Lungo la via dei mosaici (X parte)

di Alberto Pestelli

Ravenna

 

a) Sant’Apollinare in Classe

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Il treno inizia a rallentare. Sta finalmente entrando nella stazione di Ravenna. Il viaggio è stato lungo ma pieno di soddisfazioni culturali e, ma sì, anche gastronomiche; dai tortelli di patate del Mugello alle castagne di Marradi, il cocomero di Faenza e infine lasagne e piadine romagnole. Niente male! Ma non andiamo oltre: è troppo presto per sedersi a tavola. Al limite prenderò un caffè e un croissant al bar della stazione, tanto per ripassare, brevemente e senza approfondimenti, la storia di Ravenna prima di andare a scoprire i suoi luoghi d’arte. Orbene… le origini della città romagnola sono molto incerte. Pare che il primo insediamento fu costruito da un gruppo di greci provenienti dalla Tessaglia. Poi si succedettero Umbri ed Etruschi. Anche i Galli Senoni s’insediarono nella zona fino all’avvento dei Romani. L’imperatore Augusto ne fece sede della flotta militare dell’Adriatico che fece scavare, per questo scopo, la Fossa Augustea. Questa collegava il Po con un bacino a sud della città. Augusto in questa zona fondò Classe e il suo porto. Questo fece accrescere l’importanza di Ravenna. Il porto oltre a essere militare, divenne anche un importante scalo commerciale. Nel 402 d.C. la città fu scelta come residenza imperiale dopo che fu lasciata Milano per fuggire al pericolo delle orde di Alarico. Alla deposizione dell’ultimo imperatore romano, Romolo Augusto (detto Augustolo perché era una ragazzino) divenne capitale del Regno di Odoacre, re degli Eruli. In seguito passò a Teodorico re dei Goti. Con l’avvento dell’incoronazione dell’imperatore d’Oriente Giustiniano I, iniziò l’offensiva militare contro i Goti. Giustiniano fondò un protettorato con sede Ravenna dove il territorio era controllato dagli Esarchi. Sotto il dominio bizantino a Ravenna furono edificati un gran numero di monumenti e basiliche. Soprattutto si arricchì di quei superlativi tesori che tutt’oggi vediamo: i mosaici.

Usciamo dal bar della stazione e ci dirigiamo verso la fermata dell’autobus che ci porta appena fuori Ravenna. La famosissima basilica di Sant’Apollinare in Classe (Sant’Apollinare è stato il primo vescovo di Ravenna) si trova a 5 chilometri dalla stazione ferroviaria ravennate. Ci si arriva con il bus n° 4 in appena una decina di minuti. Un breve coda alla biglietteria ed entriamo con riverente silenzio all’interno di quest’antica testimonianza dell’estro, dell’ingegno umano.

La basilica è stata costruita agli inizi del VI secolo e consacrata nel 547. Dal 1996 fa parte della lista dei siti italiani patrimonio dell’umanità (UNESCO).

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L’impatto con il grande mosaico posto nell’abside è impressionante e al tempo stesso entusiasmante. Alla sua visione quasi non facciamo caso che le pareti della basilica sono spoglie. L’immenso mosaico rappresenta la Trasfigurazione sul Monte Tabor. Il volto del Cristo, dentro un cerchio, è all’interno di un grande disco che racchiude il cielo stellato.

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La guida che ci accompagna ci fa notare che ai lati del cerchio ci sono le figure di Mosè e del profeta Elia. Ci sono i simboli alati degli evangelisti: il Leone, simbolo di Marco, il Vitello che è Luca, l’Aquila che rappresenta Giovanni e l’Angelo simbolo di Matteo. Gli apostoli Giovanni, Giacomo e Pietro sono rappresentati da tre agnelli.

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Una figura con le braccia aperte come se stesse pregando sta nella parte più bassa del mosaico. Ci viene detto che costui è Sant’Apollinare mentre, in una fiorita valle verde, rivolge le preghiere al Signore a beneficio dei fedeli di cui è guida: i dodici agnelli bianchi. Siamo letteralmente rapiti dalla bellezza del capolavoro artistico che quasi non sentiamo più le parole della giovane guida. Non facciamo altro che annuire a ciò che in realtà non udiamo. A visita finita dispiace dover uscire dalla basilica. Ma dobbiamo tornare in autobus a Ravenna. Ci aspettano Sant’Apollinare nuovo, il Battistero Neoniano, il Mausoleo di Galla Placidia e San Vitale.

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Marche: Tre Abbazie in riva al Chienti… e un cadavere da identificare

di Gianni Marucelli

Dopo il Metauro, il fiume che vide la sconfitta e la morte del cartaginese Asdrubale, fratello di Annibale, ad opera dei Romani, durante la seconda guerra punica, il Chienti è il corso d’acqua più importante delle Marche. Anche presso le sue rive avvenne uno storico scontro, quando, nel 1815, Giacchino Murat, sconfitto a Tolentino Santa Maria al piè del Chienti1dalle truppe austriache, fallì nel suo tentativo di mantenere il proprio Regno anche dopo la debàcle di suo cognato Napoleone Bonaparte.

Ma lasciamo da parte la storia antica, e quella moderna, per concentrarci sul Medio Evo, quando il Chienti, allora ricco di acque (che oggi gli sono sottratte da vari bacini e impianti Enel), costituiva una risorsa preziosissima sia per le popolazioni residenti che per i mercanti che, lungo il suo corso, discendevano (o risalivano) dai valichi appenninici di Colfiorito e del Cornello, che collegavano, e tuttora collegano, la Valle del Tevere con il Maceratese.

Santa maria al piè di chienti6

I tratti pianeggianti, vicini al fiume e ai suoi affluenti, erano prevalentemente paludosi e soggetti ad alluvioni, come attestano le cronache: perciò adatti ad ospitare abbazie e monasteri che, se da una parte vedevano assicurata la necessaria tranquillità ai religiosi,  dall’altra potevano, con il lavoro assiduo di  bonifica (ora et labora), riconquistare alla produttività agricola quei campi. Naturalmente, poi, la presenza di un’arteria commerciale apportava mutui benefici ai monaci (che ricevevano consistenti offerte) e ai viandanti (che si avvalevano dell’ospitalità dei primi).

