I pesci siluro sono un pericolo?

Di Alberto Pestelli

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Durante la mia recente vacanza a Torri del Benaco sul lago di Garda, mi è capitato di ascoltare una conversazione in un ristorante di Bardolino tra il gestore del locale e un cliente. Costui chiedeva se era permesso dar da mangiare all’abbondante popolazione di volatili del lago: germani reali, cigni, folaghe, svassi e gabbiani e tanti altri.

Il gestore del ristorante ha consigliato di evitare di gettare pezzetti di pane, grissini o altri alimenti appetibili per questi volatili. Ci sono multe abbastanza pesanti per chi viene sorpreso. Tuttavia ho notato personalmente che, nonostante ci siano divieti, nessuno li fa rispettare. Più volte ho visto gettare molliche e pezzettini di pane ai volatili del porticciolo di Torri del Benaco, di Malcesine, di Lazise e Bardolino proprio davanti agli agenti della Polizia Municipale…

Ma andiamo diritti verso il vero problema, come riportato nel titolo dell’articolo.

Il simpatico ristoratore ha aggiunto che tutti questi volatili sono potenziali prede di un pesce voracissimo che è stato importato dai paesi dell’est europeo e dall’Asia: il famigerato pesce siluro (Silurus glanis). A questo punto sono intervenuto nella discussione ed ho chiesto spiegazioni. Mi ha raccontato che nel settembre del 2007 è stato avvistato nella zona di Gargnano – costa bresciana del Garda – un esemplare a 25 metri di profondità lungo poco più di cinque metri (la notizia è stata riportata dal giornale Brescia Oggi).

Come potete vedere dalle fotografie, questo “mostro” ha un corpo allungato, è privo di squame e del muco (abbondante) ricopre la sua pelle. La testa è enorme e appiattita, due paia di barbigli, bocca grande e mascella tremenda.

Il Silurus glanis non è una specie nostrana. I luoghi di origine sono l’Europa dell’est e l’Asia. Sicuramente è stato portato nei fiumi e laghi occidentali da qualche gruppo di pescatori sportivi (nostra ipotesi non avallata da dati certi) inconsapevoli dei danni ambientali che è capace di scatenare questo pesce. Già dal 1952 (e forse anche prima) fu avvistato e pescato nel lago di Morat in Svizzera (l’esemplare è esposto a Locarno nel locale museo di zoologia).

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È un pesce di fondo dove rimane immobile nel fango per lungo tempo. Quando sente i morsi della fame, diventa un terribile predatore: divora tutto quello che trova. Oltre agli invertebrati, pesci, anguille, i siluro più grossi arrivano a cibarsi addirittura di piccoli mammiferi e uccelli selvatici.

Naturalmente non potevano mancare leggende su questo mostro, tutte centrate sulla pericolosità per l’uomo. Ebbene, sono solo favole. I siluro non hanno mai aggredito l’uomo.

Diverse iniziative sono nate per cercare di fermare la diffusione della “piaga dei fiumi e laghi nostrani”. Lungo il Po (in provincia di Rovigo) è stata istituita una taglia: 25 centesimi per chilo di pesce siluro. Vengono catturati con reti o elettrostorditori anche nei canali di bonifica quando il livello dell’acqua è basso. Nel ferrarese c’è una collaborazione tra la facoltà di Biologia dell’Ateneo di Ferrara e gruppi di pesca sportiva: i siluro sono gli unici pesci che non vengono ributtati in acqua!

La presenza pesce siluro si è sparsa un po’ ovunque nel territorio italiano. Non solo lago di Garda, Po, Ticino e fiumi del nord, ma sono stati catturati esemplari anche in Arno, nel Tevere e pare anche nel fiume Pescara in Abruzzo.

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Personalmente non ho niente contro la pesca sportiva, dato che i praticanti ributtano in acqua il pescato. Tuttavia, con tutta certezza, è responsabilità loro se negli anni ’70 (e forse anche prima), questo pesce è stato introdotto prima nei laghetti di pesca sportiva e poi liberato nei nostri fiumi e laghi. Due volte colpevoli perché, sicuramente, i gestori dei laghi di pesca sportiva si sono subito resi conto dei grandi danni che i siluro portavano alle altre specie ittiche.

