TRENTINO ALTO ADIGE: QUELL’IMMENSO GHIACCIAIO CHE ESISTE SOLO NELLA MIA MEMORIA

Di Gianni Marucelli

Quante volte leggiamo sui giornali o sentiamo in TV che i ghiacci si stanno ritirando su tutto il pianeta, dall’Artide all’Antartide, passando per le grandi catene montuose a nord e a sud dell’Equatore, a causa del riscaldamento globale?

Bene, tutto ciò può impressionarci, ma non mai come quando possiamo constatare con i nostri occhi l’andamento del fenomeno.

A me è capitato questa estate, e precisamente intorno alla metà di Luglio, di tornare, dopo più di un quarto di secolo, a un punto di osservazione davvero privilegiato, dal quale è possibile godere della visione del più esteso dei ghiacciai delle Alpi orientali, quello del Monte Cevedale (m. 3750).

Si tratta del Rifugio Larcher (m. 2616), raggiungibile con una facile, seppur faticosa, passeggiata, dal limite settentrionale della Val di Pejo. Siamo in Trentino, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio, una zona dominata dal massiccio montuoso del Monte Vioz e appunto, del Cevedale, resi indimenticabili agli occhi del visitatore dal candore dei ghiacci perenni che vi dimorano.

Il Rifugio, dall’ultima volta che vi sono stato, è stato rinnovato ed è ora veramente molto accogliente: all’esterno sventolano sempre i vessilli dell’Italia, dell’Unione Europea, dell’Austria e del C.A.I., i tavolini sono affollati di escursionisti, in calzoncini corti e maglietta (il che la dice lunga su quale sia la temperatura di questo mese di luglio a un’altezza superiore a 2500 m.), uno stormo di gracchi alpini (Phirrocorax graculus) vola a bassissima quota in attesa di carpire qualche briciola dalle colazioni al sacco dei turisti. Sono intelligenti e piuttosto confidenti, questi corvidi d’alta quota, me lo ricordavo bene: se gli offrite una mollica e state a qualche metro di distanza, è agevole fotografarli, come potete vedere dall’immagine acclusa.

Bei momenti, da trascorrere sorseggiando una Radler o assaggiando uno dei dolci tipici che costituiscono la parte più “golosa” del menu del rifugio; non fosse per la stretta al cuore che provi quando, dalla vetta candida della montagna, la vista scorre verso il basso, lungo la vedretta, che non è più tutta scintillante come ricordavi, ma si tinge a tratti di un colore più cupo, blu intenso, dove il ghiaccio non è più protetto dalla neve recente e si intuisce facilmente che la fusione, soprattutto d’estate, deve essere rapida. Ma il dramma ha inizio più in basso, dove, ben mi ricordo, trenta anni or sono il ghiacciaio attanagliava ancora la roccia per centinaia di metri… ed ora è totalmente svanito… ridimensionato come un gelato alla crema nelle mani di un bambino troppo goloso.

Qui però non si tratta di qualche centimetro di Buontalenti, ma di uno spessore di decine e decine di metri di neve, solidificatasi in ghiaccio durante migliaia di anni, che si è squagliato nel giro di qualche decennio.

Qualcuno mi dice che sul lunghissimo crinale risplendente di neve al sole, dove ora minuscoli puntini si muovono, indicandoci che vi è una cordata in ascensione, un tempo non molto lontano la via era agevole, niente più che una lunga e faticosa escursione sulla neve, mentre adesso essa è infida, costellata di mutevoli crepacci, per cui ci si può avventurare solo con guide alpine molto esperte…

E il resto del ghiacciaio? Tutto, tutto è condannato a scomparire nel giro di altri venti, trenta anni, cosa del resto comune agli altri “fratelli di gelo” delle Alpi.

Ormai, non possiamo farci niente, tranne qualche miserando tentativo di “preservare” dei tratti interessati dallo sci estivo, coprendoli con teloni, come è accaduto per il vicino ghiacciaio dell’Adamello, sopra il Passo del Tonale.

E non è tutto: dove la roccia è più friabile, come sulle Dolomiti, lo scioglimento dei ghiacciai sta provocando, e sempre più provocherà, fenomeni di sfaldamento, frane, crolli di intere pareti…

Scendo lungo la Val de Lamare, dalla tipica forma a U propria delle valli d’origine glaciale, e so che anche qui, un secolo o due fa, il ghiacciaio era ben vivo, sorgente d’acqua e di vita per le genti e gli animali più in basso. Ne sono testimonianza le “rocce montonate”, che presentano le tracce d’erosione provocate dal peso e dai movimenti del ghiacciaio nel corso del tempo.

Qualche bellissimo fiore alpino, con i suoi colori, cerca di distrarmi dalle mie non liete meditazioni.

Lo fotografo per portarmelo a casa, senza danneggiarlo. Una nota cromatica con cui chiudo questo articolo.

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LA “ROTTAMAZIONE” DEL CORPO FORESTALE: ALTRI RISCHI PER L’AMBIENTE

Di Gianni Marucelli

Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

 

In agenda in Parlamento da molti mesi, si concretizza adesso il riordinamento della Pubblica Amministrazione, nell’ambito del quale ci interessa in particolar modo il previsto accorpamento del Corpo Forestale dello Stato a un’altra organizzazione, forse la Polizia dello Stato, meno prevedibilmente i Carabinieri. Peggiore ancora, l’ipotesi di “spacchettamento” della Forestale, un pezzo ai CC, un pezzo alla PS, un pezzo alle Polizie provinciali: un orrore che non sembra ancora scongiurato.

Da questa rivista, più volte abbiamo denunciato gli atteggiamenti assai poco meditati del Governo Renzi nei confronti delle questioni ambientali: stavolta l’errore, in nome della spending review, appare più marchiano del solito e non possiamo esimerci dal commentarlo.

In un periodo in cui le ecomafie imperversano, i delitti contro l’ambiente sono sotto gli occhi di tutti, la salute dei cittadini è minacciata anche sotto il profilo agro-alimentare, si assume l’improvvida decisione di smantellare l’unico Corpo di Polizia altamente specializzato nel combattere questi crimini, con una propria insostituibile autonomia e organizzazione, per risparmiare non si sa cosa, visto che il personale verrà mantenuto in servizio e così le Stazioni e i Comandi, nonché, si spera, la Scuola dove si formano i nuovi quadri.