Santa Maria al piè del Chienti2

Così, nel giro di un paio di secoli a cavallo dell’anno Mille, e su siti dove comunque preesistevano edifici di culto più modesti, sorsero qui tre notevolissime abbazie o monasteri: S. Maria al pie’ di Chienti, San Claudio al Chienti, e, infine, nella valle dell’affluente Fiastra, l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra.

Santa Maria al Piè del Chienti3Venendo dall’Adriatico, cioè da Civitanova Marche, si incontra per primo il Monastero di S. Maria al pie’ di Chienti, il cui nome intende significare (“al pie’ “) che ci troviamo presso la foce del fiume.

Del complesso monacale si è oggi conservata solo la chiesa, che sorge isolata nel piano E’ senza dubbio uno dei monumenti più belli e più suggestivi della regione: fu eretta in forme romaniche nel sec. IX (ma c’è chi la fa risalire addirittura a un’iniziativa di Carlo Magno che, come vedremo, da queste parti è considerato di casa), poi più volte rimaneggiata. La semplice facciata risale al sec. XVII, e bisogna proprio dire grazie all’architetto, che l’ha progettata, in pieno Barocco, rispettando l’essenza del Romanico. Esternamente, comunque, è la parte absidale, tripartita in absidiole, a richiamare l’attenzione, poiché segue uno schema “nordico”. Si entra nell’interno e si rimane immediatamente impressionati, incuriositi, estasiati: la basilica è a tre navate  e su due piani: un po’, per fare un esempio conosciuto da molti, come la chiesa Santa Maria al piè del Chienti4di San Miniato al Monte, a Firenze. Questa sopraelevazione è da attribuirsi probabilmente a un rifacimento quattrocentesco, ma il fascino della costruzione  senz’altro ne beneficia. La navata centrale si apre fino al tetto a capriate, per poi interrompersi in un basso presbiterio a quattro navate , attorno al quale gira un deambulatorio con tre cappelle radiali absidate. Per salire al piano superiore, s’apre a destra una stretta scala . Sopra ci sono il presbiterio e gli ambulacri riservati ai monaci. Qui, nell’abside vera e propria, le pareti erano coperte di affreschi, alcuni dei quali sopravvissuti: nel catino della parte absidale, un imponente Cristo Pantocrator ci osserva, inserito in una “mandorla” e affiancato da Giovanni Battista e dalla Madonna della Misericordia. La quasi assenza di prospettiva e la struttura degli affreschi ci fanno pensare a un periodo prerinascimentale (sec. XIII-XIV), ma più recenti studi sono propensi a spostare la data di esecuzione al ‘400. Tutto è possibile; certamente l’impressione è quella di trovarsi dinanzi a una testimonianza di spiritualità ancora medievale. Ridiscendendo al piano inferiore, ammiriamo un grande crocifisso ligneo del Quattrocento. Usciamo: ci attende, a pochi chilometri, l’altrettanto originale Abbazia di San Claudio al Chienti.

abbazia di chiaravalle di fiastra1

L’architettura di San Claudio estremizza ciò che abbiamo appena osservato in Santa Maria: qui ci troviamo di fronte a due chiese  interamente sovrapposte di uguali dimensioni, ognuna con facciata e portale suoi propri. Il complesso, romanico, a pianta centrale, si può ben dire molto antico, almeno nelle sue origini. Nel luogo dove sorgeva la San Claudio al chienti1romana Pausulae, che fu distrutta dalle invasioni barbariche, sorse questo singolare edificio religioso, che fu modificato intorno al sec. XI – XII e restaurato nel ‘900. La facciata è stretta da due torri cilindriche, che ricordano quelle di San Vitale a Ravenna.  La chiesa inferiore, che ha ancora funzioni religiose,  presenta alcuni affreschi risalenti al sec. XV. Si sale alla chiesa superiore sia per un ampia scalinata esterna che per le due scalette a chiocciola all’interno delle torri. L’interno, che doveva verosimilmente servire per le funzioni vescovili o comunque dell’alto clero, è ora pressochè vuoto e destinato a un ruolo culturale.

San Claudio al chienti2

San Claudio ci riserva però una sorpresa. Di fianco all’entrata della chiesa inferiore vi è una cappella, dove una grande lapide, all’apparenza nuovissima, reca una scritta in latino. San Claudio al chienti3Con stupore traduco che questo è il luogo dove è stato sepolto nientemeno che Carlo Magno! Ma come! E la tomba monumentale nella Cappella Palatina di Acquisgrana, di chi custodisce i resti? Mi destreggio tra fascicoli vari e Internet per risolvere l’enigma. Apprendo che alcuni decenni fa fu rinvenuto, sepolto presso l’altare di San Claudio, il corpo di un uomo che, dallo spadino che portava al fianco e da altri indizi, poteva essere di stirpe regale. Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che si tratti delle spoglie dell’Imperatore Ottone III, altri, sulla base di una teoria ancor più recente, non solo suppongono che qui sia stato sepolto il fondatore del Sacro Romano Impero, ma addirittura che questa sia la vera Acquisgrana! Non ho letto il libro che sostiene tale, se mi consentite, un po’ singolare teoria, e quindi non mi pronuncio. Certo è che Carlo Magno, come prima sostenevo, da queste parti è molto popolare! (Per  saperne di più sul “caso Carlo Magno”, leggi l’approfondimento: “Una precisazione su Carlo Magno, Acquisgrana e la Chiesa di San Claudio di Chienti” di Gianni Marucelli).

