LA VICENDA DELL’ORSA DANIZA: FEDERAZIONE NAZIONALE PRO NATURA CONTRO LA CATTURA

Di Gianni Marucelli

Sulla vicenda dell’orsa Daniza, “condannata” alla cattura e alla detenzione da parte delle autorità trentine, perché rea di aver reagito alla curiosità di un cercatore di funghi che, incautamente, si era troppo avvicinato ai suoi cuccioli, pubblichiamo una lettera della Federazione Nazionale Pro Natura, che interviene come di consueto con razionalità e precisione sull’argomento.

La Direzione di questa rivista esprime la propria adesione alla posizione espressa in questo documento.

Scaricate gratuitamente il documento riportato sotto il presente articolo.

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Incontri, terza puntata – La danza nuziale delle albanelle

Di Gianni Marucelli

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Era una limpida giornata di Giugno, tanti anni fa. La strada che, dalle pendici occidentali del Monte Amiata, si snoda tortuosa verso le basse colline della Maremma toscana, era in quel tratto fiancheggiata da alberi di ciliegio, i cui frutti già maturi invitavano chi la percorreva a sostare ogni tanto per un assaggio completamente gratuito. Fu così che mi fermai anch’io e, come il Caso volle, dopo due manciate di ciliege alzai il capo a contemplare la gariga e i campi di grano quasi maturo.

Nel mio campo visivo, contro il cielo azzurro, vidi sfrecciare due, poi tre, presenze alate, di un candore poco consueto. Oggi avrei pensato a dei gabbiani reali, ma allora, così lontano dal mare, erano assai poco diffusi. Per fortuna, il mio nascente interesse per l’ornitologia m’induceva a tenere sempre, nel cruscotto, un binocolo, piccolo ma potente. Ebbi così modo di esaminare con agio quegli strani volatili, che ora volteggiavano in aria quasi fossero i piloti di una pattuglia acrobatica.

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Notai subito che il corpo era affusolato, la coda lunga e stretta, le ali chiare terminavano in un piumaggio molto più scuro, quasi nero. Era la prima volta che le vedevo “dal vero”, ma non potevano esserci dubbi: erano Albanelle!

L’Albanella minore (Circus pygargus) è un rapace diurno che fa parte della stessa famiglia del falco di palude; abbastanza comune nell’Europa orientale e centrale, oltre che sulla penisola iberica, non è molto presente in Italia se non nelle zone che offrono il suo habitat preferito: praterie, brughiere, ampi campi coltivati. Si ciba in prevalenza d’insetti, piccoli roditori, rettili, uccelli di modeste dimensioni che preda quando sono posati al suolo. Ha le zampe più lunghe degli altri rapaci, il che le consente, volando molto bassa, di ghermire a terra le sue prede senza atterrare. Come si è visto, ha un piumaggio chiaro, ed anche questo facilita la sua tecnica di caccia: infatti, dal basso non è molto distinguibile sullo sfondo del cielo. Non è molto grande, comunque la sua apertura alare supera il metro.

Detto questo, però, non si spiegava lo strano comportamento che stavo vedendo: sembrava di assistere a un vero e proprio combattimento aereo, dove due dei protagonisti s’inseguivano, entravano a contatto con gli artigli, riprendevano la picchiata, mentre il terzo se ne stava a qualche distanza, come un arbitro dell’incontro. Che non durò poco: in effetti, ebbi il tempo di osservare con tutto comodo e di riprendere il viaggio, lasciando le albanelle alle loro evoluzioni. La spiegazione la trovai poi nei miei libri: avevo assistito a una vera e propria “danza nuziale” in cui il maschio e la femmina (di solito un po’ più scura) compiono questo rituale sorvolando il territorio dove hanno deciso di costruire il nido. E la terza albanella? Nessuno ha saputo spiegarmene l’atteggiamento. Penso si trattasse di un altro pretendente rimasto, purtroppo per lui, “a becco asciutto”.

