Raggiolo, una colonia corsa nel cuore del Casentino

Di Massimilla Manetti Ricci

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Il vecchio boscaiolo, ricurvo sugli anni e ormai incerto nell’incedere lento, si avviava col sacco sulle spalle verso il seccatoio.

In quel sacco tutta la raccolta di castagne di una giornata di fine ottobre, una di quelle un po’ nebbiose, una di quelle dal profumo di muschio incollato alla corteccia molle di legno umido; una di quelle dall’odore di fungo, nascosto dalla sfoglia di foglie una sopra l’altra.

Uno di quei momenti dell’anno dalla volute di fumo girovaghe sui comignoli delle case, dagli stivali infangati e bagnati da foglie marcite in terra, dai silenzi rotti dalla vanga o dal richiamo di uccelli del bosco.

In quel sacco scuro tutta la fatica di un solo giorno, che a lui, così anziano, poteva apparire invece, come il frutto di un lavoro chino di molto più tempo.

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Tra poco quelle castagne sarebbero finite nel seccatoio, una piccola costruzione in pietra, una dimora da gnomo del bosco, adagiate su una stuoia a mezza altezza per essere avvolte poi da aria calda mista a fumo, per tanti giorni. Quindi, denudate del guscio e della buccia, sarebbero state polverizzate dalla mola del mulino per diventare farina di colore avorio antico come antico era il lavoro di raccolta nella foresta secolare.

La polvere ambrata era il pane, del montanaro, il pane dei poveri, un bene prezioso per sfamarsi e per sfamare la famiglia nel solitario inverno casentinese.

Dall’alto, laddove la foresta lasciava il passo al “crudo sasso, La Verna benediceva il lavoro curvo dell’uomo con anelli di vento che soffiavano dentro i rami le parole “lavora e prega”.

E pregava e ringraziava il suo Signore il boscaiolo perché anche per quell’anno un po’ di cibo era assicurato.

Mentre così pensava il vecchio entrò guardingo nel vecchio mulino, rimase lì qualche ora, ne uscì, si dileguò nel crepuscolo autunnale e… fu subito oggi.

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Le voci di Dado, di Leo, di Fabio si sovrappongono a quella del cantastorie che li sbalordisce con la narrazione delle novelle del luogo, di boscaioli e di montanari, ma anche con storie di fantasmi, di diavoli, di streghe, di monaci ed eremiti, di figure losche e truculenti dal vago spirito gotico, di nobili cavalieri , protagonisti di quella Divina Commedia che tanto ha attinto da questi luoghi.

Raggiolo, borgo medievale alle pendici del Pratomagno, nel cuore dei castagneti tinti di rosso, di giallo, di marrone dall’autunno bruciante, risale al VII secolo come feudo longobardo e popolato, secondo la leggenda, da una comunità corsa.

Nel periodo della castagnatura, da metà ottobre a metà dicembre, un fumo azzurrino dall’odore acre e pungente avvolgeva il borgo, perché il fuoco lento e caldo del seccatoio non doveva mai spegnersi in questi mesi, favorendo le veglie serali e i racconti della tradizione orale contadina.

Il ceppo, ad altezza d’uomo, scoppietta in mezzo alla piazzetta di Raggiolo.

Va il fumo, va in alto sopra i tetti delle case in pietra per correre dietro allo scricchiolio delle foglie secche accartocciate ai piedi dei grandi alberi.

Come in un rituale che arriva dalla notte dei tempi, si accende attorno al fuoco quasi una danza propiziatoria di adulti e bambini che sfidano il cuore incandescente del ceppo fatto di cenere e lapilli e ne mutuano la forza e il vigore , mentre il suo calore corposo e tozzo diffonde luminosità nella piazzetta immobile intorno al simbolo della Castagnatura.

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Poco lontano il vecchio mulino è diventato un ecomuseo dove i figli dei figli dei figli di quel boscaiolo rendono viva oggi la tradizione dell’avo e ne tramandano il lavoro.

Il fumo azzurrino del giorno lentamente scivola nel blu notte, le voci si attutiscono, i castagni bisbigliano alle foglie di staccarsi, il buio invita al letto tiepido, la Verna chiama alla preghiera, gli occhi dei pellegrini si levano in alto verso le costellazioni autunnali tanto limpide questa sera da pensare che il tempo sia sospeso nel tempo: la terra è quella dei monasteri, degli eremi, ma anche delle streghe e degli spiriti delle belle quanto malvagie castellane.

© Massimilla Manetti Ricci 2014

© L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente 2014

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Solstizio d’estate nella Cattedrale di Bari

Di Carmelo Colelli

CATTEDRALE-BARI-01Lasciando il Castello Svevo alla nostra sinistra, appena svoltiamo a destra troviamo la strada che ci porta alla Cattedrale, siamo in Piazza Odegitria, una delle piazze della città vecchia.

La facciata si impone sulla piazza con tutta la sua bellezza, divisa in tre parti da lesene verticali, si osservano i tre portali, la bifora centrale sopra il portale e, più sopra, un bellissimo rosone, formato da diciotto petali.

Bella, veramente bella!

CATTEDRALE-BARI-02La Cattedrale di Bari dedicata a San Sabino, sorge tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, viene costruita sui resti di un antico luogo di culto, come narra la storia distrutto da Guglielmo I detto il Malo nel 1156, insieme a l’intera città, fu risparmiata la sola Basilica di San Nicola.

Per la ricostruzione, furono utilizzati materiali provenienti dalla chiesa precedente e da altri edifici distrutti, come avveniva quasi sempre per le nuove costruzioni in quell’epoca.

La chiesa è in stile Romanico Pugliese e si rifà allo stile della Basilica di San Nicola.

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Anche Sabato 21 Giugno, Solstizio d’Estate, si è ripetuto l’evento eccezionale che molti Baresi e non aspettano di anno in anno.

Già dalle ore 16, la chiesa era gremita di gente, la Comunità della Parrocchia Cattedrale, aveva preparato per questo eccezionale evento: canti, letture, movimenti scenici, il coro e la musica.

L’evento è importante, tutto è curato, nei minimi dettagli e particolari, dal regista Saverio Romito e dai suoi collaboratori.

Titolo dell’evento: “Come Luce dall’Alto”

CATTEDRALE-BARI-04All’angolo, a sinistra, prima dei gradini che portano all’altare, è sistemato il coro, l’altro angolo è destinato ai fotografi.

Attorno a me, molti fotografi del Museo della Fotografia del Politecnico di Bari, altri professionisti dell’immagine e anche fotoamatori.

Il forte brusio ed il vociare della gente, termina all’apparire delle prime immagini sul grande schermo posto d’innanzi all’altare.

Scorrono le immagini, di alcuni luoghi della Cattedrale, di quelli più significativi, si vede l’Ambone, il Cero, la Cattedra, il Fonte Battesimale, l’Altare.

Non sono immagini scelte solo per la bellezza architettonica degli angoli fotografati, sono collegate tra loro, tutte riportano ad un preciso significato. “Il cammino della Fede”, dalla Parola all’Eucarestia.

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Dei figuranti vestiti di nero, a gruppi di tre, scendono dall’altare e si avvicinano ognuno ad una candela spenta posta per terra.

Sono diciotto i figuranti, come le candele, disposti in cerchio, ai loro piedi un bellissimo rosone realizzato sul pavimento, anche questo con diciotto petali come quello sulla facciata.

Una candela per ogni petalo, un figurante in ginocchio per ogni candela.

Altri due figuranti scendendo dall’ambone, portano, un cero e un libro sacro.

