Incontri, settima puntata – Martino va in città

Di Gianni Marucelli

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Ho abitato a lungo a Firenze, non lontano dalle rive dell’Arno, che non è certo il meno inquinato e il più attraente dei fiumi, nonostante le belle parole di una vecchia canzone cantata da Odoardo Spadaro: “Sull’Arno d’argento /si specchia il firmamento…”.

Però, è giusto riconoscere che, anche in un ambiente non ideale come questo, molte specie animali sopravvivono e, anzi, non essendo più da molto tempo preda dei cacciatori, prosperano: aironi cinerini, garzette, cormorani, oltre agli ormai onnipresenti gabbiani, costituiscono una presenza comune anche lungo le sponde urbane del maggiore fiume della Toscana. Numerosi anche gli anatidi, in prevalenza germani ma anche marzaiole e morette, oltre a gallinelle d’acqua e folaghe, dove i canneti sono più folti.

Tra i mammiferi, addirittura infestanti sono divenute le nutrie, qui come in tanti altri fiumi. La nutria è un immigrato, involontario certo, essendo stato importato molto tempo fa dall’America per andare incontro a un triste destino: quello dell’animale da pelliccia, allevato per essere ucciso e scuoiato, sostituendo animali più pregiati nella confezione dei soprabiti delle signore: una pelliccia di “castorino” (questo era l’appellativo che le davano gli allevatori) non si negava a nessuna!

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Un giorno non bello, quello delle grandi alluvioni del Novembre 1966, essendo buone nuotatrici, molte nutrie fuggirono dai loro lager e acquistarono la libertà, trovando poi un habitat ideale lungo i corsi d’acqua italiani. E in qualche decennio si sono abbondantemente riprodotte, scavando le loro tane negli argini e rendendoli, in molti punti, simili a un gruviera, e quindi instabili.

Ma non di questo volevo raccontarvi.

Era un pomeriggio di inizio autunno; una tempesta di vento s’era abbattuta su Firenze, con qualche piovasco. Niente di simile alle vere e proprie “bombe d’acqua” e alle trombe d’aria cui abbiamo dovuto purtroppo abituarci: allora, di cambiamenti climatici, neppure si parlava. Pur tuttavia, qualche ramoscello caduto, molte foglie d’albero non ancora ingiallite per terra e un paio di tegole cadute da un edificio stavano a testimoniare che la bufera era stata abbastanza violenta..

Uscii di casa con un caro amico, che si accingeva a partire in treno per Lecce. Lo accompagnai alla sua auto, lì vicino, girai l’angolo per tornare e m’accorsi che, sul sellino di una Vespa parcheggiata contro un muro, c’era un fagottello multicolore, tra il verde smeraldo e l’azzurro intenso. Quel fagottello si muoveva. Per quanto piccolo fosse, mi bastarono pochi sguardi per capire di che si trattava. Rifeci di corsa il cammino percorso e arrivai in tempo per chiamare l’amico che stava aprendo la portiera della macchina.. Sapevo che quello che avevo appena visto lo avrebbe interessato parecchio, perché, come me, era un appassionato di ornitologia.

“Fermati!” – gli dico a voce un po’ troppo alta, facendolo sobbalzare – “Ho trovato un Martin pescatore in difficoltà, qui vicino. Forse è meglio che anche tu gli dia un’occhiata.”

Martin pescatore, nome scientifico Atthis Alcedo, era l’identità di quel “fagottello multicolore” che avevo avvistato. Un uccello comune anche in Italia, ma che in pochi possono dire di aver visto in natura, sia perché è molto piccolo, sia perché il suo volo è veloce, sia perché in genere se ne sta ben nascosto tra canneti e vegetazione riparia. Il suo habitat è situato sulle sponde di fiumi, torrenti e laghi, perché si ciba prevalentemente di avannotti e di pesciolini (da qui il suo nome) anche se, all’occorrenza, si accontenta di insetti, quali le libellule. Come il Gruccione, che abbiamo presentato qualche tempo fa sulle pagine di questa rivista, è multicolore, e costruisce il suo nido in tunnel scavati nella terra delle rive e degli argini. A differenza del Gruccione, però, che è gregario e vive in comunità, il Martin pescatore ama la solitudine, tranne che nel periodo degli accoppiamenti. La femmina depone, due volte l’anno, in media cinque uova, che però non riesce sempre, per le sue piccole dimensioni, a portare tutte alla schiusa. Difficile la vita per i piccoli Martini, anche se entrambi i genitori si occupano di loro: quando è il momento di cavarsela da soli, cioè di cacciare rasentando il pelo dell’acqua, molti muoiono per imperizia; si calcola che solo un terzo di essi raggiunga l’età adulta.

