Sperlonga vale una poesia… Un antico borgo di pescatori tra Terracina e Gaeta

Di Alberto Pestelli

Sperlonga © Io.Pe 2005

Sperlonga © Io.Pe 2005

Sperlonga vale una poesia…

Anzi, molte di più di una. Ogni passo tra le case bianche lungo i vicoletti apparentemente deserti, è un verso di una poesia che non ha mai termine.

È l’ora del pranzo per gli abitanti dell’antico borgo di pescatori. Le barche sono in darsena; la domenica difficilmente escono in mare.

A noi è stato sufficiente un panino gustosissimo ad un bar. Lo stiamo già smaltendo passeggiando nella quiete.

Ogni tanto il silenzio viene rotto dal suono di una forchetta che si appoggia al piatto, dalla melodia di due calici di vino che si uniscono in un brindisi.

Da una delle case ascoltiamo l’uggiolio di un cucciolo che vuol essere coccolato dal padrone.

Alziamo lo sguardo sulle piccole finestre sul vicolo che stiamo percorrendo. Un gatto ci osserva scendere verso il mare. Ci accompagna, curioso, con lo sguardo fino all’angolo della casa. Svoltiamo e ci troviamo immersi in un altro bianco vicolo, silenzioso, magico. L’unica differenza: il profumo del mare più intenso.

Siamo di fronte alla Torre Truglia. Adagiata sulla punta del promontorio roccioso su cui sorge Sperlonga, questa torre di avvistamento ha origini romane. Fu riedificata attorno al 1530, distrutta e più volte ricostruita. Per un centinaio di anni è stata la sede della Guardia di Finanza. In seguito è stata sede del “Centro educazione dell’ambiente marino” del Parco naturale della Regione Lazio “Riviera di Ulisse”.

Sperlonga - Torre Truglia © Io.Pe 2005

Sperlonga – Torre Truglia © Io.Pe 2005

Sperlonga si trova sullo sperone di roccia che rappresenta l’ultima propaggine del sistema montuoso dei Monti Aurunci che si “getta” nel Mar Tirreno. I suoi dintorni sono quasi interamente pianeggianti. Bellissima è la spiaggia di sabbia bianca e dorata, interrotta da alcune formazioni rocciose a picco sul mare che formano piccole cale di difficile accesso (spesso l’unica via è il mare).

Secondo una leggenda locale nelle vicinanze del borgo di pescatori, gli spartani avevano fondato la città di Amyclae. In età romana, Sperlonga, fu un centro rinomato per le tante ville che i nobili capitolini fecero costruire. La villa più famosa è quella che fu costruita e appartenuta all’imperatore Tiberio. Famosa è la grotta naturale che faceva parte della villa. Gli architetti dell’epoca la modificarono decorandola con sculture che rappresentavano la storia di Ulisse.

L’antico nome, apparve per la prima volta in un documento del X secolo: Castrum Speloncae. Era quindi un castello che nel giro di un secolo si sviluppò a paese. La cinta muraria fu costruita, infatti, nell’XI secolo. A testimoniare la presenza delle scomparse mura ci sono le due porte: la Porta Carrese (detta Portella) e la Porta Marina.

Soggetta dal XVI secolo in poi alle incursioni dei pirati ottomani – fu distrutta nel 1534 e nel 1622 – Sperlonga non conobbe mai uno sviluppo economico come avvenne in altri centri del Lazio (è bene precisare che fino al 1927 era territorio della regione Campania). Solo in tempi più recenti, dopo l’apertura della via Flacca nel 1958 – la bella litoranea che collega Terracina a Gaeta – l’isolamento del borgo ebbe termine uscendo all’estrema povertà che sempre l’aveva caratterizzata. Lo sviluppo ebbe inizio con la scoperta, nel 1957, delle sculture della villa di Tiberio e dall’arrivo di alcuni turisti, italiani e stranieri, che si innamorarono del luogo.

Oltre alla sopracitata Villa di Tiberio con la grotta e i gruppi scultorei (dove spicca il Polifemo), di notevole interesse culturale, religioso e architettonico è la chiesa di Santa Maria di Sperlonga edificata, pare, nel 1135.

Sperlonga Villa di Tiberio Wikipedia - Pubblico dominio

Sperlonga Villa di Tiberio Wikipedia – Pubblico dominio

Interessante è il Palazzo Sabella, famoso perché ospitò l’antipapa Clemente VII nel 1379 in fuga da Anagni.

Sperlonga è stata una piacevole scoperta sulla strada che porta a Gaeta, altro luogo di antiche origini e di suggestiva bellezza. Tuttavia, il fascino delle sue case bianche, dei suoi vicoli strettissimi, dei suoi abitanti che si stringono la mano direttamente dalle finestre delle loro abitazioni, fanno di questo antico borgo un centro dove la poesia prende vita. Così ha avuto effetto su di noi in quel mite ottobre di qualche anno fa. L’ho paragonata a una sposa in bianco in attesa del ritorno delle barche dei pescatori…

Case bianche

Non porta ansia

Il respiro del vento

Per le strette strade

Vestite in bianco.

La sposa sorride

Quando le parche tendono

La mano al molo.

È impazienza

Quando non ode i passi

Lungo il sentiero

E sente i gatti

Rispondere al richiamo

Dell’ultimo pescatore

Che invita loro a cena.

Poi la luna

Veglierà sulla notte

Fino all’avvio

Dei motori all’alba.

Si riparte

In scia al gozzo avanti.

La rete è pronta.

La getterà vicino all’orizzonte

Ché perder di vista

Le case bianche

Porta malinconia.

Dalla silloge “Dei Borghi Antichi” © Copyright 2009 Alberto Pestelli – www.ilmiolibro.it

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Il giardino di villa del Cigliano (San Casciano V.P. – FI)

Di Claudia Papini

Articolo apparso su Toscana, l’Uomo, l’Ambiente – settembre 2011

Villa del Cigliano - Panorama - Wikipedia- Vignaccia76 - Opera propria CC BY-SA 3,0

Villa del Cigliano – Panorama – Wikipedia- Vignaccia76 – Opera propria CC BY-SA 3,0

A iniziare dalla metà del XV secolo e per molti anni a seguire le famiglie nobili che si erano stabilite a Firenze, iniziarono a rivolgersi al contado circostante per acquisire case coloniche e poderi. Due erano le motivazioni principali: la prima legata alla necessità di trovare nuovi e più stabili canali di investimento proiettandosi verso la produzione agricola piuttosto che verso il commercio e l’attività bancaria (l’acquisto delle case poderali era considerata una conseguenza necessaria alla gestione delle colture); la seconda, altrettanto importante, consisteva nell’esigenza di creare nuovi spazi di rappresentanza che potessero essere indice indiscusso del prestigio e dell’importanza della famiglia, così come lo erano state le torri nel periodo medioevale, e che attirassero nuove amicizie e soprattutto nuove alleanze economiche. Ai giardini era riservata un’attenzione particolare perché lì era possibile creare una scenografia “della meraviglia” plasmando la natura con forme, statue, labirinti e giochi d’acqua che dovevano lasciare al visitatore la sensazione di superare il reale per entrare in un fiabesco giardino delle delizie.

Villa di Cigliano - Il bacino e il ninfeo - Wikipedia- I, Sailko CC BY-SA 3,0

Villa di Cigliano – Il bacino e il ninfeo – Wikipedia- I, Sailko CC BY-SA 3,0

Tra i territori più ambiti si annoverava quello di San Casciano perché, oltre ad essere alle porte di Firenze e ben collegato logisticamente con i complessi viari più importanti, godeva di una non comune fertilità del terreno unita alla speciale bellezza del suo paesaggio derivante dall’equilibrato connubio tra tutti gli elementi del territorio: boschi, coltivazioni, oliveti e vigneti, borghi, chiesette e case sparse tutti adagiati su poggi gentili e dolci colline.

Tra le varie case poderali acquistate dalla famiglia, veniva scelta quella che sarebbe stata più rappresentativa per posizione, estensione e disposizione delle stanze, per altri fattori logistici ed estetici destinandola a diventare la residenza di campagna dove trascorrere l’estate sfuggendo alla insopportabile afa fiorentina e, dopo gli opportuni fastosi adeguamenti, il luogo dove indire e allestire feste e banchetti destinati ad aumentare e sottolineare il lustro della famiglia.

Villa del Cigliano fu eletta a questo scopo da Alessandro Antinori che l’acquistò verso la fine del 1400 dalla famiglia Cinelli in una zona dove già possedeva numerosi terreni e poderi.

