Jean François Millet: la colazione e Nino Alassio: la colazione a Cervo (IM)

Di Luigi Diego Eléna

Nino Alassio: la colazione a Cervo

Jean Millet: la colazione – Cortesia di www.jeanmillet.org

Jean François Millet, è pittore “realista” amato da Tolstoj e da Van Gogh.
La sua storia di umile figlio di contadini, le sue immagini dai tratti rozzi, i corpi consumati dalla fatica e dagli stenti, acquistarono una dignità e visibilità nuove e vennero presentate come figure eroiche, simboli di una nuova etica e coscienza sociale.
Jean François Millet (a differenza di Daumier o di Courbet, che svilupparono un linguaggio espressivo più provocatorio) manifestò una sensibilità diversa, priva di “carica eversiva”, ma sempre, indubbiamente, realistica.
Quel realismo che nasce in Francia intorno al 1848, trovando le sue radici nel positivismo, un pensiero filosofico che studia la realtà in modo scientifico.
Il Realismo tentava di cogliere la realtà sociale; si voleva rappresentare una realtà cruda e nuda con meno allegorie e più attenzione verso i dati di fatto.
In questo quadro della colazione parca, l’ambiente sobrio, il gesto dolce, gli abbigliamenti modesti sono un tutt’uno.
Ad osservarlo si viene attratti totalmente nel suo contesto di quotidiana semplicità vitale.
Si apprezza il gusto dell’attimo nel suo sincretismo di donazione materno e accettazione filiale.
Pare di assistere all’imbeccata nel becco di un uccello ai suoi pulcini, in attesa febbrile ma composta nel nido.
Nino Alassio celebra nel suo scatto la stessa religiosa ritualità e ci tramanda questo spaccato del secolo XIX con realismo e dignità come la intendeva Fëdor Dostoevskij: la delicatezza e la dignità non s’imparano dal maestro di ballo ma alla scuola del cuore.
Ed è così che l’arte è in grado di dialogare direttamente con gli strati più umili della popolazione.
La realtà delle cose, descritta oggettivamente nelle opere di questi grandi maestri, diviene un modo per esprimere una verità più profonda sull’uomo, come protagonista autentico della storia umana.

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Liguria – Albenga dalle alte torri

di Gianni Marucelli

 

In Liguria, su quella striscia di terra tra le montagne e il mare a nord-ovest di Genova, che prende il nome di Riviera di Ponente, l’ultimo mezzo secolo di continua edificazione ha lasciato ben poco di intatto e di veramente godibile, salvo alcuni promontori ancora selvaggi e pochi borghi storici di grande suggestione. Tra questi, oltre a Cervo (Imperia), di cui abbiamo dato ampia notizia su questa rivista grazie all’amico e collaboratore Luigi Diego Eléna, si può senz’altro includere l’antichissima cittadina di Albenga, che, a quanto pare, venne fondata dai Liguri Ingauni qualche centinaio di anni prima della nascita di Cristo. Divenuta municipium romano col nome di Albingaunum, il suo territorio si estendeva fino all’attuale Sanremo (qualche decina di chilometri più a ovest): era dunque una città di notevole importanza. La fondazione dell’abitato romano secondo i criteri tipici dell’ordinamento castrense, con il cardo e il decumano a definire, all’interno delle mura, l’organizzazione dei quartieri, è leggibile ancor oggi con una certa facilità.

Ma continuiamo con la storia: l’inizio del V secolo dopo Cristo vede l’intensificarsi della pressione dei barbari al confine dell’impero, e, proprio in quegli anni, la stessa Roma (che non era più da tempo la capitale, trasferita a Milano e quindi a Ravenna) cade sotto l’assalto dei Goti. È una notizia-chock, che fa il giro del mondo di allora, e lascia basita e incredula l’opinione pubblica del tempo. Poco dopo, anche Albenga fu distrutta dalle orde di invasori. Qualche anno più tardi, il generale Flavio Costanzo provvide alla sua ricostruzione, prima di divenire imperatore d’Occidente tramite il suo matrimonio con Galla Placidia. La “nuova” Albenga fu dotata di mura possenti, che le permisero di sopravvivere al confuso e tragico periodo delle nuove invasioni; in epoca longobarda e, in seguito, negli ultimi secoli del primo millennio, perdette importanza, anche perché esposta, come tutti i centri rivieraschi, alle incursioni dei pirati Saraceni che erano di stanza a Frassineto, in Provenza. Dopo che questa minaccia fu debellata, e la normalità dei commerci marittimi ristabilita, Albenga si evolve in un libero Comune di una certa floridezza, che aumenta dopo la sua partecipazione alla Prima Crociata (1109) per la quale ottiene privilegi commerciali e marittimi nel vicino Oriente. Il 1100 e il 1200 sono i secoli di maggior successo per Albenga: in seguito, una lunga e disastrosa guerra contro Genova ne sancisce la perdita dell’autonomia commerciale e politica. Da allora, la città farà parte della Repubblica della Superba. Il centro storico, quale oggi lo possiamo ammirare, fu definito urbanisticamente proprio nel periodo di maggiore splendore, ed è ottimamente conservato. Oggi, quello che fu il porto è da molti secoli interrato, e la città storica è posta a circa un chilometro dal mare, mentre alle spalle ha una vasta pianura, diversamente da quasi tutti gli altri centri urbani della Liguria. Le antiche porte immettono nelle stradine caratteristiche e nei vicoli ancor più suggestivi, che presto ci conducono a quello che è il cuore di Albenga, la Piazza San Michele, attorno alla quale sono posti i maggiori monumenti, civili e religiosi, della sua storia.

