C’era una volta un’isola: Rocca di Cave (Roma)

Di Alberto Pestelli

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Arrivare a Cave lungo la Anagnina è molto semplice. Il peggio è riuscire ad uscire da Roma, ma una volta lasciato alle spalle il Grande Raccordo Anulare, la strada diventa scorrevole e non molto transitata.

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Arrivare invece a Rocca di Cave, nonostante lo scarso traffico, è un poco più difficile: la strada è più stretta e piena di tornanti.

Tuttavia, anche se per giungere su, fino a quasi mille metri d’altezza (933 metri s.l.m.) ci vuole tempo e pazienza – con una piccola ma tenace Fiat 600 – e una volta parcheggiato il veicolo nella piazza principale del paesello, si respira – in estate… e non vi dico come sono gli inverni… – a pieni polmoni un’aria buona e frizzantina e una inaspettata grande e cordiale ospitalità da parte dei 380 o poco abitanti del paese. Rocca di cave, infatti, è uno dei più piccoli comuni del nostro bel Paese che riesce a offrire al visitatore tutta la semplicità della montagna.

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Grazie all’interessamento di alcuni suoi abitanti, Rocca di Cave è diventato un importante centro di osservazione astronomica. Nella torre del Castello Colonna è stato creato, appunto, un osservatorio astronomico accessibile a tutti…. Beh, l’accesso sarebbe riservato agli iscritti del Gruppo Astrofili Hipparcos (www.hipparcos.altervista.org/hipparcos/museo-ardito-desio/) ma non ci sono problemi se dimostri e, specialmente se è la prima volta che visiti museo e telescopio, di essere interessato a veder le stelle e pianeti con spirito poetico e, soprattutto se vuoi saperne di più dell’antico passato geologico della zona.

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Il Castello Colonna ospita anche un importante museo geo-paleontologico dove sono conservati fossi marini trovati nelle vicinanze del paese.

Nell’antichità il luogo era circondato dal mare e il rilievo dove è seduto Rocca di Cave era un’isola con alte scogliere.

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Vengono organizzate delle escursioni con lo scopo di ricercare altri reperti fossili che ancora sono incastonati nelle rocce della montagna che fa parte dei monti Prenestini.

Il Gruppo Hipparcos, che nonostante siano anni che non mi reco a Rocca di Cave, mi manda ancora via mail gli inviti dei suoi incontri che si tengono a Roma ogni mercoledì e delle serate di osservazione delle stelle direttamente dalla torre del Castello Colonna.

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Spesso ci siamo recati ad una di queste serate di osservazione. Il cielo visto da quell’altezza, quando non ci sono le luci cittadine a disturbare la visuale, è fonte di stupore. Le parole, quando sei a testa rivolta verso l’alto, stentano a venir pronunciate… solo parole poco poetiche come “incredibile, fantastico… che spettacolo…” riescono a risalire la china dei tuoi pensieri. Solo dopo, quando sei a casa a ripensare ciò che hai appena ammirato, nascono le frasi appropriate e, come nel mio caso, nascono dei versi…

La scogliera cerca il suo mare

Rammenta a stento

La spuma delle onde

Infrangersi sulle rocce.

Adesso la scogliera

Mostra fiera

Conchiglie e mura antiche.

Di notte offre la sua torre

Per osservar le stelle

Cercando la via

Del perduto mare.

(dalla silloge “Dei Borghi antichi” edito da www.ilmiolibro.it , seconda edizione 2013 © Alberto Pestelli 2013)

La notte delle Stelle

Versa il suo latte fresco il cielo

A nutrire quei sogni

Che non sanno, non osano più

Catturare la luce delle stelle

Ci osservano, forse parlano

Di potere, spesso di magia.

Io vorrei credere di speranza

Per un’emozione ritrovata

E donarla a chi ormai

Non ha più occhi

Per guardarsi dentro

E ritornare indietro

Ché oggi ha un piede

Su di uno scalino più elevato

E si proclama falso dio o guida

Sedendosi accanto ai miti

Scolpiti nella roccia del tempo.

 (dalla silloge “Dei Borghi antichi” edito da www.ilmiolibro.it , seconda edizione 2013 © Alberto Pestelli 2013)

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C’era una volta un’isola: Rocca di Cave (Roma) diAlberto Pestelli è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Dialogo immaginario in riva all’acqua

Di Iole Troccoli

Marina di CamerotaMarina di Camerota

Allora parliamo del mare. Sediamoci a questo tavolo astratto mentre ancora c’è luce e la luna passeggia i suoi versi, traducendo l’incanto notturno.

Parliamo, scegliamo un angolo assorto, che pare quasi dormiente, togliamo ogni briciola piccola e bruna, pigrizia lasciata ai mattini ventosi, giochiamo a essere uomini e donne di mare, oppure sirene, o vele stracciate di sale e di croste marine portate per caso da solstizi d’estate.

Tu inizia, io ascolto rollando come una tavola schiusa all’acqua, incurante dei riccioli d’onda che mi vorrebbero pallida e bianca contro un cielo più viola dei miei fiori.