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Ovviamente, questi uccelli pescatori amano le acque pulite, dove possono individuare le prede sotto la superficie. Per questo, i loro occhi sono dotati di meccanismi contro i fenomeni ottici di riflessione e rifrazione dei raggi solari. Inoltre, le palpebre nittitanti si chiudono quando vanno in immersione, così da proteggere i delicati organi visivi dall’impatto con l’acqua.

Detto questo, si spiega la mia sorpresa di allora per aver trovato un Martino così relativamente lontano dal fiume, un fiume per di più molto inquinato… La bufera di vento evidentemente aveva trascinato il poveretto molto al di fuori della sua area abituale: restava da capire se fosse o no ferito, e in grado di volare. Il mio amico, pur borbottando che il treno non lo avrebbe certo atteso, mi seguì di buon grado. Ero certo che, se avessimo dovuto catturare il piccolo pennuto per portarlo a un Centro di recupero faunistico, mi avrebbe dato una mano. L’uccello era ancora lì: i colori verde e azzurro del dorso e il rosso delle parti inferiori spiccavano sulla pelle nera del sedile dello scooter. Visto un po’ più da vicino, rannicchiato e con le penne arruffate, sembrava molto disorientato. Cercammo di avvicinarci lentamente, da due parti opposte, ma il Martino ci prevenne e, percorrendo in volo una ventina di metri, si posò sul muro di cinta di un giardino folto di piante.

Ancora, cautamente, tentammo di accostarci, e di nuovo il piccolo profugo dispiegò le ali, andandosi a rifugiare nel folto della vegetazione. Eravamo abbastanza giovani, a quel tempo, per tentare di arrampicarci sulla recinzione e sbirciare dentro la proprietà; ma non riuscimmo ad avvistarlo.

Il mio amico partì per Lecce con il treno successivo. Io rimasi a chiedermi se il volatile si fosse salvato, se fosse riuscito a tornare sano e salvo a casa, sulle rive del fiume. È un dubbio che ancor oggi, quando il vento si alza forte a strapazzare gli alberi, mi torna nel cuore.

 

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Fonte delle fotografie

Florence bridges” di User:Rnt20 – Photo by Bob Tubbs. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

Alcedo atthis 3 (Lukasz Lukasik)“. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Martin Pescatore” di Mirko Rubaltelli – Martin Pescatore,oasi naturalistica di Torrile [PR] italy. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

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La mia Puglia

Di Iole Troccoli

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Dopo aver letto il bel racconto di Carmelo Colelli “Bari, ti voglio bene”, che parlava con tenerezza ed entusiasmo del suo arrivo a Bari quando era bambino, mi è venuta voglia di dire qualcosa sulla ‘mia’ Puglia. Sì, perché anch’io ho una mia Puglia personale nel cuore, e precisamente quella tra Taranto e provincia, una Puglia che ho incontrato ai tempi del mio periodo universitario.

Una regione che mi ha accolto sia d’inverno che d’estate, con il mare e le strade notturne silenziose, piccoli paesi nei dintorni, luci che sfarfallano sui lungomari, caldo scirocco e acqua tiepida in cui immergersi.

Una Puglia di pesci saporiti, di ricci di mare, cozze cucinate in mille modi, serate appiccicose in pizzerie e passeggiate senza meta tra vie nascoste, in un centro storico misterioso, troppo piccolo per riuscire quasi a passarci attraverso.

