Lazio – Il Palazzo Farnese di Caprarola (Viterbo)

Di Alberto Pestelli

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Conosco il Lazio quasi quanto la Toscana e la Sardegna che sono le mie regioni di origine. Naturalmente conoscerne ogni angolo è impossibile ma negli anni ho visitato molti paesi e borghi laziali quel tanto che bastava per affermare… sì, ci sono stato e ci ritornerei…

Una delle zone più affascinanti del Lazio, a mio avviso, è la Tuscia viterbese. Forse perché conserva il fascino e il mistero di un popolo che ha abitato anche la Toscana e l’Umbria, forse perché anch’io mi sento un po’ Etrusco, nonostante la mia nuragicità… nuraghetrusco!

Spesso mi sono ritrovato a girovagare tra i suoi paeselli, dove costruire la casa con i blocchi di tufo, è ancora di moda, tra i suoi laghi di origine vulcanica, tra i suoi boschi che in autunno offrono colori e profumi del tutto particolari.

Ma non c’è solo natura in quelle contrade ma Storia (con la S maiuscola) e Arte che purtroppo stentano a varcare i confini regionali se non quelli provinciali o addirittura comunali.

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E Caprarola, uno dei bei borghi del viterbese non fa eccezione. Situato a sud dei Monti Cimini e a oriente del lago vulcanico di Vico, conserva un bellissimo esempio architettonico del XVI secolo. Nonostante sia immersa nell’antico territorio dei Rasenna, Caprarola è stata fondata in tempi più recenti.

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Le prime notizie di un insediamento stabile si hanno intorno all’XI secolo. Senza addentrarci nella storia del paese, che meriterebbe un capitolo a parte, mi sembra appropriato parlare del suo bellissimo Palazzo Farnese (detta anche Villa Farnese).

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Ideato come fortezza difensiva, il progetto fu dato al Sangallo il Giovane dal Cardinale Alessandro Farnese detto il Vecchio. La “prima pietra” fu posta nel 1530. Dopo sedici anni dall’inizio dei lavori il Sangallo morì e i lavori furono sospesi nel 1546. Il successore, cardinale Alessandro Farnese il Giovane, intenzionato a riprendere i lavori, affidò incarico al Vignola (1547) di portare avanti il progetto. Tuttavia i lavori ripresero ben dodici anni più tardi dopo che il famoso architetto ebbe modificato in maniera rilevante il progetto originale. Anche se la pianta pentagonale rimase così com’era, la costruzione fu modificata per farne un imponente palazzo seguendo lo stile rinascimentale. Lo scopo della costruzione fu subito chiara: doveva diventare la residenza estiva del cardinale Farnese.

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Per accedere alla costruzione dobbiamo salire una bellissima scalinata. Il Vignola la costruì tagliando la collina. Lo scopo di tutto ciò era quello di isolare il palazzo dal resto delle abitazioni del borgo e, con il “nobile” intento di renderlo armonioso con il territorio di Caprarola. Inoltre per aumentare la sua maestosità, l’architetto progettò e costruì una strada rettilinea per avere un’ottima visuale dall’alto del borgo.

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Entrando all’interno del palazzo non possiamo fare a meno di notare un bellissimo cortile a due piani di cui uno, il superiore, è un po’ arretrato. Il cortile fu realizzato dal Vignola. È circolare e le volte furono affrescate da Antonio Tempesta.

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Il Vignola non era solo un architetto ma anche un valente pittore. Affrescò la scala interna detta Scala Regia che gira intorno ad una trentina di colonne. Secondo voci dell’epoca il cardinale Farnese saliva queste scale, in sella al suo cavallo, per raggiungere il piano dei suoi alloggi (il piano nobile).

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Il piano che è stato denominato Piano dei Prelati (piano rialzato) ha un doppio accesso: interno e dalla scalinata esterna. In questa zona del palazzo troviamo le stanze affrescate da Taddeo Zuccari, quella delle stagioni del Vignola e la stanza delle guardie.

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Nel piano nobile niente è lasciato al caso. Sale e saloni sono disposti secondo uno schema ordinato, meticoloso e all’avanguardia per i tempi. Infatti, le zone dove il sole difficilmente batteva (ala ovest) erano destinate a essere abitate durante i periodi estivi, mentre gli appartamenti invernali sono situati a est dove, appunto batte il sole.

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La zona che era abitata d’estate fu affrescata dallo Zuccari mentre gli appartamenti d’inverno dal Bertoja, al secolo Jacopo Zanguidi, dal Giovanni De Vecchi e da Raffaellino da Reggio. Ma le opere d’arte non si fermano qui… Il Palazzo Farnese di Caprarola ha visto un gran via vai di talentuosi artisti dell’epoca tra i quali spicca l’autore degli affreschi della sontuosa Stanza del Mappamondo, Giovanni Antonio da Varese.

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Ogni villa che si rispetti ha il suo giardino o “Orti farnesiani” (da non confondere con gli omonimi giardini della famiglia Farnese sul Palatino a Roma). I giardini del palazzo di Caprarola sono un bellissimo esempio tardo rinascimentale. Si trovano alle spalle della sontuosa costruzione a ridosso del colle dove è stata costruita e collegati con dei ponti.

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Se vi trovate nei paraggi della zona dei laghi vulcanici della Tuscia laziale, una visita a Caprarola è obbligatoria farla per ammirare uno dei più begli esempi di architettura tardo rinascimentale della nostra penisola. Forse non famosa quanto Villa Lante e i suoi giardini di Bagnaia nei pressi di Viterbo, ma costituisce una bellissima immersione in un angolo suggestivo del Lazio. Senza contare che da quelle parti si mangia e si beve da Re… anzi, da Cardinali.

