UN SOTTOBOSCO DI PAROLE E IMMAGINI

Riportiamo un Evento segnalato dal nostro amico Fabrizio Mugnaini di Libri Libretti

UN SOTTOBOSCO DI PAROLE E IMMAGINI: LE EDIZIONI LUNA E GUFO Biblioteca del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica Via Zamboni, 32 Bologna – lunedì-venerdì ore 9.00-18.30 sabato 20 settembre apertura straordinaria ore 9.00-13.00 La mostra espone l’intera produzione di Fabrizio Mugnaini, celebre per i suoi preziosissimi libretti, spesso di testi inediti, in cui parole e segni si coniugano in notevoli espressioni artistiche. Mugnaini richiede un pezzo inedito ad un narratore e lo passa ad un artista per un’inedita lastra. I due viandanti solitari si tengono così per mano in questi libricini marcati Luna e Gufo, come fratelli di uno stesso sentire pellegrino. Mostra a cura di Federica Rossi, Barbara Sghiavetta, Maria Gioia Tavoni Promossa da Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica – Università di Bologna Per info e prenotazioni: federica.rossi@unibo.it Inaugurazione: giovedì 18 settembre ore 18.00

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Principina a Mare: la pineta in agonia

di Massimilla Manetti Ricci

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Alla fine sono arrivati.

 

Sono arrivati con i loro caschetti gialli, con le motoseghe e gli scavatori, con il nastro rosso e bianco che marchia e seleziona   il condannato da chi, per il momento, si è salvato.

Sono arrivati la mattina presto, quasi di soppiatto, per completare un lavoro necessario, ma infame, perché dovuto all’incuria e alla trascuratezza dell’uomo.

E stanno lì, pericolanti in balia dell’umore del vento, lì, ad attendere la fine scheletriti sui loro rami secchi, ricurvi su se stessi e dai quali pendono, impietrite, le pigne ormai sterili senza pinoli ; sono lì i pini di Principina a mare, a 12 km da Grosseto in fila ad aspettate la morte annunciata, per una malattia epidemica che li sta sterminando.

Matsucoccus feytaudi, si chiama la cocciniglia distruttrice ed è qui arrivata circa 5 anni fa, un tempo lungo durante il quale l’amministrazione comunale di Grosseto avrebbe dovuto prendere decisioni più tempestive vigilando e monitorando la situazione nella sua evoluzione .

Così non è stato ed ora l’abbattimento delle piante è inesorabile e devastante in una località, porta naturale di accesso al Parco , con l’Uccellina che sorveglia la costa regalando al turista il fascino selvaggio della vera Maremma.

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Ma agli occhi di noi ,affezionati frequentatori del posto, questo taglio macroscopico sembra non selettivo, non mirato solo alle piante malate, ci sembra qualcosa in più, ci pare che molte siano sane e che intere e vaste aree boschive siano state azzerate col sospetto dello scopo di costruzioni edilizie e dal fatto che le ditte appaltate ricavano pelletts da vendere, dunque più tagliano più il materiale è assicurato.

In realtà sarebbe previsto il rimboschimento ma per questo dovremo pazientemente attendere l’evolversi della situazione e le decisioni del Comune.

La bella signora secolare che ha salvato dalle paludi una zona malsana dall’inequivocabile  appellattivo di maremma amara sta morendo per trascuratezza umana e al suo capezzale le cicale, tutte intorno , friniscono in un canto sospeso, in un onda sonora di rabbia e desolazione imprigionata fra i denti metallici delle motoseghe.

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La segatura color nocciola che si forma dopo lo squarcio sembra sangue zampillante da ferite non chieste e da una fine non voluta, così come la resina tradisce un pianto di dolore non salvifico.

Cadono i rami, piangono dall’ombrello gli aghi , si staccano le pigne e tutti precipitano in un tonfo sordo senza ritorno e si ammucchiano già morenti ai bordi delle strade.

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Lì ad attenderli camion rugginosi e vecchi all’interno dei quali giacciono simili ai morti di peste manzoniana; è quel che resta della leggiadria snella dei protagonisti della costa marittima toscana.

