In un attimo di colore…

di Iole Troccoli

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Esistono tramonti che resistono ai palazzi. La loro bellezza non cede alla quiete vecchia dei muri scrostati che rimangono sotto, impietriti eppure distanti. Esistono tramonti che sopravvivono, silenziosi, portatori di quell’ultima luce che sembra respirare, sopra noi, sopra tutte le cose, con un respiro che da qui potrebbe arrivare al mare. In un attimo di colore.


© copyright Iole Troccoli 2014

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Kandinsky, il pentagramma dei colori

di Massimilla Manetti Ricci

La rigidità razionale della figura geometrica, scandita dalla serie di linee che si intersecano ad angoli acuti o retti si smorza nel rigore creativo della pittura di Kandinsky ed assurge a pienezza artistica. Sono geometrie che somigliano a pensieri vaganti per la mente, ai quali il triangolo o il rettangolo o il cerchio danno forma, corpo e colore.

Il pittore russo, avvocato pentito che rinuncia alla cattedra di diritto per inseguire la chimera dell’arte , ha regalato la visione delle sue numerose opere in una mostra a Milano.

accento in rosaLa ricerca dell’espressione artistica che lo rappresentasse nel suo io più intimo lo ha portato a cimentarsi in vari stili pittorici lungo la sua vita nelle principali città europee, per fissare infine la dimora definitiva a Parigi, la città madre e figlia delle principali correnti artistiche del ‘800 – ‘900.

I pensieri e le emozioni non sono in bianco e nero, ma si rincorrono sulle onde delle pennellate che il pittore decide di assegnare loro, attribuendo ad ognuna una forma e il suo colore .

E’ dunque questo trittico tra forma colore e pensiero che straripa, al di là della tela, dai pennelli di Kandinsky e il suo concetto di astratto trova la definizione negli esperimenti sui colori che lui stesso preparava; così il giallo è associato al triangolo e il blu al cerchio.

Ma ancora di più per l’artista è la rispondenza tra suono e colore e tra colore ed emozioni che traduce le percezioni in immagini visive.

Cosi infatti scriveva: ‘’Il blu sviluppa l’elemento della quiete.,…l’azzurro è simile ad un flauto, il blu scuro somiglia ad un violoncello e il verde somiglia al suono di un violino e conserva il carattere originario dell’indifferenza e della quiete al contrario del rosso che è vivace, acceso, inquieto; il viola è un rosso raffreddato che ha in sè qualcosa di malaticcio e di spento, identificato col suono della zampogna. E il nero?

E’ come un eterno silenzio senza futuro, musicalmente rappresentato da una pausa conclusiva.’’

La realtà viene dunque sublimata in forme e suoni ai quali egli assegna un colore e certo non si può non restare sospesi sulla punta lieve del suo pennello quando dipinge ‘Accento in rosa nel 1926, una sorta di universo interiore dove i cerchi sembrano pianeti erranti assimilati a pensieri che si incarnano nella figura geometrica più perfetta, il cerchio.

Simbolo della pienezza, ma anche di ciò che è vuoto, dell’istante esatto del presente perché inizia dove finisce e finisce dove inizia, rappresentazione di un morbido scivolare di emozioni l’una dentro l’altra nella rotondità perfetta di sfere grandi e piccole, il quadro si spoglia della sua geometria per caricarsi di particolari che trascendono la figura piana.

Nella profondità scura delle sale dalle pareti blu rifulgono i colori e quell’intima ricerca di profondi significati che Kandinsky attribuiva alle combinazioni e alle variazioni cromatiche da lui sperimentate.

Solo il contatto diretto dell’occhio con il quadro offre a me spettatrice la percezione della luce che si disseta alla sorgente del colore , mentre i colori stessi delle tele catturano la vista del visitatore, proiettandola nelle macchie astratte del pensiero umano.

I quadri parlano, raccontano le sensazioni istantanee fissate in un accostamento di colori caldi e freddi, principali e complementari ed astraggono colui che li guarda dal mondo circostante.

E’ così per la tela ‘Azzukandinsky-blue-1940rro cielo’, quando la sensibilità del pittore si ritrae dalla violenza della guerra, siamo nel 1940, per isolarsi in uno sfondo azzurro, ma di un azzurro placido e sereno.