Adesso non ci resta che sperare di limitare l’aumento della loro popolazione perché sarà molto difficile liberarci completamente di loro.

 

© copyright Alberto Pestelli 2014

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Fonti fotografica:

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Silurus glanis 02” di Dieter Florian (To contact the author, ask the uploader or take a look at tauchshop-florian.de.) – Bildspende von Dieter Florian. Con licenza CC-BY-SA-3.0-de tramite Wikimedia Commons.

 

Silure dans un filet” di EpopOpera propria. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

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Incontri, quarta puntata – Il bosco degli urogalli, ovvero Madre Coraggio.

Di Gianni Marucelli

800px-ValPejo_MonteViozMonte Vioz, Val di Pejo

Sì, lo so, sono i titoli di due opere di grandi scrittori, la prima di Rigoni Stern, la seconda, famosissima, di Brecht. Eppure servono a descrivere sinteticamente quel che vi racconterò in questo articolo, e quindi me ne avvalgo impunemente, sicuro che gli Autori, nel luogo dove si trovano, mi perdoneranno.

In Val di Pejo (Parco Nazionale dello Stelvio) vi ho già guidato nella seconda puntata; risaliamo ancora questa meravigliosa vallata alpina, dominata dalle vette del Monte Vioz e del Cevedale, fino a circa 1.800 metri di quota, dove le praterie d’altura prendono il posto, gradualmente, dei boschi di larici e di abeti rossi. L’ultimo albero a cedere alle esigenze dell’altitudine è, insieme al pino mugo, il pino cembro, che in genere si rinviene isolato, o a piccoli gruppi. Ma qui, in Val di Pejo, sopravvive (almeno spero, sono passati molti anni) uno splendido, intero bosco di queste conifere.

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Un evento raro, perché la riproduzione di questi alberi avviene non tramite l’azione del vento o degli insetti, ma grazie a un uccello, la Nocciolaia (molto simile alla più nota Ghiandaia) , che ne estrae e raccoglie i gustosissimi pinoli e li seppellisce nel terreno, quali dispense per i tempi duri, che arriveranno con l’inverno. Molti di questi depositi, però, vengono ignorati o dimenticati dalle loro proprietarie, così che i semi nascosti danno origine a nuove pianticelle.

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Insomma, il bosco dove vi sto conducendo è veramente particolare, ricchissimo di suggestione e di animali. I pini cembri sono alberi longevi, ed è probabile che molti di quelli sotto le cui chiome ci addentriamo, percorrendo uno stretto sentiero, siano secolari. Camminiamo in silenzio, ascoltando le voci dei piccoli volatili che qui trovano rifugio e ristoro, e cercando magari di individuarne qualcuno tra i rami. Immaginatevi però di sostare, con la strana sensazione di essere osservati da occhi attenti: li alzate e, proprio sopra di voi, posati sui rami più bassi di un cembro, scoprite tre pulcinotti con le pupille spalancate, che cercano disperatamente di non attirare l’attenzione. Sono ricoperti di piumaggio già formato, e fin qui devono essere svolazzati, perché non vi è traccia di nido: quindi, proprio neonati non sono. Siccome non siete predatori, li osservate con curiosità, stando ben fermi per non allarmarli ulteriormente: sono veramente teneri, così spaventati. Di dimensioni, sono un po’ più grandi dei pulcini di gallina… Cosa possono essere? E dove è la loro madre? Le domande ottengono subito una risposta: un frusciar di frasche, uno starnazzare sulla sinistra del sentiero, qualcosa di simile a una fagiana, ma un po’ più grande, che trascina penosamente un’ala semidistesa. “Oh, ma è ferita!” .