Prima di ammirarli da vicino e al loro interno, però, alziamo lo sguardo al cielo: in perpendicolare su di noi si elevano le torri, imponenti, del Palazzo Comunale e della Cattedrale, cui seguono, a non molta distanza delle case-torri medioevali. L’impressione è un po’ quella che si prova a Bologna, sotto le torri della Garisenda e degli Asinelli. Davanti a noi vi è la facciata della cattedrale di San Michele, che, sebbene più volte rifatta, sorge proprio sul luogo, e con le stesse dimensioni, della chiesa paleocristiana le cui fondamenta probabilmente furono gettate proprio al tempo dell’Imperatore Costanzo. Nei fatti, l’unico elemento molto antico ora presente è costituito dalle sculture a forma di “semipilastro” (sec. XI) murate sulla facciata, che le conferiscono un aspetto singolare, nella sua complessiva austerità.

L’interno, a tre navate, è stato riportato alle linee medioevali da un restauro operato negli anni ’60: culmina in un’abside sotto la quale è stata trovata – ed è ancora in parte visibile – la cripta di età carolingia. Se ci si volge, nella controfacciata troneggia il monumentale organo ottocentesco, la cui cassa risale però al ‘600 (la chiesa ospita ancora stagioni concertistiche a livello internazionale).

Nella navata sinistra, alla parete è appoggiata la lastra tombale del Vescovo Leonardo Marchese, morto nel 1515. Si tratta di un’apprezzabile opera scultorea ad altorilievo, che ci restituisce le sembianze dell’alto prelato.

Di fronte alla Cattedrale, il Palazzo Comunale, risalente al sec. XIV, mostra la facciata sormontata da merli ghibellini, e una loggia a due arcate sotto la quale si tenevano le riunioni del Consiglio comunale.

Uscendo di nuovo nella piazza, alla nostra destra, a lato dell’edificio, sorge l’antico Battistero, unica costruzione rimasta intatta dell’Albenga tardo-romana. E’ situata al livello precedente della città, per cui ora vi si deve accedere scendendo alcuni gradini. Pur essendo in laterizio e non in pietra calcarea, presenta una notevole somiglianza, nella pianta decagonale, col Mausoleo di Teodorico a Ravenna. La copertura originale tardoromana, costruita col sistema delle anfore, fu sciaguratamente distrutta durante il restauro effettuato nel 1900 da un architetto, il De Andrade, che prese fischi per fiaschi ritenendola un manufatto molto posteriore e rifacendola in legno (!). Uno dei tanti delitti preterintenzionali contro l’arte attribuibili ai moderni restauratori…

Purtroppo non possiamo visitare l’interno del Battistero, perché durante il periodo delle festività natalizie è chiuso (un’altra particolarità, del tutto italiana, di accoglienza del turista…).

Altri monumenti (il Palazzo Vescovile, altre chiese, tanti palazzi nobiliari) ci attendono durante la visita del centro storico, ma è l’effetto complessivo che qui dobbiamo sottolineare, un piacevole tuffo nella Liguria medioevale e rinascimentale che si esalta nei carrugi stretti e negli scorci di finestre, archi, portoncini…

Uscendo dal centro, se credete, un’agevole passeggiata di circa 800 metri vi porterà dritti sul Lungomare, dal quale è possibile scorgere, presso la costa, l’isola di Gallinara, sede in epoche andate (dal IV sec. in poi) di una potente Abbazia, e ora totalmente privatizzata e perciò irraggiungibile.

Nel caso aveste appetito, vi consigliamo un piatto tipico, le sarde ripiene, che potrete gustare in uno dei numerosi ristoranti della città (ma è consigliabile, in questo caso, consultare una buona guida o un sito Internet, per evitare sorprese…).