Sul tramonto grigio di un ‘estate balorda in tutti i sensi, con i gabbiani a pelo d’acqua e dal volo basso sulla spiaggia, sui lembi degli ombrelloni, sui lettini e sulle sdraio dove la salsedine abbandona e gocciola il suo sudore marino, sulla luna che non si nasconde più tra gli aghi di pino, velando la notte di raggi di luce intermittente, sulla risacca del mare ,su tutto questo si alza la voce della pineta, una voce non implorante, ma anzi un grido di subbuglio nella profondità dei cespugli della macchia mediterranea che urla le sue ferite contro la mancata manutenzione.

Lassù, in cima alla duna, un pino sguaina i suoi rami sfidando l’uomo, si staglia verso l’alto, si piega , ma non si spezza.

© copyright Massimilla Manetti Ricci 2014

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La storia di Anna in un libro che sta emozionando il Paese

di Carmelo Colelli

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Anna non si racconta, Anna si fa teneramente amare dal lettore, non si impone, non usa un linguaggio aulico, sussurra piano la sua vita, ti rende partecipe.
In alcuni punti ci si sente così presente, che ci sembra di camminare con lei, di sentire e vedere le cose che lei sente e vede, sembra di sentire anche la sua voce, che esalta ed apprezza le bellezze del creato.
Lei parla del suo viaggio, delle strade percorse e quelle da percorrere.
Durante il percorso Anna si è trovata anche da sola ed in zone aride e deserte, ma c’è stato sempre un incontro non previsto, inaspettato, che ha generato sempre un cambiamento.
Anna ha camminato, il viaggio le ha permesso conoscenza ed incontri, da questi incontri, sono sempre esplosi colori e suoni, con tutte le loro sfumature, a volte è stato difficile apprezzarle tutte, ma ci sono state.
Il colloquio con l’altro, l’altro appena incontrato, ha prodotto sempre una dolce musica che si è diffusa nella vita di Anna, a volte la percepisce anche il lettore.
Ogni incontro una forza nuova, Anna le ha utilizzate tutte, ne ha creato una risultante, le ha dato il verso e la giusta direzione, quella dell’Amore.
“L’amore spunta tutte le armi, accorcia tutte le distanze, crea un linguaggio proprio che permette di comunicare anche con chi parla altre lingue, accetta le diversità e le disuguaglianze.
Chi ama non sarà mai capace di fare del male alle persone che ama.”
Anna vive l’Amore in questa dimensione, per Anna l’Amore non è da dare o da prendere, ma sa che è Lui che ci prende, stravolge il nostro quotidiano, ci trasforma, da questo momento in poi non è facile redigere il quaderno della partita doppia del dare e avere.

foto 2Anna si è resa disponibile all’amore, a sentirlo e vederlo in tutte le forme in cui egli si è espresso e si è manifestato.
Anna ama e desidera essere amata, cammina va avanti, inciampa ma cammina, ama la vita in tutte le sue forme.
Il suo modo di amare ed il suo desiderio di essere amata lo porge come canto leggero, come alito di vento, come profumo che si diffonde nell’aria.
Una compagna di viaggio è stata la sua malattia, di questa Anna ne parla con tranquillità, con dolcezza, con ironia, anche del dolore o dei dolori vissuti parla con amore, offrendo al lettore la parte più intima di sé e della sua vita.
Viene da pensare che l’elegante Anna, ad un certo punto, abbia fatto questo discorso alla sua malattia: “Senti! Noi due dobbiamo vivere in questo mio corpo, ma sappi che io c’ero prima di te con il mio amore ed i miei sentimenti, allora non diamoci tanto fastidio, condividiamo tutto e andiamo avanti!”
Cosa resta dopo l’ultima parola letta, resta una amica, che ha trasformato anche la nostra vita, la leggiadria con cui ci ha parlato d’amore, di felicità, di amicizia, di rapporti familiari, di disagi e sofferenze, non possono rimanere parole di un libro, sono emozioni che entrano in ognuno di noi e ne generano delle nuove.
Le parole del libro di Anna sono come le gocce dell’acqua di una cascata, fresche, trasparenti, basta un piccolo raggio di sole per colorarle di mille colori.
Grazie Anna.

