Umbria, lago Trasimeno: L’isola Maggiore

Di Maria Iorillo & Alberto Pestelli

Lago Trasimeno: L’isola Maggiore – Alberto Pestelli © 2007

I laghi hanno un loro fascino particolare. Per questo li adoriamo. Tuttavia siamo convinti che molti possano non essere d’accordo con la nostra affermazione. È naturale non esserlo. Non a tutti piace passeggiare lungo le rive selvagge di uno specchio d’acqua circondato da colline e montagne a stretto contatto con la natura, con gli animali che scorrazzano liberi e indisturbati. Un lago non ha il medesimo orizzonte del mare… un orizzonte infinito dove si può immaginare cosa può esserci oltre la linea che separa il cielo dall’acqua. Bello avere immaginazione… la fantasia si può tramutare in versi o pensieri altrettanto belli. Magari in un quadro. Ma anche lo spazio ristretto di un lago ha qualcosa in più: la serenità. Sentimento che raddoppia di valore quando esso è offerto proprio nel bel mezzo di questo piccolo mare d’acqua dolce. E il lago Trasimeno ha ben tre isole dove puoi trovarla: l’isola Polvese (che è la più grande ed è un parco scientifico didattico. Un tempo è stata abitata.), l’isola Minore e l’Isola Maggiore. Parleremo di quest’ultima che è l’unica abitata.

Lago Trasimeno: L’isola Maggiore – Alberto Pestelli © 2007

Abbiamo preso il traghetto al porticciolo di Passignano sul Trasimeno. La prima corsa del mattino vede ben pochi turisti. Gli unici passeggeri siamo noi e un anziano signore del posto.

– Fa strano vero? -, ci dice.

– A Tuoro saliranno altre persone. Vanno tutti a lavorare sull’isola. Sono camerieri dei locali e commessi dei negozietti del borgo. Devono aprire gli esercizi prima dell’arrivo dei turisti. Qualcuno di queste persone, come me, ha anche abitato nel paesello prima di trasferirsi sulla terra ferma. Io torno spesso dove sono nato. Non posso farne a meno.

Lago Trasimeno: L’isola Maggiore – Alberto Pestelli © 2007

La nostra attenzione si rivolge alle due isole. La Minore e la Maggiore sono vicinissime e affiancate. Sembrano essere un’unica “entità”. Man mano che il traghetto si avvicina, esse vanno delineandosi ognuna nella propria individualità. L’isola Minore è piccolissima e disabitata. È interamente coperta da una fitta vegetazione e non ha approdi per le barche se non quelli naturali. È stata abitata fino al XV secolo. Gli unici abitanti dell’isola sono gli uccelli e gli insetti.

Lago Trasimeno: L’isola Maggiore – Alberto Pestelli © 2007

L’Isola Maggiore, grande il triplo, si presenta come una grossa collina ricoperta di ulivi, cipressi, pini e lecci. Gabbiani, svassi, fagiani hanno accompagnato il nostro sbarco sull’isola.

“Podiceps cristatus 123” di Marco Serra – Opera propria. Con licenza GFDL tramite Wikimedia Commons.

Al porticciolo c’è un piccolo gruppo di case quasi tutte di pietra, qualche struttura ristorativa e alberghiera e il bellissimo Museo del Merletto. Dopo il caffè di rito in un bar e piccolo giro nel borghetto, abbiamo seguito il sentiero a sinistra del porto.

Lago Trasimeno: L’isola Maggiore – Alberto Pestelli © 2007

È stato suggestivo passeggiare sul lungo lago, immersi nel verde della collina e accompagnati dal silenzio del luogo. Simpatico è stato l’incontro con i conigli selvatici e moltissimi fagiani che andavano tranquilli lungo il medesimo nostro sentiero. Lì nessuno li disturba. Non conoscono, per fortuna, il rumore di uno sparo di un fucile da caccia.

Seguendo la stradina, in poco tempo ci siamo ritrovati sul luogo dove San Francesco d’Assisi sbarcò. C’è una statua a ricordare l’evento. Nei pressi esiste una cappella dov’è custodito il giaciglio del santo.

Lago Trasimeno: L'isola Maggiore - Alberto Pestelli © 2007

Lago Trasimeno: L’isola Maggiore – Alberto Pestelli © 2007

Continuando il nostro percorso, abbiamo visitato la chiesa di San Michele Arcangelo datata XII secolo. La nostra intenzione era di visitare il castello Guglielmi. Purtroppo era chiuso per lavori di ristrutturazione (quando visitammo l’isola Maggiore era il 2006, N.d.R.).

Lago Trasimeno: l'isola Maggiore - Alberto Pestelli © 2007

Lago Trasimeno: l’isola Maggiore – Alberto Pestelli © 2007

Dopo un’ora e mezza di camminata ci siamo ritrovati nuovamente al porticciolo pronti per tornare a Passignano sul Trasimeno.

Sì, vale proprio la pena visitare l’Isola Maggiore. Vale la pena trascorrere anche qualche giorno immersi nella natura e nella storia. È il posto ideale per rilassarsi e magari per dedicarsi alla scrittura e alla pittura. Natura, silenzio e pace. Quali elementi migliori per incontrare se stessi?