 

 

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Fuipiano valle Imagna BG Borgo sospeso in cielo

Di Luigi Diego Eléna

A guardarlo dal basso il Borgo di Fuipiano pare confondersi nel cielo insieme a quelle poche nubi che gli fanno da ancelle. La sua chiesa di San Giovanni Battista evoca lassù l’Eden celeste. Quel suo campanile composto ha tutto ciò che occorre per essere il testimone di fiera fede delle sue nobili e umili ca’, contrade e villaggi. Essi sono disegnati su di un tappeto di smeraldo nelle prospettive che un occhio curioso sa cogliere e conservare. Man mano che ti avvicini, da capocchie di spilli, assumono la loro vera e inconfondibile figura e dimensione. Pietra su pietra, pioda su pioda, sono tante pagine scritte dalla storia che nascondono tra le loro pieghe una risposta, il racconto di una vita, lo svolgimento di un destino. Tutto è trasparente come ogni specchio di albe dove fanno a gara a bere, api, uccelli, mucche, asinelli, cani e qualche raro gatto. Puoi salire e scendere con sentieri a zig zag a mezz’aria, tra un pianoro ed una cresta rocciosa, anche quando ti fermi nell’illusione di un miraggio che si staglia sul Resegone, sul Palio, ai tre faggi. Qui il tempo trascorre come i grani di sabbia che scorrono in una ampolla di clessidra. C’è tempo per conoscere i suoni del silenzio che a volte riesce a mettere, come una tromba di fanfara, la sordina. Ai pensieri si aprono nuove strade staccate dal prima o dal poi. Si pende dalle labbra dei boschi, dei pianori, accoccolati come neonati vitellini da latte alla loro mamma. Si è angeli in volo come chi cavalca, carreggia, rema e vola con gli occhi della mente, colti di sorpresa e a naso sempre in su, appeso al cielo.

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Il castello di Fuipiano valle Imagna BG tra Arnosto e Valzanega pare “il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino

Di Luigi Diego Eléna

Castello di Fuipiano – © Luigi Diego Eléna

Il castello dei destini incrociati, ecco quanto mi sovviene difronte a questa immagine lungo il percorso che ti porta per mano da Arnosto a Valzanega. Come nel romanzo di Italo Calvino ci si trova in una foresta dall’atmosfera magica ed indefinita all’interno della quale si trova un castello. Il luogo, nella sua misteriosa sfarzosità, rende il viaggiatore attonito. Pare di aver perso l’uso della parola. Molte domande lo assalgono riguardo a ciò che può celarsi al suo interno. Una moltitudine di persone, tra cui prodi cavalieri, nobili signori ed infine viandanti scapestrati? Qui domina un ineluttabile incantesimo, si rimane a bocca aperta e orecchie spalancate.

Castello di Fuipiano - © Luigi Diego Eléna

Castello di Fuipiano – © Luigi Diego Eléna

Una paralisi che immobilizza chicchessia. Questo maniero ha voglia di raccontare perché ci ha spinti ad arrivare in questo luogo magico e quali sono i reali motivi che ci hanno condotti nei suoi misteri forse tetri o forse di felicità. Le foglie degli alberi intorno paiono raffinati tarocchi del ‘400. Così, come nel romanzo, un tronco d’albero a guisa di commensale si alza al cielo e prende un mazzo di tarocchi ed inizia a narrare la sua storia disponendo una carta dopo l’altra, in modo da formare un racconto della sua vita. Ogni altro albero a fianco si rende personaggio e sceglie un tema e dispone una carta sul tavolo per raccontarsi. Il significato di ogni singola carta dipende dal posto che essa ha nella successione di carte che la precedono e la seguono.

Castello di Fuipiano - © Luigi Diego Eléna

Castello di Fuipiano – © Luigi Diego Eléna

Ben presto, si viene a conoscenza di storie dall’intreccio molto vario, molto intense e piuttosto solenni, vissute dai vari commensali che di volta in volta assumono le sembianze dei tarocchi (foglie) stessi: il ladro di sepolcri che giunge in cielo un attimo prima dell’apocalisse, la gigantessa che seduce il principe appena sposato e viene esiliata e l’alchimista che vende tutte le anime di una città al diavolo in cambio dell’elisir di lunga vita. Ma, oltre al valore numerico, le carte assumono anche un significato simbolico: le spade indicano i duelli, le coppe le feste, gli ori i soldi ed i bastoni le foreste. Un pathos incredibile proprio come Italo Calvino lo ha immaginato.

 

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Emilia Romagna – Nelle Terre del duce

Di Gianni Marucelli

A Predappio, in provincia di Forlì – Cesena, è nato (1883) ed è sepolto Benito Mussolini, e questa è cosa nota ai più. Non tutti però sanno che là dove il futuro duce ebbe i natali non c’era nemmeno un paese degno di questo nome, e che la “vera” Predappio è il borgo medievale che sovrasta l’attuale, il quale, fino a metà degli anni ’20 del secolo scorso, si chiamava Dovìa.