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In quanto al nido, che accoglierà in media quattro o cinque uova, è situato al suolo ed è costituito da una semplice piattaforma di erba e stecchi secchi, circondata da una sorta di piccola “area di atterraggio” accuratamente calpestata. Dato che le zone di nidificazione tradizionali sono ormai da tempo divenute coltivazioni, le albanelle si trovano a dover metter su “casa” nei campi di cereali, proprio nel periodo dell’anno in cui questi stanno per venire falciati: nei paesi di progredita sensibilità ecologica, quando si individuano i nidi, i coltivatori lasciano intatta un’area di rispetto tutto intorno, in modo che i pulcini possano crescere e imparare a volare senza correre rischi. Purtroppo questo non sempre accade, con le conseguenze che tutti possono immaginare.

 

© copyright Gianni Marucelli 2014

 

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Fonti fotografiche:

Flickr – don macauley – Bird 015” di Donald MacauleyFlickr: IMG_9250. Con licenza CC BY-SA 2.0 tramite Wikimedia Commons.

Male monty01” di Paul Adlam – Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

FemaleMonty01” di Raoulduke47Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

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Foto dal Garda

Di Alberto Pestelli

Un’immagine di un germano in fase di “ammaraggio” catturata con la mia vecchia Nikon D3000 – Teleob. 70-300 Sigma.

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Come a casa

di Anna Conte

Ci sono giorni in cui mi sento stremata, corro (si fa per dire…) per cercare di portare avanti mille impegni e lo faccio con estremo piacere pensando che la sera avrò la giusta ricompensa.

Immagino la mia casetta calda ad attendermi (eh sì perché anche adesso che è estate fa freddo) e i miei figli seduti accanto a me sul morbido divano che mi abbracciano e mi fanno mille coccole. Vedo Artù, il nostro cagnolino, che, non so come faccia, comincia ad abbaiare e avverte che sto arrivando prima che varchi la soglia di casa.

Apro la porta e mi viene incontro felice, scodinzolando e facendomi mille feste…

È a tutti nota la fedeltà e l’amore che i cani hanno per il loro padrone ma Arturino a volte fa il ruffiano per farsi perdonare qualche marachella che in nostra assenza combina. Il suo passatempo preferito è mangiare le copertine dei libri, limarsi i denti sui gradini di legno della scala che conduce alla zona notte, oppure rosicchiare la corda del tavolo africano a cui tengo tantissimo…

Ma di fronte all’amore che ci offre tutto gli viene perdonato!!

Ho portato questo esempio per spiegare la sensazione di piacevole benessere che ho provato appena sono entrata a far parte della redazione de “L’Italia, l’Uomo e l’Ambiente”…

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Come tutti gli incontri speciali anche questo è avvenuto per caso…

Un giorno un mio carissimo amico, leggendo alcuni pensieri che di tanto in tanto scrivo, mi chiese, se mi avrebbe fatto piacere collaborare ad una rivista, e mi diede un indirizzo di posta elettronica a cui fare riferimento qualora accettassi.

Inizialmente ero titubante perché non mi sentivo all’altezza di tale compito, ma poi pensai:” male che vada avrò fatto un’esperienza.”

Devo dire che dal momento che ho avuto modo di confrontarmi con alcuni dei collaboratori della redazione ho avuto la stessa sensazione di benevola accoglienza e calore domestico di quando arrivi a casa.

Con alcuni di loro non ho avuto ancora il piacere di confrontarmi, altri li ho conosciuti attraverso qualche scambio su facebook e soprattutto leggendo ciò che scrivono.

Il direttore Gianni Marucelli è una persona colta, saggia e intelligente. La sua grande preparazione gli consente di esprimere concetti profondi con estrema semplicità…

È molto generoso e disponibile, come ogni grande capo coordina concedendo estrema fiducia ai suoi collaboratori.

Ho avuto l’onore di conoscere Maria Iorillo, personalmente, anche se per pochi attimi, durante la presentazione del mio libro, a Roma, l’otto luglio. È bastato poco per capire la donna che avevo di fronte. Ha un bellissimo volto, un sorriso dolce e rassicurante. I suoi occhi neri esprimono bontà, sensibilità e tanto amore. Ho sempre avuto la presunzione di capire le persone guardandole negli occhi, e nei suoi ho intravisto una profondità d’animo, un cuore grande, che contiene tanto amore…

Nei suoi articoli i fatti s’intrecciano con il tessuto emozionale della sua vita e leggerli è sempre estremamente piacevole. Riesce a cogliere e a riferire con grande maestria la vera essenza delle cose.

