Toscana: La pieve di Gropina

Di Gianni Marucelli

 Gropina

Ci troviamo nel Valdarno, ovverosia nella valle percorsa dal fiume Arno tra Arezzo e Pontassieve, in provincia di Firenze. Una terra ricca di storia, che ha dato i natali a tanti sommi artisti (tra i quali Masaccio e il Petrarca): abitata fin dalla più remota antichità, i suoi versanti furono percorsi, in un’epoca in cui il fondovalle era troppo paludoso, da strade tra cui la più nota è la Via dei Setteponti, che ricalca in più punti le tracce della Cassia Vetus, risalente ad epoca romana.

Gropina

Questa strada fu chiamata anche, nel Medio Evo, “Beati Petri”, ossia di San Pietro, perchè conduceva verso Roma i pellegrini che giungevano dal nord. Lungo di essa, nei pressi di Loro Ciuffenna, si erge, in posizione isolata e bellissima, la Pieve di Gropina.

Gropina

Il toponimo stesso ci indica le ascendenze etrusche del luogo, sul quale probabilmente sorse un tempio etrusco e certamente uno di epoca romana. Ha una lunga storia, questo edificio, se il primo cenno della sua esistenza si trova in una pergamena appartenente all’archivio dell’abbazia di Nonantola, che la vuole donata da Carlo Magno, nel 780 d.C., appunto a questa Abbazia.

Gropina

Basta entrarci, comunque, per capire che alcuni elementi architettonici risalgono addirittura a epoca longobarda (lo stupendo pulpito), e che altri sono di mano di scultori medievali, probabilmente discepoli della Scuola del grande Wiligelmo, l’architetto che eresse il Duomo di Modena (sec. XII). Infatti, le tre navate della Pieve sono divise da colonne monolitiche che recano capitelli istoriati a immagini e simboli di grande suggestione.

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Comunque, l’edificio attuale sulle fondamenta di altre costruzioni sacre: oltre al tempio pagano, una chiesa paleocristiana e un’altra risalente, come si è detto, a epoca longobarda (sec. VII d.C.). La parte absidale, ornata da archetti sovrapposti su due ordini, conferisce a questa pieve severa un’ incredibile levità. All’esterno, il tozzo campanile riporta la data del 1253, è cioè posteriore all’ultima edificazione. Tutt’intorno, un minuscolo borghetto agricolo apre il proscenio sul vasto panorama sul Valdarno e sui Monti del Chianti.

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Non vi sono negozi, né altro che turbi la pace e la meditazione. In questa stupenda chiesa si tengono anche concerti e altre manifestazioni culturali, tra cui segnaliamo, il prossimo 23 settembre alla sera, una Lectura Dantis centrata sul Canto XXIII dell’Inferno (quello di Ulisse, per intenderci)…

 

Articolo e fotografie: © copyright Gianni Marucelli 2014

 

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Un giorno a La Scarzuola, in Umbria

Di Paola Capitani

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La magia accoglie appena si entra nel prato con le stazioni della via crucis e si vede la chiesa con il porticato. I due cani e Marco ci accolgono sul cancello e ci conducono per mano e con emozioni crescenti nella vita della Scarzuolanota 1 e del suo magnifico architetto, laureato a 23 anni e attivo già a 27.

Questa la dice lunga sulle date anagrafiche dei nostri laureati…

La visita inizia con la spiegazione del significato della Scarzuola ovvero la Scarza erba che si trova in copia e che con la quale San Francesco costruì il primo riparo.

Quindi le amenità e le curiosità del Giullare di Dio che trova la sua sede in questo posto magico dove oltre la chiesa si procede in un fresco bosco che ci riserva emozioni a non finire.

Marconota 2 ci stupisce in continuazione con aneddoti, curiosità, riflessioni e fra tutte quella che mi ha colpito per la sua banale e profonda verità.

Le domande che ci pone a noi signore… “perché aspettiamo dall’uomo il riconoscimento e l’approvazione quando noi l’abbiamo generato ed è uscito da noi… parte del nostro corpo e della nostra anima… e quindi ecco perché l’uomo non cresce… e cerca sempre nella donna la mamma che lo nutre per sempre…

Una rivelazione come quella sulla nostra dualità e sul conflitto per cercare noi stessi e, come direbbe Nietsche, “difficile essere quello che si è”.

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Il luogo è indescrivibile, al di sopra e oltre l’immaginario e la campagna che lo circonda unica nel suo genere, con i cipressi, le pecore al pascolo e l’acqua che regna in ogni angolo a indicare la via… la simbologia continua, le forme conturbanti che ci riportano all’energia e al Chakra, al campo magnetico e a tutto quello che circonda il nostro essere e che noi spesso ignoriamo e trascuriamo.

Grazie a Barbara Santoro per averci portato in questo luogo magico, dove un successivo viaggio potrà aiutare ad approfondire conoscenze e origini, storie e curiosità.

E grazie a Marco il padrone di casa che ha aneddoti e perle di saggezze miste a una facile chiacchiera che intriga e ammalia.

© copyright 2014 paola.capitani@gmail.com

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 Note (fonte: Wikipedia)

  1. La Scarzuola è una località nei pressi di Montegiove, una frazione di Montegabbione in provincia di Terni. Secondo la tradizione locale San Francesco avrebbe soggiornato nell’antico convento. La località è famosa per la “Città-teatro” che fu costruita, seguendo il sogno di realizzare una città ideale, dall’architetto Tommaso Buzzi nel XX secolo.
  2. Marco Solari, l’erede del Buzzi, terminò l’opera della Città-Teatro che era rimasta incompiuta con la scomparsa del celebre architetto milanese nel 1981. La completa realizzazione del sogno del Buzzi fu possibile grazie ai suoi stessi “schizzi” che lasciò a Marco Solari.

Fotografie

  1. “MontegabbioneMontegioveLaScarzuola” di Foto: LigaDue / Creator/Artist: Tomaso Buzzi – Foto: LigaDue / Creator/Artist: Tomaso Buzzi. Con licenza Creative Commons Attribution 3.0 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:MontegabbioneMontegioveLaScarzuola.JPG#mediaviewer/File:MontegabbioneMontegioveLaScarzuola.JPG
  2. “Scarzuola interno01” di Binomio77 – Opera propria. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Scarzuola_interno01.JPG#mediaviewer/File:Scarzuola_interno01.JPG
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Il girotondo dell’Argentario

Di Maria Iorillo & Alberto Pestelli

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Vi è mai capitato di avere tempo da perdere e non sapere come sfruttarlo?