Io ascolto, perché l’attesa ha un sapore di legno e di piogge, di temporali avanzati dai sogni sotto un imbarazzo di nuvole gonfie.

Sotto il mare hai scoperto le tue dita allungate di ombre, qualche sasso più lucido, un’erba di quelle che mangiano i grossi mammiferi grigi, quelli che magari vorresti cavalcare in silenzio, sorridendo all’acqua lontana.

Lo vedi, l’acqua è blu, verdastra, azzurra, rosa se si spalma di sole in un tramonto inverso, bianca quando cade il gelo, scura se ti annega il cuore, neranotte se scompone l’alba delle sue creature, morbida o salata se la tagli con la testa e affondi il viso, se non vuoi guardarla e t’innamori solo a immaginarla quieta dentro l’orma di una grotta grande, calda di vapori.

Io cancello e scrivo ogni giorno di questa tela turchina e i suoi profumi solitari, ci cammino dentro e vado verso il vento, contando le parole.

Le tue luccicano sulla soglia come una frase soltanto sussurrata, un biancosogno che scende credendosi chiamato e, forse, amato.

Così mi abbevero mansueta e allora sono un animale dal manto d’oro, e su ogni goccia invento una canzone, oppure mi allontano dalla riva sotto una chela di gambero, riavvolgo i fili delle onde che abbattono la spiaggia e mi consumano la pelle e i passi in curve disegnate col pennino, inseguo te e il mio sogno, che poi è la stessa cosa, inseguo odori che salgono dal fondo, il ferro duro dei coralli invecchiati sognando le derive, il girotondo delle nuvole bagnanti cadute sulla striscia che separa, inseguo questo mio volerti dire, parlare dentro il mare, in una lingua sconosciuta, sola e bellissima, come quell’acqua che non si può vedere, naufragata al largo di ogni rotta, di tenebra e candore.

Ma adesso, ora che è tempo, parliamo del mare, se vuoi.

(Ricordando una spiaggia di Marina di Camerota)

Iole Troccoli 24 ottobre 2014

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Ispirazioni

cop.aspxCari amici lettori è finalmente in vendita su www.ibs.it e su www.amazon.it la nostra piccola antologia poetica nel formato ebook “Ispirazioni – Le parole e i colori”

al prezzo di € 1,99

Il ricavato sarà devoluto in beneficienza e per autofinanziare la nostra rivista, che come ben sapete è completamente gratuita

 

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Decreto sblocca Italia: ancora un intervento della Federazione Nazionale Pro Natura

Pro_Natura_Logo“Ogni giorno, saltano fuori nuove magagne del cosiddetto Decreto Salva Italia – da molti ambientalisti ribattezzato Sbrocca-Italia. Una, non tra le minori, riguarda le trivellazioni che verranno consentite nei nostri mari per la ricerca di petrolio e gas naturali. In particolare, l’ecosistema del Canale di Sicilia, molto delicato, ne subirebbe, e del resto già ne subisce, conseguenze gravi, come delineato in questo documento dell’Associazione siciliana Natura Sicula, aderente alla Federazione Nazionale Pro Natura. Una denuncia che volentieri facciamo nostra e prontamente pubblichiamo”.

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Intervista al Maestro Silvestro Pistolesi, pittore fiorentino

Di Alberto Pestelli

foto_pistolesi_2_587315308Il Maestro Silvestro Pistolesi

Vidi per la prima volta i quadri di Silvestro Pistolesi diversi anni fa nel chiostro dell’Abbazia di Vallombrosa. All’epoca ancora non lo conoscevo personalmente. Tuttavia mi fu spiegato che l’autore delle ventidue lunette era stato allievo di Pietro Annigoni.

Le opere conservate a Vallombrosa rappresentano la storia della vita di San Giovanni Gualberto, fondatore dell’Abbazia.

_DSC8828Una delle ventidue lunette dell’Abbazia di Vallombrosa

Dieci anni fa ho finalmente conosciuto il maestro Pistolesi come cliente della farmacia dove svolgo la mia professione di farmacista collaboratore. Tuttavia solo nel 2006, l’anno del mio modestissimo primo approccio alla pittura, ho avuto la possibilità di conoscerlo meglio.

_DSC8819Una delle ventidue lunette dell’Abbazia di Vallombrosa

Ricordo che gli feci vedere un mio primissimo ingenuo lavoro eseguito con le tempere ad acqua su carta rappresentante una barca a vela sul mare mosso. Sullo sfondo una costa e un faro… questo l’avevo disegnato e dipinto leggermente torto…

“Carino…”, mi disse, “il faro è storto… si vede che quel giorno tirava vento”.

_DSC8825Una delle ventidue lunette dell’Abbazia di Vallombrosa

Questa fu la battuta con la quale si presentò a me. Ridemmo. Poi seriamente mi disse: “Un consiglio… disegni tanto, anzi tantissimo, a matita. Curi i chiaroscuri. Una volta imparato stendere i colori le resterà più facile. Ma ci vuole tanto tempo.”

Così ho fatto e con il tempo sono riuscito a fare qualcosa di più decente.