Villa del Cigliano - Wikipedia- Sailko Opera propria CC BY 3,0

Villa del Cigliano – Wikipedia- Sailko Opera propria CC BY 3,0

Cigliano è costituito da tre piccoli nuclei ben distinti tra loro: Cigliano di Sopra che corrisponde a Villa Devoti, il piccolo borgo costituito da poche case e una piccola chiesa di cui si hanno poche notizie storiche e infine Cigliano di Sotto che corrisponde alla Villa di cui stiamo parlando così chiamata perché si trova a una quota inferiore rispetto alla precedente.

La posizione della villa degli Antinori è ottimale. Quest’ultima si trova all’apice del crinale che collega San Casciano alla via Volterrana. Superata la villa la collina inizia a digradare e la valle si chiude progressivamente fino a raggiungere l’incrocio tra i torrenti Sugana e Suganella. Il crinale di Pisignano fronteggia a ovest quello di Cigliano, sufficientemente distanziato da rendere ampia e spaziosa la soleggiata valletta, mentre a est lo sguardo può spaziare fino alle colline più lontane; dallo spazio di fronte alla villa si può godere di una vista quasi a 360 gradi sul territorio circostante.

Al suo acquisto l’edificio subì importanti modifiche che lo resero funzionale alla mutata destinazione rendendolo un tipico esempio di villa toscana rinascimentale, così ci appare ancora la facciata di ingresso; negli anni a seguire il complesso subì un unico importante rimaneggiamento che adeguava edificio e giardino al gusto barocco dell’ormai mutata epoca rendendola uno dei rari esempi di questo stile nel territorio della Val di Pesa.

Anche Cigliano di Sotto svolge il duplice ruolo di rappresentanza e di centro di coordinamento produttivo per i poderi circostanti. Gli spazi dedicati a quest’ultimo scopo sono però sapientemente celati agli ospiti che arrivano dalla strada maestra perché posizionati sul lato opposto della villa, affacciati verso Pisignano e verso i principali appezzamenti; inoltre, grazie alla naturale pendenza del terreno, si trovano al di sotto del piano principale dell’abitazione risultando invisibili anche da tutti gli affacci interni ed esterni. E’ qui che troviamo il frantoio, in funzione dagli inizi del ‘700 fino quasi alla fine del ‘900, le ampie cantine oggi visitabili in particolari occasioni, i magazzini e gli spazi direzionali della fattoria.

L’ingresso della villa, che mostra la sobria facciata cinquecentesca, è accompagnato da un ampio piazzale affacciato sulla vallata, orlato da un muretto basso di sassi di fiume, da grandi lecci e da un giovane ippocastano. Passando sotto una volta ci troviamo nel cortile interno dal quale si accede al piano nobile. Sulla destra dell’accesso è stato costruito il pozzo mentre di fronte a noi tre archi a tutto sesto poggiati su colonne toscane in pietra serena danno vita al portico, che impreziosisce tutto l’ambiente, aiutato da due tondi in terracotta invetriata, attribuiti a Giovanni della Robbia, rappresentanti gli stemmi delle famiglie Antinori e Tornabuoni circondati da ghirlande di fiori e frutta che ricordano il matrimonio avvenuto nel 1513 tra due membri delle rispettive famiglie.

Oggi eleganti vetrate sigillano il piccolo portico che fa da tramite per l’ingresso nel meraviglioso giardino della villa, naturale estensione della casa; infatti entrando nel cortile l’attenzione viene attratta verso la porta del giardino che focalizza lo sguardo al centro del lato opposto dove si trova un imponente ninfeo rappresentante Nettuno. Questo stratagemma prospettico non è altro che l’invito a varcare la soglia per trovarsi accolti dal verde, dai colori tenui, dalle linee ondulate del parco.

Villa del Cigliano - Wikipedia Sailko Opera propria CC BY 3,0

Villa del Cigliano – Wikipedia Sailko Opera propria CC BY 3,0

L’impianto attuale del giardino rispecchia il gusto che si avvicinava al barocco, pur non sposandone completamente lo stile, delle ville fiorentine della metà del seicento. Intorno al visitatore è costruita la scenografia che riesce a far percepire uno spazio armonico come ambiente naturale, inserito in una cornice rettangolare dove ogni lato ha una diversa funzione. I due lati più lunghi hanno altezze diverse: il più alto, coperto dal roseto, nasconde il viale di accesso alla villa rendendola invisibile all’esterno ma anche isolando il privilegiato visitatore, l’altro è una balaustra che sfruttando la posizione dominante della costruzione rispetto al terreno circostante apre un’ampia e distesa vista panoramica sulla vallata del Sugana con l’opposto crinale che si staglia contro il cielo facendo da fondale.

Con il variare delle stagioni il panorama circostante si modifica notevolmente: in inverno le giornate terse permettono di vedere l’orizzonte lontano fino ai crinali dell’Appennino, si apprezzano le linee di demarcazione dei campi, l’argento-verde degli ulivi, i boschi macchiati dal marrone delle foglie delle roverelle, i cipressi svettanti a demarcare i viali di ingresso di ville e chiese; in primavera si risvegliano i colori che si fanno più vividi e più variati, risaltano le macchie dei fiori dei prati e delle coloniche; in estate è il sole accecante a prevalere, mettendo in evidenza i vigneti e i margini dei campi; fino ad arrivare all’autunno quando, dopo la vendemmia, le foglie delle viti virano al rosso.

Il lato nord è costituito da un frontone settecentesco decorato da una meridiana e abbellito, così come gli altri lati perimetrali, da grandi vasi di terracotta; oltre alla funzione estetica questa “quinta” ha il compito di nascondere il tetto e la piccionaia celando la presenza della villa e contribuendo a creare la sensazione di isolamento e di astrazione che l’ospite deve provare all’interno di un giardino delle delizie.

L’ultimo lato del rettangolo perimetrale è occupato dalla limonaia, annesso funzionale sia alla fattoria che all’estetica, che ha il compito di ospitare il fulcro attrattivo dell’impianto. Al centro della parete è stata creata la grande nicchia che ospita la fontana di Nettuno circondata da altre figure tra le quali spiccano per dimensione un delfino e un satiro accompagnati da animali legati all’acqua dolce, alcuni persi con il tempo. L’imponente figura circondata da spugne bianche per rendere l’impressione della grotta naturale è incorniciata da conchiglie di vario tipo e colore e impreziosita da un mosaico di scaglie di pietra bianche e nere. La grotta è racchiusa da una cornice scenica che ricrea un palco sovrastato da una finta balaustra, abbellita da grandi vasi, e delimitata da due colonne dove sono inseriti i busti in terracotta di due dame che, all’uso dell’epoca, potrebbero rappresentare i committenti del manufatto. Dalla fontana del Nettuno si sviluppava un sistema di canalizzazione in pietra serena che faceva scorrere a vista l’acqua lungo due lati del giardino, un abbraccio che simboleggiava lo scorrere della vita e il continuo processo di rinnovamento. Secondo l’aspetto funzionale, l’acqua così intiepidita poteva essere utilizzata per irrigare la preziosa e delicata collezione di agrumi distribuiti in grandi vasi all’interno del giardino.

L’altro elemento decorativo fondamentale del giardino introdotto alla fine del 1600 è una grande peschiera decentrata che funziona da specchio e da moltiplicatore di spazi; cambiando la prospettiva il visitatore vede alternarsi riflessi nell’acqua tutti gli elementi architettonici e paesaggistici che lo circondano.

All’interno di questo scrigno perfezionatosi negli anni trovano posto i sinuosi vialetti che, offrendo la sensazione di passeggiare lungo naturali sentieri, attraversano aree tematiche caratterizzate da essenze diverse, aiole smussate, alberi da frutto, colori ora vivaci ora tenui, come la parete di rose, il lilla che avvolge la vasca, i limoni, le grandi fioriere e il melograno con il suo verde scuro e cerato in contrasto con il rosso intenso dei suoi fiori e cupo dei suoi frutti.

Come si visita

Il giardino di Villa del Cigliano è privato, ma visitabile in particolari occasioni legate alle degustazioni dei prodotti dell’azienda agricola durante le quali è spesso possibile visitare anche le cantine. Per informazioni, i referenti possono essere contattati tramite mail info@villadelcigliano.it o telefonicamente 055 820033.