 Fotografie di Alberto Pestelli © 2005

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Lazio – Il Palazzo Farnese di Caprarola (Viterbo) di Alberto Pestelli © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Orte-Mestre

La Federazione (Federnatura) ci gira questo articolo apparso su Repubblica, molto infuocato, sulla futura Orte-Mestre…

 

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Toscana – LA RISERVA NATURALE DEI MONTI ROGNOSI

Di Gianni Marucelli

Un territorio ricco di storia e di tesori minerari e naturali

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Primo Gennaio del 2011. Con un esiguo gruppetto di amici, presso i quali ho trascorso l’ultimo dell’anno, salgo le pendici dei Monti Rognosi, in una lunga passeggiata tesa a smaltire la cena di S. Silvestro. Sul terreno rimangono le tracce delle recenti nevicate, tracce che si fanno strato ancora consistente sull’ampio crinale che dobbiamo percorrere. Davanti a noi spiccano, sul bianco, delle macchie scure, che si susseguono per un bel tratto. Quando ci avviciniamo, scopriamo di trovarci su un vero e proprio “WC” a cielo aperto, utilizzato di recente da un branco di lupi, le cui orme risultano evidenti sul terreno. Devono aver sorpreso qualche ungulato, cinghiale o capriolo, impacciato dalla neve alta; della preda rimangono solo i peli che spuntano dalle “fatte”…

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Faccio così conoscenza, seppure indiretta, di uno degli abitatori di questo complesso montuoso situato tra Arezzo e l’Alta valle del Tevere, cui compete il nome, non certo attraente, di “Monti Rognosi”. Dovuto all’aspetto brullo che l’area doveva avere, ed ancora in parte possiede, qualche decennio or sono, il toponimo oggi non avrebbe più ragione di esistere, in quanto, dagli anni Venti del secolo scorso, una vasta opera di rimboschimento ha popolato i rilievi di essenze arboree, in primo luogo costituite da Pino nero e Pino marittimo: ma, a parte questa considerazione, ci troviamo in una zona di considerevole valore botanico per le specie rare che vi allignano, e di cui tra poco parleremo.

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Solo una minima parte (170 ha.) dei Monti Rognosi, quella per l’appunto più ricca di piante erbacee non comuni, è protetta dal vincolo ambientale di Riserva Naturale della Provincia di Arezzo (istituita nel 1998); tutto il complesso ha però un grande valore storico, oltre che naturalistico. Di qui infatti transitava la romana Via Ariminensis, che portava appunto alla costa adriatica; di qui, in tempi più recenti e in parte sullo stesso tracciato, la Strada maremmana, percorsa dalle greggi durante la transumanza.

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Inoltre, per la loro particolare struttura geologica, questi rilievi sono sempre stati ricchi di minerali pregiati, in primis il rame, i cui giacimenti furono sfruttati già in epoca protostorica (una piccola ascia di bronzo, rinvenuta sul territorio, è stata datata al 2000 a.C.), quindi dagli Etruschi e dai Romani. Nella seconda metà del XVIII secolo fu iniziata l’estrazione industriale della materia prima, che tuttavia non durò a lungo, probabilmente per i costi elevati e per le rese modeste. Tuttavia, ancor oggi qui il rame “nativo” è presente, come l’oro e l’argento, sia pure in minime quantità; inoltre, minerali ricchi di ferro sono stati oggetto di escavazione per lungo tempo.

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Un piccolo scrigno di tesori, dunque, la cui presenza è giustificata, come abbiamo accennato, dalla storia geologica del territorio.
“L’intera zona dei Monti Rognosi è costituita è costituita da un esteso affioramento di Ofioliti”, che raggruppa tre tipi di rocce , serpentiniti, gabbro e basalto, le quali, 200 milioni di anni fa, formavano il fondale di un braccio del vasto Mare Tetide, il Mare Ligure-piemontese . Durante i movimenti tettonici che portarono all’orogenesi della catena appenninica, limitate porzioni di questo fondale divennero terraferma, e attualmente sono ancora presenti in alcuni rilievi della Toscana (forse il più notoè il Monte Ferrato che sovrasta Prato). I Monti Rognosi sono formati in prevalenza da serpentinite, in cui sono appunto presenti minerali di rame e di ferro (soprattutto calcopirite e pirite).

Monti rognosi 042La natura del suolo così costituito, dove l’humus forma solo uno strato sottile, spesso asportato dal ruscellamento dovuto alla pioggia, rende difficili le condizioni di vita per le piante, sia arboree che erbacee; solo alcune si sono perfettamente adattate a tale habitat, e in genere si tratta di erbe piuttosto rare: ecco quindi che i Monti Rognosi, oltre che per gli esperti di mineralogia, sono un appetibile campo di studi anche, e soprattutto, per i botanici. In genere si tratta di piante poco appariscenti, bene identificabili solo nella fase della fioritura (almeno dai non esperti), ottimamente inserite, con altre essenze, in una gariga più o meno brulla: di una di queste, l’Alyssum Bertolonii, ha diffusamente parlato la vicedirettrice Stefania Fineschi sul primo numero del corrente anno di questa rivista, a proposito di phitoremediaton, ovvero del disinquinamento dei terreni attraverso le qualità di determinate essenze.

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L’Alyssum possiede infatti la proprietà di accumulare nelle sue foglie metalli pesanti, in particolare il nichel di cui sono ricche le serpentiniti. Probabilmente si tratta di un comportamento “difensivo”, teso a indurre gli erbivori a non brucare: insomma, come se la pianta dicesse: “Tròvatene un’altra, perchè io sono davvero disgustosa!”. Altre specie caratteristiche di questo ambiente sono la margherita del serpentino, lo spillone del serpentino e la Stipa etrusca , insieme alla stretta parente Stipa tirsa (pianta davvero rara), che, come si vede nella foto, può formare dei prati assai suggestivi nel periodo della fioritura.
La più alta cima della Riserva, il Poggio di Pian della Croce (mt. 630), è, sulla rotonda parte sommitale, coperta da una simile prateria. La gariga intorno è punteggiata da cespugli di ginepro rosso, una macchia di colore sul verde delle altre essenze, tra cui l’erica da scope, che faticosamente vivono in un ambiente tanto aspro, sfruttando gli accumuli di suolo esistenti nella prateria e nelle fratture della roccia…