Noi un consiglio l’abbiamo. Prendete la vostra auto – meglio se utilitaria e piuttosto piccola – e improvvisate un tour dalla mattina alla sera. Facile, no?

Già sentiamo la vostra domanda… Dove andare? Semplice… dove vi porta l’ispirazione dopo aver consultato una bussola o, in mancanza di questa, una poetica rosa dei venti. E se la poesia non è il vostro forte, inumidite con la saliva il dito indice e alzatelo e sentite da dove arriva il vento.

Quel giorno a Roma il vento proveniva da Nord…

Fatto il pieno all’utilitaria, puntammo la prora dell’auto verso la via Cassia.

Per dove? Lo decidemmo appena giunti a Montefiascone: un caffè a Bolsena… in attesa di trovare l’ispirazione successiva… che non tardò ad arrivare. Il vento questa volta spirava da ovest, in direzione della Maremma toscana. Pitigliano!

Un leggero pasto nella piazzetta della città del tufo. Un veloce acquisto di prelibatezze del posto in un caratteristico grottino, una bottiglia del famoso bianco da aprire la sera a cena e…

“A giro per le stradine di Pitigliano?”

Sbagliato! Ci siamo stati tante volte, e poi il vento in quel momento ci stava portando aria di mare…

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E mare sia!

Il punto più vicino all’antica città etrusca è il promontorio dell’Argentario. Mai stati prima, quindi occorreva porre rimedio!

Arrivammo a Porto Santo Stefano abbastanza velocemente. Il porticciolo a quell’ora del giorno non era molto frequentato di turisti. Trovammo facilmente un parcheggio per l’auto.

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E ci lasciammo andare a una rilassante passeggiata sul molo. Quanti yacht ormeggiati e quante barche in attesa di alzare le vele. Danno sempre un senso di libertà, fanno pensare a posti lontani, ai viaggi e al loro fascino. Un caffè nel grande bar e poi continuammo il giro.

Immagine 283Porto Santo Stefano

L’intenzione era quella di percorrere in tondo la strada panoramica, che corre tutto intorno al promontorio e che offre una visuale veramente unica sul mare e sulle vicine isole del Giglio e Giannutri, fino ad arrivare a Orbetello passando per Porto Ercole. Ma non avevamo idea dell’avventura a cui stavamo andando incontro. Percorrendo la strada su una costa molto frastagliata, lo sguardo andava sempre verso il mare.

Immagine 284L’ambiente naturalistico intorno a noi era notevolmente bello e l’acqua sotto di noi veramente cristallina. Eravamo presi dai paesaggi.

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Ad un certo punto, un cartello avvertiva della fine della strada asfaltata e dell’inizio di una strada bianca, non consigliata.

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Forse eravamo andati su un percorso secondario, ma quel “poco consigliato” non ci fece desistere dal proseguire. “Poco consigliato, ma comunque percorribile” pensammo noi. E andammo oltre. Inizialmente non sembrava così disastrata. Strada abbastanza larga, non asfaltata ma ricoperta di breccia bianca e qualche piccola buca.

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Un’impalpabile polvere si posava, intanto, sulla macchina. Incontrammo anche un suv che veniva dalla parte opposta e il cui autista, nel passarci vicino, ci fece un largo sorriso. Solo successivamente intendemmo il senso di quel sorriso, sicuramente ironico. Infatti, andando oltre, la strada cominciò a restringersi, le buche, ora grandi, si aprivano davanti a noi facendo sobbalzare ripetutamente la macchina. Poverina, chissà quanto soffriva.

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A quel punto non potevamo tornare indietro, eravamo andati troppo avanti e pensavamo di essere vicini al termine della strada. Intanto il mare, alla nostra destra, continuava a brillare. Le sagome delle isole del Giglio e di Giannutri erano in controluce. Lo spettacolo era davvero un incanto, ma noi eravamo distratti dal nostro problema che appariva sempre più preoccupante. Perché arrivammo a un bivio. La strada davanti a noi si apriva a forbice e, chissà perché, decidemmo per quella più esterna.

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Questo viottolo si presentava sempre più stretto e poi… ecco davanti a noi un cancello chiuso. Forse l’accesso a una villa privata. Chissà! Comunque non potevamo proseguire, né fare inversione perché il tratto era stretto per una simile manovra. Alla nostra destra il vuoto. L’unica soluzione era la marcia indietro. Ma… l’ansia ci prese. Uno dei due scese dalla macchina per aiutare l’altra a non avvicinarsi, durante la retromarcia, al burrone.

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Nel proseguire restando il più possibile sulla sinistra, la macchina non riusciva a sottrarsi ai graffi degli arbusti che spuntavano dalla parete rocciosa. A fatica e con non poca tribolazione, riuscimmo a tornare al bivio e a prendere l’altra strada della forbice. Pericolo passato, ma che paura! Ormai il paesaggio, pur fantastico, era diventato insignificante. Il nostro unico scopo era lasciare, prima possibile, quel sentiero “sgarrupato”. E finalmente arrivammo sulla strada principale. Ci fermammo per rilassarci un po’, ridendo e scherzando sull’avventura appena vissuta. E, quindi, riprendemmo il viaggio. Questa volta l’attenzione ritornò sul mare e sullo scenario suggestivo che ci circondava.

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Arrivammo a Porto Ercole con il sorriso sulle labbra. Se il tempo, nei momenti trascorsi sulla stradaccia, non passava mai, adesso correva come un levriero. Si stava facendo tardi e Roma era lontana. Un ultimo sguardo al mare che, coi suoi luccichii, ci invitava a restare ancora ad ascoltare la sua musica mentre il sole lentamente si ritirava dietro quella linea invisibile che separa il cielo dal mare. Puntammo verso Orbetello con la speranza di trovare un distributore. Non ci eravamo accorti che, intanto, la spia della benzina era fissa sul rosso. Non fu difficile trovarne uno.