Lago Trasimeno: L'isola Maggiore - Alberto Pestelli © 2007

Lago Trasimeno: L’isola Maggiore – Alberto Pestelli © 2007

Lago Trasimeno: L'isola Maggiore - Alberto Pestelli © 2007

Lago Trasimeno: L’isola Maggiore – Alberto Pestelli © 2007

 

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Umbria – Baschi, un paese di tranquillità, bellezza e palati sopraffini

Di Alberto Pestelli

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Dal treno è pressoché impossibile poterlo ammirare, anche se la linea dell’Alta Velocità Firenze-Roma è a due passi. Dall’autostrada invece non puoi sfuggire alla sua magia. Ci passiamo letteralmente a fianco. Ricordo che sin da bambino, quando con la famiglia, andavamo a trovare a Roma i nostri parenti, rivolgevo il mio sguardo stupito su quelle antiche case arroccate, all’apparenza adagiate una sull’altra, a costituire una composizione magica e affascinante. Sono passati gli anni e quelle immagini si sono andate affievolendosi. Quasi non ricordavo più della sua esistenza. Solo di recente ho avuto la possibilità e la fortuna di passeggiare tra le sue mura.

bas1Tutto è avvenuto per caso in occasione di una visita turistica a Orvieto. Il borgo è apparso per incanto passando per l’autostrada mentre provenivo da Roma. I ricordi di bambino sono ritornati di colpo. Ho proseguito lungo l’autostrada fino all’uscita successiva. Da Orvieto sono ritornato indietro per qualche chilometro. Baschi improvvisamente ha aperto le sue porte.

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Ho scoperto un borgo che sembra vivere una nuova giovinezza. Molte abitazioni sono state accuratamente ristrutturate restituendo al paese l’antico splendore. Naturalmente c’è ancora molto da fare. Infatti, molte sono le case disabitate coperte da ponteggi che occupano le strette stradine (in realtà molte di queste sono ripide scalinate). Molte abitazioni sono in vendita e quelle che non lo sono, spesso sono case per le vacanze di cittadini di ogni parte d’Italia che vogliono trascorrere il loro tempo libero in un posto dove regna la pace, la tranquillità, la buona cucina e il buon vino. Baschi è un paese dove la vita ha ricominciato a scorrere.

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Cenni storici e cose da vedere – Nonostante la leggenda affermi che Baschi fosse stato un antico castello ai tempi di Carlo Magno, le sue origini pare che siano ben più remote. Vista la posizione del centro nel territorio etrusco al confine con quello degli umbri, è probabile che i fondatori siano stati gli Etruschi.

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Naturalmente è una mia supposizione e quindi fallace (attendo qualche suggerimento e precisazione a riguardo). Certamente la zona ha conosciuto subito dopo il dominio romano. Infatti, nelle sue vicinanze si trovano i resti del porto romano di Paliano.

Nel territorio comunale di Baschi sorge la frazione di Civitella del lago, paese natale del famoso chef Vissani e sede del particolare museo dell’Ovo Pinto.

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Il borgo di Baschi offre al turista alcuni caratteristici edifici situati nel suo centro storico: sono la Chiesa di San Nicolò datata XVI secolo, sorta sulle antiche rovine di un tempio e il Municipio. Nelle vicinanze del paese sorge il Convento di Sant’Angelo in Pantanelli dove, pare, che soggiornò San Francesco d’Assisi.

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Lazio – Il Palazzo Farnese di Caprarola (Viterbo)

Di Alberto Pestelli

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Conosco il Lazio quasi quanto la Toscana e la Sardegna che sono le mie regioni di origine. Naturalmente conoscerne ogni angolo è impossibile ma negli anni ho visitato molti paesi e borghi laziali quel tanto che bastava per affermare… sì, ci sono stato e ci ritornerei…

Una delle zone più affascinanti del Lazio, a mio avviso, è la Tuscia viterbese. Forse perché conserva il fascino e il mistero di un popolo che ha abitato anche la Toscana e l’Umbria, forse perché anch’io mi sento un po’ Etrusco, nonostante la mia nuragicità… nuraghetrusco!

Spesso mi sono ritrovato a girovagare tra i suoi paeselli, dove costruire la casa con i blocchi di tufo, è ancora di moda, tra i suoi laghi di origine vulcanica, tra i suoi boschi che in autunno offrono colori e profumi del tutto particolari.

Ma non c’è solo natura in quelle contrade ma Storia (con la S maiuscola) e Arte che purtroppo stentano a varcare i confini regionali se non quelli provinciali o addirittura comunali.

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E Caprarola, uno dei bei borghi del viterbese non fa eccezione. Situato a sud dei Monti Cimini e a oriente del lago vulcanico di Vico, conserva un bellissimo esempio architettonico del XVI secolo. Nonostante sia immersa nell’antico territorio dei Rasenna, Caprarola è stata fondata in tempi più recenti.

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Le prime notizie di un insediamento stabile si hanno intorno all’XI secolo. Senza addentrarci nella storia del paese, che meriterebbe un capitolo a parte, mi sembra appropriato parlare del suo bellissimo Palazzo Farnese (detta anche Villa Farnese).