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Se dalle pendici dei rilievi scendiamo verso la loro base, oltre agli impianti di pino troviamo il bosco di latifoglie, là dove l’habitat si fa più umido e l’humus più consistente: ecco allora l’orniello, e quindi il sorbo montano e la roverella: ma siamo ormai nella zona del Torrente Sovara (dal latino Suara – Sus = porco – , che indica come nella zona fossero presenti allevamenti di maiali) un limpido torrente che delimita in parte la Riserva. Qui, tra antichi castagni, cerri, ontani, carpini, la vegetazione forestale torna a essere quella propria delle zone collinari della Toscana: il Sovara, poi, nasconde, scorrendo tra i salici e i pioppi, piccoli tesori faunistici: granchi e gamberi d’acqua dolce, un tempo così comuni in tutti i ruscelli appenninici e che l’inquinamento e la predazione umana hanno in gran parte distrutto, non solo in Italia ma in tutta l’Europa. Altri ospiti del torrente sono la salamandrina dagli occhiali e la rana appenninica, mentre l’ambiente tipico dei Monti Rognosi, la gariga, è l’habitat prediletto di quattro specie di passeriformi piuttosto rari, la sterpazzolina e l’occhiocotto, appartenenti alla famiglia dei Silvidi, lo zigolo nero e lo zigolo muciatto. Tra i rapaci si segnala la presenza e la nidificazione dell’astore , nonché del biancone e del falco lodolaio, che si trovano a proprio agio cacciando nelle distese aperte della gariga; il primo, per chi non lo sappia, è “specializzato” nella predazione dei serpenti. In questo habitat in parte rupestre pone il suo nido anche il caprimulgo, o succiacapre, predatore notturno di falene e altri insetti, formidabile per il mimetismo con cui si amalgama ai colori dell’ambiente; il suo tipico grido lamentoso lo segnala tuttavia al visitatore dopo il tramonto.

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Sui Monti Rognosi, anche se non strettamente legati alla Riserva, sono presenti in abbondanza animali certo più comuni ma non meno suggestivi: non è cosa rara avvistare, nelle radure, i caprioli, all’alba e al tramonto, e , come ormai ovunque, abbondano i cinghiali, che, qui come altrove, costituiscono il cibo prediletto del Re dell’Appennino, il lupo, che ha ormai ricolonizzato non solo l’intero Appennino, ma, in Toscana, anche l’Amiata, i Monti del Chianti,
la Maremma, quei territori di caccia da cui secoli di persecuzioni da parte dell’uomo lo avevano bandito. Silente ed elusivo, a giusto titolo diffidente di ogni attività umana, avvistarlo è un caso estremamente fortunato. Molto più facile trovarne le tracce, come abbiamo testimoniato all’inizio di questo articolo, oppure accertarne la presenza con la tecnica dello howling, ossia dell’emissione
di ululati precentemente registrati cui talvolta i lupi rispondono…almeno finchè non si accorgeranno che anche questa è una diavoleria inventata dall’uomo.

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Anghiari e la “Battaglia” perduta di Leonardo da Vinci

La Riserva è situata a 15 minuti d’auto da Anghiari, suggestivo centro medioevale che si affaccia sulla Alta Valtiberina, dirimpetto a Sansepolcro. Fondata dai Longobardi, probabilmente nel VII sec. d.C., e sviluppatasi quale Abbazia dell’Ordine Camaldolese all’inizio del sec. XII, presenta un impianto urbanistico ricco di stratificazioni, che mantiene però l’originaria struttura Alto-medioevale. Tra vicoli stretti, passaggi coperti e scorci che fanno la felicità di ogni fotografo, il visitatore sale fino alla Piazza del Popolo, ove si erge il Palazzo del Podestà, costruito nel ‘300. La cittadina, oltre che per la propria indubbia bellezza, è famosa perchè il suo nome è rimasto legato alla celebre battaglia d’Anghiari, nella quale la Lega guidata da Firenze sconfisse le truppe del Duca di Milano (1440), agli ordini di uno dei più celebri condottieri del tempo, Antonio Piccinino, frenandone l’espansione verso sud.

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La vittoria, come è noto, doveva essere immortalata da un grande affresco di Leonardo in Palazzo della Signoria, a Firenze; ma il metodo sperimentale di pittura “a fresco” adottato dal genio di Vinci fallì miseramente e l’opera andò distrutta. Ce ne rimane un cartone, uno studio preparatorio realizzato nei primi anni del ‘500, dal quale possiamo evincere quale capolavoro non ci sia pervenuto. Inutili, finora, sono stati i tentativi compiuti, anche di recente, di ritrovare la sinopia del lavoro leonardesco sulla parete la cui ubicazione ci è stata tramandata dal Vasari.

Nelle terre di Piero

La zona che stiamo visitando non è solo ricca da un punto di vista storico-naturalistico: vi è presente infatti, nel giro di pochi chilometri, la maggiore concentrazione di opere d’arte di uno dei maggiori pittori di ogni tempo, quel Piero della Francesca che ebbe i propri natali a Sansepolcro (1418 circa) e, basando la propria concezione pittorica sui nuovi canoni della prospettiva (di cui fu anche illustre teorico), li applicò ad irripetibili capolavori quali la Madonna del Parto, visibile in un proprio spazio espositivo a Monterchi, il ciclo di affreschi della Leggenda della Vera Croce (Arezzo, chiesa di San Francesco), la Resurrezione e il Polittico della Misericordia (Sansepocro, Museo Civico). Qualsiasi itinerario non può assolutamente prescindere da questi luoghi.

Come raggiungere e visitare la Riserva

I Monti Rognosi si trovano a pochi chilometri a nord di Anghiari, in provincia di Arezzo, per cui
si può fare base di partenza da questa cittadina medioevale che, come abbiamo detto, vale la pena di visitare. Essa si raggiunge dal capoluogo dirigendosi sulla Strada Regionale n. 71 verso Bibbiena e
intercettando poco dopo la n. 43. Da Anghiari è poi necessario dirigersi, tramite la n. 45, verso Ponte alla Piera e, dopo circa km. 4, svoltare a sinistra in località Bagnolo. In corrispondenza della diga sul torrente Sovara ha inizio uno dei sentieri della Riserva, per la verità ancora di incerta segnaletica. E’ consigliabile perciò rivolgersi alle Guide specializzate: tra esse segnaliamo il competentissimo Sig. Rossano Ghignone, di Anghiari, cui si devono parte delle notizie contenute in questo articolo, nonché alcune foto. Lo troverete telefonando al seguente numero: 3392464939.
Per chi volesse fare da solo, segnaliamo la “Carta dei Sentieri Valtiberina e Marca Toscana” (scala 1:50.000), Comunità Montana Valtiberina Toscana, Regione Toscana e Club Alpino Italiano.
Per saperne di più, la sezione dedicata ai “Monti Rognosi” del volume “Aree protette della Provincia di Arezzo”, ed. Le Balze, E. 10.

