Non chiedermi… – Una poesia di Massimilla Manetti Ricci

Di Massimilla Manetti Ricci

Nuvola503.jpgNuvola503” di Gianfranco – work of Gianfranco. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Non chiedermi quando me ne andrò

Lo scoprirai dalla nuvola

che carpirà

il vuoto delle mie parole

 

Non chiedermi quando tornerò

Lo sentirai dal rumore dei tacchi puntiformi

che affondano

sull’asfalto dei pensieri

 

Non chiedermi quando piangerò

Lo capirai dalla smorfia di un attimo

che si specchia

nel mai di labbra appena dischiuse

 

Non chiedermi quando ti amerò

Lo saprai quando il germoglio

sostituirà il seme nella cascata di vita nascente

 

Non chiedermi quanto durerà

Durerà quanto un raggio di colore

sulla tela tessuta dalle nostre illusioni

 

Non chiedermi se è vero

E’ vero come una canna china sulla sponda del vento

come una libellula arenata sul velo dell’acqua

come un anello di cenere bollente

in fuga su un esile fiammifero

 

Non chiedermi quando

Non chiedermi quanto

Non chiedermi se

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Umbria – Baschi, un paese di tranquillità, bellezza e palati sopraffini

Di Alberto Pestelli

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Dal treno è pressoché impossibile poterlo ammirare, anche se la linea dell’Alta Velocità Firenze-Roma è a due passi. Dall’autostrada invece non puoi sfuggire alla sua magia. Ci passiamo letteralmente a fianco. Ricordo che sin da bambino, quando con la famiglia, andavamo a trovare a Roma i nostri parenti, rivolgevo il mio sguardo stupito su quelle antiche case arroccate, all’apparenza adagiate una sull’altra, a costituire una composizione magica e affascinante. Sono passati gli anni e quelle immagini si sono andate affievolendosi. Quasi non ricordavo più della sua esistenza. Solo di recente ho avuto la possibilità e la fortuna di passeggiare tra le sue mura.

bas1Tutto è avvenuto per caso in occasione di una visita turistica a Orvieto. Il borgo è apparso per incanto passando per l’autostrada mentre provenivo da Roma. I ricordi di bambino sono ritornati di colpo. Ho proseguito lungo l’autostrada fino all’uscita successiva. Da Orvieto sono ritornato indietro per qualche chilometro. Baschi improvvisamente ha aperto le sue porte.

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Ho scoperto un borgo che sembra vivere una nuova giovinezza. Molte abitazioni sono state accuratamente ristrutturate restituendo al paese l’antico splendore. Naturalmente c’è ancora molto da fare. Infatti, molte sono le case disabitate coperte da ponteggi che occupano le strette stradine (in realtà molte di queste sono ripide scalinate). Molte abitazioni sono in vendita e quelle che non lo sono, spesso sono case per le vacanze di cittadini di ogni parte d’Italia che vogliono trascorrere il loro tempo libero in un posto dove regna la pace, la tranquillità, la buona cucina e il buon vino. Baschi è un paese dove la vita ha ricominciato a scorrere.

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Cenni storici e cose da vedere – Nonostante la leggenda affermi che Baschi fosse stato un antico castello ai tempi di Carlo Magno, le sue origini pare che siano ben più remote. Vista la posizione del centro nel territorio etrusco al confine con quello degli umbri, è probabile che i fondatori siano stati gli Etruschi.

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Naturalmente è una mia supposizione e quindi fallace (attendo qualche suggerimento e precisazione a riguardo). Certamente la zona ha conosciuto subito dopo il dominio romano. Infatti, nelle sue vicinanze si trovano i resti del porto romano di Paliano.

Nel territorio comunale di Baschi sorge la frazione di Civitella del lago, paese natale del famoso chef Vissani e sede del particolare museo dell’Ovo Pinto.

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Il borgo di Baschi offre al turista alcuni caratteristici edifici situati nel suo centro storico: sono la Chiesa di San Nicolò datata XVI secolo, sorta sulle antiche rovine di un tempio e il Municipio. Nelle vicinanze del paese sorge il Convento di Sant’Angelo in Pantanelli dove, pare, che soggiornò San Francesco d’Assisi.