Al centro del rosone viene posto il cero, vicino a questo il leggio con il libro sacro.

Sono i segni della Fede, “la Luce”, “la Parola”.

Ogni movimento scenico viene accompagnato dalla lettura di brani biblici, da musica e canti.

Dal rosone della facciata entrano in chiesa diciotto raggi di luce.

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Il ministro della “Luce” prende il fuoco dal cero centrale ed accende tutte le candele, il ministro della parola passa a sciogliere i legami delle vesti nere, i figuranti abbandonano queste vesti e si ritrovano con candide vesti bianche.

La caduta delle vesti nere e l’apparizione delle vesti bianche, simboleggia il cambiamento che trasforma l’Umanità illuminata dalla Luce della Parola.

Passano i minuti, dal rosone della facciata entrano sempre diciotto raggi di luce, che proiettano a terra diciotto macchie bianche.

Ultimo atto, l’ingresso dell’ultimo figurante con l’incenso, che simboleggia la preghiera della Chiesa rinnovata che si eleva a Dio.

Alle ore 17.10, la gente è in religioso silenzio, dal rosone della facciata entrano i diciotto raggi di luce ed il rosone della facciata viene proiettato, con precisione millimetrica sul rosone del pavimento, la luce lo illumina e lo rende ancora più bello.

La gente per un attimo sembra che nemmeno respiri, quello che è avvenuto è veramente straordinario.

Si racconta che questo evento così meraviglioso venne scoperto quasi casualmente nel 2005 e da quell’anno, si torna ad osservarlo, ogni 21 giugno alle ore 17.10, giorno del solstizio d’estate, sono sempre più i Baresi e non, che partecipano a questa celebrazione.

Il parroco della Cattedrale Monsignor Francesco Lanzolla, anno dopo anno ha sempre più valorizzato questo evento dandole un significato teologico-architettonico-artistico.

Le sue parole l’altra sera sono state precise e penetranti.

Il realizzatore del rosone sul pavimento, doveva conoscere molto bene, le leggi del movimento degli astri e le leggi delle proiezioni centrali, per aver stabilito con precisione millimetrica, la posizione del rosone sul pavimento, tale che in un solo momento dell’anno, il giorno del Solstizio d’Estate, la luce proveniente dal rosone della facciata, coincida esattamente con il rosone al pavimento.

Mentre la gente, ha cominciato a lasciare la Chiesa ed i fotografi hanno rimesso a posto le loro macchine, ci si scambiava saluti e strette di mano, un signore che era vicino a me durante tutta la cerimonia, salutandomi mi ha detto: “Sono venuto in aereo questa mattina per vedere questa bellezza”, gli ho chiesto, visto che parlava italiano, “Sei Pugliese?”, e lui mi ha risposto: ”No! Sono Belga, vengo da Liegi e riparto questa stessa sera, sono venuto solo per vedere questo evento.”

Un’altra emozione particolare c’è l’ha regalata quest’uomo che abita così lontano e ha scelto di venire a vedere questo bellissimo evento.

 

Carmelo Colelli, 21 Giugno 2014

Le fotografie sono di Carmelo Colelli

 

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Quelle calde acque di Bagno di Romagna

Di Gianni Marucelli

 la piazzaBagno di Romagna, la piazza

La Romagna è una regione ad alta densità termale (basti citare l’esempio di Castrocaro), in cui acque con diverse qualità terapeutiche sgorgano in abbondanza. Tra i luoghi certamente più suggestivi e importanti di balneazione si annovera Bagno di Romagna, sita nella valle del Fiume Savio, proprio a ridosso delle pendici dell’Appennino, là dove ha inizio il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Da queste parti, sul Monte Fumaiolo, nasce anche il Tevere.

Località piccola ma di lunga storia, Bagno di Romagna era già conosciuta per le sue terme in epoca romana; nel Medio Evo qui probabilmente si fermavano i pellegrini diretti a Roma e prossimi a valicare l’Appennino per scendere verso Arezzo, e i mercanti che si recavano all’attivo mercatale di Borgo San Piero (oggi San Piero in Bagno). La strada, così importante per i collegamenti da e per la riviera adriatica e la pianura Padana, passò alla metà del Quattrocento sotto il controllo della Repubblica di Firenze, che vi organizzò il Capitanato della Val di Bagno. La lunga dominazione fiorentina rese questo territorio omogeneo e ne favorì lo sviluppo.

Ancora adesso, davanti alla chiesa di San Piero in Bagno, fa bella mostra di sé il leone scudato del Marzocco fiorentino, come, nel borgo antico di Bagno, il Palazzo dei Capitani esibisce tuttora gli stemmi dei Governatori inviati da Firenze.

Il palazzo del capitanoBagno di Romagna, il Palazzo dei Capitani

Diversamente da altri paesi dell’Appennino tosco-romagnolo, quali Marradi e Firenzuola, attualmente Bagno di Romagna si trova (dal 1923) in provincia di Forlì/Cesena.

Nel paese, il cui centro è caratterizzato da belle case di epoca medioevale, spicca, dal punto di vista storico-artistico, la Basilica di S. Maria Assunta, eretta nella seconda metà del sec. IX e poi trasformata nelle forme attuali nel corso del Quattrocento. All’interno, essa conserva opere notevoli, quali una Natività della scuola del Ghirlandaio, un trittico di Neri di Bicci e una pala d’altare della scuola di Andrea del Sarto.

la basilica di santa maria assuntaBagno di Romagna, La Basilica di Santa Maria Assunta

Ma veniamo alle acque e alle loro proprietà terapeutiche. Esse sono di due tipi: bicarbonato-alcaline e sulfuree- Le prime, con molti modi di applicazione (bagni, grotte, fanghi, idromassaggi ecc.) valgono a curare le artropatie, le malattie dell’apparato gastro-enterico, le insufficienze venose croniche, le infiammazioni ginecologiche. Le seconde sono invece indicate nei processi cronici delle vie respiratorie (inalazioni, aerosol e simili) e nelle irrigazioni.

L’origine della valenza medicamentosa delle acque va ricercata in un processo lento e costante sviluppatosi negli ultimi 10.000 anni, da quando le piogge sono penetrate nel sottosuolo fino alla profondità di 2000 metri: riscaldata per effetto geotermico e arricchitasi, attraversando le rocce, di elementi naturali attivi quali lo zolfo, il bicarbonato, il sodio, il potassio e molti altri, l’acqua termale è risalita, attraverso una faglia, fino a Bagno di Romagna, dove sgorga a temperature tra i 39° e i 47°. Le proprietà delle acque consente di curare alcune malattie, ma soprattutto di prevenirle.

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Inoltre, non bisogna affatto sottovalutare l’effetto rilassante per la psiche che deriva dall’immersione nelle piscine termali, un piacere di cui si può fare esperienza, anche nelle ore serali, nei tre stabilimenti termali della cittadina.

La quale, per il resto, offre bellissime passeggiate nei boschi appenninici e una gustosa gastronomia, tutta romagnola, da apprezzare nei numerosi ristoranti, sia di Bagno che di San Piero.

Con poco più di mezz’ora di auto, poi, ci si può recare sul Monte Fumaiolo e, con una breve e gradevole camminata tra i faggi, raggiungere le sorgenti del Tevere (mt.1400 s.l.m.), dove una stele di epoca fascista esibisce un’aquila bronzea e teste di lupo dello stesso metallo. Per fortuna, l’acqua limpida ha lavato via questi tristi ricordi: rimane la tranquillità della foresta e la frescura dell’aria, particolarmente gradita nelle giornate estive.