L’azienda agricola

Le aziende vinicole della famiglia degli Antinori hanno radici antiche: risultano essere iscritte “all’arte dei vinattieri” a Firenze fino dal 1385. Attualmente Villa del Cigliano è il fulcro dell’azienda agricola di un ramo della famiglia che produce, dai 60 ettari di vigneti e oliveti distribuiti nella valle del torrente Sugana, vini DOCG e IGT e olio extravergine di oliva. Il piano seminterrato della villa ospita le cantine destinate all’invecchiamento e alla vinificazione che viene effettuata in proprio.

Una passeggiata da San Casciano a Cigliano e al torrente Suganella

Con una breve passeggiata, partendo da San Casciano, si può raggiungere la villa e proseguire fino al fondo della singolare e interessante valletta che ospita il torrente Suganella.

Partendo dal centro di San Casciano, piazza della Repubblica, imbocchiamo via Giuseppe Di Vittorio per arrivare, passando davanti alle scuole, alla Via Empolese (SP12) che si prende a sinistra per poi imboccare la prima strada sulla destra si raggiunge uno spiazzo da dove s’imbocca definitivamente via del Cigliano, la strada bianca che porta a Cigliano di sotto, la villa descritta nell’articolo, e a Cigliano di sopra.

Dopo villa Antinori si incontrano gli edifici di Cigliano di Sopra, un bellissimo casale con i suoi annessi che merita una sosta. Proseguendo, sempre lungo la strada bianca, prendendo a sinistra quando si arriva al primo bivio, si arriva a un bosco misto di roverelle, cerri e pini. La strada che fino a qui ha seguito il suggestivo crinale panoramico si addentra nel bosco; seguendo una delle mulattiere che digrada a tratti dolcemente, a tratti con maggior pendenza, si arriva a una piccola radura adagiata sulla riva del torrente Suganella. Questa tranquilla radura ospita insieme ad alcuni notevoli esemplari di cedro una sequoia secolare che sembra risalire al 1800, piantata in quel periodo dagli Antinori allora proprietari di tutto il terreno circostante in occasione della nascita di un membro della famiglia. Per la loro spettacolare imponenza era uso comune piantare nei giardini le sequoie, così come gli ancor più frequenti cedri che sono specie alloctone in Italia; ne ritroviamo esemplari in molte delle ville medicee e di altre famiglie importanti, ma non è così frequente trovarle in veri e propri boschi.

Dalla radura si può tornare a San Casciano per la stessa strada, oppure, superando il guado sul torrente, arrivare fino alla Volterrana presso il mulino di Sugana.

Tempo impiegato: 2 ore per la sola andata

Galleria fotografica

Bibliografia:

G.Carocci – Il Comune di San Casciano in Val di Pesa – Guida Illustrazione storico Artistica. – Ristampa anastatica

Harold D.Eberlein – Villas of Florence and Tuscany

Italo Moretti, Aldo Favini, Vieri Favini – San Casciano – Ed Loggia de’ Lanzi

Tesi della dott.ssa Elisa Franchi sulla villa del Cigliano di Sotto

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Liguria – Albenga dalle alte torri

di Gianni Marucelli

 

In Liguria, su quella striscia di terra tra le montagne e il mare a nord-ovest di Genova, che prende il nome di Riviera di Ponente, l’ultimo mezzo secolo di continua edificazione ha lasciato ben poco di intatto e di veramente godibile, salvo alcuni promontori ancora selvaggi e pochi borghi storici di grande suggestione. Tra questi, oltre a Cervo (Imperia), di cui abbiamo dato ampia notizia su questa rivista grazie all’amico e collaboratore Luigi Diego Eléna, si può senz’altro includere l’antichissima cittadina di Albenga, che, a quanto pare, venne fondata dai Liguri Ingauni qualche centinaio di anni prima della nascita di Cristo. Divenuta municipium romano col nome di Albingaunum, il suo territorio si estendeva fino all’attuale Sanremo (qualche decina di chilometri più a ovest): era dunque una città di notevole importanza. La fondazione dell’abitato romano secondo i criteri tipici dell’ordinamento castrense, con il cardo e il decumano a definire, all’interno delle mura, l’organizzazione dei quartieri, è leggibile ancor oggi con una certa facilità.

Ma continuiamo con la storia: l’inizio del V secolo dopo Cristo vede l’intensificarsi della pressione dei barbari al confine dell’impero, e, proprio in quegli anni, la stessa Roma (che non era più da tempo la capitale, trasferita a Milano e quindi a Ravenna) cade sotto l’assalto dei Goti. È una notizia-chock, che fa il giro del mondo di allora, e lascia basita e incredula l’opinione pubblica del tempo. Poco dopo, anche Albenga fu distrutta dalle orde di invasori. Qualche anno più tardi, il generale Flavio Costanzo provvide alla sua ricostruzione, prima di divenire imperatore d’Occidente tramite il suo matrimonio con Galla Placidia. La “nuova” Albenga fu dotata di mura possenti, che le permisero di sopravvivere al confuso e tragico periodo delle nuove invasioni; in epoca longobarda e, in seguito, negli ultimi secoli del primo millennio, perdette importanza, anche perché esposta, come tutti i centri rivieraschi, alle incursioni dei pirati Saraceni che erano di stanza a Frassineto, in Provenza. Dopo che questa minaccia fu debellata, e la normalità dei commerci marittimi ristabilita, Albenga si evolve in un libero Comune di una certa floridezza, che aumenta dopo la sua partecipazione alla Prima Crociata (1109) per la quale ottiene privilegi commerciali e marittimi nel vicino Oriente. Il 1100 e il 1200 sono i secoli di maggior successo per Albenga: in seguito, una lunga e disastrosa guerra contro Genova ne sancisce la perdita dell’autonomia commerciale e politica. Da allora, la città farà parte della Repubblica della Superba. Il centro storico, quale oggi lo possiamo ammirare, fu definito urbanisticamente proprio nel periodo di maggiore splendore, ed è ottimamente conservato. Oggi, quello che fu il porto è da molti secoli interrato, e la città storica è posta a circa un chilometro dal mare, mentre alle spalle ha una vasta pianura, diversamente da quasi tutti gli altri centri urbani della Liguria. Le antiche porte immettono nelle stradine caratteristiche e nei vicoli ancor più suggestivi, che presto ci conducono a quello che è il cuore di Albenga, la Piazza San Michele, attorno alla quale sono posti i maggiori monumenti, civili e religiosi, della sua storia.

Prima di ammirarli da vicino e al loro interno, però, alziamo lo sguardo al cielo: in perpendicolare su di noi si elevano le torri, imponenti, del Palazzo Comunale e della Cattedrale, cui seguono, a non molta distanza delle case-torri medioevali. L’impressione è un po’ quella che si prova a Bologna, sotto le torri della Garisenda e degli Asinelli. Davanti a noi vi è la facciata della cattedrale di San Michele, che, sebbene più volte rifatta, sorge proprio sul luogo, e con le stesse dimensioni, della chiesa paleocristiana le cui fondamenta probabilmente furono gettate proprio al tempo dell’Imperatore Costanzo. Nei fatti, l’unico elemento molto antico ora presente è costituito dalle sculture a forma di “semipilastro” (sec. XI) murate sulla facciata, che le conferiscono un aspetto singolare, nella sua complessiva austerità.

L’interno, a tre navate, è stato riportato alle linee medioevali da un restauro operato negli anni ’60: culmina in un’abside sotto la quale è stata trovata – ed è ancora in parte visibile – la cripta di età carolingia. Se ci si volge, nella controfacciata troneggia il monumentale organo ottocentesco, la cui cassa risale però al ‘600 (la chiesa ospita ancora stagioni concertistiche a livello internazionale).

Nella navata sinistra, alla parete è appoggiata la lastra tombale del Vescovo Leonardo Marchese, morto nel 1515. Si tratta di un’apprezzabile opera scultorea ad altorilievo, che ci restituisce le sembianze dell’alto prelato.

Di fronte alla Cattedrale, il Palazzo Comunale, risalente al sec. XIV, mostra la facciata sormontata da merli ghibellini, e una loggia a due arcate sotto la quale si tenevano le riunioni del Consiglio comunale.

Uscendo di nuovo nella piazza, alla nostra destra, a lato dell’edificio, sorge l’antico Battistero, unica costruzione rimasta intatta dell’Albenga tardo-romana. E’ situata al livello precedente della città, per cui ora vi si deve accedere scendendo alcuni gradini. Pur essendo in laterizio e non in pietra calcarea, presenta una notevole somiglianza, nella pianta decagonale, col Mausoleo di Teodorico a Ravenna. La copertura originale tardoromana, costruita col sistema delle anfore, fu sciaguratamente distrutta durante il restauro effettuato nel 1900 da un architetto, il De Andrade, che prese fischi per fiaschi ritenendola un manufatto molto posteriore e rifacendola in legno (!). Uno dei tanti delitti preterintenzionali contro l’arte attribuibili ai moderni restauratori…

Purtroppo non possiamo visitare l’interno del Battistero, perché durante il periodo delle festività natalizie è chiuso (un’altra particolarità, del tutto italiana, di accoglienza del turista…).