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Goccia a Goccia

Una “econovella” di Luigi Diego Eléna

2006-01-28 drop-impact backjet.jpg2006-01-28 drop-impact backjet” di Roger McLassusOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Piove, e sono denti di muffa di stagione, queste gocce, a battere i ritmi, come emblema degli emblemi. Mi trovo tra una sciarada e un rebus ridondante, esondante nella cornice di questa stanza e un po’ fuori dalla sua tela. Oggi è tempo di guadare, col dialogo surreale, il lucernario della mia mansarda. Scoprire e scoprirsi: un varo.

Mi sembra di remare in volo e a volte in una virata di bolina stretta tra le gole. Vele gonfie come il fiocco di prua ed ali lente come quelle di un falco in giostra che esplora il proprio territorio. Una metamorfosi nella realtà che nasce becco e ala di tenebra.

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Resegone 4” di Croberto68Opera propria. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Valico il Resegone, la cima della Madonna dei Canti, il passo del Palio, i tre Faggi, il passo Valbona, per posarmi sul Grande Albe. I tetti delle piode sono trasparenti, alla mercé di un velo di gocce. Così pure le case, a guisa di specchi, quasi da raddoppiare le ombre dei faggi, dei noci, delle betulle.

Lago di Valbona BG (01).JPGLago di Valbona BG (01)” di Ago76Opera propria. Con licenza CC BY-SA 4.0 tramite Wikimedia Commons.

Fari spenti, ridotti a lamiere lamentevoli, goccia dopo goccia nel loro dritto e rovescio su quel pentagramma di fili d’alta tensione, sia per le altezze sia per le emozioni.

Corde tese strimpellate da un leggero vento, irto e graffiante, in un andante con moto. Il cielo è pari alla terra, un sacco di iuta molle e marcio, quasi ubriaco, corrotto da esuberanti sorsi.

Tutto pare avvenga alla luce del sole, ma il sole oggi è avaro sulla soglia è solo un’espressione su labbra di legna intagliata, ad ardere nel confidente focolare.

Ne conservo gli occhi caduti sotto le sue palpebre, matasse di fili increspati e ragnatele pigre per confondere.

I miei si affacciano, smettono di inseguire il giorno di pietra che si trova in mezzo al volo, mentre cade a notte, per accorgersene.

 

Licenza Creative CommonsGoccia a Goccia di Luigi Diego Eléna © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Agenda per l’Ambiente

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La Federazione Pro Natura ci gira in allegato l’importante “Agenda per l’ambiente” redatta da tutte le maggiori associazioni ambientaliste italiane, un vero e proprio memorandum per la governance ambientale in Italia, che è stato consegnato al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Del Rio.
Si tratta di un documento dettagliato e completo su tutto ciò che si potrebbe fare per migliorare, da tutti i punti di vista, non solo l’ambiente, ma anche l’economia e il lavoro nel nostro Paese, con un’ottica di lungo termine, che esca finalmente da quella limitata della “continua emergenza”.
Diamo il nostro contributo pubblicando in grande evidenza…

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Fratellanza Popolare Caldine (FI) – Inserimento dei nuovi Volontari

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La Fratellanza Popolare Valle del Mugnone indice una campagna per la ricerca di nuovi volontari da inserire in qualsiasi campo della propria attività.

Coloro che presenteranno la domanda di iscrizione, parteciperanno ad un corso di 3 lezioni durante il quale sarà presentata tutta l’attività dell’associazione, al termine sarà il nuovo volontario a scegliere il settore che preferisce (trasporto sanitario, trasporto sociale, servizi sociali alla persona, protezione civile, centralino, reception studi medici, attività ricreative, amministrazione). Tutti gli iscritti a prescindere dal settore prescelto parteciperanno ad un corso di primo soccorso di livello base.

Le domande possono essere presentate direttamente presso la sede della Fratellanza Popolare Valle del Mugnone, Piazza dei Mezzadri 7, Caldine, Fiesole o inviate per e-mail ai seguenti indirizzi:

formazione@caldinesoccorso.it; urp@caldinesoccorso.it

Il termine di presentazione è

20 GENNAIO 2015

La domanda d’iscrizione è scaricabile dal nostro sito www.caldinesoccorso.it

info: www.caldinesoccorso.it;

formazione@caldinesoccorso.it;

urp@caldinesoccorso.it;

tel. 055 549166

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La posizione unitaria delle associazioni ambientaliste contro lo smembramento del Parco Nazionale dello Stelvio e il loro appello.

Riportiamo in allegato la posizione unitaria delle associazioni ambientaliste contro lo smembramento del Parco Nazionale dello Stelvio e il loro appello.