Ovviamente, non siamo i primi a intervenire sulla questione: nei giorni scorsi, anche il Procuratore Nazionale Anti-mafia si è detto assai preoccupato per come si stanno mettendo le cose.

Contrarie al provvedimento, oltre che i Partiti di opposizione, le associazione ambientaliste, parte delle organizzazioni sindacali, ovviamente lo stesso CFS, oltre che numerosissimi esponenti del mondo scientifico e culturale.

Una domanda, cui non verrà data risposta perché non esiste, balza alla mente: se, come affermato dal Governo, l’Europa ci chiede di unificare i Corpi di Polizia, sopprimendone uno, qual senso può avere la scelta proprio del Corpo Forestale, quale agnello sacrificale, e non quella delle Polizie Provinciali, il cui mantenimento appare davvero incomprensibile nel momento in cui si sono soppressi gli Enti di riferimento, cioè le Province?

Se tra i nostri lettori c’è qualcuno che vuol provare a sciogliere questo enigma, ne sarò bel lieto…

 

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Spugne fritte killer…

Di Gianni Marucelli & Alberto Pestelli

Fonte: www.lanazione.it

Fonte: www.lanazione.it

È notizia di questi giorni, apparsa sul quotidiano fiorentino LA NAZIONE, del ritrovamento in vari giardini di Firenze, di alcune spugne fritte con lo scopo di eliminare cani e gatti.

Le spugne cotte nell’olio sono molto appetibili per i nostri amici a quattro zampe. Una volta ingerite, gli acidi gastrici sciolgono la pastella liberando la spugna che si rigonfia occludendo l’esofago e provocando una morte dolorosa.

Non è la prima volta che a Firenze e dintorni assistiamo alla scoperta dei bocconi avvelenati con topicidi, stricnina, vetro, chiodi e altre sostanze.

Molto spesso queste esche vengono sparse nei giardini pubblici dove i bambini giocano.

Potete intuire la drammatica pericolosità di questi gesti… e se un bambino… no, non voglio nemmeno pensarci.

Occorre, quindi, una maggiore attenzione da parte delle forze dell’ordine, con l’intensificazione dei controlli che coinvolga ogni singolo cittadino sensibile a questo grave problema.

Foto 2: www.genova24.it

Comunque sia, gli atti di crudeltà che vengono segnalati ogni giorno nei confronti di animali domestici in Italia sono infiniti: alcuni sono veramente atroci, frutto perverso di fantasie malate.

Come ebbe a spiegarci tempo fa una nota psichiatra fiorentina, le persone, soprattutto giovani, che compiono questi gesti soffrono per lo più di sindromi gravi, che andrebbero curate, poiché altrimenti alcune di esse sono “a rischio” di ripetere atti più o meno simili nei confronti di creature umane “deboli”, quali bambini, anziani, portatori di handicap.

Quindi, attenzione, da parte di genitori, parenti, docenti, soprattutto ai ragazzi che in età adolescenziale o post-adolescenziale manifestino tendenze alla crudeltà gratuita: infatti, queste possono sì essere indotte da processi imitativi di gesti compiuti da altri, ma altresì possono rivelare precocemente disagi psichici che è bene affrontare per tempo.

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Trentino Alto Adige – Un lago che vale una Carezza…

Di Alberto Pestelli

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Amanti dei giri tortuosi – specie se compiuti dalla mattina alla sera – macinando chilometri e chilometri, dopo interminabili saliscendi, curve e tornanti, siamo giunti, finalmente, a farci accarezzare dalla bellezza di un piccolo lago… il lago di Carezza… appunto!

Provenienti da quel di Siusi, la sosta con passeggiata lungo le sponde del meraviglioso specchio d’acqua dolomitico e pranzo a base di polenta, funghi, salcicce, formaggi d’alpeggio e fiumi di birra, era d’obbligo.

Lasciata l’automobile presso l’affollato parcheggio e percorsa una breve galleria per non farci attraversare la statale 241, che porta al passo di Costalunga e infine in Val di Fassa, eccoci a specchiarci sul lago, proprio come le magiche dirimpettaie maestose cime del gruppo del Latemar.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Il Karersee (nome in tedesco del laghetto), si trova nell’alta Val d’Ega a circa 1500 metri sul livello del mare e dista venticinque chilometri da Bolzano.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Essendo il luogo nella zona d’influenza ladina, il lago è chiamato Lec de arcoboàn, in altre parole il lago dell’arcobaleno. Non ha immissari di superficie ma è alimentato da sorgenti sotterranee. A seconda delle stagioni e delle condizioni del tempo meteorologico il suo livello e la sua grandezza variano. Con lo scioglimento delle nevi, in primavera inoltrata, presenta la sua massima espansione e profondità (290 metri di larghezza per 140 di lunghezza per 18 metri di profondità). In autunno inoltrato il livello dell’acqua diminuisce a circa sei metri. Durante l’inverno l’acqua ghiaccia.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

Nelle sue acque vive un salmerino alpino – una specie di trota – grande vorace predatore di piccoli pesci, insetti, larve e crostacei.

Il lago è completamente circondato da boschi di abete rosso (Picea abies) che, grazie al suo utilizzo per la costruzione di casse armoniche di strumenti a corda (in special modo violini e similari) è definito abete di risonanza.

Il lago di Carezza - Alberto Pestelli © 2012

Il lago di Carezza – Alberto Pestelli © 2012

C’incamminiamo lungo il sentiero attrezzato che ci permette di compiere il periplo del lago in perfetta sicurezza. Infatti, non è possibile accedere alle sue rive. Si cammina senza fretta perché essa porta solo al vago ricordo di un luogo. È bene, quindi, misurare i propri passi: si sente il contatto con la natura e ci si riempie gli occhi di colori, le orecchie di suoni, i polmoni di aria pura e… e non importa se rimaniamo indietro rispetto a tutti gli altri visitatori che non vedono l’ora di tornare verso i vari negozietti e tavole calde vicino al parcheggio… hanno paura di non trovare posto ai grandi tavoloni. Tutti alla fine si sentiranno sazi, anche quelli che si sono attardati a catturare una sensazione in più.