Dalla polvere azzurra scendono fiocchi di immagini naif, di giochi infantili, di figure bioformi che piano piano si adagiano sulla parete per arredare le camerette dell’infanzia. E’ quasi un muro simbolico di difesa opposto al lugubre senso di impotenza ed annientamento del’uomo, come si percepisce   in ‘Guernica’ di Picasso, che in quegli anni si impone sulla scena artistica parigina.

 

Kandinsky, appartato dalla politica e dai fermenti del momento, ci vuole raccontare del sole e della luce che entrano dalla sua finestra, nella casa a Neuilly sur Seine,   mentre là fuori in lontananza i boati e i rumori della guerra si stemperano ed evolvono nell’animo come coriandoli di piccolissimi essere viventi. E’ infatti in questo periodo assai incuriosito dall’osservazione dei microorganismi al microscopio e dall’evoluzione delle cellule dove forse scopre l’intima essenza della vita.

Quella vita che lo abbandonerà nel dicembre del 1944, senza aver visto la fine della guerra. Solo nel 1963 dopo la mostra itinerante a lui dedicata dal Solomon Guggenheim Museum , unanime, la critica d’arte francese ed americana lo collocherà per sempre nell’olimpo degli artisti del Novecento.

© Copyright Massimilla Manetti Ricci 2014

 

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Uscita del terzo numero della rivista L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente

Cari amici vogliamo ricordarvi che a partire da domani, 1 Maggio, sarà disponibile per il download gratuito sui due siti www.italiauomoambiente.it e www.spezialefiesolano.it il N° 3 del mese di Maggio della rivista L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente. Inoltre saranno sempre disponibili i due precedenti numeri di Marzo e Aprile.

Grazie per l’attenzione

La Redazione

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The Borghostbusters… Galeria, “città morta”: tra ruderi, fantasmi e sette sataniche…

di Maria Iorillo

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Per chi ama andare per borghi alla scoperta di atmosfere antiche e meditare sui legami e sui confini tra passato e presente, non c’è nulla di più affascinante e rilassante che varcare le porte di una città fantasma. Passeggiare in luoghi solitari, abbandonati, in cui il silenzio è rotto solo dai suoni della natura, e dove le testimonianze di una presenza umana vengono progressivamente avvolte da una natura rigogliosa e libera di esprimersi senza costrizioni… E lasciarsi piacevolmente stordire dai profumi di resine e muschi.

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Una delle tante “città invisibili”, disseminate nel nostro bel Paese, si trova appena fuori Roma. Nell’Agro romano, nella frazione di Osteria Nuova, a soli 8 km dalla Via Braccianese, sorge Galeria Antica. Una città abbandonata e sepolta dalla vegetazione, un po’ come le antiche rovine Maya: un incredibile dedalo di rovine di castelli, luoghi di culto, dimore e sepolture etrusche, di edere rampicanti e piante di ogni tipo.

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Le origini di Galeria si perdono nella notte dei tempi. Alcune fonti risalgono all’antica e sconosciuta tribù dei Galerii, altre fonti affermano, invece, che la città fu fondata dagli Etruschi come avamposto di guardia per i territori meridionali. La città visse periodi di crescita alternati a periodi di decadimento, dagli Etruschi passò ai Romani, subì le invasioni germaniche e saracene, per, poi, appartenere a diverse famiglie importanti durante il Rinascimento. Con l’avvento della famiglia Sanseverino, cominciò il declino della città che da centro fortificato divenne una semplice tenuta agricola. Anche la popolazione risentì di questo profondo cambiamento e cominciò ad abbandonare Galeria. Successivamente, durante il XVIII secolo, un’epidemia di malaria infestò l’intero Agro Romano e Galeria fu completamente abbandonata. E poco distante sorse un nuovo borgo, Santa Maria di Galeria Nuova.