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Allarme per il Parco Nazionale dello Stelvio, tra nove giorni sarà smembrato?

“Dal sito di Greenreport.it riportiamo l’articolo di Franco Pedrotti, uno dei massimi esperti italiani di protezione ambientale, che concerne il minacciato smembramento del Parco Nazionale dello Stelvio, il più grande nonchè uno dei più antichi Parchi italiani (1935) , in tre aree distinte sottoposte a tre diverse giurisdizioni (Lombardia, Trentino, Alto Adige). Una vera e propria insensatezza (il territorio è omogeneo) che mette a rischio quello che è uno dei più bei parchi d’Europa… Piccole e grandi nefandezze contro l’ambiente che ancora vengono commesse per egoismi particolaristici delle Provincie o per ancor più oscuri e aberranti disegni politici! Siamo, francamente, stanchi, tutti quanti, di un modo cieco e miserando di far politica, che questo provvedimento perpetuerebbe…”

Gianni Marucelli

Nationalpark Stelvio Braulioschlucht.jpgNationalpark Stelvio Braulioschlucht” di Elch33Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Allarme per il Parco Nazionale dello Stelvio, tra nove giorni sarà smembrato?

Di Franco Pedrotti

«E gli ambientalisti italiani dove sono? Cosa dicono al riguardo? Sembra molto poco»

[1 dicembre 2014]

Il 10 dicembre si riunirà a Roma la Commissione dei 12 (Commissione paritetica fra Stato e Regione Trentino-Alto Adige) per l’esame della seguente proposta di Norma di attuazione relativa al Parco Nazionale dello Stelvio: Delega di funzioni amministrative statali concernenti il Parco Nazionale dello Stelvio.

L’approvazione di tale Norma porterà inevitabilmente allo smembramento del Parco, in quanto nel suo impianto complessivo non garantisce la configurazione unitaria e la classificazione di area protetta nazionale.

Nel 2010 la Commissione paritetica aveva approvato una norma di attuazione relativa alla soppressione del Consorzio del Parco Nazionale dello Stelvio, recepita con apposito decreto dal Consiglio dei Ministri nella seduta del 22 dicembre 2010. Tale decisione fu duramente contestata dalle associazione di protezione ambientale; alcuni senatori del PD (Della Seta, Ferrante, De Luca, Mazzucconi) dichiararono che la decisione del Consiglio dei Ministri di obbedire al diktat della Suedtiroler Volkspartei a smembrare uno dei più antichi parchi nazionali per affidarlo alle provincie è una ferita all’ambiente gravissima (vedi La Repubblica, 22 dicembre 2010); Vittorio Emiliani parlò di decisione gravissima perché darà la stura ad altri spezzatini (L’Unita’, 24 dicembre 2010).

Come e’ noto, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha mai accolto quella “proposta di smembramento” del Parco dello Stelvio, in assenza di un’intesa con la Regione Lombardia e in evidente conflitto con il dettato della legge nazionale sulle aree protette.

Ora il pericolo incombe più e peggio dei precedenti tentativi.

Durante una conferenza-stampa che si è svolta a Trento il 28 novembre scorso, Franca Penasa (già Presidente del settore trentino del Parco Nazionale dello Stelvio e Sindaco di Rabbi, attualmente componente della Commissione dei 12) ha messo in luce le ragioni che potrebbero celarsi dietro a un decreto legislativo più volte portato all’attenzione del Consiglio dei Ministri. Penasa ha precisato che in tanti anni di politica attiva non ha mai sentito alcun trentino parlare della necessità di dividere il parco nei tre territori amministrativi in cui insiste (Trentino, Alto Adige, Lombardia), ne’ tantomeno hanno avuto luogo dibattiti tra rappresentanti politici sull’argomento. Penasa ha il sospetto che la volontà di suddividere il territorio protetto, attuando un provvedimento chiaramente dannoso per la tutela dell’ecosistema alpino, sia ascrivibile unicamente al tentativo di accapparrarsi nuove competenze da parte delle provincie. E così il quotidiano L’Adige di Trento del 29 novembre scrive: Il Parco merce di scambio.

Durante la conferenza-stampa, ho affermato che sembra incredibile che, mentre in tutta Europa e nel mondo intero si propende per la creazione di parchi transfrontalieri (ci sono magnifici esempi non soltanto in Europa ma anche in Africa e altri continenti), in Trentino-Alto Adige si voglia scindere un territorio per motivazioni localistiche e strumentali, che poco si coniugano con la pretesa di una maggiore tutela ambientale.