Alla fine anche noi, a tavola, mangiamo di gusto pensando alla carezza di un laghetto magico!

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Anche quest’anno è arrivato Natale!

A Mesagne un paese del nostro Sud, cinquanta anni fa.

Di Carmelo Colelli

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“Anche quest’anno è arrivato Natale!”

Questo diceva la mattina della vigilia dell’Immacolata, la “nunna Mmiluccia”, la signora Carmela mentre cominciava a trafficare in cucina e il marito, “lu nunnu Ntunuccio”, il signor Antonio accendeva il fuoco sotto al caminetto e lei, avvolta ancora nello scialle di lana, per ripararsi dal freddo, prese la madia, la sistemò sul tavolo della cucina, quello che usavano per mangiare ogni giorno, da uno stipetto prese la farina, il lievito, quello madre, fatto in casa, l’olio, le olive nere e sistemò tutto sul tavolo attorno alla madia. Prese anche un piccolo contenitore in terracotta “lu pugnatieddu”, lo riempì d’acqua e lo sistemò vicino al fuoco, l’acqua doveva diventare tiepida.

Rivolgendosi al marito disse: “Ntunu! oggi è la vigilia dell’Immacolata, mi raccomando non si mangia fino a questa sera, oggi si fa il digiuno in onore della Madonna.”

Lu nunnu Ntunucciu le rispose: “va bene! va bene! lo so che oggi si fa il digiuno ed io, come ogni anno, lo faccio il digiuno, tu però prepara cose buone per questa sera!”

La “nunna Mmiluccia”, senza lasciare ciò che stava facendo gli rispose: “non ti preoccupare, a casa nostra, anche se è povera, le cose buone non mancano mai” ed aggiunse: “verso mezzogiorno vieni, così prendi “li pucci cauti cauti” le pucce calde-calde e le porti in campagna ai nostri figli e a tutti quelli che lavorano con loro.

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Puccia grande da pizzeria salentina” di FlorixcOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

L’acqua ormai si era intiepidita, la “nunna Mmiluccia”, prese “lu pignatieddu” da sotto al camino, prese la farina, fece un monticello, con le mani aprì la farina fino a formare un piccolo cratere. In questo cratere versò un po’ d’acqua e il lievito, cominciò ad impastare, la lavorò tanto con le sue mani, aggiunse un po’ d’olio, un pizzico di sale e continuò ad impastare ancora per un po’, quando vide che l’impasto era tutto uniforme e morbido, aggiunse le olive nere, quelle dolci con il nocciolo.

La “nunna Mmiluccia” mentre impastava, sembrava un sacerdote sull’altare, sembrava che stesse pregando la Madonna Immacolata.

Quando finì di impastare, divise la massa in tanti pezzi, uguali e, dando con le mani una forma arrotondata, li sistemò sopra una tovaglia pulita, li coprì e li lasciò lievitare sotto una coperta di lana.

Dopo un po’ di ore passò il fornaio, prese “lu tauliere”, una tavola di legno adatta per il trasporto del pane, con sopra le pucce e le portò al forno.

Il fornaio, verso mezzogiorno, riportò a casa della “nunna Mmiluccia”, le pucce ancora calde.

In paese, vi era l’usanza di mangiare la puccia calda a mezzogiorno, i ragazzini non aspettavano altro quel giorno.

La “nunna Mmiluccia” prese le pucce ancora calde, le sistemò in un grande tovagliolo, quelli di cotone a quadri blu o rossi, sistemò il fagotto in un piccolo paniere, con un bottiglione di vino, quello casereccio, “lu nunnu Ntunucciu” prese il paniere, inforcò la bicicletta e, presto presto, arrivò in campagna, dove c’erano i figli con gli altri lavoranti.

Lei, appena il marito amdò via, cambiò l’acqua al baccalà, lo aveva messo a bagno la sera precedente, doveva perdere la salatura, fatto questo, si mise a pulire le cime di rapa, i cavolfiori, le cicorie e le cicorielle campestri. Quando finì di pulire la verdura, preparò il sugo col baccalà, il baccalà con le patate al forno, ne lascio alcuni pezzetti, li avrebbe fritti più tardi, preparò le rape stufate con il peperoncino e lessò le cicorie.

Dopo che ebbe sistemato queste cose, prese un contenitore in terracotta, mise dentro la farina, aggiunse l’acqua ed il lievito, con le mani la giro tante volte fino a quando fu completamente sciolta, aveva ottenuto un impasto molto molle, copri la coppa con una coperta e lasciò crescere la pastella, più tardi avrebbe fatto le pettole.

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Pittule cu li fiuri ti cucuzza” di FlorixcOpera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Mentre trafficava in cucina, il tempo passava, nel frattempo i figli erano tornati dalla campagna, anche “lu nunnu Ntunucciu”, era rientrato, poco per volta anche gli altri figli con le mogli e i propri figli arrivavano: tutti presenti per la cena.

Sotto il caminetto, il fuoco crepitava, tre grossi ceppi di legna di olivo, bruciavano piano piano, c’era anche il treppiede con sopra la padella, quella nera per la frittura, piena di olio fumante, vicino al caminetto “la nunna Mmiluccia”, con accanto la coppa con la pastella, ormai ben lievitata e un grande piatto in terracotta, pieno di baccalà, olive, alici salate, pezzetti di cavolfiore lesso, capperi, tranci di tonno, ingredienti per farcire le pettole.

La nunna Mmiluccia, iniziò a friggere, appena le prime pettole furono pronte, le mise in un piatto e disse: “Beh! Assaggiatele adesso che sono calde, fate attenzione a non scottarvi!” raccomandò ai nipotini, passò il piatto alla figlia e continuò a friggere.

Le pettole erano una diversa dall’altra, avevano tutte forme strane, una più grossa, una più piccina, queste forme si generavano dal cadere della pastella nell’olio bollente, per la fantasia dei bambini, somigliavano a tanti animali strani. La nunna Mmiluccia, prendeva la pastella in una mano che chiudeva a pugno e la lasciava uscire dal disotto, con il dito indice dell’altra mano, la staccava facendola cadere nell’olio bollente.

Lu nunnu Ntunucciu appena ebbe assaggiata la prima pettola disse: “Ti la Mmaculata la prima pittulata”, “Alla vigilia dell’Immacolata la prima pettolata” e bevve il primo bicchiere di vino.