Iole Troccoli è una donna di grande sensibilità ed esprime la sua creatività nella comunicazione di emozioni. Attraverso la poesia esprime autenticità e una grande profondità d’animo. Non si può mentire attraverso la poesia! Le parole le sgorgano direttamente dal cuore, come da una sorgente di acqua limpida e fresca dalla quale ci possiamo dissetare e attingere per rigenerare il corpo e la mente. La sua la definirei una complessa sensibilità spirituale. Anche lei è sempre dolce, attenta e premurosa.

A volte per sconfiggere la spossatezza che mi perseguita, vado in cucina e mi faccio dei grossi frullati di frutta con il miele e il latte. Insomma un concentrato iperglicemico di bontà.

Ecco questa è la definizione giusta per Alberto Pestelli… un concentrato di cose buone!

È la persona più dolce, buona, delicata, sensibile, profonda e così via dicendo. È di una disponibilità senza pari. Lo puoi affliggere in mille modi con le più disparate richieste e lui non si nega mai, si attiva velocemente, mettendo magari da parte le sue cose per soddisfare le tue esigenze che magari sono meno importanti. Per non parlare della grande bravura e professionalità che lo contraddistinguono!

Carmelo Colelli è un amico che ho conosciuto attraverso facebook un po’ di tempo fa. Mi ha colpito subito per le sue profonde riflessioni, il grande spirito di osservazione, l’amore per la sua terra, la capacità di condividere con gli altri ogni più piccola emozione. Il suo modo di raccontare è coinvolgente perché ha la capacità di trasformare ogni frammento di vita e emozione in un racconto meraviglioso.

Massimilla Manetti Ricci èuna scrittrice molto brava e profonda, però con lei non ho avuto ancora l’onore di confrontarmi.

Gli altri colleghi della redazione ancora non li conosco, ma sono convinta che sono altrettanto speciali .

Con loro mi sento a casa.

In questo momento particolare della mia vita li sento molto vicini. Gioiscono insieme a me come fanno i veri amici e mi dimostrano costantemente il loro affetto attraverso le parole e le approvazioni espresse , soprattutto, nelle recensioni al mio libro. È da poco che li ho incontrati ma ho la sensazione di conoscerli da sempre.

La loro amicizia è un grande dono!…

Ecco che la vita, ancora una volta mi da un’importante lezione!…

Le persone grandi sono quelle che dotati di grande spessore, capacità e ricchezza d’animo, non hanno bisogno di ostentarle e la loro umiltà è tale da farti sentire sempre all’altezza della situazione, una loro pari… anche se non lo sei!

Citando Johann Winckelmann:

“L’umiltà e la semplicità sono le due vere sorgenti della bellezza”…

© copyright Anna Conte 2014

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Un giorno a La Scarzuola, in Umbria

Di Paola Capitani

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La magia accoglie appena si entra nel prato con le stazioni della via crucis e si vede la chiesa con il porticato. I due cani e Marco ci accolgono sul cancello e ci conducono per mano e con emozioni crescenti nella vita della Scarzuolanota 1 e del suo magnifico architetto, laureato a 23 anni e attivo già a 27.

Questa la dice lunga sulle date anagrafiche dei nostri laureati…

La visita inizia con la spiegazione del significato della Scarzuola ovvero la Scarza erba che si trova in copia e che con la quale San Francesco costruì il primo riparo.

Quindi le amenità e le curiosità del Giullare di Dio che trova la sua sede in questo posto magico dove oltre la chiesa si procede in un fresco bosco che ci riserva emozioni a non finire.

Marconota 2 ci stupisce in continuazione con aneddoti, curiosità, riflessioni e fra tutte quella che mi ha colpito per la sua banale e profonda verità.

Le domande che ci pone a noi signore… “perché aspettiamo dall’uomo il riconoscimento e l’approvazione quando noi l’abbiamo generato ed è uscito da noi… parte del nostro corpo e della nostra anima… e quindi ecco perché l’uomo non cresce… e cerca sempre nella donna la mamma che lo nutre per sempre…

Una rivelazione come quella sulla nostra dualità e sul conflitto per cercare noi stessi e, come direbbe Nietsche, “difficile essere quello che si è”.

