Il knowledge management ovvero qualità di vita e interazione – Prima parte: Premessa

Di Paola Capitani

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Piramidepic“. Tramite Wikipedia.

Un tempo si chiamava documentazione, poi comunicazione e informazione: oggi si chiama conoscenza. Un concetto che riporta alla mente sapere, metodo, criterio, apertura mentale, relazioni internazionali, approccio empirico. Questi i fondamenti che devono essere sempre associati al knowledege management che oggi fa tendenza, grazie al termine di calco straniero. E insieme a questo anche i parenti stretti knowledege cafè, knowledge society, knowledge system che necessitano comunque di risorse umane e di clima partecipativo e consapevole, mirato agli obiettivi e alla qualità di vita, e alle sinergie. Sembrano tutti termini chiari e condivisi, ma solo in teoria, la realtà è ancora chiusa in rigidi compartimenti, con scarsi collegamenti e quasi assenti interazioni.

Occorre definire un chiaro obiettivo univoco verso il quale procedere con sinergia per razionalizzare risorse ed esperienze, utilizzando sistemi in rete e metodi cooperativi, ma non si tratta di usare il semplice e banale strumento tecnologico, ma soprattutto organizzare i processi e utilizzare le risorse attraverso percorsi cognitivi che solo la mente umana riesce a elaborare, se opportunamente programmata ed educata.

Nello scenario italiano attuale non si riesce a gestire efficacemente la conoscenza, nonostante le sofisticate apparecchiature e attrezzature a disposizione, ma se non si educa la mente, difficilmente riusciremo a muovere validamente il braccio, in quella perfetta sinergia che solo una condivisione totale fa operare verso i migliori risultati. Nell’attuale “società della conoscenza” (sarebbe meglio usare della “informazione” poiché anche la “comunicazione” non è un principio ancora condiviso) la risorsa”conoscenza” ha un ruolo privilegiato per la quale occorre formare un abito “di ricerca informativa” o “di metodo della ricerca” già a livello della scuola dell’obbligo. Da questa infatti nascono le future classi dirigenti e questa, insieme all’università e al mondo del lavoro, dovrebbe saper utilizzare un fattore comune di base rappresentato proprio dal metodo di ricerca nei diversi canali oggi disponibili.

La scuola non opera più solo nella realtà locale considerata, ma fa parte di un ampio sistema informativo in cui entrano esperienze e confronti con realtà didattiche ed educative di altre regioni e di altre nazioni, di altre lingue e di altre tradizioni culturali. Si pensi infatti all’enorme portata dei programmi comunitari (Socrates, Leonardo, Lingua, Comenius, Erasmus, ecc.), gli scambi con altre istituzioni di paesi europei e i progetti in corso che coinvolgono realtà geograficamente e culturalmente lontane tra loro. L’intercultura – parola chiave degli ultimi anni – è un fenomeno destinato ad assorbire una sempre crescente attenzione da parte dei piani didattici per realizzare una effettiva integrazione e cooperazione nell’attuale scenario dell’Europa “dei 25” che dimostra la diversità di approcci e di risorse, che necessitano una cultura comune e di strumenti univoci di trattamento. Si vedano in merito i vari progetti internazionali terminologici quali quelli di www.reterei.europa.eu e www.iate.europa.eu che con i numerosi glossari in più lingue danno uno strumento basilare per dialogare in rete a prescindere dalla lingua nazionale.

La velocità delle tecniche mal si conciliano con i tempi lenti e con le burocrazie che ancora attanagliano le quotidiane procedure scolastiche e che spesso intralciano le sperimentazioni anche più tenui. Siamo catapultati nel terzo millennio e i termini Internet, reti, multimedialità, telelavoro, economia globale sono sulla bocca di tutti; per cui la scuola deve essere in grado non solo di programmare con tempismo, ma soprattutto gestire con criterio e lungimiranza teorie e tecniche che devono far interagire marketing e cultura. La scuola, da sempre depositaria del sapere e responsabile dell’educazione, si deve velocemente mettere al passo per coniugare cultura e tecnologia, per associare trend di mercato con orientamento culturale e professionale.

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Sanzio 01” di Raffaello Sanzio – Stitched together from vatican.va. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

     Si parla sempre più di economia globale e di informazione globale che necessitano competenze e professionalità per una costante e pertinente gestione e diffusione, per confrontare esperienze e mettere in sinergia le best practices.