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Toscana – La riserva naturale dei monti Rognosi di Gianni Marucelli © 2011 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Bari, Storie ed Emozioni

Una città, una terra che non ha uguali, raccontata dal nostro redattore Carmelo Colelli.

Prefazione di Iole Troccoli

Leggendo gli articoli di Carmelo Colelli, Bari appare come una città che ci viene incontro sorridendo. Infatti, si ha subito netta la percezione di un bel sole dorato che ci solletica la nuca mentre passeggiamo, oppure di un’onda che ci lambisce con i suoi colori azzurri e blu. Piano piano, continuando la lettura, si materializzano anche strade e piazze, intromissioni di luci, profumi di pane buono, sorrisi regalati e ricevuti. C’è accoglienza nelle sue pagine, ricordi di bambino e adolescente mescolati alle prime esperienze di vita e di lavoro, in un insieme che sa di sentimento schietto e ben radicato. Accanto a questo, anche i monumenti, le cattedrali, paiono prendere vita, raccontati così come lui ce li racconta, con attenta sensibilità. Carmelo ci porta, con la sua penna, a interagire con i personaggi dei suoi ricordi di fanciullo, con l’odore di una strada, con la visita di un Papa, il tutto con gioia genuina e riconoscenza per la città – Bari, appunto – che lo ha accolto quando era ancora un ragazzino. Sale la voglia di addentrarsi con lui, perciò, in mezzo alle vie che ci descrive, trasportati dalla sua allegria e il suo entusiasmo contagioso. Alla fine delle letture, anche a noi viene quindi spontaneo esclamare: Bari, ti vogliamo bene! (Iole Troccoli)

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Picasso e la modernità spagnola

Di Alessandro Ghelardi

Pablo picasso.jpgPablo picasso” di Argentina. Revista Vea y Lea – http://www.magicasruinas.com.ar/revistero/internacional/pintura-pablo-picasso.htm. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

Cambiare l’arte contemporanea spagnola era, il loro obiettivo. I manieristi avevano rappresentato il soggetto iconografico, loro – i cubisti – iniziarono a rappresentare le emozioni che la persona o l’oggetto davano a chi le guardava. Inserirono il concetto della contemporaneità; si poteva vedere la persona da più visuali nello stesso momento.

È questo il messaggio che i curatori della Mostra “Picasso e la modernità spagnola” che si sta svolgendo a Palazzo Strozzi a Firenze, vogliono trasmettere ai visitatori.

Le opere esposte provengono tutte dal “Museo Nacional de Arte Reina Sofia” di Madrid.

La mostra si apre con il riferimento al libro di Honoré de Balzac” il Capolavoro Sconosciuto”, esposto al centro della sala, che affronta il tema dell’artista immaginario, “Frenhofer”, alla ricerca dell’opera perfetta, dopo anni di lavoro, realizza un dipinto quasi astratto, che nessuno, se non lui, riesce a capire. Deluso per la mancata comprensione, Frenhofer brucia il quadro e si uccide. Quasi un secolo dopo il mercante d’arte, Ambroise Voillard, volle realizzare un’edizione di lusso del racconto di Balzac con illustrazioni di Picasso.

Esiste, secondo molti, un rapporto tra il libro e le immagini, Picasso apre le porte allo studio dell’artista e parla attraverso le sue acqueforti del rapporto psicologico e simbolico tra il pittore e la modella, rapporto ritenuto predominante dai curatori della mostra che, infatti, hanno inserito al suo interno tre quadri del pittore spagnolo, tutti del 1963, che affrontano questo tema.

Uno si trova nella prima sala, uno nell’ultima e il terzo nella seconda sala che contiene anche altri dipinti di Picasso: “Testa di donna (Fernande)” del 1910 con richiami al cubismo, “ Figura” del 1928 che illustra l’uso picassiano del viso sdoppiato, “Ritratto di Dora Maar” del 1940, dedicata alla sua musa del tempo, che è il quadro testimonial della mostra.

Juan Gris, artista morto a soli quaranta anni, nella sala successiva, con i dipinti “Il Violino” e “Arlecchino e il Violino” riprende temi cari a Picasso, nella stessa sala un altro “Arlecchino” di Salvador Dalì e i quadri di Marie Blanchard, Joan Mirò e quello di Equipo 57, un collettivo di artisti spagnoli, ribadiscono che in quel periodo, in Spagna c’è la volontà di rinnovare l’arte, in alcuni casi, coinvolgendola nella società.

La mostra prosegue con un confronto pittorico tra Picasso, Dalì e Mirò, molto belli rispettivamente “Strumenti musicali su un tavolo”, “Dipinto” e “L’uomo invisibile” nel quale Dalì inizia a sperimentare il suo tema preferito: l’immagine doppia, rappresentando un uomo le cui mani s’integrano in un candelabro. Quadro quest’ultimo rimasto incompiuto.

Altre tre opere colpiscono il visitatore per la bizzarria della loro creazione e del loro, titolo: “Figura reclinata II” di Julio Gonzalez scultura di ferro saldata.

“Omaggio a Mallarmé” di Jorge Oteiza. Anche questa è una scultura in lamina di ferro.

“Donna Laboriosa” di Angel Ferrant scultura in filo di ferro, legno e carta che rivoluziona la staticità di un’opera, la sua, infatti, può cambiare se luci o agenti atmosferici entrano nella stanza dove è esposta.

Una sala testimonia, comunque, che nello stesso periodo, c’erano artisti che continuavano a rappresentare i soggetti nella “vecchia maniera” Aurelio Arteta con i suoi “Naufraghi” Joaquim Sunyer con “Maria Dolores” Antonio Lopes “La sposa e lo sposo”.

Dopo un’intera sala di disegni dedicata al tema del “Minotauro”, alter ego di Picasso, e alla preparazione del quadro di grandi dimensioni del 1937 “Guernica” che rappresenta il bombardamento genocida della città, si termina con altri dipinti tra gli altri di Saura, Tapies, Mirò e “la nuotatrice” di Picasso realizzato con carboncino su tela.