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Per fortuna, all’esclamazione soffocata risponde prontamente l’amico Guardiaparco, che anche stavolta è con noi. “No! Sta benissimo!”, sussurra, “Fa solo finta di esserlo, per attirarci e distogliere la nostra attenzione dai piccoli! E’ la tecnica dell’ ala spezzata, come la chiamano gli etologi… Se non avete ancora riconosciuto l’animale, si tratta di una femmina di Gallo cedrone, o Urogallo. E lo spettacolo al quale stiamo assistendo è abbastanza raro…”. In silenzio, fingendo indifferenza, ci allontaniamo da questa Madre Coraggio, che non può sapere che noi non costituiamo una minaccia, e mette a repentaglio la sua vita per salvare i suoi pulcini. “E il maschio?”, chiediamo poco dopo. “Ma, il maschio di Gallo cedrone è imponente e bellissimo, però non s’interessa della famiglia. I suoi doveri domestici si limitano alla riproduzione…”. “Come per molti maschietti della nostra specie…”, concludo. Il vento freddo che soffia dai ghiacciai ci ricorda che tra non molto verrà l’autunno. Spero che i piccoli riescano a sopravvivere e a divenire grandi e forti. La loro mamma se lo merita, davvero.

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© copyright Gianni Marucelli 2014

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Fonte delle fotografie:

Tetrao urogallus Richard Bartz” di Richard Bartz, Munich aka Makro FreakOpera propria. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

Cock of the Wood“. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons. “Auerhahn mg-k“. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Capercaillie Lomvi 2004“. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons. “ValPejo MonteVioz” di Original uploader was Giuliano Bernardi at it.wikipedia – Transferred from it.wikipedia; Transfer was stated to be made by User:Herzi Pinki.. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons –

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Sarà l’estate

Di Carmen Ferrari

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Sarà l’estate dai gelsomini stanchi, già fioriti nell’inverno e il geranio, con le sue ultime forze, sboccerà di petali rossi;

il basilico regalerà ancora odorose foglie per il pesto;

la terra arida disegnerà solchi geometrici

e la pioggia ci apparirà all’improvviso come benefattrice.

Noi uomini cammineremo per il mondo, ancora a cercare il mistero di una natura non addomesticata che ha sopito il suo grido, lontano;

silenziosa ci accompagna un’estate di sale, acqua salmastra, erbe odorose, fontanili e paludi.

Sarà l’estate e noi uomini saremo trasformati fino a non ricordare le parole della nostra memoria. Soli ci guarderemo in un continuo presente.

 

© copyright Carmen Ferrari 2014

 

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Fonte della fotografia:

 

Field Hamois Belgium Luc Viatour” di Luc Viatour – own work www.lucnix.beNikon case D50 optical Sigma 17-70mm F2,8-4,5 Macro. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

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LA VICENDA DELL’ORSA DANIZA: FEDERAZIONE NAZIONALE PRO NATURA CONTRO LA CATTURA

Di Gianni Marucelli

Sulla vicenda dell’orsa Daniza, “condannata” alla cattura e alla detenzione da parte delle autorità trentine, perché rea di aver reagito alla curiosità di un cercatore di funghi che, incautamente, si era troppo avvicinato ai suoi cuccioli, pubblichiamo una lettera della Federazione Nazionale Pro Natura, che interviene come di consueto con razionalità e precisione sull’argomento.

La Direzione di questa rivista esprime la propria adesione alla posizione espressa in questo documento.

Scaricate gratuitamente il documento riportato sotto il presente articolo.

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Incontri, terza puntata – La danza nuziale delle albanelle

Di Gianni Marucelli

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Era una limpida giornata di Giugno, tanti anni fa. La strada che, dalle pendici occidentali del Monte Amiata, si snoda tortuosa verso le basse colline della Maremma toscana, era in quel tratto fiancheggiata da alberi di ciliegio, i cui frutti già maturi invitavano chi la percorreva a sostare ogni tanto per un assaggio completamente gratuito. Fu così che mi fermai anch’io e, come il Caso volle, dopo due manciate di ciliege alzai il capo a contemplare la gariga e i campi di grano quasi maturo.

Nel mio campo visivo, contro il cielo azzurro, vidi sfrecciare due, poi tre, presenze alate, di un candore poco consueto. Oggi avrei pensato a dei gabbiani reali, ma allora, così lontano dal mare, erano assai poco diffusi. Per fortuna, il mio nascente interesse per l’ornitologia m’induceva a tenere sempre, nel cruscotto, un binocolo, piccolo ma potente. Ebbi così modo di esaminare con agio quegli strani volatili, che ora volteggiavano in aria quasi fossero i piloti di una pattuglia acrobatica.

