voi, umani di oggi, utilizzate, come se l’evoluzione tecnica si fosse solo affinata nei secoli, senza aggiungere nulla di nuovo rispetto a quello che io possedevo e progettavo.

Vestivo di pelli cucite a patchwork, trattate con grasso e affumicate, dei leggins, direste, legati con lacci in vita a una specie di giarrettiera dotata di marsupio.

Nel marsupio conservavo per l’occorrenza un raschiatoio, un perforatore e il frammento di una lama.

Nella tasca interna tenevo una preziosità assai utile in alta montagna, il ‘fungo d’esca’, fomes fomentarius che mi serviva per accendere il fuoco: infatti, battendo la pirite contro la selce producevo scintille che accendevano i pezzi di esca asciutta.

Avevo anche un’ascia dalla lama trapezoidale di rame, un pugnale con punta di selce, frecce, faretra, una rete per cacciare uccelli.

La particolarità erano però i contenitori leggeri di betulla che mi portavo appresso, cuciti con fili di libro di tiglio. All’interno vi tenevo foglie di acero nelle quali avvolgevo resti di piante e frammenti di carbone vegetale. Mi serviva da portabraci: le foglie erano il materiale isolante, così la cenere poteva conservarsi accesa per alcune ore e, infatti, con questo ho acceso il mio ultimo fuoco e ho preparato la mia ultima cena.

Nel mio stomaco avete rinvenuto tracce di polline, cereali e carne di stambecco, fornendovi così informazioni preziose sul tipo di alimentazione di quei tempi, molto vicina a quella che voi dite mediterranea.

Come voi anch’io mi curavo con medicine ed ero dotato di un armadietto dei medicinali pronto all’uso con un fungo, il poliporo di betulla, che aveva proprietà emostatiche e antibiotiche: infatti, gli olii dei funghi potevano essere usati contro i parassiti dell’intestino, da cui ero affetto, così com’ero preda di reumatismi e forti dolori ossei, avevo quarantacinque anni ed erano tantissimi per il neolitico!

Potete osservare dei tatuaggi puntiformi e lineari su alcuni specifici punti del mio corpo: no, non sono di bellezza, ma rappresentano una sorta di agopuntura per alleviare le mie sofferenze.

 

Ricordo che quella notte, quell’ultima notte i forti dolori per il rigore della montagna erano pungenti e mi sono scaldato come non avevo mai fatto, quasi presago di un freddo che mi avrebbe attanagliato per sempre di lì a poco.

Ho chiuso gli occhi con il cielo che allora guardava me come oggi guarda voi, sovrastante e distaccato e con la luna che civettava sulla punta della montagna imbiancata; il risveglio è stato brusco e tragico: sono stato colpito, mi sono abbracciato per fermare l’emorragia, sono caduto, ho battuto la testa e ….sono scivolato verso l’oggi.

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Movimento – una poesia di Iole Troccoli

Di Iole Troccoli

In questo periodo oscuro della terra
osservo il vento sciolto dai tetti:
si appoggia
senza pretese
senza fischiare
seduto di tre quarti come un bel ritratto.

Forse trattiene qualche goccia
(mare d’accatto)
preziosità d’ombra di grotte inaccessibili
forse è malato, vecchio
e nessuno lo sa.

Tu, a questo punto, mi diresti di procedere
oltre il giardino, aldilà dello specchio
senza bisaccia di rami rotti

mi diresti di analizzare al vetrino
ma non discettare di teorie
o salvagenti immaginari

mi diresti di tenerlo tra le dita mangiucchiate
il vento
di scoprirne quelle macchie di arsura
che stanno da sempre nel cuore
di indovinarne il terriccio satellite
solo sfiorandolo con i polpastrelli

mi diresti di accavallare le gambe
anche senza malizia
di assaggiare un raggio
sostenendone con lo sguardo
l’oro infuocato.