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Mentre il benzinaio riempiva il serbatoio della vecchia 600, volgemmo ancora una sbirciatina al promontorio dell’Argentario, al mare e poi di nuovo al monte. Anche se con qualche brivido, il girotondo dell’Argentario era stata un’avventura unica, interessante… e istruttiva per il futuro: è bene consultare le cartine e seguire le istruzioni dei cartelli stradali prima di percorrere strade che non conosciamo. Ma… volete sapere una cosa? Se tornassimo indietro ci comporteremo allo stesso modo: senza consultare cartine e né rispettare i cartelli ma seguendo semplicemente il vento…

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© copyright IO.PE 2014

Fotografie di Alberto Pestelli © copyright Alberto Pestelli 2006

 

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Il Duomo di Amalfi

di Gianni Marucelli

 

In viaggio

Amalfi vista dal mare

La piccola motonave che ci porta da Salerno ad Amalfi, in poco più di mezz’ora, sta completando il suo spettacolare itinerario al largo di questa costiera, che è tra le più belle e interessanti della penisola italiana. Abbiamo tutto il tempo, prima dell’attracco, di ammirare la minuscola città che, mille anni fa, fu una potente repubblica marinara. Sull’abitato spicca il campanile del duomo, il cui culmine è rivestito di embrici maiolicati gialli e verdi. È quella la nostra meta, il più importante dei monumenti di Amalfi e certo uno dei più notevoli dell’Italia meridionale.

Il centro della cittadina visto dal lungomare

Di fronte alla Cattedrale

Il Duomo di Amalfi- la facciata

La raggiungiamo fendendo la folla chiassosa dei turisti estivi, che percorre i vicoli stretti cercando, in questa caldissima giornata di Giugno, il ristoro dell’ombra e di un sorbetto al limone, nota specialità locale. L’imponente costruzione della cattedrale domina, da un’alta scalinata, la piazzetta dedicata a S. Andrea, patrono di Amalfi dove se ne venerano le reliquie. La struttura è complessa, costituita da tre diversi corpi di fabbrica (l’antico cimitero detto Chiostro del Paradiso, la Chiesa del Crocifisso e la basilica vera e propria) che sono stati realizzati in epoche differenti, a partire dalla metà del sec. X. Un vasto atrio-porticato immette alle porte dei tre edifici, e costituisce parte integrante della facciata, tanto suggestiva quanto “falso-antica”, in quanto crollò nel corso del 1800 e fu riedificata interamente alla fine del secolo.

Il portale di bronzo di fattura bizantina

Il nostro bisogno di autenticità è però subito soddisfatto dalla magnifica porta in bronzo, fusa a Costantinopoli nel 1066 e donata alla madre patria dal capo della colonia amalfitana nella capitale d’Oriente: essa reca in fine bassorilievo le figure della Vergine, di Cristo e dei SS. Andrea e Pietro, rigorosamente bizantine. L’argentatura che una volta le rendeva ancor più preziose si è quasi dissolta, ma si intuisce ancora. Per una sorta di par condicio linguistica, le didascalie che sottolineano le figure sono in parte in greco e in parte in latino. Il portone immetterebbe nella basilica, ma l’ingresso al complesso monumentale è dal Chiostro, dove si paga un modesto biglietto.

La cuspide del campanile, rivestita di maioliche policrome

Il Chiostro del Paradiso

Il Chiostro del Paradiso, altro particolare

Il Chiostro del Paradiso rende onore al proprio nome, con il fascino orientale degli archi intrecciati, sostenuti da centoventi esili colonnine, attraverso cui lo sguardo si posa sulla florida vegetazione del giardino centrale. Il ricordo del cimitero, che questo luogo ha accolto, viene riportato alla mente dalla presenza di vari sarcofagi, di epoca romana, riccamente decorati.

Il Chiostro del Paradiso, la fuga degli archi arabeggianti

C’è un punto preciso del peristilio in cui si inquadra perfettamente, tra le colonnine e l’arco soprastante, il bel campanile duecentesco: è una immagine alla quale davvero nessun fotografo sa sottrarsi, nemmeno noi, anche se sappiamo perfettamente che l’istantanea compare in ogni guida turistica o libro d’arte.

Il Chiostro del Paradiso, particolare del giardino

Prima di entrare nella confinante Chiesa del Crocifisso, ci soffermiamo ad ammirare un bell’affresco del ‘300, opera del pittore campano Roberto d’Oderisio, che si rifaceva allo stile giottesco. Si tratta di una Crocifissione in cui i soldati ai piedi della croce indossano armature angioine e nel cielo un angelo accoglie, particolare non trascurabile, l’anima del Buon Ladrone.

Inquadratura del Campanile dal Chiostro

La Chiesa del Crocifisso e il suo Tesoro

Chiesa del Crocifisso- bassorilievo marmoreo raffigurante la Madonna col Bimbo, attribuito a Francesco Laurana

La Chiesa basilicale del Crocifisso ha un nucleo originale del VI secolo, poi fortemente rimaneggiato nel tempo. Nel 1100 essa fu unita alla nuova e più vasta chiesa che le fu costruita accanto, che divenne perciò una Cattedrale con ben sei navate. In epoca barocca ambedue gli interni furono rivestiti di marmi e stucchi e di nuovo separati.

La struttura del matroneo riportata alla luce dopo il restauro che ha privato la Chiesa degli orpelli barocchi

Alla fine del secolo scorso, poi, un restauro eliminò l’apparato seicentesco e la chiesa del Crocifisso fu riportata, anche se molto parzialmente, al suo aspetto medioevale; in particolare, fu ripristinato il matroneo col suo loggiato di monofore e bifore. La cosa più interessante, però, è che lo spazio è stato destinato ad accogliere il magnifico Tesoro del Duomo, sui cui vale davvero la pena di soffermarsi.

Prezioso crocifisso e reliquiari a forma di testa

Alcuni pezzi sono senza dubbio stupendi, come la mitria vescovile di epoca angioina, realizzata presso la corte di Napoli nel 1297 e destinata a ricoprire il capo principesco del figlio del Re Carlo II, che era Vescovo di Tolosa. Basti dire che essa è ricoperta da ventimila perline, su cui sono posate gemme e lamine d’oro. Vicino alla Mitria è conservato un calice trecentesco lavorato a cesello e ornato di gemme e pietre preziose… Povertà della Chiesa di quei tempi, ci verrebbe da commentare…

Mitria vescovile di epoca angioina (tesoro del uomoTesoro del Duomo- antico pastorale

Un altro oggetto di valore attrae la nostra attenzione: è un esemplare seicentesco del Collare del Toson d’oro, alta onoreficienza riservata al Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, in precedenza Cavalieri di Rodi o di San Giovanni. Cosa c’entra con Amalfi? Il fondatore dell’Ordine fu l’amalfitano fra’ Gerardo Sasso da Scala… Non ci dilungheremo oltre sul Tesoro del Duomo, se non per segnalare che esso comprende altri gioielli, però d’arte, come la Madonna della Neve, delizioso bassorilievo su marmo attribuito a quel grande scultore e architetto che fu Francesco Laurana.