Per quanto riguarda la professione siamo in piena affermazione della life long learning education con la conseguenza che aggiornamento continuo e adattamento alle nuove tecnologie e alle diverse esigenze comportano una elasticità mentale oltre che una forte connotazione al cambiamento. Tra le skill oggi richieste nei diversi curricoli professionali spiccano la conoscenza e la competenza comunicative, la creatività, l’adattabilità, la capacità a lavorare in gruppo, la tendenza alle verifiche e alle valutazioni, la disponibilità alle modifiche e ai cambiamenti. Il tutto supportato da una buona conoscenza di base e di almeno due lingue straniere, proprio per potersi facilmente confrontare con chi opera in altri contesti geografici e culturali. La padronanza delle tecnologie elettroniche è l’attuale abc senza il quale non si possono gestire e diffondere informazioni, confrontare idee e progetti, cooperare in rete, creare conoscenza. Il sistema pone l’utenza al centro del processo economico poiché è centro e obiettivo del servizio ed è sempre l’utente che indirizza scelte e indica soluzioni alternative; deve essere coinvolto fino dall’inizio negli obiettivi programmatici, nella predisposizione di griglie e manuali, nell’allestimento di siti e pagine elettroniche, nella redazione di prodotti informativi.

La rete è il metodo attraverso il quale raggiungere tali obiettivi: la rete intesa come sistema integrato dove ogni nodo interviene come elemento articolato e complesso e senza il cui contributo l’insieme non raggiunge l’obiettivo progettato. La rete è forte grazie alle singole specificità e competenze, alle risorse diversificate e specialistiche che si innestano in un articolato insieme di variegate peculiarità, che consentono di soddisfare le differenti richieste, oltre a far interagire con altri sistemi di rete operanti e attivi nel panorama nazionale e internazionale. La terminologia prevede il ricorso a glossari comuni condivisi come asse portante di progetti europei che passano attraverso una comune concezione di termini e contenuti, sempre più facili da comprendere in un panorama dilatato a livello internazionale e transculturale.

 

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Ritorno alla vita…

Di Alessandro Murru

Introduzione di Alberto Pestelli

Oggi giorno buttiamo via oggetti che non riteniamo più utili perché considerati fuori moda, obsoleti o semplicemente perché la loro vista in uno scaffale o in una vetrina è diventata noiosa. Vi assicuro che l’impatto ambientale con questi “rifiuti” è notevole. Entra, quindi, in gioco l’arte del riciclo che permette il ritorno alla vita di tanti oggetti con qualche annetto in più ma che possono comunque tornare utili per chiunque. I mercatini dell’usato, mettendo da parte lo scopo commerciale, è un sistema per ritornare a respirare un certo passato caro a quelle persone amanti del collezionismo. Vengono rivalorizzati libri antichi, orologi da taschino, vecchie macchine fotografiche, dischi in vinile e tanti altri oggetti più o meno preziosi che altrimenti farebbero una brutta fine in qualche discarica autorizzata e, molto spesso, in qualche discarica abusiva incrementando il problema dell’inquinamento.

 Alberto Pestelli

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Parlo di ritorno alla vita in maniera “metaforica…” chiudo gli occhi e sogno improvvisamente alcuni vecchi oggetti prendere vita ed esprimere gioia e contentezza. Lì per lì provo stupore, è naturale. Poi capisco la ragione. Si sono tolti quel velo di polvere che ingrigiva la loro vita e adesso risplendono perché qualcuno li riusa e li considera nuovamente, dopo che la loro lunga esistenza era ormai giunta al capolinea.

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Da più di dieci anni trascorro il mio tempo circondato dalle tanto disprezzate cianfrusaglie che sono state sfrattate dalle vetrine dei soggiorni buoni, tra i mobili di lungo corso tanto apprezzati dalla nonna, tra capi di abbigliamento dai colori indefiniti buoni solo per carnevale. Vivo nel bel mezzo di scaffali contenenti vecchi vinili con incise voci di chissà chi e da chissà quanto tempo, libri e fumetti talmente vecchi che i loro personaggi ed eroi sono diventati allergici alla polvere. E per non parlare di pianoforti e chitarre scordate che confondono il Sol con il La! Insomma tutti in cerca di una nuova vita.

Sono tornati di moda. In modo prepotente ma con un certo savoir-faire da far invidia alle più celebri e costose firme del mondo contemporaneo. E per dar loro grande importanza hanno dato un bell’appellativo: Vintage.

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Quando arrivano nel mio negozio, si realizza un rito che ha qualcosa di magico: li pongo sul banco, li osservo con molta attenzione, li scruto nei minimi dettagli, li valuto e, dopo aver loro creato un spazio, finalmente li esibisco.

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Diventano come delle belle donne; non passano più inosservati. Sembra quasi, sapendo di piacere, che dimostrino una certa vanità. S’illuminano di luce propria e si fanno desiderare. A volte mi sorprendo a immaginarli mentre parlano richiamando, pomposi, l’attenzione del cliente.