Altri monumenti (il Palazzo Vescovile, altre chiese, tanti palazzi nobiliari) ci attendono durante la visita del centro storico, ma è l’effetto complessivo che qui dobbiamo sottolineare, un piacevole tuffo nella Liguria medioevale e rinascimentale che si esalta nei carrugi stretti e negli scorci di finestre, archi, portoncini…

Uscendo dal centro, se credete, un’agevole passeggiata di circa 800 metri vi porterà dritti sul Lungomare, dal quale è possibile scorgere, presso la costa, l’isola di Gallinara, sede in epoche andate (dal IV sec. in poi) di una potente Abbazia, e ora totalmente privatizzata e perciò irraggiungibile.

Nel caso aveste appetito, vi consigliamo un piatto tipico, le sarde ripiene, che potrete gustare in uno dei numerosi ristoranti della città (ma è consigliabile, in questo caso, consultare una buona guida o un sito Internet, per evitare sorprese…).

 

 

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Quel lago alpino tra gli opposti fronti di guerra

Di Gianni Marucelli

È questo il secondo articolo che dedichiamo alla trentina Val di Pejo, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio, prendendo in esame la biforcazione nord-occidentale di essa, chiamata Val del Monte.

È, questo, un angolo di Trentino che confina con la Lombardia, e perciò si trovò a essere, sin dall’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, zona di prima linea. Chi ne subì le conseguenze fu la popolazione locale, da sempre suddita dell’Impero asburgico, che, un po’ perché di lingua italiana, un po’ perché intralciava le operazioni belliche, fu deportata in altre regioni, anche lontanissime.

Sui versanti contrapposti della Val del Monte, si fronteggiarono per più di tre anni Alpini e Kaiserjager, affrontando una vita durissima ad alta quota, cui, ai bombardamenti contrapposti, si unirono disagi e privazioni d’ogni genere, specie durante l’inverno.

Ora, invece, sembra d’essere in un piccolo paradiso: gli unici spari che è dato di sentire sono quelli del fucile di qualche bracconiere che va a camosci.

Il nostro percorso parte a valle del Forte Barbadifior, un fortilizio costruito dagli austriaci tra il 1906 e il 1908, in calcestruzzo, ora abbandonato: probabilmente non ebbe nessuna importanza nelle vicende belliche perché posto in fondo valle, ma sembra ancora mostrare i muscoli a un ipotetico nemico. In breve, raggiungiamo il Fontanino di Cellentino, con acqua ferruginosa e leggermente frizzante, per poi ascendere, piuttosto faticosamente, a quelli che un tempo erano i prati della Malga Palù, e che ormai da svariati decenni sono diventati un vasto e bellissimo lago artificiale, dalla cui diga fuoriesce il torrente Noce, che poi percorrerà tutta la Val di Pejo e la Val di Sole. Larici e abeti rossi fiancheggiano il sentiero, assieme ai pini mughi. Non è difficile immaginare che, a fine agosto, il sottobosco brulicherà di mirtilli e sarà buono anche per i porcini…

Alla fine della salita (ci troviamo a circa 1900 metri), la vista del lago Palù ripaga ampiamente dello sforzo fatto. Circondato dalle abetine e dai lariceti, il bacino si corona in alto, verso nord, delle splendide vette del Gruppo del Monte Vioz (mt.3600), mentre a occidente si profila il Corno dei Tre Signori, così chiamato perché si trovava all’incrocio tra la Repubblica di Venezia (di cui faceva parte la Valtellina), il Canton dei Grigioni (Valfurva), e il territorio del Principe-Vescovo di Trento.

Il sentiero costeggia il lago sulla riva alla nostra sinistra. Ogni punto è adatto per scattare splendide foto, o per sostare sulle spiaggette di sassi e ghiaia… poco dopo, s’incontra il sentiero che sale al Passo del Montozzo e al Rifugio Bozzi, sul versante che corrispondeva alla prima linea italiana.

Ho trovato una foto che ritrae, nel Luglio del 1915, quindi esattamente cento anni fa, proprio qui sopra, due famosi irredentisti italiani di origine austriaca, arruolatisi nel nostro esercito: uno è Cesare Battisti, l’altro Guido Larcher, cui è intitolato il Rifugio omonimo, di fronte al ghiacciaio del Cevedale. Compagni d’idee e d’armi, i due ebbero un destino molto diverso: Battisti, com’è noto, fu fatto prigioniero dagli imperiali, processato e impiccato come traditore; Larcher invece portò a casa la pelle, continuò a far politica e divenne un alto gerarca fascista.

Arriviamo infine a capo della semicirconferenza lacustre, dove il torrente si getta nel lago con un ampio estuario. Ci troviamo in un ambiente veramente bellissimo, dove vi è un luogo di sosta che corrisponde all’antica Malga Palù, con tanto di sorgente. L’itinerario poi si biforca: verso sinistra ci s’inoltra nella valle, verso il Passo della Sforzellina (metri 3000), da cui poi si può raggiungere la mitica strada del P. Gavia, teatro di tante imprese ciclistiche; verso destra invece prosegue il sentiero che compie il periplo del lago. L’interesse naturalistico ci spingerebbe a continuare il cammino nella prima direzione, per esperienza sappiamo che, salendo per le tracce di sentiero che s’inerpicano verso le vette dove si annidavano le postazioni austriache, incontreremmo certamente molti animali, in primo luogo le marmotte, ma anche i camosci e molti rapaci, tra i quali l’aquila reale e l’astore.

Infatti, quei luoghi sono scarsamente frequentati dai turisti, ci arrivano solo bracconieri, guardie forestali e qualche arrampicatore interessato alle pareti rocciose sovrastanti. Purtroppo non abbiamo il tempo necessario, quindi ci accontentiamo di completare il giro del lago giungendo a Malga Giumella, poco sopra la diga di sbarramento, e discendendo poi per la vecchia strada militare predisposta durante il conflitto dai soldati austro-ungarici. Qui avevano progettato di costruire un secondo fortilizio, gemello del Forte Barbadifior che è situato sul versante opposto; ma il comando imperiale si accontentò poi di predisporre solo le immediate retrovie del fronte, dal quale giungevano i morenti, i feriti e le truppe distrutte dalla stanchezza e dai combattimenti, che venivano sostituite da rinforzi ancora freschi. I morti ad alta quota per lo più venivano lasciati sul posto, sommariamente sepolti nel fango e nella neve. Moltissimi la montagna ne ha restituiti negli anni successivi al 1918, e, purtroppo, ancora continua a restituirne, a un secolo di distanza, il ghiacciaio in costante ritirata. Negli ultimi quindici anni, ben sette salme senza nome, tutte appartenenti a soldati austro-ungarici, sono state portate nella chiesetta di San Rocco, poco sopra a Pejo, dove vi è un cimiterino di guerra, e seppellite nella nuda terra vicino all’ingresso, in tombe contrassegnate da semplici croci di legno. Su un cartello bilingue compare la scritta: “Qui sono sepolti militari ignoti caduti durante la più alta battaglia della Storia, il 2 settembre 1918” (cioè solo un mese e mezzo prima della fine della guerra). L’epigrafe conclude: “La loro presenza in questo luogo sia monito perenne agli uomini incapaci di pace”.

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Calabria: In gita nel parco nazionale della Sila

Di Alessio Genovese

Chi non ha mai visitato la Sila può non immaginarsi che il Parco Nazionale istituito fra il 1997 ed il 2002 nel territorio ricompreso fra le provincie di Catanzaro, Cosenza e Crotone è quello in Italia con la maggiore superficie boscosa. Dei tre Parchi Nazionali della Calabria (gli altri due sono quello del Pollino e dell’Aspromonte) è il terzo ad essere stato istituito in ordine di tempo ma ciò non certamente perché sia da considerare meno interessante degli altri due. Al contrario la sua nascita è stata spesso ritardata per questioni socio-politiche. Soprattutto per chi vi arriva, come abbiamo fatto noi, dalla strada statale ionica 106, risalta subito all’occhio il notevole contrasto fra la pianura piuttosto arida e spoglia di vegetazione del crotonese (con solo alcuni esemplari di eucalipto) ed i fitti ed estesi boschi che la fanno da padrone non appena si incomincia, nel giro di pochi chilometri, a salire di quota raggiungendo l’altopiano silano.