A creare l’attuale Predappio fu proprio Mussolini, poco dopo la sua ascesa al potere. La nuova cittadina, edificata nello stile “littorio” tanto caro al fascismo, ha il suo cuore nella vastissima Piazza S. Antonio, sulla quale si affacciano i palazzi maggiori, la Parrocchiale realizzata nel 1934 su disegno di Cesare Bazzani, e il Palazzo Varano, progettato in un piacevole stile semi-liberty da Florestano di Fausto (1926).

La littoria Piazza S. Antonio

Circondato da un bel parco ricco di essenze vegetali, questo edificio prese il posto della casa natìa del duce, ed è ora la sede del Municipio. A rammentare al visitatore i fasti passati, una grande voliera semi-arrugginita dove, in onore del fondatore dell’Impero (ahimè effimero) fu rinchiusa un’aquila reale, con quanto piacere del povero animale il lettore si può immaginare.

La gabbia dell’Aquila reale

Se Mussolini volle fare della piccola Dovìa una “Urbe” in minore, non si degnò però di prenderci casa; il suo protagonismo, non accontentandosi di un banale fondovalle, aveva bisogno di qualcosa di più “storico” e di più elevato. Fu così che l’antico castello di Rocca delle Caminate, che domina Predappio dalla cima di un colle vicino, fu acquisito (ufficialmente tramite un “prestito littorio” sottoscritto dalla popolazione forlivese) dalla comunità, restaurato (era ormai una rovina) e donato al Capo, perché ne facesse la propria dimora estiva.

Il colle della Rocca delle Caminate, di cui si scorge la torre

Dato che è tradizione, tra i potenti di tutto il mondo, che quando essi sono presenti in una qualche loro residenza, la bandiera sventoli alta, il duce, nella sua modestia, volle dare un segno un po’ più spettacolare della sua, di presenza; così, in cima alla torre del vetusto maniero, fu collocato un potente proiettore (a 6000 candele) che fendeva il cielo notturno con un fascio di luce bianco, rosso e verde, visibile alla distanza di sessanta chilometri.

Predappio alta, il castello degli Ordelaffi

Predappio alta, il castello degli Ordelaffi

A Rocca delle Caminate Benito Mussolini doveva trovarsi veramente a suo agio, se proprio qui, dopo essere stato liberato dalla prigionia del Gran Sasso dalle “teste di cuoio” di Hitler guidate da Otto Skorzeny, volle venire per tenere la prima riunione del Governo della neonata Repubblica di Salò. Non ci rimase per molto, visto che gli Alleati erano alle porte, schierati all’attacco di quella Linea Gotica che fu l’estremo baluardo di tedeschi e fascisti.

Il Palazzo Varano, dove un tempo era la casa dei Mussolini

Dopo la tragica conclusione, nel 1945, della sua vicenda politica ed umana, il corpo di Mussolini fu riconsegnato alla famiglia nel 1957, chiuso in una grossa cassa che aveva contenuto sapone, e tumulato nel cimitero della Chiesa di San Cassiano in Pennino (dove oggi riposa anche la moglie, Donna Rachele). Nei decenni successivi, Predappio e il suo cimitero furono meta (e in parte lo sono ancora) di pellegrinaggi di “nostalgici” del Regime, e ciò spiega come nella cittadina fiorisca un negozio di Souvenirs che rappresenta una vera e propria vetrina di apologetica del fascismo.

L’ingresso al castello di Rocca delle Caminate, sede estiva del duce

Molto più interessante, per il turista, soffermarsi nel Borgo alto di Predappio, ad ammirare il castello che fu degli Ordelaffi, signori di queste terre nel ‘400, e magari a gustare qualche specialità romagnola nella piadineria locale, che vanta il record della più lunga piadina del mondo. Come dire, che qui non è stato solo Mussolini a montarsi un po’ la testa…

Predappio alta, la piazzetta

Predappio alta, la piazzetta

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Emilia Romagna – “La scure prendi su, Lombardo, da Fiumalbo e Frassinoro!

Di Alberto Pestelli

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

“La scure prendi su, Lombardo, da Fiumalbo e Frassinoro!

Così Giovanni Pascoli citò nella sua poesia La partenza del boscaiolo che fa parte della famosa raccolta I canti di Castelvecchio. Sicuramente il poeta della Cavallina storna soggiornò e rimase molto colpito da questo meraviglioso antico borgo di confine dell’Appennino Tosco-Emiliano. E così è successo anche a me anche se non vi ho mai soggiornato.

Superate le due piramidi dell’Abetone, inizia la discesa verso la terra di Modena. Sembra quasi impossibile, ma in pochi chilometri la fisionomia del territorio appare leggermente diversa. Eppure i boschi, i monti, sono gli stessi. Questione di versanti. Qui siamo nel versante emiliano e si sente l’aria della pianura padana e, anche se è abbastanza distante da qui, dell’Adriatico.