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La Puglia di Alberobello, Gallipoli, delle grotte di Castellana, dei dialetti aspri e allegri da ascoltare che mi si attaccavano addosso anche quando ero tornata a Firenze, di uno scorrere più lento del tempo, senza urgenze particolari, delle riunioni familiari in case grandi e piene di sole, dei matrimoni dal mattino a mezzanotte, ballando come in un film, della bellezza delle ragazze brune, degli occhi grandi degli uomini, della dolcezza delle madri, delle orecchiette fatte in casa, del percorso in autobus per arrivare sulle spiagge affollate, della voglia di non ripartire, del sentirsi bene in mezzo agli altri, abbracciata da tanti, amata.

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La Puglia bellissima, della mia giovinezza.

Iole Troccoli 27 settembre 2014

 

Trullialberobello” di Verity Cridland. Original uploader was Battlelight at it.wikipedia – Transferred from it.wikipedia(Original text : flickr). Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons.

Gallipoli Città Vecchia” di ColarOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Grotte Castellana (5)” di Original uploader was ReMagio at it.wikipedia – Transferred from it.wikipedia; Transfer was stated to be made by User:Marcok.. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

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Tosi e il lupo cattivo…

Di Gianni Marucelli e la Redazione di L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente

Tosi-contro-i-lupi-660x330“Abbiamo letto sui giornali di stamani, sabato 27 Ottobre, con stupore e vergogna (per lui e i Veneti che lo hanno votato), le incredibili parole del Sindaco di Verona, Tosi, che ha dichiarato di “permettere” l’abbattimento di due lupi  (e dei loro otto cuccioli) che, sventuratamente, si trovano a vivere da quelle parti. L’esponente leghista ha precisato di essere preoccupato, oltre che per i possibili attacchi alle greggi, per l’incolumità dei bambini. Questo signore ha dimostrato in tal modo la propria totale ignoranza delle leggi dello Stato (i lupi sono specie altamente protetta e non spetta certo a lui derogare da tale regola)) e dell’etologia del lupo che, a memoria d’uomo e anche d’archivio, non ha mai attaccato un essere umano. Questa Redazione perciò condivide la reazione del Presidente della Toscana, Enrico Rossi, che riportiamo fedelmente.”

Tosi, sindaco leghista di Verona, autorizza i cittadini a sparare ai lupi. Una scelta illegale contro un animale protetto. Conosco bene il problema. Anche da noi i lupi hanno assalito branchi di pecore e qualcuno ha cercato di farsi giustizia uccidendoli. Non è questa la via che abbiamo scelto noi. La Toscana con un milione all’anno ha attivato interventi rivolti agli animali predatori (lupi, cani randagi e ibridi). Puntiamo sulla prevenzione del randagismo, la difesa del lupo e la tutela delle attività zootecniche. Forse ai Leghisti è proprio la parola convivenza che non va giù…”

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fonte della fotografia:

www.blogtaormina.it

nonciclopedia.wikia.com

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Reminiscenze

Di Gabriella Usai Inconis

Una strada di Nora

Quando cammino per le rovine di Nora ho sempre i brividi.

Il profumo di salsedine richiama in me sensazioni antiche e ho come l’impressione di ricordare la vecchia città, una

memoria indelebile ma sfuggente e ancestrale, che si perde tra le nebbie di un’altra vita dalle sfumature sbiadite e

indistinte.

Nora1Il tempio di Tanit, il teatro, le case popolari, la Via Sacra, le terme, la casa patrizia, il tempio di Esculapio.

Anfiteatro NoraSono luoghi che mi danno un senso di familiarità tale da spiazzarmi e rassicurarmi al tempo stesso.

Nora, un mosaicoCosì, tra i mosaici, il rumore della risacca sull’unico dei tre porti naturali esposto al mare aperto, la brezza marina in grado di addolcire anche il sole più cocente e le strade che mi pare ancora di vedere brulicanti di vita.

spiaggia di NoraMagari l’animo da scrittrice mi fa fare viaggi, oppure sono semplicemente fuori come un balcone, ma di una cosa però sono certa: le mie radici non potrebbero essere così salde in nessun altro posto.