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Questi oggetti e oggettini, rimasti per anni confinati in soffitte buie e polverose, ripostigli, cantine, spesso dentro scatoloni troppo stretti per le loro dimensioni, oggi sono riconsiderati, rispolverati, lucidati a tal punto che immagino che facciano improvvisamente comparire il genio dei desideri…

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Grazie a questo mio particolare mondo, i miei ricordi ritornano incredibilmente attuali. Ed è bellissimo perché li rivivo intensamente, come se il tempo si fosse fermato… a volte mi par di sentire gli stessi odori che provavo da bambino che mi ricordano la dolcezza dei miei nonni, i miei genitori da giovani, i loro giochi, le letture, le usanze colme di saggezza e di passione.

Cosa provo nel toccare, sfiorare queste vecchie bellissime cose? Una sensazione intima che mi accarezza l’anima ubriacandomi di felicità. Oggi come ieri…

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L’Isola del Giglio e il giglio che non c’è…

Di Massimilla Manetti Ricci

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Per 925 giorni l’alba ha acceso il cielo sul relitto disteso sul fianco, per 925 tramonti l’oscurità ha spento l’errore umano evitabile.

Per 925 giorni il transatlantico, anima del divertimento per mare e dell’opulenza, ha mostrato l’anima smarrita e tutta la fragilità di un fragile e inadatto comando, dinanzi allo scoglio di mare, neanche minaccioso, neanche ciclopico, neanche nulla.

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Ma oggi mentre il traghetto sta per attraccare, di quella tragedia non annunciata della Concordia, resta il ricordo della cronaca e di coloro che sono diventate vittime di un incidente inutile.

La nave è ormai arrivata a Genova per la demolizione e lì al Giglio restano solo i ponteggi e le gru usate per raddrizzarla, retaggio ultimo di un evento che lei, l’isola, avrebbe fuggito per continuare a cullarsi nella quiete quasi indifferente del suo paesaggio mediterraneo.

La solerzia e la generosità con la quale gli abitanti si sono prodigati in quelle concitate ore notturne e nei giorni seguenti, hanno valso all’isola la medaglia d’oro al merito civile ma lì al porto la gente non si vanta dell’aiuto prestato, è schiva, tiene dentro di sé il dolore e il pensiero della notte della Concordia e il solo orgoglio è l’amenità del posto, dove baie, scorci e calette ammiccano dal fondale marino, vestite dalla brezza e dai pois delle migliaia di bollicine spumeggianti sputate dalle onde.

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Le case dei pescatori sono lì, quasi di cartone colorato e variamente sfumato di rosso, di rosa, di pesca con persiane vagamente puntiformi alla luce intermittente di sciabolate bagnate dall’acqua increspata sul salotto del Porto.

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Mentre l’autobus, stipato di persone perché passa di rado, sale su strade curve verso Giglio Castello, fisso questa aspra campagna di arbusti e macchia e sì cerco anche i gigli, dai quali pur deriverà il nome, penso. Ma no, di gigli non c’è traccia, perché in greco aigylion significa capra, in latino Igilium, poi Gilio nel medioevo e quindi Isola delle capre, oggi Giglio.

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Ed anche di caprette non ce ne è più traccia, e dagli antichi riti della pastorizia a quelli turistici, il passo non è stato breve, comunque inevitabile .

Pini marittimi, boschi di lecci e sughere, erica e corbezzoli, rovi di more declinano verso il mare costeggiando la strada.

Il verde si staglia come una guglia sopra la distesa del mare a scaglie bianche e azzurre sotto la punta di luce del mezzodì di una giornata agostana.

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Dietro l’ultima curva la Rocca aldobrandesca, nota come Rocca Pisana, interroga il turista, seduta sulla punta più alta dell’isola, minimalista nella sua struttura difensiva e fortificata nel suo torrione di avvistamento, protettiva nell’abbraccio della cinta muraria intorno al piccolo borgo medievale e viva e vivacizzata nei festoni di vasi fioriti lungo le pareti pietrificate in rosa.

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Michele fotografa i fili sottili sui quali i panni bagnati per asciugarsi sfilano in improbabili pose, da una finestra all’altra; panni stesi d’Italia, perché in ogni dove la biancheria appesa è una sorta di specchio riflesso di coloro che lì abitano, una spia della quotidianità e dell’intimità, un indicatore del benessere degli occupanti.

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L’odore di salmastro, alternato a quello umido della terra, trasuda dagli interstizi delle pietre e dalle fessure della cinta muraria che focalizza la mia vista in un punto di mare all’orizzonte dello sguardo.