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Chi è Anna?
Anna Conte è una elegante donna, nata 49 anni fa a Latronico, un bel paesino in provincia di Potenza, dove esercita la libera professione di architetto.
Una donna coraggiosa e fragile, che durante la sua vita incontra una compagna di vita un pò particolare, la “Sclerodermia o sclerosi sistemica progressiva (SSP)”, questa compagna la rende più sensibile e in grado di apprezzare maggiormente tutte le bellezze del creato e riuscire a coglierne tutti i suoi colori e le infinite sfumature.
Una donna, che malgrado le difficoltà, lotta come ha sempre fatto, perchè la vita è bella e va vissuta pienamente, lotta anche per proteggere la vita degli altri, perchè fermamente convinta che questo è il dovere di ogni essere umano.
Anna, ad un certo punto, sente il bisogno di esternare le proprie emozioni, decide di raccontare, alla figlia, la sua vita, gli avvenimenti dolorosi e non che l’hanno caratterizzata.
Al racconto viene dato il titolo: “Tacco 12. In bilico sulla vita” Ed. Progedit Bari. (Pagg. 92 € 16,00)

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Come per una fotografia

Una poesia di Iole Troccoli

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Non avere di che scrivere
sentire solo il vento che si stana
e gorgoglia, libero, tra le inferriate verdi.

Non avere di che scrivere, riandare ai vecchi libri
la copertina strappata dall’immensa scavatura
delle dita

riandare ai tempi sommersi proprio da quei libri
tentare un nuovo approdo, nuovi occhi
la legatura magnifica che ancora tiene.

Non avere di che scrivere
guardarti, madre, che in mezzo agli alberi
ti siedi
e sei azzurra come il mare che ti vedi dentro
e mi respiri al cespuglio dell’alloro
e mi sorridi
pensando alla finestra su quell’acqua.

Non avere di che scrivere
gioiosamente, tenere in vita anche un ricordo solo
girare il viso, di colpo, come per una fotografia

domani, forse.

© copyright Iole Troccoli, 25 luglio 2014

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Uno scrigno d’arte all’Eremo di Camaldoli

Di Alberto Pestelli

Immagine 030A circa 1100 metri sul livello del mare e completamente immerso nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, sin dai primi anni dell’XI secolo, si trova l’Eremo di Camaldoli.

Fondato da San Romualdo attorno al 1023, è la casa madre della Congregazione benedettina dell’ordine camaldolese.

Quel lontano giorno Romualdo fu certamente ispirato da Qualcuno quando scelse il luogo per fondare l’eremo, perché la foresta, ogni essere che vi si nasconde, ogni pietra, ogni singolo segno dell’uomo, donano al visitatore, credente o no, un grande senso di pace e di grandiosità e, a me, tanto stupore per aver trovato uno scrigno ricolmo d’arte.

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Questa mia ennesima visita – sì, perché molte altre volte mi sono arrampicato fin quassù – all’Eremo di Calmaldoli è nata dalla volontà di riempirmi gli occhi di colori e immagini degli affreschi e delle tele che la chiesa dedicata a San Salvatore Trasfigurato offre ai suoi visitatori. Quindi non sono andato, come è successo altre volte, alla ricerca dei naturalissimi prodotti dell’Antica Farmacia di Camaldoli, ma alla scoperta del suo grande patrimonio artistico.

La chiesa è situata al centro dell’eremo esattamente sul punto dove era l’antico oratorio fondato da San Romualdo andato in rovina con il tempo. Nel XIII secolo fu costruito il tempio. Nel 1220, al termine della sua edificazione, fu consacrata dal cardinale Conte Ugolino di Segni che qualche tempo più tardi divenne papa Gregorio IX.

San Salvatore Trasfigurato fu più volte restaurata. Già trent’anni dopo la consacrazione necessitò dell’opera di ristrutturazione. L’ultimo intervento umano sembra che sia stato eseguito tra il 1575 e il 1669 donandole un certo gusto barocco, mentre la facciata che vediamo oggigiorno fu costruita davanti alla precedente tra il 1713 e il 1714. Come visibile in parte nella fotografia della facciata, ci sono delle nicchie sono presenti le statue di Cristo, San Romualdo e di San Benedetto.

Ma varchiamo la porta d’ingresso.

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La prima parte del tempio che incontriamo è l’atrio dove sulla porta d’accesso alla chiesa c’è un bassorilievo di Tommaso Flamberti che raffigura una Madonna col Bambino.