 Gabriella Usai

 

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Lo Speziale fiesolano propone…

Cari amici, il nostro coordinatore di redazione, Alberto Pestelli (conosciuto come lo Speziale fiesolano) propone, come lo scorso anno, i suoi libri. Il ricavato dei compensi autore andranno in favore, per l’impegno sociale e umanitario, alla Fratellanza Popolare Caldine.

copj170.aspUna notte su Monte Ceceri

Secondo romanzo del ciclo Fiesole e dintorni

Formato cartaceo su: Ibs, Feltrinelli e Youcanprint – Formato ebook su Amazon, su Ibs, su Feltrinelli

cop.aspxIl Segreto della Luna

Formato cartaceo su: Ilmiolibro, Feltrinelli – Formato ebook su: Ibs, Amazon e Feltrinelli

copj170a.aspIl guardiano del Grano

Primo romanzo del ciclo Fiesole e dintorni

Formato cartaceo su: Ibs

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Bari, ti voglio bene

Di Carmelo Colelli

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Ecco finalmente il mare, il mare di Bari!

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Era un giorno di inverno, qualche giorno prima di Natale, di un po’ di tempo fa, avevamo lasciato il nostro paese, un paese agricolo, Mesagne, alle porte di Brindisi e, dopo alcune ore, il camion con le nostre masserizie percorreva il lungomare.

Alla mia destra il mare, un mare diverso da quello che conoscevo, un mare che abbracciava la città, un mare con dei colori particolari, azzurro, blu, blu intenso, verde in alcuni punti, bello, tanto bello: meraviglioso ai miei occhi, occhi di un fanciullo di undici anni, che aveva vissuto in un paese senza il mare, ma con tanta campagna, le case basse una accanto all’altra, dipinte di bianco, con la calce.

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Il mare era leggermente mosso, le onde si rincorrevano una dietro l’altra, una un po’ più grande delle precedenti, andò ad infrangersi contro il muretto del lungomare e gli schizzi si alzarono in alto, verso la strada, come a porgere un saluto, a chi arrivava: a me.

Avevo lasciato tutto al mio paese, i parenti, i compagni di scuola, gli amici con cui giocavo per strada, i miei giochi, giochi semplici che noi ragazzi ci costruivamo da soli, ero triste, ma contento nello stesso tempo, avevo voglia di conoscere, di vedere, di scoprire la città.

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Da quel giorno sono trascorsi quasi cinquant’anni, ma tutto è chiaro, le immagini vivide ed attuali, come il primo giorno, nel mio cuore convive l’amore per il mio paese e l’amore per questa città, una città che mi ha accolto come una zia accoglie il nipote prediletto, lo tiene con sé, gli racconta della vita e lo porta in giro per mostrargli le cose più belle.

I ricordi sono tanti, tante le scene di vita quotidiana che ormai non si vedono più. Ricordo il fornaio che, la mattina presto, percorreva via Manzoni, su una bicicletta, con una lunga tavola sulla testa e su questa aveva sistemate le pagnotte di pane da cuocere, che portava al forno, quello in pietra che si trovava in via Abate Gimma, di fronte ad un palazzo storico ed importante, l’Istituto Nautico “N. Caracciolo”.

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Andavo a curiosare vicino al forno, un giorno la mia curiosità mi spinse ad entrare e vidi che oltre alle pagnotte di pane, vi erano anche tanti tegami con varie pietanze da cuocere o già cotte, un po’ come avveniva al mio paese. Facendomi un po’ di coraggio chiesi ad una signora cosa conteneva il suo tegame, mi rispose sorridendo: ”non ’u vid ca ie ‘u tian d patan ris e cozz?”, non capii nulla, la ringrazia ed andai via. Ancora oggi, non so ben pronunciare la risposta che la signora mi diede, ma capii che doveva essere una prelibatezza, col tempo ho verificato la bontà di quella pietanza, è diventata la mia preferita, una pietanza che unisce terra, mare e amici.

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La domenica pomeriggio c’era l’usanza di fare la passeggiata sul lungomare, si percorreva Corso Vittorio Emanuele e si giungeva al palazzo della Motta, quello che aveva una grande “M” luminosa in cima, un edificio altissimo, il più alto di tutti in quella zona, di fronte il teatro Margherita che in quelli anni era anche cinema.