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Le rovine della vecchia Galeria sorgono su uno sperone tufaceo che confina a ovest con il fiume Arrone. Lo sperone ha una forma quasi quadrangolare e in tempi passati costituiva un’ottima difesa naturale. Dopo l’abbandono del 1809, la vegetazione ha preso gradualmente il sopravvento su tutta l’area. Non esiste un preciso percorso per visitare il borgo, eccetto una mulattiera principale che lo attraversa. Tra i ruderi si possono scorgere ancora il bel campanile della chiesa di Sant’Andrea, un bastione fortificato ancora intatto, l’antico accesso principale alla città, la torre di guardia con l’ orologio e le imponenti rovine del castello, con il suo straordinario sistema di porte e muraglioni. Nella piazza si notano i resti spettrali del forno, di alcune case, i ruderi della dimora del governatore e di una chiesa. E al di sotto del borgo si nasconde un labirinto di cunicoli ancora inesplorati. All’esterno del centro fortificato, lungo il fiume, si ergeva invece il “quartiere povero”, dove vivevano i contadini e si svolgevano le attività produttive. Qui, oltre le rovine di alcune case, ci sono ancora il ponte sull’Arrone e parte della chiusa che controllava il flusso delle acque e alimentava il funzionamento di un mulino per il grano.

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In questi due secoli la natura ha avuto tutto il tempo di costruire, con arte certosina, un sepolcro verde per la città morta, creando un ecosistema unico. Gli animali che vivono nell’area sono diversi e numerosi. Si possono osservare civette, merli e nibbi sorvolare la collina, mentre volpi, ricci (ma anche vipere) si nascondono tra i ruderi. Anche l’airone cinerino visita questi luoghi nel periodo delle migrazioni. Nelle acque del fiume Arrone nuotano barbe, rovelle e anguille. La lussureggiante vegetazione comprende soprattutto lecci, allori, querce, aceri, salici, olmi ed ontani. Proprio per la presenza di una rigogliosa vegetazione, la Regione Lazio, nel 1999, ha nominato le rovine di Galeria “Monumento naturale”.

E, per chi ama il brivido e i misteri, sembra che il luogo sia frequentato da un fantasma. Infatti, un’antica leggenda narra di un fantasma di nome “Senz’affanni” morto circa 300 anni fa e che in sella ad un cavallo bianco torna puntualmente ogni anno tra le rovine di Galeria, cantando e suonando per la sua amata donna. Molti testimoni affermano di aver sentito rumori di zoccoli e lamenti, specialmente in inverno. Gli scettici sostengono, invece, che quei rumori provengono dallo scorrere impetuoso del fiume Arrone.

E ce n’è anche per gli amanti dell’esoterismo e delle magie nere. Il luogo, forse perché trasuda morte e misteri, sembra attrarre le sette sataniche che, spesso, si riuniscono tra gli antichi ruderi, come testimoniano alcune scritte esoteriche sui muri, i resti di messe nere e i segni di numerosi falò.

Galeria rimane purtroppo vittima, oltre che della noncuranza, anche del vandalismo. Il sito è completamente incustodito e coloro, che vengono in questo sito per la scampagnata domenicale, lasciano molti rifiuti.

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L’accesso a Galeria Antica è completamente gratuito e ci si può arrivare attraverso Santa Maria di Galeria Nuova. Tuttavia è sconsigliato addentrarsi nelle rovine senza una guida o una particolare conoscenza del luogo. Il territorio, infatti, presenta, oltre l’instabilità delle rovine, anche numerose buche, alcune di notevole profondità, spesso nascoste dalla vegetazione.

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I quaranta ettari su cui si estende Galeria appartengono alla Pisorno Agricola, una società del gruppo Parmalat che possiede molti terreni in questa zona. I ruderi della città sono sotto tutela della Sovrintendenza ma il vincolo paesaggistico è responsabilità di Roma Natura. Sono tre, quindi, i soggetti che dovrebbero occuparsene. Eppure il nostro complesso sistema economico e politico sembra impedire il recupero di questi luoghi ricchi di storia che costituiscono ulteriori tasselli della cultura del nostro Paese. Galeria, come moltissimi altri siti, rappresenta un patrimonio straordinario ma fragile, e per questo da preservare e valorizzare. Una bonifica di tutta l’area, una vigilanza costante e una viabilità più facile e sicura, attirerebbero molti turisti.. e il turismo, si sa, è fonte di ricchezza e di orgoglio. Ma questo i nostri politici non l’hanno ancora compreso!!!