E lì in quel punto le ansie quotidiane evaporano nell’afa del cielo sopra l’isola.

I pensieri negativi annegano dentro la trasparenza dei fondali e quello che ne risale è un pensiero nuovo rigenerato per nuovi approdi.

Intanto le voci dei ragazzi risuonano sui camminamenti delle mura del 1280; Gianluca, Cosimo, Fabio, Francesca come sentinelle di tanti secoli fa, corrono su e giù, padroni di quell’altezza e di quell’immensità che fa loro toccare il cielo con un dito, immaginando di avvistare pirati saraceni, emergenti dal nulla, pronti all’assalto dell’isola.

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Dalla porta di una scala ripida in pietra, nello spazio risicato di una stradina stretta e lunga una donna porta una cesta infarinata verso la trattoria lì di fronte: all’interno il profumo del panficato, specialità del luogo, avvolge me, turista per un giorno, con strisce di aromi di fichi, di marmellata, di scorza di arancio e di mela.

La scia poi si affievolisce, si perde e la mutazione nell’acre odore di mare ricorda che lui di quel posto è il signore.

È quasi sera, è quasi silenzio, è quasi mare calmo, è già cena, è già traghetto, è già ritorno a casa…

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L’isola del Giglio e il giglio che non c’è… di Massimilla Manetti Ricci © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Le fotografie sono di proprietà di Massimilla Manetti Ricci © 2014

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La mia Puglia

Di Iole Troccoli

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Dopo aver letto il bel racconto di Carmelo Colelli “Bari, ti voglio bene”, che parlava con tenerezza ed entusiasmo del suo arrivo a Bari quando era bambino, mi è venuta voglia di dire qualcosa sulla ‘mia’ Puglia. Sì, perché anch’io ho una mia Puglia personale nel cuore, e precisamente quella tra Taranto e provincia, una Puglia che ho incontrato ai tempi del mio periodo universitario.

Una regione che mi ha accolto sia d’inverno che d’estate, con il mare e le strade notturne silenziose, piccoli paesi nei dintorni, luci che sfarfallano sui lungomari, caldo scirocco e acqua tiepida in cui immergersi.

Una Puglia di pesci saporiti, di ricci di mare, cozze cucinate in mille modi, serate appiccicose in pizzerie e passeggiate senza meta tra vie nascoste, in un centro storico misterioso, troppo piccolo per riuscire quasi a passarci attraverso.

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La Puglia di Alberobello, Gallipoli, delle grotte di Castellana, dei dialetti aspri e allegri da ascoltare che mi si attaccavano addosso anche quando ero tornata a Firenze, di uno scorrere più lento del tempo, senza urgenze particolari, delle riunioni familiari in case grandi e piene di sole, dei matrimoni dal mattino a mezzanotte, ballando come in un film, della bellezza delle ragazze brune, degli occhi grandi degli uomini, della dolcezza delle madri, delle orecchiette fatte in casa, del percorso in autobus per arrivare sulle spiagge affollate, della voglia di non ripartire, del sentirsi bene in mezzo agli altri, abbracciata da tanti, amata.

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La Puglia bellissima, della mia giovinezza.

Iole Troccoli 27 settembre 2014

 

Trullialberobello” di Verity Cridland. Original uploader was Battlelight at it.wikipedia – Transferred from it.wikipedia(Original text : flickr). Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons.

Gallipoli Città Vecchia” di ColarOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Grotte Castellana (5)” di Original uploader was ReMagio at it.wikipedia – Transferred from it.wikipedia; Transfer was stated to be made by User:Marcok.. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

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Tosi e il lupo cattivo…

Di Gianni Marucelli e la Redazione di L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente

Tosi-contro-i-lupi-660x330“Abbiamo letto sui giornali di stamani, sabato 27 Ottobre, con stupore e vergogna (per lui e i Veneti che lo hanno votato), le incredibili parole del Sindaco di Verona, Tosi, che ha dichiarato di “permettere” l’abbattimento di due lupi  (e dei loro otto cuccioli) che, sventuratamente, si trovano a vivere da quelle parti. L’esponente leghista ha precisato di essere preoccupato, oltre che per i possibili attacchi alle greggi, per l’incolumità dei bambini. Questo signore ha dimostrato in tal modo la propria totale ignoranza delle leggi dello Stato (i lupi sono specie altamente protetta e non spetta certo a lui derogare da tale regola)) e dell’etologia del lupo che, a memoria d’uomo e anche d’archivio, non ha mai attaccato un essere umano. Questa Redazione perciò condivide la reazione del Presidente della Toscana, Enrico Rossi, che riportiamo fedelmente.”