La moglie continuava a friggere pettole, con pezzi di baccalà, cavolfiore, olive ed altro, frisse anche una bella porzione di pettole vuote, le fece più piccole e più tondeggianti, le mise in disparte le avrebbe coperte dopo con lo zucchero ed il vincotto, i bambini ne erano golosi ed anche ai grandi piacevano molto: era il primo dolce natalizio.

Quando ebbe finito, tolse la padella con l’olio fritto, pulì sotto al caminetto mentre il fuoco continuava a crepitare.

Appena vide che la pasta si era cotta, invitò tutti a sedersi a tavola, tutti presero posto ed iniziarono a cenare.

Per primo mangiarono la pasta condita col sugo del baccalà, il baccalà con le patate al forno, le rape stufate, i cavolfiori, le cicorie e le cicorielle campestri, alla fine baccalà fritto e pettole.

Poi fu la volta della verdura cruda e frutta di stagione: finocchi, arance, mandarini, grappoli di uva invernale, questa proveniva di solito dalla pergola del cortile della casa, frutta secca, mandorle, noci e fichi secchi con la mandorla dentro.

Per finire mangiarono le pettole con il vincotto e con lo zucchero.

Le pucce, le pettole, il baccalà fritto e il vino nuovo, quello di malvasia, erano i re e le regine della vigilia dell’Immacolata.

FOCOLARE-02Quando tutti andarono via rimasero soli lu nunnu Ntunucciu e nunna Mmiluccia, seduti vicino al focolare, con il fuoco che si consumava piano piano, lu nunnu Ntunucciu disse: “Hai visto che bella vigilia abbiamo passato!”, la moglie gli rispose: “Dobbiamo ringraziare la Madonna che si venera domani” e continuò dicendo: “Ora è veramente arrivato Natale!”.

Carmelo Colelli 07-Dicembre-2014

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Lazio – Il Palazzo Farnese di Caprarola (Viterbo)

Di Alberto Pestelli

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Conosco il Lazio quasi quanto la Toscana e la Sardegna che sono le mie regioni di origine. Naturalmente conoscerne ogni angolo è impossibile ma negli anni ho visitato molti paesi e borghi laziali quel tanto che bastava per affermare… sì, ci sono stato e ci ritornerei…

Una delle zone più affascinanti del Lazio, a mio avviso, è la Tuscia viterbese. Forse perché conserva il fascino e il mistero di un popolo che ha abitato anche la Toscana e l’Umbria, forse perché anch’io mi sento un po’ Etrusco, nonostante la mia nuragicità… nuraghetrusco!

Spesso mi sono ritrovato a girovagare tra i suoi paeselli, dove costruire la casa con i blocchi di tufo, è ancora di moda, tra i suoi laghi di origine vulcanica, tra i suoi boschi che in autunno offrono colori e profumi del tutto particolari.

Ma non c’è solo natura in quelle contrade ma Storia (con la S maiuscola) e Arte che purtroppo stentano a varcare i confini regionali se non quelli provinciali o addirittura comunali.

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E Caprarola, uno dei bei borghi del viterbese non fa eccezione. Situato a sud dei Monti Cimini e a oriente del lago vulcanico di Vico, conserva un bellissimo esempio architettonico del XVI secolo. Nonostante sia immersa nell’antico territorio dei Rasenna, Caprarola è stata fondata in tempi più recenti.

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Le prime notizie di un insediamento stabile si hanno intorno all’XI secolo. Senza addentrarci nella storia del paese, che meriterebbe un capitolo a parte, mi sembra appropriato parlare del suo bellissimo Palazzo Farnese (detta anche Villa Farnese).

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Ideato come fortezza difensiva, il progetto fu dato al Sangallo il Giovane dal Cardinale Alessandro Farnese detto il Vecchio. La “prima pietra” fu posta nel 1530. Dopo sedici anni dall’inizio dei lavori il Sangallo morì e i lavori furono sospesi nel 1546. Il successore, cardinale Alessandro Farnese il Giovane, intenzionato a riprendere i lavori, affidò incarico al Vignola (1547) di portare avanti il progetto. Tuttavia i lavori ripresero ben dodici anni più tardi dopo che il famoso architetto ebbe modificato in maniera rilevante il progetto originale. Anche se la pianta pentagonale rimase così com’era, la costruzione fu modificata per farne un imponente palazzo seguendo lo stile rinascimentale. Lo scopo della costruzione fu subito chiara: doveva diventare la residenza estiva del cardinale Farnese.

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Per accedere alla costruzione dobbiamo salire una bellissima scalinata. Il Vignola la costruì tagliando la collina. Lo scopo di tutto ciò era quello di isolare il palazzo dal resto delle abitazioni del borgo e, con il “nobile” intento di renderlo armonioso con il territorio di Caprarola. Inoltre per aumentare la sua maestosità, l’architetto progettò e costruì una strada rettilinea per avere un’ottima visuale dall’alto del borgo.

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Entrando all’interno del palazzo non possiamo fare a meno di notare un bellissimo cortile a due piani di cui uno, il superiore, è un po’ arretrato. Il cortile fu realizzato dal Vignola. È circolare e le volte furono affrescate da Antonio Tempesta.

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Il Vignola non era solo un architetto ma anche un valente pittore. Affrescò la scala interna detta Scala Regia che gira intorno ad una trentina di colonne. Secondo voci dell’epoca il cardinale Farnese saliva queste scale, in sella al suo cavallo, per raggiungere il piano dei suoi alloggi (il piano nobile).

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Il piano che è stato denominato Piano dei Prelati (piano rialzato) ha un doppio accesso: interno e dalla scalinata esterna. In questa zona del palazzo troviamo le stanze affrescate da Taddeo Zuccari, quella delle stagioni del Vignola e la stanza delle guardie.

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Nel piano nobile niente è lasciato al caso. Sale e saloni sono disposti secondo uno schema ordinato, meticoloso e all’avanguardia per i tempi. Infatti, le zone dove il sole difficilmente batteva (ala ovest) erano destinate a essere abitate durante i periodi estivi, mentre gli appartamenti invernali sono situati a est dove, appunto batte il sole.