Abetone © Alberto Pestelli 2007

Abetone © Alberto Pestelli 2007

Siamo a cavallo tra Pistoia e Modena e questa differenza la si sente anche nel dialetto parlato in paese, il fiumalbino. Si differenzia molto da quelli della zona, sia che ci troviamo in Emilia, sia in Toscana: una specie di sintesi tra i due modi di parlare.

Fiumalbo, Fiumêlb in modenese, si trova in una bellissima valle alla confluenza di due torrenti: Rio Le Motte (detto anche Rio San Francesco) e il Rio dell’Acquicciola.

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Questi due corsi d’acqua delimitano l’antico centro storico del paese.

Le sue origini sono molto antiche. Parte che nel II secolo a.C. si insediarono alcune popolazioni di stirpe ligure e celtiche.

Bisogna attendere molti secoli per avere le prime notizie scritte su Fiumalbo. Nella prima metà dell’anno 1000 ci fu il passaggio della “Rocca che si chiama Fiumalbo” in favore del vescovo Viberto di Modena. Il cedente era Bonifacio di Canossa, padre della celebre Matilde.

Il Comune di Fiumalbo si estende tra gli 800 e i 2165 metri (monte Cimone). Comprende estesi boschi di faggi e abeti nelle zone più alte e boschi di noccioli e castagni sotto i 1000 metri.

L’agricoltura e l’allevamento sono quasi del tutto spariti dal comprensorio. L’economia del paese si basa essenzialmente sul turismo per almeno 365 giorni l’anno.

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Data la vicinanza di Fiumalbo sia all’Abetone, sia a Sestola e al Monte Cimone, le sue strutture sono attive anche nel periodo invernale.

Nella piazza centrale spicca la chiesa di San Bartolomeo Apostolo (la prima edificazione risale al 1220) che conserva due opere pittoriche importanti: la Madonna e Santi del Saccaccino e una Madonna col Redentore attribuita ad un artista sconosciuto della scuola toscana.

Nella stessa piazza si trova anche la chiesa dell’Immacolata concezione detta anche “dei Bianchi” perché sede dell’omonima confraternita. Nell’800 fu ristrutturata con la conseguente perdita degli affreschi sulle pareti. Anche in questo caso furono dipinti dal Saccaccino nel 1534.

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

La Chiesa di Santa Caterina, detta “dei Rossi” (già sede dell’omonima confraternita), si trova in una piazza adiacente a quella della cattedrale. La chiesa ospita attualmente il museo di arte sacra.

All’ingresso del centro storico del borgo, sorge l’oratorio di San Rocco. Fu costruito nel XV secolo (1418 circa) e conserva ancora i bellissimi affreschi attribuiti al solito pittore Saccaccino Saccaccini (1535).

San Rocco, Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

San Rocco, Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo © Alberto Pestelli 2007

Fiumalbo non è solo famosa per le sue chiese o per la vicinanza degli impianti sciistici dell’Abetone e del Cimone. È conosciuta anche per i prodotti che il territorio offre: il mirtillo nero utile anche per scopi medicinali, lamponi, more, fragole di bosco e sua maestà il fungo porcino.

Insomma, Fiumalbo è un paese da visitare assolutamente dalla mattina alla sera (se non avete molto tempo), ma se amate passeggiare e compiere escursioni, è il luogo adatto per soggiornarci qualche giorno durante le ferie in ogni periodo dell’anno.

 

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Toscana – QUEL MERAVIGLIOSO “ARCO” DELLA COSTA ETRUSCA

Di Gianni Marucelli

Popolunia e golfo di Baratti - © Gianni Marucelli 2015

Popolunia e golfo di Baratti – © Gianni Marucelli 2015

È una delle più belle “cartoline” della Toscana, quella che mostra il semicerchio verdazzurro del Golfo di Baratti (LI), orlato di pinete, sui cui affacciano le tombe a tholos della necropoli etrusca di Populonia.

Popolunia e golfo di Baratti - © Gianni Marucelli 2015

Popolunia e golfo di Baratti – © Gianni Marucelli 2015

Qui, un tempo lontano, ormeggiavano le navi dalle vele quadre che portavano il minerale ferroso dall’Elba. Le fornaci del popolo dei Rasenna tramutavano poi il materiale nella più preziosa e tecnologica delle sostanze che all’epoca si poteva concepire… Non tutti sanno che gli scarti della lavorazione del ferro hanno stazionato per più di due millenni in questo luogo, per poi venire riciclati, da parte delle moderne industrie, nel corso della prima guerra mondiale.

Popolunia e golfo di Baratti - © Gianni Marucelli 2015

Popolunia e golfo di Baratti – © Gianni Marucelli 2015

Dalle spiagge di Baratti la strada s’inerpica su in alto, per raggiungere gli scavi dell’acropoli dell’antica città e il borgo medievale che sorge lì presso.