Chi si aspettava una mostra con il quadro “mattatore”, come va di moda in questo periodo, rimarrà probabilmente deluso, ma, secondo me, è una mostra da visitare perché racchiude un messaggio quasi didattico per far comprendere la necessità da parte di Picasso e gli altri pittori che condividevano le sue teorie artistiche, di uscire dalle gabbie in cui la pittura manierista li aveva confinati, spingendoli a cercare e sperimentare nuove tecniche pittoriche realizzative.

È testimoniato, per esempio, nella sala di Guernica, che Picasso possedeva doti straordinarie di disegnatore, ma nel durare della sua lunga carriera, seguendo correnti artistiche moderne, ha perseguito nuove strade per descrivere non solo i soggetti ma anche le emozioni che suscitavano, impiegando tecniche e materiali fino allora inconsueti per l’arte.

L’esposizione resterà aperta al pubblico fino al 25 gennaio 2015.

Alessandro Ghelardi

 

 

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La fabbrica di Bardaro

Di Carmelo Colelli

Qualche sabato fa, percorrevo la Brindisi-Mesagne, in macchina. Con me c’erano i miei due figli. Dopo aver superato la vecchia casa cantoniera, ancora rossa con i profili bianchi, ecco alla mia destra un edificio malconcio, ridotto male dalle intemperie del tempo e dall’abbandono.

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Mia figlia mi chiese cosa fosse quella struttura, non me l’aspettavo, ma la domanda mi giunse gradita: mi diede la possibilità di raccontare una mia esperienza di molti anni fa.

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In quel capannone, negli anni ’60, vi era la fabbrica di Franco Bardaro, per la produzione di bevande, aranciate, limonate e gingerino: le Aranfrutto, le Lemonfrutto e il Ginger 007, un vero gioiello, in quegli anni.

Ricordi affiorano alla mente: avevo messo piede in quella fabbrica, nel lontano mese di Luglio del 1969 e ne ero rimasto affascinato dalla linea di produzione, di acciaio scintillante, movimentata meccanicamente, dalle luci che si accendevano e si spegnevano sul pannello di controllo linea, dall’ordine, dalla pulizia, dal laboratorio chimico per l’analisi dei prodotti, l’acqua e i componenti per la produzione delle bibite.

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Come ogni anno, dopo aver terminato la scuola, andavo a Mesagne; quell’anno l’amico con cui trascorrevo il tempo libero mi disse che voleva cercare un lavoro, aveva bisogno di soldi, voleva comprarsi la moto, una moto usata, un vecchio “Itom 50 sport”, rosso corsa, che aveva già visto, gli piaceva ma non aveva tutti soldi necessari per acquistarla.

Il lavoro lo cercammo insieme, volevamo fare gli aiutanti muratori o piastrellisti, chiedemmo a vari maestri, nessuno aveva bisogno del nostro aiuto.

Fu proprio durante questa ricerca, che una signora, sentendo la nostra richiesta, ed avendo ascoltato la risposta negativa di un maestro muratore disse:

“Vagnù aggiu ‘ntisu ca alla ghiacciaia, sta cercunu giuvini, pi la fabbraca nova, quedda ca stai sobbra alla strata ti Brindisi”,

“Ragazzi ho sentito che alla ghiacciaia, stanno cercando giovani, per la fabbrica nuova, quella che si trova sulla strada per Brindisi”.

Contenti io ed il mio amico, andammo velocemente alla ghiacciaia, quella di fronte alla scuola elementare in via Marconi, dove un tempo si producevano blocchi di ghiaccio.

Ci ricevette una gentile signora bionda, la signora Violetta Leone, ci spiegò il tipo di lavoro da svolgere, gli orari, la cura da mettere nelle varie operazioni, infine la cosa che ci interessava di più: la paga settimanale.

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Io ed il mio amico ci guardammo soddisfatti, era più di quello che ci aspettavamo, il lavoro ci sembrò meno duro del dover trasportare “baioli ti conza, piastrelle, tufi e tirsalori”, “caldarelle di malta, piastrelle, blocchi di tufo o fette di questi, comunque pesanti”.

La mattina successiva, puntuali, anzi in anticipo, ci ritrovammo vicino alla ghiacciaia, erano le 5.30, vedemmo arrivare, donne di varie età, ragazze e ragazzi come noi.

Arrivò anche un pulmino, un vecchio leoncino OM color crema, uno dopo l’altro salimmo, ancora non erano le 6 quando il mezzo partì col suo carico di lavoranti ancora assonnati, dopo poco la prima fermata, “Porta Grande”, un altro gruppo di donne e ragazze, salì e si ripartì, per un’altra fermata, “Allu zzicchinu”, poi il pulmino iniziò la sua corsa verso la fabbrica sulla strada per Brindisi.

Alle 6.00 tutti a posti di lavoro!

All’interno vi era la linea di imbottigliamento, per le bottiglie da litro e per quelle piccole.

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Il percorso delle linea iniziava dalla sezione lavaggio, le bottiglie venivano lavate e sterilizzate, venivano sistemate, dalle lavoranti, sulla catena ed in fila indiana, si avviavano alla sezione riempimento, altro passo avanti, sezione tappi, un braccio meccanico sistemava i tappi corona, ancora avanti e le belle bottiglie bianche o quelle verde chiaro, venivano corredate, sempre automaticamente, dell’etichetta.

La corsa finiva in una zona circolare del diametro di un paio di metri, qui le bottiglie si addossavano le une alla altre ed era necessario rimuoverle velocemente e sistemarle nelle cassette.

Nelle varie sezioni della linea di produzione, vi erano le donne, tutte col grembiule celeste e la cuffietta sulla testa che le controllavano e le sistemavano. Alla sezione fine corsa, bisognava essere ancora più veloci, le bottiglie andavano rimosse per dare spazio alle altre in arrivo, non bisognava far intasare la zona, non si poteva far fermare la catena.

Le ragazze le prendevano e le sistemavano nelle cassette, in ognuna di queste 16 bottiglie, in quegli anni le cassette erano di legno ed erano pesanti, specialmente quelle da litro.

Sistemate le cassette noi ragazzi dovevamo essere veloci, a rimuoverle e portarle nella zona stoccaggio, per il successivo carico sugli automezzi adibiti al trasporto.

Le ore passavano, veloci come le bottiglie, i lavoranti compivano le varie operazioni, con precisione e meticolosità, ma non erano dei robot, avevano un cuore.