San claudio al chienti4

Ultima tappa del nostro itinerario, l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra. Come indica chiaramente il nome, vennero a fondarla dei monaci benedettini, milanesi, forse guidati da quel San Bernardo che doveva essere davvero indaffarato, oltre che a edificare monasteri, a cercar di riformare la Chiesa, promuovere la riconquista e la difesa della Terrasanta e abbazia di chiaravalle di fiastra3fondare, o almeno scrivere la Regola, dell’Ordine Templare. Comunque, si sa addirittura il giorno in cui giunsero i santi monaci: il 29 Novembre del 1142. In realtà, qui esisteva già un monastero benedettino, risalente al IX secolo, ma la generosità di Guarnerio II, duca di Spoleto e marchese di Ancona, permise all’Ordine di rifarlo nuovo e ben più imponente, in quello stile gotico cistercense che non ha molti altri esempi nell’Italia centrale (se si esclude l’Abbazia di San Galgano). Attorno, c’era una palude malsana che fu bonificata dal lavoro dei religiosi. Al giorno d’oggi, l’atmosfera mistica di quei tempi è ben lontana: qua intorno pullulano le comitive, di ragazzi in gita scolastica, di turisti, di conferenzieri presso la Fondazione Giustiniani Bandini che ha qui sede. Questa apparenza “laica” ha anche una ragione storica: per ben due secoli, dopo la soppressione dei Gesuiti che l’avevano ereditata dai benedettini, il complesso fu proprietà di privati (i Bandini). Solo da qualche anno i monaci sono tornati.

Comunque, a parte un po’ di confusione, l’Abbazia è veramente splendida. L’interno, spartito in tre navate, con archi a tutto sesto sorretti da capitelli scolpiti dagli stessi monaci su materiale tratto dalle rovine dell’antica Urbs Salvia, è vastissimo Della decorazione ad affreschi,  che un tempo doveva occupare gran parte delle pareti, residuano diversi dipinti, databili tra il sec. XIV e il XVI.

abbazia di chiaravalle di fiastra2

L’altare è costituito da un’antica ara pagana, “risacralizzata” scolpendovi una croce. Accanto alla chiesa, diversamente dagli altri edifici da noi presi in esame, esistono ancora le strutture del monastero. Particolarmente notevole è il chiostro del Quattrocento, tutto in laterizio. Interessante la Sala delle oliere, dove  si conservava l’olio e dove ora è situato un piccolo antiquarium, che presenta reperti archeologici provenienti dalla romana Urbs Salvia, già citata. Vi è anche, presso l’antica foresteria, un Museo della civiltà contadina. Intorno all’abbazia, è stata istituita una Riserva naturale, circa cento ettari coperti da un bosco planiziale, relitto di quella che doveva essere la vegetazione arborea in un tempo lontano. Se non fosse per la pioggia battente, faremmo volentieri un giro per i suoi sentieri. Sarà per un’altra volta.

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Tra le rocche dei Signori di Camerino

di Gianni Marucelli

 rocca di caldarola 3Rocca di Caldarola

Per quasi tre secoli un vasto territorio delle Marche, in gran parte oggi compreso nella provincia di Macerata, fu dominato dalla potente famiglia dei Da Varano, il cui omonimo, imponente castello vigila ancor oggi da un’alta rupe la valle del fiume Chienti, e quindi l’importante arteria commerciale che dall’Umbria conduce ai porti dell’Adriatico. Dall’Alto medio evo fino al periodo rinascimentale la regione fu effettivamente “marca di confine”  tra lo Stato Pontificio e i territori che, almeno nominalmente, erano sottoposti all’autorità del Sacro Romano Impero, quindi in una posizione che ne determinava un’alta instabilità politica e produceva conflitti senza fine. Niente di meglio per una famiglia di milites (guerrieri) il cui capostipite (sec.XII) recava un nome che era tutto un programma: Prontaguerra da Varano.  Appoggiandosi al Papa, e quindi alla parte Guelfa, i Da Varano ottennero quei riconoscimenti formali che certamente non sarebbero venuti loro dall’Imperatore, e costituirono una dinastia che si concluse solo nel 1527, quando l’ultimo discendente morì senza lasciare eredi. Segni tangibili della loro Signoria su Camerino, una serie di possenti fortezze presidiava il territorio: parte di esse ci sono giunte in eccellenti condizioni.

rocca di caldarola 2Rocca di Caldarola

La più antica è certamente il castello di cui parlavamo in apertura: la Rocca di Varano, ardita su uno sperone roccioso, fu eretta probabilmente nel sec. XII, e su di essa, quasi certamente, la famiglia costruì le sue fortune, taglieggiando i mercanti che si portavano, costeggiando le rive del Chienti, verso l’Adriatico o, viceversa, verso i valichi appenninici.

rocca caldarola 1Rocca di Caldarola

Verso il 1380 essa fu organizzata in inespugnabile fortezza, mentre i Signori presero a risiedere stabilmente a Camerino. Per una serie di fortunate circostanze, sia che fosse stata tramutata nei secoli in casa colonica o che fosse utilizzata come punto d’osservazione e comunicazione, parte del fortilizio si è salvato, e il rimanente è stato restaurato, così che oggi può accogliere i visitatori, che, a piedi o in auto, ascendono dal fondovalle tramite una stretta stradina.

rocca d'Ajello 1Rocca d’Ajello

Sicuramente meno grifagna è, a pochi chilometri di distanza, la duecentesca Rocca d’Ajello, il cui nome sembra derivare dal latino ager (campo) tramite il diminutivo agellum (campicello). Le due torri furono erette, con scopi difensivi, da Gentile I da Varano attorno al 1260; due secoli dopo, il suo discendente Giulio Cesare Varano (massimo esponente storico della dinastia) la trasformò in villa fortificata aggiungendovi un corpo centrale. Situato su una collina boscosa, in bella posizione, il complesso appartiene attualmente ai Conti Vitalini Sacconi, che ne hanno esaltato la suggestione prendendosi cura del vasto giardino all’italiana, e aggiungendovi un magnifico “parco delle rose”, nel quale vengono coltivate anche specie antiche di questo classico arbusto.