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La zona che era abitata d’estate fu affrescata dallo Zuccari mentre gli appartamenti d’inverno dal Bertoja, al secolo Jacopo Zanguidi, dal Giovanni De Vecchi e da Raffaellino da Reggio. Ma le opere d’arte non si fermano qui… Il Palazzo Farnese di Caprarola ha visto un gran via vai di talentuosi artisti dell’epoca tra i quali spicca l’autore degli affreschi della sontuosa Stanza del Mappamondo, Giovanni Antonio da Varese.

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Ogni villa che si rispetti ha il suo giardino o “Orti farnesiani” (da non confondere con gli omonimi giardini della famiglia Farnese sul Palatino a Roma). I giardini del palazzo di Caprarola sono un bellissimo esempio tardo rinascimentale. Si trovano alle spalle della sontuosa costruzione a ridosso del colle dove è stata costruita e collegati con dei ponti.

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Se vi trovate nei paraggi della zona dei laghi vulcanici della Tuscia laziale, una visita a Caprarola è obbligatoria farla per ammirare uno dei più begli esempi di architettura tardo rinascimentale della nostra penisola. Forse non famosa quanto Villa Lante e i suoi giardini di Bagnaia nei pressi di Viterbo, ma costituisce una bellissima immersione in un angolo suggestivo del Lazio. Senza contare che da quelle parti si mangia e si beve da Re… anzi, da Cardinali.

 Fotografie di Alberto Pestelli © 2005

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Lazio – Il Palazzo Farnese di Caprarola (Viterbo) di Alberto Pestelli © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Toscana – LA RISERVA NATURALE DEI MONTI ROGNOSI

Di Gianni Marucelli

Un territorio ricco di storia e di tesori minerari e naturali

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Primo Gennaio del 2011. Con un esiguo gruppetto di amici, presso i quali ho trascorso l’ultimo dell’anno, salgo le pendici dei Monti Rognosi, in una lunga passeggiata tesa a smaltire la cena di S. Silvestro. Sul terreno rimangono le tracce delle recenti nevicate, tracce che si fanno strato ancora consistente sull’ampio crinale che dobbiamo percorrere. Davanti a noi spiccano, sul bianco, delle macchie scure, che si susseguono per un bel tratto. Quando ci avviciniamo, scopriamo di trovarci su un vero e proprio “WC” a cielo aperto, utilizzato di recente da un branco di lupi, le cui orme risultano evidenti sul terreno. Devono aver sorpreso qualche ungulato, cinghiale o capriolo, impacciato dalla neve alta; della preda rimangono solo i peli che spuntano dalle “fatte”…

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Faccio così conoscenza, seppure indiretta, di uno degli abitatori di questo complesso montuoso situato tra Arezzo e l’Alta valle del Tevere, cui compete il nome, non certo attraente, di “Monti Rognosi”. Dovuto all’aspetto brullo che l’area doveva avere, ed ancora in parte possiede, qualche decennio or sono, il toponimo oggi non avrebbe più ragione di esistere, in quanto, dagli anni Venti del secolo scorso, una vasta opera di rimboschimento ha popolato i rilievi di essenze arboree, in primo luogo costituite da Pino nero e Pino marittimo: ma, a parte questa considerazione, ci troviamo in una zona di considerevole valore botanico per le specie rare che vi allignano, e di cui tra poco parleremo.

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Solo una minima parte (170 ha.) dei Monti Rognosi, quella per l’appunto più ricca di piante erbacee non comuni, è protetta dal vincolo ambientale di Riserva Naturale della Provincia di Arezzo (istituita nel 1998); tutto il complesso ha però un grande valore storico, oltre che naturalistico. Di qui infatti transitava la romana Via Ariminensis, che portava appunto alla costa adriatica; di qui, in tempi più recenti e in parte sullo stesso tracciato, la Strada maremmana, percorsa dalle greggi durante la transumanza.

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Inoltre, per la loro particolare struttura geologica, questi rilievi sono sempre stati ricchi di minerali pregiati, in primis il rame, i cui giacimenti furono sfruttati già in epoca protostorica (una piccola ascia di bronzo, rinvenuta sul territorio, è stata datata al 2000 a.C.), quindi dagli Etruschi e dai Romani. Nella seconda metà del XVIII secolo fu iniziata l’estrazione industriale della materia prima, che tuttavia non durò a lungo, probabilmente per i costi elevati e per le rese modeste. Tuttavia, ancor oggi qui il rame “nativo” è presente, come l’oro e l’argento, sia pure in minime quantità; inoltre, minerali ricchi di ferro sono stati oggetto di escavazione per lungo tempo.

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Un piccolo scrigno di tesori, dunque, la cui presenza è giustificata, come abbiamo accennato, dalla storia geologica del territorio.
“L’intera zona dei Monti Rognosi è costituita è costituita da un esteso affioramento di Ofioliti”, che raggruppa tre tipi di rocce , serpentiniti, gabbro e basalto, le quali, 200 milioni di anni fa, formavano il fondale di un braccio del vasto Mare Tetide, il Mare Ligure-piemontese . Durante i movimenti tettonici che portarono all’orogenesi della catena appenninica, limitate porzioni di questo fondale divennero terraferma, e attualmente sono ancora presenti in alcuni rilievi della Toscana (forse il più notoè il Monte Ferrato che sovrasta Prato). I Monti Rognosi sono formati in prevalenza da serpentinite, in cui sono appunto presenti minerali di rame e di ferro (soprattutto calcopirite e pirite).

Monti rognosi 042La natura del suolo così costituito, dove l’humus forma solo uno strato sottile, spesso asportato dal ruscellamento dovuto alla pioggia, rende difficili le condizioni di vita per le piante, sia arboree che erbacee; solo alcune si sono perfettamente adattate a tale habitat, e in genere si tratta di erbe piuttosto rare: ecco quindi che i Monti Rognosi, oltre che per gli esperti di mineralogia, sono un appetibile campo di studi anche, e soprattutto, per i botanici. In genere si tratta di piante poco appariscenti, bene identificabili solo nella fase della fioritura (almeno dai non esperti), ottimamente inserite, con altre essenze, in una gariga più o meno brulla: di una di queste, l’Alyssum Bertolonii, ha diffusamente parlato la vicedirettrice Stefania Fineschi sul primo numero del corrente anno di questa rivista, a proposito di phitoremediaton, ovvero del disinquinamento dei terreni attraverso le qualità di determinate essenze.