Tosi, sindaco leghista di Verona, autorizza i cittadini a sparare ai lupi. Una scelta illegale contro un animale protetto. Conosco bene il problema. Anche da noi i lupi hanno assalito branchi di pecore e qualcuno ha cercato di farsi giustizia uccidendoli. Non è questa la via che abbiamo scelto noi. La Toscana con un milione all’anno ha attivato interventi rivolti agli animali predatori (lupi, cani randagi e ibridi). Puntiamo sulla prevenzione del randagismo, la difesa del lupo e la tutela delle attività zootecniche. Forse ai Leghisti è proprio la parola convivenza che non va giù…”

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fonte della fotografia:

www.blogtaormina.it

nonciclopedia.wikia.com

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Reminiscenze

Di Gabriella Usai Inconis

Una strada di Nora

Quando cammino per le rovine di Nora ho sempre i brividi.

Il profumo di salsedine richiama in me sensazioni antiche e ho come l’impressione di ricordare la vecchia città, una

memoria indelebile ma sfuggente e ancestrale, che si perde tra le nebbie di un’altra vita dalle sfumature sbiadite e

indistinte.

Nora1Il tempio di Tanit, il teatro, le case popolari, la Via Sacra, le terme, la casa patrizia, il tempio di Esculapio.

Anfiteatro NoraSono luoghi che mi danno un senso di familiarità tale da spiazzarmi e rassicurarmi al tempo stesso.

Nora, un mosaicoCosì, tra i mosaici, il rumore della risacca sull’unico dei tre porti naturali esposto al mare aperto, la brezza marina in grado di addolcire anche il sole più cocente e le strade che mi pare ancora di vedere brulicanti di vita.

spiaggia di NoraMagari l’animo da scrittrice mi fa fare viaggi, oppure sono semplicemente fuori come un balcone, ma di una cosa però sono certa: le mie radici non potrebbero essere così salde in nessun altro posto.

 Gabriella Usai

 

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Bari, ti voglio bene

Di Carmelo Colelli

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Ecco finalmente il mare, il mare di Bari!

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Era un giorno di inverno, qualche giorno prima di Natale, di un po’ di tempo fa, avevamo lasciato il nostro paese, un paese agricolo, Mesagne, alle porte di Brindisi e, dopo alcune ore, il camion con le nostre masserizie percorreva il lungomare.

Alla mia destra il mare, un mare diverso da quello che conoscevo, un mare che abbracciava la città, un mare con dei colori particolari, azzurro, blu, blu intenso, verde in alcuni punti, bello, tanto bello: meraviglioso ai miei occhi, occhi di un fanciullo di undici anni, che aveva vissuto in un paese senza il mare, ma con tanta campagna, le case basse una accanto all’altra, dipinte di bianco, con la calce.

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Il mare era leggermente mosso, le onde si rincorrevano una dietro l’altra, una un po’ più grande delle precedenti, andò ad infrangersi contro il muretto del lungomare e gli schizzi si alzarono in alto, verso la strada, come a porgere un saluto, a chi arrivava: a me.

Avevo lasciato tutto al mio paese, i parenti, i compagni di scuola, gli amici con cui giocavo per strada, i miei giochi, giochi semplici che noi ragazzi ci costruivamo da soli, ero triste, ma contento nello stesso tempo, avevo voglia di conoscere, di vedere, di scoprire la città.

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Da quel giorno sono trascorsi quasi cinquant’anni, ma tutto è chiaro, le immagini vivide ed attuali, come il primo giorno, nel mio cuore convive l’amore per il mio paese e l’amore per questa città, una città che mi ha accolto come una zia accoglie il nipote prediletto, lo tiene con sé, gli racconta della vita e lo porta in giro per mostrargli le cose più belle.

I ricordi sono tanti, tante le scene di vita quotidiana che ormai non si vedono più. Ricordo il fornaio che, la mattina presto, percorreva via Manzoni, su una bicicletta, con una lunga tavola sulla testa e su questa aveva sistemate le pagnotte di pane da cuocere, che portava al forno, quello in pietra che si trovava in via Abate Gimma, di fronte ad un palazzo storico ed importante, l’Istituto Nautico “N. Caracciolo”.

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Andavo a curiosare vicino al forno, un giorno la mia curiosità mi spinse ad entrare e vidi che oltre alle pagnotte di pane, vi erano anche tanti tegami con varie pietanze da cuocere o già cotte, un po’ come avveniva al mio paese. Facendomi un po’ di coraggio chiesi ad una signora cosa conteneva il suo tegame, mi rispose sorridendo: ”non ’u vid ca ie ‘u tian d patan ris e cozz?”, non capii nulla, la ringrazia ed andai via. Ancora oggi, non so ben pronunciare la risposta che la signora mi diede, ma capii che doveva essere una prelibatezza, col tempo ho verificato la bontà di quella pietanza, è diventata la mia preferita, una pietanza che unisce terra, mare e amici.