M’invitò nel suo vecchio studio di via dei della Robbia a Firenze e, dopo, un bel po’ di tempo finalmente andai a trovarlo. E… meraviglia delle meraviglie, mi ritrovai in un mondo particolarissimo dove l’aria che respiravo era quell’arte assoluta…

studio_smallD.: Maestro, che profumo ha l’arte?

R.: Il profumo dell’arte ha il profumo dell’amore. Quando questo ti riempie il cuore non puoi più farne a meno. Lo cerchi ovunque a qualsiasi costo. S’impadronisce di te e non ti lascia più libero.

D: Quando ha iniziato a comprendere che la pittura avrebbe fatto parte del suo mondo?

R.: Fin da ragazzo ero attratto dalla bellezza che conoscevo nel visitare i musei. Mio Babbo ci portava spesso. Anche Lui si dilettava nella pittura. Quando andavamo in campagna portava sempre la sua cassettina piena di colori e di alto sentimento. Nel mio cuore lo invidiavo amorosamente sperando di fare il pittore.

D.: Tempo fa mi disse che è nato come pittore surrealista. Ha lavorato e sta lavorando su opere religiose destinate ad Abbazie, chiese, cattedrali. Ho notato in molti di questi quadri (come le lunette di Vallombrosa), tavole e affreschi recenti – che ha eseguito negli Stati Uniti – che questa sua grande vena surrealista non l’ha mai abbandonata. Quanto di vero c’è nelle mie parole?

R.: Il surrealismo ha tanti aspetti. Il soggetto vero (specialmente nella vita dei Santi) viene elaborato dall’emozione captata nel leggere e ascoltare la vita straordinaria di queste creature. Le immagini si moltiplicano nella mente cercando poi di esprimere la tua emozione trasportando questa verità nella tua verità. Così si costruisce una realtà che esiste solo nel tuo cuore e, grazie al mestiere di comunicare questa emozione profondamente vissuta su di una tela, si comunica agli altri la ricchezza che questa Vita o fatto ha completamente regalato.

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D.: E i surrealisti che l’hanno maggiormente ispirata?

R.: Non esiste un nome preciso, tanti e di varie epoche con la loro bravura, con il loro sentimento. Nessuno in particolare in quanto, questi grandi maestri, sono talmente “Grandi” che non c’è possibilità di scelta. Ognuno dona una ricchezza senza limiti.

D.: Lei usa moltissime tecniche: le tempere grasse, le tempere ad acqua e miste. Quando sono venuto a trovarla la prima volta nel suo studio, mi disse che i colori li produceva da se… Quale sta usando attualmente e quale le da più soddisfazione?

R.: Le tecniche sono tutte affascinanti perché ti permettono di esprimere il tuo sentire. Certamente, per divenire padrone di esse, occorre tempo, anni e poi non esiste mai un limite. Scopri sempre qualcosa di nuovo. A volte casualmente. Spesso per le composizioni di grandi dimensioni prediligo la tempera grassa. Colori realizzati in studio con vari componenti, dai pigmenti a oli e mastici. Questa tecnica ti permette un lavoro raffinato senza limiti di tempo. Puoi lavorarci per mesi e mantenere la freschezza dell’attimo.

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D.: Lei è stato allievo del Maestro Pietro Annigoni. Mi parli del suo incontro con lui, del suo rapporto di lavoro…

R.: Sono stato allievo del grande maestro Pietro Annigoni: insuperabile. Cominciai a frequentare il Suo Studio all’età di diciotto anni dopo aver conosciuto l’Accademia e altre scuole private. Ricordo con devozione la Scuola della Signorina Nerina Simi, figlia di Filadelfo, pittore di grande spessore nell’ ‘800-‘900. Il Maestro Annigoni era molto severo. Pretendeva sacrificio e volontà e passione. Diceva di essere instancabili se volevamo fare, alla fine della vita, qualcosa di buono. È stata una grande lezione in tutti i sensi!

Video dell’affresco eseguito nei pressi di Cape Code, Boston – USA

D.: Ha qualche aneddoto da raccontarci su Annigoni?

R.: Ci sarebbero tante cose e fatti da raccontare su questo Grande Pittore e Uomo. Ricco di sensibilità, si accorgeva o avvertiva anche la tragedia di un nido sconvolto dal vento nel cuore di un cipresso. Si commuoveva al tramonto quando tornavamo dal lago di Massacciuccoli. Si accorgeva del passare del tempo, della vita. Assorto si perdeva nei suoi pensieri. Raramente li esprimeva al momento ma certe emozioni venivano riportate nel suo diario che ogni giorno annotava le emozioni, i fatti che lo accompagnavano…

D.: Quanto ha contribuito Annigoni nella sua pittura?

R.: Certamente ha avuto influenza nella mia pittura. Ma c’era al di là di questo una somiglianza di fondo nei sentimenti e di come venivano interpretati. Lui è stato un grande romantico. Direi un uomo universale e non di altri tempi come molti l’hanno voluto giudicare. Direi che hanno capito poco di questo Gigante della Storia dell’Arte.