Le cime degli alberi

Le cime degli alberi

 È molto suggestivo, percorrendo la S.S. 107 silano-crotonese, perdere l’orizzonte della propria vista fra le cime dei faggi e soprattutto dei pini larici che la fanno da padrone. Per chi proviene invece dal versante tirrenico della Calabria, passando per Cosenza, l’impatto risulta meno drastico in quanto le colline verdi degradano fino al mare ed il dislivello rispetto all’altopiano viene colmato in un minor numero di chilometri.

Per visitare tutta la Sila occorrerebbero sicuramente più giorni durante i quali può essere sicuramente piacevole concedersi un po’ di relax lungo i vari sentieri del Parco e soprattutto sulle rive dei suoi splendidi laghi (Cecita, Arvo, Ampollino per citare i principali). Al di là della nota località turistica di Camigliatello Silano l’impressione è che l’attuale crisi economica ma soprattutto i cambiamenti dei flussi abbiano finito per ridurre la durata delle stagioni turistiche determinando anche la chiusura di alcune strutture ricettive. La maggior parte del nostro tempo l’abbiamo dedicata, oltre a girare in macchina lungo il perimetro dei laghi, a visitare il Centro Visita di Cupone e la Riserva Naturale Biogenetica dei “Giganti della Sila” nota anche come “Bosco di Fallistro”.

Ingresso del centro visite

Ingresso del centro visite

Il primo si trova a circa 7 chilometri da Camigliatello a ridosso delle sponde del Lago di Cecita che, più grande fra tutti i laghi della Sila, è di chiara origine artificiale nato come diga. Il Centro Visita, molto ben organizzato, è gestito in maniera pregevole direttamente dal Corpo Forestale dello Stato. Al suo ingresso si trova un Ufficio Informazioni ma ciò che colpisce l’attenzione è la cura del verde e delle varie aree fruibili dal visitatore.

Giardino geologico

Giardino geologico

Fra queste il Giardino Geologico e quello della flora che sono entrambi all’aperto. All’interno di due grandi strutture moderne si trovano da una parte un museo della falegnameria con diversi macchinari impiegati un tempo nella trasformazione del legname a partire da quelli il cui funzionamento avveniva ad acqua e dall’altra, con visita sempre gratuita, la grande area museale dedicata alla fauna locale con diversi animali imbalsamati e varie sezioni informative.

Lupi imbalsamati

Lupi imbalsamati

Tutte le strutture sono di recente costruzione e risultano molto funzionali. Dal Centro Visita partono poi, per gli amanti del trekking, diversi sentieri tracciati di svariate lunghezze.

La Riserva Naturale “I Giganti della Sila” si trova sempre a pochissimi chilometri da Camigliatello Silano in direzione di Crotone ma sempre nel Comune di Spezzano della Sila (Cosenza). Per accedervi è necessario pagare un piccolo ticket (2€ a testa) e seguire un percorso obbligato della lunghezza di circa un chilometro. Il gigante della Sila è ovviamente il Pino Laricio (trattasi di una varietà del Pino Nero –Pinus Nigra laricio- che è presente nell’Italia meridionale dal Pollino alla Sicilia). La Riserva si sviluppa su una superficie di circa 6.500 ettari mentre il bosco pare che abbia avuto origine a metà del 1600 per volere di un privato.

Abbraccio tra alberi

Abbraccio tra alberi

Molti alberi sono davvero imponenti e colpiscono l’attenzione del visitatore oltre che per la loro altezza (spesso oltre i 40mt) anche per le loro forme che in taluni casi sembra che portino gli stessi alberi a cingersi in un affettuoso abbraccio.

Esemplare imponente di Pino Laricio)

Esemplare imponente di Pino Laricio)

 Il Pino laricio rappresenta sicuramente la vegetazione più caratteristica della Sila rispetto alla quale non vogliamo raccontarvi di più ma solamente invitarvi a conoscerla di persona perché ne vale veramente la pena.

 

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Fotografie di Alessio Genovese

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EMILIA ROMAGNA – IN BIKE O A PIEDI LUNGO IL FIUME MONTONE, DA FORLI’ A TERRA DEL SOLE

Di Alessio Genovese

A chi non è pratico della Romagna il fiume Montone di per sé potrebbe non destare alcun ricordo, in realtà però può assumere un significato diverso se lo si va a collegare ad una delle opere poetiche e letterarie più importanti della cultura italiana, ovvero la “Divina Commedia” di Dante Alighieri. Il canto XVI° (94-102) dell’Inferno cita le famose “Cascate dell’Acquacheta” che si trovano all’interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, sul versante romagnolo. Con un salto massimo di 90 metri tali cascate sono tra le più imponenti di tutti il centro-nord Italia. Ebbene, il corso dell’ Acquacheta contribuisce ad alimentare il fiume Montone che, circa 50 km più a valle, prima di andare a sfociare nel Mar Adriatico nei pressi di Ravenna, attraversa prima Castrocaro Terme e Terra del Sole e poi Forlì.

Da alcuni anni le Amministrazioni locali hanno creato un percorso fluviale che, seguendo le sponde dello stesso fiume, potrebbe consentire di giungere addirittura da Castrocaro fino al mare. Un tratto ben organizzato, con segnaletica verticale e sentieri tenuti abbastanza in ordine, è quello che va da Terra del Sole a Forlì e/o viceversa. Dalla primavera in poi tale tratto viene percorso tutti i giorni da decine di pedoni o ciclisti che intendono fare una semplice passeggiata nella natura oppure mantenersi in forma attraverso la corsa. Noi di “Italia, l’Uomo, l’Ambiente” abbiamo percorso in Mountain bike il tratto da Forlì a Terra del Sole e viceversa. In teoria tale tragitto può essere fatto tutto l’anno, ma è sicuramente più agevole dalla tarda primavera all’inizio dell’autunno, quando è più facile guadare il fiume nei pressi del parco urbano di Forlì e quando vi è meno rischio di trovare ingombranti pozze lungo il percorso.

Porta Schiavonia

Porta Schiavonia

 Partendo direttamente dal centro città il percorso si origina sotto il ponte sulla via Emilia (si scende dalla destra del ponte guardando verso la porta) in prossimità dell’antica porta “Schiavonia” che, unica rimasta della cinta muraria della città, segna l’ingresso sul lato nord ovvero quello in direzione di Faenza – Bologna. La porta, con un arco monumentale a tutto sesto, è stata più volte demolita e riedificata. Ne abbiamo notizia già dal 1282. Questo primo tratto del percorso, che in caso di recenti piogge è bene evitare partendo direttamente dal parco urbano “Franco Agosto”, è uno dei pochi che, per via della minor vegetazione, consente di ammirare le acque del fiume, ma allo stesso tempo è anche uno dei tratti più soleggiati e forse meno interessanti per la presenza nella sponda opposta di una vecchia fabbrica.

Ingresso parco

Ingresso parco

Dopo circa 1,3 km, dopo aver incominciato ad affiancare il perimetro del parco urbano, si giunge ad uno degli ingressi laterali dello stesso parco dove è possibile prendere un gelato o rifocillarsi ad uno dei chioschi presenti. Si consiglia anche di procurarsi delle scorte d’acqua, perché non sarà più possibile farlo fino a Terra del Sole, a meno che non si voglia suonare il campanello di una delle poche case che si incontreranno lungo il percorso.

Ponticello

Ponticello

Risaliti in sella, abbiamo proseguito nel costeggiare il perimetro del parco fino ad un bivio che scende sulla destra per poi, attraverso un comodo e largo ponticello, guadare il fiume, per seguire fino alla fine la sponda destra. Il passaggio sul fiume è noto come “Guado Paradiso” e lo si incontra dopo 1,77 Km dalla partenza (soli 470 metri dall’ingresso del parco).

A questo punto si prosegue in piano, in parte sotto il sole ed in parte all’ombra di grandi alberi di pioppo e Robinia pseudoacacia, fino a passare sotto la strada che collega la frazione di Vecchiazzano a quella di San Varano. Fino a qui abbiamo percorso 3,30 Km e, tralasciando una strada asfaltata secondaria, proseguiamo sulla sinistra. Anche se la cartellonistica è in parte caduta, non ci si può sbagliare perché il sentiero verde è evidente e parte appena all’uscita del viadotto.