Bagno Romagna 004Per quel che concerne l’ospitalità, numerosi sono gli Hotel, che praticano anche buoni prezzi per la pensione completa, supportati da qualche ottimo agriturismo. Da non dimenticare, infine, che le terapie termali vengono praticate in convenzione con le ASL, quindi sono alla portata di tutti, escludendo naturalmente le spese di soggiorno.

Bagno Romagna 009Per ogni ulteriore informazione ci si può rivolgere direttamente all’Ufficio Comunale di Informazione (tel. 0543911026 – e-mail: info@bagnodiromagnaturismo.it) o digitare il sito www.bagnodiromagnaturismo.it.

Le fotografie sono di Gianni Marucelli

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4 novembre 1966, La Grande Alluvione di Firenze

Di Paola Capitani

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Continuava a piovere fino dal giorno prima continuamente e intensamente, ma quando la mattina del 4 novembre ci siamo svegliati non credevamo ai nostri occhi.

La strada era invasa dall’acqua, la signorina Galli del negozio di porcellane Laveno continuava a spazzare l’acqua che entrava furiosa nel portone… inutile tentativo di arrestare una forza superiore…

Mio padre è sceso a prendere la torcia elettrica in macchina, ma non ha pensato a spostare l’auto… ancora avrebbe potuto portarla in salvo verso il piazzale…

L’alluvione del 4 novembre 1966 ha duramente messo alla prova tutta la città e in particolare il quartiere di Santa Croce rinato velocemente grazie alla fierezza e alla tenacia tipica dei fiorentini.

Nel giro di poche ore la città è passata dalla sua vita quotidiana, regolare e metodica, ad una situazione d’emergenza drammatica, dove  le famiglie si sono trovate senza casa, senza mangiare, senza acqua e senza luce, senza collegamenti e mezzi di trasporto.

Alle otto del mattino le infiltrazioni d’acqua, al piano terreno, erano talmente abbondanti che ha divelto il pesante portone di legno con un’onda d’urto inimmaginabile. La piena era difficilmente arginabile e quando sono crollati i muri di divisione nelle cantine ne abbiamo avuto la prova.

Siamo rimasti  senza il telefono e senza la luce elettrica e, in preda al panico, abbiamo cercato di impegnarci fisicamente per occupare la mente ed evitare ulteriori sensi di angoscia mentre ci sentivamo completamente abbandonati a noi stessi.

Un elicottero sorvolava il quartiere e qualche barca è arrivata a chiedere notizie, insieme a un mezzo anfibio dei carabinieri che poteva solo portare qualche parola di conforto. Avendo constatato che dovevamo affrontare da soli la situazione, siamo rimasti tutti insieme, uniti per superare quell’esperienza drammatica.

Il giornalaio imprigionato nell’edicola in piazza dei Ciompi con una fune lanciata da una finestra è stato messo in salvo in una abitazione al primo piano. Un ragazzo, che aveva appena aperto la porta dell’auto, ha visto con stupore l’acqua entrare violentemente nell’abitacolo, e, impaurito, ha cercato di mettersi in salvo ripercorrendo a ritroso la breve strada che ormai era diventata un fiume.

L’acqua saliva incessantemente mista a fango e al carburante che usciva dai serbatoi delle auto e dalle caldaie degli edifici, trascinando tutto quello che trovava durante il suo passaggio: automobili, mobili, carretti, tronchi, che volteggiavano come fuscelli nella corrente. I clacson delle auto scattavano come sirene impazzite e continuavano a fendere l’aria grigia e umida come se un lamento continuo accompagnasse quella vicenda incredibile. Un gatto striminzito, impaurito, bagnato, in bilico su un cassettone lo portava nei gorghi come su una zattera di salvataggio ed è sparito dietro l’angolo della casa senza che nessuno potesse tirarlo in salvo. Un bussolotto di carburo fumante è arrivato trascinato dalla corrente in seguito all’esplosione di un deposito a qualche centinaia di metri di distanza. I gorghi di acqua premevano violenti contro tutto ciò che si opponeva alla loro forza e facilmente hanno abbattuto il gigantesco portone di noce del palazzo Gerini, di fronte, così come hanno travolto e scardinato il cancello di ferro del giardino della scuola, provocando una ondata che si è andata ad abbattere contro la parete opposta del palazzo con una conseguente violenta onda di ritorno.

Una barca si avventurava all’altezza del primo piano di una casa di Borgo Allegri per prendere delle persone, mentre un anfibio dei pompieri è passato arrancando in via dell’Agnolo cercando di individuare un lamento lontano che richiamava l’attenzione di una mano provvidenziale.

Le grida ripetute e stanche si alternavano con lo sciacquio dell’acqua che continuava a cadere incessante e con il rumore della corrente che rumoreggiava per le strade, trasformate ormai in torrenti sinistri e melmosi. Le frasi di richiesta di aiuto rimbalzavano inutili da finestra a finestra in passaparola che ci dava un po’ di conforto e coraggio.

La giornata del 4 novembre fu interamente dedicata a traslocare i mobili dal piano terreno ai piani alti, non sapendo a quale livello sarebbe arrivata l’acqua. Le porte degli appartamenti erano aperte e ciascuno aveva un preciso compito: i giovani e gli uomini trasportavano i mobili, le donne preparavano generi di conforto e qualcuno stava sui ballatoi delle scale per offrire un salutare bicchierino di vermut o cognac o uno spuntino per riprendere le forze.

Le vetrate delle scale sono state rotte con un manico di scopa per far uscire il gasolio nella tromba delle scale, liberandoci da quell’aria irrespirabile che ci chiudeva la gola e ci faceva bruciare gli occhi.

Con un secchio legato ad una corda si misurava, ogni tanto, il livello dell’acqua fuori dalle finestre del piano ammezzato, comunicando agli altri l’altezza raggiunta. Fino al pomeriggio inoltrato le acque hanno continuato inesorabilmente a salire, solo verso sera il livello stazionario ci ha dato un senso di ottimismo.

Si sono condivisi gli scarsi viveri dei diversi appartamenti e abbiamo improvvisato una cena a base di frittata, patate e castagne: ottimi cibi per riempire i numerosi stomaci affamati, grazie a un fornellino a gas che ci ha rallegrato momentaneamente.

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Per la notte materassi e coperte ai piani alti hanno dato ospitalità a quelli che non potevano più occupare i relativi alloggi dei piani sottostanti, ritenuti in pericolo. Improvvisate camerate davano il senso della più appassionata solidarietà e dell’aiuto reciproco che solo in tragici frangenti ci è concesso di vedere. Un accampamento, dove ciascuno personalizzava il proprio spazio e portava quel poco di ironia e di ottimismo che eravamo riusciti a conservare. Una serata a veglia in cui si sono raccontate storie nei vari dialetti (la presenza di studenti universitari di varie città) che, con la goliardia tipica dell’età, hanno alleggerito la.

Le candele hanno contribuito a conferire una romantica e nostalgica atmosfera a quello spettacolo di desolazione e sconforto. Il bambino di pochi mesi al primo piano ci regalava sorrisi e moine che tutti prendevamo per distrarci da quello spettacolo che vedevamo dalle finestre, mentre qualche sirena di automobile continuava il lugubre commento musicale provocando panico e tristezza.