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La domenica pomeriggio c’era l’usanza di fare la passeggiata sul lungomare, si percorreva Corso Vittorio Emanuele e si giungeva al palazzo della Motta, quello che aveva una grande “M” luminosa in cima, un edificio altissimo, il più alto di tutti in quella zona, di fronte il teatro Margherita che in quelli anni era anche cinema.

Sul lungomare, ogni tanto vi erano delle scalette di tre quattro gradini che scendevano a livello dell’acqua, da lì si poteva prendere la barca, sì vi erano delle piccole barche che facevano il giro sul mare, andando verso il molo e ritornando. Era bello vedere il mare calmo come una tavola che abbracciava la città e cullava i baresi, cullava i turisti, cullava dolcemente le coppie degli innamorati, che si facevano portare dal barcaiolo un pò più lontano per sognare insieme il loro futuro. Era un festoso vociare di bambini, di mamme che rincorrevano i piccoli e di barcaioli: “la bbarc, la bbarc” era il loro grido.

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Sul lungomare, c’era anche il carrettino bianco e azzurro, con le coppe cromate e splendenti, spinto da un uomo vestito di bianco, con il cappellino, era il carrettino dei gelati, quelli di limone, fatti artigianalmente, che davano sollievo alla calura estiva.

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Il tempo stava passando e con sé stava portando via tante cose, come le carrozze nere vicino alla stazione o vicino al teatro Petruzzelli; la gente le usava come taxi, era piacevole sentire il rumore degli zoccoli, i campanelli dei finimenti, ed era curioso vedere i cavalli fermi con la testa infilata in un sacchetto di iuta a consumare il loro pasto: paglia e biada.

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Cavalli snelli, ben tenuti, eleganti nel portamento, ma non erano gli unici, vi erano anche i cavalli che trainavano i pesanti carri per il trasporto delle merci, questi li si poteva trovare in Corso Italia, sotto i ponti della Bari-Matera, vicino alla fontana, davanti alle scale che portavano al sottovia Quintino Sella. Ciò che mi colpì, la prima volta che vidi questi cavalli, fu il particolare delle scarpe, sì i cavalli, avevano ai piedi delle scarpe fatte di pezzi di copertoni di auto, subito non capii perché li costringevano a portare quei calzari, alla prima pioggia tutto mi fu chiaro, l’asfalto utile per le auto, quando pioveva diventava scivoloso ed era per questo che quei cavalli li stavano trasformando in auto iniziando dai loro piedi.

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Giorno dopo giorno, tralasciando tanti ricordi, sono giunto a questa sera: percorro con l’auto il lungomare, il mare leggermente mosso, le onde una dietro l’altra si infrangono sui frangiflutti, la schiuma sale in alto come a salutare chi passa, a salutare me, ma, questa sera voglio essere io a salutarti caro mare, a dirti grazie per tutto quello che mi hai dato e dai a chi ti guarda con amore, il grazie più sentito a te cara zia, che anche se un po’ più anziana, rimani sempre bella o meglio sei ancora più bella, ancora più innamorata dei tuoi figli e di tutti i tuoi nipoti, grazie Bari ti voglio bene e quando vuoi bene è per sempre.

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Carmelo Colelli

Bari, 09/02/2014

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Il ritorno dei giovani alla Terra

Di Alberto Pestelli

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Un articolo del Servizio Ansa dedicato all’Ambiente ha sottolineato che lo spopolamento del Territorio Nazionale, se non proprio arrestato, è stato almeno rallentato.

Questo ottimo risultato è stato garantito da un aumento di giovani sotto i trent’anni che “ritornano alla terra” che hanno creato alcune imprese all’interno dei Parchi Nazionali e delle Aree Naturali Protette.

Nei nostri Parchi Nazionali ci sono circa 68.000 imprese guidate da giovani e tra questi molte imprenditrici.

È stato fatto un confronto sulla percentuale tra le imprese in queste aree del territorio e quelle a livello nazionale. Ebbene, le prime hanno un tasso di circa il 13% contro l’11% del secondo caso.

Le imprese a guida femminile sono circa il 26% contro il 23%.

La presenza di giovani sotto i trent’anni è di circa il 31,2% più elevata della media italiana che è del 29%. Pare che queste percentuali siano più alte nel meridione.