D.: Tra i tanti stili, correnti pittoriche, quali di esse la colpisce maggiormente?

R.: Se apriamo la nostra intelligenza senza farsi influenzare dai discorsi che vogliono dividere le varie espressioni mettendo in valore alcune e chiudendo la porta ad altre, si dovrebbe, in onestà, saper distinguere quando c’è una sincera ricerca… quando quell’amore, di cui parlavo all’inizio, si fa prepotente e ci invita a essere onesti con se stessi, senza rincorrere successi e soldi manovrati da persone che hanno solo interesse ad arricchire la propria tasca, proponendo false idolatrie artistiche. La risposta è, a mio vedere: dove c’è sincerità, ogni forma di espressione può essere valida e può donare un tesoro all’uomo e alla società.

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D.: Se fosse vissuto nel Rinascimento, a quale scuola pittorica avrebbe fatto parte?

R.: Non ci sono scuole migliori. Ognuno ha vissuto pienamente la sua storia con grande convinzione e determinazione in uno stile personale arricchito dalla sapienza di quei tempi che non conosceva limiti… dai sentimenti alla tecnica.

D.: Impressionismo o Movimento dei Macchiaioli fiorentini? E perché?

R.: Sono espressioni ambedue ricche di valori, di interpretazioni in un’ottica diverse tra loro ma con un messaggio nuovo conquistato con fatica, volontà di parlare sempre d’amore con una penna diversa. Per me entrambi grandi.

D.: Non si sbilancia… riproviamoci. Dalì o Magritte?

R.: Non si possono fare paragoni quando ci troviamo fra grandi espressioni di pittori dotati di tecnica magistrale servita per un discorso profondo e pieno di verità. Sta a noi saper leggere fra queste righe.

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D.: Se un giovane venisse nel suo studio e le dicesse: “Maestro, voglio dipingere…”, che cosa le direbbe per prima cosa?

R.: Direi che deve prepararsi ad un sacrificio estremo, dove non manca il proprio calvario intellettivo e manuale. Deve saper affrontare con pazienza le difficoltà. È la pazienza del lungo tempo che darà i suoi frutti… se ci sono! Serve una preparazione di grande introspezione, meditazione, sofferenza e slanci di speranza, credere in se stessi e combattere con se stessi. Non mancheranno mai le battaglie con il proprio io. Umiltà e un grande amore!

D.: Philippe Daverio tempo fa ha praticamente affermato che l’osservazione di un quadro si deve avvicinare il più possibile alla contemplazione… il classico “uno sguardo e via” non è assolutamente sufficiente per capire, per valutare, vedere ogni minimo particolare. Lui dice che a volte per vedere un’opera in un museo ci vuole molto tempo. Lei che ne pensa?

R.: Per certi aspetti condivido l’espressione. Dipende dall’intimo dell’osservatore, dalla preparazione culturale, leggere il periodo di quando è stato dipinto umiltà e rispetto per l’opera che troviamo dinanzi a noi.

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D.: Ad ogni inaugurazione di una sua Personale che cosa prova?

R.: Direi sempre un’emozione di bello e di paura. Ma quando una persona dice di ricevere un’emozione, beh… tutto questo ti ringrazia per la gioia data nel vedere e nell’ascoltare il messaggio nascosto fra i colori, fra le sfumature nel soggetto stesso. Provi una gioia grande e capisci che il tuo lavoro non è stato inutile ma lega una grande amicizia fra i cuori degli uomini così desiderosi di una carezza.

D: Ultima domanda… Al termine della serata dell’inaugurazione, durante un probabilissimo rinfresco… Vino bianco o Vino Rosso?

R.: ROSSO!

Se volete saperne di più, visitate il sito del Maestro Silvestro Pistolesi

www.silvestropistolesi.it

Fonte delle fotografie:

per gentile concessione del Maestro Pistolesi le fotografie in questo articolo provengono dal sito personale www.silvestropistolesi.it:

Il Maestro Silvestro Pistolesi

Il vecchio studio

“Cena in Emmaus” è nel refettorio dell’Abbazia di Montecassino (Frosinone). L’affresco di notevoli dimensioni è di 3,5 metri x 9 metri

Affresco che il Maestro Pistolesi ha eseguito durante alcuni anni nel Santuario della Verna che raffigurano alcuni episodi salienti della vita di San Francesco.

Il Sogno

Papa Giovanni Paolo II

L’incontro tra San Pietro e San Paolo – Abbazia di Montecassino

Le fotografie delle lunette dell’Abbazia di Vallombrosa sono di Alberto Pestelli

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Intervesta al Maestro Silvestro Pistolesi, pittore fiorentino di Alberto Pestelli © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Bari, Via Manzoni: una strada magica

Di Carmelo Colelli

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Avevo lasciato il mio paese da quasi quattro ore, il camion con le nostre masserizie, dopo aver percorso il Lungomare, corso Vittorio Emanuele, il giardino Garibaldi, era giunto a destinazione: Via Manzoni! Vicino una piazza, piazza Risorgimento, al centro una fontana ed una imponente scuola elementare: la “Garibaldi”, lungo la strada tanti palazzi, tanti negozi.