Sul lungomare, ogni tanto vi erano delle scalette di tre quattro gradini che scendevano a livello dell’acqua, da lì si poteva prendere la barca, sì vi erano delle piccole barche che facevano il giro sul mare, andando verso il molo e ritornando. Era bello vedere il mare calmo come una tavola che abbracciava la città e cullava i baresi, cullava i turisti, cullava dolcemente le coppie degli innamorati, che si facevano portare dal barcaiolo un pò più lontano per sognare insieme il loro futuro. Era un festoso vociare di bambini, di mamme che rincorrevano i piccoli e di barcaioli: “la bbarc, la bbarc” era il loro grido.

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Sul lungomare, c’era anche il carrettino bianco e azzurro, con le coppe cromate e splendenti, spinto da un uomo vestito di bianco, con il cappellino, era il carrettino dei gelati, quelli di limone, fatti artigianalmente, che davano sollievo alla calura estiva.

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Il tempo stava passando e con sé stava portando via tante cose, come le carrozze nere vicino alla stazione o vicino al teatro Petruzzelli; la gente le usava come taxi, era piacevole sentire il rumore degli zoccoli, i campanelli dei finimenti, ed era curioso vedere i cavalli fermi con la testa infilata in un sacchetto di iuta a consumare il loro pasto: paglia e biada.

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Cavalli snelli, ben tenuti, eleganti nel portamento, ma non erano gli unici, vi erano anche i cavalli che trainavano i pesanti carri per il trasporto delle merci, questi li si poteva trovare in Corso Italia, sotto i ponti della Bari-Matera, vicino alla fontana, davanti alle scale che portavano al sottovia Quintino Sella. Ciò che mi colpì, la prima volta che vidi questi cavalli, fu il particolare delle scarpe, sì i cavalli, avevano ai piedi delle scarpe fatte di pezzi di copertoni di auto, subito non capii perché li costringevano a portare quei calzari, alla prima pioggia tutto mi fu chiaro, l’asfalto utile per le auto, quando pioveva diventava scivoloso ed era per questo che quei cavalli li stavano trasformando in auto iniziando dai loro piedi.

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Giorno dopo giorno, tralasciando tanti ricordi, sono giunto a questa sera: percorro con l’auto il lungomare, il mare leggermente mosso, le onde una dietro l’altra si infrangono sui frangiflutti, la schiuma sale in alto come a salutare chi passa, a salutare me, ma, questa sera voglio essere io a salutarti caro mare, a dirti grazie per tutto quello che mi hai dato e dai a chi ti guarda con amore, il grazie più sentito a te cara zia, che anche se un po’ più anziana, rimani sempre bella o meglio sei ancora più bella, ancora più innamorata dei tuoi figli e di tutti i tuoi nipoti, grazie Bari ti voglio bene e quando vuoi bene è per sempre.

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Carmelo Colelli

Bari, 09/02/2014

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Ikea e Gigli, impari lotta… la Biblioteca delle Oblate

Di Paola Capitani

 Il cortile della Biblioteca delle Oblate

Lo storico cortile accoglie il turista con le sue magnolie lucide e maestose, nel loggiato ricco di memorie e di eventi, che si colgono appena tendi l’orecchio al minimo fruscio. Brani di passato, reconditi segreti e misteri aleggiano tra le volte degli archi e sul cotto toscano.

I ragazzi leggono e studiano, lavorano con i computer, dialogano con interesse dinanzi allo splendido panorama di una Firenze insolita, dono esclusivo per chi ha percepito, curioso, cosa poteva nascondere l’ingresso di quel portone. Dallo stenditoio, dove le monache appendevano ad asciugare il bucato, e dove oggi si studia e si ragiona, si parla e si osserva una visione unica al mondo: si spazia dalla collina di Fiesole alla Basilica di Santa Maria Maggiore, il Duomo di Firenze, il Battistero e le altre meraviglie che la città offre a chi la osserva da questa splendida postazione.