Statua lignea della Madonna che presenta il Bambino quale "via della Salvezza", secondo i canoni bizantini. Lo stile è però fiorentino

Oppure la statua lignea della Madonna delle Grazie, di scuola napoletana della seconda metà del Trecento, il cui autore sembra però essere permeato della lezione dei Maestri toscani dell’epoca. La Madonna è raffigurata in un atteggiamento tipico della tradizione bizantina, con il bambino in braccio nell’atto di presentarlo come “via della salvezza”: ma con quale dolcezza, tuttavia!

Esemplare seicentesco dell'onoreficienza del Toson d'Oro

La Cripta

La cripta- la grande statua bronzea di S

Da una porta interna il visitatore si immette poi nella Cripta della Cattedrale, che è un po’ il cuore di Amalfi perchè qui, secondo la tradizione, si conservano i resti mortali di S. Andrea Apostolo, patrono della città. L’ambiente è molto ampio, la sua costruzione risale alla metà del ‘200, ma fu poi ristrutturato nel ‘700 in modo pesantemente barocco: marmi, stucchi e affreschi abbondano, ma su tutto domina la gigantesca statua in bronzo di S. Andrea, donata da Filippo III di Spagna. L’opera fu eseguita da Michelangelo fiorentino, non ahimè il Buonarroti, ma più semplicemente il Naccherino, nel 1606. Ai piedi l’altare in marmi pregiati custodisce, dietro e sotto di sé, i resti mortali dell’Apostolo, o almeno parte di essi, poiché molte altre chiese e santuari si contendono questo onore. Qui furono senz’altro portate, da Costantinopoli, la parte occipitale del capo e alcune ossa grazie al cardinale amalfitano Pietro Capuano, Legato pontificio durante la IV Crociata (1208).

Panoramica della Cripta. E' evidente la sistemazione barocca

Le reliquie dell’Apostolo e il miracolo della Santa Manna

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Bisogna qui fare una parentesi e ricordare come Andrea apostolo sia stato suppliziato a Patrasso, in Grecia. Il fratello di Pietro (che tale era) non fu da meno del congiunto nel richiedere ai carnefici che adempissero al loro compito crocifiggendolo in modo diverso dal Cristo, non volendo egli in alcuna maniera mettersi alla pari del Signore. Quindi, fu predisposta per lui la croce a X, con la quale questo Santo viene sempre effigiato. Il corpo venne poi sepolto, ma in epoca successiva fu traslato a Costantinopoli. Con il declino dell’Impero bizantino, delle reliquie dei santi venne fatto proficuo commercio, così si spiega come parte delle ossa di S. Andrea finirono ad Amalfi, altre nel 1463 furono donate dal despota di Morea, Tommaso Paleologo, al Papa Pio II. Enea Silvio Piccolomini era un geniale umanista, ma non si peritò di accettare le reliquie e di contraccambiarle con la promessa di sostenere un’ennesima Crociata contro gli infedeli, per difendere quel che restava del grande Impero d’Oriente…La promessa rimase lettera morta, le reliquie invece andarono ad arricchire la nuova città,edificata secondo i canoni ideali dell’Umanesimo dal Papa. Parliamo di Pienza, nella cui cattedrale esse rimasero fin quasi ai tempi nostri. Infatti, nell’ambito della politica di distensione con la Chiesa Ortodossa, negli anni ’60 del secolo scorso Papa Montini le restituì a Patrasso, dove ora si trovano. Ma altre parti delle sacre ossa sono custodite a Edimburgo, di cui il Santo è Patrono, e a Varsavia.

Ma con S. Andrea non abbiamo ancora terminato: qui ad Amalfi, il 30 Novembre, festa del Patrono, convergono moltissimi fedeli per assistere al miracolo della Santa Manna, simile per molti aspetti a quello del Sangue di San Gennaro a Napoli. In cosa consiste, ve lo diciamo brevemente; all’interno del sepolcro si forma un liquido, della consistenza dell’acqua, che viene prelevato, al termine di speciali preghiere, e posto in un’ ampolla. Questo liquor è testimoniato avere virtù miracolose, per cui veniva (e tuttora viene, almeno pensiamo) passato sul volto dei fedeli (in particolare sugli occhi) mediante un apposito strumento. Però, Amalfi non ha l’esclusiva della Santa Manna: eventi simili, seppur in date diverse e per opera di altri santi, avvengono a Napoli (S. Pomponio), nella vicina Salerno (S. Matteo evangelista), Bari (S. Nicola, naturalmente), Nola (S. Felice), Maratea (S. Biagio), Latronico (S. Egidio Abate), Soriano nel Cimino (S. Eutizio), Venafro (S. Nicandro).

In questo augusto consesso stona un po’ Ferrara (la manna qui si forma sul sarcofago di una santa padana d.o.c., la Beata Beatrice d’Este). Ci perdonino le altre località italiane che, per nostra ignoranza, sono rimaste fuori dall’elenco…

A pro’ degli increduli, diciamo che il fenomeno può spiegarsi con l’umidità e con la porosità dei marmi e delle altre pietre; tuttavia, di un preciso e approfondito studio scientifico non abbiamo notizia.

La Cattedrale

Interno della cattedrale

Lasciamo finalmente la Cripta e i suoi misteri per salire nella Cattedrale vera e propria. Anche qui, l’interno è stato rifatto all’inizio del Settecento e la veste quindi è sontuosamente barocca; il nostro pensiero va, nostalgico, a come doveva essere la primitiva chiesa romanica, ma non si può negare che sussistano vere e proprie perle d’arte, come l’altare, per il quale è stato utilizzato il sarcofago dell’Arcivescovo Capuano, morto nel 1359, o gli altissimi candelabri con decorazione a mosaico risalenti al sec. XIII. Due enormi colonne monolitiche, forse provenienti da qualche tempio pagano della vicina Paestum, sorreggono l’arco di ingresso al presbiterio. Altre colonne antiche sono incorporate nei pilastri che dividono le tre navate (le si possono vedere nel settimo pilastro, a destra e a sinistra), mentre il fonte battesimale è formato da una vasca antica di porfido, probabilmente proveniente da qualche villa di epoca romana. Non può mancare, neppure qui, una Cappella dedicata alle reliquie di altri santi, portate ad Amalfi insieme a quelle di S. Andrea (chissà, forse erano comprese nel lotto acquisito dal cardinal Capuano…). Nella navata di destra attira la curiosità una grande tela che ricorda un evento miracoloso: il temutissimo comandante saraceno Ariadeno Barbarossa si apprestava a mettere a ferro e fuoco la costa tra Salerno e Amalfi quando, il 27 Giugno 1544, S. Andrea (con l’ausilio di S. Matteo) ci mise lo zampino e provocò una grande mareggiata che mandò a picco la flotta nemica. Ancor oggi, ad Amalfi, il 27 Giugno si festeggia la memoria dello scampato pericolo.