Il giorno dopo un timido raggio di sole ha illuminato il risultato della strage di fango e carburanti che facevano rilucere di strani colori quei torrenti che solo il giorno prima erano strade. L’odore di bottino e di gasolio era  nell’aria e solo chi aveva dei provvidenziali stivali da pesca o da caccia poteva avventurarsi fuori, per la strada, dove la fanghiglia arrivava ancora a mezza gamba. Qualche amico dei quartieri non alluvionati è arrivato in giornata a vedere come stavamo, mentre cominciavamo a vedere i problemi del quotidiano: la mancanza di acqua e di luce, dei servizi primari.

Una gara di solidarietà fra gli amici di altre città ci ha portato scatolette e barattoli, pasta e conserve stivate in improvvisati magazzini domestici.

Ma il problema dell’approvvigionamento idrico era quello che più premeva.

Passavano le autobotti alle quali occorreva fare la fila per le riserve di acqua che, dato l’alto numero dei componenti della famiglia, erano di parecchi litri al giorno, con la conseguenza di portare fino al quarto piano le stagne che finivano in pochi momenti. Il freddo cominciava a farsi sentire e soprattutto l’umido, entrato in tutta la casa. Il fango era ovunque anche se oramai secco, veniva portato in casa dagli stivali, diventati il nostro abituale abbigliamento per oltre un mese.  Si andava a fare la spesa nei quartieri oltre i viali dove la vita era regolare: il centro era stato isolato con transenne e filo spinato e dava un’immagine di desolazione e di abbandono.

Un enorme buco nero, senza luce, maleodorante, segnato da ponteggi cadenti e da impalcature sinistre, costantemente accompagnato da scricchiolii e da rumori improvvisi. Gli sciacalli cominciarono a svaligiare gli appartamenti lasciati vuoti per cui delle ronde cercavano di mantenere un minimo ordine e un controllo a livello di quartiere. Si faceva la fila per il pane che veniva portato una volta al giorno dai militari e si mangiavano le provviste, cercando di farne un uso moderato. Non si riusciva a immaginare quanto sarebbe durata l’emergenza e quindi occorreva razionare con attenzione le scorte così difficilmente raccolte. Quando si usciva dal quartiere sembrava di prendere una boccata di energia e benessere, ma quando si rientrava nel “ghetto” prendeva male all’idea di tornare in quella zona così martoriata e ridotta ad un ammasso di cumuli di fango e residui di ogni tipo. Le saracinesche chiuse dei negozi erano vuote orbite in un quartiere solo pochi giorni prima così allegro e vivace caratterizzato dalle imprese artigiane e dai variopinti esercizi commerciali che ne indicavano la specialità.

L’unico aspetto positivo la solidarietà e l’amicizia fra tutti quanti. Il problema di uno era diventato il problema di tutti e il cibo arrivato dagli amici veniva diviso con gli altri. Per molto tempo le porte degli appartamenti sono rimaste aperte e le famiglie hanno vissuto uno strano periodo di affiatamento. Ogni sera c’era un incontro in uno degli appartamenti, con chiacchiere, musica e racconti, illuminati da sporadiche candele. La riunione era anche dovuta all’esigenza di consumare meno candele e di riscaldarci gli uni con gli altri, meglio se con l’aiuto di una bottiglia di brandy o di whisky.

La luce elettrica aveva per incanto riannodato i rapporti umani e la mancanza della televisione aveva riportato le persone al gusto dello stare insieme a raccontarsi le avventure della giornata.

La signorina Giulia, proprietaria del negozio di porcellane della Laveno di via Martiri del Popolo, andava in giro con due stivali sinistri perché in Palazzo Vecchio, dove distribuivano gli indumenti agli alluvionati, in un momento di confusione e di agitazione, aveva erroneamente preso due calzature per lo stesso piede. Questi ed altri erano i racconti che animavano le serate trascorse intorno ad una candela per ascoltare gli episodi veri o inventati, le vicende incredibili e i casi umani che avevano contraddistinto la cronaca quotidiana.

Sembrava di essere tornati al tempo delle “veglie” e la televisione non riusciva a turbare quella strana quiete serale che consentiva di affrontare le dure prove del giorno successivo. Tornata la luce elettrica e gli agi della civiltà moderna hanno allietato le sofferenze patite per oltre un mese le porte degli appartamenti si sono chiuse immediatamente ed ognuno ha ripreso la sua privacy come se il messaggio fosse civiltà=individualismo.

Dopo quarant’anni da allora nulla è mutato, almeno nelle soluzioni per la regimazione del fiume da parte dall’amministrazione, che sembra essersi dimenticata di quel tremendo avvenimento. Il rumore sordo del fluire dell’acqua limacciosa e sinistra, il sibilo assordante delle sirene delle auto, che viaggiavano senza autista nelle strade tramutate in torrenti melmosi sono vivide negli occhi di chi c’era e, forse anche di chi, a distanza, ha visto filmati e fotografie, ma non ha sentito l’odore acre di nafta. I neri gorghi di acqua e terra, i tronchi e i mobili, galleggianti isole senza futuro. immagini di chi non ha respirato l’umido, il freddo, la terra bagnata e visto il buio dei cortili, antri spettrali arredati da sinistre fogge.

Eppure le varie lapidi, nei punti critici del centro cittadino, sono una testimonianza reale di quanto è successo in diversi anni, in diverse date, per  turbare, violare, devastare una città a rischio. Sono ammonimenti viventi che dovrebbero far riflettere, per agire, in uno spaccato dove le soluzioni si prendono con un lasso di tempo quasi secolare… Uno scrigno di gioielli artistici, malamente custoditi, spesso addirittura dimenticati in nome di biechi guadagni o di una superficialità senza fondamenta culturali, spirituali, sentimentali.

Come Oscar Wilde scriveva sulla donna, si può dire di Firenze “… non va capita, va solo amata” e qui sta il difficile… Per amare occorre sentire, proteggere, pensare in grande ma agire in piccolo, quotidianamente… ognuno per quanto può e sa.

E oggi le cronache ci ripetono quotidianamente di alluvioni e smottamenti, frane e devastazioni… meditiamo, gente, meditiamo.

Licenza Creative Commons4 novembre 1966, La Grande Alluvione di Firenze di Paola Capitani è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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Anghiari

Di Alessandro Ghelardi

Anghiari“E in tanta rotta e in sì lunga zuffa che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di ferite ne d’altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò”, così Machiavelli ricorda ironicamente la Battaglia di Anghiari, combattuta Mercoledì 29 giugno 1440, tra i Fiorentini, vincitori, guidati da Michelotto Attendolo e Giampaolo Orsini ed i Milanesi condotti da Niccolò Piccinino.

La battaglia sarebbe stata sicuramente dimenticata dalla storia se i Magistrati di Firenze, per decorare le sale di Palazzo Vecchio con pitture che ricordassero le principali imprese della Repubblica, non avessero affidato a Leonardo da Vinci, il compito di dipingerla. Una volta elaborati i cartoni, fu tradotta in parete la parte mediana, cioè il combattimento intorno alla bandiera.

Danneggiato da un artificioso processo di essiccamento, il dipinto, incompiuto, andò distrutto per far posto alle decorazioni del Vasari. I celebri disegni di Leonardo sono andati perduti e ne rimane testimonianza attraverso quelli del Rubens, oggi al Louvre di Parigi. Alcuni sostengono che il Vasari li abbia nascosti sotto un nuovo intonaco o una nuova parete: ricerche e ‘saggi’ finora condotti non hanno sciolto il mistero. Anghiari

Confesso che pensavo di aver già visitato Anghiari, ma mi sono reso conto che era solo il mio immaginario legato al mistero del dipinto, infatti, adesso sono convinto di non aver mai calcato le stradine tortuose che si dipanano all’interno dell’intatta cinta muraria incastonata su di una collina di ghiaia che domina l’intera Valtiberina.