L’Ufficio legislativo del Ministero dell’Ambiente, in data 30 luglio 2014, ha espresso parere negativo sull’eventuale delega della gestione del parco, sottolineando come il provvedimento presentato non tenesse conto dell’uniformità e della coerenza unitaria del parco e non fosse in grado di garantirne un’effettiva omogeneità nella gestione.

E gli ambientalisti italiani dove sono? Cosa dicono al riguardo? Sembra molto poco, nessuno dice nulla, ad eccezione della Sezione di Trento di Italia Nostra che ha diffuso in data 17 luglio 2014 il comunicato “Quale futuro per il Parco Nazionale dello Stelvio?”

Si rende più che mai necessario un intervento a vari livelli del mondo ambientalista italiano, purché si percepisca la gravità della situazione, per un ulteriore tentativo di salvataggio del Parco Nazionale dello Stelvio, a cominciare dal convegno di Federparchi di Fabriano del 5-6 dicembre p.v., che riunisce gli “stati generali” delle aree protette italiane.

Tutte le associazioni ambientaliste sono invitate a prendere al più presto una decisa posizione contro la liquidazione del Parco Nazionale dello Stelvio.

Franco Pedrotti

Per completezza di informazione ricordiamo che più volte anche greenreport.it ha ospitato interventi delle grandi associazioni ambientaliste italiane e di singoli esponenti delle stesse (compresi Della Seta e Ferrante) che denunciavano lo smembramento del Parco nazionale dello Stelvio.

La redazione

Franco Pedrotti

master Bakeca

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Rievocazioni bucoliche

Di Anna Conte

 le terme di Latronico

Quando ero bambina a Latronico, paesino situato ai piedi del monte Alpe, in Basilicata, come in tutte le località del circondario, la cui economia, in parte, si basava sulla piccola produzione agricola necessaria a soddisfare il bisogno familiare, l’alternarsi delle stagioni era scandito dai lavori nei campi e dal raccolto dei frutti che la terra donava.

Andando indietro negli anni, ricordo che tale attività durante il periodo scolastico era svolta dai miei genitori, però durante l’estate era richiesta anche la collaborazione di noi figlie.

A onor del vero devo dire che non vivevamo molto bene questa situazione, perché, durante le vacanze estive mentre i nostri amici si divertivano, a giorni alterni, ci dovevamo alzare alle cinque per accompagnare mia madre in campagna, a innaffiare l’orto, prima che spuntasse il sole, ed evitare che le piante seccassero.

Il problema non era tanto aiutarla a innaffiarle ma arrivarci, perché il posto in questione distava 6 km da casa nostra.

Soltanto adesso riesco a comprendere tutta la bellezza racchiusa in quella vita semplice, priva di stress, senza il ritmo frenetico dell’odierna quotidianità che ci travolge. Era una vita fatta di umiltà, serenità, senza grosse pretese. Ci accontentavamo di quello che Dio e la terra ci donavano e non avevamo bisogno di altro.

Scorgere i bellissimi e cangianti colori dell’alba andando incontro al mattino, respirando l’aria fresca e pulita, rinfrancavano il corpo e lo spirito.

In primavera bisognava preparare la terra per seminare gli ortaggi, i tuberi e tutto ciò che si desiderava per adornare il proprio giardino.

L’orto che coltivavano i miei genitori era uno spettacolo, perché riuscivano ad alternare le piantine in base alle variazioni cromatiche dei frutti che poi sarebbero nati: il giallo dei peperoni e delle zucche con il rosso dei pomodori e il verde delle zucchine, dei fagiolini, e i colori pastello del pesco e del ciliegio che li sovrastavano; tutti magistralmente mescolati. Era bello prendersene cura, vederli crescere dava una soddisfazione incredibile e mi ripagava di quelle mattine in cui mia madre si avvicinava ai piedi del letto per svegliarmi.

Il fiume sinni

Quello era veramente un momento drammatico!

Io e le mie due sorelle dormivamo insieme in una stanza, quando sapevamo che una di noi il mattino presto avrebbe dovuto tirarsi giù dal letto, all’alba, passavamo la notte quasi insonne, e quando mia madre saliva le scale, eravamo tutte e tre sveglie ma facevamo finta di dormire. Sentivamo i suoi passi e cominciavamo a pregare e a sperare che la vittima designata a tale patimento fosse l’altra. Dato che eravamo in tre e Luisa era la più piccola, il conto era presto fatto, la mano di mia madre si sarebbe posata sulla mia spalla o su quella di Maria.