La Biblioteca delle Oblate, inaugurata il 25 maggio del 2007, sede della Biblioteca Comunale Centrale di Firenze, ha compiuto sette anni, ma è ancora sconosciuta a molti fiorentini benpensanti, colti e attenti, che non sanno cosa rappresenti e dove sia ubicata, privi della curiosità di varcare quell’ingresso.

Il cinema americano ci ha dato frequenti e continue testimonianze di cosa vuol dire essere utenti di biblioteche pubbliche, luoghi adatti a trascorrere momenti di ricerca e riflessione. Noi, nel nostro Paese, non abbiamo subìto lo stesso fascino, non sentiamo la stessa attrazione.
Ecco invece – e purtroppo – che i Fiorentini preferiscono impiegare i fine settimana o addirittura utilizzare i giorni di ferie, per l’inaugurazione di IKEA, o assediare all’alba i parcheggi dell’Osmannoro per essere i primi a entrare ai mitici GIGLI. Una moltitudine di famigliole, di bambini infilati nei carrelli, paonazzi per il caldo, e allucinati da colori e immagini, di creature boccheggianti fra pupazzi e apparecchiature elettroniche… e invece le Oblate offrono spazi a loro dedicati, forniti di soffici tappeti e libri colorati, silenziosi e rasserenanti dove, fino a sera, sono  programmati svariati generi di intrattenimento. Per fortuna, a insegnarci e dare il buon esempio, famiglie di stranieri, turisti ma non solo, che, per vari motivi (assenza di nonni, abitudine a frequentare le biblioteche pubbliche, o altro), frequentano gli spazi dedicati ai giovani lettori.

L’ingresso della Biblioteca delle Oblate

Una domanda viene alla mente: ma per noi cosa rappresentano i libri? Che posto occupano, che ruolo svolgono nelle nostre esistenze? Cose che raramente si comprano, certo più per obbligo che per libera scelta… cose che frequentemente restano da parte, inutilizzate, in attesa forse di momenti in cui non c’è di meglio da fare. Come si usa, e abusa, dire oggi non fanno tendenza, come dimostra anche il nostro desolante assetto scolastico, in cui le biblioteche sono residuati per lo più  sconosciuti, e nei casi ancora fortunati, una moltitudine di vecchi libri ormai polverosi. E questo nonostante i moderni slogan (stra)parlino di biblioteche in rete! Nonostante s’inneggi all’e-book, senza sapere esattamente cosa sia e come lo si utilizza, spacciato come il toccasana che risolve i problemi della cultura e dell’apprendimento.
Ma qualcuno ci ha detto, o meglio ci siamo interessati di sapere come si faccia a usare un e-book, quali conoscenze sono necessarie per l’utilizzo?
Perché, oltre alla conoscenza dal punto di vista tecnologico, occorre ricominciare a far funzionare il nostro (sopito) cervello, far girare vorticosamente i neuroni da tempo anestetizzati e soffocati da marchi e targhe, da oggetti e manufatti. Ecco perché IKEA e I GIGLI stravincono sul bellissimo complesso delle Oblate. E forse anche perché il tutto è GRATUITO, e in genere, quando non si paga, è bene cominciare a sospettare dove sta l’imbroglio e la fregatura.

Ma il popolo italico, e i fiorentini in particolare, è fatto così: polemizza, borbotta, si lamenta, inneggia alle domeniche a piedi (ma non più di una l’anno), esige aria pulita, salubre,  un fisico sano, ma soprattutto palestrato; poi si caccia, a bordo di SUV o fuoristrada, dentro le strade della Firenze medievale, che sopporterebbero a mala pena il transito di due ciuchi appaiati. Guai ad andare a piedi da una porta all’altra delle mura (non più di venti minuti), eppure gioverebbe alla nostra salute talvolta crearci autonomamente dei percorsi salute, ed evitare, quando possibile, l’utilizzo degli ormai mitici status symbol “fuori strada”, dominio incontrastato di persone che abitano ovunque, meno che in campagna!