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Il luogo è indescrivibile, al di sopra e oltre l’immaginario e la campagna che lo circonda unica nel suo genere, con i cipressi, le pecore al pascolo e l’acqua che regna in ogni angolo a indicare la via… la simbologia continua, le forme conturbanti che ci riportano all’energia e al Chakra, al campo magnetico e a tutto quello che circonda il nostro essere e che noi spesso ignoriamo e trascuriamo.

Grazie a Barbara Santoro per averci portato in questo luogo magico, dove un successivo viaggio potrà aiutare ad approfondire conoscenze e origini, storie e curiosità.

E grazie a Marco il padrone di casa che ha aneddoti e perle di saggezze miste a una facile chiacchiera che intriga e ammalia.

© copyright 2014 paola.capitani@gmail.com

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 Note (fonte: Wikipedia)

  1. La Scarzuola è una località nei pressi di Montegiove, una frazione di Montegabbione in provincia di Terni. Secondo la tradizione locale San Francesco avrebbe soggiornato nell’antico convento. La località è famosa per la “Città-teatro” che fu costruita, seguendo il sogno di realizzare una città ideale, dall’architetto Tommaso Buzzi nel XX secolo.
  2. Marco Solari, l’erede del Buzzi, terminò l’opera della Città-Teatro che era rimasta incompiuta con la scomparsa del celebre architetto milanese nel 1981. La completa realizzazione del sogno del Buzzi fu possibile grazie ai suoi stessi “schizzi” che lasciò a Marco Solari.

Fotografie

  1. “MontegabbioneMontegioveLaScarzuola” di Foto: LigaDue / Creator/Artist: Tomaso Buzzi – Foto: LigaDue / Creator/Artist: Tomaso Buzzi. Con licenza Creative Commons Attribution 3.0 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:MontegabbioneMontegioveLaScarzuola.JPG#mediaviewer/File:MontegabbioneMontegioveLaScarzuola.JPG
  2. “Scarzuola interno01” di Binomio77 – Opera propria. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Scarzuola_interno01.JPG#mediaviewer/File:Scarzuola_interno01.JPG
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Incontri – Seconda puntata: Il Giorno dell’Ermellino

Di Gianni Marucelli

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Ai più, la parola “ermellino” evoca manti regali o arcivescovili, dove il bianco contrasta con la porpora del sommo potere…o, al massimo, il celebre dipinto di Leonardo da Vinci, “la Dama con l’ermellino”, in cui Cecilia Gallerani, giovane amante di Ludovico il Moro è raffigurata con, in braccio, un bellissimo e domestico esemplare di questo piccolo predatore. Il quale, come tutti i cacciatori della sua famiglia (i Mustelidi: faina, donnola, martora ecc.) ha sensi acutissimi, una mandibola molto sviluppata e dotata di denti forti e acuminati, un corpo sottile che gli consente di introdursi nelle tane delle sue prede, un’ottima visione notturna e… una ferocia che contrasta sol suo aspetto gentile. Chissà poi quanti sanno che la pelliccia dell’Ermellino è bianca, con la punta della coda nera, solo in inverno, per mimetizzarsi con l’ambiente innevato, mentre negli altri periodi dell’anno si converte gradualmente in un marrone piuttosto chiaro, pur mantenendo candidi la pettorina e il sottopancia. Va da sé che, per le dimensioni simili e il colore quasi identico, nelle stagioni calde la donnola e l’ermellino sono praticamente indistinguibili all’occhio del profano, non fosse per un piccolo particolare cui già abbiamo accennato: il ciuffo nero della punta della coda, che è presente solo nel secondo.

I due, poi, frequentano ambienti che coincidono solo parzialmente, perché l’Ermellino si trova a suo agio solo in montagna, mentre la Donnola è molto più adattabile, e spesso la si può incontrare nelle campagne e nei boschi “caldi”. Concludo questa premessa con una deduzione che ognuno può fare: se è già abbastanza difficile individuare una donnola, per le ridotte dimensioni e per le abitudini prevalentemente notturne, figuratevi quanto più raro sarà imbattersi in un ermellino!

Eppure, il Caso ha voluto che a me capitasse, in una lontana estate anni ’80, durante un’escursione nel Parco Nazionale dello Stelvio.