L'imbarcazione di Amalfi che partecipa alle Regate storiche

Usciamo, infine, e discendiamo la lunga scalinata che avevamo salito. I sorbetti al limone ci attendono.

 

© copyright Gianni Marucelli 2014

 

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Il Castello di Gropparello tra leggende di fantasmi, di cappa e di spada

di Massimilla Manetti Ricci

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Centottanta milioni di anni fa una massa petrosa del giurassico fu sbalzata fuori dalle rocce Liguridi Esterne per formare una rupe di ofiolite, la pietra verde il cui nome significa appunto roccia di serpente.

All’indomita violenta spinta naturale subentrò la costanza dominatrice dell’uomo che costruì su questo dirupo a picco sulla gola del torrente Vezzeno un castrum e su di esso poi in epoca medievale una torre militare fortificata.

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Risalgono dunque all’810 le prime notizie certe del Castello di Gropparello a 27 km da Piacenza quando Carlo Magno concede in feudo la rocca all’Arcivescovo Giuliano II.

Diventa nel ‘300 teatro delle faide tra Guelfi e Ghibellini passando per le mani delle famiglie Fulgosio, Anguissola e del conte Ludovico Marazzani Visconti Terzi per poi arrivare nel 1994 alla famiglia Gibelli che lo ha trasformato in una meta turistica grazie soprattutto all’iniziativa del parco delle fiabe.

Primo ed unico parco emotivo per bambini, propone avventure medievali con eroi senza tempo , con folletti ed elfi del bosco quali richiami alla natura primordiale e incontaminata che offre il suo sottobosco alla scoperta curiosa e stupita dei piccoli.

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Qui si esaltano ,in un gioco di ruolo guidato, i valori antichi ed eterni della lealtà, del coraggio e della difesa del buono, ma si esorcizzano anche le paure ancestrali degli orchi e delle streghe che vivono in noi per sfogare   le ansie e le costrizioni in un liberatorio grido alla vita.

Il castello, compatto sulla sua rupe sorveglia il gioco sereno e le grida gioiose echeggianti dal parco, per mitigare e placare lo spirito della giovane donna Rosania Fulgosio che la leggenda medievale vuole murata   viva nelle segrete della rocca intorno al 1200 dal marito tradito .

C’è chi giura di averla vista aggirarsi  vestita di velo bianco con i capelli raccolti su un esile figura tra i muri del castello in cerca di pace e di un fugace contatto con i vivi.

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Dalla storia persa nella leggenda e dal sovvertimento tra il normale e il paranormale , il proprietario del castello, Gianfranco Gibelli ne ha tratto un romanzo , ‘Indagine su una presenza inquietante’, spiegandone le motivazioni:

Ci siamo di volta in volta incuriositi, preoccupati, spaventati, commossi; abbiamo sperato, temuto, sofferto e siamo stati felici. E la cronaca trasmette i fatti, non le emozioni che a questi sono legate, che hanno coinvolto me personalmente, mia moglie, le nostre figlie, i nostri parenti, e più o meno direttamente molte altre persone. Quindi ha preso corpo poco a poco una diversa idea: che cosa può trasmettere, oltre ai fatti, anche le emozioni? Un romanzo.

Al maniero si accede da un ponte levatoio che sembra introdurci nel cuore della roccia ofiolitica sulla quale poggiano le fondamenta.

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Ed infatti il corpo centrale del cortile non ha la struttura quadrangolare tipica dei castelli , ma una sorta di triangolo ritagliato nel ventre della rocca che segue l’andamento del dirupo.

L’intonaco a strisce e il balconcino, allusivo a Romeo e Giulietta rivela gli interventi neogotici sul castello, sul quale domina massiccia la torre. Lei , testimone della storia cruenta e tragica tipica di quasi tutti i castelli , rivendica la sua supremazia ed è lì a chiamare insistentemente i visitatori, anche quelli come me, restii per le vertigini.

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Incerta mi incammino per l’ angusta scala in legno, poi in ferro nell’ultimo tratto e

stretta, quanto basta, a misura d’uomo ; le mie vertigini mi tratterebbero del proseguire la salita, ma la spinta a vedere e immaginare quello che già migliaia di occhi hanno visto e immaginato nei secoli mi sostiene .

Lassù la visuale corre lontana ad una roccia piatta, forse antico altare celtico e poi al presidio romano di difesa del territorio circostante e poi ai cavalieri medievali di cappa e spada che dentro le loro armature combattevano corpo a corpo sguainando spade sporche di polvere e sangue al grido incitante dei loro condottieri.

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E’ quasi il tramonto sul ricordo delle vicende storiche e sulla natura e sono l’ultima visitatrice della giornata che ancora si attarda sulla torre dove il silenzio inquietante si leva d’improvviso sui merli di pietra.

Nelle mani un sassolino che rotola sordo sul pendio giù in fondo alla gola per acciottolarsi sul letto del torrente, nei capelli una brezza serale, poi una folata più fredda che vibra sulla pelle. Ridiscendo per quella stessa angusta scala di ferro dell’andata.

Uno scricchiolio, un rintocco nel muro , un lieve turbinio di movimenti, un soffio sussurrato nell’orecchio….un fugace disegno stilizzato di donna .

I fantasmi ! … è solo suggestione ….o forse no.

© copyright Massimilla Manetti Ricci 2014

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Un luogo incantato tra le montagne, vigneti e leggende… Castel Toblino

di Alberto Pestelli

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Quando decido di dedicarmi una settimana di ferie, la mia “macchina organizzatrice” entra in moto già qualche mese prima della partenza. Cerco libri, cartine, aggiorno il navigatore satellitare e soprattutto navigo su internet alla ricerca di un luogo di particolare interesse. E così ho scoperto, dopo aver deciso di partire per le Dolomiti del gruppo Adamello-Brenta, che strada facendo avrei incontrato uno dei Castelli più magici e singolari del Trentino: Castel Toblino.