rocca d'Ajello 2Rocca d’Ajello

Oggi il castello viene “noleggiato” per ospitare fastosi matrimoni e altre cerimonie, con centinaia di invitati. In fondo, è un lieve prezzo da pagare per mantenere intatta questa stupenda dimora. Ci corre qui il dovere di parlare un po’ di Giulio Cesare da Varano, la cui vita può essere presa ad esempio per illustrare come, per un Signore, per quanto potente, del ‘400, l’esistenza non fosse davvero…tutta rose e fiori! Appena nato (1434) si trovò coinvolto in lotte dinastiche e civili e ne scampò, ancora infante, grazie a una zia. Sempre appoggiandosi alle armi di parenti vari, a poco più di dieci anni si trovò a condividere il potere su Camerino con il fratello. Con questi presupposti, era facilmente prevedibile che il suo ruolo prevedesse più l’uso della spada e della balestra che quello di penna e pergamena. E così fu. Giulio Cesare divenne uno dei più stimati condottieri (nel senso proprio del termine) del suo secolo, un “capitano di ventura” i cui servigi venivano profumatamente pagati così dal Papa come da Mattia Corvino, re d’Ungheria, passando per la Repubblica di Venezia e per i “colleghi” Medici, signori di Firenze. Conflitti, guerricciole e baruffe varie ce n’erano sempre; quindi il lavoro non mancava certo per uno che avesse esperienza di comando e fegato in abbondanza.

varano1Rocca di Varano

Certo, a Camerino e dintorni non dovevano vedere molto spesso il loro Signore, sempre impegnato qua e là per l’Italia, quando a dirigere imprese militari quando, invece, nelle funzioni di ambasciatore per conto, più che altro, del Pontefice. Se c’era una regola che era meglio osservare, infatti, era quella di tradire chiunque, ma non il Papa, cui i Da Varano dovevano il loro posto nel mondo.  Però, che fare quando il discendente di Pietro veste i panni del guerriero e ha un figlio che ha il tuo stesso nome e ambisce a un potere smisurato? Fu così che il nostro Giulio Cesare si trovò, in età, per l’epoca , ormai avanzata, a fare i conti con Cesare Borgia, il Valentino, che intendeva spazzar via signori e signorotti dell’Italia centrale per costituire un suo proprio regno. Detto fatto, Giulio Cesare si trovò accusato d’aver ammazzato il proprio fratello e, conseguentemente, scomunicato: una scusa come un’altra per permettere al Valentino di occupare Camerino, di attirarlo, insieme a figli e parenti, con un inganno (che era il sistema normalmente usato dal figlio del Papa per eliminare i nemici) e di farlo strangolare in una segreta. Misera fine davvero, per uno che aveva sostenuto, spada alla mano, centinaia di assalti e ne era sempre uscito con poche ammaccature! I da Varano si ripresero poi la Signoria, ma per poco, perchè, come detto, l’ultimo di loro non ebbe eredi, e Camerino passò ai vicini-concorrenti, i Montefeltro di Urbino, con i quali si erano imparentati.

800px-Rocca.varano.2Rocca di Varano

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Giulio Cesare da Varano

Poco più a sud di Camerino, sulla strada che conduce a san Ginesio e ai Monti Sibillini, troviamo un altro imponente castello, quello di Caldarola, costruito nel XI-XII secolo e occupato, per un certo periodo, anch’esso dai Da Varano. La sua forma attuale risale però al XVI sec., quando, essendo venuta meno la sua funzione militare, fu trasformato in dimora estiva. E’ uno dei pochi esempi di maniero che, ancora oggi, appartiene alla stessa famiglia, i Conti Pallotta, che lo possedevano mezzo millennio or sono. L’interno è ora visitabile, e presenta una bella collezione d’armi antiche, di finimenti d’epoca per cavalli e di carrozze. In direzione opposta, cioè a nord di Camerino, nella valle del Fiume Potenza i Da Varano eressero una serie di fortificazioni, la più importante delle quali è il Castello di Lanciano, fatto costruire da  Giovanni da Varano, che aveva un soprannome non da poco, “lo Spaccaferro”, verso il 1380.  La linea difensiva è ancor oggi conosciuta come “l’intagliata”, e doveva essere davvero formidabile, in quanto composta da un fossato profondo, difeso da una palizzata lunga diverse miglia.

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Il Maniero di Lanciano fu donato da Giulio Cesare da Varano alla propria consorte Giovanna Malatesta, che lo trasformò in una dimora rinascimentale per trascorrervi il periodo estivo. Passato. poi di mano in mano, subì altre modifiche, ma è giunto fino a noi in ottime condizioni. Appartiene oggi alla Diocesi che, dal 2005, lo ha riaperto alle visite.

La nostra visita si ferma qui, anche se l’elenco delle fortificazioni, più o meno dirute, del territorio di Camerino non è certo esaurita. Vi abbiamo fornito un itinerario di massima che potrete arricchire a vostro piacimento. Ma una “dritta” ve la possiamo dare: se visiterete a sera la splendida Rocca d’Ajello, troverete lì presso “La locanda dell’Istrice”, un bed&breakfast davvero speciale che è stato concepito per accogliere anche i disabili motori e che accetta molto volentieri anche gli amici “a quattro zampe”. Se questo non suscita il vostro interesse, dovremo stuzzicare il vostro appetito confidandovi che vi si mangia splendidamente a costi ragionevoli. Inoltre, i gestori, appassionati di arte, di natura e di storia locale, possono soddisfare le vostre curiosità e le vostre domande…

© Copyright 2014 Gianni Marucelli

 

 

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Alla scoperta di un… Sasso.

di Maria Iorillo

Negli ultimi anni sono sempre alla ricerca di borghi, piccoli e grandi, noti ma anche sconosciuti, dove lasciare i miei sensi liberi di interagire con l’ambiente.  Esigenza che forse nasce dal desiderio di csasso1onoscere le radici dell’uomo. O, forse, perché avverto sempre più il bisogno di una vita semplice immersa nella natura e di fuggire da queste grandi città che inghiottiscono il singolo e la sua solitudine. E’, comunque, una ricerca di pace interiore e di una sorta di comunione con la natura e la storia tanto mortificate dall’uomo moderno.