L’antica piazza del Borghetto, attuale Piazza Mameli, è crocevia obbligato per chi si avventura tra i vicoli del Borgo e uno dei testimoni della sua storia artistica è il Palazzo Taglieschi, attuale sede del Museo Statale delle Arti e Tradizioni Popolari dell’Alta Valle del Tevere.

AnghiariIl Museo si è costituito grazie al lascito testamentario dell’ultimo proprietario dell’edificio Don Nilo Conti. Al pianterreno sono esposti materiali lapidei di varia epoca e provenienza, mentre nelle sale del primo piano si trova un’interessante rassegna di statue lignee trecentesche e quattrocentesche, tra le quali spicca una Madonna con Bambino attribuita a Jacopo della Quercia. Sempre al primo piano si trova esposta una splendida Natività e Santi realizzata, molto probabilmente, da Andrea della Robbia.

Al secondo piano di rilievo interessanti dipinti seicenteschi tra i quali Madonna del Rosario di Jacopo Vignali e la Crocifissione dipinta da MatteoRoselli.

Comunque il fascino principale del paese è che camminando tra la Badia di San Bartolomeo e il Palazzo Pretorio si respira quasi un’aria d’altri tempi e i ritmi frenetici ai quali siamo abituati appaiono dopo poco quasi un ricordo lontano. Le case in pietra, affacciate sulle strette vie della città, hanno finestre piccole, imposte e porte di legno, talvolta un po’ sconquassate, ma assolutamente caratteristiche, come carattestiche sono le piccole botteghe degli artigiani e i negozi di prodotti locali tipici.

AnghiariOltre agli stupendi panorami che si possono ammirare dal paese che domina la valle dove scorre il Tevere, ci sono altri due motivi per visitare Anghiari.

Il primo è la Libera Università dell’Autobiografia, fondata nel 1998 da Saverio Tutino e Duccio Demetrio, archivio diaristico e centro culturale che promuove la formazione e la cultura della memoria.

Il secondo si svolge nel mese di Agosto ed è una rassegna teatrale dove gli stessi abitanti, vestendo i panni di attori, raccontano storie della comunità mentre gli spettatori degustano una cena povera, ogni tavolo viene apparecchiato con la tradizionale Tovaglia a Quadri che dà il nome alla rassegna.

© Alessandro Ghelardi 1 novembre 2014

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C’era una volta un’isola: Rocca di Cave (Roma)

Di Alberto Pestelli

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Arrivare a Cave lungo la Anagnina è molto semplice. Il peggio è riuscire ad uscire da Roma, ma una volta lasciato alle spalle il Grande Raccordo Anulare, la strada diventa scorrevole e non molto transitata.

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Arrivare invece a Rocca di Cave, nonostante lo scarso traffico, è un poco più difficile: la strada è più stretta e piena di tornanti.

Tuttavia, anche se per giungere su, fino a quasi mille metri d’altezza (933 metri s.l.m.) ci vuole tempo e pazienza – con una piccola ma tenace Fiat 600 – e una volta parcheggiato il veicolo nella piazza principale del paesello, si respira – in estate… e non vi dico come sono gli inverni… – a pieni polmoni un’aria buona e frizzantina e una inaspettata grande e cordiale ospitalità da parte dei 380 o poco abitanti del paese. Rocca di cave, infatti, è uno dei più piccoli comuni del nostro bel Paese che riesce a offrire al visitatore tutta la semplicità della montagna.

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Grazie all’interessamento di alcuni suoi abitanti, Rocca di Cave è diventato un importante centro di osservazione astronomica. Nella torre del Castello Colonna è stato creato, appunto, un osservatorio astronomico accessibile a tutti…. Beh, l’accesso sarebbe riservato agli iscritti del Gruppo Astrofili Hipparcos (www.hipparcos.altervista.org/hipparcos/museo-ardito-desio/) ma non ci sono problemi se dimostri e, specialmente se è la prima volta che visiti museo e telescopio, di essere interessato a veder le stelle e pianeti con spirito poetico e, soprattutto se vuoi saperne di più dell’antico passato geologico della zona.

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Il Castello Colonna ospita anche un importante museo geo-paleontologico dove sono conservati fossi marini trovati nelle vicinanze del paese.

Nell’antichità il luogo era circondato dal mare e il rilievo dove è seduto Rocca di Cave era un’isola con alte scogliere.

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Vengono organizzate delle escursioni con lo scopo di ricercare altri reperti fossili che ancora sono incastonati nelle rocce della montagna che fa parte dei monti Prenestini.

Il Gruppo Hipparcos, che nonostante siano anni che non mi reco a Rocca di Cave, mi manda ancora via mail gli inviti dei suoi incontri che si tengono a Roma ogni mercoledì e delle serate di osservazione delle stelle direttamente dalla torre del Castello Colonna.

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Spesso ci siamo recati ad una di queste serate di osservazione. Il cielo visto da quell’altezza, quando non ci sono le luci cittadine a disturbare la visuale, è fonte di stupore. Le parole, quando sei a testa rivolta verso l’alto, stentano a venir pronunciate… solo parole poco poetiche come “incredibile, fantastico… che spettacolo…” riescono a risalire la china dei tuoi pensieri. Solo dopo, quando sei a casa a ripensare ciò che hai appena ammirato, nascono le frasi appropriate e, come nel mio caso, nascono dei versi…

La scogliera cerca il suo mare

Rammenta a stento

La spuma delle onde

Infrangersi sulle rocce.

Adesso la scogliera

Mostra fiera

Conchiglie e mura antiche.

Di notte offre la sua torre

Per osservar le stelle

Cercando la via

Del perduto mare.

(dalla silloge “Dei Borghi antichi” edito da www.ilmiolibro.it , seconda edizione 2013 © Alberto Pestelli 2013)

La notte delle Stelle

Versa il suo latte fresco il cielo

A nutrire quei sogni

Che non sanno, non osano più

Catturare la luce delle stelle

Ci osservano, forse parlano

Di potere, spesso di magia.

Io vorrei credere di speranza

Per un’emozione ritrovata

E donarla a chi ormai

Non ha più occhi

Per guardarsi dentro

E ritornare indietro

Ché oggi ha un piede

Su di uno scalino più elevato

E si proclama falso dio o guida

Sedendosi accanto ai miti

Scolpiti nella roccia del tempo.

 (dalla silloge “Dei Borghi antichi” edito da www.ilmiolibro.it , seconda edizione 2013 © Alberto Pestelli 2013)

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Bari, Via Manzoni: una strada magica

Di Carmelo Colelli

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Avevo lasciato il mio paese da quasi quattro ore, il camion con le nostre masserizie, dopo aver percorso il Lungomare, corso Vittorio Emanuele, il giardino Garibaldi, era giunto a destinazione: Via Manzoni! Vicino una piazza, piazza Risorgimento, al centro una fontana ed una imponente scuola elementare: la “Garibaldi”, lungo la strada tanti palazzi, tanti negozi.

Da quel giorno, sono trascorsi quasi cinquant’anni, ma tutto è chiaro, le immagini vivide e attuali, come il primo giorno.

Era, qualche giorno prima del Natale del 1964.

In quella strada ho abitato venticinque anni, un quarto di secolo!

Tanti ricordi, tante le scene di vita quotidiana che ormai non si vedono più, ma si affollano nella mia memoria e nel mio cuore.

Via Manzoni aveva un orologio di vita tutto suo.