Da quel giorno, sono trascorsi quasi cinquant’anni, ma tutto è chiaro, le immagini vivide e attuali, come il primo giorno.

Era, qualche giorno prima del Natale del 1964.

In quella strada ho abitato venticinque anni, un quarto di secolo!

Tanti ricordi, tante le scene di vita quotidiana che ormai non si vedono più, ma si affollano nella mia memoria e nel mio cuore.

Via Manzoni aveva un orologio di vita tutto suo.

Alle prime luci del mattino, il fornaio, un uomo alto, magro, con uno strofinaccio, arrotolato a ciambella sulla testa e su questa poggiata una lunga tavola, sulla quale erano sistemate le pagnotte di pane da cuocere.

Le portava al forno, quello in pietra che si trovava in via Abate Gimma, di fronte ad un palazzo storico ed importante in quegli anni, ora lasciato solo ed indifeso, come un vecchio che, dopo anni di duro lavoro, viene abbandonato a se stesso: l’Istituto Nautico “N. Caracciolo”.

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In quegli anni, la mattina, intorno alle sei, non vi era traffico, le auto erano ancora poche, c’era invece un viavai di “carrucci”, questi erano costruiti artigianalmente, una tavola lunga circa un metro e mezzo e larga altrettanto, sostenuta da due assi, alla fine di questi, quattro ruote, realizzate con dei grossi cuscinetti a sfera, all’asse anteriore era legata una corda, serviva per il traino a mano.

Sopra casse di verdura, frutta, ortaggi, tutti diretti in via Nicolai, dove si svolgeva il mercato ortofrutticolo rionale.

Già a quell’ora cominciava a sentirsi un vociare che continuava fino a sera, una musica di sottofondo lungo una strada magica e importante.

Verso le otto, la strada si popolava di mamme e bambini, che frequentavo la scuola elementare Garibaldi, scolari ancora assonnati, con lo zainetto sulle spalle, inquadrati davanti alle scale della scuola in attesa del suono della campanella.

Nel frattempo, ecco i passi delle giovani e graziose fanciulle: le commesse dei negozi, tre, quattro commesse per ogni attività commerciale.

Le saracinesche, tutte, una dopo l’altra, si aprivano, si accendevano le luci, le commesse pronte a soddisfare i desideri dei clienti.

Le vetrine mostravano, scintillanti di luci, le loro bellezze: scarpe, abiti, borse, corredi, abiti da sposa.

Le donne per recarsi a fare la spesa in via Nicolai, percorrevano via Manzoni con i loro carrellini, era una continua processione, a ogni vetrina si fermavano, osservavano, commentavano anche ad alta voce, i prezzi e gli articoli.

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Subito dopo mezzogiorno piazza Risorgimento, tornava a riempirsi di ragazzini, erano gli stessi mezzi addormentati del mattino, ora vispi e chiassosi.

Nelle giornate primaverili, la strada si allietava col suono di una fisarmonica, una chitarra e una grancassa, avanzava un signore vestito con un frac nero, la bombetta ed il sottile bastone, come quello di Charlot: Piripicchio.

Attorno a lui tanti bambini, cantava canzoni in dialetto barese, salutava cordialmente tutte le signore, sia quelle vicine che quelle affacciate ai balconi.

Una “botta”, un richiamo alla signora, un colpo di grancassa e la sua “mossa”, un particolare colpo d’anca, allusivo ma non volgare.

Mentre Piripicchio salutava il suo pubblico, il suo socio girava tra la gente con un piccolo piattino di metallo, raccogliendo le varie offerte, dai balconi piovevano le 10, 20, 50, qualche volte le 100 Lire.

L’orologio posto sulla scuola oramai segnava le 13.30, i bambini erano andati via, i negozi cominciavano a calare le saracinesche, la strada si popolava di giovani: gli studenti dell’Istituto Nautico Caracciolo, che percorrevano a passo veloce via Manzoni, magari addentando un pezzo di calda focaccia barese, per raggiungere la Stazione e tornare ai propri paesi. Tre erano i famosi panifici che sfornavano a tutte le ore del giorno le croccanti ruote di focacce.

Il pomeriggio la piazza si ripopolava di ragazzi, riuniti a gruppetti giocavano, a calcio, bastava una pallina, non un pallone, per correre da una parte all’altra, era inevitabile che si facesse chiasso, questo molte volte infastidiva chi abitava di fronte alla piazza ed aveva il desiderio di schiacciare un pisolino.

Dopo aver giocato sotto il sole, per avere un po’ di sollievo o per golosità ci si comprava il gelato a limone, un gelato preparato rigorosamente in maniera artigianale, dal chioschetto all’angolo sulla piazza.

All’altro angolo, dove ora vi è il giornalaio, vi era un altro chiosco, in muratura, all’interno un tabaccaio.

Negli anni ’70 questo chiosco fu demolito, il tabaccaio trasferito in via Principe Amedeo, quasi ad angolo con via Manzoni, dove si trova ancora oggi.