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Notai subito che il corpo era affusolato, la coda lunga e stretta, le ali chiare terminavano in un piumaggio molto più scuro, quasi nero. Era la prima volta che le vedevo “dal vero”, ma non potevano esserci dubbi: erano Albanelle!

L’Albanella minore (Circus pygargus) è un rapace diurno che fa parte della stessa famiglia del falco di palude; abbastanza comune nell’Europa orientale e centrale, oltre che sulla penisola iberica, non è molto presente in Italia se non nelle zone che offrono il suo habitat preferito: praterie, brughiere, ampi campi coltivati. Si ciba in prevalenza d’insetti, piccoli roditori, rettili, uccelli di modeste dimensioni che preda quando sono posati al suolo. Ha le zampe più lunghe degli altri rapaci, il che le consente, volando molto bassa, di ghermire a terra le sue prede senza atterrare. Come si è visto, ha un piumaggio chiaro, ed anche questo facilita la sua tecnica di caccia: infatti, dal basso non è molto distinguibile sullo sfondo del cielo. Non è molto grande, comunque la sua apertura alare supera il metro.

Detto questo, però, non si spiegava lo strano comportamento che stavo vedendo: sembrava di assistere a un vero e proprio combattimento aereo, dove due dei protagonisti s’inseguivano, entravano a contatto con gli artigli, riprendevano la picchiata, mentre il terzo se ne stava a qualche distanza, come un arbitro dell’incontro. Che non durò poco: in effetti, ebbi il tempo di osservare con tutto comodo e di riprendere il viaggio, lasciando le albanelle alle loro evoluzioni. La spiegazione la trovai poi nei miei libri: avevo assistito a una vera e propria “danza nuziale” in cui il maschio e la femmina (di solito un po’ più scura) compiono questo rituale sorvolando il territorio dove hanno deciso di costruire il nido. E la terza albanella? Nessuno ha saputo spiegarmene l’atteggiamento. Penso si trattasse di un altro pretendente rimasto, purtroppo per lui, “a becco asciutto”.

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In quanto al nido, che accoglierà in media quattro o cinque uova, è situato al suolo ed è costituito da una semplice piattaforma di erba e stecchi secchi, circondata da una sorta di piccola “area di atterraggio” accuratamente calpestata. Dato che le zone di nidificazione tradizionali sono ormai da tempo divenute coltivazioni, le albanelle si trovano a dover metter su “casa” nei campi di cereali, proprio nel periodo dell’anno in cui questi stanno per venire falciati: nei paesi di progredita sensibilità ecologica, quando si individuano i nidi, i coltivatori lasciano intatta un’area di rispetto tutto intorno, in modo che i pulcini possano crescere e imparare a volare senza correre rischi. Purtroppo questo non sempre accade, con le conseguenze che tutti possono immaginare.

 

© copyright Gianni Marucelli 2014

 

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Fonti fotografiche:

Flickr – don macauley – Bird 015” di Donald MacauleyFlickr: IMG_9250. Con licenza CC BY-SA 2.0 tramite Wikimedia Commons.

Male monty01” di Paul Adlam – Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

FemaleMonty01” di Raoulduke47Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

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Ieri, oggi, domani…

Una poesia di Alberto Pestelli

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Non le sentite?

Tendete i vostri sensi

come corde di infiniti archi:

Nel silenzio le urla delle macerie

vibreranno come uragani

nel mare del nostro inverno.

 

Ascoltatele!

Vengono dal nostro ieri.

Non sono qui per farvi del male.

Vi mostreranno gli inganni,

offrendo i loro ricordi,

degli effimeri buoni propositi,

della bonaria grandezza

di chi teneva un’arma in mano!

 

Voci, urla, preghiere!

Oggi come ieri…

Non temetele!

Parlano di spighe di grano

per nutrire l’incessante fame

di chi libertà non possiede,

di chi vorrebbe aprire un libro

fatto di orizzonti certi

per far divenire brutti sogni

incertezze e stenti passati.

 

Guardatele…

Cercate tutte le ragioni

Nel mezzo di una piazza.

Giratevi intorno per comprendere

chi merita ascolto,

chi il diniego,

chi un sorriso,

chi uno sguardo di rabbia

chi l’astio

e chi l’amore

chi la tempesta

e a chi un arcobaleno!