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Ideato come fortezza difensiva, il progetto fu dato al Sangallo il Giovane dal Cardinale Alessandro Farnese detto il Vecchio. La “prima pietra” fu posta nel 1530. Dopo sedici anni dall’inizio dei lavori il Sangallo morì e i lavori furono sospesi nel 1546. Il successore, cardinale Alessandro Farnese il Giovane, intenzionato a riprendere i lavori, affidò incarico al Vignola (1547) di portare avanti il progetto. Tuttavia i lavori ripresero ben dodici anni più tardi dopo che il famoso architetto ebbe modificato in maniera rilevante il progetto originale. Anche se la pianta pentagonale rimase così com’era, la costruzione fu modificata per farne un imponente palazzo seguendo lo stile rinascimentale. Lo scopo della costruzione fu subito chiara: doveva diventare la residenza estiva del cardinale Farnese.

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Per accedere alla costruzione dobbiamo salire una bellissima scalinata. Il Vignola la costruì tagliando la collina. Lo scopo di tutto ciò era quello di isolare il palazzo dal resto delle abitazioni del borgo e, con il “nobile” intento di renderlo armonioso con il territorio di Caprarola. Inoltre per aumentare la sua maestosità, l’architetto progettò e costruì una strada rettilinea per avere un’ottima visuale dall’alto del borgo.

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Entrando all’interno del palazzo non possiamo fare a meno di notare un bellissimo cortile a due piani di cui uno, il superiore, è un po’ arretrato. Il cortile fu realizzato dal Vignola. È circolare e le volte furono affrescate da Antonio Tempesta.

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Il Vignola non era solo un architetto ma anche un valente pittore. Affrescò la scala interna detta Scala Regia che gira intorno ad una trentina di colonne. Secondo voci dell’epoca il cardinale Farnese saliva queste scale, in sella al suo cavallo, per raggiungere il piano dei suoi alloggi (il piano nobile).

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Il piano che è stato denominato Piano dei Prelati (piano rialzato) ha un doppio accesso: interno e dalla scalinata esterna. In questa zona del palazzo troviamo le stanze affrescate da Taddeo Zuccari, quella delle stagioni del Vignola e la stanza delle guardie.

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Nel piano nobile niente è lasciato al caso. Sale e saloni sono disposti secondo uno schema ordinato, meticoloso e all’avanguardia per i tempi. Infatti, le zone dove il sole difficilmente batteva (ala ovest) erano destinate a essere abitate durante i periodi estivi, mentre gli appartamenti invernali sono situati a est dove, appunto batte il sole.

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La zona che era abitata d’estate fu affrescata dallo Zuccari mentre gli appartamenti d’inverno dal Bertoja, al secolo Jacopo Zanguidi, dal Giovanni De Vecchi e da Raffaellino da Reggio. Ma le opere d’arte non si fermano qui… Il Palazzo Farnese di Caprarola ha visto un gran via vai di talentuosi artisti dell’epoca tra i quali spicca l’autore degli affreschi della sontuosa Stanza del Mappamondo, Giovanni Antonio da Varese.

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Ogni villa che si rispetti ha il suo giardino o “Orti farnesiani” (da non confondere con gli omonimi giardini della famiglia Farnese sul Palatino a Roma). I giardini del palazzo di Caprarola sono un bellissimo esempio tardo rinascimentale. Si trovano alle spalle della sontuosa costruzione a ridosso del colle dove è stata costruita e collegati con dei ponti.

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Se vi trovate nei paraggi della zona dei laghi vulcanici della Tuscia laziale, una visita a Caprarola è obbligatoria farla per ammirare uno dei più begli esempi di architettura tardo rinascimentale della nostra penisola. Forse non famosa quanto Villa Lante e i suoi giardini di Bagnaia nei pressi di Viterbo, ma costituisce una bellissima immersione in un angolo suggestivo del Lazio. Senza contare che da quelle parti si mangia e si beve da Re… anzi, da Cardinali.

 Fotografie di Alberto Pestelli © 2005

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Raggiolo, una colonia corsa nel cuore del Casentino

Di Massimilla Manetti Ricci

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Il vecchio boscaiolo, ricurvo sugli anni e ormai incerto nell’incedere lento, si avviava col sacco sulle spalle verso il seccatoio.

In quel sacco tutta la raccolta di castagne di una giornata di fine ottobre, una di quelle un po’ nebbiose, una di quelle dal profumo di muschio incollato alla corteccia molle di legno umido; una di quelle dall’odore di fungo, nascosto dalla sfoglia di foglie una sopra l’altra.

Uno di quei momenti dell’anno dalla volute di fumo girovaghe sui comignoli delle case, dagli stivali infangati e bagnati da foglie marcite in terra, dai silenzi rotti dalla vanga o dal richiamo di uccelli del bosco.

In quel sacco scuro tutta la fatica di un solo giorno, che a lui, così anziano, poteva apparire invece, come il frutto di un lavoro chino di molto più tempo.

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Tra poco quelle castagne sarebbero finite nel seccatoio, una piccola costruzione in pietra, una dimora da gnomo del bosco, adagiate su una stuoia a mezza altezza per essere avvolte poi da aria calda mista a fumo, per tanti giorni. Quindi, denudate del guscio e della buccia, sarebbero state polverizzate dalla mola del mulino per diventare farina di colore avorio antico come antico era il lavoro di raccolta nella foresta secolare.

La polvere ambrata era il pane, del montanaro, il pane dei poveri, un bene prezioso per sfamarsi e per sfamare la famiglia nel solitario inverno casentinese.

Dall’alto, laddove la foresta lasciava il passo al “crudo sasso, La Verna benediceva il lavoro curvo dell’uomo con anelli di vento che soffiavano dentro i rami le parole “lavora e prega”.