Due sole settimane, in quella fabbrica mi sono bastate per portare via tanti ricordi, tornati oggi alla luce:

le madri che parlavano tra loro, sottovoce, dei loro figli, della loro famiglia, dei vicini di casa, a qualcuna, talvolta, veniva giù anche una lacrima pensando al figlio o al marito lontano, le ragazze chiacchieravano tra loro, era inevitabile non sentire i loro discorsi eravamo li, tutti vicini:

“Lu vagnoni mia, mo ava partiri ssurdatu, è avutu già la cartullina, ava ssa fari lu marinaru”

“Il mio ragazzo, ora deve partire per il militare, ha già avuto la cartolina precetto, deve andare a fare il marinaio”

Proprio sull’ultima “u” partiva il pianto, prontamente smorzato dalle risa delle compagne, si tornava a sorridere.

Per me in poche ore, una successione di piacevoli interrogatori:

“Ma tuni sinti ti Misciagni o sinti ti Bari?”,

“Ma tu sei di Mesagne o sei di Bari?”,

sono di Mesagne ma da cinque anni vivo a Bari

“A Bari studi?”

Si sono studente, frequento la scuola per geometri.

“Ma mammata non eti la soru ti la nunna Vita?”,

“Ma tua madre non è la sorella della signora Vita?”,

Si la signora Vita è mia zia, la sorella di mia madre.

Ogni tanto il tono della voce si faceva più basso o cessava, avevano visto arrivare qualcuno dei proprietari o dei responsabili del reparto.

Non ricordo quante cassette di bottiglie e bottigliette spostai per tutto il giorno, a sera nel pulmino ero stanchissimo, le braccia cascavano da sole.

La notte, il riposo ed il sonno, rimisero a posto tutto, la mattina dopo, alle 5.30 ero pronto a ricominciare.

Passarono veloci come le bottiglie, le due settimane, “La festa ti Luglio era rrivata”, “La festa Patronale della Madonna del Carmine, del 16 Luglio era arrivata”.

Una vecchia canzone di quegli anni diceva: “Tre settimane da raccontare agli amici tornando dal mare…”

Dopo 45 anni, le mie due settimane, belle e ricche di tanti ricordi, le ho volute raccontare a Voi, con molto piacere.

Carmelo Colelli 07 Novembre 2014

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La fabbrica di Bardaro di Carmelo Colelli © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Tra diluvi e soste

Di Luigi Diego Eléna

African waterfall.jpgAfrican waterfall” di Matthew Bowden www.digitallyrefreshing.comhttp://www.sxc.hu/photo/174332. Con licenza Attribution tramite Wikimedia Commons.

Mi fa pensare quest’acqua che si presta ad essere così disponibile nel donarsi ai colori, agli umori, ai sapori, ai destini. È figlia di una madre partoriente che si infiamma ed un padre generatore gassoso. Il loro è un rincorrersi per scorrere e ripercorrere attraverso lei, la sua prole, il proprio passato, dal vagare nella prima infanzia, alla adolescenza fino all’incontro nel matrimonio. Un rapporto combattuto tra l’amore viscerale per la madre e un sentimento di timoroso disagio per il padre che gli deriva dagli sguardi minacciosi cui è inevitabilmente soggetta dal meteo bizzarro e barocco. Pietra preziosa e perla tagliente sul globo terrestre. Sono gocce e gocce, a danzare come note sulla tastiera dei pianoforti, scegliendo i toni e gli accordi, come il passo borbottante delle mandrie in transumanza. I fiori ormai sono solo sulle stampe dei libri di botanica, hanno lasciato i campi, sventolando i loro petali come eroiche banderuole, in segno di resa e pace grondante. Qualche filo d’erba resiste, ma ha ormai volto l’inchino alla terra, con braccia pesanti sui fianchi, reso e costretto all’obbedienza. Nascono così narrazioni, tra diluvi e soste, la cui alternanza risulta alla lunga piuttosto effervescente. Danno vita a un intrecciarsi di storie, che hanno come filo conduttore il motivo della diversità, tra morte e resurrezione, pervaso da una passionale religiosità, che mitiga il destino doloroso, che sembra opprimere noi personaggi, e che fa di questo connubio un incondizionato e ingenuo inno all’amore. Così ci si volge in una giaculatoria all’armonia dell’arcobaleno, ognuno a modo suo, come le tracce di un volo di rondini, rettilineo o circolare, in un silenzio che può servire a ridestare un sole spaventato. Che abbiamo spaventato, ora che guardiamo, e che vuole essere guardato. Si spera in una smagliatura del cielo, che lasci cadere un filo di speranza, ciò che ritrova sempre l’altrove, il cielo dietro il cielo, senza corpo, che ora fugge al nostro sguardo e che non può narrarci ciò che oggi ignoriamo. Dopo il diluvio, ora come ora, il vuoto che si apre all’eco di un sole che arde e urla, all’alba che desta i fiori, nessuno potrebbe ignorarlo, non c’è contrario.

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Tra diluvi e soste di Luigi Diego Eléna © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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…e vi rimando l’acqua!

Di Alberto Pestelli

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…e vi rimando l’acqua è un brano tratto dalla mia silloge di poesie “A Love Supreme, e se da una canzone…” pubblicata da www.ilmiolibro.it, seconda edizione © Copyright 2013 Alberto Pestelli – Ogni sua poesia nasce dal titolo di un brano musicale (jazz, bossa nova, rock) e, senza tener conto del significato della canzone, ho costruito questi versi. Il brano di questa audio-poesia è stato ispirato dalla celebre canzone dei King Crimson “21st Century Schizoid Man”. In …e vi rimando l’acqua, tra prosa e poesia, ho immaginato di far parlare i’ Padreterno in vernacolo fiorentino.
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale

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Rispetto… alla base della libertà

Di Paola Capitani

Il rispetto per la Natura. Cascatelle sul fiume Treja, Viterbo - Foto di Alberto Pestelli © 2005

   Parlando con Giorgio Burdese dell’AICS su vari temi: dal teatro alla formazione, dall’ambiente alla cultura, ci siamo incontrati su vari temi e in particolare quello che ci ha attratto è stato la libertà, che va intesa soprattutto come rispetto, interazione, partecipazione, cultura a tutto tondo.