Il tratto successivo è lungo circa 2,60 km ed è piuttosto vario con alcuni brevi tratti di sali scendi che lo rendono più interessante per chi si vuole allenare e soprattutto per chi, come noi, lo ha percorso in MTB. Se non si è molto esperti della bicicletta nei tratti in discesa è bene prestare un po’ d’attenzione, ad ogni modo abbiamo incontrato persone che passeggiavano addirittura con la mitica “Graziella” o con una bici con ruote da corsa. In questo tragitto la robinia (che è una pianta non autoctona ma che ha una grande facilità di adattarsi a vari ambienti naturali) è sicuramente la specie arborea principale, ma numerosi sono anche i pioppi con alcuni ornielli (fraxinus ornus) e sambuchi (sambucus nigra).

Sentiero nel verde

Sentiero nel verde

La presenza del fiume la avvertiamo costante sulla nostra sinistra ma in realtà, anche perché siamo impegnati alla guida della bici, lo vediamo raramente, nascosto dietro la fitta vegetazione. Chi percorre il tragitto a piedi può avere certamente maggiore facilità di vederlo anche se in questo tratto le sponde e la vegetazione non rendono facile l’eventuale accesso in acqua.

Dopo 5,9 km dalla partenza il sentiero sterrato termina su una strada asfaltata secondaria, in realtà con pochissimo traffico, che va percorsa sulla sinistra fino ad arrivare alla chiesa di “Rovere”, piccola frazione alle porte di Castrocaro Terme. Chi volesse interrompere il tragitto per magari tornare indietro con l’autobus oppure fermarsi temporaneamente ad un bar, quando giunge alla chiesa (7,0 km dalla partenza), anziché girare a sinistra guardando la facciata della chiesa stessa, può proseguire diritto ed in circa 200 metri arriva in prossimità di due bar e della fermata del servizio di trasporto pubblico locale che effettua delle corse molto frequenti.

Chiesa

Chiesa

Chi invece decide di proseguire continua per circa 780 metri, tornando in direzione del fiume dal quale ci si era allontanati quando avevamo iniziato la strada asfaltata. Giunti di nuovo in prossimità del Montone, sulla sinistra è possibile vedere il cosiddetto “Guado di Ladino”, che altro non è che un ponticello che consentirebbe di tornare sul lato opposto del fiume e raggiungere la chiesa di campagna di Ladino e poi eventualmente la stessa Terra del Sole, attraverso un percorso meno interessante dal punto di vista naturalistico.

Chiusa artificiale

In prossimità del guado si prosegue dunque diritto e, dopo un tratto emozionante fatto di sali e scendi anche all’interno di una fitta vegetazione, si arriva in meno di un chilometro alla “Chiusa di Ladino” (8,45 km dalla partenza), struttura artificiale che forma un’interessante cascata con alcune pozze d’acqua nelle quali, durante l’estate non particolarmente siccitosa, è anche possibile bagnarsi. In questo posto, per chi volesse soffermarsi un po’ più a lungo, è anche consigliabile organizzare un pic nic. Ci sentiamo però di mettere in guardia dalla presenza di numerose zanzare tigre.

Gradini

Gradini

Ci stiamo avvicinando a Terra del Sole e, per superare la Chiusa, dobbiamo affrontare alcuni gradini dove può essere un po’ faticoso sollevare la bicicletta soprattutto quando la stanchezza incomincia a farsi sentire. Superati i gradini e tornati in sella, si gira subito a sinistra passando nel piccolo spazio lasciato libero da una sbarra. Nel giro di meno di un chilometro si termina il percorso sterrato e si attraversa la strada asfaltata che collega Terra del Sole alla statale 67 Tosco-Romagnola.

Porta della fortificazione

Porta della fortificazione

Compiuti pochi metri in salita, si incomincia ad intravedere la fortificazione nota come Castello del Capitano della Piazza. Tale fortezza, probabilmente già esistita ancora prima, fu voluta da Cosimo I de’ Medici (1519-1574) e presenta quattro bastioni muniti di orecchioni per la difesa. Entrati dentro la porta in meno di un minuto e dopo aver percorso circa 10,2 km (il chilometraggio potrebbe non essere del tutto preciso) si ha accesso alla piazza del Palazzo Pretorio o dei Commissari, dove un tempo aveva sede il Tribunale di prima istanza per tutta la Romagna Toscana. Tale piazza oggi è nota per lo più perché da anni ospita il festival delle “Voci nuove”, noto come “Festival di Castrocaro”.

Piazza con palazzo

Piazza con palazzo

Complessivamente abbiamo impiegato un’ora per arrivare da Forlì a Terra del Sole, ma ci siamo fermati in più occasioni per scattare le fotografie. Chi avesse velleità competitive può percorrere lo stesso tragitto con un tempo molto inferiore. Chi invece lo volesse percorrere a piedi deve aggiungere almeno 40-50 minuti. In molti però, venendo da Forlì, senza arrivare a Terra del Sole, si fermano in prossimità dell’abitato di Rovere per poi tornare indietro. Il dislivello affrontato è veramente minimo dal momento che, a parte alcuni sali e scendi, il percorso si sviluppa in pianura. Se visitate il territorio forlivese per turismo, vi si consiglia vivamente di trascorrere una giornata o mezza giornata immersi nella natura che circonda il fiume Montone. Chi invece non volesse o non potesse percorrere un tragitto così lungo, può sicuramente trascorrere alcune ore di svago nel bellissimo e grande parco urbano di una Forlì, quanto mai verde in questa stagione.

Alessio Genovese

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Emilia-Romagna: nelle terre di Pellegrino Artusi

Di Gianni Marucelli

Riprendiamo il nostro itinerario in provincia di Forlì – Cesena, dedicandolo stavolta a un personaggio molto più piacevole e, senz’altro, meno storicamente dibattuto di Benito Mussolini: quel Pellegrino Artusi il cui libro più celebre, “La scienza in cucina o l’arte del mangiar bene”, ha unito (intorno a una metaforica tavola) gli italiani forse più che le cariche del Savoia cavalleria o le baionette dei garibaldini.

Figlio di un facoltoso droghiere, che teneva famiglia numerosa (dodici figli), Pellegrino nacque nel 1820 presso Bertinoro, paese dove condusse gli studi presso il locale seminario. A quanto pare, poi si trasferì a Bologna per seguire l’Università. Una gioventù tranquilla, che però fu sconvolta da una vera e propria tragedia: il 25 Gennaio del 1851, il famoso bandito Stefano Pelloni, detto il Passatore, attaccò Forlimpopoli, prendendo in ostaggio durante una serata a teatro le maggiori famiglie della cittadina. Oltre a rapinarle dei beni, tramite la richiesta di un riscatto di oltre 40.000 scudi, i briganti inflissero oltraggio alle donne, violentandone alcune, tra cui la sorella di Pellegrino, la quale rimase così sconvolta da perdere la ragione ed essere rinchiusa in manicomio. Un episodio che indubbiamente ci fa molto dubitare dell’immagine romantica che del Passatore ci ha tramandato il Carducci (lo definisce “cortese”), e che indusse la famiglia Artusi a trasferirsi a Firenze, dove Pellegrino trascorse, tra le attività finanziarie che gli resero molto e quelle gastronomico-letterarie che gli assicurarono fama imperitura, tutta la vita, morendo in tarda età (novant’anni) a riprova che il mangiar bene non nuoce certo alla salute…

Per iniziare al meglio l’itinerario dedicato all’Artusi, partiamo da un nuovissimo tempio della gastronomia italiana, il meganegozio di Eataly aperto qui qualche mese fa da questa catena alimentare fondata da Oscar Farinetti, ormai diffusa in Italia e all’estero. La location di Eataly a Forlì è davvero meravigliosa: sita in uno dei più bei palazzi di Piazza Aurelio Saffi, dalle sue ampie vetrate si gode un panorama stupendo della città (vedi foto).

Ci facciamo solo stuzzicare l’appetito da una pizza Margherita, poi ci dirigiamo verso Forlimpopoli.

Non è un caso che, all’ingresso nel suo territorio, ci dia il benvenuto proprio la statua bronzea di Artusi. A Forlimpopoli ci fermiamo giusto il tempo per ammirare la trecentesca, imponente Rocca fatta costruire dal Cardinale Albornoz e quindi completata, un secolo dopo, dalla famiglia Ordelaffi.