E pregava e ringraziava il suo Signore il boscaiolo perché anche per quell’anno un po’ di cibo era assicurato.

Mentre così pensava il vecchio entrò guardingo nel vecchio mulino, rimase lì qualche ora, ne uscì, si dileguò nel crepuscolo autunnale e… fu subito oggi.

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Le voci di Dado, di Leo, di Fabio si sovrappongono a quella del cantastorie che li sbalordisce con la narrazione delle novelle del luogo, di boscaioli e di montanari, ma anche con storie di fantasmi, di diavoli, di streghe, di monaci ed eremiti, di figure losche e truculenti dal vago spirito gotico, di nobili cavalieri , protagonisti di quella Divina Commedia che tanto ha attinto da questi luoghi.

Raggiolo, borgo medievale alle pendici del Pratomagno, nel cuore dei castagneti tinti di rosso, di giallo, di marrone dall’autunno bruciante, risale al VII secolo come feudo longobardo e popolato, secondo la leggenda, da una comunità corsa.

Nel periodo della castagnatura, da metà ottobre a metà dicembre, un fumo azzurrino dall’odore acre e pungente avvolgeva il borgo, perché il fuoco lento e caldo del seccatoio non doveva mai spegnersi in questi mesi, favorendo le veglie serali e i racconti della tradizione orale contadina.

Il ceppo, ad altezza d’uomo, scoppietta in mezzo alla piazzetta di Raggiolo.

Va il fumo, va in alto sopra i tetti delle case in pietra per correre dietro allo scricchiolio delle foglie secche accartocciate ai piedi dei grandi alberi.

Come in un rituale che arriva dalla notte dei tempi, si accende attorno al fuoco quasi una danza propiziatoria di adulti e bambini che sfidano il cuore incandescente del ceppo fatto di cenere e lapilli e ne mutuano la forza e il vigore , mentre il suo calore corposo e tozzo diffonde luminosità nella piazzetta immobile intorno al simbolo della Castagnatura.

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Poco lontano il vecchio mulino è diventato un ecomuseo dove i figli dei figli dei figli di quel boscaiolo rendono viva oggi la tradizione dell’avo e ne tramandano il lavoro.

Il fumo azzurrino del giorno lentamente scivola nel blu notte, le voci si attutiscono, i castagni bisbigliano alle foglie di staccarsi, il buio invita al letto tiepido, la Verna chiama alla preghiera, gli occhi dei pellegrini si levano in alto verso le costellazioni autunnali tanto limpide questa sera da pensare che il tempo sia sospeso nel tempo: la terra è quella dei monasteri, degli eremi, ma anche delle streghe e degli spiriti delle belle quanto malvagie castellane.

© Massimilla Manetti Ricci 2014

© L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente 2014

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Anghiari

Di Alessandro Ghelardi

Anghiari“E in tanta rotta e in sì lunga zuffa che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di ferite ne d’altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò”, così Machiavelli ricorda ironicamente la Battaglia di Anghiari, combattuta Mercoledì 29 giugno 1440, tra i Fiorentini, vincitori, guidati da Michelotto Attendolo e Giampaolo Orsini ed i Milanesi condotti da Niccolò Piccinino.

La battaglia sarebbe stata sicuramente dimenticata dalla storia se i Magistrati di Firenze, per decorare le sale di Palazzo Vecchio con pitture che ricordassero le principali imprese della Repubblica, non avessero affidato a Leonardo da Vinci, il compito di dipingerla. Una volta elaborati i cartoni, fu tradotta in parete la parte mediana, cioè il combattimento intorno alla bandiera.

Danneggiato da un artificioso processo di essiccamento, il dipinto, incompiuto, andò distrutto per far posto alle decorazioni del Vasari. I celebri disegni di Leonardo sono andati perduti e ne rimane testimonianza attraverso quelli del Rubens, oggi al Louvre di Parigi. Alcuni sostengono che il Vasari li abbia nascosti sotto un nuovo intonaco o una nuova parete: ricerche e ‘saggi’ finora condotti non hanno sciolto il mistero. Anghiari

Confesso che pensavo di aver già visitato Anghiari, ma mi sono reso conto che era solo il mio immaginario legato al mistero del dipinto, infatti, adesso sono convinto di non aver mai calcato le stradine tortuose che si dipanano all’interno dell’intatta cinta muraria incastonata su di una collina di ghiaia che domina l’intera Valtiberina.

L’antica piazza del Borghetto, attuale Piazza Mameli, è crocevia obbligato per chi si avventura tra i vicoli del Borgo e uno dei testimoni della sua storia artistica è il Palazzo Taglieschi, attuale sede del Museo Statale delle Arti e Tradizioni Popolari dell’Alta Valle del Tevere.

AnghiariIl Museo si è costituito grazie al lascito testamentario dell’ultimo proprietario dell’edificio Don Nilo Conti. Al pianterreno sono esposti materiali lapidei di varia epoca e provenienza, mentre nelle sale del primo piano si trova un’interessante rassegna di statue lignee trecentesche e quattrocentesche, tra le quali spicca una Madonna con Bambino attribuita a Jacopo della Quercia. Sempre al primo piano si trova esposta una splendida Natività e Santi realizzata, molto probabilmente, da Andrea della Robbia.

Al secondo piano di rilievo interessanti dipinti seicenteschi tra i quali Madonna del Rosario di Jacopo Vignali e la Crocifissione dipinta da MatteoRoselli.