 

Siate un pilone di questo Ponte

per sorreggere il futuro

che vi guarderà dal basso…

 

Voi, presente, ricordando ieri,

insegnate al domani

che un elmetto e un pugnale

non sono un porto sicuro

che conduce alla speranza.

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© copyright Alberto Pestelli 19 agosto 2014

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Le immagini: La Ragazza cieca, dipinto ad olio (1856) di John Everett Millais.

L’urlo di Edvard Munch

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Foto dal Garda

Di Alberto Pestelli

Un’immagine di un germano in fase di “ammaraggio” catturata con la mia vecchia Nikon D3000 – Teleob. 70-300 Sigma.

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Foto dal Garda di Alberto Pestelli è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso www.spezialefiesolano.it.

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Come a casa

di Anna Conte

Ci sono giorni in cui mi sento stremata, corro (si fa per dire…) per cercare di portare avanti mille impegni e lo faccio con estremo piacere pensando che la sera avrò la giusta ricompensa.

Immagino la mia casetta calda ad attendermi (eh sì perché anche adesso che è estate fa freddo) e i miei figli seduti accanto a me sul morbido divano che mi abbracciano e mi fanno mille coccole. Vedo Artù, il nostro cagnolino, che, non so come faccia, comincia ad abbaiare e avverte che sto arrivando prima che varchi la soglia di casa.

Apro la porta e mi viene incontro felice, scodinzolando e facendomi mille feste…

È a tutti nota la fedeltà e l’amore che i cani hanno per il loro padrone ma Arturino a volte fa il ruffiano per farsi perdonare qualche marachella che in nostra assenza combina. Il suo passatempo preferito è mangiare le copertine dei libri, limarsi i denti sui gradini di legno della scala che conduce alla zona notte, oppure rosicchiare la corda del tavolo africano a cui tengo tantissimo…

Ma di fronte all’amore che ci offre tutto gli viene perdonato!!

Ho portato questo esempio per spiegare la sensazione di piacevole benessere che ho provato appena sono entrata a far parte della redazione de “L’Italia, l’Uomo e l’Ambiente”…

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Come tutti gli incontri speciali anche questo è avvenuto per caso…

Un giorno un mio carissimo amico, leggendo alcuni pensieri che di tanto in tanto scrivo, mi chiese, se mi avrebbe fatto piacere collaborare ad una rivista, e mi diede un indirizzo di posta elettronica a cui fare riferimento qualora accettassi.

Inizialmente ero titubante perché non mi sentivo all’altezza di tale compito, ma poi pensai:” male che vada avrò fatto un’esperienza.”

Devo dire che dal momento che ho avuto modo di confrontarmi con alcuni dei collaboratori della redazione ho avuto la stessa sensazione di benevola accoglienza e calore domestico di quando arrivi a casa.

Con alcuni di loro non ho avuto ancora il piacere di confrontarmi, altri li ho conosciuti attraverso qualche scambio su facebook e soprattutto leggendo ciò che scrivono.

Il direttore Gianni Marucelli è una persona colta, saggia e intelligente. La sua grande preparazione gli consente di esprimere concetti profondi con estrema semplicità…

È molto generoso e disponibile, come ogni grande capo coordina concedendo estrema fiducia ai suoi collaboratori.

Ho avuto l’onore di conoscere Maria Iorillo, personalmente, anche se per pochi attimi, durante la presentazione del mio libro, a Roma, l’otto luglio. È bastato poco per capire la donna che avevo di fronte. Ha un bellissimo volto, un sorriso dolce e rassicurante. I suoi occhi neri esprimono bontà, sensibilità e tanto amore. Ho sempre avuto la presunzione di capire le persone guardandole negli occhi, e nei suoi ho intravisto una profondità d’animo, un cuore grande, che contiene tanto amore…

Nei suoi articoli i fatti s’intrecciano con il tessuto emozionale della sua vita e leggerli è sempre estremamente piacevole. Riesce a cogliere e a riferire con grande maestria la vera essenza delle cose.