Rispetto per se, per gli altri, per il lavoro, l’ambiente, i diversi, soprattutto oggi che assistiamo ad un terrificante sfacelo dei comportamenti, delle convivenze, della vita umana. Da qualche parte occorre ripartire, prendere le redini e ricominciare da capo, prima che sia troppo tardi e gli scenari sono sempre gli stessi: la famiglia, la scuola, il lavoro.

Ci occupiamo in queste poche frasi proprio di questo aspetto, ben sapendo che sono tre aree strettamente correlate, con ricadute ed interazioni le une sulle altre. Non sempre è facile distinguerle e il confine è estremamente labile. Il lavoro è forse l’ultimo tassello su cui si inseriscono gli altri due ed è anche l’ultimo stadio dove si vedono realizzati (oppure no) i precedenti. Una piramide che necessita di una solida base per poter esprimere al meglio le sue caratteristiche.

   Rispetto: ovvero rigore, norma, metodo, adattamento, elasticità, crescita introspezione, tutti utili strumenti per orientarsi nel mondo circostante, a qualsiasi ambito appartenga. Il rispetto è fondamentale nella rappresentazione teatrale e nel coro dove occorre attendere il proprio turno, senza prevaricare, senza invadere, attenti ai ritmi e ai tempi.

Rispetto lo si trova nello sport, nelle gare, negli incontri che tengono conto delle specifiche competenze e professionalità. Rispetto lo si vede nel team di formula1 dove la squadra dei tecnici è altrettanto importante come la bravura del pilota o il sofisticato insieme di tecnologie dell’auto, In poche frazioni di secondi ciascuno svolge il proprio compito, senza intralciare l’altro, senza prevaricare, avendo in mente l’obiettivo condiviso: la gara, nella quale ciascuno mette il proprio impegno e il proprio ruolo.

Il responsabile è proprio la regina del palcoscenico: la Comunicazione, come l’araba Fenice che ci sia ognun lo sa… e, insieme a questa, è arrivata anche la “conoscenza” che poi tanto nuova non è, se si leggono testi greci e latini – e non solo. “Comunicare” è difficile, anche perché prevede un emittente e un ricevente, e, soprattutto, un ritorno dal ricevente all’emittente, pena la non comunicazione del messaggio, un clima gradevole e un obiettivo comune, un rispetto dell’altro e del diverso, altrimenti “verba volant”. Che bello scrivere una mail o un messaggio sul telefono e vedere che il ricevente risponde.. sembra scontato ma non lo è almeno entro i confini nazionali. All’estero il protocollo è diverso: chiunque risponde in tempo reale e con cortesia e disponibilità, anche senza conoscere il mittente.

Rispetto è una dote da acquisire lentamente, per non veder fallire tentativi, o provare delusioni e rammarichi, ma occorre una buona dose di maturità e di consapevole collaborazione. Va alimentato con attenzione e cura per non vedere sciupare un lavoro consolidato nel tempo.

Il tempo trascorso sul lavoro è spesso una parte consistente della nostra giornata per cui sarebbe buona norma dedicare ai colleghi il meglio del nostro impegno. Come Pupi Avati ha detto in una intervista fatta per il libro Scuola Domani (Milano, Franco Angeli, 2006), “… chi lavora senza interesse o partecipazione è come se fosse condannato ai lavori forzati”.

Libertà e rispetto vanno di pari passo e hanno bisogno di metodo, rete, cultura, per interagire e raggiungere gli obiettivi, ma purtroppo trovare i giusti compagni di viaggio è sempre uno dei problemi fondamentali di qualsiasi rete si parli, perché presuppongono impegno e costanza, e soprattutto sinergie condivise.

 

“quando l’ultimo corso d’acqua sarà prosciugato, quando l’ultimo albero sarà abbattuto, ci renderemo conto che il denaro non si mangia” (detto indiano).

 

Paola Capitani – paola.capitani@gmail.com

 

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Quando le olive si raccoglievano a mano

Di Carmelo Colelli

 ULIVI-01

Al mattino, alle prime luci dell’alba, per le strade di Mesagne si vedevano già i carretti e le sciaraballe con sopra le donne che dovevano andare in campagna per la raccolta delle olive.

Il carrettiere era seduto davanti, con in mano le redini, vestito con stivali, pantaloni di flanella pesante, un vecchio cappotto, il fazzoletto legato alla gola ed il cappello in testa, dietro di lui erano sedute le donne ed i bambini.

Le donne, anche loro avvolte in grandi mantelli di lana pesante o in scialli, fatti a mano, portavano il fazzoletto in testa annodato sotto il mento.

Quando arrivavano in campagna, una volta scese dal carretto, si toglievano il mantello o lo scialle ma il fazzoletto in testa lo tenevano per tutto il giorno, poggiavano le loro cose da una parte sotto un albero e si mettevano al lavoro.

Per raccogliere le olive, a quel tempo, bisognava che le donne si inginocchiassero per terra, dovevano muoversi come pecorelle, dalla parte più esterna dell’albero verso il tronco dell’ulivo, si disponevano a semicerchio una vicino all’altra e il paniere, in canna intrecciata, accanto ad ognuna di loro.

Le olive si raccoglievano da terra, con le mani, si faceva prima un bel mucchietto, poi prendendole con i palmi delle mani si mettevano nel paniere.

C’erano donne giovani, donne sposate e donne un po’ più anziane.

Sotto l’albero dell’olivo si raccontavano le loro storie, si consigliavano l’un l’altra, sempre con la testa china e le mani che raccoglievano le olive una ad una.

ULIVI-02

“Beh! Svuotiamo i panieri!”: gridava la “fattora” (La donna che comandava il gruppo)

“Questi panieri li dobbiamo riempire!”

“Non li dovete portare vuoti!”

“E non li dovete portare semi pieni!”

“Dovete riempirli fino all’orlo, belli pieni pieni!”

ULIVI-04

Così diceva la “fattora” quando vedeva che i panieri non erano pieni fino all’orlo o che non erano colmi oltre l’orlo.

Verso mezzogiorno, la “fattora” richiamava le donne e diceva: “Beh fermiamoci un po’ e mangiamo qualcosa”.