Vederlo in fotografia è già meraviglioso, lì in mezzo al lago omonimo, poggiato su una piccola e protetta penisola. Ma quando l’ho finalmente visto dall’alto di una montagna lungo la strada che mi avrebbe portato a Molveno, l’emozione è salita alle stelle. Trovata un’ampia area di parcheggio sulla statale, mi sono letteralmente fiondato nei pressi dello strapiombo, armato della mia Nikon con il teleobiettivo innestato. Click dopo click, avrò fatto sì e no almeno una ventina di fotografie.

Castel Toblino è un castello lacustre e si trova nella Valle dei Laghi in Trentino. La sua locazione sulla piccola penisola, in mezzo al lago da cui prende il nome, ebbe nel passato grande importanza strategica perché nella zona è presente un’importante strada che collega Trento con le valli del fiume Sarca e del Chiese.

La struttura, di forma quadrangolare, presenta un grande mastio circolare e un ampio giro di mura merlate che circonda sia il complesso del castello che il parco attorno alla residenza. Castel Toblino appartiene ad un privato. Al suo interno c’è un famoso ristorante.

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Il maniero ha una storia antica. Si hanno notizie fin dal XII secolo: fu proprietà di alcuni vassalli del Vescovo di Trento. Nel XIII fu acquisito dai Da Campo, dopo di che ritornò nelle mani della curia vescovile trentina alla fine del quattrocento. Il castello conobbe anni bui causate dalle continue lotte tra nobili locali appartenenti al principato retto dal vescovo di Trento. Infine, dopo che le sanguinose dispute ebbero fine, Castel Toblino conobbe finalmente un grande periodo di pace. Infatti, a partire dal XVI secolo divenne sede distaccata della corte trentina.

Ma non c’è solo la storia a far da preziosa cornice a questo splendido quadro circondato da una natura rigogliosa. Come ogni castello che si rispetti, anche quello di Toblino ha le sue leggende. Secondo una fantasia però di origine letteraria e non legata alla fantasia del popolo, Castel Toblino, nel XVII secolo, avrebbe visto la tresca amorosa tra Claudia Particella, figlia di Lodovico, con il principe vescovo di Trento, Carlo Emanuele Madruzzo. Quest’ultimo aveva richiesto al Papa lo scioglimento dei voti del sacerdozio. Fu tutto invano. Il principe vescovo quindi si abbandonò ad una relazione “proibita” con la bella Claudia.

La ragazza è stata la protagonista di altre leggende popolari create appositamente per incuriosire il visitatore “forestiero”. Una di queste la vede vittima, insieme al fratello Vincenzo, di una cospirazione di Carlo Emanuele che fece annegare i fratelli nelle acque del lago.

Un’altra storia narra dell’assassinio di Aliprando di Toblino e del suo contrastato amore per la bella Ginevra di Stenico. Aliprando fu ucciso dal rivale in amore Graziadeo di Castel Campo mentre il giovane stava percorrendo a cavallo la strada di casa.

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Anche se leggende e aneddoti si ripetono un po’ ovunque, in Italia e negli altri paesi, resta sempre alto il fascino del mistero suscitato dall’antica costruzione, dalla sua singolare ubicazione nel bel mezzo di un piccolo lago le cui calme acque l’hanno protetto nei secoli dalle intemperanze umane.

Attualmente, anche se è di proprietà privata e ospita un noto ristorante del Trentino, è accessibile al pubblico, come possono essere visitate le cantine vinicole della zona. Infatti il territorio attorno al lago di Toblino è ricco di vigneti dalle cui uve nascono i famosi Müller Thurgau, il Sauvignon, il Goldtraminer, Merlot, il Pinot nero e tanti altri.

Quindi il lago, il Castello e l’intera zona non sono solamente da gustare con gli occhi ma anche con il palato. Sicuramente, come è successo a me, donerà al visitatore la voglia di tornar presto a percorrere quelle contrade da favola.

© copyright Alberto Pestelli 2014

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Corciano, gioiello dell’Umbria

Di Gianni Marucelli

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Si trova a metà strada tra Perugia e la riva orientale del Lago Trasimeno ed è considerato uno dei più bei borghi medievali d’Italia: si tratta di Corciano, “castello” della potente famiglia dei Della Corgna che, verso la metà del ‘500, divenne, col beneplacito papale, signora di questo splendido territorio di colline ammantate di olivi.

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A dire il vero, la sommità del colle di Corciano reca segni di presenze ben più antiche (la chiesetta di San Cristoforo nasconderebbe le rovine di un sacello etrusco), comunque a noi è dato di ammirare un borgo “murato” che ha beneficiato di un sapiente restauro: gran parte delle mura quattrocentesche, con le porte e i torrioni, serrano ancora l’abitato nel quale, dietro ogni angolo, si cela un’inquadratura fotografica da non perdere, tanto più in questa stagione in cui piazzette, giardini e balconi sono adornati di fiori.

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La residenza estiva dei Signori, ora palazzo comunale, conserva una piccola esposizione di reperti archeologici rinvenuti in zona, mentre nella parrocchiale di S. Maria fa bella mostra di sé una tavola del Perugino raffigurante l’Assunta.

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Una sosta meritano anche il Palazzetto dei Capitani del popolo e la bella facciata gotica della Chiesa di San Francesco, appena fuori le mura, anche se l’edificio non è più adibito a usi ecclesiali.

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Ma è l’insieme, come il lettore potrà notare dalle foto, che val veramente la pena di visitare, con calma, tenendo d’occhio anche gli scorci dell’amplissimo paesaggio che si apre, oltre la cinta castrense, in ogni direzione. Corciano, durante l’estate, è sede di eventi culturali e folcloristici, ad esempio le rievocazioni della vita del borgo in epoca medioevale.

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L’unico particolare da cui bisogna prescindere è la pianura ai piedi del colle, un tempo splendida e ora deturpata da centri commerciale e capannoni, complice il passaggio della superstrada Siena – Perugia. Ma questa è un’altra storia.

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Legenda delle fotografie

1) parte della cinta muraria risalente al 1400
2) la facciata della ex chiesa di san F rancesco
3) il palazzo Della Corgna, ora sede del Comune
4) torrione della cinta muraria
5) la porta S. Maria

6) Il palazzetto dei Capitani del Popolo

7) Campanile della Parrocchiale di S. Maria

8) panorama dalle mura

9) pozzo del sec. XVI

10) altro scorcio del borgo

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Valico Croce ai Mori e Passo della Consuma, una sgambata all’insegna del Sole

Di Simone Moretti

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La bicicletta è una passione. La si ama o… la si ama! Egoistico discorso, vero? Certo, non lascio molta scelta, ma è così. Non mi spaventano certo i rigori della brutta stagione per farmi una pedalata, ma quando è bel tempo… è tutt’altra cosa.