La cupola del Duomo di Firenze vista dalla Biblioteca delle Oblate

Alle Oblate, dove il raccoglimento, il silenzio, la pace, la cultura sono evidenti e palpabili, sono presenti anche moderne postazioni Internet (gratuite) per controllare la posta elettronica, spaziare e fare ricerche… ma cosa vuol dire ricerca? E anche questo termine lo mettiamo nel cestino: da bandire insieme a libro, biblioteca, conoscenza, apprendimento, e, last but not least, studio, che comporta anche impegno, concentrazione, e fatica.
Meglio dunque tutti in massa ai centri commerciali, possibilmente tutti alla stessa ora, l’inquinamento ne beneficia, e anche noi di conseguenza. Da evitare quindi i servizi a misura di uomo e di cittadino, merce rara e, ai più, sconosciuta. La scelta sembra dunque di voler evitare un tranquillo relax nel centro della città, fuori confusionaria e schiamazzante, un riparo avvolto da un quasi magico silenzio dove, al secondo piano, dove è possibile rifocillarsi con cibi e bevande (questi però a pagamento) di fronte al Duomo che, nonostante i secoli, fa sempre la sua egregia figura. Bando dunque all’ironia e invece andiamo, troviamoci alle Oblate, aperte ora fino alle 24: saranno occasioni di piacevoli incontri, anche per chiacchiere amene e leggere, e salutari confronti di idee e non solo.

© copyright Paola Capitani 2014

paola.capitani@gmail.com

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Ikea e Gigli, impari lotta… La Biblioteca delle Oblate di Paola Capitani © copyright 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Complesso delle oblate, accesso” di sailko – Fotografia autoprodotta. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

bibliotecadelleoblate.comune.fi.it

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Il ritorno dei giovani alla Terra

Di Alberto Pestelli

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Un articolo del Servizio Ansa dedicato all’Ambiente ha sottolineato che lo spopolamento del Territorio Nazionale, se non proprio arrestato, è stato almeno rallentato.

Questo ottimo risultato è stato garantito da un aumento di giovani sotto i trent’anni che “ritornano alla terra” che hanno creato alcune imprese all’interno dei Parchi Nazionali e delle Aree Naturali Protette.

Nei nostri Parchi Nazionali ci sono circa 68.000 imprese guidate da giovani e tra questi molte imprenditrici.

È stato fatto un confronto sulla percentuale tra le imprese in queste aree del territorio e quelle a livello nazionale. Ebbene, le prime hanno un tasso di circa il 13% contro l’11% del secondo caso.

Le imprese a guida femminile sono circa il 26% contro il 23%.

La presenza di giovani sotto i trent’anni è di circa il 31,2% più elevata della media italiana che è del 29%. Pare che queste percentuali siano più alte nel meridione.

Insomma… è una buona prospettiva di lavoro per il futuro dei nostri giovani. Considerando che l’Italia è considerata “la patria mondiale” della biodiversità e con un gran numero di aree naturali protette e parchi, le garanzie di lavoro ci sono proprio tutte.

Questo, associato al gran patrimonio culturale e artistico che il nostro paese possiede, potrebbe quasi (esagerando un po’…) permetterci di vivere di rendita!

Anche se la notizia riportata dall’Ansa non specifica quale tipo d’imprese siano state create nell’ambito dei Parchi Nazionali e Aree Naturali Protette, sono sicuro di affermare che esse sono consone con l’ambiente.

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© copyright Alberto Pestelli 2014

Fonte della notizia: Ansa ambiente del 16 settembre 2014

https://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/natura/2014/09/16/in-parchi-naturali-68mila-imprese-tornano-i-giovani_32635a3b-5313-4860-a804-397b2acac800.html

Fonte delle fotografie

PNAbruzzo2” di Lucius – Transferred from it:wikipedia. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Orso marsicano” di Lox – http://it.wikipedia.org/wiki/File:Orso_marsicano.jpg. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

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Evento al Gruppo Donatello di Firenze

Segnaliamo un evento che si terrà presso il prestigioso Gruppo Donatello di Firenze

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Incontri, sesta puntata – S.V.M. Servizio Vigilanza Marmotte

Di Gianni Marucelli

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Per chi frequenta le nostre Alpi, soprattutto nella stagione estiva, le marmotte costituiscono, lungo gli itinerari escursionistici, una presenza piuttosto comune e assai simpatica. Se non si vedono, si sentono comunque i loro fischi acuti, che segnalano la presenza di “estranei” che potrebbero costituire un potenziale pericolo. Questi roditori vivono in colonie, costituite in genere da qualche decina di individui, e hanno la loro “casa” in un intrico di cunicoli scavato nel sottosuolo, dove esistono spazi appositi per la dispensa e per la nursery. Durante l’inverno, la “città sotterranea” ospita la colonia al completo, nel periodo del letargo.