Insomma, mi diresti di procedere
sottolineare il rosso e trascurare il blu
di essere, all’occorrenza
magnifica perdente
autentica ritardataria

ma andare – hop, hop – andare
con l’onomatopea del cavallo
tra le briglie
con la parrucca bruna di Alice
oltre “quel che vi trovò”

di acchiapparlo per la vestaglia
quel vento untuoso e pigro
e farne un movimento, uno solo.

Il mio.

Iole Troccoli 25 gennaio 2015

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L’ombra smarrita

Un racconto di Guido De Marchi

Tratto dal suo libro di racconti per la raccolta “Voci dal terzo millennio – 4” per il Circolo Letterario Banchina di Genova

 

L’ombra smarrita

 

Gioca, la sera, facendo scivolare sui muri le sue lunghe ombre a creare chiaroscuri e misteri.

Antonio si divertiva a scivolare tra le ombre, era un gioco imparato da bambino, al rientro a casa, dopo aver giocato faceva praticamente sparire la propria ombra confondendola con gli altri.

Ci scherzava con gli amici:

– Io sono un fantasma, sono con voi ma la mia ombra sul muro non c’è.

Effettivamente era diventato molto abile a mettersi sempre in condizione da unire la propria ombra con quelle altrui, persone, piante o oggetti che fossero.

In fondo era una piccola mania, un gioco dell’infanzia che era diventato una specie di riflesso condizionato. Antonio si sorprendeva spesso a guardare dove andasse a finire la propria ombra e tuttavia non riusciva a rinunciare a questo innocuo passatempo.

Poi un giorno non trovò più la sua ombra…

Cominciò a cercare, a salire nei punti più illuminati per riuscire a crearsi un’ombra, una qualsiasi, ma… niente.

– Forse – si disse – sono diventato così abile nel nasconderla che non sono più capace a riconoscere la mia.

Provò a parlarne con qualche amico, ma erano ormai annoiati dal suo continuo parlare di ombre e pensavano che lo facesse per coinvolgerli ancora una volta.

– Sei tu che fai il fantasma – gli dicevano – alla tua età potresti anche smetterla! Prova a crescere, ci sono altre cose al mondo.

Non era molto preoccupato, Antonio, ma incuriosito sì. Anche in casa, frapponendosi tra la lampada e il muro… non faceva ombra.

– Accidenti! – borbottava – eppure mica sono Peter Pan…

Col passare del tempo la cosa gli stava creando un’ossessione: – Non si può perdere un’ombra – si diceva – qui qualcuno mi fa uno scherzo.

Cominciò a diffidare di tutti, diventò litigioso. Prese ad uscire solo quando era buio oppure quando era nuvolo sperando così di eludere il problema ma… si sa c’è sempre qualche luce in agguato, una porta che si apre all’improvviso con un cono luminoso che balza fuori, i fari di un’auto, una moto…

Insomma, stava diventando una persecuzione:

Se la sognava la notte, la propria ombra, a danzare sui muri della sua camera per sbeffeggiarlo mentre lui riposava ignaro. A ben pensarci Antonio era perseguitato dalle luci. Non gli era mai possibile trovarsi completamente al buio, c’era sempre una qualche luce che gli ballonzolava attorno. Fu seguendo un corso di fotografia che finalmente comprese: stufa di essere sempre nascosta in mezzo alle altre ombre, la sua, per distinguersi, compariva in negativo.

 

 

© proprietà letteraria degli autori

©Banchina, Genova maggio 2010

Allegato alla circolare di Banchina nr 5 del 14-5-2010

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Viene da lungi nella notte il gatto – un sonetto di Gianni Marucelli

di Gianni Marucelli

Camilla - Alberto Pestelli © 2012

Camilla – Alberto Pestelli © 2012

Viene da lungi nella notte il gatto,

nero e silente, come vien la luna

nuova d’inverno, e l’improvviso scatto

che lo rivela nella densa bruma

 

sembra indicarci alcun potere arcano.