Comunque il fascino principale del paese è che camminando tra la Badia di San Bartolomeo e il Palazzo Pretorio si respira quasi un’aria d’altri tempi e i ritmi frenetici ai quali siamo abituati appaiono dopo poco quasi un ricordo lontano. Le case in pietra, affacciate sulle strette vie della città, hanno finestre piccole, imposte e porte di legno, talvolta un po’ sconquassate, ma assolutamente caratteristiche, come carattestiche sono le piccole botteghe degli artigiani e i negozi di prodotti locali tipici.

AnghiariOltre agli stupendi panorami che si possono ammirare dal paese che domina la valle dove scorre il Tevere, ci sono altri due motivi per visitare Anghiari.

Il primo è la Libera Università dell’Autobiografia, fondata nel 1998 da Saverio Tutino e Duccio Demetrio, archivio diaristico e centro culturale che promuove la formazione e la cultura della memoria.

Il secondo si svolge nel mese di Agosto ed è una rassegna teatrale dove gli stessi abitanti, vestendo i panni di attori, raccontano storie della comunità mentre gli spettatori degustano una cena povera, ogni tavolo viene apparecchiato con la tradizionale Tovaglia a Quadri che dà il nome alla rassegna.

© Alessandro Ghelardi 1 novembre 2014

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Pienza: non solo cacio e pici!

di Maria Iorillo & Alberto Pestelli

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Quando senti parlare della Val d’Orcia non puoi fare a meno di pensare a Pienza. Eppure, in questo stupendo angolo di Toscana, sono tanti i graziosi borghi nascosti tra colline e cipressi: San Quirico d’Orcia, Montalcino, Montepulciano, Vivo d’Orcia, Monticchiello (una frazione di Pienza), Bagno Vignoni e tanti altri paesi e paeselli, tutti degni di essere visitati.

Pienza spesso viene ricordato per il suo gustoso “cacio”: sua “Maestà” il pecorino! …che, per dirla tutta, fa coppia con il robusto Brunello o con il più deboluccio (si fa per dire…) rosso della vicina Montalcino. Un’accoppiata vincente prima o dopo una portata dei prelibati Pici conditi all’aglione o con le più povere briciole!

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Pienza non ha molti abitanti. Secondo gli ultimi dati, ci vivono circa 2.200 persone. Tuttavia è conosciutissima in Italia e all’estero perché è il centro più importante, dal punto di vista artistico, di tutta la Val d’Orcia. Infatti il suo prezioso centro storico è stato dichiarato nel 1996 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Pienza, che un tempo si chiamava Corsignano, divenne storicamente importante a partire dal 1462 grazie a un suo “figlio”: Enea Silvio Piccolomini. Questi, nato nel 1405 in questo sconosciuto borgo della Val d’Orcia, divenne papa nel 1458 con il nome di Pio II.

Durante un suo viaggio nel nord Italia, tornò al suo paesello di origine. Vi trovò rovine e miseria. Forte del suo potere, decise di costruire, sopra l’antico borgo, una nuova città alla quale fu dato il suo nome: Pienza (da Pio). L’architetto incaricato fu Bernardo Rossellino che, in quattro anni, riuscì a costruire una città armoniosa seguendo lo stile quattrocentesco.

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Sicuramente Pienza era destinata a diventare “la città ideale” se il progetto non si fosse interrotto a seguito della prematura scomparsa del suo benefattore nel 1464.

Pienza da quel giorno, tranne qualche piccola modifica, è rimasta così come la vediamo oggi.

La maggior parte del patrimonio artistico di Pienza si concentra nella Piazza Pio II. Infatti qui si affacciano la Concattedrale col suo bel campanile puntato verso il cielo, il Palazzo Comunale, che si trova esattamente di fronte al tempio, Palazzo Borgia, Palazzo Piccolomini con la sua fantastica loggia, e un incantevole pozzo presso il quale è d’obbligo una foto ricordo.

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Il più importante tempio religioso di tutta Pienza è, appunto, la concattedrale di Santa Maria Assunta. Essa fa parte della diocesi di Chiusi, Montepulciano e Pienza. La chiesa, realizzata per volontà di papa Pio II, è stata costruita dal sopracitato Bernardo Rossellino, su un precedente edificio di culto: la pieve di Santa Maria.

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Nonostante sia stata progettata e costruita in pieno Rinascimento, la Concattedrale di Pienza, per la forma del tetto a due spioventi e l’occhio centrale, ricorda un po’ le costruzioni gotiche del periodo francescano e le Hallenkirchen tedesche – Pio II era rimasto colpito da queste costruzioni durante i suoi molteplici viaggi nel nord Europa. Tuttavia il tempio è da considerarsi, esternamente, rinascimentale a tutti gli effetti perché risente dello stile dell’Alberti che, pare, sia stato il vero ispiratore del progetto sia di Pienza sia del Duomo. Senza addentrarci troppo nell’architettura della chiesa, crediamo che sia sufficiente dire che il suo interno ha una struttura gotica: diviso in tre navate che hanno le medesima altezza. Le due laterali sono più strette di quella centrale.

_DSC8930_DSC8928_DSC8926Il duomo è ricco di opere d’arte eseguite su commissione di Pio II dai pittori più in vista dell’epoca. Ci sono alcune Pale dell’altare realizzate per il Duomo nel biennio tra il 1461 e il 1463 da Giovanni di Paolo, Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Matteo di Giovanni, Sano di Pietro: tutti i più importanti pittori senesi di quel periodo.