Eravamo sul versante trentino del Parco, ed esattamente nella bellissima Val di Pejo, dominata dalle vette perennemente innevate del Monte Vioz e del Cevedale. La Val di Pejo si suddivide in due valli più anguste, la Val del Monte, verso Ovest, e la Val de La Mare verso nord-est. Una strada carrozzabile percorre quest’ultima, salendo fino ai 2000 metri di Malga Mare dove, allora come adesso, si lascia la macchina e si inizia la salita verso il Rifugio Larcher e , quindi, verso i laghetti alpini d’origine glaciale, dai quali la vista spazia sullo stupendo panorama dei ghiacciai del gruppo Ortles-Cevedale. Fu presso uno di questi, credo il Lago delle Marmotte, che sostammo per un breve ristoro. Non so chi di noi fu ad intravedere una piccola sagoma scura fare capolino dalle rocce dell’altra sponda, non più di 30-40 metri in linea d’aria. Comunque, gli altri, me compreso, furono avvertiti con un cenno perentorio di far silenzio e misero mano ai propri binocoli, inquadrando una sottile figura dal manto marrone scuro, che ci osservava attentamente. “È una donnola!”, sussurrò qualcuno, ma il nostro capo comitiva, che di mestiere faceva il Guardiaparco, lo contraddisse: “Non credo. Guardate, si muove!”. L’animaletto uscì allo scoperto, muovendosi parallelamente a noi, e allontanandosi rapido tra i massi. “Avete notato la punta della coda? È nera. Quello è un ermellino, non una donnola!” Stupore. “Ma non è bianco?”

Veasel“Solo in inverno. Una forma di mimetismo… ora se l’è squagliata…” Ma no! Vedete sulla nostra sinistra? Sta tornando!” Effettivamente, la creatura si era di nuovo avvicinata… e più di prima! Ebbi la prontezza (ero giovane, allora) di afferrare il teleobiettivo e di inserirlo nel corpo macchina della mia Canon, scattando due o tre foto prima che l’ermellino, forse sospettando qualche scherzo di cattivo gusto, si ponesse al riparo. Ma, nonostante tutto, e con sorpresa anche dell’amico Guardia, di tanto in tanto il suo musetto faceva capolino. “Ma come, non scappa’?” . “Bah, togliamo noi il disturbo, abbiamo ancora da salire parecchio!” Quando ci fummo allontanati di una ventina di metri, mi voltai. Il lago rispecchiava perfettamente le cime innevate del Cevedale, creando una immagine doppia di rara suggestione.

Mustela.ermineaE l’ermellino era ancora là, accucciato su un masso, a sorvegliarci. D’improvviso si fece luce nella mia mente. “Il suo nido! Fa la guardia ai suoi cuccioli!” Il Guardiaparco mi guardò, annuendo. “Bravo! Hai ragione. Non ci può essere un altro motivo. A questa altitudine devono essere nati da poco. Fino a quattro settimane prendono il latte dalla madre. In genere non sono più di cinque, se la stagione è favorevole, però, la cucciolata può arrivare anche a una decina… Ma non tutti, in quel caso, sopravvivono. Tenete conto che, quando nascono, sono privo di pelliccia. Volete saperne una carina? Nell’ermellino, come negli altri animali simili, come appunto le donnole, si ha la gestazione differita… vuol dire che si accoppiano anche molto prima della primavera, quando sono maturi sessualmente, e gli ovuli si impiantano sulle pareti dell’utero, ma l’embrione comincia a svilupparsi anche parecchio tempo dopo, quando le condizioni sono più favorevoli per i piccoli. Furba la natura, vero?”

Eh, sì, vorrei rispondergli ora. Siamo noi umani a non essere affatto furbi. E non abbiamo certo il gran cuore di una mamma ermellino…

© copyright Gianni Marucelli 2014

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Fotografie

  1. Dama con l’ermellino – Leonardo da Vinci – Pubblico dominio.
  2. Ermellino con il mantello invernale bianco – Pubblico dominio.
  3. Ermellino con il mantello estivo – “Mustela.erminea” di James Lindsey – http://popgen.unimaas.nl/~jlindsey/commanster.html. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mustela.erminea.jpg#mediaviewer/File:Mustela.erminea.jpg
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Il Vecchio Cavaliere della nostra Terra

Di Carmelo Colelli

La Puglia è piena di maestosi e meravigliosi alberi di ulivo, alcuni più che centenari, a volte hanno sembianze umane, animalesche, mostruose, sono distorti, contorti, uno diverso dall’altro ma tutti magicamente belli.