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L’Alyssum possiede infatti la proprietà di accumulare nelle sue foglie metalli pesanti, in particolare il nichel di cui sono ricche le serpentiniti. Probabilmente si tratta di un comportamento “difensivo”, teso a indurre gli erbivori a non brucare: insomma, come se la pianta dicesse: “Tròvatene un’altra, perchè io sono davvero disgustosa!”. Altre specie caratteristiche di questo ambiente sono la margherita del serpentino, lo spillone del serpentino e la Stipa etrusca , insieme alla stretta parente Stipa tirsa (pianta davvero rara), che, come si vede nella foto, può formare dei prati assai suggestivi nel periodo della fioritura.
La più alta cima della Riserva, il Poggio di Pian della Croce (mt. 630), è, sulla rotonda parte sommitale, coperta da una simile prateria. La gariga intorno è punteggiata da cespugli di ginepro rosso, una macchia di colore sul verde delle altre essenze, tra cui l’erica da scope, che faticosamente vivono in un ambiente tanto aspro, sfruttando gli accumuli di suolo esistenti nella prateria e nelle fratture della roccia…

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Se dalle pendici dei rilievi scendiamo verso la loro base, oltre agli impianti di pino troviamo il bosco di latifoglie, là dove l’habitat si fa più umido e l’humus più consistente: ecco allora l’orniello, e quindi il sorbo montano e la roverella: ma siamo ormai nella zona del Torrente Sovara (dal latino Suara – Sus = porco – , che indica come nella zona fossero presenti allevamenti di maiali) un limpido torrente che delimita in parte la Riserva. Qui, tra antichi castagni, cerri, ontani, carpini, la vegetazione forestale torna a essere quella propria delle zone collinari della Toscana: il Sovara, poi, nasconde, scorrendo tra i salici e i pioppi, piccoli tesori faunistici: granchi e gamberi d’acqua dolce, un tempo così comuni in tutti i ruscelli appenninici e che l’inquinamento e la predazione umana hanno in gran parte distrutto, non solo in Italia ma in tutta l’Europa. Altri ospiti del torrente sono la salamandrina dagli occhiali e la rana appenninica, mentre l’ambiente tipico dei Monti Rognosi, la gariga, è l’habitat prediletto di quattro specie di passeriformi piuttosto rari, la sterpazzolina e l’occhiocotto, appartenenti alla famiglia dei Silvidi, lo zigolo nero e lo zigolo muciatto. Tra i rapaci si segnala la presenza e la nidificazione dell’astore , nonché del biancone e del falco lodolaio, che si trovano a proprio agio cacciando nelle distese aperte della gariga; il primo, per chi non lo sappia, è “specializzato” nella predazione dei serpenti. In questo habitat in parte rupestre pone il suo nido anche il caprimulgo, o succiacapre, predatore notturno di falene e altri insetti, formidabile per il mimetismo con cui si amalgama ai colori dell’ambiente; il suo tipico grido lamentoso lo segnala tuttavia al visitatore dopo il tramonto.

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Sui Monti Rognosi, anche se non strettamente legati alla Riserva, sono presenti in abbondanza animali certo più comuni ma non meno suggestivi: non è cosa rara avvistare, nelle radure, i caprioli, all’alba e al tramonto, e , come ormai ovunque, abbondano i cinghiali, che, qui come altrove, costituiscono il cibo prediletto del Re dell’Appennino, il lupo, che ha ormai ricolonizzato non solo l’intero Appennino, ma, in Toscana, anche l’Amiata, i Monti del Chianti,
la Maremma, quei territori di caccia da cui secoli di persecuzioni da parte dell’uomo lo avevano bandito. Silente ed elusivo, a giusto titolo diffidente di ogni attività umana, avvistarlo è un caso estremamente fortunato. Molto più facile trovarne le tracce, come abbiamo testimoniato all’inizio di questo articolo, oppure accertarne la presenza con la tecnica dello howling, ossia dell’emissione
di ululati precentemente registrati cui talvolta i lupi rispondono…almeno finchè non si accorgeranno che anche questa è una diavoleria inventata dall’uomo.

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Anghiari e la “Battaglia” perduta di Leonardo da Vinci

La Riserva è situata a 15 minuti d’auto da Anghiari, suggestivo centro medioevale che si affaccia sulla Alta Valtiberina, dirimpetto a Sansepolcro. Fondata dai Longobardi, probabilmente nel VII sec. d.C., e sviluppatasi quale Abbazia dell’Ordine Camaldolese all’inizio del sec. XII, presenta un impianto urbanistico ricco di stratificazioni, che mantiene però l’originaria struttura Alto-medioevale. Tra vicoli stretti, passaggi coperti e scorci che fanno la felicità di ogni fotografo, il visitatore sale fino alla Piazza del Popolo, ove si erge il Palazzo del Podestà, costruito nel ‘300. La cittadina, oltre che per la propria indubbia bellezza, è famosa perchè il suo nome è rimasto legato alla celebre battaglia d’Anghiari, nella quale la Lega guidata da Firenze sconfisse le truppe del Duca di Milano (1440), agli ordini di uno dei più celebri condottieri del tempo, Antonio Piccinino, frenandone l’espansione verso sud.

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La vittoria, come è noto, doveva essere immortalata da un grande affresco di Leonardo in Palazzo della Signoria, a Firenze; ma il metodo sperimentale di pittura “a fresco” adottato dal genio di Vinci fallì miseramente e l’opera andò distrutta. Ce ne rimane un cartone, uno studio preparatorio realizzato nei primi anni del ‘500, dal quale possiamo evincere quale capolavoro non ci sia pervenuto. Inutili, finora, sono stati i tentativi compiuti, anche di recente, di ritrovare la sinopia del lavoro leonardesco sulla parete la cui ubicazione ci è stata tramandata dal Vasari.