Quest’ultimo è costituito da castello della famiglia Appiani, che vi dominò sei secoli fa. La Rocca quadrangolare è veramente spettacolare, rinforzata da un torrione semicircolare e da una torre centrale.

Popolunia e golfo di Baratti – © Gianni Marucelli 2015

Popolunia e golfo di Baratti - © Gianni Marucelli 2015

Popolunia e golfo di Baratti – © Gianni Marucelli 2015

Nel piccolo abitato, le due vie parallele, ora che siamo in inverno, sono praticamente deserte: ma in estate i turisti vi verranno a cercare qualche ristorantino o i negozietti di prodotti tipici, e a dare un’occhiata anche alla chiesetta di S. Maria alla Croce, che conserva affreschi della scuola del Sodoma.

Popolunia e golfo di Baratti - © Gianni Marucelli 2015

Popolunia e golfo di Baratti – © Gianni Marucelli 2015

Chi lo desidera, può salire sugli spalti della Rocca, anche se il panorama più spettacolare si gode poche decine di metri prima di entrare nel borgo dall’antica porta: in un punto della strada, infatti, il Golfo appare in una visuale nuova, che lo restringe a un magico, azzurrissimo lago (vedi foto).

Popolunia e golfo di Baratti - © Gianni Marucelli 2015

Popolunia e golfo di Baratti – © Gianni Marucelli 2015

Dalla macchia mediterranea che attornia l’area archeologica dell’Arce (aperta con certezza solo durante i mesi primaverili ed estivi), spesso vengono ad ammusare i cinghiali, nella speranza di “rimediare” un pezzo di pane dai gitanti. Di qui, parte anche il sentiero che attraversa il promontorio e giunge fino a Piombino, una bellissima escursione che, in primavera, consigliamo a tutti coloro che amano la natura.

Popolunia e golfo di Baratti - © Gianni Marucelli 2015

Popolunia e golfo di Baratti – © Gianni Marucelli 2015

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Lombardia: Il Borgo di Arnosto nella Valle Imagna (BG)

di Luigi Diego Eléna

 

Il Borgo di Arnosto appartiene al territorio comunale di Fuipiano Valle Imagna (BG). Esso possiede una qualifica di “spiccato interesse artistico e storico”. Di certo ha tutte le referenze per essere uno dei “Borghi più belli d’Italia”.

Il Borgo di Arnosto a Fuipiano Valle Imagna è la più significativa tra le strutture rimaste sul territorio valdimagnino. Anticamente fu sede della Dogana Veneta fino al 1797 dove si delimitava il confine tra fra il ducato di Milano e la Serenissima.

L’antico borgo risale al XIV secolo e conserva edifici di grande valore artistico . Visitare Arnosto significa immergersi in un’atmosfera suggestiva che riporta alla vita delle popolazioni prealpine del passato. All’interno del Borgo la BIBLIOTECA e il MUSEO, realizzato dal gruppo Amici di Arnosto che raccoglie una collezione di strumenti che venivano utilizzati dai contadini, allevatori, artigiani dell’epoca passata, oltre ad una esposizione fotografica delle popolazioni che vi abitarono.

E’ presente una piccola CAPPELLA dedicata ai santi Filippo Neri e Francesco da Paola. Questa chiesetta era utilizzata dagli abitanti della contrada nel 1664. Può contenere al massimo 20 persone è ricca di affreschi di grande pregio tra cui un dipinto di Francesco Quarenghi, nonno di Giacomo Quarenghi.

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Tra i tufi della Toscana: Pitigliano

Di Maria Iorillo & Alberto Pestelli

(da un articolo del 2006 apparso su http://web.tiscali.it/io.pe/ non più in uso)

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

 

Ne avevamo sentito sempre parlare benissimo. Addirittura io conoscevo quel delizioso Bianco prodotto da queste parti che è delizia del palato. Ma nessuno dei due era stato a visitare questo bellissimo antico paese della Toscana. È abbastanza lontano da Roma ma non troppo se consideriamo che Firenze è ben più lontana. In un paio di ore ci siamo arrivati. Evitando di percorrere la bellissima via Cassia, abbiamo preso l’Aurelia da Roma fino Montalto di Castro. Da li siamo giunti in prossimità del lago di Bolsena. Arrivati finalmente in Toscana, dopo una ventina di chilometri o forse di più eccoci in prossimità della maestosa rocca etrusca.