Come l’altro giorno… “Finalmente una giornata all’insegna del sole…”, mi ha fatto ritornare in mente una bella sgambata che avevo rimandato a causa delle avversità meteorologiche. Il percorso che avevo già deciso non era stato mutato di una virgola: SS69 in direzione della Rufina fino al bivio per Londa. Questo tratto di strada è pianeggiante e corre lungo il fiume Sieve proveniente dal Mugello. Da Londa inizia la prima fatica: 22 chilometri per raggiungere il valico di Croce ai Mori che si trova ad un’altitudine di 955 metri sul livello del mare. Da Londa fino “in vetta” al valico il panorama non offre molto, ma superato il passo il paesaggio offre mille spunti per chi ama contemplare le bellezze della nostra terra.

Croce ai Mori

Allo “scollino” siamo già in provincia di Arezzo. Ci troviamo in mezzo a boschi secolari dove sovrana è la tranquillità. Sì, proprio da favola. Faccio una breve sosta sul valico. È opportuno indossare una mantellina poiché mi attendono una quindicina di chilometri di discesa fino al paese di Stia, in pieno Casentino.

Stia

Andando avanti per la statale avrei incontrato il famoso castello di Romena, ma ormai il percorso non posso più variarlo. Arrivo al bivio.

Castello di Romena

Ora le cose si fanno veramente serie. Per arrivare al Passo della Consuma dobbiamo letteralmente “arrampicarci” lungo la “famigerata provinciale della Scarpaccia”. Una salita tutta scoperta di circa 8 chilometri che si presenta con ampi rettilinei e poche curve. Poi la strada “spiana” ma, in zona Omomorto, torna a impennarsi per altri 4 chilometri fino al valico della Consuma che si trova a 1050 metri sul livello del mare. Infine tutta discesa fino a casa.

OmomortoLa Consuma

Che dire di questa bellissima sgambata? Ha un dislivello medio di 1750 metri e da Firenze a Firenze sono circa 110 chilometri. Ogni pedalata, vi assicuro, vale lo scenario vissuto tanto è leggiadra la natura sia della terra casentinese sia di quella fiorentina. Le strade sono poco trafficate e in certi tratti l’unico suono che si sente è quello dello scorrere della catena della bicicletta. Tutto questo ti fa pensare ad altri tempi, altri ritmi quando ancora l’asfalto sulle strade era ancora un sogno e i profumi dei boschi e dei campi in fiore si susseguivano chilometro dopo chilometro. Un consiglio… “se amate le sgambate con la bici… non potete perdervi assolutamente questo percorso”. Quante stelle? Cinque, naturalmente!

A proposito… quei profumi si sentono ancora!

Simone Moretti

© copyright Simone Moretti 2014

Fonte delle foto: web & www.quellidelladomenica-mtb.it

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Il Castello e il Parco Aymerich di Làconi, in Sardegna

di Alberto Pestelli

 

La fortuna di essere sia toscano che sardo (mi considero “nuraghetrusco”, come amo definire scherzosamente la mia doppia origine) ha fatto sì che, anno dopo anno, conoscessi benissimo l’isola.

Come disse lo scrittore britannico David Herbert Lawrence, la Sardegna, questa terra non assomiglia ad alcun altro luogo. Ho fatto tesoro di questo aforisma tanto da modificarlo un poco… Sardegna, in questa isola ogni luogo non assomiglia ad alcun altro luogo… questo per dire che ogni suo angolo visitato ti offre sempre qualcosa di diverso rispetto ad un altro. Ogni sua spiaggia, sua montagna, nuraghe, ogni roccia ti cattura e ti fa vivere momenti magici, unici. In più di cinquant’anni di viaggi “in sa Isula” mai mi sono sentito stanco e, anche se conosco quasi tutto, non smetterò mai di ritornare per riascoltare il suono delle “launeddas”, quello del vento, il canto della madre terra seduto sotto un antico leccio a fianco di una cascatella nel Parco del Castello Aymerich di Làconi.

Làconi è un bellissimo paese di circa duemila abitanti situato a 550 metri sul livello del mare nella zona dell’altipiano del Sarcidano in provincia di Oristano. Il suo vasto territorio è ricchissimo da un punto di vista naturalistico e geologico. Infatti il comune di Làconi ha patrimonio boschivo di tutto riguardo e, inoltre, è ricco di sorgenti importanti.

Il paese oltre a essere famoso per aver dato i natali al frate cappuccino Ignazio da Làconi (il cui vero nome era Vincenzo Peis) venerato dalla chiesa come santo, è noto per la Natura e, in particolare, per il grande Parco del Castello Aymerich.

Questo è un parco urbano e si sviluppa tutto attorno ai ruderi dell’antico Castello (costruito agli inizi del Mille) che si trova, quindi, immerso in un bosco di circa 22 ettari. Sia il parco che l’edificio sono di grandissima importanza da un punto di vista storico, ambientale e culturale ed è meta sia per i sardi sia per quei turisti che amano girare per amore della conoscenza piuttosto che rimanere seduti ore e ore a cuocersi sotto il sole su di una spiaggia.

Di quelle vetuste vestigia della prima edificazione rimane una torre in stile romanico del 1050 circa. L’edificio fu ristrutturato e ampliato nel XII secolo. Nel XV secolo, durante la dominazione aragonese, fu ricostruito secondo il gusto stilistico catalano-gotico.

Nonostante il Castello sia ormai un rudere, sono ancora quasi integre le carceri e la sala delle armi. Durante i secoli, partendo dalla sua costruzione, il Castello fu in mano ai Giudicati, alla famiglia di Castelvì e, infine ai marchesi che lo ereditarono nel ‘700, gli ultimi Signori di Làconi, gli Aymerich.

Esso fu loro residenza fino alla metà dell’800. Proprio in questo periodo, il marchese Ignazio Aymerich Ripoll aveva iniziato la realizzazione di quello che sarebbe diventato uno dei più importanti parchi urbani ricco di piante esotiche di tutta la Sardegna: numerosi sono i cedri del Libano e i pini della vicina Corsica. Tuttavia fitti crescono i lecci tra cavità naturali oppure appositamente scavate nella roccia, ruscelli, laghetti e piccole cascate.