E girovagando nella zona di Cerveteri, ho scoperto un borghetto medievale piccolissimo ma davvero grazioso: Castel del Sasso o, semplicemente, Sasso. Sicuramente il borgo più piccolo che abbia mai visitato.

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sasso4Al suggestivo borgo di Sasso si accede attraverso una porta merlata. Dopo un piccolo corridoio tra due case si entra nella piazza che prende il nome dalla chiesetta di Santa Croce con, all’interno, affreschi del XVI sec.. Una modesta chiesa con la facciata a capanna e il piccolo campanile a vela. Essa, essendo in origine concepita come cappella di famiglia, appartiene al complesso del palazzo Patrizi. Interessante è il Palazzo Baronale, dal quale si gode un’ampia vista sul mare. Intorno la piazza, pavimentata con tasselli di porfido disposti a spiga di grano, sono raccolte poche case dalle quali arriva sempre un profumo delizioso di tagliatelle fatte in casa e di ragù.

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sasso6Il paesino, contornato da una natura splendida, è a 300 metri sopra il livello del mare, per cui anche in piena estate si può godere di un’ arietta frizzante. Nella campagna circostante si trovano i cosiddetti Sassoni di Furbara, grandi picchi rocciosi che, per la loro conformazione e il colore, sembrano le vette dolomitiche in miniatura. Sui picchi si trovano i ruderi del Castello del XII secolo e i resti dell’eremo dei frati seguaci di S. Antonio.

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E il nome Sasso  sembra sia stato dato proprio da una rupe che affianca il borgo e chiamato anche  lo scoglio di S. Antonio.  Secondo un’altra ipotesi, invece, il nome deriverebbe dalla famiglia dei Sassoni scesi nel Lazio intorno all’anno mille a seguito dell’imperatore tedesco Ottone.

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Sasso affonda le sue radici nella preistoria come testimoniano i ritrovamenti effettuati. Infatti, nelle grotte, poco distanti dal borgo, sono state scoperte tombe risalenti all’età del bronzo. Nella località Pian della Carlotta, presso il Sasso, erano conosciute, per le loro proprietà terapeutiche, le acque termali sulfuree, denominate dai Romani “aquae ceretanae”. Con gli ultimi scavi, a opera della sovrintendenza archeologica dell’Etruria meridionale, sono ritornate alla luce magnifiche vasche con rivestimento marmoreo, strutture adornate da mosaici e monete con l’effigie di Adriano.

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Se vi trovate sulla via Aurelia, all’altezza di Furbara, fate una piccola deviazione e fermatevi in questo luogo dai suoni, dai colori e dai profumi del lontano Medioevo. Nelle vicinanze ci sono anche ottime trattorie dall’atmosfera cordiale e dai piatti tradizionali e meno tradizionali ma che sono, sicuramente, un trionfo di sapori da non perdere.

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Un angolo sconosciuto tra le colline pisane e le balze di Volterra

Toiano

di Alberto Pestelli

 

800px-Toiano_cimiteroIn quel di Palaia, in provincia di Pisa, si trova Toiano, un antico borgo posto tra i torrenti Chiecinella e Roglio, affluente del fiume Era. Il paese, che probabilmente vide la luce nell’alto medioevo, ha una struttura a castello, il cui accesso è un ponte che molto probabilmente era levatoio. Il borgo si trova in un ambito di grande interesse paesaggistico tra le colline pisane nei dintorni di Palaia e i calanchi sabbiosi che arrivano fino alle balze di Volterra. Toiano fu inizialmente possedimento lucchese. In seguito passò sotto il dominio pisano fino al image1.1362 quando cadde nelle mani dei fiorentini. Quest’ultimi la distrussero due anni dopo. Tuttavia Toiano fu ricostruito dai suoi abitanti che la rinominarono Toiano nuovo. Nel 1406 tornò a essere dominio di Firenze. Il borgo da anni è un paese fantasma, abbandonato all’incuria del tempo. È stato segnalato al Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI) nel censimento dei luoghi da salvare e conservare. Oliviero Toscani ha dedicato a Toiano un concorso fotografico con l’intento di sollecitare le istituzioni a far tornare il sole a splendere su questo antico borgo!

Toiano (3)

Fotografie: il web

© Copyright 2014 Alberto Pestelli

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Il Borgo e la Cetra

Il Borgo e la Cetra

(sec. XII; latino cithăra, che risale al greco kithára).

di Luigi Diego Eléna

(Dal libro Freguje du Servu – Briciole di Cervo)

Permetteteci di andare nell’immaginazione. Nel lasciarci cogliere dall’evocazione. Nel coinvolgerci all’osservare la piantina toponomastica di Cervo. Certamente ci vuole fantasia fino al sogno, e noi vi invitiamo a fare e verificare questa nostra osservazione-rivelazione. Se fissiamo quindi la mappa di Cervo appare a nostro avviso una “cetra”.

Nobile strumento (sec. XII; latino cithăra, che risale al greco kithára).

Britannica_Cithara_PhorminxUno strumento musicale dell’antica Grecia, formato da una cassa armonica di legno, da cui partivano due bracci curvati verso l’esterno e uniti in alto da una sbarra trasversale; tra questa e la cassa venivano tese le corde, il cui numero variava da 4 a 7, fino a 11 e 15. Fu uno degli strumenti fondamentali del mondo classico, suonato a pizzico o con plettro. Uno strumento d’ispirazione e attività poetica, nonché di poesia:

“Sull’Itala grave cetra derivo / per te le corde eolie” (Foscolo).