Nel primo portone di questo angolo, la mattina, fino agli anni ’70, vi era un calzolaio, in quei tempi le scarpe si riparavano più di una volta, sempre lì vicino, un uomo, piccolo di statura, magrolino, sistemava il suo negozio mobile: una sedia a baldacchino da lustra scarpe.

I giorni in via Manzoni, non erano tutti uguali, alcuni festosi, altri meno, mai cupi. Era la gente, che li colorava e li rendeva solari, una strada magica!

Il pomeriggio la strada si popolava di gente proveniente dalla provincia o dalla periferia della città per comprare “le rrobbe”.

All’imbrunire, la strada si vestiva dei suoi colori più belli, le insegne a neon, belle, luminose e coloratissime, via Manzoni competeva con la via elegante della città: via Sparano.

Infine il sabato pomeriggio mamme con figlie da marito, popolavano i tanti negozi di biancheria da corredo e di abiti da sposa

I visi gioiosi delle ragazze che avevano acquistato l’abito da sposa, si riconoscevano ed era una tradizione che si andasse a festeggiare l’importante acquisto, nella pasticceria di via Putignani, quasi ad angolo con Via Manzoni.

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I commercianti di via Manzoni, di quegli anni, sono storici, potrei raccontare per ognuno di loro storie e aneddoti.

Uno in particolare merita di essere ricordato, un Natale degli anni ’70, i commercianti decisero di mettere in palio una Fiat 126 tra tutti gli acquirenti del mese di dicembre, la piccola autovettura fu messa in esposizione per tutto il mese, su una rampa inclinata vicino alla scuola Garibaldi.

Gli anni passavano, i negozi si rinnovavano, le vetrine diventano sempre più belle e più luminose.

La sera della Domenica, del 23 Novembre 1980, la terra tremò in Irpinia, il terremoto fu sentito anche a Bari, la gente ebbe paura. Lasciò le proprie case e scese per strada.

Piazza Risorgimento si affollò come non mai.

Anche via Manzoni si attivò a prestare aiuto ai terremotati: un intero camion pieno di biancheria, indumenti, coperte, generi alimentari e altro, partì per l’Irpinia: la solidarietà passava anche per quella strada magica.

Un anno, pochi giorni prima di Natale, ci fu una magia ancora più grande: dal cielo piano piano cominciarono a cadere candidi fiocchi di neve, tutto divenne meravigliosamente bianco e surreale, sembrava di udire una musica speciale e vivere in una fiaba in cui tutto era perfetto e funzionava bene.

Sono trascorsi oramai molti anni, passando, per quella strada, l’altra sera, l’ho vista trasformata, molte insegne sono spente, o non ci sono proprio più, molte saracinesche chiuse, via Manzoni sembra una vecchia signora mal ridotta.

Mi sono fermato sulla piazza, ero solo, ad un tratto ho visto Piripicchio che cantava, il vociare dei ragazzi che uscivano da scuola, le mamme, le belle commesse, le vetrine illuminate, le insegne coloratissime, ho visto via Manzoni ancora più bella, ho sognato per un attimo!

Sarebbe bello che questo sogno si avverasse.

Carmelo Colelli

27 Settembre 2014

Licenza Creative Commons
Bari, Via Manzoni: una strada magica di Carmelo Colelli 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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L’Importanza di una roccia…

Di Alberto Pestelli

 La roccia dell'Elefante © Alberto Pestelli 2005

L’elefante di roccia

Non è mai solo

Ché la curiosità umana

Lo rende vivo e fiero

 

Sorride per un ritratto

Da incollare

Nei ricordi d’un bambino

 

Poco più in là

Un asino solitario

Raglia la sua umiltà

 

I suoi occhi

Par che dicano…

 

Vorrei una carezza

Per lenire il dolore

Alla mia schiena

Livida di nerbate

Ché dentro me

Batte un cuore vero.

© copyright 2008 Alberto Pestelli – Tratto dalla silloge di poesie “L’isola di mia madre” pubblicato per www.ilmiolibro.it nel 2008.

 

La roccia dell'Elefante © Alberto Pestelli 2005

È insolito iniziare un certo discorso – e quindi un articolo del genere – con una poesia. Giusto o non giusto che sia ormai la cosa sta così e non amo tornare indietro. Anche quando si sbaglia strada… beh, non sempre è così! A volte tornare sui propri passi è necessario.

Tuttavia, spesso e volentieri, sbagliare strada non sempre è una fregatura. Specialmente quando ci si imbatte in qualcosa che ci può sorprendere e, come nel mio caso, può far stuzzicare la fantasia. Non a caso qualche giorno dopo è nata la poesia sopra citata.

Essendo le mie origini, oltre che toscane, sarde, mi è facile percorrere a occhi chiusi le strade dell’Isola. Ma nonostante tutto amo consultare una cartina stradale, affidandomi, infine al mio senso dell’orientamento o meglio, del disorientamento visto il risultato di quel giorno, quando ci trovammo faccia a faccia con la famosa Roccia dell’Elefante.