Insomma… è una buona prospettiva di lavoro per il futuro dei nostri giovani. Considerando che l’Italia è considerata “la patria mondiale” della biodiversità e con un gran numero di aree naturali protette e parchi, le garanzie di lavoro ci sono proprio tutte.

Questo, associato al gran patrimonio culturale e artistico che il nostro paese possiede, potrebbe quasi (esagerando un po’…) permetterci di vivere di rendita!

Anche se la notizia riportata dall’Ansa non specifica quale tipo d’imprese siano state create nell’ambito dei Parchi Nazionali e Aree Naturali Protette, sono sicuro di affermare che esse sono consone con l’ambiente.

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© copyright Alberto Pestelli 2014

Fonte della notizia: Ansa ambiente del 16 settembre 2014

https://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/natura/2014/09/16/in-parchi-naturali-68mila-imprese-tornano-i-giovani_32635a3b-5313-4860-a804-397b2acac800.html

Fonte delle fotografie

PNAbruzzo2” di Lucius – Transferred from it:wikipedia. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Orso marsicano” di Lox – http://it.wikipedia.org/wiki/File:Orso_marsicano.jpg. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

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Pienza: non solo cacio e pici!

di Maria Iorillo & Alberto Pestelli

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Quando senti parlare della Val d’Orcia non puoi fare a meno di pensare a Pienza. Eppure, in questo stupendo angolo di Toscana, sono tanti i graziosi borghi nascosti tra colline e cipressi: San Quirico d’Orcia, Montalcino, Montepulciano, Vivo d’Orcia, Monticchiello (una frazione di Pienza), Bagno Vignoni e tanti altri paesi e paeselli, tutti degni di essere visitati.

Pienza spesso viene ricordato per il suo gustoso “cacio”: sua “Maestà” il pecorino! …che, per dirla tutta, fa coppia con il robusto Brunello o con il più deboluccio (si fa per dire…) rosso della vicina Montalcino. Un’accoppiata vincente prima o dopo una portata dei prelibati Pici conditi all’aglione o con le più povere briciole!

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Pienza non ha molti abitanti. Secondo gli ultimi dati, ci vivono circa 2.200 persone. Tuttavia è conosciutissima in Italia e all’estero perché è il centro più importante, dal punto di vista artistico, di tutta la Val d’Orcia. Infatti il suo prezioso centro storico è stato dichiarato nel 1996 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Pienza, che un tempo si chiamava Corsignano, divenne storicamente importante a partire dal 1462 grazie a un suo “figlio”: Enea Silvio Piccolomini. Questi, nato nel 1405 in questo sconosciuto borgo della Val d’Orcia, divenne papa nel 1458 con il nome di Pio II.

Durante un suo viaggio nel nord Italia, tornò al suo paesello di origine. Vi trovò rovine e miseria. Forte del suo potere, decise di costruire, sopra l’antico borgo, una nuova città alla quale fu dato il suo nome: Pienza (da Pio). L’architetto incaricato fu Bernardo Rossellino che, in quattro anni, riuscì a costruire una città armoniosa seguendo lo stile quattrocentesco.

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Sicuramente Pienza era destinata a diventare “la città ideale” se il progetto non si fosse interrotto a seguito della prematura scomparsa del suo benefattore nel 1464.

Pienza da quel giorno, tranne qualche piccola modifica, è rimasta così come la vediamo oggi.

La maggior parte del patrimonio artistico di Pienza si concentra nella Piazza Pio II. Infatti qui si affacciano la Concattedrale col suo bel campanile puntato verso il cielo, il Palazzo Comunale, che si trova esattamente di fronte al tempio, Palazzo Borgia, Palazzo Piccolomini con la sua fantastica loggia, e un incantevole pozzo presso il quale è d’obbligo una foto ricordo.

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Il più importante tempio religioso di tutta Pienza è, appunto, la concattedrale di Santa Maria Assunta. Essa fa parte della diocesi di Chiusi, Montepulciano e Pienza. La chiesa, realizzata per volontà di papa Pio II, è stata costruita dal sopracitato Bernardo Rossellino, su un precedente edificio di culto: la pieve di Santa Maria.

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Nonostante sia stata progettata e costruita in pieno Rinascimento, la Concattedrale di Pienza, per la forma del tetto a due spioventi e l’occhio centrale, ricorda un po’ le costruzioni gotiche del periodo francescano e le Hallenkirchen tedesche – Pio II era rimasto colpito da queste costruzioni durante i suoi molteplici viaggi nel nord Europa. Tuttavia il tempio è da considerarsi, esternamente, rinascimentale a tutti gli effetti perché risente dello stile dell’Alberti che, pare, sia stato il vero ispiratore del progetto sia di Pienza sia del Duomo. Senza addentrarci troppo nell’architettura della chiesa, crediamo che sia sufficiente dire che il suo interno ha una struttura gotica: diviso in tre navate che hanno le medesima altezza. Le due laterali sono più strette di quella centrale.