Ma la tortura più grande era dover pulire il grano dalla gramigna che gli impediva di crescere. Stare sotto il sole piegati a estirpare l’erba mentre ti pungevi con le spighe, non era il massimo della vita…

In estate si mieteva il grano e quello devo dire che era un avvenimento piacevole, soprattutto per me e le mie sorelle che ci limitavamo a guardare e a raccogliere qualche spiga che sfuggiva alla falce attenta del mietitore. Più che un lavoro diventava una festa, perché era un momento di condivisione e di allegria. In quell’occasione i miei genitori invitavano altre persone con le quali si aiutavano reciprocamente. Il giorno prima della mietitura mia madre preparava per tutti il lauto pranzetto che il giorno dopo avremmo consumato sotto l’ombra della quercia che fiancheggiava l’immensa landa dorata.

La vasta distesa di grano era situata sotto il livello della strada. Quando arrivavamo, rimanevo incantata dalla bellezza che si spalancava sotto i miei occhi: un mare dorato, le cui onde si muovevano lentamente a ogni soffio di vento, il sole splendente scintillava nel cielo terso e gli uccelli con la loro melodia facevano da sottofondo a questo meraviglioso spettacolo.

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Il mio cuore non poteva non sussultare di fronte a tanta grazia, ero felice e i miei occhi splendenti.

Mentre gli uomini impugnando la falce e recidevano le spighe di grano le donne intonavano canzoni raccogliendo, legando le spighe e ammucchiando le gregne.

Poi arrivava finalmente il momento del convivio allora tutti ci andavamo a sedere sull’erba che circondava la quercia e mentre consumavamo l’ottimo cibo preparato da mia madre, il cui profumo è conservato nell’archivio della mia memoria, si parlava e si rideva con estrema allegria. Quando arrivava la sera, ritornavamo a casa stanchi ma felici.

Quando l’aria cominciava a diventare frizzantina e tutta la natura si adornava dei colori intensi e vermigli striati di ocra e verde, l’autunno era alle porte. Malgrado questa stagione può dar adito ad abbandoni melanconici non l’abbia mai vissuta con particolare tristezza.

Gli alberi che si spogliano, la natura che si addormenta, il cielo spesso sordido, sono la metafora della vita che si spegne. Ma la gioia che trapela nell’osservare la natura che si tinge di colori fulgenti fa pensare che la vita continua dopo la vita, che ritorniamo alla terra per poi rinascere nella luce .

Con l’arrivo dell’autunno ci si preparava per la vendemmia. Il vigneto di mio padre era uno spettacolo, l’ha sempre curato in ogni particolare, anche adesso che ha quasi ottant’anni. I filari erano perfettamente allineati, i pampini perfettamente potati, il terreno perfettamente pulito e dal lato esposto a nord si elevava maestoso un filare di pini che fungeva da barriera frangivento…

Anche il giorno della vendemmia era una festa, i nostri genitori solo per quel giorno ci permettevano di non andare a scuola.

scorcio del vigneto

Lo scopo era quello di farci divertire più che dar loro aiuto… e lo era davvero!

Partivamo al mattino con il carretto di mio padre, lui guidava e noi tutti dietro seduti tra un contenitore e l’altro salutavamo allegramente le persone che incontravamo per strada. Quando arrivavamo lì, muniti di guanti e forbici cominciavamo a tagliare i grappoli cercando di non farli cadere a terra. Anche lì mentre lavoravamo e mangiavamo qualche chicco di uva cantavamo e scherzavamo.

Finita la raccolta, ritornavamo a casa, dove mio padre si muniva di stivali nuovi di gomma, si calava dentro il tino e cominciava a pestare l’uva. Quello era un lavoro faticosissimo, poi quando acquistarono la macchina per macinarla tutto divenne più semplice. Dopo aver diraspato le uve, eliminato il rachide o raspo e aver pigiato gli acini si otteneva il mosto pronto da fermentare.

Mi ricordo, e ancora oggi è così, che il vino era assaggiato per la prima volta l’otto dicembre, il giorno dell’Immacolata Concezione, da noi chiamato “spricicchiavutti”. È una tradizione che continua anche oggi. L’otto dicembre, molti uomini si ritrovano nelle varie cantine del paese per assaggiare i vari vini e trascorrere un pomeriggio in allegria, il più delle volte poco sobri ma felici.