© Copyright Maria Iorillo 2014

Fonte storica e delle fotografie utilizzate per il video e per l’articolo: Wikipedia

http://static.panoramio.com/photos/large/22745552.jpg

http://www.cooplympha.it/wp/wp-content/uploads/SantaMariaGaleria_aprile2012.jpg

http://www.wildzonebedsurfing.com/public/wildzone/immagini/itinerari4/galeria_1.jpg

http://romastoriadellarte.blogspot.it/2012/01/galeria-antica-e-il-fiume-arrone.html

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Fiorenza fatti in là, che Semifon si fa città…

di Alberto Pestelli

semifontQuesto urlavano con coraggio i Cavalieri di Semifonte sotto le mura di Firenze in segno di scherno. Lo gridarono talmente forte che i fiorentini se la presero talmente a male che, un bel giorno del 1202, distrussero la città della Val d’Elsa. Ovviamente non sappiamo se questo aneddoto sia vero, ma l’ira di Firenze fu reale tanto che in quella zona – in seguito – non fu costruito nemmeno un capanno da caccia.

MurapetrognanoLe mura a Petrognano

Semifonte, che inizialmente era un castello, divenne città fortificata e, data la vicinanza a Firenze, come ho appena detto poc’anzi, ne divenne la più acerrima e fiera nemica. Si trovava nei pressi di Petrognano – una frazione di Barberino Val d’Elsa – che, molto probabilmente, doveva essere una sua borgata o contrada.

semifonte.certaldoLa probabile cinta muraria

Il nome le fu dato grazie alla presenza di una sorgente in cima ad un colle: Summus Fons tramutato poi in Summafonte e quindi Semifonte. Il castello fu fondato attorno al 1175-1177 da un esponente dei Conti Alberti (Alberto IV). La città si sviluppò subito dopo, diventando in brevissimo tempo una potente e temuta roccaforte della Val d’Elsa appartenente alla fazione filo-imperiale fedele al Barbarossa.

Fonte_di_santa_caterinaLa fonte di Santa Caterina

Firenze, viste minacciate le proprie mire espansionistiche, cercò di ostacolare la novella città in ogni modo tanto da sconfiggerla in un conflitto durato un ventennio. Nel 1198 fu assediata e dopo quattro anni (1202) fu espugnata pare dopo il tradimento del Conte Alberti (la casata che fondò Semifonte).

220px-Cappella_di_semifonte_(FI)La Cappella di San Michele

I fiorentini la rasero completamente al suolo decretando che in quella zona nessuno doveva costruire alcun edificio. Solo nel 1597 fu edificata dal Granduca di Toscana, Ferdinando I de’ Medici, la Cappella di San Michele. Da allora su Semifonte scese anche troppo velocemente l’oblio.

©  Copyright Alberto Pestelli 2014

Foto: www.siena-agriturismo.it – Wikipedia

 

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Un fortilizio nel Valdarno: La torre di Galatrona

di Gianni Marucelli

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Appollaiata su un colle alto circa 500 metri, in comune di Bucine (AR), la Torre di Galatrona è ciò che resta di uno dei più importanti e antichi castelli del Valdarno. La sua esistenza appare attestata in documenti precedenti l’anno 1000, ma il luogo era già frequentato e utilizzato in epoca romano-etrusca. Appartenne alle potenti famiglia dei Tarlati e dei Conti Guidi, fino a che, nella prima metà del sec. XIV, non fu espugnata e conquistata dalla Repubblica di Firenze.

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In seguito, la decadenza fu piuttosto rapida, se in un dipinto del 1600 se ne scorgono i resti già ruinati. Di recente, è stata completamente restaurata, ed ora ci si può arrampicare sulle scalette interne fino al suo culmine, a 26 metri di altezza. Da qui, si domina tutta questa parte del Valdarno, dai vicini abitati di Mercatale e Cennina, ai più lontani Levane e Montevarchi. Verso Ovest, il massiccio dei Monti del Chianti preclude la visuale.

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Si può giungere alla Torre di Galatrona sia a piedi (una bella scarpinata, piacevolissima in primavera con le ginestre dei carbonai in piena fioritura) o in auto (usando spesso la prima marcia).

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L’apertura è assicurata dall’Associazione “Amici del Torrione” di Mercatale da Aprile a Ottobre nei seguenti orari: il sabato dalle 15 alle 19, la domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 19 (offerta libera). Per ulteriori informazioni telefonare (0559707366).