Uno strumento, come dicevamo, a corde pizzicate affine alla chitarra e al liuto, diffuso poi soprattutto nei sec. XVI e XVII. La cassa armonica aveva fondo piatto (come la chitarra), struttura piriforme e al centro un’apertura traforata detta rosa. Le dimensioni erano variabili e così pure il numero delle corde, generalmente doppie, che oscillavano da 4 a 7, fino a 11 e 15. Anche nei sec. XVI e XVII poteva essere suonata con le dita e col plettro, con una tecnica esecutiva affine a quella della chitarra. La musica destinata alla cetra era intavolata in maniera affine a quella per liuto. Forma e arte nella cetra che a nostro avviso si sposano con Cervo a tutto tondo. Cervo il Borgo della musica, dove tra le tante iniziative musicali, regna da 50 anni il Festival Internazionale di musica da Camera che ha avuto celeberrimi protagonisti quali: Michelangeli, Richter, Kempff, Annie Fisher, Pollini, Cziffra, Magaloff, Cherkassky, Boukoff, Argerich, Ciccolini, Weissenberg, Kocsis, Demus, Swann, Badura-Skoda, Thiollier, Andras Schiff, Vegh, Menuhin, Gitlis, Ughi, Accardo, Kogan, Franz P. Zimmermann, Gazzelloni, Rampal.

Cervo la “Bomboniera di Cultura” in quella cornice che i nostri avi seppero forgiare disegnando il Borgo a “Cetra”, memori a loro volta di illustri antenati quali i greci e romani. Cervo e Cetra, alias nomen omen. Amen.

© Copyright 2014 Luigi Diego Eléna

Fotografia: da wikipedia

 

 
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Lungo la strada dei mosaici (IX parte)

Faenza

di Alberto Pestelli

Faenza Piazza della LibertàFaenza si trova in provincia di Ravenna che si trova sulla via Emilia tra Imola e Forlì ai piedi dell’Appennino tosco-romagnolo. È storicamente famosa per le sue ceramiche. L’origine della città romagnola viene attribuita addirittura a dei coloni della Grecia – greci dell’Attica – gli stessi che probabilmente fondarono Ravenna. Sotto i celti e gli etruschi, Foentia (l’antico nome di Faenza) conobbe prosperità come centro commerciale. Lì convergevano l’antica via Salaria e la via Emilia. Nel II secolo a.C. fu colonia romana sotto il nome di Faventia (il nome significa “la favorita degli dei”) dove fu sviluppata l’agricoltura, l’industria tessile e, quella che diventerà la caratteristica principale della città, l’industria della ceramica. FaenzaFaenza conobbe il declino immediatamente dopo la caduta dell’impero romano e con l’avvento degli Ostrogoti. A partire dall’VIII secolo la città tornò a splendere. Dopo un periodo sotto il dominio dei vescovi, nel XII secolo diventò un Comune libero. Anche se la storia è da me molto amata, non voglio dilungarmi a parlare di quella di Faenza e delle altre città. Occorrerebbe un libro a parte tanto è ricca di episodi storici belli e brutti. Ritengo che sia sufficiente una piccola infarinatura ed è giusto che sia compito del lettore volenteroso e amante della storia documentarsi approfonditamente della questione. Parlare anche di tutti i monumenti e dei luoghi d’interesse è impresa ardua (anche se fattibile in altra sede) per un breve articolo come questo. I maggiori monumenti della città si trovano soprattutto nelle due piazze principali di Faenza che sono contigue: Piazza del Popolo – dove è si Museo della ceramica di Faenzatrovano i palazzi medievali del Podestà e quello del Municipio – e Piazza della Libertà dove sorge il loggiato detto Portico degli Orefici e, di fronte a questo, la Cattedrale e la fontana con sculture in bronzo. In questa piazza c’è la ricostruzione – dopo la seconda guerra mondiale – della Torre dell’Orologio che era stata costruita nel XVII secolo. La Torre è posta tra il cardo e il decumano dell’antica città romana. Meta di molti turisti è il Museo Internazionale delle Ceramiche. Fu fondato da Gaetano Ballardini nel 1908, lo stesso Ballardini che qualche dopo fondò il famoso Istituto Statale d’Arte per la Ceramica. Con il passare degli anni, il museo si è trasformato in un centro culturale importantissimo per la ricerca e la documentazione delle ceramiche proveniente da ogni angolo del mondo. Infatti, grazie all’aumento degli spazi di esposizione, possiamo ammirare le ceramiche precolombiane, manufatti preistorici e dell’epoca romana, ceramiche cinesi, giapponesi e del Medio Oriente. Il piano superiore del Museo è dedicato all’evoluzione dell’industria della ceramica di Faenza, partendo dal Basso Medioevo al Rinascimento.  Nel 1727 il Comune acquistò una importantissima collezione di stampe, disegni e dipinti dal Giuseppe Zauli – un artista dell’epoca – allestendo la Pinacoteca Comunale di Faenza. Nel Museo furono portate altre opere d’arte che un tempo si trovavano nei conventi e nelle chiese. Tuttavia la Pinacoteca fu aperta al pubblico oltre un secolo dopo, in seguito all’Unità d’Italia (1879) nell’ex convento dei Gesuiti adesso chiamato Palazzo degli Studi. Numerose sono le opere conservate nel museo: Dipinti del Donatello, di Benedetto da Maiano, Francesco Guardi, Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi e tanti altri. In un altro ex Convento, qPalio del Niballouello dei Servi di Maria, si trova la Biblioteca Manfrediana di Faenza. Numerose sono le persone nate in questa bella città romagnola. Dette i natali a Evangelista Torricelli (1608-1648) che fu fisico, filosofo e matematico. Fu l’inventore del barometro; Pietro Nenni (1891-1980) partigiano e segretario del Partito Socialista italiano; Benigno Zaccagnini (1912-1989) politico esponente della Democrazia Cristiana. Ha dato i natali a due personaggi attuali come Andrea Gaudenzi (tennista) e Laura Pausini (cantante). La quarta domenica di giugno si tiene la rievocazione storica del Palio del Niballo. La sfida è tra i cinque rioni di Faenza. Il Palio è preceduto da una serie di gare delle bandiere e dei musici. Questo pre-Palio è detto Bigorda. La settimana prima dell’avvenimento principale nei vari rioni si fanno cene propiziatorie. Faenza è il traguardo (nell’ultimo mese di maggio) della 100 chilometri del Passatore, una corsa impegnativa che parte da Firenze e che percorre la “via Faentina” per intero. Un tempo, dopo aver superato Firenze, la corsa del Passatore passava per la Valle del Mugnone. Ricordo con piacere il passaggio di quella miriade di corridori dilettanti e professionisti. Purtroppo sono molti anni che la corsa, una volta partiti dalla Città “gigliata”, sale per Fiesole e prende la via dei “Bosconi” per ricongiungersi con la via Faentina all’Olmo, tagliando fuori un bel tratto del percorso originario… quello della mia Valle. Sento il fischio del treno. Ci sta chiamando. È giunto il momento di partire per l’ultima stazione. Non vedo l’ora di visitare la capitale italiana dei mosaici bizantini… Ravenna.