Alle prime luci del mattino, il fornaio, un uomo alto, magro, con uno strofinaccio, arrotolato a ciambella sulla testa e su questa poggiata una lunga tavola, sulla quale erano sistemate le pagnotte di pane da cuocere.

Le portava al forno, quello in pietra che si trovava in via Abate Gimma, di fronte ad un palazzo storico ed importante in quegli anni, ora lasciato solo ed indifeso, come un vecchio che, dopo anni di duro lavoro, viene abbandonato a se stesso: l’Istituto Nautico “N. Caracciolo”.

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In quegli anni, la mattina, intorno alle sei, non vi era traffico, le auto erano ancora poche, c’era invece un viavai di “carrucci”, questi erano costruiti artigianalmente, una tavola lunga circa un metro e mezzo e larga altrettanto, sostenuta da due assi, alla fine di questi, quattro ruote, realizzate con dei grossi cuscinetti a sfera, all’asse anteriore era legata una corda, serviva per il traino a mano.

Sopra casse di verdura, frutta, ortaggi, tutti diretti in via Nicolai, dove si svolgeva il mercato ortofrutticolo rionale.

Già a quell’ora cominciava a sentirsi un vociare che continuava fino a sera, una musica di sottofondo lungo una strada magica e importante.

Verso le otto, la strada si popolava di mamme e bambini, che frequentavo la scuola elementare Garibaldi, scolari ancora assonnati, con lo zainetto sulle spalle, inquadrati davanti alle scale della scuola in attesa del suono della campanella.

Nel frattempo, ecco i passi delle giovani e graziose fanciulle: le commesse dei negozi, tre, quattro commesse per ogni attività commerciale.

Le saracinesche, tutte, una dopo l’altra, si aprivano, si accendevano le luci, le commesse pronte a soddisfare i desideri dei clienti.

Le vetrine mostravano, scintillanti di luci, le loro bellezze: scarpe, abiti, borse, corredi, abiti da sposa.

Le donne per recarsi a fare la spesa in via Nicolai, percorrevano via Manzoni con i loro carrellini, era una continua processione, a ogni vetrina si fermavano, osservavano, commentavano anche ad alta voce, i prezzi e gli articoli.

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Subito dopo mezzogiorno piazza Risorgimento, tornava a riempirsi di ragazzini, erano gli stessi mezzi addormentati del mattino, ora vispi e chiassosi.

Nelle giornate primaverili, la strada si allietava col suono di una fisarmonica, una chitarra e una grancassa, avanzava un signore vestito con un frac nero, la bombetta ed il sottile bastone, come quello di Charlot: Piripicchio.

Attorno a lui tanti bambini, cantava canzoni in dialetto barese, salutava cordialmente tutte le signore, sia quelle vicine che quelle affacciate ai balconi.

Una “botta”, un richiamo alla signora, un colpo di grancassa e la sua “mossa”, un particolare colpo d’anca, allusivo ma non volgare.

Mentre Piripicchio salutava il suo pubblico, il suo socio girava tra la gente con un piccolo piattino di metallo, raccogliendo le varie offerte, dai balconi piovevano le 10, 20, 50, qualche volte le 100 Lire.

L’orologio posto sulla scuola oramai segnava le 13.30, i bambini erano andati via, i negozi cominciavano a calare le saracinesche, la strada si popolava di giovani: gli studenti dell’Istituto Nautico Caracciolo, che percorrevano a passo veloce via Manzoni, magari addentando un pezzo di calda focaccia barese, per raggiungere la Stazione e tornare ai propri paesi. Tre erano i famosi panifici che sfornavano a tutte le ore del giorno le croccanti ruote di focacce.

Il pomeriggio la piazza si ripopolava di ragazzi, riuniti a gruppetti giocavano, a calcio, bastava una pallina, non un pallone, per correre da una parte all’altra, era inevitabile che si facesse chiasso, questo molte volte infastidiva chi abitava di fronte alla piazza ed aveva il desiderio di schiacciare un pisolino.

Dopo aver giocato sotto il sole, per avere un po’ di sollievo o per golosità ci si comprava il gelato a limone, un gelato preparato rigorosamente in maniera artigianale, dal chioschetto all’angolo sulla piazza.

All’altro angolo, dove ora vi è il giornalaio, vi era un altro chiosco, in muratura, all’interno un tabaccaio.

Negli anni ’70 questo chiosco fu demolito, il tabaccaio trasferito in via Principe Amedeo, quasi ad angolo con via Manzoni, dove si trova ancora oggi.

Nel primo portone di questo angolo, la mattina, fino agli anni ’70, vi era un calzolaio, in quei tempi le scarpe si riparavano più di una volta, sempre lì vicino, un uomo, piccolo di statura, magrolino, sistemava il suo negozio mobile: una sedia a baldacchino da lustra scarpe.

I giorni in via Manzoni, non erano tutti uguali, alcuni festosi, altri meno, mai cupi. Era la gente, che li colorava e li rendeva solari, una strada magica!

Il pomeriggio la strada si popolava di gente proveniente dalla provincia o dalla periferia della città per comprare “le rrobbe”.

All’imbrunire, la strada si vestiva dei suoi colori più belli, le insegne a neon, belle, luminose e coloratissime, via Manzoni competeva con la via elegante della città: via Sparano.

Infine il sabato pomeriggio mamme con figlie da marito, popolavano i tanti negozi di biancheria da corredo e di abiti da sposa

I visi gioiosi delle ragazze che avevano acquistato l’abito da sposa, si riconoscevano ed era una tradizione che si andasse a festeggiare l’importante acquisto, nella pasticceria di via Putignani, quasi ad angolo con Via Manzoni.

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I commercianti di via Manzoni, di quegli anni, sono storici, potrei raccontare per ognuno di loro storie e aneddoti.

Uno in particolare merita di essere ricordato, un Natale degli anni ’70, i commercianti decisero di mettere in palio una Fiat 126 tra tutti gli acquirenti del mese di dicembre, la piccola autovettura fu messa in esposizione per tutto il mese, su una rampa inclinata vicino alla scuola Garibaldi.

Gli anni passavano, i negozi si rinnovavano, le vetrine diventano sempre più belle e più luminose.

La sera della Domenica, del 23 Novembre 1980, la terra tremò in Irpinia, il terremoto fu sentito anche a Bari, la gente ebbe paura. Lasciò le proprie case e scese per strada.

Piazza Risorgimento si affollò come non mai.

Anche via Manzoni si attivò a prestare aiuto ai terremotati: un intero camion pieno di biancheria, indumenti, coperte, generi alimentari e altro, partì per l’Irpinia: la solidarietà passava anche per quella strada magica.

Un anno, pochi giorni prima di Natale, ci fu una magia ancora più grande: dal cielo piano piano cominciarono a cadere candidi fiocchi di neve, tutto divenne meravigliosamente bianco e surreale, sembrava di udire una musica speciale e vivere in una fiaba in cui tutto era perfetto e funzionava bene.

Sono trascorsi oramai molti anni, passando, per quella strada, l’altra sera, l’ho vista trasformata, molte insegne sono spente, o non ci sono proprio più, molte saracinesche chiuse, via Manzoni sembra una vecchia signora mal ridotta.

Mi sono fermato sulla piazza, ero solo, ad un tratto ho visto Piripicchio che cantava, il vociare dei ragazzi che uscivano da scuola, le mamme, le belle commesse, le vetrine illuminate, le insegne coloratissime, ho visto via Manzoni ancora più bella, ho sognato per un attimo!

Sarebbe bello che questo sogno si avverasse.