Usciamo dalla Cattedrale e ritorniamo in piazza con l’intenzione di visitare la cittadina…

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Girando per i vicoli sembra di attraversare un dipinto rinascimentale, talmente è armonioso lo stile degli edifici color miele… quel miele paglierino che, nei tanti locali, viene servito per accompagnare il pecorino tanto apprezzato da Lorenzo il Magnifico.

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_DSC8909Arroccata su un colle, Pienza è circondata da terrazze panoramiche dalle quali, tra un cipresso e l’altro, è possibile godere del meraviglioso spettacolo che le soffici colline circostanti offrono.

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Quei colori, così ben impressi in un disegno perfetto, arrivano ai nostri occhi, e al cuore, come una poesia d’amore… per la terra e per la vita. Una pausa, la visita a Pienza, che il nostro animo, sempre slanciato verso affanni, merita di vivere in un’atmosfera antica e rilassante dove, tutt’intorno, solo la natura ferma il vento e i raggi del sole.

Articolo e fotografie di Maria Iorillo e Alberto Pestelli

© copyright Io.Pe 2014

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Il Paese dell’Ovo Pinto

Di Maria Iorillo & Alberto Pestelli

(IO.PE)

Civitella del LagoCivitella del Lago

“Testa o croce? Testa si sale in collina, e Croce andiamo avanti fino a Roma…” Come altre volte ci siamo affidati alla sorte. Questa volta ad una moneta da cinquanta centesimi. Come entrambi speravamo ha vinto Testa. Tuttavia anche se avesse vinto l’altra faccia della moneta, forse la meta sarebbe stata comunque la cittadina umbra frazione del Comune di Baschi: Civitella del Lago.

Lago di CorbaraLago di Corbara

Provenivamo dalla meravigliosa città di Todi percorrendo una strada lungo il Tevere che in quel tratto ha scavato una profonda e spettacolare gola (non abbiamo fotografie del canyon “nostrano” perché la strada, ahimè, non ci ha offerto un piccolo pertugio dove parcheggiare l’automobile). Infine la valle si è aperta ed è apparso un ampio lago artificiale creato da uno sbarramento proprio nelle vicinanze di Civitella e di Corbara da cui il lago prende il nome.

Civitella del Lago, porta sudCivitella del Lago: la porta meridionale

Trovato l’incrocio abbiamo svoltato in direzione di Civitella del Lago, un tempo chiamata Civitella de’ Pazzi, l’ appellativo sembra provenire dalla nobile famiglia fiorentina che, fino al Cinquecento, governò sul territorio.

Civitella del Lago 1Civitella del Lago

Dopo un bel po’ di chilometri e tante curve, finalmente siamo arrivati in paese e, meraviglia delle meraviglie, proprio nel mezzo di una bella e particolare festa. È dal 1982 che a Civitella si svolge la Mostra Concorso Nazionale “Ovo Pinto” (uovo dipinto, in dialetto).

Civitella del Lago 2Civitella del Lago: una piazzetta caratteristica

Viene ripresa l’antica e raffinata usanza contadina, risalente addirittura al periodo romano, di dipingere, durante il periodo pasquale, le uova di gallina, per farne arte e presentarla al grande pubblico.

Ingresso del Museo dell'Ovo PintoIngresso del Museo dell’Ovo Pinto

L’uomo ha provato a descrivere le sue sensazioni, non solo con le parole, ma anche attraverso immagini fissate su materiali che vanno dalla tela alla pietra, dalla carta ai vari metalli. Ma dipingere su di un uovo è cosa rara e particolare. E qui a Civitella siamo rimasti affascinati entrando nel piccolo museo dell’Ovo Pinto.

L'Interno del museo dell'Ovo PintoL’interno del museo dell’Ovo Pinto

Un opera del Museo dell'Ovo PintoUn capolavoro…

Uova di uccelli vari, dalla gallina allo struzzo e alla quaglia. Ma anche artificiali piccole ed enormi di ceramica o terracotta. Uova che rappresentano paesaggi, personaggi e stati d’animo vari, alcune dal significato “leggero” e altre rappresentanti un tema sociale profondo. Siamo rimasti colpiti, per esempio, da “l’ovo sapiens”, la versione ovesca della Persistenza della Memoria di Salvador Dalì.

Le uova del concorso 2006 dConcorso 2006

Uova assemblate per rappresentare soggetti diversi in una situazione o in un paesaggio simulato, o metaforizzare il senso della vita.

Maria accanto ad un super OVOMaria Iorillo, co-autrice dell’articolo, accanto a un super OVO

Le uova, dalle dimensioni varie, vengono raccolte, attraverso un concorso internazionale al quale partecipano artisti provenienti dalle più svariate nazioni, e quelle premiate diventano proprietà del Museo e le più significative esposte. Attualmente sono circa 600 le uova conservate nelle varie bacheche dell’ovoteca. Ci sono anche uova in ceramica, alcune del famoso De Ruta.