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Il Vecchio Cavaliere della nostra terra.

Contorto, martoriato dal tempo, piegato e scavato dalle intemperie, rimani sempre un cantastorie della natura, professore di varie discipline.

Hai visto ai tuoi piedi donne e uomini, sei stato testimone dei loro amori e dei loro dolori, hai ascoltato le loro storie e le hai conservate nel tempo.

Come un vecchio, sei lì pronto a raccontare, pronto a trasmettere, a chi ti ascolta, la forza di guardare avanti.

Forte è la tua voglia di essere, sembra che ci dici:

“mi sono piegato, mi sono contorto, ho perso parte della mia bellezza giovanile, ma voglio essere qui, voglio essere radicato a questa terra, qui ho visto l’amore che gli uomini mi hanno dato nel tempo.

Voi che siete i figli di quegli uomini, figli di questa terra, continuate ad amarmi.”

Come un guerriero hai dovuto lottare contro le forze della natura, ma come un Vecchio Cavaliere ci insegni ad amare la pace.

 

In dialetto Mesagnese.

Lu cavalieri ti la terra nostra.

Sturtigghiatu, marturiatu ti lu tiempu, piegatu e scavatu ti li ntimperie, rumani sempri nu cantastorie ti la natura, profissori ti tanti materie.

A vistu alli pieti tua femmini e masculi, a statu testimogna di l’amori loru e ti li tuluri loru, a sintutu li storie loru e la stipati pi tantu tiempu.

Comu nu vecchiu, stai prontu cu cuenti, prontu cu dici a ci ti senti, uardamu sempri annanti!

Tieni tanta voglia cu stai dani e sembra ca ndi sta dici:

“m’aggiù piegatu, e m’aggiù stuertu tuttu, agghiu persu parti ti la billezza mia ti quandu eru ggiovini, ma vogghiu stau qquani, vogghiu stau raticatu a sta terra, qquani addo agghiu vistu l’amori ca li cristiani mannu datu pi tantu tiempu.

E vui ca siti li fili ti quiddi cristiani, fili ti sta terra, vulitimi puru vui bbeni.”

Comu a nnu guerrieru a luttato contru la forza ti la natura, ma comu nu Vecchiu Cavalieri ndi nsiegni ca ama amari la paci.

 

© copyright Carmelo Colelli 2014

 

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Principina a Mare: la pineta in agonia

di Massimilla Manetti Ricci

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Alla fine sono arrivati.

 

Sono arrivati con i loro caschetti gialli, con le motoseghe e gli scavatori, con il nastro rosso e bianco che marchia e seleziona   il condannato da chi, per il momento, si è salvato.

Sono arrivati la mattina presto, quasi di soppiatto, per completare un lavoro necessario, ma infame, perché dovuto all’incuria e alla trascuratezza dell’uomo.

E stanno lì, pericolanti in balia dell’umore del vento, lì, ad attendere la fine scheletriti sui loro rami secchi, ricurvi su se stessi e dai quali pendono, impietrite, le pigne ormai sterili senza pinoli ; sono lì i pini di Principina a mare, a 12 km da Grosseto in fila ad aspettate la morte annunciata, per una malattia epidemica che li sta sterminando.

Matsucoccus feytaudi, si chiama la cocciniglia distruttrice ed è qui arrivata circa 5 anni fa, un tempo lungo durante il quale l’amministrazione comunale di Grosseto avrebbe dovuto prendere decisioni più tempestive vigilando e monitorando la situazione nella sua evoluzione .

Così non è stato ed ora l’abbattimento delle piante è inesorabile e devastante in una località, porta naturale di accesso al Parco , con l’Uccellina che sorveglia la costa regalando al turista il fascino selvaggio della vera Maremma.

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Ma agli occhi di noi ,affezionati frequentatori del posto, questo taglio macroscopico sembra non selettivo, non mirato solo alle piante malate, ci sembra qualcosa in più, ci pare che molte siano sane e che intere e vaste aree boschive siano state azzerate col sospetto dello scopo di costruzioni edilizie e dal fatto che le ditte appaltate ricavano pelletts da vendere, dunque più tagliano più il materiale è assicurato.