Iole Troccoli è una donna di grande sensibilità ed esprime la sua creatività nella comunicazione di emozioni. Attraverso la poesia esprime autenticità e una grande profondità d’animo. Non si può mentire attraverso la poesia! Le parole le sgorgano direttamente dal cuore, come da una sorgente di acqua limpida e fresca dalla quale ci possiamo dissetare e attingere per rigenerare il corpo e la mente. La sua la definirei una complessa sensibilità spirituale. Anche lei è sempre dolce, attenta e premurosa.

A volte per sconfiggere la spossatezza che mi perseguita, vado in cucina e mi faccio dei grossi frullati di frutta con il miele e il latte. Insomma un concentrato iperglicemico di bontà.

Ecco questa è la definizione giusta per Alberto Pestelli… un concentrato di cose buone!

È la persona più dolce, buona, delicata, sensibile, profonda e così via dicendo. È di una disponibilità senza pari. Lo puoi affliggere in mille modi con le più disparate richieste e lui non si nega mai, si attiva velocemente, mettendo magari da parte le sue cose per soddisfare le tue esigenze che magari sono meno importanti. Per non parlare della grande bravura e professionalità che lo contraddistinguono!

Carmelo Colelli è un amico che ho conosciuto attraverso facebook un po’ di tempo fa. Mi ha colpito subito per le sue profonde riflessioni, il grande spirito di osservazione, l’amore per la sua terra, la capacità di condividere con gli altri ogni più piccola emozione. Il suo modo di raccontare è coinvolgente perché ha la capacità di trasformare ogni frammento di vita e emozione in un racconto meraviglioso.

Massimilla Manetti Ricci èuna scrittrice molto brava e profonda, però con lei non ho avuto ancora l’onore di confrontarmi.

Gli altri colleghi della redazione ancora non li conosco, ma sono convinta che sono altrettanto speciali .

Con loro mi sento a casa.

In questo momento particolare della mia vita li sento molto vicini. Gioiscono insieme a me come fanno i veri amici e mi dimostrano costantemente il loro affetto attraverso le parole e le approvazioni espresse , soprattutto, nelle recensioni al mio libro. È da poco che li ho incontrati ma ho la sensazione di conoscerli da sempre.

La loro amicizia è un grande dono!…

Ecco che la vita, ancora una volta mi da un’importante lezione!…

Le persone grandi sono quelle che dotati di grande spessore, capacità e ricchezza d’animo, non hanno bisogno di ostentarle e la loro umiltà è tale da farti sentire sempre all’altezza della situazione, una loro pari… anche se non lo sei!

Citando Johann Winckelmann:

“L’umiltà e la semplicità sono le due vere sorgenti della bellezza”…

© copyright Anna Conte 2014

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Un giorno a La Scarzuola, in Umbria

Di Paola Capitani

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La magia accoglie appena si entra nel prato con le stazioni della via crucis e si vede la chiesa con il porticato. I due cani e Marco ci accolgono sul cancello e ci conducono per mano e con emozioni crescenti nella vita della Scarzuolanota 1 e del suo magnifico architetto, laureato a 23 anni e attivo già a 27.

Questa la dice lunga sulle date anagrafiche dei nostri laureati…

La visita inizia con la spiegazione del significato della Scarzuola ovvero la Scarza erba che si trova in copia e che con la quale San Francesco costruì il primo riparo.

Quindi le amenità e le curiosità del Giullare di Dio che trova la sua sede in questo posto magico dove oltre la chiesa si procede in un fresco bosco che ci riserva emozioni a non finire.

Marconota 2 ci stupisce in continuazione con aneddoti, curiosità, riflessioni e fra tutte quella che mi ha colpito per la sua banale e profonda verità.

Le domande che ci pone a noi signore… “perché aspettiamo dall’uomo il riconoscimento e l’approvazione quando noi l’abbiamo generato ed è uscito da noi… parte del nostro corpo e della nostra anima… e quindi ecco perché l’uomo non cresce… e cerca sempre nella donna la mamma che lo nutre per sempre…

Una rivelazione come quella sulla nostra dualità e sul conflitto per cercare noi stessi e, come direbbe Nietsche, “difficile essere quello che si è”.