Nelle terre di Piero

La zona che stiamo visitando non è solo ricca da un punto di vista storico-naturalistico: vi è presente infatti, nel giro di pochi chilometri, la maggiore concentrazione di opere d’arte di uno dei maggiori pittori di ogni tempo, quel Piero della Francesca che ebbe i propri natali a Sansepolcro (1418 circa) e, basando la propria concezione pittorica sui nuovi canoni della prospettiva (di cui fu anche illustre teorico), li applicò ad irripetibili capolavori quali la Madonna del Parto, visibile in un proprio spazio espositivo a Monterchi, il ciclo di affreschi della Leggenda della Vera Croce (Arezzo, chiesa di San Francesco), la Resurrezione e il Polittico della Misericordia (Sansepocro, Museo Civico). Qualsiasi itinerario non può assolutamente prescindere da questi luoghi.

Come raggiungere e visitare la Riserva

I Monti Rognosi si trovano a pochi chilometri a nord di Anghiari, in provincia di Arezzo, per cui
si può fare base di partenza da questa cittadina medioevale che, come abbiamo detto, vale la pena di visitare. Essa si raggiunge dal capoluogo dirigendosi sulla Strada Regionale n. 71 verso Bibbiena e
intercettando poco dopo la n. 43. Da Anghiari è poi necessario dirigersi, tramite la n. 45, verso Ponte alla Piera e, dopo circa km. 4, svoltare a sinistra in località Bagnolo. In corrispondenza della diga sul torrente Sovara ha inizio uno dei sentieri della Riserva, per la verità ancora di incerta segnaletica. E’ consigliabile perciò rivolgersi alle Guide specializzate: tra esse segnaliamo il competentissimo Sig. Rossano Ghignone, di Anghiari, cui si devono parte delle notizie contenute in questo articolo, nonché alcune foto. Lo troverete telefonando al seguente numero: 3392464939.
Per chi volesse fare da solo, segnaliamo la “Carta dei Sentieri Valtiberina e Marca Toscana” (scala 1:50.000), Comunità Montana Valtiberina Toscana, Regione Toscana e Club Alpino Italiano.
Per saperne di più, la sezione dedicata ai “Monti Rognosi” del volume “Aree protette della Provincia di Arezzo”, ed. Le Balze, E. 10.

Licenza Creative Commons
Toscana – La riserva naturale dei monti Rognosi di Gianni Marucelli © 2011 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Bari, Storie ed Emozioni

Una città, una terra che non ha uguali, raccontata dal nostro redattore Carmelo Colelli.

Prefazione di Iole Troccoli

Leggendo gli articoli di Carmelo Colelli, Bari appare come una città che ci viene incontro sorridendo. Infatti, si ha subito netta la percezione di un bel sole dorato che ci solletica la nuca mentre passeggiamo, oppure di un’onda che ci lambisce con i suoi colori azzurri e blu. Piano piano, continuando la lettura, si materializzano anche strade e piazze, intromissioni di luci, profumi di pane buono, sorrisi regalati e ricevuti. C’è accoglienza nelle sue pagine, ricordi di bambino e adolescente mescolati alle prime esperienze di vita e di lavoro, in un insieme che sa di sentimento schietto e ben radicato. Accanto a questo, anche i monumenti, le cattedrali, paiono prendere vita, raccontati così come lui ce li racconta, con attenta sensibilità. Carmelo ci porta, con la sua penna, a interagire con i personaggi dei suoi ricordi di fanciullo, con l’odore di una strada, con la visita di un Papa, il tutto con gioia genuina e riconoscenza per la città – Bari, appunto – che lo ha accolto quando era ancora un ragazzino. Sale la voglia di addentrarsi con lui, perciò, in mezzo alle vie che ci descrive, trasportati dalla sua allegria e il suo entusiasmo contagioso. Alla fine delle letture, anche a noi viene quindi spontaneo esclamare: Bari, ti vogliamo bene! (Iole Troccoli)

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La fabbrica di Bardaro

Di Carmelo Colelli

Qualche sabato fa, percorrevo la Brindisi-Mesagne, in macchina. Con me c’erano i miei due figli. Dopo aver superato la vecchia casa cantoniera, ancora rossa con i profili bianchi, ecco alla mia destra un edificio malconcio, ridotto male dalle intemperie del tempo e dall’abbandono.

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Mia figlia mi chiese cosa fosse quella struttura, non me l’aspettavo, ma la domanda mi giunse gradita: mi diede la possibilità di raccontare una mia esperienza di molti anni fa.

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In quel capannone, negli anni ’60, vi era la fabbrica di Franco Bardaro, per la produzione di bevande, aranciate, limonate e gingerino: le Aranfrutto, le Lemonfrutto e il Ginger 007, un vero gioiello, in quegli anni.

Ricordi affiorano alla mente: avevo messo piede in quella fabbrica, nel lontano mese di Luglio del 1969 e ne ero rimasto affascinato dalla linea di produzione, di acciaio scintillante, movimentata meccanicamente, dalle luci che si accendevano e si spegnevano sul pannello di controllo linea, dall’ordine, dalla pulizia, dal laboratorio chimico per l’analisi dei prodotti, l’acqua e i componenti per la produzione delle bibite.

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Come ogni anno, dopo aver terminato la scuola, andavo a Mesagne; quell’anno l’amico con cui trascorrevo il tempo libero mi disse che voleva cercare un lavoro, aveva bisogno di soldi, voleva comprarsi la moto, una moto usata, un vecchio “Itom 50 sport”, rosso corsa, che aveva già visto, gli piaceva ma non aveva tutti soldi necessari per acquistarla.

Il lavoro lo cercammo insieme, volevamo fare gli aiutanti muratori o piastrellisti, chiedemmo a vari maestri, nessuno aveva bisogno del nostro aiuto.

Fu proprio durante questa ricerca, che una signora, sentendo la nostra richiesta, ed avendo ascoltato la risposta negativa di un maestro muratore disse:

“Vagnù aggiu ‘ntisu ca alla ghiacciaia, sta cercunu giuvini, pi la fabbraca nova, quedda ca stai sobbra alla strata ti Brindisi”,

“Ragazzi ho sentito che alla ghiacciaia, stanno cercando giovani, per la fabbrica nuova, quella che si trova sulla strada per Brindisi”.

Contenti io ed il mio amico, andammo velocemente alla ghiacciaia, quella di fronte alla scuola elementare in via Marconi, dove un tempo si producevano blocchi di ghiaccio.