Non fosse per il lampo verdefosco

degli occhi, crederesti che uno strano

folletto ti sia apparso là dal bosco.

 

Poi il miagolio sommesso ed il raspare

alla porta che s’apre sul giardino

tramutano il folletto nel micino

 

che coglie ogni occasione per giocare.

Ma in lui rimane il magico felino

che ben sa oltre le tenebre guardare.

 

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Trascuratezza e stato di abbandono del parco di Villa Fabbricotti di Firenze

Di Alberto Pestelli

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Come si fa a non approfittare di una bella giornata di sole – invernale – per andare alla scoperta – o riscoperta – di una Firenze da tanti dimenticata?

Si sale sul proprio mezzo a quattro ruote e, dopo aver sistemato la borsa con la Nikon D3000 e attrezzatura annessa sul sedile del passeggero, eccoci in marcia. Direzione via Vittorio Emanuele II a Firenze dove c’è il monumentale ingresso di Villa Fabbricotti non molto distante da un’altra importante villa: Il museo Stibbert e il suo bel parco all’inglese. Di quest’ultimo ne parleremo in un altro articolo.

Concentriamoci su Villa Fabbricotti che, a causa di quel che ho visto e fotografato, ha la priorità assoluta.

Varchiamo il cancello. L’entrata è ben curata forse grazie all’esistenza, sulla destra, del gradevole e simpatico bistrot che ci tiene al decoro.

Già, il decoro! Ecco, tutto questo termina lì. Ma procediamo con ordine. M’incammino prendendo la strada asfaltata invece del vialetto sterrato che sale verso la villa da sinistra (l’ho percorso al ritorno). Man mano che mi avvicino alla villa mi rendo subito conto del grande stato di trascuratezza in cui è immerso tutto il complesso.

Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Qualcuno potrebbe storcere la bocca e dire che è normale che il parco sia ridotto così visto la stagione fredda. Non sono concorde, io. Un parco o un giardino non trascurato è bello e rigoglioso anche nei mesi più rigidi. E il parco del museo Stibbert è la prova tangibile, ma né parlerò un’altra volta.

Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti si trova in posizione elevata rispetto all’entrata di via Vittorio Emanuele II. È un edificio a pianta rettangolare di semplice fattura. Una piccola torre merlata la sovrasta e nella parte frontale – quella che guarda verso l’ingresso – c’è un bel loggiato.

Dal sottostante prato, ricco di erbacce, parte una rampa di scale che porta al livello inferiore. Da queste altre due scale uguali ai lati permettono al visitatore di scendere fino al piano della strada.

Come ho detto in precedenza, alla villa si accede anche dalla strada sterrata che teoricamente è più suggestiva dell’altra per la presenza di qualche scultura e di un ninfeo completamente invaso da piante e rovi. Qui, più di ogni altra zona del parco, è visibilissimo lo stato d’abbandono. Nel parco è presente una piccola cappella (a stretto contatto con la villa) il cui stile ricorda quello del Pantheon e, nel prato retrostante, c’è un tempietto a tholos di chiaro stile neoclassico.

Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

D’interesse particolare è il grande Cedro del Libano detto Albero della Pace. Esso era alto circa ventiquattro metri e si trovava nel piazzale occidentale della Villa. Pare che fosse stato piantato un secolo e mezzo fa ai tempi di Firenze capitale. Nel 2001 la monumentale pianta si è seccata ma il tronco e alcuni rami principali sono stati conservati e ben visibili nei pressi di un lato della villa.

Albero della Pace, Villa Fabbricotti, Firenze - Alberto Pestelli © 2015

Albero della Pace, Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Il luogo, in origine, aveva la funzione di casino per la caccia. Per questo motivo il parco è quasi del tutto “rivestito” a foresta, habitat idoneo a ospitare una fauna avicola ben nutrita.

Non può farci altro che piacere che tra le macchie e la massa boschiva trovano rifugio specie più o meno protette. Il parco è quindi il paradiso per lo scricciolo e il fringuello, per il cardellino e il verdone, per il merlo e l’upupa e tanti altri ancora.