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Gli aforismi di Don Juan, Hidalgo fiorentino

220px-HidalgoIl motto preferito di mio zio Augusto era il seguente: “Ruba con gli occhi!”, intendendo che un ragazzo qual ero allora doveva imparare da ognuno e in qualsiasi circostanza tutto ciò che, poi, gli sarebbe potuto tornare utile. L’estate scorsa, in un momento d’indigenza, sono entrato in banca mentre il cassiere controllava mazzette da 100 euro. Mi sono concentrato con la più rigida disciplina Zen sperando che l’insegnamento di mio zio da metaforico divenisse reale. Infatti. Se mi date una mazzetta da 100 ora so contare le banconote alla perfezione.

© Copyright Gianni Marucelli 2014

 

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I Borghi fantasma… Poggio di Santa Cecilia

di Alberto Pestelli

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 Poggio di Santa Cecilia

Nel comune di Rapolano Terme, in terra di Siena, esiste un piccolo borgo chiamato Poggio Santa Cecilia. Se guidando lungo la superstrada Siena-Bettolle, poco dopo l’uscita per Rapolano Terme (venendo da Siena), distogliamo solo per un attimo (con molta prudenza) lo sguardo dalla strada, si può osservare questo borgo su di una collina boscosa.

Si tratta di un villaggio fortificato di cui non si conosce con esattezza l’origine. Infatti non si trovano documenti prima del XII secolo che attestino la sua esistenza.

Tuttavia, secondo alcuni ricercatori, pare che il luogo fosse già abitato all’epoca degli etruschi.

Altra Panoramica di Poggio Santa Cecilia

Attualmente Poggio Santa Cecilia è completamente abbandonato e non più aperto alla “gente”. Eppure ha un passato interessante e la piazzetta centrale lo testimonia con evidenza: Giuseppe Garibaldi, nell’agosto del 1867, soggiornò nel borgo per curare la ferita subìta in Calabria alle terme della vicina Rapolano.

In piazza Garibaldi c’è una targa a ricordare l’evento storico anche se la lapide riporta una data errata. Infatti parla del mese di luglio mentre l’eroe dei due mondi arrivò a Poggio Santa Cecilia il 14 agosto come riportato giustamente dal cartello turistico nei pressi del borgo abbandonato.

Ciò che appare con il teleobiettivo

Al borgo-Castello si accede dalla porta medievale che è sormontata dallo stemma della casata dei Tadini-Buoninsegni. Si sviluppa lungo la strada principale che conduce alla chiesa e alcune vie parallele. Spicca la grande casa dei conti Tadini-Buoninsegni e la chiesa di San Pietro a Poggio Santa Cecilia che conserva alcuni pregevoli affreschi e un organo a canne.

Cartello turistico

Attualmente il Castello è chiuso a catenaccio e molte sono le imposizioni di non introdursi. Il luogo è in vendita, ma secondo il nostro direttore che mi ha fatto pervenire le foto da lui scattate in questi giorni, tutto appare in stato di abbandono.

Annessi Agricoli

Come il professor Marucelli mi ha fatto sapere, si percorre per accedere al borgo, un viale di più di un chilometro che sale dagli annessi della fattoria– anche questi in parte molto trasandati – di proprietà del castello. Vi è pure una sede commerciale e tecnica dove si lavorano e si commerciano i vini della fattoria.

Cancellata del Castello

Tutto abbastanza moderno ma all’interno non c’era un’anima a cui chiedere informazioni. L’impressione che il professor Marucelli ha avuto è che, anche qui, vi sia stato un tracollo finanziario e che anche di giorno feriale non debba esserci anima viva! Nei pressi del borgo c’è la grande villa Buoninsegni, degli stessi proprietari, che attualmente è adibita a bed and breakfast. Insomma, i residui di passata grandezza.

Stemma dei Buoninsegni

Qualche anno fa corse voce che il cantante pop Michael Jackson aveva intenzione di acquistare il borgo. Ma tutto questo si rivelò una grandiosa bufala. Quindi, benefattore sensibile alle cose del passato cercasi!