Le uova del concorso 2006 cConcorso 2006

Le uova del concorso 2006 bConcorso 2006

Le uova del concorso 2006 aConcorso 2006

Ma la cosa più carina è stato vedere i lavori realizzati dagli studenti delle scuole elementari e medie dei comuni circostanti. La fantasia dei bambini è superiore a quella di un adulto. Chissà come si saranno divertiti i bambini a dipingere le uova, a riprodurre scene di vita quotidiana o inerenti fiabe o, addirittura, a creare soggetti nuovi… a esprimere, comunque, la loro visione della realtà.

Le uova del concorso 2006 gLe uova dipinte dai bambini – Concorso 2006

Le uova del concorso 2006 fLe uova dipinte dai bambini – Concorso 2006

Le uova del concorso 2006 eLe uova dipinte dai bambini – Concorso 2006

È stata un’esperienza davvero fantastica e consigliamo, se vi trovate nei paraggi di Civitella del Lago nel periodo pasquale, di visitare il suo curioso e singolare museo. Se avete dei figli, pensate a quanto si divertiranno…

Intanto se volete fare un tour virtuale per ammirare le uova dipinte da tantissimi artisti, vi invitiamo a visitare il sito di Civitella del Lago dedicato all’Ovo Pinto: www.ovopinto.it .

© copyright IO.PE 2014

Fonte delle fotografie

Alberto Pestelli

Wikipedia: CC BY-SA 3.0 Di Cantalamessa – Opera propria;

www.ilmeteo.it; www.museiprovinciaterni.it; www.insolitimusei.it

 

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Castellazzo di Bollate, il borgo dimenticato nel parco delle Groane

di Massimilla Manetti Ricci

 foto 1

È uno di quei sabati di maggio di primavera inoltrata sul calendario, ma arretrata sul fronte climatico. Una calotta grigia nasconde il cielo e i voli delle rondini; germoglia il verde della campagna del parco delle Groane dove mi porta l’indicazione stradale di villa Arconati, frazione Castellazzo nel comune di Bollate vicino a Milano.

foto 1b

Una primavera che si maschera d’ estate quando lungo la strada che si apre su villa Arconati il frinire dei grilli accompagna la visita al luogo sconosciuto. Una dimora nobiliare, che ricorda nella sua architettura la reggia di Versailles domina la pianura antistante, mentre dietro il borgo rurale di Castellazzo quasi abbandonato, è il testimone diroccato della vita campestre , delle famiglie e delle loro vite risonanti nell’aia comune che chiamava a raccolta le vicende di quegli uomini e donne.

Anche la villa versa in cattive condizioni, sebbene alcune impalcature di restauro siano i provvisori bendaggi per una malattia dalle piaghe sanguinanti e dalle ferite profonde; un restauro parziale reso possibile dai concerti che in estate si tengono nel cortile.

foto 1e

Di origini secentesche è stata ultimata dalla famiglia Arconati sul finire del XVIII secolo, secondo lo stile barocco lombardo anche se più stili si intersecano nei suoi volumi.

Un luogo sospeso nella campagna in un tempo indefinito e dove il rumore della contemporaneità di Bollate resta fuori dall’antica vita contadina, segregato dalla decadenza del piccolo borgo dove ancora risiedono circa 15 di famiglie.

foto 1v

Abbandono, ruggine, vetri rotti, erba incolta sono i testimoni dell’incuria e della trascuratezza alla quale è andato incontro l’agglomerato di case, un tempo alloggio dei contadini degli Arconati.

foto 3eUna vecchietta è seduta sotto un ciliegio, intenta ad osservare l’intrusa che fotografa e disturba la sua antica quiete, quasi rassegnazione.

foto 3ggVorrei farle una foto, si rifiuta, vorrei parlarle, si ritira, come per custodire da sola il ricordo del borgo quando era vivo nei lunghi rettangoli di stalle dove le mucche muggivano e i buoi aravano i campi o dove nell’aia starnazzavano gli animali da cortile e là dove si faceva il pane nel forno comune.

foto 2dOra il silenzio assordante dell’inerzia avvolge le case diroccate dalle persiane rotte o al più semiaperte. Qualcuna, in uno stato migliore, rivela che lì dentro una sorta di vita ancora c’è, così come la rosa rampicante che sta sbocciando o l’edera che forma un pergolato sotto le finestrelle sono la timida fiammella di un barlume di speranza.

foto 2

I nomi delle strade Via Corte Nuova, via Corte Grande, via Corte del Fabbro si incrociano all’altezza degli archi comunicanti con i cortili a rivendicare la sopravvivenza del nome borgo. Le lapidi bianche denotano e circoscrivono i punti cardinali della struttura, che tanto somiglia alle cascine lombarde e alla storia di quell’albero degli zoccoli al quale Ermanno Olmi si è ispirato nel suo omonimo film.

foto 3Mentre mi allontano per risalire in macchina e tornare negli industriosi comuni lombardi un cane meticcio di bella stazza abbaia e si ferma all’ingresso del borgo, non so se per dirmi di restare o farmi andare.