Oltre l’atrio troviamo il transetto. Che cos’è? Senza andar nel complicato, questa struttura architettonica è semplicemente una navata trasversale che viene costruita oltre la porta d’ingresso di un atrio.

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Subito rimango colpito dalla bellezza delle opere d’arte. La volta è stata decorata con preziosi stucchi nel 1669 secondo lo stile barocco e alla destra della porta d’ingresso alla chiesa è presente una tela, attribuita a Giovan Battista Naldini, che rappresenta la Madonna con il Bambino circondata da San Benedetto, San Gerolamo, San Romualdo e Santa Lucia.

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Sulla parte di sinistra c’è un’altra tela su un altare. È un’opera più recente. Il quadro è stato dipinto nel 1856 da un artista di Montepulciano, Candido Sorbini e rappresenta l’Immacolata Concezione.

Ma non è finita qui. Nel transetto c’è un affresco del XVII secolo dipinto da Giovanni Drago ed è intitolato la Visione di San Romualdo. E poco discoste altre tele abbelliscono e impreziosiscono la struttura; sono i quattro Padri della Chiesa: San Gregorio Magno, Sant’Ambrogio, San Gerolamo e Sant’Agostino. Tutte opere del Passignano.

Del XVII secolo sono le decorazioni dorate dell’abside. Gli affreschi presenti nel catino absidale sono stati realizzati nel secolo scorso dal pittore Ezio Giovannozzi (1937) e rappresentano il Santo Salvatore Trasfigurato. Al centro dell’Abside c’è una pala di scuola toscana (1593): Cristo crocefisso adorato da San Pietro, San Paolo, San Romualdo e San Francesco. Ai suoi lati due tabernacoli opera di Gino da Settignano (a sinistra) e Tommaso Flamberti (a destra).

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Nella Cappella dedicata a Sant’Antonio Abate è conservata una preziosa “chicca” artistica del XV secolo. Si tratta di un altorilievo in ceramica invetriata opera di Andrea della Robbia. Raffigura la Vergine e il Bambino con i Santi.

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Parlare di tutte le opere esposte nella chiesa dell’Eremo di Camaldoli è possibile ma risulterebbe un articolo che va ben oltre le semplice due paginette. Non basterebbe un libretto di una ventina di pagine…

Diciamo che questo scritto può rappresentare come un celato invito a recarvi all’antico Eremo di Camaldoli. Vedere coi propri occhi questi capolavori, vi assicuro, è molto più soddisfacente che ammirarli tramite una semplice fotografia.

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Vale la pena fare un bel viaggetto e rimanere qualche giorno in Casentino. Questa leggiadra terra di Toscana, oltre alla spiritualità, offre tante altre cose preziose: i profumi della foresta incontaminata, i sapori della cucina tradizionale, la natura, una fauna ricca e varia e, soprattutto… un grande senso di libertà.

© copyright Alberto Pestelli 2014

 

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Fotografie di Alberto Pestelli tranne:

Camaldoli chiesa dell’eremo” di Francesco Gasparetti from Senigallia, Italy – Camaldoli: chiesa dell’eremo. Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons.

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Incontri, prima puntata – Il Lupo

di Gianni Marucelli

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La vita di coloro che amano la natura e la guardano con occhio attento è forse più varia e soddisfacente di quella dei comuni mortali, purché gli occhi non si soffermino soltanto a soppesare i disastri, piccoli e grandi, che l’uomo provoca nell’ambiente.

Chi scrive è sempre stato fortemente attratto, più che dai bei paesaggi marini o montani, o dal fascino cromatico dei fiori, o dalla vetustà di certi alberi patriarcali, dagli animali piccoli e grandi e dal loro comportamento.

Certo, è esperienza sempre divertente e appagante osservare un cucciolo di cane o di gatto intento al gioco, o l’imbarazzo di una gallina che, uscita dal pollaio, cerca invano di rientrarvi dopo la chiusura, o i segnali che la mucca anziana lancia alle sue compagne quando è ora di tornare alla stalla, al termine di una lunga e serena giornata estiva nei pascoli di una malga.

Però, la mia vera passione sono gli incontri con gli animali selvatici, specie con i più rari, non tanto perché essi siano veramente poco presenti, quanto perché, in genere, evitano accuratamente, e a ragione, di incrociare i loro passi (o i loro voli) con gli itinerari percorsi dagli umani.