Questa scultura naturale, alta quasi quattro metri, si trova sul ciglio della Statale 134 per Sedini in località Multeddu nel comune di Castelsardo nel nord della Sardegna. In origine il pachiderma roccioso (costituito da una formazione trachitica e andesitica) dal forte colore rosso faceva parte di una struttura rocciosa più complessa individuata sul vicinissimo monte Castellazzu dal quale, dopo essersi distaccata, è rotolato a valle. Il grande monumento, oltre ad avere una grande importanza dal punto di vista turistico e paesaggisto, è un importante sito archeologico. Infatti al suo interno ci sono due Domus de Janas che sono state fatte risalire al periodo prenuragico.

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Castelsardo – Roccia dell’Elefante (07)” di Gianni CaredduOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

L’animale di roccia sta seduto sul ciglio della SS 134 ad “aspettare i turisti” concedendosi gratuitamente ai fotografi improvvisati con fotocamere più o meno supertecnologiche oppure con uno smartphone nella classica posa del selphie.

E come in ogni località turistica particolare, non potevano mancare due o tre bancarelle con i prodotti tipi della zona o della Sardegna in generale: filu e ferru, pecorini, caprini, mirto, figu morisca (il liquore di fichi d’India), vini rossi e bianchi, salumi, malloreddus, il torrone di Tonara, i famosi coltelli di Pattada e tanti altri prodotti tipici dell’artigianato sardo.

È normalissimo per i turisti, dopo aver accarezzato la proboscide dell’elefante di pietra, avvicinarsi agli esercizi degli ambulanti per acquistare un ricordo, una leccornia o altro…

L’unico esercizio non considerato – il giorno che arrivai sul luogo – era un ciuchino in carne e ossa che reclamava anche lui una buona dose di carezze. Mi incuriosì il suo atteggiamento… sembrava rassegnato alla sua solitudine. Ma ogni tanto girava la sua testa verso il pachiderma e osservava la banda di bimbi che circondava il suo inanimato diretto concorrente.

Forse sarà stata la mia suggestione, ma sembrava che l’animale (quello vero, ovvio!) avesse gli occhi lucidi. Eppure era una bella bestia e soprattutto bardato a festa…

Ci siamo avvicinati e gli abbiamo accarezzato il muso. Ci ha guardato ed ha mosso la testa come se dicesse di “sì”…

  • Ma non fotografate la roccia?, ci domandò un signore.
  • L’abbiamo fatto, ma tanto l’elefante rimarrà qui per molto tempo. L’asinello no! E quando lo rivedo un ciuchino del genere a giro. Stanno diventando rari.

Mi avvicino al padrone dell’animale.

  • Quanto le devo per aver fatto le foto al suo asinello?
  • Niente, niente… io lo porto per far felici i bambini. Ma i genitori, come sta vedendo, non li fanno avvicinare. Hanno paura!

Stringo la mano all’ambulante. Compro da lui un paio di bottiglie di Filu e ferru e dopo un’ultima fotografia all’animale, partiamo per Olbia.

Qualche anno dopo sono ritornato. L’elefante è sempre sul ciglio della SS 134 per Sedini. L’asino non c’è più. Il commerciante, che mi ha riconosciuto, mi ha detto che l’ha venduto ad un pastore della zona.

Dell’animale – quello vero – ho solo una fotografia. La terrò cara.

Il ciuchino © Alberto Pestelli 2006

Ciao amico!

 © copyright 2014 Alberto Pestelli

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L’importanza di una roccia di Alberto Pestelli © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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L’acqua non è colpevole

Di Carmelo Colelli

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L’acqua non è colpevole!

In questi giorni, giornali e telegiornali, raccontano, ora per ora, dei danni che l’acqua ha provocato e sta ancora provocando.

L’acqua venuta giù dal cielo, ha ingrossato fiumi, torrenti, canali, fino allo straripamento, di conseguenza paesi ed intere città allagate.

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Sono fermamente convinto, che non è l’acqua la responsabile di tali eventi, ma la mano dell’uomo, di quell’uomo egoista, che non ha guardato lontano, la mano di quell’uomo che ha voluto a tutti i costi anteporre i propri immediati bisogni, a più lungimiranti progetti di valorizzazione e rispetto, della natura e del territorio a beneficio di tutti.

L’acqua non è colpevole!

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Essa è stata istigata a tanta violenza, istigata dall’uomo, ha dovuto trovare una nuova strada per giungere al mare, lei doveva ricongiungersi all’acqua del mare, la sua strada naturale, quella che aveva percorso per secoli, giorno dopo giorno, goccia dopo goccia, attraverso lussureggianti rive, era stata ostruita, qualcuno l’aveva interrotta.

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Ho scelto queste poche immagini tra tante, l’acqua che scorre nel letto dei torrenti, dei fiumi e dei rivoli, passando tra le case degli uomini, senza creare nessun danno, apportando soltanto benefici.

Una sola immagine, col cielo e con le nuvole, il ciclo completo dell’acqua che sale al cielo per diventare nuovamente pioggia.

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Testimonianze della bellezza della natura, che si offre all’uomo come una dolce donna innamorata.