Una sala della Rocca conteneva proprio il teatro in cui si svolsero nel 1825 i terribili fatti sopra narrati… Riprendiamo il nostro itinerario, dirigendoci verso il colle dove sorge il borgo arroccato di Bertinoro. Saliamo tra vigneti che supponiamo produrre un ottimo Sangiovese; poi, lasciata l’auto in un parcheggio esterno alla cinta muraria, ascendiamo verso la Piazza della Libertà, da un lato della quale si domina la pianura fino al mare. Grandi edifici storici, quali la cattedrale, riedificata alla fine del ‘500, e il Palazzo Comunale, fatto erigere nel Trecento dagli Ordelaffi, attirano i turisti, che però sono attratti anche da una semplice colonna, cinta da un doppio giro di anelli di ferro. Si tratta della Colonna dell’Ospitalità, così chiamata perché fu ricostruita, un secolo fa, sui resti di un manufatto dello stesso tipo, ideato all’inizio del XIV secolo da due begli ingegni, Guido del Duca e Arrigo Mainardi, che intesero così far cessare le rivalità tra le famiglie bertinoresi di un certo livello attorno a una questione che oggi non si porrebbe: a chi toccava l’onore di dare ospitalità a un forestiero in arrivo? Invece che risolvere il quesito a randellate o colpi di spada, sarebbe stato lo straniero stesso a scegliere il proprio ospite, legando i finimenti del cavallo all’anello appartenente alla famiglia prescelta. Chissà mai che una visita a questo vetusto quanto semplice monumento non possa ispirare qualche buon sentimento (rigorosamente padano) a Matteo Salvini e compagnia…

Senza divagare oltre, saliamo alla Rocca millenaria, che ebbe l’onere, più che l’onore, di dare ospitalità a un’ingombrante personalità dell’epoca: niente meno che l’imperatore Federico Barbarossa. Da allora è passato molto tempo, e oggi il maniero è sede dell’Università.

In un grazioso giardinetto, vicino all’ingresso, due gruppi scultorei raffiguranti una coppia di innamorati ci ricordano che la potenza dell’amore, talora, è molto più affascinante di uno scettro regale.

Ma il tempo stringe… il buon Pellegrino Artusi (o meglio, i suoi eredi spirituali) ci ha dato appuntamento per pranzo, e prima dobbiamo visitare un ultimo storico luogo.

Agile e solo vien di colle in colle quasi accennando l’arduo cipresso. Forse Francesca temprò qui li ardenti occhi al sorriso?

Con questa quartina si apre la lunga Ode che Giosuè Carducci dedicò nel Luglio del 1897 alla Chiesa di Polenta, pieve millenaria di grande fascino, che resiste al tempo sulle colline non lungi da Bertinoro.

La donna cui accenna il poeta è la “Francesca” per antonomasia, ossia Francesca Polenta Malatesta da Rimini, protagonista assoluta del V Canto dell’Inferno. Che Dante Alighieri fosse ospite gradito dei Signori di Ravenna, appunto i Da Polenta, lo sanno anche i miei gatti; è molto probabile che abbia frequentato questa antichissima chiesa, che ai suoi tempi doveva già essere plurisecolare, e ne abbia tratto ispirazione, come, seicento anni dopo, fece il Carducci, la cui effigie bronza adorna lo spazio esterno sul lato sinistro della struttura. È mia opinione che i due poeti non abbiano trovato alcuna difficoltà a varcare le sacre porte: cosa che invece a noi accade, perché è in corso un matrimonio di stile becero-tradizionale, con tanto di spari di mortaretto all’uscita dei nuovi coniugi dall’edificio; il che avviene proprio in tempo perché ci intrufoliamo dall’accesso secondario, e troviamo quindi deserto il tempio vetusto. Esso indubbiamente conserva il primitivo stile romanico, anche se è stato oggetto di pesanti restauri a partire dal 1700, con le tre navate delimitate da colonne con interessanti capitelli scolpiti in figure umane e zoomorfe, le tre absidi semicircolari e la piccola cripta suggestiva sotto il presbiterio sopraelevato.

L’esistenza di questa pieve è attestata da un documento risalente al 944, ma che sia veramente antichissima possiamo supporlo anche dalla presenza di marmi di epoca bizantina (VI secolo).

Lo scoccare delle una richiama la nostra attenzione: non sia mai che Pellegrino Artusi ci attenda inutilmente!

Così, percorrendo a piedi il viale fiancheggiato da cipressi che si apre davanti alla chiesa, giungiamo velocemente (l’appetito incalza) al ristorante dove ravioli e lasagne ai funghi porcini faranno la fine che si meritano: divorati voracemente, come Giuda, Bruto e Cassio nelle fauci di Lucifero, tanto per chiudere questo articolo rimanendo in pieno Inferno dantesco…

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Trentino Alto Adige – Un lago che vale una Carezza…

Di Alberto Pestelli

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Amanti dei giri tortuosi – specie se compiuti dalla mattina alla sera – macinando chilometri e chilometri, dopo interminabili saliscendi, curve e tornanti, siamo giunti, finalmente, a farci accarezzare dalla bellezza di un piccolo lago… il lago di Carezza… appunto!

Provenienti da quel di Siusi, la sosta con passeggiata lungo le sponde del meraviglioso specchio d’acqua dolomitico e pranzo a base di polenta, funghi, salcicce, formaggi d’alpeggio e fiumi di birra, era d’obbligo.

Lasciata l’automobile presso l’affollato parcheggio e percorsa una breve galleria per non farci attraversare la statale 241, che porta al passo di Costalunga e infine in Val di Fassa, eccoci a specchiarci sul lago, proprio come le magiche dirimpettaie maestose cime del gruppo del Latemar.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Il Karersee (nome in tedesco del laghetto), si trova nell’alta Val d’Ega a circa 1500 metri sul livello del mare e dista venticinque chilometri da Bolzano.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Essendo il luogo nella zona d’influenza ladina, il lago è chiamato Lec de arcoboàn, in altre parole il lago dell’arcobaleno. Non ha immissari di superficie ma è alimentato da sorgenti sotterranee. A seconda delle stagioni e delle condizioni del tempo meteorologico il suo livello e la sua grandezza variano. Con lo scioglimento delle nevi, in primavera inoltrata, presenta la sua massima espansione e profondità (290 metri di larghezza per 140 di lunghezza per 18 metri di profondità). In autunno inoltrato il livello dell’acqua diminuisce a circa sei metri. Durante l’inverno l’acqua ghiaccia.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Nelle sue acque vive un salmerino alpino – una specie di trota – grande vorace predatore di piccoli pesci, insetti, larve e crostacei.

Il lago è completamente circondato da boschi di abete rosso (Picea abies) che, grazie al suo utilizzo per la costruzione di casse armoniche di strumenti a corda (in special modo violini e similari) è definito abete di risonanza.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

C’incamminiamo lungo il sentiero attrezzato che ci permette di compiere il periplo del lago in perfetta sicurezza. Infatti, non è possibile accedere alle sue rive. Si cammina senza fretta perché essa porta solo al vago ricordo di un luogo. È bene, quindi, misurare i propri passi: si sente il contatto con la natura e ci si riempie gli occhi di colori, le orecchie di suoni, i polmoni di aria pura e… e non importa se rimaniamo indietro rispetto a tutti gli altri visitatori che non vedono l’ora di tornare verso i vari negozietti e tavole calde vicino al parcheggio… hanno paura di non trovare posto ai grandi tavoloni. Tutti alla fine si sentiranno sazi, anche quelli che si sono attardati a catturare una sensazione in più.

Alla fine anche noi, a tavola, mangiamo di gusto pensando alla carezza di un laghetto magico!

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Da San Giovanni d’Asso a Buonconvento (Siena) lungo un tratto de l’Eroica…

Di Alberto Pestelli

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Se avessimo avuto un paio di biciclette…

Se…

Ecco, devo dire, con tutta sincerità, che iniziare un discorso con un “se” mi suona e risuona strano per il mio modo di scrivere.

Tornando indietro nel tempo, non ho ricordanze d’aver mai iniziato una frase con questa piccola parola che nasconde nel suo intimo, dubbi, rimpianti, spesso ragionamenti tipo “col senno di poi…”, oppure curiosità, come in un racconto ucronico, di sapere come si sarebbe sviluppato un evento “se” un personaggio, un fenomeno atmosferico o svoltare in una direzione invece di un’altra, avesse sconvolto il vero andamento storico.

Così ho immaginato una breve avventura, durante un fine settimana in Val d’Orcia, percorrendo un tratto della celebre Eroica. Per questo motivo ho ritenuto giusto iniziare con un…

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…se avessimo avuto un paio di biciclette robuste, tubolari di scorta a tracolla, borracce d’acqua a volontà (niente integratori moderni…), degli occhiali per proteggere gli occhi dalla polvere e forza… tanta forza nelle gambe, sarebbe stato fantastico percorrere quel tratto di strada provinciale completamente sterrata che da San Giovanni d’Asso va a Buonconvento passando dalla Pieve a Salti.