Le donne si avvicinavano al posto dove avevano lasciato i loro fagotti e le loro borse al mattino e prendevano quanto avevano portato da casa.

Di solito le cose da mangiare le tenevano in un tovagliolo di cotone, solitamente a quadri colorati, chiuso a mo di fagottino.

Portavano più o meno tutte un pezzo di pane fatto in casa.

La mattina, presto tagliavano il pezzo del pane a coppetta, toglievano la mollica lo riempivano con ciò che era rimasto della cena della sera prima o ci mettevano un po’ di “gialletta” (semplice pietanza fatta con olio, pomodori gialli e peperoncini.) preparata calda- calda la mattina stessa, poi prendevano la mollica e richiudevano tutto.

ULIVI-03

Ci voleva più tempo a preparare quel pezzo di pane che a mangiarlo.

La voce della “fattora” si faceva sentire di nuovo:

“Beh! andiamo che tra un po’ comincia ad imbrunire!”

Ed eccole si rimettevano ancora a testa bassa, inginocchiate per terra e raccoglievano olive fino a quando non cominciava a calare il buio.

“Beh! Svuotiamo i panieri.”

La “fattora” chiamava l’ultima volta, per sgomberare i panieri nel sacco, si chiudeva l’ultimo sacco della giornata, le donne si rivestivano con lo scialle o con il mantello e risalivano sul carretto.

Il carrettiere seduto al suo posto: un colpo di frustino ed il cavallo partiva.

Quando arrivavano in paese ormai era buio.

Questa storia vera degli anni sessanta è dedicata a tutte le persone che sono sempre andate a lavorare in campagna, con il freddo, con il sole e con il vento.

Carmelo Colelli

14 Novembre 2014

Quandu l’aulii si ccugghiunu cu lli mani.

La matina, ‘nppena ccuminzava a lucesciri, si vitiunu già pi li strati ti Misciagni li traenuri e li sciarabbai, carichi ti femmini ca erunu a sciiri fori a ccogghiri l’aulii.

Lu trainiere, ssittatu ‘nnanzi, cu li retini mmanu, vistutu cu li stuvali, li quazi ti flanella pisanti, ‘nu cappottu vecchiu, lu fazzuletto grandi ttaccato ‘ncanna e lu cappieddu ‘ncapu, cretu a iddu staunu ssittati li femmini e li vagnuni.

Li femmini, puru loro staunu mmucciati ‘ntra li fazzulittuni ti lana pisanti o ‘ntra li scialli, fatti a manu, purtaunu puru lu fazzuletto ‘ncapu ttaccato sotta a lu vangaliri.

Quandu rrivaunu fori, ca scindiunu ti sobbra a lu trainu, si llivaunu lu fazzulittoni o lu sciallu ma lu fazzulettu ti ‘ncapu si lu tiniunu pi tutto lu ggiurnu, ppuggiaunu tutti li rrobbi a ‘nna vanda sotta a n’arvulu e si mintiunu a fatiari.

Pi ccogghiri l’aulii, a cuddu tiempu, bisugnava cu si ‘nginucchiaunu ‘nterra, serana a moviri a picuredda, ti lu largo ‘nfinu alla rapa ti l’aulia, faciunu ‘nnu mienzu ciercu atturnu all’alvuru, una ti costi all’atra e lu panaru ti costi a ognuna ti loru.

L’aulii si ccugghiunu ti ‘nterra, cu li mani, si facia prima ‘nnu munticchiu, poi si pigghiaunu cu li to parmi ti li mani e si mintiunu tra lu panaro.

Staunu femmini giuvini, femmini maritati e femmini ‘nnu picca chiù vecchiareddi.

Sotta all’alvuri ti la’aulii si cuntaunu li fatti loru, si taunu cunsigli unu l’atra, sempri cu la capu sotta e li mani ca ccugghiunu aulii a una a una.

“Meh! Sgumbramu sti panari!”: critava la fattora.

“Sti panari la ma anchiiri !”

“No lli nnuciti vacanti! “

“E no lli nnuciti sminzati!”

“Facitili belli curmi curmi meh!”

Ccussì ticia la fattora quandu vitia ca li panari non erunu belli chini chini e curmi curmi.

Versu menzatia, la fattora tava voci e ticia: “Meh! lassamu ‘nu picca e mangiammindi ‘na cosa!”

Li femmini si ‘nvicinaunu addo erunu lassati li rrobbi la matina e pigghiaunu quddu ca s’erunu nnuttu ti casa.

Ti solito li cosi ca s’erana a magiari li tiniunu tra ‘nu sarviettu ti cuttone, ti solito li sarvietti erunu a quadri culurati.

Purtaunu chiù o menu tutti ‘nu stuezzu ti pane fattu a casa.

La matina prestu, taghiaunu lu stuezzu ti lu pani a cuppitieddu, llivaunu la muddica e anchiunu lu stuezzu di pani cu cuddu ca era rimastu la sera prima o ‘nci mintiunu nu picca ti gialletta fatta cauta cauta la matina stessa, poi pigghiaunu la muddica e chiutiunu tuttu.

Nci vulia chiussai tiempu cu lu priparunu cuddu stuezzu di pane ca cu ssì lu mangiunu.

La voci ti la fattora si facia sintiri n’atra vota : “Meh sciamu ca ‘ntra n’atru picca scuresce!”

E loro si mintiunu n’atra vota cu la capo sotta, ‘nginucchiati ‘nterra e ccugghiunu aulii finu a quando no ccuminzava a calari lu scuro.

“Meh! Sgumbramu sti panari!!”

La fattora chiamava l’urtama vota, pi sgunbrare li panari ‘ntra lu saccu, si chiudia l’urtumo saccu ti la sciurnata, li femmini si sa vistiunu, cu lu sciallo o cu lu fazzulittone e ‘nchianaunu sobbra allu traino.

Lu trainiere s’era già ssittato allu postu sua, nu cuerpu di scurriato e lu cavaddu partia.

Quandu ‘rrivauno ‘ntra lu paesi oramai era scurutu.

Sta storia vera ti li anni sissanta eti dedicata a tutti li cristiani c’hannu sciutu fori, cu lu friddu , cu lu soli e cu lu ientiu.

© Carmelo Colelli 14 Novembre 2014

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Quando le olive si raccoglievano a mano diCarmelo Colelli è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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