Un altro lavoro che spesso si faceva durante l’autunno, era l’approvvigionamento della legna per l’inverno. Mio padre andava in campagna, tagliava gli alberi e li portava con il carretto a casa, ma abitando nel centro storico era praticamente impossibile arrivare a scaricate la legna vicino alla legnaia ed era costretto a lasciarla un po’ lontano e insieme la portavamo dentro. Mi ricordo che facevamo a gara a chi ne portasse di più sulle braccia e benché mia madre ci esortasse a non caricarci troppo, io spavalda ne prendevo così tante da riuscire a stento a reggerle, per dimostrare loro che ero forte. Ho sempre cercato il consenso dei miei genitori e ogni occasione era buona per avere la loro approvazione.

Con il sopraggiungere dell’inverno le attività agricole erano sospese e ci apprestavamo a trascorrere l’inverno nell’atmosfera ovattata e candida della neve che a fiotti copriva lentamente le strade. Quando ero piccola, ne cadeva tanta che uscire diventava impossibile e solo raramente mia madre ci permetteva di andare a giocare a palle di neve perché aveva paura che ci ammalassimo.

Quello spettacolo seppur bellissimo per noi diventava una prigionia… questo è il motivo per cui non ho mai amato la neve…

Durante l’inverno si ammazzava il maiale per provvedere all’approvvigionamento della carne per tutto l’anno. Anche questa era un’occasione di festa perché erano invitati tutti i parenti pronti a dare una mano e a riceverla in cambio quando ne avrebbero avuto bisogno.

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Che tavolate e che cibo prelibato!

Quando ero piccola, ero una buongustaia e mi brillavano gli occhi dalla felicità quando mi sedevo davanti ad un piatto di pasta condita con il sugo con dentro lo spezzatino di maiale e per giunta insieme a tanta bella compagnia. Mi ricordo che la nostra cucina di circa 20 metri quadrati riusciva a contenere fino a trenta persone. Il desiderio e la gioia dello stare insieme ci facevano superare anche le difficoltà legate alla mancanza di spazio.

L’unica cosa che mi faceva stare male e che trovavo estremamente crudele era il modo in cui veniva ammazzato il povero animale. Di mattino quando mio padre insieme ai fratelli andava a prenderlo nel porcile situato poco lontano da casa e lo trascinavano in un locale lì vicino per procedere all’esecuzione si sentivano le urla di disperazione del povero malcapitato che aveva compreso quale sarebbe stata, da lì a poco, la sua sorte.

Sembrava che dicesse: “Aiutatemi, non voglio morire, abbiate pietà di me”… Io non ce la facevo a sentire e sprofondavo con la testa nel cuscino…

Immaginavo mio padre e i suoi fratelli mentre trascinava il poveretto con il cappio al collo fino al tavolo dove “u ccier”, colui che lo uccideva, affilava bene il coltello prima di infliggergli il colpo mortale.

Mentre il sangue scendeva una donna con un recipiente, lo raccoglieva e lo girava per non farlo raggrumare, in modo da poterlo utilizzare per fare il sanguinaccio, un dolce tipico del mio paese. Del maiale non si buttava assolutamente nulla, tutto era utilizzato, anche il residuo di grasso che rimaneva dopo averlo sciolto e pressato; insieme alla potassa e alle essenze profumate era usato per preparare il sapone che serviva per fare il bucato.

Questi sono i miei ricordi legati al susseguirsi delle stagioni. Sono felice di aver avuto la possibilità di crescere in una famiglia come la mia che ha posto alla base del suo vivere i valori dell’umiltà, della modestia e della semplicità. Quando si è bambini, non si riesce a cogliere tutta la bellezza che ne deriva, ma la vita, le esperienze negative e questo mondo che si evolve – anzi, oserei dire “involve” – verso un modus vivendi che fonda le sue basi su valori futili e opportunistici, mi fa desiderare di tornare indietro nel passato, per vivere una vita a contatto con la natura, accanto a persone dall’animo puro, il cui unico scopo è gioire e condividere la bellezza che ci circonda.

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Anche quest’anno è arrivato Natale!

A Mesagne un paese del nostro Sud, cinquanta anni fa.

Di Carmelo Colelli

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“Anche quest’anno è arrivato Natale!”