Intendiamoci… quella che in realtà abbiamo percorso in automobile – riducendola in un ammasso meccanico polveroso – è solo una piccola parte della famosa “Eroica” che tanti ciclisti amatoriali amano percorrere almeno una volta nella loro vita… un po’ come il mitico Sella Ronda dell’Alto Adige, ma tra le dolci colline della Toscana invece degli alti passi delle cattedrali dolomitiche… Pordoi, Sella, Gardena, Campolongo…

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Ma veniamo al dunque… che cos’è questa tanto decantata Eroica? Molti la idealizzano in una strada ben precisa. Tuttavia è semplicemente una manifestazione cicloturistica che si svolge in provincia di Siena sin dal 1997. Che cos’ha di particolare? Rievoca il ciclismo di un tempo percorrendo strade per il 90% bianche e, soprattutto, inforcando biciclette d’epoca. Ci sono partecipanti che hanno bici dei primi del ‘900.

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Si tiene ogni prima domenica di ottobre. Quindi siete ancora in tempo per organizzare una gita da quelle parti solo per il gusto di vedere – meglio sarebbe partecipare… per i più volenterosi – una marea di cicloamatori arrancare su quelle meravigliose strade. L’evento è alla portata di tutti anche se il diploma di Eroici viene assegnato ai partecipanti che possiedono biciclette “d’altri tempi”.

Ci sono comunque delle regole ben precise da rispettare. Le biciclette da corsa devono essere quelle in uso fino agli anni ’80; il telaio deve essere in acciaio. Il cambio sistemato sul tubo obliquo della bici, i fili dei freni devono uscire dalle leve ed essere esterne al manubrio. I pedali devono avere la classica gabbietta e non i moderni attacchi.

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Le strade dell’Eroica sono quattro ed hanno lunghezze diverse: da 40 chilometri circa per la manifestazione cicloturistica, ai 205 del “lungo”. Ci sono 112 chilometri di strade bianche. Si parte da Gaiole in Chianti e si arriva a Montalcino. I percorsi passano nella zona del Chianti e in direzione di Siena e la Val d’Orcia. Essendo un terreno collinare sono presenti numerosi saliscendi ma si possono trovare anche delle salite ripide difficilissime da affrontare con le biciclette da corsa d’epoca antica.

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Ecco che cos’è l’Eroica. A noi, che non siamo dei cicloamatori veri e propri resta il sogno di percorrere sue due ruote queste strade bianche immersi in una natura che fa della dolcezza il suo punto di forza. Avventurarsi con la propria automobile, anche se non è la stessa cosa, è pur sempre entusiasmante perché si entra a far parte del tessuto vero della Toscana, quello più intimo e rustico. Ogni passo percorso ti conduce a scoprire particolari che non avresti mai immaginato e il profumo che ti pare di avvertire è quello della serenità.

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Articolo e fotografie: © copyright Alberto Pestelli 2014

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Da San Giovanni d’Asso a Buonconvento (Siena) lungo un tratto de l’Eroica… di Alberto Pestelli © copyright Alberto Pestelli 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso www.spezialefiesolano.it.

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Pienza: non solo cacio e pici!

di Maria Iorillo & Alberto Pestelli

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Quando senti parlare della Val d’Orcia non puoi fare a meno di pensare a Pienza. Eppure, in questo stupendo angolo di Toscana, sono tanti i graziosi borghi nascosti tra colline e cipressi: San Quirico d’Orcia, Montalcino, Montepulciano, Vivo d’Orcia, Monticchiello (una frazione di Pienza), Bagno Vignoni e tanti altri paesi e paeselli, tutti degni di essere visitati.

Pienza spesso viene ricordato per il suo gustoso “cacio”: sua “Maestà” il pecorino! …che, per dirla tutta, fa coppia con il robusto Brunello o con il più deboluccio (si fa per dire…) rosso della vicina Montalcino. Un’accoppiata vincente prima o dopo una portata dei prelibati Pici conditi all’aglione o con le più povere briciole!

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Pienza non ha molti abitanti. Secondo gli ultimi dati, ci vivono circa 2.200 persone. Tuttavia è conosciutissima in Italia e all’estero perché è il centro più importante, dal punto di vista artistico, di tutta la Val d’Orcia. Infatti il suo prezioso centro storico è stato dichiarato nel 1996 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Pienza, che un tempo si chiamava Corsignano, divenne storicamente importante a partire dal 1462 grazie a un suo “figlio”: Enea Silvio Piccolomini. Questi, nato nel 1405 in questo sconosciuto borgo della Val d’Orcia, divenne papa nel 1458 con il nome di Pio II.

Durante un suo viaggio nel nord Italia, tornò al suo paesello di origine. Vi trovò rovine e miseria. Forte del suo potere, decise di costruire, sopra l’antico borgo, una nuova città alla quale fu dato il suo nome: Pienza (da Pio). L’architetto incaricato fu Bernardo Rossellino che, in quattro anni, riuscì a costruire una città armoniosa seguendo lo stile quattrocentesco.

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Sicuramente Pienza era destinata a diventare “la città ideale” se il progetto non si fosse interrotto a seguito della prematura scomparsa del suo benefattore nel 1464.

Pienza da quel giorno, tranne qualche piccola modifica, è rimasta così come la vediamo oggi.

La maggior parte del patrimonio artistico di Pienza si concentra nella Piazza Pio II. Infatti qui si affacciano la Concattedrale col suo bel campanile puntato verso il cielo, il Palazzo Comunale, che si trova esattamente di fronte al tempio, Palazzo Borgia, Palazzo Piccolomini con la sua fantastica loggia, e un incantevole pozzo presso il quale è d’obbligo una foto ricordo.

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Il più importante tempio religioso di tutta Pienza è, appunto, la concattedrale di Santa Maria Assunta. Essa fa parte della diocesi di Chiusi, Montepulciano e Pienza. La chiesa, realizzata per volontà di papa Pio II, è stata costruita dal sopracitato Bernardo Rossellino, su un precedente edificio di culto: la pieve di Santa Maria.

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Nonostante sia stata progettata e costruita in pieno Rinascimento, la Concattedrale di Pienza, per la forma del tetto a due spioventi e l’occhio centrale, ricorda un po’ le costruzioni gotiche del periodo francescano e le Hallenkirchen tedesche – Pio II era rimasto colpito da queste costruzioni durante i suoi molteplici viaggi nel nord Europa. Tuttavia il tempio è da considerarsi, esternamente, rinascimentale a tutti gli effetti perché risente dello stile dell’Alberti che, pare, sia stato il vero ispiratore del progetto sia di Pienza sia del Duomo. Senza addentrarci troppo nell’architettura della chiesa, crediamo che sia sufficiente dire che il suo interno ha una struttura gotica: diviso in tre navate che hanno le medesima altezza. Le due laterali sono più strette di quella centrale.

_DSC8930_DSC8928_DSC8926Il duomo è ricco di opere d’arte eseguite su commissione di Pio II dai pittori più in vista dell’epoca. Ci sono alcune Pale dell’altare realizzate per il Duomo nel biennio tra il 1461 e il 1463 da Giovanni di Paolo, Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Matteo di Giovanni, Sano di Pietro: tutti i più importanti pittori senesi di quel periodo.

Usciamo dalla Cattedrale e ritorniamo in piazza con l’intenzione di visitare la cittadina…

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Girando per i vicoli sembra di attraversare un dipinto rinascimentale, talmente è armonioso lo stile degli edifici color miele… quel miele paglierino che, nei tanti locali, viene servito per accompagnare il pecorino tanto apprezzato da Lorenzo il Magnifico.

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_DSC8909Arroccata su un colle, Pienza è circondata da terrazze panoramiche dalle quali, tra un cipresso e l’altro, è possibile godere del meraviglioso spettacolo che le soffici colline circostanti offrono.

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Quei colori, così ben impressi in un disegno perfetto, arrivano ai nostri occhi, e al cuore, come una poesia d’amore… per la terra e per la vita. Una pausa, la visita a Pienza, che il nostro animo, sempre slanciato verso affanni, merita di vivere in un’atmosfera antica e rilassante dove, tutt’intorno, solo la natura ferma il vento e i raggi del sole.

Articolo e fotografie di Maria Iorillo e Alberto Pestelli

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