Più che la conoscenza dei luoghi e dei comportamenti, è il Caso che, in questo campo, comanda.

Il Lupo

 

Ad esempio, io sono stato sempre sensibile al fascino del Lupo ma, pur frequentando esimi esperti in materia e battendo sentieri in zone dove questo predatore è presente, non ne avevo mai intravisto nemmeno la punta della coda, né sentito il caratteristico ululato; solo incontrato qualche “fatta” e qualche orma impressa nel fango o nella prima neve.

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Una notte d’inverno, pochi anni or sono, tornando a casa a tarda ora da un impegno in città, a tutto pensavo meno che ai lupi. Seguivo la strada provinciale che costeggia, a qualche decina di metri, il Lago di Castelnuovo, in realtà un enorme imbuto scavato dall’uomo per sottrarre la lignite, poi divenuto, con la chiusura delle miniere, un invaso artificiale. Nella gariga e nel bosco di roverelle che sale verso la collina trovano un loro habitat quasi ideale, vista la presenza dell’acqua, cinghiali e caprioli. In realtà, quella sera, nemmeno a queste specie andava il mio pensiero, ma al letto caldo che mi attendeva. I fari inquadravano l’erba brinata ai lati della carreggiata e qualche chiazza di neve non più immacolata, residuo di una recente precipitazione. Quand’ecco, una sagoma sbuca dai cespugli, trotterellando verso il centro della strada. Stupido cane – penso effettuando una rapida frenata – è questa l’ora di andarsene in giro al fr….- In quel momento lo “stupido cane” si immobilizza e rivolge lo sguardo verso di me, tenendo la lingua penzoloni. Il muso è quasi triangolare, la fronte più ampia di quella di un pastore tedesco, gli occhi, stretti e obliqui, mi guardano con una consapevolezza e una profondità che mai quelli di un cane hanno posseduto.

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Ci fissiamo. Io di là dal parabrezza, incredulo, a bocca semiaperta, lui a una decina di metri, per niente allarmato, quasi divertito. Ciao lupo! Gli dico col pensiero. Ciao stupido umano! suppongo mi abbia risposto prima di attraversare l’altra corsia e penetrare nell’oscurità della gariga, dove forse lo aspetta la cena.

© copyright Gianni Marucelli 2014

 

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Fonte delle fotografie

 

Lupo appenninico 3“. Con licenza CC BY-SA 2.5 tramite Wikimedia Commons.

 

Canis lupus Parc des Loups 003” di Jairo S. Feris Delgado (ia:User:Jasef) – Interlingua wikipedia. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

 

Howlsnow” di Retron – self-made now. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

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Anna Conte, donna eroica dell’anno, e il suo libro “Tacco 12. In bilico sulla vita”.

di Maria Iorillo

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Ho incontrato Anna Conte lo scorso 8 luglio alla presentazione del suo libro durante l’evento dedicato alla sclerodermia e alle malattie rare tenutosi nella sala conferenze della sede di rappresentanza del Parlamento europeo e della Commissione europea a Roma. Bellissima ed elegante, con il suo tacco vertiginoso, e negli occhi lo stupore per ciò che le accadeva intorno, Anna mi ha colpito per la spontaneità e la simpatia. Mi hanno emozionato il suo intervento e la sintesi della sua vita, e, dopo aver letto il libro, sono ancora più commossa per il messaggio che trasmette. Donna dotata di “leggerezza calviniana”, che non è superficialità, e con la quale riesce a convivere con la sua malattia senza commiserarsi né facendo pesare agli altri il suo status. “Leggerezza” che le permette di continuare ad essere femminile, di mettere passione in tutto quello che fa e di “donarsi” serenamente all’amicizia, all’amore, alla maternità.

“Tacco 12. In bilico sulla vita” è un racconto autobiografico e intimista, il resoconto di una vita talmente straordinaria che le è stato assegnato, dal presidente Napolitano, il premio come donna eroica dell’anno. Anna racconta gli eventi più importanti, della sua vita e della sua malattia, alla figlia, a noi, ma anche a se stessa perché ripercorre il suo viaggio dando un senso al suo vissuto. Lo fa con una semplicità e con un’ironia sorprendenti (perché, secondo una citazione di V. Hugo riportata nel libro, la libertà comincia dall’ironia).