Questo diceva la mattina della vigilia dell’Immacolata, la “nunna Mmiluccia”, la signora Carmela mentre cominciava a trafficare in cucina e il marito, “lu nunnu Ntunuccio”, il signor Antonio accendeva il fuoco sotto al caminetto e lei, avvolta ancora nello scialle di lana, per ripararsi dal freddo, prese la madia, la sistemò sul tavolo della cucina, quello che usavano per mangiare ogni giorno, da uno stipetto prese la farina, il lievito, quello madre, fatto in casa, l’olio, le olive nere e sistemò tutto sul tavolo attorno alla madia. Prese anche un piccolo contenitore in terracotta “lu pugnatieddu”, lo riempì d’acqua e lo sistemò vicino al fuoco, l’acqua doveva diventare tiepida.

Rivolgendosi al marito disse: “Ntunu! oggi è la vigilia dell’Immacolata, mi raccomando non si mangia fino a questa sera, oggi si fa il digiuno in onore della Madonna.”

Lu nunnu Ntunucciu le rispose: “va bene! va bene! lo so che oggi si fa il digiuno ed io, come ogni anno, lo faccio il digiuno, tu però prepara cose buone per questa sera!”

La “nunna Mmiluccia”, senza lasciare ciò che stava facendo gli rispose: “non ti preoccupare, a casa nostra, anche se è povera, le cose buone non mancano mai” ed aggiunse: “verso mezzogiorno vieni, così prendi “li pucci cauti cauti” le pucce calde-calde e le porti in campagna ai nostri figli e a tutti quelli che lavorano con loro.

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Puccia grande da pizzeria salentina” di FlorixcOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

L’acqua ormai si era intiepidita, la “nunna Mmiluccia”, prese “lu pignatieddu” da sotto al camino, prese la farina, fece un monticello, con le mani aprì la farina fino a formare un piccolo cratere. In questo cratere versò un po’ d’acqua e il lievito, cominciò ad impastare, la lavorò tanto con le sue mani, aggiunse un po’ d’olio, un pizzico di sale e continuò ad impastare ancora per un po’, quando vide che l’impasto era tutto uniforme e morbido, aggiunse le olive nere, quelle dolci con il nocciolo.

La “nunna Mmiluccia” mentre impastava, sembrava un sacerdote sull’altare, sembrava che stesse pregando la Madonna Immacolata.

Quando finì di impastare, divise la massa in tanti pezzi, uguali e, dando con le mani una forma arrotondata, li sistemò sopra una tovaglia pulita, li coprì e li lasciò lievitare sotto una coperta di lana.

Dopo un po’ di ore passò il fornaio, prese “lu tauliere”, una tavola di legno adatta per il trasporto del pane, con sopra le pucce e le portò al forno.

Il fornaio, verso mezzogiorno, riportò a casa della “nunna Mmiluccia”, le pucce ancora calde.

In paese, vi era l’usanza di mangiare la puccia calda a mezzogiorno, i ragazzini non aspettavano altro quel giorno.

La “nunna Mmiluccia” prese le pucce ancora calde, le sistemò in un grande tovagliolo, quelli di cotone a quadri blu o rossi, sistemò il fagotto in un piccolo paniere, con un bottiglione di vino, quello casereccio, “lu nunnu Ntunucciu” prese il paniere, inforcò la bicicletta e, presto presto, arrivò in campagna, dove c’erano i figli con gli altri lavoranti.

Lei, appena il marito amdò via, cambiò l’acqua al baccalà, lo aveva messo a bagno la sera precedente, doveva perdere la salatura, fatto questo, si mise a pulire le cime di rapa, i cavolfiori, le cicorie e le cicorielle campestri. Quando finì di pulire la verdura, preparò il sugo col baccalà, il baccalà con le patate al forno, ne lascio alcuni pezzetti, li avrebbe fritti più tardi, preparò le rape stufate con il peperoncino e lessò le cicorie.

Dopo che ebbe sistemato queste cose, prese un contenitore in terracotta, mise dentro la farina, aggiunse l’acqua ed il lievito, con le mani la giro tante volte fino a quando fu completamente sciolta, aveva ottenuto un impasto molto molle, copri la coppa con una coperta e lasciò crescere la pastella, più tardi avrebbe fatto le pettole.

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Pittule cu li fiuri ti cucuzza” di FlorixcOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Mentre trafficava in cucina, il tempo passava, nel frattempo i figli erano tornati dalla campagna, anche “lu nunnu Ntunucciu”, era rientrato, poco per volta anche gli altri figli con le mogli e i propri figli arrivavano: tutti presenti per la cena.