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Tuttavia, anche se è una casa sicura per gli animali selvatici, anche l’occhio del visitatore vuole la sua parte. Occorrerebbe rivalutare la villa e l’intero parco perché lo stato di abbandono è uno schiaffo alla città. Sono consapevole che i fondi sono pressoché insufficienti e vengono destinati ad altri progetti forse più urgenti… però…

Villa Fabbricotti, Firenze – Alberto Pestelli © 2015

Però, per non addentrarci troppo nel gioco delle responsabilità – l’intero complesso è del comune di Firenze e patrimonio del Quartiere 5 – basterebbero degli sponsor, magari anche uno che permetta di avviare un progetto per far tornare a nuova vita un angolo nascosto e pregiato di Firenze. Per non sfigurare con i “forestieri” o col dirimpettaio parco del famoso Museo Stibbert… ma, come dicevo prima, questa è un’altra storia.

Alberto Pestelli 20 gennaio 2015

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EXPO: LETTERA APERTA

Cari amici lettori, tramite la LUA ci giunge questa “lettera aperta” firmata da varie personalità e destinata a Renzi in relazione ai problemi alimentari mondiali, visti nel contesto dell’EXPO di Milano.

Riportiamo in questa pagina il testo integrale della lettera aperta al Presidente del Consiglio

logo expo

EXPO: LETTERA APERTA

 

Alle Autorità

e p.c. agli esperti invitati all’incontro istituzionale di Milano.

 

Allo stato attuale la produzione agricola mondiale potrebbe facilmente sfamare 12 miliardi di persone……. si potrebbe quindi affermare che ogni bambino che muore per denutrizione oggi è di fatto ucciso”

Jean Ziegler, già Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo

Signor presidente del Consiglio,

i giornali ci informano che lei sarà a Milano il 7 febbraio per lanciare un Protocollo mondiale sul Cibo, in occasione dell’avvicinarsi di Expo. Ci risulta che la regia di tale protocollo, al quale lei ha già aderito, sia stata affidata alla Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition. Una multinazionale molto ben inserita nei mercati e nella finanza globale, ma che nulla ha da spartire con le politiche di sovranità alimentare essenziali per poter sfamare con cibo sano tutto il pianeta.

EXPO ha siglato una partnership con Nestlè attraverso la sua controllata S. Pellegrino per diffondere 150 milioni di bottiglie di acqua con la sigla EXPO in tutto il mondo. Il Presidente di Nestlé Worldwide già da qualche anno sostiene l’istituzione di una borsa per l’acqua così come avviene per il petrolio. L’acqua, senza la quale non potrebbe esserci vita nel nostro pianeta, dovrebbe quindi essere trasformata in una merce sui mercati internazionali a disposizione solo di chi ha le risorse per acquistarla.

Questi sono solo due esempi di quanto sta avvenendo in preparazione dell’EXPO.

Scriveva Vandana Shiva: “Expo avrà un senso solo se parteciperà chi s’impegna per la democrazia del cibo, per la tutela della biodiversità, per la difesa degli interessi degli agricoltori e delle loro famiglie e di chi il cibo lo mette in tavola. Solo allora Expo avrà un senso che vada oltre a quello di grande vetrina dello spreco o, peggio ancora, occasione per vicende di corruzione e di cementificazione del territorio.”

“Nutrire il Pianeta, Energia per la vita.” recita il logo di Expo. Ma Expo è diventata una delle tante vetrine per nutrire la multinazionali, non certo il pianeta.

Come si può pensare infatti di garantire cibo e acqua a sette miliardi di persone affidandosi a coloro che del cibo e dell’acqua hanno fatto la ragione del loro profitto senza prestare la minima attenzione ai bisogni primari di milioni di persone ?