Quello che si vede attraverso la cancellata

© Copyright 2014 Alberto Pestelli

 

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Lungo la via dei Mosaici

261di Alberto Pestelli

Battistero degli Ortodossi

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Il battistero degli Ortodossi di Ravenna è detto anche Neoniano dal vescovo Neone che continuò l’opera di costruzione di Orso, il precedente vescovo della città. La costruzione risale al V secolo. Tuttavia per Ortodossi non deve essere inteso con l’attuale significato della parola ma bensì con quello dell’epoca.

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Ortodossi erano considerati i cristiani di fede ariana, considerata in seguito eretica. Come per gli altri monumenti storici di Ravenna, anche il battistero Neoniano è nella lista, sin dal 1996, dei siti patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

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La “posa della prima pietra” del battistero avvenne all’inizio del V secolo e fu terminato intorno al 450 d.C. Il Vescovo Neone, qualche anno dopo, fece costruire la cupola che fu decorata con bellissimi mosaici, stucchi e decorazioni come potete vedere dalle fotografie.

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La costruzione ha la forma di un ottagono considerato – il numero otto – un numero perfetto in quanto associato alla resurrezione (sette, ovvero il tempo, più Dio, uno). Il battistero è simile sia come epoca di costruzione, sia come fattura alla chiesa di San Giorgio a Salonicco.

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Golfira

di Iole Troccoli

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Restavamo a lungo, abbandonate sulla spiaggia, zitte e ferme di fronte a un mare così turchese da lasciarci incredule.

Il vento manovrava la sabbia a suo piacimento, facendoci pizzicare la pelle. Parlavamo quasi sempre, dopo il silenzio, di amori ovviamente perduti, ma, poi, qualcosa o qualcuno ci faceva ridere a scoppio improvviso e i frammenti narrati se li portava via il maestrale. Profumavamo di creme protettive e bagnoschiuma al gelsomino, comprato a Rudargia.

Il pomeriggio era d’acqua, fredda e leggera sulle gambe e le braccia, secchiate di luce azzurra sul corpo ancora così bianco.

La spiaggia semicircolare, il mare calmissimo, ci liberavano dagli affanni cittadini, dalla noia, dai piccoli dispiaceri che, come punte velenose di lance tirate con precisione, ci avevano martoriato di ferite fino al giorno prima.

Affondavamo nella sabbia d’ambra, tentavamo qualche fotografia nonostante il troppo vento, ci tuffavamo esitanti nell’acqua che si apriva, tagliandola con qualche bracciata veloce per riscaldare il corpo.

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Esistevamo, semplicemente, senza forzature o esagerazioni di stile. Esistevamo quiete, pacifiche come grandi mammiferi acquatici giunti a svernare con tranquilla fiducia in acque più accoglienti. Raccoglievamo i grandi relitti di ghiaccio che ci eravamo caricati in valigia e li lasciavamo sciogliere al sole, con noncuranza, sicure che ciò che sarebbe rimasto sarebbe stato nostro per sempre.

A sera, cenare in terrazza, con il mare aperto davanti simile a un lunghissimo film, ci faceva bene al cuore e agli occhi. Le bougainville fiorite stampavano il colore viola dei nostri giorni marini, una galleria di quadri sempre presente, attiva, semovente a ogni folata impetuosa.

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Dopocena era calma, il buio tessuto dalle stelle laboriose scendeva come uno scialle a coprirci, ma la luce del giorno trascorso restava dentro, come la fiammella di un lume a gas che non ne vuole sapere di spegnersi. Quindi, un po’ di cognac, parole che fluivano, salti nei ricordi, speranze per il domani dentro la città che appariva fortunatamente ancora tanto lontana, sfuocata.

Scendere nei dettagli diventava cosa deliziosa, incantarsi tra un se e un davvero, con la supervisione stellare, e poi sentire freddo nelle ossa, dopo tanto calore accumulato, ci spingeva finalmente dentro i letti fratelli, con i fiori a portata di dita fuori dalla vetrata, con una sottile coperta a riscaldarci.

Il viaggio dentro i sogni era una strada lucida, pulita dal vento, che già sapeva di caffè buono alle sponde del mattino.

Sono stati giorni bellissimi, tesoro mio. Adesso te li racconto.

 

© Copyright Iole Troccoli 24 aprile 2014

Fotografie di Iole Troccoli

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