I pericoli, per le marmotte, derivano ovviamente dall’uomo, che le ha cacciate nei secoli soprattutto per le pellicce; tuttavia, da quando sono una specie protetta, devono guardarsi soprattutto dal “nemico che viene dal cielo” (aquile e altri rapaci) e da altri predatori, terrestri, quali gli ermellini, le donnole e altri piccoli carnivori che possono introdursi agevolmente nelle tane.

Le marmotte sono prudenti per loro natura e, mentre pascolano tranquillamente durante le lunghe giornate estive, organizzano nel contempo un efficiente servizio di vigilanza, sempre all’erta.

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Può trattarsi di qualche singolo membro del gruppo, dislocato su una roccia in modo da avere una buona visuale del terreno circostante, oppure di una coppia di sentinelle che, al minimo segnale di pericolo, si alzano sulle zampe posteriori e, stando schiena contro schiena, ruotano con perfetta sincronia, in modo da avere un controllo a 360° sul territorio. Un vero e proprio radar, insomma, al quale non sfugge niente, pronto ad azionare il segnale di “Pericolo! Tutti al coperto!”, ovvero la “sirena” costituita dai fischi immediati e ripetuti.

Ho avuto modo di assistere, anni fa, ad una scena eccezionale di “caccia alla marmotta”. Eccezionale e unica, perché mi trovavo al di sopra dei contendenti e potevo osservare i protagonisti da una posizione veramente privilegiata.

Mi trovavo in una valletta pochissimo frequentata (vi era solo una traccia di sentiero) del Parco Nazionale dello Stelvio, in provincia di Trento: ero ormai a oltre 2500 metri di altezza, su un terreno piuttosto aspro, dove brevi prativi si alternavano ai massi e alle rocce. Le marmotte avevano accompagnato la mia ascesa sorvegliandomi attentamente, ma adesso avevo raggiunto una posizione così elevata e lontana che il S.V.M. (vedi titolo) non mi giudicava più una minaccia.

Marmotta

Anche perché doveva occuparsi d’altro… Proprio sotto di me si infatti era materializzato dal nulla un grande rapace chiaro (forse un Astore) che ora roteava a cerchi sempre più stretti sopra la colonia.

Era chiaro che, essendo la sua vista telescopica enormemente più efficiente dei miei poveri occhi umani, là dove io vedevo poco più che puntini sul verde dei prati, l’Astore poteva quasi contare la quantità dei baffi sul muso di ciascun roditore, e scegliere la propria preda tra quelle più giovani e inesperte. Si preparava con tutta evidenza a iniziare la picchiata, velocissima e letale, ma non aveva fatto bene i conti con il super addestramento dei membri del S.V.M. Quando il rapace raccolse le ali per tuffarsi verso il basso, l’allarme era già partito: in un baleno, le marmotte, grandi e piccole, si erano rintanate nei rifugi antiaerei, e gli artigli dell’Astore rimasero vuoti. L’aggressore si allontanò, un po’ deluso e un po’ sdegnato, verso altri territori di caccia meno difficili e, dopo qualche minuto, le marmotte tornarono alle loro occupazioni interrotte. Le sentinelle ripresero il loro posto, io il mio zaino che avevo poggiato sul sentiero. Prima di volgermi verso la vetta, mi venne istintivo di fare il saluto militare al S.V.M.: ben fatto, soldato!

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Fonte delle Fotografie:

Marmota marmota Alpes2” di François Trazzi. – François Trazzi.. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Marmotta alpina” di MicmolOpera propria. Con licenza CC BY 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Marmotta” di Kaptain – foto personale. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

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