Expo si presenta come la passerella delle multinazionali agroalimentari, proprio quelle che detengono il controllo dell’alimentazione di tutto il mondo, che producono quel cibo globalizzato o spazzatura, che determina contemporaneamente un miliardo di affamati e un miliardo di obesi.

Due facce dello stesso problema che abitano questo nostro tempo: la povertà, in aumento non solo nel Sud del mondo ma anche nelle nostre periferie sempre più degradate.

Expo non parla di tutto ciò.

Non parla di diritto all’acqua potabile e di acqua per l’agricoltura familiare.

Non parla di diritto alla terra e all’autodeterminazione a coltivarla.

Non si rivolge e non coinvolge i poveri delle megalopoli di tutto il mondo, non si interroga su cosa mangiano, non parla ai contadini privati della terra e dell’acqua, scacciati attraverso il Land e Water grabbing, ( la cessione di grandi estensioni di terreno e di risorse idriche a un paese straniero o ad una multinazionale), espulsi dalle grandi dighe, dallo sviluppo dell’industria estrattiva ed energetica, dalla perdita di sovranità sui semi per via degli OGM e costretti quindi a diventare profughi e migranti.

E non cambia certo la situazione qualche invito a singoli personaggi della cultura provenienti da ogni angolo della terra e impegnati nella lotta per la giustizia sociale. Al massimo serve per creare qualche diversivo.

In Expo a fianco della passerella delle multinazionali si dispiega la passerella del cibo di “eccellenza”. Expo parla solo alle fasce di popolazione ricca dell’occidente e questo ne fa oggettivamente la vetrina dell’ingiustizia alimentare del mondo, nella quale la povertà si misurerà nel cibo: in quello spazzatura per le grandi masse e in quello delle eccedenze e degli scarti per i poveri.

In questi mesi, di fronte a tutto quello che è accaduto nella nostra città, dall’illegalità allo sperpero di ingenti risorse economiche per l’organizzazione di Expo in una città dove la povertà cresce quotidianamente e che avrebbe urgenza di ben altri interventi, noi abbiamo maturato un giudizio negativo su Expo.

Ma come cittadini milanesi non posiamo fuggire la responsabilità di impegnarci affinché l’obiettivo di “Nutrire il pianeta” possa essere meno lontano.

Per questo avanziamo a lei e alle autorità politiche ed amministrative che stanno organizzando Expo alcune precise richieste.

Il Protocollo mondiale sulla nutrizione che lei intende lanciare, pur dicendo anche alcune cose condivisibili, evitando i nodi di fondo, rimane tutto all’interno dei meccanismi iniqui che hanno generato l’attuale situazione . Noi le chiediamo di porre al centro la sovranità alimentare e il diritto alla terra negati dallo strapotere e dal controllo delle multinazionali in particolare quelle dei semi. Chiediamo che sia affermata una netta contrarietà agli OGM che sono il paradigma di questa espropriazione della sovranità dei contadini e dei cittadini, il perno di un modello globalizzato di agricoltura e di produzione di cibo che inquina con i diserbanti, consuma energia da petrolio, è idrovoro e contribuisce al 50% del riscaldamento climatico.

Le chiediamo che venga affermato il diritto all’acqua potabile per tutti attraverso l’approvazione di un Protocollo Mondiale dell’acqua, con il quale si concretizzi il diritto umano all’acqua e ai servizi igienico sanitari sancito dalla risoluzione dell’ONU del 2011.

Chiediamo che vengano rimessi in discussione gli accordi di Partnership tra Expo e le grandi multinazionali, che, lungi dal rappresentare una soluzione, costituiscono una delle ragioni che impediscono la piena realizzazione del diritto al cibo e all’acqua.

Chiediamo che si decida fin d’ora il destino delle aree di Expo non lasciandole unicamente in mano alla speculazione e agli appetiti della criminalità organizzata e che, su quei terreni, venga indicata una sede per un’istituzione internazionale finalizzata a tutelare l’acqua, potrebbe essere l’Authority mondiale per l’acqua, e il cibo come beni comuni a disposizione di tutta l’umanità. Una sede dove i movimenti sociali come i Sem Terra, Via Campesina, le reti mondiali dell’acqua, le organizzazioni popolari e i governi locali e nazionali discutano: la politica per la vita.