Sotto il caminetto, il fuoco crepitava, tre grossi ceppi di legna di olivo, bruciavano piano piano, c’era anche il treppiede con sopra la padella, quella nera per la frittura, piena di olio fumante, vicino al caminetto “la nunna Mmiluccia”, con accanto la coppa con la pastella, ormai ben lievitata e un grande piatto in terracotta, pieno di baccalà, olive, alici salate, pezzetti di cavolfiore lesso, capperi, tranci di tonno, ingredienti per farcire le pettole.

La nunna Mmiluccia, iniziò a friggere, appena le prime pettole furono pronte, le mise in un piatto e disse: “Beh! Assaggiatele adesso che sono calde, fate attenzione a non scottarvi!” raccomandò ai nipotini, passò il piatto alla figlia e continuò a friggere.

Le pettole erano una diversa dall’altra, avevano tutte forme strane, una più grossa, una più piccina, queste forme si generavano dal cadere della pastella nell’olio bollente, per la fantasia dei bambini, somigliavano a tanti animali strani. La nunna Mmiluccia, prendeva la pastella in una mano che chiudeva a pugno e la lasciava uscire dal disotto, con il dito indice dell’altra mano, la staccava facendola cadere nell’olio bollente.

Lu nunnu Ntunucciu appena ebbe assaggiata la prima pettola disse: “Ti la Mmaculata la prima pittulata”, “Alla vigilia dell’Immacolata la prima pettolata” e bevve il primo bicchiere di vino.

La moglie continuava a friggere pettole, con pezzi di baccalà, cavolfiore, olive ed altro, frisse anche una bella porzione di pettole vuote, le fece più piccole e più tondeggianti, le mise in disparte le avrebbe coperte dopo con lo zucchero ed il vincotto, i bambini ne erano golosi ed anche ai grandi piacevano molto: era il primo dolce natalizio.

Quando ebbe finito, tolse la padella con l’olio fritto, pulì sotto al caminetto mentre il fuoco continuava a crepitare.

Appena vide che la pasta si era cotta, invitò tutti a sedersi a tavola, tutti presero posto ed iniziarono a cenare.

Per primo mangiarono la pasta condita col sugo del baccalà, il baccalà con le patate al forno, le rape stufate, i cavolfiori, le cicorie e le cicorielle campestri, alla fine baccalà fritto e pettole.

Poi fu la volta della verdura cruda e frutta di stagione: finocchi, arance, mandarini, grappoli di uva invernale, questa proveniva di solito dalla pergola del cortile della casa, frutta secca, mandorle, noci e fichi secchi con la mandorla dentro.

Per finire mangiarono le pettole con il vincotto e con lo zucchero.

Le pucce, le pettole, il baccalà fritto e il vino nuovo, quello di malvasia, erano i re e le regine della vigilia dell’Immacolata.

FOCOLARE-02Quando tutti andarono via rimasero soli lu nunnu Ntunucciu e nunna Mmiluccia, seduti vicino al focolare, con il fuoco che si consumava piano piano, lu nunnu Ntunucciu disse: “Hai visto che bella vigilia abbiamo passato!”, la moglie gli rispose: “Dobbiamo ringraziare la Madonna che si venera domani” e continuò dicendo: “Ora è veramente arrivato Natale!”.

Carmelo Colelli 07-Dicembre-2014

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Abbazia di San Galgano – Poesia di Ada Ascari

Di Ada Ascari

San galgano fuori.jpgSan galgano fuori” di Vignaccia76Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Vuoi metter San Galgano

e la sua pace

con le spiagge affollate

ed il casino?

Siamo stati sul prato

come in Paradiso

spezzando il pane

e sorseggiando il vino.

Un gran silenzio

veniva dalla chiesa,

che chiesa non è più,

ma solo spazio tra cielo e terra,

tempo sospeso fra vita e morte

nel tramonto lontano.

Ed io lì dentro,

tra voli di rondini chiassose,

mi son sentita

piccola e indifesa

come una formichina

nell’eternità.

 

 

————————————–

Ada Ascari

Esperta in metodologie autobiografiche e scrittura autoanalitica

Dottore in informatica applicata a contenuti umanistici.

Curatrice del sito della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari

mail: ada.ascari@lua.it

web: www.lua.it

Skype: ada.ascari

Twitter @adascari

 

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