© copyright Massimilla Manetti Ricci 2014

Fotografie di Massimilla Manetti Ricci

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Il vico del limone

di Luigi Diego Eléna

(tratto dal libro Freguje du Servu – Briciole di Cervo)

Gli spagnoli e i missionari introdussero la pianta del limone nelle Americhe. I limoni venivano portati a bordo delle navi per prevenire lo scorbuto. La scoperta porta la data del XV secolo. Lo scorbuto, una malattia gravissima causata dalla carenza di vitamina C, era caratterizzata dalla comparsa di emorragie in tutto il corpo sempre più gravi, dalla caduta repentina dei denti a forti dolori ai muscoli e, nella sua forma più grave portava alla morte specialmente i naviganti che si cibavano per lunghi periodi esclusivamente di farine, gallette, carni salate e conservate. Nel passato molti Il vico del Limonemarinai che si imbarcavano nei lunghi viaggi venivano colpiti dalla malattia dello scorbuto. Fu un medico di bordo scozzese James Lind, che nel 1747 sperimentò una cura contro lo scorbuto. Egli utilizzò dodici marinai come cavie; li divise in sei coppie e dette a tutti la stessa dieta ma con integratori diversi. Guarirono soltanto i due marinai che ogni giorno mangiavano due arance e un limone. Il medico scozzese non riuscì a individuare la causa della malattia, cioè la carenza di vitamina C. Ne scoprì tuttavia la cura. Tutto ciò era ben conosciuto dalla marineria cervese, difatti un lupo di mare, il capitan Treggin, si premurava per ogni viaggio di caricare a bordo sempre una buona scorta di questi preziosi frutti da conservare al fresco nella cambusa. Allora fine ‘800, si trascorreva la vita sul mare a bordo di navi goletta. Navi a tre alberi con rande, controrande e fiocchi a prua che attraversavano il Mediterraneo con sette uomini di equipaggio sfidando Eolo e il conseguente mare in tempesta. Da Cervo allora si partiva dalla piccola rada a ridosso del Pilone, dotata di puntoni, argani, paranchi e scali. Altri capitani coraggiosi di quell’epoca furono: Tambuscio, Caneto, Ciaffè, Celestin… Uomini di ferro insieme ai loro marinai, che non si spaventavano delle traversie che ogni rotta opponeva al loro viaggio. Tornando al nostro limone, si può ben intendere quanto fosse allora importante e salvifico. Fu così che quei vecchi e saggi uomini con sapienza e riconoscenza gli dedicarono un vicolo: vicolo del Limone, che veleggia ancora oggi tra tramontana e libeccio, come un albero di trinchetto completo di sartiame e pennoni, nel suo habitat ideale e naturale di Cervo.

© copyright Luigi Diego Eléna 2014

Fonte della fotografia: https://www.flickr.com/photos/36017700@N02/4508525822/

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Sotto il Castello, Pyrgi

di Alberto Pestelli

Immagine 056Ignoto è il suo nome etrusco ma, molto probabilmente doveva essere simile al suo nome latino. Pyrgi fu fondata dal Popolo degli Uomini dell’antica Cerveteri vicino ai Monti della Tolfa. Infatti era uno dei porti di quest’ultima città, una delle più importanti dell’Etruria laziale.

Immagine 050Il porto, dopo essere stato distrutto dai siracusani di Dionigi nel 384 a.C., divenne colonia di Roma nel 264 a.C. Lo scalo marittimo dell’antica città etrusca era sito di fronte il castello costruito nell’XI secolo e al piccolo borgo medievale. Il luogo prende, appunto, il nome di Castello di Santa Severa che è una frazione di Santa Marinella in provincia di Roma lungo la via Aurelia. Alcune fonti sostengono che sia il castello che il borgo fossero appartenute all’ordine dei Templari. Rimase in loro possesso fino alla loro persecuzione da parte della Chiesa e del Re di Francia Filippo il Bello.

cache_cache_194d8721736f745d388d69d112de08bc_5fb66f641235bad8405b65ed05df8fb3Nel 1957 iniziò una serie di scavi nell’area archeologica dell’antica Pyrgi. Furono portati alla luce due templi denominati Tempio A costruito, molto probabilmente, attorno al 470-460 a.C., e Tempio B che è più antico e sembra risalire alla fine del VI secolo. Nei due siti dei templi sono stati rinvenuti frammenti di strutture architettoniche in terracotta e un altorilievo nei pressi del tempio più recente che rappresenta una gigantomachia.

Immagine 047Vicino al tempio più antico, nel 1964, furono ritrovate le cosiddette Lamine di Pyrgi. Le lamine sono d’oro e riportano iscrizioni bilingue: etrusco e fenicio. Grazie a queste lamine si è scoperto che il tempio B era stato dedicato alla dea Uni – dal Re di Cerveteri Thefarie Velianas.

Immagine 041I preziosi reperti sono al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma. Chi era questa Uni? La dea era la corrispondente etrusca della romana Giunone e della greca Hera; la dea più importante del Pantheon etrusco, madre di Hercle (Ercole) e sposa del dio Tinia. Quest’ultimo non era altro che il potente Zeus o Giove per il popolo romano.

Immagine 039Il Pio Istituto di Santo Spirito, proprietario del Castello di Santa Severa, nella seconda metà degli anni sessanta, fece iniziare i lavori di restauro dell’edificio e del borgo. I lavori furono terminati nel 1970. Il piccolo borgo offre ai turisti alcune botteghe di artisti locali: pittori, ceramisti, poeti (la casa del poeta). Di notevole importanza è il Museo del Mare e della Navigazione antica. Inoltre il Castello è sede del Gruppo Archeologico del Territorio Cerite. Pyrgi non era certamente una grande città ma la sua importanza commerciale e militare era fondamentale per Cerveteri, una delle più grandi città della Dodecanopoli etrusca.

Immagine 038Immagine 037

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© copyright Alberto Pestelli 2014

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