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Si ha la sensazione di stare seduti nel salotto di casa con l’amica Anna che, sorridente, condivide con noi le riflessioni sui valori reali della vita e le sue esperienze. L’adolescenza e i problemi di anoressia e bulimia, le amicizie e l’amore, gli affetti veri e quelli difficili, le bellezze della natura, la scoperta, circa trenta anni fa, della sclerodermia e il rapporto con essa. Rapporto complesso ma che Anna riesce con coraggio e forza a viverlo “con leggerezza”, ironia e maturità: prendendo a braccetto la malattia e portandola sempre con sé. E con essa, Anna ha concluso con successo i suoi studi, si è impegnata nel suo lavoro di architetto e ha sposato l’uomo che ama. Tra una visita e l’altra negli ospedali italiani, Anna si è assunta le responsabilità della sua vita, della malattia, della famiglia: ha cresciuto una figlia e ha adottato un figlio. La caparbietà, la determinazione, l’amore per la vita, il vedere gli aspetti positivi anche in situazioni difficili non l’hanno mai fatta desistere e, col sorriso sul suo bel viso e la speranza nel cuore, prosegue il viaggio, fronteggiando con determinazione tutto quello che le viene donato dal destino. Anzi, la malattia l’ha resa più sensibile e aperta agli altri, perché Anna dà conforto, calore e speranza a chiunque incontra sulla sua strada, a chiunque ne abbia bisogno. Nel libro racconta situazioni nelle quali una qualsiasi altra donna sarebbe crollata; invece lei si muove con naturalezza ed eleganza, anche con l’imbarazzante e ingombrante borsetta dell’ossigeno, quella che la fa andare avanti in attesa del trapianto, ma che nel frattempo diventa invisibile agli occhi di chi viene colpito emotivamente dalla solarità e dall’umanità di Anna.

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A chi affronta la vita con superficialità o piangendosi addosso per nulla, Anna insegna che la vita è straordinaria e ogni cosa va accettata e gestita con rispetto, con coraggio, con amore e che ogni situazione negativa reca in sé elementi positivi, che spesso non sono di immediata comprensione. Ѐ questa “la preghiera” che Anna rivolge alla figlia (e a noi tutti): vivere pienamente il viaggio e sorridere sempre, nonostante i “sacrifici” che spesso richiede, perché esso offre sempre nuove opportunità e occasioni da sfruttare e che sono motivo di crescita! Ed è lo splendore che riusciamo a dare alla nostra vita ciò che ci rende unici, sereni… e amati!

© copyright Maria Iorillo

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Fonte delle fotografie:

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VISITATORI ALATI DELLA NOSTRA ESTATE: I Gruccioni

di Gianni Marucelli

Pair_of_Merops_apiaster_feedingHo incontrato per la prima volta i Gruccioni multicolori molti anni fa, in Maremma. Percorrendo in auto una strada secondaria, nei presso di un laghetto, vidi stagliarsi su un filo della luce le sagome di curiosi uccelli. Saranno rondini – pensai – però un po’ strane… Quando fui più vicino, un improvviso balenar del sole ne scoprì i vividi colori: nero, giallo, verde-azzurro, rossiccio… E poi la forma affusolata, il becco lungo e sottile. Ma sono Gruccioni! – esclamai dentro di me. Li riconobbi perché ne avevo visto l’immagine (sia fotografica che puramente pittorica) nei tanti libri sull’avifauna italiana che possiedo. Di loro sapevo che sono gli uccelli più “colorati” che abitano in Italia, durante la stagione estiva, per poi tornare in Africa per trascorrervi l’inverno, cosa che fanno, invero, molti altri grandi volatori, come le rondini e affini. Conoscevo poi gli altri membri della famiglia (ordine Coraciformi), l’Upupa e la Ghiandaia marina, ugualmente interessanti dal punto di vista cromatico, anche se il primo molto familiare ai più e il secondo, invece, pressoché sconosciuto. Infine, non mi era ignoto il nome scientifico, Merops apiaster, evocante ricordi della poesia di Gabriele d’Annunzio.