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Il luogo è indescrivibile, al di sopra e oltre l’immaginario e la campagna che lo circonda unica nel suo genere, con i cipressi, le pecore al pascolo e l’acqua che regna in ogni angolo a indicare la via… la simbologia continua, le forme conturbanti che ci riportano all’energia e al Chakra, al campo magnetico e a tutto quello che circonda il nostro essere e che noi spesso ignoriamo e trascuriamo.

Grazie a Barbara Santoro per averci portato in questo luogo magico, dove un successivo viaggio potrà aiutare ad approfondire conoscenze e origini, storie e curiosità.

E grazie a Marco il padrone di casa che ha aneddoti e perle di saggezze miste a una facile chiacchiera che intriga e ammalia.

© copyright 2014 paola.capitani@gmail.com

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 Note (fonte: Wikipedia)

  1. La Scarzuola è una località nei pressi di Montegiove, una frazione di Montegabbione in provincia di Terni. Secondo la tradizione locale San Francesco avrebbe soggiornato nell’antico convento. La località è famosa per la “Città-teatro” che fu costruita, seguendo il sogno di realizzare una città ideale, dall’architetto Tommaso Buzzi nel XX secolo.
  2. Marco Solari, l’erede del Buzzi, terminò l’opera della Città-Teatro che era rimasta incompiuta con la scomparsa del celebre architetto milanese nel 1981. La completa realizzazione del sogno del Buzzi fu possibile grazie ai suoi stessi “schizzi” che lasciò a Marco Solari.

Fotografie

  1. “MontegabbioneMontegioveLaScarzuola” di Foto: LigaDue / Creator/Artist: Tomaso Buzzi – Foto: LigaDue / Creator/Artist: Tomaso Buzzi. Con licenza Creative Commons Attribution 3.0 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:MontegabbioneMontegioveLaScarzuola.JPG#mediaviewer/File:MontegabbioneMontegioveLaScarzuola.JPG
  2. “Scarzuola interno01” di Binomio77 – Opera propria. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Scarzuola_interno01.JPG#mediaviewer/File:Scarzuola_interno01.JPG
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Incontri – Seconda puntata: Il Giorno dell’Ermellino

Di Gianni Marucelli

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Ai più, la parola “ermellino” evoca manti regali o arcivescovili, dove il bianco contrasta con la porpora del sommo potere…o, al massimo, il celebre dipinto di Leonardo da Vinci, “la Dama con l’ermellino”, in cui Cecilia Gallerani, giovane amante di Ludovico il Moro è raffigurata con, in braccio, un bellissimo e domestico esemplare di questo piccolo predatore. Il quale, come tutti i cacciatori della sua famiglia (i Mustelidi: faina, donnola, martora ecc.) ha sensi acutissimi, una mandibola molto sviluppata e dotata di denti forti e acuminati, un corpo sottile che gli consente di introdursi nelle tane delle sue prede, un’ottima visione notturna e… una ferocia che contrasta sol suo aspetto gentile. Chissà poi quanti sanno che la pelliccia dell’Ermellino è bianca, con la punta della coda nera, solo in inverno, per mimetizzarsi con l’ambiente innevato, mentre negli altri periodi dell’anno si converte gradualmente in un marrone piuttosto chiaro, pur mantenendo candidi la pettorina e il sottopancia. Va da sé che, per le dimensioni simili e il colore quasi identico, nelle stagioni calde la donnola e l’ermellino sono praticamente indistinguibili all’occhio del profano, non fosse per un piccolo particolare cui già abbiamo accennato: il ciuffo nero della punta della coda, che è presente solo nel secondo.

I due, poi, frequentano ambienti che coincidono solo parzialmente, perché l’Ermellino si trova a suo agio solo in montagna, mentre la Donnola è molto più adattabile, e spesso la si può incontrare nelle campagne e nei boschi “caldi”. Concludo questa premessa con una deduzione che ognuno può fare: se è già abbastanza difficile individuare una donnola, per le ridotte dimensioni e per le abitudini prevalentemente notturne, figuratevi quanto più raro sarà imbattersi in un ermellino!

Eppure, il Caso ha voluto che a me capitasse, in una lontana estate anni ’80, durante un’escursione nel Parco Nazionale dello Stelvio.