Una sede nella quale la Food Policy diventi anche Water Policy, dove si discuta la costituzione di una rete di città che assumano una Carta dell’acqua e del Cibo, nella quale si inizi a concretizzare localmente la sovranità alimentare, il diritto all’acqua, la sua natura pubblica, la non chiusura dei rubinetti a chi non è in grado di pagare, la costituzione di un fondo per la cooperazione internazionale verso coloro che non hanno accesso all’acqua potabile nel mondo.

Una sede nella quale alle istituzioni e ai movimenti sociali, venga restituita la sovranità sulle scelte essenziali che riguardano il futuro dell’umanità.

“La Terra ha abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di alcune persone” affermava Gandhi. E questa verità oggi è più che mai attuale e ci richiama alla nostra responsabilità, ognuno per il ruolo che svolge.

Moni Ovadia, Vittorio Agnoletto, Mario Agostinelli, Piero Basso, Franco Calamida, Massimo Gatti, Antonio Lareno, Antonio Lupo, Emilio Molinari, Silvano Piccardi, Paolo Pinardi, Basilio Rizzo, Erica Rodari, Anita Sonego, Guglielmo Spettante.

Milano 21 gennaio 2015.

Le adesioni alla lettera aperta, sia individuali che collettive, vanno comunicate ad uno dei seguenti indirizzi mail:

Vittorio Agnoletto vagnoletto@primapersone.org

Franco Calamida f.calamida@alice.it

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Notizia da… A.n.s.a. ambiente

Cari amici lettori riportiamo una curiosa notizia apparsa sul sito dell’ANSA ambiente

entrate nella pagina

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Umbria – Giornata delle Pasquarelle a Castelviscardo

Cari amici, vi segnaliamo un interessante evento che si terrà in Umbria a Castelviscardo (vicinissimo a Orvieto).

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Incontro sul Romanzo CHIODI E FARFALLE di Anna Maria Fabiano

10501608_1431028003848456_6174688724323845859_nIncontro sul Romanzo CHIODI E FARFALLE

di Anna Maria Fabiano

(Ferrari Editore – 2014)

Sabato 7 febbraio 2015, alle ore 17,00

  Sala Conferenze della Biblioteca delle Oblate

logo biblioteca delle oblate Firenze

Via dell’Oriuolo 26, FIRENZE

Interverranno, oltre all’Editore Settimio FERRARI

Giorgio BURDESE (AICS Firenze), Paola CAPITANI (Gruppo Websemantico), Antonia Ida FONTANA (Società Dante Alighieri), Paolo MINERVA (Scrittore), Emanuela PERICCIOLI (delegata Pari Opportunità del Comune di Borgo San Lorenzo, Firenze)

Introduce Alberto PESTELLI (coordinatore di redazione della rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”)

Anna Maria FabianoAnna Maria Fabiano, nata nel 1952 a Soveria Mannelli (Cz), ha trascorso la sua infanzia a Torino, e studiato a Roma dove si è laureata in lettere con una tesi su La Montagna Incantata di Thomas Mann, la cui sintesi fu pubblicata sulla rivista «Studi di storia dell’educazione». Tranne pochi intervalli più o meno lunghi, ha vissuto gran parte della sua vita a Cosenza e nell’hinterland cosentino, in campagna. Ha insegnato italiano e storia all’istituto tecnico commerciale Pezzullo di Cosenza. Interessata di psicologia, pedagogia, letteratura e di teatro, ha scritto poesie, racconti, recensioni, testi teatrali e tesine letterarie. Ben disposta verso la vita, la gente, il sociale, con passione ha sempre cercato di coinvolgere nei suoi progetti gli altri, riuscendone a cogliere l’essenza, l’anima. Il suo primo romanzo Il colore del mare, nel 1999, è edito da Gangemi. Il colore del cielo è pubblicato da Liberodiscrivere Edizioni nel 2006. Avevo i capelli biondi esce nel 2008 per la Rubettino Editore. Nel 2011 pubblica Immagina una piazza con Ferrari Editore. Ma sono tanti i brevi racconti e le poesie scritti fin da ragazza, influenzata da papà Pietro, amante della letteratura. Anna ha collaborato con vari editori, curato collane e progetti di scrittura creativa, tra i quali Estemporanea, Fantagraphia, Fiumidea, Malta femmina, ecc. L’ultimo lavoro Chiodi e farfalle, edito da Ferrari Editore, si può definire postumo, in quanto l’autrice non è riuscita a vederlo stampato. Anna Maria Fabiano ci ha lasciato il 25 giugno 2014.