Carmelo Colelli

27 Settembre 2014

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L’Importanza di una roccia…

Di Alberto Pestelli

 La roccia dell'Elefante © Alberto Pestelli 2005

L’elefante di roccia

Non è mai solo

Ché la curiosità umana

Lo rende vivo e fiero

 

Sorride per un ritratto

Da incollare

Nei ricordi d’un bambino

 

Poco più in là

Un asino solitario

Raglia la sua umiltà

 

I suoi occhi

Par che dicano…

 

Vorrei una carezza

Per lenire il dolore

Alla mia schiena

Livida di nerbate

Ché dentro me

Batte un cuore vero.

© copyright 2008 Alberto Pestelli – Tratto dalla silloge di poesie “L’isola di mia madre” pubblicato per www.ilmiolibro.it nel 2008.

 

La roccia dell'Elefante © Alberto Pestelli 2005

È insolito iniziare un certo discorso – e quindi un articolo del genere – con una poesia. Giusto o non giusto che sia ormai la cosa sta così e non amo tornare indietro. Anche quando si sbaglia strada… beh, non sempre è così! A volte tornare sui propri passi è necessario.

Tuttavia, spesso e volentieri, sbagliare strada non sempre è una fregatura. Specialmente quando ci si imbatte in qualcosa che ci può sorprendere e, come nel mio caso, può far stuzzicare la fantasia. Non a caso qualche giorno dopo è nata la poesia sopra citata.

Essendo le mie origini, oltre che toscane, sarde, mi è facile percorrere a occhi chiusi le strade dell’Isola. Ma nonostante tutto amo consultare una cartina stradale, affidandomi, infine al mio senso dell’orientamento o meglio, del disorientamento visto il risultato di quel giorno, quando ci trovammo faccia a faccia con la famosa Roccia dell’Elefante.

Questa scultura naturale, alta quasi quattro metri, si trova sul ciglio della Statale 134 per Sedini in località Multeddu nel comune di Castelsardo nel nord della Sardegna. In origine il pachiderma roccioso (costituito da una formazione trachitica e andesitica) dal forte colore rosso faceva parte di una struttura rocciosa più complessa individuata sul vicinissimo monte Castellazzu dal quale, dopo essersi distaccata, è rotolato a valle. Il grande monumento, oltre ad avere una grande importanza dal punto di vista turistico e paesaggisto, è un importante sito archeologico. Infatti al suo interno ci sono due Domus de Janas che sono state fatte risalire al periodo prenuragico.

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Castelsardo – Roccia dell’Elefante (07)” di Gianni CaredduOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

L’animale di roccia sta seduto sul ciglio della SS 134 ad “aspettare i turisti” concedendosi gratuitamente ai fotografi improvvisati con fotocamere più o meno supertecnologiche oppure con uno smartphone nella classica posa del selphie.

E come in ogni località turistica particolare, non potevano mancare due o tre bancarelle con i prodotti tipi della zona o della Sardegna in generale: filu e ferru, pecorini, caprini, mirto, figu morisca (il liquore di fichi d’India), vini rossi e bianchi, salumi, malloreddus, il torrone di Tonara, i famosi coltelli di Pattada e tanti altri prodotti tipici dell’artigianato sardo.

È normalissimo per i turisti, dopo aver accarezzato la proboscide dell’elefante di pietra, avvicinarsi agli esercizi degli ambulanti per acquistare un ricordo, una leccornia o altro…

L’unico esercizio non considerato – il giorno che arrivai sul luogo – era un ciuchino in carne e ossa che reclamava anche lui una buona dose di carezze. Mi incuriosì il suo atteggiamento… sembrava rassegnato alla sua solitudine. Ma ogni tanto girava la sua testa verso il pachiderma e osservava la banda di bimbi che circondava il suo inanimato diretto concorrente.

Forse sarà stata la mia suggestione, ma sembrava che l’animale (quello vero, ovvio!) avesse gli occhi lucidi. Eppure era una bella bestia e soprattutto bardato a festa…

Ci siamo avvicinati e gli abbiamo accarezzato il muso. Ci ha guardato ed ha mosso la testa come se dicesse di “sì”…

  • Ma non fotografate la roccia?, ci domandò un signore.
  • L’abbiamo fatto, ma tanto l’elefante rimarrà qui per molto tempo. L’asinello no! E quando lo rivedo un ciuchino del genere a giro. Stanno diventando rari.

Mi avvicino al padrone dell’animale.

  • Quanto le devo per aver fatto le foto al suo asinello?
  • Niente, niente… io lo porto per far felici i bambini. Ma i genitori, come sta vedendo, non li fanno avvicinare. Hanno paura!

Stringo la mano all’ambulante. Compro da lui un paio di bottiglie di Filu e ferru e dopo un’ultima fotografia all’animale, partiamo per Olbia.

Qualche anno dopo sono ritornato. L’elefante è sempre sul ciglio della SS 134 per Sedini. L’asino non c’è più. Il commerciante, che mi ha riconosciuto, mi ha detto che l’ha venduto ad un pastore della zona.

Dell’animale – quello vero – ho solo una fotografia. La terrò cara.

Il ciuchino © Alberto Pestelli 2006

Ciao amico!

 © copyright 2014 Alberto Pestelli

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L’importanza di una roccia di Alberto Pestelli © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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La bella Italia del cemento facile: la carica dei nuovi barbari

Di Gianni Marucelli

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Speculazione edilizia, Conegliano” di VaghestelledellorsaOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Avrei preferito scrivere questo articolo senza l’urgenza di dover commentare l’ennesima alluvione, questa volta la seconda in tre anni a Genova. Comunque, l’ex Bel Paese offre, purtroppo, mille altri spunti di analisi critica a chi è sinceramente preoccupato, ormai da decenni, per lo stato estremamente precario dell’ambiente in cui viviamo, ovvero dove ci hanno costretto a vivere cinquant’anni di scelte – e di non-scelte – politiche dissennate da parte di governi confusionari e pressappochisti (pochi se ne salvano) d’ogni tendenza e colore.

Che la lungimiranza della classe politica italiana sia stata quasi pari a zero è fin troppo facile appurarlo; così come è semplice affermare che, se davvero si potesse imparare dai propri errori, allora tante lezioni durissime sono rimaste lettera morta.

Una cosa appare lampante: si è fatto un uso improprio della parola “sviluppo”, e, giocando (e continuando ancor oggi a giocare, come vedremo) su questa ambiguità semantica, si è fatto credere ai cittadini che il progresso sia incarnato dall’equazione sfruttamento delle risorse dell’ambiente = soldi facili e benessere per tutti.

Mai equivoco fu più tragico, basta guardarsi attorno. Ora che il benessere si è rivelato effimero e le risorse dissipate, quale futuro ci attende?

Non è certo difficile immaginarlo, soprattutto quando, ostinatamente, si tenda a riproporre, ammantate di parole nuove, ricette vecchie, per non dire vetuste.

Ricette il cui ingrediente principale è il solito, immarcescibile CEMENTO.

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Autostrada A 10 – Diano Marina – Foto di Tony Frisina – Alessandria – DSC06856” di Original uploader was Tony Frisina at it.wikipedia – Transferred from it.wikipedia. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

Lo stesso cemento sotto cui sono state sepolte le pendici dei ripidi colli genovesi e i fiumi a carattere torrentizio che da sempre vi scorrono; lo stesso con cui è stata costruita una intera città di centinaia di migliaia di abitanti sulle pendici del Vesuvio; lo stesso con il quale sono state create nuove e inutili autostrade (le foto della Milano-Brescia deserta sono di questi giorni); lo stesso cemento che ha devastato le più belle coste italiane, le isole, persino i parchi nazionali, come è accaduto per il Circeo.