Ma altro non sapevo. Consultando i testi, ho appreso che il Gruccione è localmente diffuso in tutta l’Europa meridionale, dal Portogallo alle zone caucasiche, ed ha un “fratello” nel Gruccione indiano, che però frequenta il Medio Oriente e in Europa è solo un raro visitatore estivo.

Percorrendo con occhio attento l’Italia, ho constatato di persona come i Gruccioni siano presenti dal Po alla Sicilia, in colonie che possono contare fino a qualche centinaio di individui.

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Questi uccelli sono insettivori, e predano con volo elegante afferrando in aria le loro vittime col becco lungo e appuntito. I loro nidi sono situati in strette gallerie scavate nelle scarpate, preferibilmente non lontane da un invaso d’acqua, come ho già avuto modo di notare. Nel fondo di questi tunnel, lunghi in media un metro e del diametro di otto centimetri, vengono alla luce piccoli che trascorrono le loro prime settimane di vita in penombra. La cosa interessante è “l’ordine di beccata” seguito quando i genitori vengono a portare il pranzo, di solito qualche succulenta libellula, ape o vespa. Non c’è assolutamente posto per tutti i beccuzzi ingordi, per cui sarà il più sveglio e forte a spingersi verso il genitore, tenendosi alle spalle i fratelli più deboli, che seguiranno in un ordine, appunto, stabilito tramite una breve lotta che definisce i nidiacei i dominanti…

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Può capitare che i nidi vengano insidiati da serpenti o altri predatori: i quali, però, è raro che prendano la strada giusta, dato che i Gruccioni scavano “finte” gallerie parallele, per irretire gli ospiti indesiderati.

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Vi interessano i rituali di nozze? Il Gruccione maschio fa una corte spietata alla compagna prescelta, donandole prede di dimensioni considerevoli, con le quali la imbocca. Costano meno di un anello di diamanti e, probabilmente, sono anche più gustose… tanto che la femmina si “concede” in copule ripetute, sollecitate dal maschio con leggeri colpi di becco, durante la costruzione del nido…Il quale, è bene ripeterlo, è rappresentato da una galleria scavata con fatica e a prezzo di molti millimetri di becco…

Bene, ora che conoscete i Gruccioni e i loro usi e costumi, guardate con rinnovato interesse i fili della luce che servono da posatoi a tante specie. Se vedete qualcosa di simile a un caleidoscopio volante, non è un pappagallo smarrito, ma, probabilmente, il nostro amico Gruccione.

 

© copyright Gianni Marucelli 2014

 

Fonte delle fotografie: Wikipedia

  1. CC BY-SA 3.0 Durzan cirano – Opera Propria
  2. Pierre Dalus CC BY-SA 3.0 – Opera Propria
  3. Fritz Geller-Grimm CC BY-SA 3.0 – Opera Propria

Licenza Creative Commons
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Nuove dal Fronte della sclerosi Multipla

Di Alberto Pestelli

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Mentre ero a “zonzo” per il web alla ricerca di novità in campo medico-scientifico, mi sono imbattuto in una notizia riportata sul sito dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Si tratta di uno studio molto interessante condotto dalla dottoressa Franca Tecchio (che lavora presso l’Unità Sclerosi Multipla dell’Ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina) che è stato finanziato dall’AISM stessa in collaborazione con la FISM (Fondazione Italiana Sclerosi Multipla). I risultati della ricerca sono stati pubblicati qualche tempo fa sulla famosa rivista medico-scientifica Journal of Neurology.

Di che cosa si tratta? Ebbene… sappiamo che la sclerosi multipla causa una grave stanchezza cronica. Come tutti sappiamo essa è considerata dai medici “una percezione personale di insufficiente energia fisica e mentale” che provoca uno scarso rendimento sulle attività quotidiane della persona come il lavoro che racchiude anche fattori fisici, cognitivi e il relazionarsi con gli altri. Per questo effetto non ci sono al momento delle terapie dotate di una certa efficacia. I ricercatori hanno sviluppato, quindi, un nuovo trattamento che non prevede l’utilizzo di farmaci che, attualmente, non sono in grado di contrastare la fatica. Per questo scopo, fino ad oggi, viene fatto seguire al/alla paziente un protocollo comprendente una dieta sana, l’esercizio fisico e, come li definisce il documento presentato dall’AISM, “strategie chiamate di efficienza energetica.”