_DSC8930_DSC8928_DSC8926Il duomo è ricco di opere d’arte eseguite su commissione di Pio II dai pittori più in vista dell’epoca. Ci sono alcune Pale dell’altare realizzate per il Duomo nel biennio tra il 1461 e il 1463 da Giovanni di Paolo, Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Matteo di Giovanni, Sano di Pietro: tutti i più importanti pittori senesi di quel periodo.

Usciamo dalla Cattedrale e ritorniamo in piazza con l’intenzione di visitare la cittadina…

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Girando per i vicoli sembra di attraversare un dipinto rinascimentale, talmente è armonioso lo stile degli edifici color miele… quel miele paglierino che, nei tanti locali, viene servito per accompagnare il pecorino tanto apprezzato da Lorenzo il Magnifico.

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_DSC8909Arroccata su un colle, Pienza è circondata da terrazze panoramiche dalle quali, tra un cipresso e l’altro, è possibile godere del meraviglioso spettacolo che le soffici colline circostanti offrono.

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Quei colori, così ben impressi in un disegno perfetto, arrivano ai nostri occhi, e al cuore, come una poesia d’amore… per la terra e per la vita. Una pausa, la visita a Pienza, che il nostro animo, sempre slanciato verso affanni, merita di vivere in un’atmosfera antica e rilassante dove, tutt’intorno, solo la natura ferma il vento e i raggi del sole.

Articolo e fotografie di Maria Iorillo e Alberto Pestelli

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Pienza: non solo cacio e pici! di Maria Iorillo & Alberto Pestelli (Io.Pe.) è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Toscana: La pieve di Gropina

Di Gianni Marucelli

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Ci troviamo nel Valdarno, ovverosia nella valle percorsa dal fiume Arno tra Arezzo e Pontassieve, in provincia di Firenze. Una terra ricca di storia, che ha dato i natali a tanti sommi artisti (tra i quali Masaccio e il Petrarca): abitata fin dalla più remota antichità, i suoi versanti furono percorsi, in un’epoca in cui il fondovalle era troppo paludoso, da strade tra cui la più nota è la Via dei Setteponti, che ricalca in più punti le tracce della Cassia Vetus, risalente ad epoca romana.

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Questa strada fu chiamata anche, nel Medio Evo, “Beati Petri”, ossia di San Pietro, perchè conduceva verso Roma i pellegrini che giungevano dal nord. Lungo di essa, nei pressi di Loro Ciuffenna, si erge, in posizione isolata e bellissima, la Pieve di Gropina.

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Il toponimo stesso ci indica le ascendenze etrusche del luogo, sul quale probabilmente sorse un tempio etrusco e certamente uno di epoca romana. Ha una lunga storia, questo edificio, se il primo cenno della sua esistenza si trova in una pergamena appartenente all’archivio dell’abbazia di Nonantola, che la vuole donata da Carlo Magno, nel 780 d.C., appunto a questa Abbazia.

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Basta entrarci, comunque, per capire che alcuni elementi architettonici risalgono addirittura a epoca longobarda (lo stupendo pulpito), e che altri sono di mano di scultori medievali, probabilmente discepoli della Scuola del grande Wiligelmo, l’architetto che eresse il Duomo di Modena (sec. XII). Infatti, le tre navate della Pieve sono divise da colonne monolitiche che recano capitelli istoriati a immagini e simboli di grande suggestione.

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Comunque, l’edificio attuale sulle fondamenta di altre costruzioni sacre: oltre al tempio pagano, una chiesa paleocristiana e un’altra risalente, come si è detto, a epoca longobarda (sec. VII d.C.). La parte absidale, ornata da archetti sovrapposti su due ordini, conferisce a questa pieve severa un’ incredibile levità. All’esterno, il tozzo campanile riporta la data del 1253, è cioè posteriore all’ultima edificazione. Tutt’intorno, un minuscolo borghetto agricolo apre il proscenio sul vasto panorama sul Valdarno e sui Monti del Chianti.

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Non vi sono negozi, né altro che turbi la pace e la meditazione. In questa stupenda chiesa si tengono anche concerti e altre manifestazioni culturali, tra cui segnaliamo, il prossimo 23 settembre alla sera, una Lectura Dantis centrata sul Canto XXIII dell’Inferno (quello di Ulisse, per intenderci)…

 

Articolo e fotografie: © copyright Gianni Marucelli 2014

 

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