Il romanzo:

Chiodi e farfalle racconta di una giornalista, quasi quarantenne, che, tornata nel suo paese di origine, nel sud, ritrova i suoi diari giovanili e, in una sola notte, ripercorre la sua vita. Mentre la luna fa luce sul mare (la quarta parete) e sull’ emozione risvegliata dall’incontro casuale col suo primo grande amore, “quella strana follia, quell’unica persona che si era annidata dentro di lei…”

Senza titolo“Stesa sul divano. Musica dolce a cullare il mio amarcord dove volano farfalle impazzite, emettendo degli strani suoni, e pungono chiodi dalla punta velenosa. Un grande buio che ha inghiottito la mia memoria di ragazzina e ha minato la mia fiducia nel mondo, la mia autostima, forse. Forse.”

Il romanzo è un’immersione nella realtà dell’Italia degli anni ’70, caratterizzata dalle contestazioni studentesche e dalle rivolte femministe, dagli eventi culturali di quel periodo, dai fatti tragici degli anni di piombo, dal caso Pinelli…

“[….] Aveva con sé dei documenti che voleva farmi leggere, una lettera, inizialmente sottoscritta e divulgata da [….] firmatari, ma poi pubblicata sull’ Espresso del 13 giugno, [….] Le accuse sono rivolte a quelle persone che hanno condizionato l’iter processuale in favore del commissario Calabresi, partendo dal presupposto che Pinelli sia stato ucciso e che quindi ci sia una bella fetta di responsabilità del Commissario in merito alla sua morte…”

Ed è in questo scenario che scorre la vita di Francesca, una donna con le sue fragilità e i suoi sentimenti, le sue lotte interiori tra tante insicurezze e poche certezze (e resto qua come una pietra pensante, persa nel nulla e nel vuoto di certezze mai possedute), i suoi amori, la nascita della figlia e il desiderio di libertà. Libertà come abolizione dei compromessi e delle banalità. Libertà da una famiglia poco accogliente: la Madre borghese e insensibile, troppo attenta a se stessa e alle apparenze sociali; un padre buono ma poco autorevole, distratto; una sorella che, per un motivo che scoprirà solo successivamente, si rifugia in un matrimonio sbagliato e nella maternità. E libertà da un segreto che la condizionerà come donna e come persona. Francesca cadrà tante volte ma ogni volta si rialzerà.

“Lascia [….], con un chiodo puntato nella pelle che brucia fino a farla decomporre. E una farfalla che, libera, sprigiona i suoi eterni vagabondaggi, mentre il sole sta nascendo dal mare. A riprova che comunque la vita non è stasi e, finché resta una briciola di coraggio, si può inventare un nuovo giorno.”

Interessanti le citazioni culturali del periodo, dal cinema all’arte, dalla letteratura alla musica, con approfondimenti personali che denotano una solida cultura e capacità critiche dell’Autrice.