Con l’aumentare della sensazione di fatica le alterazioni a danno della funzionalità di alcuni “distretti” cerebrali s’intensificano. Di conseguenza assistiamo al peggioramento dei movimenti.

La squadra della dottoressa Tecchia ha quindi sviluppato un “intervento” per compensare queste alterazioni.

Esistono già delle procedure di neuro-modulazione con lo scopo di bilanciare selettivamente le aree del cervello. Quando si prova molta fatica, le zone che controllano i movimenti subiscono una massiccia eccitazione mentre le aree “somatosensoriali” si assopiscono. Quest’ultime aree sono, tanto per essere chiari, le zone dove giungono le informazioni tatto-percettive del nostro corpo. Quindi le comunicazioni tra i due distretti cerebrali risultano alterate.

Vediamo su cosa si basa questo studio. Gli studiosi hanno applicato un elettrodo su ciascun soggetto in esame – lo studio è stato condotto in doppio cieco su dieci persone con sclerosi multipla – che ha stimolato transcranicamente con corrente continua le aree somatosensoriali dell’intero corpo senza aumentare l’eccitabilità delle zone preposte al controllo del movimento.

[Un esperimento in cieco o in doppio cieco è in termini figurativi un modo per definire un esperimento scientifico dove viene impedito ad alcune delle persone coinvolte di conoscere informazioni che potrebbero portare a pregiudizi consci o inconsci, così da invalidarne i risultati. Il doppio cieco (triplo, eccetera) si può prospettare quando vi siano coinvolti, oltre agli sperimentatori, altri soggetti coscienti, tipicamente esseri umani. Nota da Wikipedia]

I risultati ottenuti sono stati molto incoraggianti. Il trattamento ha ridotto la fatica di almeno il 25-26% rispetto alle persone con sclerosi multipla di lieve entità che sono state sottoposte al trattamento placebo.

La ricerca scientifica, anche se lentamente, sta ottenendo delle piccole ma importanti soddisfazioni. Essere riusciti ad alleviare i dolori della fatica di una percentuale a due numeri è un ulteriore passo per garantire ai pazienti affetti da sclerosi multipla uno stile di vita migliore rispetto al passato. Vorremmo vedere, anche se piccoli, ulteriori passi per sconfiggere in modo definitivo questa lenta e inesorabile malattia.

Alberto Pestelli 2014

Fonte della notizia: www.aism.it

Fonte della foto: www.albanesi.it

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Recensione del romanzo “Tacco 12, in bilico sulla vita”

di Iole Troccoli

tacco-12-in-bilico-sullaCiò che colpisce subito del bel romanzo di Anna Conte “Tacco12” è l’immediatezza del messaggio che arriva al lettore: la vita è bella e va vissuta appieno nei suoi alti e nei suoi bassi, anzi, forse proprio in questi maggiormente, poiché sono anche le avversità e i problemi a dare il senso alla vita.

Anna scrive, in una sorta di diario rivolto alla figlia, delle sue vicissitudini e di come, spesso d’improvviso, tutto o almeno molte cose cambino e come l’individuo sia costretto a cambiare con loro. Ma non c’è ombra di autocommiserazione nel narrare; la protagonista, che è anche l’io narrante della storia, riesce sempre, con la forza e il sorriso, a trasformare i toni grigi in tonalità accese, che celebrano naturalmente la vita.

Così, la malattia che irrompe, i problemi personali e le difficoltà amorose vengono raccontate con semplicità e trasparenza, messe in piazza, per così dire, in maniera liberatoria.

E la piazza è quella di un bel paese della Basilicata, Latronico, che anche io conosco bene per avervi trascorso alcune estati di qualche anno fa. Una piazza circondata da strade in salita e discesa, metafora, se vogliamo, dei sentieri spesso distorti dell’esistenza, che Anna narra con piglio vivace e a tratti venato di humor.

Si esce rinfrancati da questa lettura, l’immagine di Anna e del suo percorso coraggioso e ricco di eventi si offre al lettore come un’immagine di speranza, energia e voglia di guardare sempre avanti, perché il passato esiste soltanto se vogliamo fermarci a guardarlo, altrimenti scompare, portato via da nuovi sogni e destinazioni.

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© copyright Iole Troccoli, 20 luglio 2014

 

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