© Copyright 2014 Alberto Pestelli

Fonte delle fotografie: Wikipedia
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San Ginesio, un balcone sui monti Sibillini

Di Gianni Marucelli

Colori, profumi e tepore della primavera incipiente penetrano nel borgo dalle porte dell’antica cinta muraria, sbocciano negli orticelli tra le case e nelle connessure delle pietre millenarie delle chiese e dei campanili. Eppure, l’inverno è ancora splendente di neve proprio di fronte a noi, sulle vette del Parco nazionale dei Monti Sibillini, che superano di gran lunga i duemila metri (il Monte Vettore, il più elevato, raggiunge i 2670). Ci troviamo a San Ginesio, nelle Marche, più precisamente nel maceratese: è una cittadina posta su un colle che la espone ai venti del vicino Adriatico, nota sia per i suoi gioielli artistici che per essere una buona stazione climatica.  Questi suoi caratteri le hanno valso, nel 2002, il titolo di “borgo più bello d’Italia” nella graduatoria stilata dall’ANCI, l’associazione dei L' Ospedale dei PellegriniComuni italiani. Va quindi gustata a passo lento, prendendo esempio dalla chiocciola in bronzo, opera d’uno scultore locale, che fa bella mostra di sé sul bordo d’una fontana pubblica. La nostra passeggiata inizia dalla trecentesca Porta Picena, e ci regala subito la visione del grazioso Ospedale dei Pellegrini, risalente alla fine del sec. XIV e caratterizzato da un bel portico con archi a sesto ribassato, su cui si regge un’ulteriore loggia. Curiosamente, un cartello, peraltro polveroso, ci annuncia che lo storico edificio è “in vendita”, come un qualsiasi volgare condominio…Risalendo la via principale, fiancheggiata da dignitosi palazzi, chiese ed ex-chiese, giungiamo al cuore del paese, la Piazza Gentili, il cui nome ricorda  Alberico Gentili, illustre giurista, professore ad Oxford,  che qui ebbe i natali alla metà del La CollegiataCinquecento e che è riconosciuto come l’iniziatore della scienza del diritto internazionale. Sulla piazza si affaccia la Collegiata, di fondazione romanica con facciata tardo-gotica, tanto più originale perchè presenta motivi decorativi d’origine germanica, forse opera di un Enrico Alemanno, come è attestato da una lapide. Anche il campanile, del resto, nella guglia “a cipolla” ricorda i suoi confratelli austriaci… Nell’interno, comunque notevole, la cosa senz’altro più suggestiva è la Cripta-oratorio di San Biagio, decorata da affreschi trecenteschi, d’ottima fattura. Proseguendo oltre la piazza Gentili, l’altra bella chiesa è quella di San Francesco, la quale conserva dell’originaria costruzione duecentesca un  notevole. portale strombato. Nell’interno, da segnalare affreschi del Trecento/Quattrocento, tra cui un Miracolo di S. Antonio, attribuito da un cartello all’eccelso Gentile da Fabriano, ma comunque di scuola fabrianese. Ancora un centinaio di metri e si giunge al Colle Ascarano, La fonta della chiocciolapunto panoramico ora sistemato a giardino pubblico, dal quale la vista spazia su mezza regione. Dovrebbe essere visibile anche l’Adriatico, ma stamani la foschia ce lo occulta. Il consiglio è di tornare a Porta Picena percorrendo i vicoli interni, ricchi di scorci molto suggestivi. Abbiamo omesso, per ragioni di tempo, la visita della sezione antica del Museo-pinacoteca “Scipione Gentili”, presso l’ex chiesetta di San Sebastiano, con reperti archeologici piceni e romani e il corredo della tomba di un principe celtico ritrovata proprio qui. Prima di ripartire, concedetevi un attimo per ammirare di nuovo i Monti Sibillini e, più a sud, i Monti della Laga: mete da tenere ben presenti per la bella stagione…

Fotografie:

  1. Panorama sui Monti Sibillini da San Ginesio
  2. L’ Ospedale dei Pellegrini
  3. La Collegiata
  4. La fontana della Chiocciola
  5. La Cripta di San Biagio (Madonna in trono con Bambino)
  6. Elementi decorativi “germanici” della faccia della Collegiata
  7. Il portale duecentesco della Chiesa di San Francesco
  8. Chiesa di San Francesco: “Miracolo di S. Antonio”, attribuito a Gentile da Fabriano
  9. Panorama sui colli
  10. Il gatto in cantina…
  11. La via principale
  12. La porta medievale s’apre sulla primavera
  13. La guglia “a cipolla” della collegiata
  14. La centrale Piazza Gentili

 

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Articolo e fotografie di Gianni Marucelli

© Copyright 2014 Gianni Marucelli

 

 

 

 

 

 
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U garbu

“U Garbu” (Il varco Bondai)

 di Luigi Diego Eléna

(Da Freguje du Servu – Briciole di Cervo)

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Il varco Bondai conosciuto come “U Garbu” non era una delle quattro porte di accesso al Borgo conosciute come: Porta di Santa Caterina, Porta Marina, Porta San Nicola, Porta Canarda.