Roma, Guttuso l’ha dipinta cercandone gli aspetti più profondi e intensi, non solo sociali, ma anche politici, anche religiosi [….] Ecco, pensa a un’opera come La crocifissione. Oggetto di discussioni, polemiche e bersaglio di benpensanti, purtroppo, anche perché Guttuso maschera, attraverso la sacralità, gli orrori della guerra; e tuttavia è l’opera che gli darà la fama. C’è una parte del suo diario dove dice che è “il simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee…”

Durante la lettura dei suoi bloc notes, Francesca ricorderà gli amici, gli amori, le persone che l’hanno aiutata a “crescere” e a diventare la persona che è oggi. Anna Maria Fabiano ancora una volta racconta della donna con le sue fragilità e i suoi sentimenti, i dilemmi e i dualismi, e lo fa con uno stile narrativo più maturo e meno tendente a influssi surreali, utilizzando con cura e precisione le tecniche narrative e sintattiche. Un romanzo coinvolgente nel quale il lettore, ritrovando sensazioni e atmosfere, navigherà in un mare di eventi e parole che lo faranno sentire coprotagonista della storia.

Maria Iorillo

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Trentino Alto Adige – Un lago che vale una Carezza…

Di Alberto Pestelli

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Amanti dei giri tortuosi – specie se compiuti dalla mattina alla sera – macinando chilometri e chilometri, dopo interminabili saliscendi, curve e tornanti, siamo giunti, finalmente, a farci accarezzare dalla bellezza di un piccolo lago… il lago di Carezza… appunto!

Provenienti da quel di Siusi, la sosta con passeggiata lungo le sponde del meraviglioso specchio d’acqua dolomitico e pranzo a base di polenta, funghi, salcicce, formaggi d’alpeggio e fiumi di birra, era d’obbligo.

Lasciata l’automobile presso l’affollato parcheggio e percorsa una breve galleria per non farci attraversare la statale 241, che porta al passo di Costalunga e infine in Val di Fassa, eccoci a specchiarci sul lago, proprio come le magiche dirimpettaie maestose cime del gruppo del Latemar.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Il Karersee (nome in tedesco del laghetto), si trova nell’alta Val d’Ega a circa 1500 metri sul livello del mare e dista venticinque chilometri da Bolzano.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Essendo il luogo nella zona d’influenza ladina, il lago è chiamato Lec de arcoboàn, in altre parole il lago dell’arcobaleno. Non ha immissari di superficie ma è alimentato da sorgenti sotterranee. A seconda delle stagioni e delle condizioni del tempo meteorologico il suo livello e la sua grandezza variano. Con lo scioglimento delle nevi, in primavera inoltrata, presenta la sua massima espansione e profondità (290 metri di larghezza per 140 di lunghezza per 18 metri di profondità). In autunno inoltrato il livello dell’acqua diminuisce a circa sei metri. Durante l’inverno l’acqua ghiaccia.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Nelle sue acque vive un salmerino alpino – una specie di trota – grande vorace predatore di piccoli pesci, insetti, larve e crostacei.

Il lago è completamente circondato da boschi di abete rosso (Picea abies) che, grazie al suo utilizzo per la costruzione di casse armoniche di strumenti a corda (in special modo violini e similari) è definito abete di risonanza.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

C’incamminiamo lungo il sentiero attrezzato che ci permette di compiere il periplo del lago in perfetta sicurezza. Infatti, non è possibile accedere alle sue rive. Si cammina senza fretta perché essa porta solo al vago ricordo di un luogo. È bene, quindi, misurare i propri passi: si sente il contatto con la natura e ci si riempie gli occhi di colori, le orecchie di suoni, i polmoni di aria pura e… e non importa se rimaniamo indietro rispetto a tutti gli altri visitatori che non vedono l’ora di tornare verso i vari negozietti e tavole calde vicino al parcheggio… hanno paura di non trovare posto ai grandi tavoloni. Tutti alla fine si sentiranno sazi, anche quelli che si sono attardati a catturare una sensazione in più.

Alla fine anche noi, a tavola, mangiamo di gusto pensando alla carezza di un laghetto magico!

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