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Vogliano queste poche immagini, far riflettere tutti, a preservare il bene più grande che, per dirla in termini giuridici, possediamo in comodato d’uso, un bene che non è nostro, che dobbiamo consegnare a chi viene dopo, efficiente ed in ottimo stato: “La natura e le sue bellezze, la nostra vera ricchezza”.

Carmelo Colelli

16 Ottobre 2014

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La bella Italia del cemento facile: la carica dei nuovi barbari

Di Gianni Marucelli

Speculazione edilizia, Conegliano.JPG
Speculazione edilizia, Conegliano” di VaghestelledellorsaOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Avrei preferito scrivere questo articolo senza l’urgenza di dover commentare l’ennesima alluvione, questa volta la seconda in tre anni a Genova. Comunque, l’ex Bel Paese offre, purtroppo, mille altri spunti di analisi critica a chi è sinceramente preoccupato, ormai da decenni, per lo stato estremamente precario dell’ambiente in cui viviamo, ovvero dove ci hanno costretto a vivere cinquant’anni di scelte – e di non-scelte – politiche dissennate da parte di governi confusionari e pressappochisti (pochi se ne salvano) d’ogni tendenza e colore.

Che la lungimiranza della classe politica italiana sia stata quasi pari a zero è fin troppo facile appurarlo; così come è semplice affermare che, se davvero si potesse imparare dai propri errori, allora tante lezioni durissime sono rimaste lettera morta.

Una cosa appare lampante: si è fatto un uso improprio della parola “sviluppo”, e, giocando (e continuando ancor oggi a giocare, come vedremo) su questa ambiguità semantica, si è fatto credere ai cittadini che il progresso sia incarnato dall’equazione sfruttamento delle risorse dell’ambiente = soldi facili e benessere per tutti.

Mai equivoco fu più tragico, basta guardarsi attorno. Ora che il benessere si è rivelato effimero e le risorse dissipate, quale futuro ci attende?

Non è certo difficile immaginarlo, soprattutto quando, ostinatamente, si tenda a riproporre, ammantate di parole nuove, ricette vecchie, per non dire vetuste.

Ricette il cui ingrediente principale è il solito, immarcescibile CEMENTO.

Autostrada A 10 - Diano Marina - Foto di Tony Frisina - Alessandria - DSC06856.JPG
Autostrada A 10 – Diano Marina – Foto di Tony Frisina – Alessandria – DSC06856” di Original uploader was Tony Frisina at it.wikipedia – Transferred from it.wikipedia. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

Lo stesso cemento sotto cui sono state sepolte le pendici dei ripidi colli genovesi e i fiumi a carattere torrentizio che da sempre vi scorrono; lo stesso con cui è stata costruita una intera città di centinaia di migliaia di abitanti sulle pendici del Vesuvio; lo stesso con il quale sono state create nuove e inutili autostrade (le foto della Milano-Brescia deserta sono di questi giorni); lo stesso cemento che ha devastato le più belle coste italiane, le isole, persino i parchi nazionali, come è accaduto per il Circeo.

Al fascino del Dio Cemento, evidentemente, non è facile sottrarsi, se anche i giovani e rampanti nuovi Signori d’Italia, nel loro convulso protagonismo decisionista, vi hanno ceduto.

Così, il recentissimo Decreto “Sblocca Italia” del Governo Renzi appare come il momento conclusivo, quello del K.O., di un lungo match durato trenta anni tra chi voleva, e vuole, “asfaltare” questo povero Paese nell’interesse di pochi chi, invece, lo voleva salvaguardare, nell’interesse di tutti. Incuriosito dalle critiche mosse da più parti a questo Decreto Legislativo, mi sono documentato (è a disposizione di tutti sul web) e, da vecchio ambientalista, ho trasecolato.

Quel che vi si legge eccede i sogni delle più famigerate Imprese costruttrici d’ogni tempo e luogo.

Abbattimento Punta Perotti.JPG
Abbattimento Punta Perotti“. Tramite Wikipedia.

Per farla breve, il principio che ne sta alla base a me (non solo a me…) sembra il seguente: volete saccheggiare quel che resta dell’Italia, senza preoccuparvi dei lacci e lacciuoli delle normative di tutela ambientale? Bene, fatelo liberamente e senza scrupolo.

Volete costruire una nuova autostrada, anche se inutile, dal centro al nord, magari attraversando e devastando zone paesaggisticamente notabili? Accomodatevi.

Volete trivellare l’Adriatico alla ricerca di giacimenti di petrolio e gas? No problem.

E via dicendo…

Chi non ci crede, ed è davvero difficile credere che un governo di centro-sinistra faccia ciò,

vada a controllare personalmente!

Il sottoscritto si limita a segnalare che, nei prossimi giorni, a Roma, le principali associazioni che tutelano il paesaggio, l’ambiente e i beni culturali italiani (dal WWF a Italia Nostra a ProNatura ecc. ecc.) si riuniranno per discutere e protestare contro la nuova barbarie…

Qui sotto, alleghiamo il documento relativo a questo incontro.

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