Eravamo sul versante trentino del Parco, ed esattamente nella bellissima Val di Pejo, dominata dalle vette perennemente innevate del Monte Vioz e del Cevedale. La Val di Pejo si suddivide in due valli più anguste, la Val del Monte, verso Ovest, e la Val de La Mare verso nord-est. Una strada carrozzabile percorre quest’ultima, salendo fino ai 2000 metri di Malga Mare dove, allora come adesso, si lascia la macchina e si inizia la salita verso il Rifugio Larcher e , quindi, verso i laghetti alpini d’origine glaciale, dai quali la vista spazia sullo stupendo panorama dei ghiacciai del gruppo Ortles-Cevedale. Fu presso uno di questi, credo il Lago delle Marmotte, che sostammo per un breve ristoro. Non so chi di noi fu ad intravedere una piccola sagoma scura fare capolino dalle rocce dell’altra sponda, non più di 30-40 metri in linea d’aria. Comunque, gli altri, me compreso, furono avvertiti con un cenno perentorio di far silenzio e misero mano ai propri binocoli, inquadrando una sottile figura dal manto marrone scuro, che ci osservava attentamente. “È una donnola!”, sussurrò qualcuno, ma il nostro capo comitiva, che di mestiere faceva il Guardiaparco, lo contraddisse: “Non credo. Guardate, si muove!”. L’animaletto uscì allo scoperto, muovendosi parallelamente a noi, e allontanandosi rapido tra i massi. “Avete notato la punta della coda? È nera. Quello è un ermellino, non una donnola!” Stupore. “Ma non è bianco?”

Veasel“Solo in inverno. Una forma di mimetismo… ora se l’è squagliata…” Ma no! Vedete sulla nostra sinistra? Sta tornando!” Effettivamente, la creatura si era di nuovo avvicinata… e più di prima! Ebbi la prontezza (ero giovane, allora) di afferrare il teleobiettivo e di inserirlo nel corpo macchina della mia Canon, scattando due o tre foto prima che l’ermellino, forse sospettando qualche scherzo di cattivo gusto, si ponesse al riparo. Ma, nonostante tutto, e con sorpresa anche dell’amico Guardia, di tanto in tanto il suo musetto faceva capolino. “Ma come, non scappa’?” . “Bah, togliamo noi il disturbo, abbiamo ancora da salire parecchio!” Quando ci fummo allontanati di una ventina di metri, mi voltai. Il lago rispecchiava perfettamente le cime innevate del Cevedale, creando una immagine doppia di rara suggestione.

Mustela.ermineaE l’ermellino era ancora là, accucciato su un masso, a sorvegliarci. D’improvviso si fece luce nella mia mente. “Il suo nido! Fa la guardia ai suoi cuccioli!” Il Guardiaparco mi guardò, annuendo. “Bravo! Hai ragione. Non ci può essere un altro motivo. A questa altitudine devono essere nati da poco. Fino a quattro settimane prendono il latte dalla madre. In genere non sono più di cinque, se la stagione è favorevole, però, la cucciolata può arrivare anche a una decina… Ma non tutti, in quel caso, sopravvivono. Tenete conto che, quando nascono, sono privo di pelliccia. Volete saperne una carina? Nell’ermellino, come negli altri animali simili, come appunto le donnole, si ha la gestazione differita… vuol dire che si accoppiano anche molto prima della primavera, quando sono maturi sessualmente, e gli ovuli si impiantano sulle pareti dell’utero, ma l’embrione comincia a svilupparsi anche parecchio tempo dopo, quando le condizioni sono più favorevoli per i piccoli. Furba la natura, vero?”

Eh, sì, vorrei rispondergli ora. Siamo noi umani a non essere affatto furbi. E non abbiamo certo il gran cuore di una mamma ermellino…

© copyright Gianni Marucelli 2014

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Fotografie

  1. Dama con l’ermellino – Leonardo da Vinci – Pubblico dominio.
  2. Ermellino con il mantello invernale bianco – Pubblico dominio.
  3. Ermellino con il mantello estivo – “Mustela.erminea” di James Lindsey – http://popgen.unimaas.nl/~jlindsey/commanster.html. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mustela.erminea.jpg#mediaviewer/File:Mustela.erminea.jpg
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