Al fascino del Dio Cemento, evidentemente, non è facile sottrarsi, se anche i giovani e rampanti nuovi Signori d’Italia, nel loro convulso protagonismo decisionista, vi hanno ceduto.

Così, il recentissimo Decreto “Sblocca Italia” del Governo Renzi appare come il momento conclusivo, quello del K.O., di un lungo match durato trenta anni tra chi voleva, e vuole, “asfaltare” questo povero Paese nell’interesse di pochi chi, invece, lo voleva salvaguardare, nell’interesse di tutti. Incuriosito dalle critiche mosse da più parti a questo Decreto Legislativo, mi sono documentato (è a disposizione di tutti sul web) e, da vecchio ambientalista, ho trasecolato.

Quel che vi si legge eccede i sogni delle più famigerate Imprese costruttrici d’ogni tempo e luogo.

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Abbattimento Punta Perotti“. Tramite Wikipedia.

Per farla breve, il principio che ne sta alla base a me (non solo a me…) sembra il seguente: volete saccheggiare quel che resta dell’Italia, senza preoccuparvi dei lacci e lacciuoli delle normative di tutela ambientale? Bene, fatelo liberamente e senza scrupolo.

Volete costruire una nuova autostrada, anche se inutile, dal centro al nord, magari attraversando e devastando zone paesaggisticamente notabili? Accomodatevi.

Volete trivellare l’Adriatico alla ricerca di giacimenti di petrolio e gas? No problem.

E via dicendo…

Chi non ci crede, ed è davvero difficile credere che un governo di centro-sinistra faccia ciò,

vada a controllare personalmente!

Il sottoscritto si limita a segnalare che, nei prossimi giorni, a Roma, le principali associazioni che tutelano il paesaggio, l’ambiente e i beni culturali italiani (dal WWF a Italia Nostra a ProNatura ecc. ecc.) si riuniranno per discutere e protestare contro la nuova barbarie…

Qui sotto, alleghiamo il documento relativo a questo incontro.

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Il knowledge management ovvero qualità di vita e interazione – Seconda parte: Paesaggi cognitivi

Di Paola Capitani

Durante un incontro, dedicato ai Paesaggi cognitivi, Creare e condividere conoscenza e competenze per l’innovazione e la competitività, Individui, organizzazioni e regioni nella società della conoscenza promosso dall’Unione Europea Programma Interreg IIIC sud e organizzata da Firenze Tecnologia presso l’Autidorium di Promofirenze (oggi diventata Tinnova), tra gli interventi in agenda, quelli su Navigare l’economia della conoscenza (Leif Edvinsson, Lund University), Free software ed etica hacker come paradigma per lo sviluppo e la diffusione della conoscenza (Andrea Glorioso, Firenze Tecnologia), La Rete europea per la gestione della conoscenza a livello regionale (RKMnet: stimolare la consapevolezza per accrescere la competitività regionale (Begona Sanchez, Labein Foundation, Bilbao, Spain), Nuove modalità per sviluppare la conoscenza e la competenza. Esperienze e sfide del progetto Regional Competence (Lars Karlsson, Lund University), La prospettiva locale e regionale nella società della conoscenza (Matthias Schutze-Boeing, Council fo Euoropean Municipalities and Regions, Belgium). Alcune parole chiave della premessa di Simone Sorbi (Regione Toscana) hanno riportato l’accento su concetti significativi quali reti regionali, reti nazionali e reti europee sulle quali la Regione e gli enti locali sono attivamente impegnati per raggiungere gli obiettivi stabiliti dall’Obiettivo di Lisbona, centrati sulla rete di conoscenze e sul dialogo e lo scambio tra le diverse realtà nelle singole situazioni geografiche. In questa dimensione il governo locale è fondamentale per la gestione delle conoscenze ivi comprese le risorse umane, punto cardine del processo che vede nella società della conoscenza un metodo e non solo un obiettivo. Per società della conoscenza si intende l’insieme di scienza, tecnologia e innovazione, supportati da un processo di apprendimento continuo al centro del quale le risorse umane sono il fulcro e il tramite.

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Il fulcro della mattinata la relazione di Edvinsson sui Paesaggi cognitivi, partita dal concetto di knowledge exchange, per diminuire i costi di attrito in un’ottica di costruzione di Intelligence city, in continuo apprendimento, mettendo insieme tutti i capitali intellettuali presenti nello spazio considerato. Più un paese dimostra di essere aperto alla comunicazione e più impara riducendo al tempo stesso anche il tasso di capitale inutilizzato. La crescita di spazi di conoscenza richiede infatti una maggiore risorsa strategica, una maggior capacità di navigazione nella conoscenza e nella società, una capacità di percepire il contesto circostante. Una prospettiva longitudinale, un dimensione tridimensionale di management strategico oltre la concezione delle variabili tradizionali di tempo e di costo, che si basa sui fattori intangibili. In questa ottica si parla sempre più di leadership e non più di management, che ha come centro di interesse il capitale umano, che crea una nuova prospettiva sugli “assets”, ponendo al centro il valore della crescita del capitale e della performance, alla quale contribuiscono i beni tangibili e intangibili, oltre alle competenze intangibili e alle capacità latenti.

La ricetta ideale per una città dell’intelligenza è formata dai seguenti elementi: attraente per i lavoratori della conoscenza e la classe creativa, una buona posizione geopolitica, una città mobile con reti di vari cluster, luoghi di aggregazione e scambio, flussi comunicativi buoni, cooperazione, una buona qualità di vita, un capitale culturale, interfacce multiple e attive, salute e benessere generale. Quante città italiane possono essere targate come “città della conoscenza” con questi attributi? Non ne vedo che rari casi e in occasionali momenti come il Festival della creatività di Sarzana o a quello di Fosdinovo (a settembre entrambi) o altre rare e momentanee occasioni di confronto di teorie, che durano solo qualche giorno… e qualche articolo per tornare poi a vecchi metodi e soprattutto a steccati insormontabili.

Per ottenere un ambiente con simili caratteristiche occorre partire dal clima, che deve essere il migliore per poter poi interagire con tali obiettivi e metodi. In tal senso andata la brillante e coinvolgente azione di un sedicente John Ferrer che, con piglio deciso, accento anglosassone e gestualità contagiosa ha mimato una scena ricorrendo solo a qualche effetto sonoro che ha destato sempre più la curiosità del pubblico che non capiva il nesso tra quanto appena presentato nel contesto delle relazioni e la presenza di questo “attore” che aveva una chiara missione inserita nel programma della giornata: creare il clima giusto, dare energia positiva e mettere in condizione l’uditorio di poter collaborare serenamente. Dopo la performance del mimo d’eccezione che era un affermato comunicatore italiano, Giovanni Ferrario l’uditorio era pronto per vedere da un nuovo punto di vista e con un bagaglio di energia di particolare potere.

Come i principali fattori richiamati da Edvinsson a proposito di Ragusa, che prevedono soprattutto un ambiente favorevole perpoter costruire secondo i criteri individuati per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti. Una occasione unica per quanti hanno potuto non solo assistere alle interessante relazioni, agli studi di caso, alle relazioni sui progetti in corso, sapientemente conditi dalla animazione caleidoscopica di Giovanni Ferrario, con suggerimenti e spunti per future improvvisazioni e performance, con effetto moltiplicatore di sicuro vantaggio per il team di lavoro.

 

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