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

Spesso ci siamo chiesti: “Come facevano i Romani ad espugnare questi incredibili baluardi? Gli Etruschi costruivano le loro città in luoghi spesso inaccessibili, nascosti, in alto e alla confluenza di due o più corsi d’acqua. E le strade di accesso erano così anguste…“. E molte di queste vie, dette appunto vie cave, le possiamo trovare nei dintorni di Pitigliano (ad esempio la famosa via cava San Giuseppe). Tuttavia, queste spettacolari strade incastonate nel tufo non erano adibite solamente alla viabilità e a collegare le varie cittadine etrusche tra loro. Avevano uno scopo ben più preciso: erano vie sacre e portavano sempre in direzione delle varie necropoli disseminate un po’ ovunque nei dintorni del centro abitato.

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

Trovare un posteggio a Pitigliano non è cosa semplice. Giriamo per un po’. Alla fine riusciamo a trovarlo poco distante dall’ingresso della parte antica della cittadina.

Mentre ci avviciniamo all’antica porta, percorriamo un tratto di strada dove si aprono una moltitudine di negozi costruiti all’interno di grotte di tufo. Entriamo in una di esse Un’infinità di leccornie ci invitano a tirar fuori il portafoglio. Per il momento resistiamo. Prima visitare la cittadina, data l’ora che volge al desinare, è obbligatorio cercarci una buona trattoria e poi… e poi vedremo.

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

Entriamo nella città vecchia. Subito appaiono i colori della storia. Una storia che profuma di antico, di semplicità. Gli abitanti del luogo sembrano cortesi e sorridenti. Non è la prima volta che, mentre passeggiamo per le strade di antichi borghi medievali, scorgiamo una sincera cortesia nei suoi abitanti. È bellissimo. Come sarebbe bello se esistessero questi sorrisi in tutte le grandi città…

Pitigliano è soprannominata la Piccola Gerusalemme. Infatti è presente una nutrita comunità ebraica. La Sinagoga è del cinquecento. Nei pressi del tempio ci sono i locali adibiti ai bagni di rito e alcuni negozietti ebraici quali il forno del pane azzimo, la tintoria, la macelleria e una cantina kasher.

Pitigliano, la Sinagoga

Pitigliano, la Sinagoga

Vagabondiamo in ogni angolo di Pitigliano riempiendoci gli occhi della bellezza di altri tempi. Vicino alla sede del Comune notiamo un piccolo Bistrot. È caro, ma ne vale la pena. Usciamo pieni pieni e soddisfatti e anche un po’ “allegri”. Il vino, che in questo locale è a calici, è bello forte!.

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

Mentre stiamo passeggiando ci tornano in mente quei negozi scavati nel tufo. Compriamo il famoso Bianco di Pitigliano, e patè di cinghiale per i crostini e altre leccornie. Appena usciamo dall’esercizio un acquazzone ci sorprende nel mezzo di strada. E Lady Gray, la seicento di Maria, è parcheggiata un poco più giù. La pioggia sembra diminuire. Ecco allora che ci avventuriamo sotto l’acqua. In breve tempo siamo dentro l’automobile. Due manovre e siamo di nuovo on the road, verso un altro antico borgo poco distante. Sovana. Mentre ci dirigevamo verso questo piccolo centro del grossetano abbiamo visto delle indicazioni turistiche… Via cava San Giuseppe.

Pitigliano, via cava San Giuseppe - Alberto Pestelli © 2006

Pitigliano, via cava San Giuseppe – Alberto Pestelli © 2006

Spinti dalla curiosità abbiamo parcheggiato la Seicento. Ci siamo incamminati lungo un sentiero nella campagna sottostante Pitigliano e… meraviglia delle meraviglie…, davanti a noi si apriva uno stretto sentiero buio (una vera e propria strada etrusca) scavata nel tufo. Ci siamo avventurati, timorosi, in quello che sembrava quasi un antro dell’inferno. Ma una volta al suo interno, le sensazioni provate inizialmente sono mutate. Quelle pareti di roccia vulcanica sembravano quasi proteggerci da eventuali pericoli. E così doveva essere nell’antichità. Come se fossero state delle strade segrete per raggiungere altre città etrusche della zona. Chissà cosa provavano gli antichi viandanti quando si addentravano in queste vie… protezione a chi le aveva costruite, paura nel nemico. Ed è nata una poesia…

Pitigliano - © Alberto Pestelli 2006 - Poesia tratta dalla silloge "Dei Borghi Antichi"

Pitigliano – © Alberto Pestelli 2006

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Tra i tufi della Toscana: Pitigliano di Maria Iorillo & Alberto Pestelli © 2006/2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Liguria – Cervo, I lavatoi pubblici

Di Luigi Diego Eléna

Cervo (Imperia)