In realtà sarebbe previsto il rimboschimento ma per questo dovremo pazientemente attendere l’evolversi della situazione e le decisioni del Comune.

La bella signora secolare che ha salvato dalle paludi una zona malsana dall’inequivocabile  appellattivo di maremma amara sta morendo per trascuratezza umana e al suo capezzale le cicale, tutte intorno , friniscono in un canto sospeso, in un onda sonora di rabbia e desolazione imprigionata fra i denti metallici delle motoseghe.

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La segatura color nocciola che si forma dopo lo squarcio sembra sangue zampillante da ferite non chieste e da una fine non voluta, così come la resina tradisce un pianto di dolore non salvifico.

Cadono i rami, piangono dall’ombrello gli aghi , si staccano le pigne e tutti precipitano in un tonfo sordo senza ritorno e si ammucchiano già morenti ai bordi delle strade.

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Lì ad attenderli camion rugginosi e vecchi all’interno dei quali giacciono simili ai morti di peste manzoniana; è quel che resta della leggiadria snella dei protagonisti della costa marittima toscana.

Sul tramonto grigio di un ‘estate balorda in tutti i sensi, con i gabbiani a pelo d’acqua e dal volo basso sulla spiaggia, sui lembi degli ombrelloni, sui lettini e sulle sdraio dove la salsedine abbandona e gocciola il suo sudore marino, sulla luna che non si nasconde più tra gli aghi di pino, velando la notte di raggi di luce intermittente, sulla risacca del mare ,su tutto questo si alza la voce della pineta, una voce non implorante, ma anzi un grido di subbuglio nella profondità dei cespugli della macchia mediterranea che urla le sue ferite contro la mancata manutenzione.

Lassù, in cima alla duna, un pino sguaina i suoi rami sfidando l’uomo, si staglia verso l’alto, si piega , ma non si spezza.

© copyright Massimilla Manetti Ricci 2014

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Come per una fotografia

Una poesia di Iole Troccoli

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Non avere di che scrivere
sentire solo il vento che si stana
e gorgoglia, libero, tra le inferriate verdi.

Non avere di che scrivere, riandare ai vecchi libri
la copertina strappata dall’immensa scavatura
delle dita

riandare ai tempi sommersi proprio da quei libri
tentare un nuovo approdo, nuovi occhi
la legatura magnifica che ancora tiene.

Non avere di che scrivere
guardarti, madre, che in mezzo agli alberi
ti siedi
e sei azzurra come il mare che ti vedi dentro
e mi respiri al cespuglio dell’alloro
e mi sorridi
pensando alla finestra su quell’acqua.

Non avere di che scrivere
gioiosamente, tenere in vita anche un ricordo solo
girare il viso, di colpo, come per una fotografia

domani, forse.

© copyright Iole Troccoli, 25 luglio 2014

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Uno scrigno d’arte all’Eremo di Camaldoli

Di Alberto Pestelli

Immagine 030A circa 1100 metri sul livello del mare e completamente immerso nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, sin dai primi anni dell’XI secolo, si trova l’Eremo di Camaldoli.

Fondato da San Romualdo attorno al 1023, è la casa madre della Congregazione benedettina dell’ordine camaldolese.

Quel lontano giorno Romualdo fu certamente ispirato da Qualcuno quando scelse il luogo per fondare l’eremo, perché la foresta, ogni essere che vi si nasconde, ogni pietra, ogni singolo segno dell’uomo, donano al visitatore, credente o no, un grande senso di pace e di grandiosità e, a me, tanto stupore per aver trovato uno scrigno ricolmo d’arte.

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Questa mia ennesima visita – sì, perché molte altre volte mi sono arrampicato fin quassù – all’Eremo di Calmaldoli è nata dalla volontà di riempirmi gli occhi di colori e immagini degli affreschi e delle tele che la chiesa dedicata a San Salvatore Trasfigurato offre ai suoi visitatori. Quindi non sono andato, come è successo altre volte, alla ricerca dei naturalissimi prodotti dell’Antica Farmacia di Camaldoli, ma alla scoperta del suo grande patrimonio artistico.