Passeggiando lungo i comodi sentieri non possiamo fare a meno di immergerci in un’atmosfera affascinante, unica. L’aria che si respira è quasi da capogiro da quanto è pura e ricca di profumi e fragranze boschive. È l’ideale per trascorrere qualche giornata all’insegna del completo relax accompagnati da un buon libro… sempre che si riesca a leggere tanto ti cattura l’ambiente circostante.

Il parco è un’immensa cattedrale nel bel mezzo della Sardegna le cui colonne, aggrappate al grembo dell’antica dea Madre Terra, si ergono a costituire un cielo di speranza, atto a preservare questo palcoscenico dove si esibisce, in atto unico, la vita dell’isola, del Paese, del Mondo di cui noi, esseri umani, siamo solamente ospiti a volte disattenti.

© copyright Alberto Pestelli 2014

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A Roma sulle tracce de “La grande Bellezza”

di Maria Iorillo

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“La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, vincitore del premio Oscar come miglior film straniero, è un viaggio all’interno della vita corrotta, fasulla e disperata dell’uomo, dei suoi comportamenti e delle sue relazioni false e ciniche, della sua solitudine. In un contesto così arido, la grande bellezza compare nei ricordi delle speranze e dei sogni giovanili, ma anche nei palazzi, nelle chiese e nei monumenti romani. Però è una bellezza sfuggevole, che si può contemplare solo alle prime luci dell’alba, quando la città è deserta. Poi si ritorna alla mondanità, alle feste, all’apparenza, alla noia dello stare in una società ormai sull’orlo del baratro. E la bellezza rimarrà qualcosa di irraggiungibile, come lo fu per Leopardi.

Ruspe Palazzo Spada, domani incontro stampa spiegherà lavori

Paolo Sorrentino, attraverso lo svolgersi della storia di Jep Gambardella, interpretato dal bravissimo Toni Servillo, ci conduce per le vie di Roma tra monumenti famosi in tutto il mondo ma anche oltre i cancelli di quei palazzi- musei quasi sconosciuti ma che racchiudono opere molto preziose. Il portone del Gran Priorato dell’Ordine dei Cavalieri di Malta sul colle Aventino, dal cui buco della serratura è possibile vedere il Cupolone; il Palazzo Spada con la falsa prospettiva di Borromini; il Palazzo Altemps e lo scalone di Palazzo Braschi; il Palazzo Barberini, dove è conservato il quadro La Fornarina di Raffaello, e Villa Medici, sulla collina del Pincio, dove Ramona indossa uno strano mantello lungo di taffetà blu.

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Invece, sulla terrazza di un palazzo in via Bissolati si svolge la festa del suo 65° compleanno, mentre a Palazzo Brancaccio un folto gruppo di donne attende di sottoporsi alle iniezioni del miracoloso elisir di bellezza. Infine il ristorante, che ospita Jep e Ramona, è la Veranda in Borgo Santo Spirito, elegante e sfarzoso con i suoi affreschi sui soffitti, situato nell’ala sinistra del Palazzo della Rovere. Mentre nel Cimitero Monumentale del Verano si svolge il funerale dell’unica donna amata da Jep, un amore della sua giovinezza.

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Jep vive in un attico che affaccia sul Colosseo, l’Anfiteatro Flavio. Sulla sua terrazza, egli ozia su un’amaca riflettendo sulla sua miseria e sul desiderio di riscattarsi e scrivere un nuovo libro. Su quella stessa terrazza egli si ritrova, spesso, a scambiare chiacchiere frivole con i suoi amici. Questi sono persone stanche e patetiche, maschere posticce che si muovono in sfarzosi palazzi, vuoti, senza più vita. Orietta, la donna con cui Jep trascorre una notte d’amore, vive a piazza Navona, in un palazzo tra la Chiesa di Sant’Agnese in Agone e il Palazzo Pamphilj. I Principi Colonna di Calabria, che presenziano a pagamento, vivono a Palazzo Taverna. Mentre Viola, l’amica ricca e depressa, e il figlio psicopatico vivono a Palazzo Sacchetti.

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Ma affascinante, e struggente, è anche passeggiare con Jep e i suoi pensieri all’alba, al ritorno dalle feste con i trenini “che non portano da nessuna parte”, quando la città appare deserta e incontra strani personaggi. Al romantico Giardino degli Aranci Jep scopre una suora intenta a cogliere i frutti da un albero. Incantevole è il giro al Gianicolo: il Fontanone, il Tempietto del Bramante, il cannone che spara proprio all’inizio del film e il piazzale Garibaldi con la statua equestre. Sul portico della splendida chiesa di Santa Sabina Jep incontra un gruppo di novizie. In altre scene egli attraversa nostalgicamente una via Veneto ben diversa dalla “dolce vita” di Fellini o percorre il LungoTevere accompagnato sempre dai suoi pensieri “disgraziati”. Interessanti anche le panoramiche sul Parco degli Acquedotti fuori Roma sull’Appia Antica.

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Che dire, poi, della giraffa che sparisce all’interno dell’area archeologica delle Terme di Caracalla, o del lussuoso negozio di abbigliamento nell’atrio del Salone delle Fontane all’EUR, dove va in scena il monologo del funerale, o della mostra di fotografie sotto la loggia di Villa Giulia?! Scelte strane ma geniali che ci lasciano sorpresi e incantati. Anche nella locandina del film viene utilizzata una ricostruzione della statua del Marforio (una delle sette “statue parlanti” e che si trova nei Musei Capitolini), davanti la quale Jep, vestito di giallo e di bianco, è seduto su una panchina marmorea del Salone delle Fontane all’Eur. Ma ci sono anche altri luoghi che fanno da sfondo alla storia del film, brevi riprese su vie, piazze, monumenti ed edifici di epoche diverse che hanno dato a Roma quello stile unico che la rende attraente agli occhi di tutto il mondo.

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I protagonisti del film sono, quindi, Jep, le sue riflessioni e i suoi contrastanti stati d’animo, i suoi amici, le loro frivolezze e miserie spirituali, le loro solitudini, ma anche Roma, città dal passato potente, bellissima e affascinante e contemporaneamente vuota e senz’anima. La storia che interpretano scorre tra finzioni e realtà, descrive, su note alternate di musica sacra e disco music, la società occidentale sulla via del tramonto. Ma in questa “Babilonia disperata” nasce forte la ricerca di “nuovo stupore”, della grande bellezza che ci aiuti a risalire dal burrone nel quale gradualmente stiamo scivolando. Un film, La Grande Bellezza, che urla l’esigenza disperata di un riscatto che ci lasci intravedere la salvezza.

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© copyright Maria Iorillo 2014

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