Esso venne aperto tra le mura nel secolo XV, dando la possibilità di un nuovo passaggio più comodo a chi saliva la via Romana da ponente, consentendogli di uscire-entrare nel Borgo anche da ovest. Si evitava in tal modo la costrizione a passare, gioco forza, da Porta Santa Caterina. Da notare che l’odierna ulteriore apertura tra Piazza Castello e Piazza Santa Caterina risale a metà ‘900.

Il nome Bondai è dovuto ad una leggenda che lega tale varco all’omonimo Rio, risorsa idrica essenziale per la vita del Borgo. Non a caso esistono ancora oggi nella sua prossimità, sia una fontanella sia una vasca, un tempo punti di riferimento per le massaie cervesi sia per il rifornimento di acqua da bere sia per il loro bucato a mano.

La leggenda narra che sotto il varco ci fosse un piccolo lago sotterraneo ad ovest del Borgo, che fungeva da passaggio fino alle viscere degli inferi, ed era la sola via (U Garbu) per raggiungere il palazzo dell’inferno. Le caverne cristalline sottostanti, erano percorse da enormi cascate. Secoli fa, mostri e demoni (bazue) una volta aperto il varco (U Garbu) si dispersero nella campagna boscosa uscendo dalla loro prigionia, e i maghi del passato riuscirono a respingerli grazie al potere dell’incantesimo supremo, con cui sigillarono anche l’entrata del passaggio.

La pace fu assicurata ed il Borgo ebbe la tranquillità tanto agognata.

Oggi chi arriva col fiato sospeso fino al Garbo, dopo la lunga ascesa, può tirare un lungo sospiro, non certo per l’ansia di quella leggenda ,ma per il meraviglioso panorama che dal Garbu si gode sull’intero Golfo Dianese:

 “Videns credit” (provare per credere)

© Copyright 2014 Luigi Diego Eléna

 

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Quando si dice il caso… San Gusmé

di Alberto Pestelli

 

21111_1Se un bel giorno di tre anni fa non ci fossi passato per caso, non avrei mai sentito parlare di San Gusmé. Provenendo da Castelnuovo Berardenga (SI), di cui è frazione, questo piccolo borgo mi è apparso in tutta la sua semplice bellezza. Posto sul crinale di un colle, San Gusmé ha ancora (come la più famosa Monteriggioni) le sue mura che formano un cerchio quasi perfetto. Incuriosito dalla novità, lasciai l’auto al parcheggio appena fuori le mura e, dopo aver passato una delle porte, mi sono intrufolato, quasi con riverente timore, all’interno dell’antico borgo medievale. LaSan_gume_mura prima impressione che ho avuto di San Gusmé è stata la grande sorpresa: tutto è stato restaurato e rimesso a “nuovo” senza intaccare quello che doveva essere lo stile originario degli edifici (così mi è sembrato, ovvio!). ma la cosa ancor più sorprendente è stata quella di vedere intere comitive di gitanti della domenica seduti nei vari wine bar, trattorie casalinghe che, molto probabilmente sono nate con la ristrutturazione del borgo. Non ho impiegato molto tempo a girovagare per le sue stradine. In un quarto d’ora si può dire che ho visto il paesello in toto e c’è scappato resizer.jsppure un buon caffè in un circolo ricreativo. Ovviamente la mia visita non si è basata solamente all’impellente necessità di caffeina per riprendere il viaggio in automobile verso casa. Mi sono soffermato ad ammirare due costruzioni religiose. All’interno delle mura c’è la Pieve dei Santi Cosma e Damiano nota fin dall’ 867. Sempre all’interno del borgo si trova la Chiesa della Compagnia della Santissima Annunziata dove è conservata una tela dipinta (una cinquecentesca Annunciazione) con tutta certezza da Pietro Sorri.

Luca_cavaTornando al parcheggio mi sono promesso di saperne di più su questo piccolo, splendido, antico borgo fortificato. E così, spulciando alcune fonti (wikipedia e altri siti web) ho scoperto che San Gusmé fu nominata per la prima volta nel 867 in un atto di donazione: un conte senese – un certo Winigi di Ranieri – donò al Monastero di San Salvatore della Berardenga tutti si suoi bene che si trovavano nel circondario della Pieve sopra citata. Nel XII secolo S. Gusmé fu feudo dei Ricasoli (voglio ricordare che non lontano è il Castello di Brolio, possedimento dei Ricasoli). Nel 1478 fu occupata dagli Aragonesi di Re Alfonso. Nel febbraio del 1554 fu teatro di una battaglia tra senesi e l’esercito imperiale il quale, nel maggio del medesimo anno si lasciarono andare al saccheggio mettendo a fuoco il borgo. 343411-800x539-300x202In seguito, dopo aver conosciuto un periodo di autonomia, San Gusmé fu inglobato nel 1777 nel Comune di Castelnuovo Berardenga. Dal 1888 a San Gusmé esiste una curiosa tradizione locale; la Festa del Luca Cava. Questa iniziativa ebbe inizio a seguito alla costruzione, commissionata da un contadino della zona, di una statuetta di un piccolo uomo accovacciato nella tipica posizione fisiologica defecatoria. Serviva a dire a tutti che in quel luogo era acconsentito, anzi di ben accetto, farla lì. Il motivo era di utilizzare “il guano” come fertilizzante. In seguito alla derisione da parte dei paesi confinanti, la statuetta fu distrutta negli anni ’40 proprio dagli abitanti di San Gusmé. Fu ricostruita grazie all’interessamento di Silvio Gigli dopo aver conosciuto la storia di questa 260px-San_gume_piazzasingolare iniziativa. Da allora ebbe inizio la Festa in onore di Luca Cava a San Gusmé dove partecipano molti ospiti di spicco del mondo musicale italiano. Nonostante una decina di anni di interruzione, la festa esiste ancora. Si tiene i primi due fine settimana di settembre. Il culmine della festa si ha durante il premio giornalistico intitolato a Silvio Gigli. Premio che viene assegnato ogni anno ad un personaggio in vista del mondo televisivo italiano.

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