La chiesa è situata al centro dell’eremo esattamente sul punto dove era l’antico oratorio fondato da San Romualdo andato in rovina con il tempo. Nel XIII secolo fu costruito il tempio. Nel 1220, al termine della sua edificazione, fu consacrata dal cardinale Conte Ugolino di Segni che qualche tempo più tardi divenne papa Gregorio IX.

San Salvatore Trasfigurato fu più volte restaurata. Già trent’anni dopo la consacrazione necessitò dell’opera di ristrutturazione. L’ultimo intervento umano sembra che sia stato eseguito tra il 1575 e il 1669 donandole un certo gusto barocco, mentre la facciata che vediamo oggigiorno fu costruita davanti alla precedente tra il 1713 e il 1714. Come visibile in parte nella fotografia della facciata, ci sono delle nicchie sono presenti le statue di Cristo, San Romualdo e di San Benedetto.

Ma varchiamo la porta d’ingresso.

Camaldoli_chiesa_dell'eremo

La prima parte del tempio che incontriamo è l’atrio dove sulla porta d’accesso alla chiesa c’è un bassorilievo di Tommaso Flamberti che raffigura una Madonna col Bambino.

Oltre l’atrio troviamo il transetto. Che cos’è? Senza andar nel complicato, questa struttura architettonica è semplicemente una navata trasversale che viene costruita oltre la porta d’ingresso di un atrio.

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Subito rimango colpito dalla bellezza delle opere d’arte. La volta è stata decorata con preziosi stucchi nel 1669 secondo lo stile barocco e alla destra della porta d’ingresso alla chiesa è presente una tela, attribuita a Giovan Battista Naldini, che rappresenta la Madonna con il Bambino circondata da San Benedetto, San Gerolamo, San Romualdo e Santa Lucia.

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Sulla parte di sinistra c’è un’altra tela su un altare. È un’opera più recente. Il quadro è stato dipinto nel 1856 da un artista di Montepulciano, Candido Sorbini e rappresenta l’Immacolata Concezione.

Ma non è finita qui. Nel transetto c’è un affresco del XVII secolo dipinto da Giovanni Drago ed è intitolato la Visione di San Romualdo. E poco discoste altre tele abbelliscono e impreziosiscono la struttura; sono i quattro Padri della Chiesa: San Gregorio Magno, Sant’Ambrogio, San Gerolamo e Sant’Agostino. Tutte opere del Passignano.

Del XVII secolo sono le decorazioni dorate dell’abside. Gli affreschi presenti nel catino absidale sono stati realizzati nel secolo scorso dal pittore Ezio Giovannozzi (1937) e rappresentano il Santo Salvatore Trasfigurato. Al centro dell’Abside c’è una pala di scuola toscana (1593): Cristo crocefisso adorato da San Pietro, San Paolo, San Romualdo e San Francesco. Ai suoi lati due tabernacoli opera di Gino da Settignano (a sinistra) e Tommaso Flamberti (a destra).

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Nella Cappella dedicata a Sant’Antonio Abate è conservata una preziosa “chicca” artistica del XV secolo. Si tratta di un altorilievo in ceramica invetriata opera di Andrea della Robbia. Raffigura la Vergine e il Bambino con i Santi.

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Parlare di tutte le opere esposte nella chiesa dell’Eremo di Camaldoli è possibile ma risulterebbe un articolo che va ben oltre le semplice due paginette. Non basterebbe un libretto di una ventina di pagine…

Diciamo che questo scritto può rappresentare come un celato invito a recarvi all’antico Eremo di Camaldoli. Vedere coi propri occhi questi capolavori, vi assicuro, è molto più soddisfacente che ammirarli tramite una semplice fotografia.

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Vale la pena fare un bel viaggetto e rimanere qualche giorno in Casentino. Questa leggiadra terra di Toscana, oltre alla spiritualità, offre tante altre cose preziose: i profumi della foresta incontaminata, i sapori della cucina tradizionale, la natura, una fauna ricca e varia e, soprattutto… un grande senso di libertà.

© copyright Alberto Pestelli 2014

 

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Fotografie di Alberto Pestelli tranne:

Camaldoli chiesa dell’eremo” di Francesco Gasparetti from Senigallia, Italy – Camaldoli: chiesa dell’eremo. Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons.

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