Anche Nausicaa, figura della mitologia greca, figlia di Alcinoo (re dei Feaci) e di Arete, andava con le sue ancelle a lavare i panni al fiume. Anche in questo caso la Grecia si affaccia sul sito del nostro Servus nel Lucus Bormanni. Ivi però, le Nausiche erano donne di più basso rango e lignaggio. Una di loro era nonna Manin. Come lei tante altre, e tutte senza ancelle al seguito ma solo un’ampia prole. Le nonne, quando erano bambine, andavano al torrente Steria a lavare i panni con la soda, cenere e olio di gomiti, inginocchiate per ore ed ore, senza sosta. Le nonne dicevano che quello, “il lavatoio”, quando fu costruito, era un gran bel servizio, messo a disposizione dal Comune per la povera gente, che così poteva lavare le lenzuola e i panni grossi più vicino a casa. Insomma erano davvero un “bel servizio” i lavatoi pubblici in Cervo, grandi costruzioni coperti con coppi e attrezzati con acqua corrente, presa dalla sorgente delle Morene, a ridosso e fuori dalle mura del Castrum. In casa i panni si lavavano in una conca di terracotta, stropicciando con energici colpi di polso i capi immersi in acqua più o meno calda, anche in questo caso con ranno, un miscuglio di soda o di cenere e al bisogno con l’aiuto di sapone e bruschino. Ma le lenzuola erano grandi, di tela grossa, spesso di canapa tessuta a mano e il conchino restava logisticamente incapiente. Così le nonne, ogni quindici venti giorni, tanto le lenzuola dovevano restare sul letto, riempivano un bel sacco di biancheria e traversando il paese fino al Garbu o scendendo da via Romana fino alla cabina elettrica, oppure proseguendo fino a via 2 giugno, a fianco degli attuali Bungalow, arrivavano ad ognuno dei tre lavatoi che il Comune aveva messo a disposizione per i cittadini. C’erano tanti via vai per il lavaggio e lo sciacquo, c’erano tante donne affaccendate e c’era un vocio mescolato a canti e allo scrosciare dell’acqua. Ogni tanto passava il Cintraco del Comune a sorvegliare che tutto si svolgesse secondo il regolamento. Spesso le precedenze e i tempi stabiliti non venivano rispettate, qualcuna voleva fare la furba ma nessuna voleva farsi posare la mosca sul naso. Povere donne! Alcune lavavano anche per conto di terzi e dovevano stare intere mattinate con le mani nell’acqua gelida.

Antico lavatoio - Liguria di Ponente

La casa da rassettare, i figli da crescere, i vecchi da sorvegliare, il bottegaio da pagare, il marito da accontentare nel sacro dovere del matrimonio, la paura di mettere al mondo altri figli… Cosicché i nervi erano a fior di pelle e non ci voleva niente a scatenare qualche battibecco. La miscela sulle labbra era esplosiva, ma a renderla tale era soprattutto la fretta e la necessità di tornare a casa. Comunque tutto sfociava e rimaneva lì e fra queste donne non rimaneva invidia o rancore, solo qualche muso lungo o come si diceva allora: “ti l’hai ligau a mua” (stai sulle tue). Condividevano tuttavia con partecipazione e sentimento, vicende familiari liete o tristi che si raccontavano da un lavatoio all’altro, sempre pronte a darsi una mano nella sorveglianza dei figli. I marmocchi che seguivano le madri erano tanti. Molto spesso uno a distanza di un anno dall’altro. I più grandini stavano fuori, sotto le mura a giocare a “nascondino”, a “au balun”, a “guardie e ladri”. A proposito nel libro VI dell’Odissea si narra che anche Nausicaa, consigliata da Atena, giocava a palla presso una riva con le proprie ancelle… Ma ritorniamo alle donne cervesi di un tempo. I più piccini gironzolavano per i carruggi con la candelina fissa al naso che mani sollecite di donne soffiavano con una cocca asciutta del grembiule. Più spesso se ne stavano seduti su balle di panni sporchi, come pazienti vecchini che assaporano un sigaro o la pipa. Sapevano di dover star buoni, “sennò il Cintraco che era anche la guardia li avrebbe portati in gattabuia”. Ma, c’è sempre un ma. Quei mocciosi entravano tutti in agitazione quando arrivava “Frittoli”. Era un vecchietto arzillo ma soprattutto furbo, con al braccio un cesto basso e ampio preso da un carrettino carico di bomboloni e ciambelline zuccherose e mielose. Solitamente in occasione dell’estate. Il suo motto era: “piangete bambini, così le vostre mamme vi compreranno i dolcetti e le vostre lacrime saranno tanti ventini nelle mie tasche”. Ogni dolcetto costava un ventino. Non sempre il desiderio veniva appagato, ché giusto un ventino non era poco per quelle povere tasche. A quei tempi i capricci erano contenuti come i risparmi e tutto perciò rientrava senza tanti strilli, né dei bambini né delle mamme. Finiti di lavare i panni ogni donna, con la cesta in testa, attutita dall’asciugamano intrecciato, ritornava a casa tenendo per mano il figlio più piccolo. La giornata continuava intorno al focolare dove i panni si asciugavano e la cena poteva essere preparata.

 

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