Ci ricevette una gentile signora bionda, la signora Violetta Leone, ci spiegò il tipo di lavoro da svolgere, gli orari, la cura da mettere nelle varie operazioni, infine la cosa che ci interessava di più: la paga settimanale.

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Io ed il mio amico ci guardammo soddisfatti, era più di quello che ci aspettavamo, il lavoro ci sembrò meno duro del dover trasportare “baioli ti conza, piastrelle, tufi e tirsalori”, “caldarelle di malta, piastrelle, blocchi di tufo o fette di questi, comunque pesanti”.

La mattina successiva, puntuali, anzi in anticipo, ci ritrovammo vicino alla ghiacciaia, erano le 5.30, vedemmo arrivare, donne di varie età, ragazze e ragazzi come noi.

Arrivò anche un pulmino, un vecchio leoncino OM color crema, uno dopo l’altro salimmo, ancora non erano le 6 quando il mezzo partì col suo carico di lavoranti ancora assonnati, dopo poco la prima fermata, “Porta Grande”, un altro gruppo di donne e ragazze, salì e si ripartì, per un’altra fermata, “Allu zzicchinu”, poi il pulmino iniziò la sua corsa verso la fabbrica sulla strada per Brindisi.

Alle 6.00 tutti a posti di lavoro!

All’interno vi era la linea di imbottigliamento, per le bottiglie da litro e per quelle piccole.

ARANFRUTTO-01

Il percorso delle linea iniziava dalla sezione lavaggio, le bottiglie venivano lavate e sterilizzate, venivano sistemate, dalle lavoranti, sulla catena ed in fila indiana, si avviavano alla sezione riempimento, altro passo avanti, sezione tappi, un braccio meccanico sistemava i tappi corona, ancora avanti e le belle bottiglie bianche o quelle verde chiaro, venivano corredate, sempre automaticamente, dell’etichetta.

La corsa finiva in una zona circolare del diametro di un paio di metri, qui le bottiglie si addossavano le une alla altre ed era necessario rimuoverle velocemente e sistemarle nelle cassette.

Nelle varie sezioni della linea di produzione, vi erano le donne, tutte col grembiule celeste e la cuffietta sulla testa che le controllavano e le sistemavano. Alla sezione fine corsa, bisognava essere ancora più veloci, le bottiglie andavano rimosse per dare spazio alle altre in arrivo, non bisognava far intasare la zona, non si poteva far fermare la catena.

Le ragazze le prendevano e le sistemavano nelle cassette, in ognuna di queste 16 bottiglie, in quegli anni le cassette erano di legno ed erano pesanti, specialmente quelle da litro.

Sistemate le cassette noi ragazzi dovevamo essere veloci, a rimuoverle e portarle nella zona stoccaggio, per il successivo carico sugli automezzi adibiti al trasporto.

Le ore passavano, veloci come le bottiglie, i lavoranti compivano le varie operazioni, con precisione e meticolosità, ma non erano dei robot, avevano un cuore.

Due sole settimane, in quella fabbrica mi sono bastate per portare via tanti ricordi, tornati oggi alla luce:

le madri che parlavano tra loro, sottovoce, dei loro figli, della loro famiglia, dei vicini di casa, a qualcuna, talvolta, veniva giù anche una lacrima pensando al figlio o al marito lontano, le ragazze chiacchieravano tra loro, era inevitabile non sentire i loro discorsi eravamo li, tutti vicini:

“Lu vagnoni mia, mo ava partiri ssurdatu, è avutu già la cartullina, ava ssa fari lu marinaru”

“Il mio ragazzo, ora deve partire per il militare, ha già avuto la cartolina precetto, deve andare a fare il marinaio”

Proprio sull’ultima “u” partiva il pianto, prontamente smorzato dalle risa delle compagne, si tornava a sorridere.

Per me in poche ore, una successione di piacevoli interrogatori:

“Ma tuni sinti ti Misciagni o sinti ti Bari?”,

“Ma tu sei di Mesagne o sei di Bari?”,

sono di Mesagne ma da cinque anni vivo a Bari

“A Bari studi?”

Si sono studente, frequento la scuola per geometri.

“Ma mammata non eti la soru ti la nunna Vita?”,

“Ma tua madre non è la sorella della signora Vita?”,

Si la signora Vita è mia zia, la sorella di mia madre.

Ogni tanto il tono della voce si faceva più basso o cessava, avevano visto arrivare qualcuno dei proprietari o dei responsabili del reparto.

Non ricordo quante cassette di bottiglie e bottigliette spostai per tutto il giorno, a sera nel pulmino ero stanchissimo, le braccia cascavano da sole.

La notte, il riposo ed il sonno, rimisero a posto tutto, la mattina dopo, alle 5.30 ero pronto a ricominciare.

Passarono veloci come le bottiglie, le due settimane, “La festa ti Luglio era rrivata”, “La festa Patronale della Madonna del Carmine, del 16 Luglio era arrivata”.

Una vecchia canzone di quegli anni diceva: “Tre settimane da raccontare agli amici tornando dal mare…”

Dopo 45 anni, le mie due settimane, belle e ricche di tanti ricordi, le ho volute raccontare a Voi, con molto piacere.

Carmelo Colelli 07 Novembre 2014

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Tra diluvi e soste

Di Luigi Diego Eléna

African waterfall.jpgAfrican waterfall” di Matthew Bowden www.digitallyrefreshing.comhttp://www.sxc.hu/photo/174332. Con licenza Attribution tramite Wikimedia Commons.

Mi fa pensare quest’acqua che si presta ad essere così disponibile nel donarsi ai colori, agli umori, ai sapori, ai destini. È figlia di una madre partoriente che si infiamma ed un padre generatore gassoso. Il loro è un rincorrersi per scorrere e ripercorrere attraverso lei, la sua prole, il proprio passato, dal vagare nella prima infanzia, alla adolescenza fino all’incontro nel matrimonio. Un rapporto combattuto tra l’amore viscerale per la madre e un sentimento di timoroso disagio per il padre che gli deriva dagli sguardi minacciosi cui è inevitabilmente soggetta dal meteo bizzarro e barocco. Pietra preziosa e perla tagliente sul globo terrestre. Sono gocce e gocce, a danzare come note sulla tastiera dei pianoforti, scegliendo i toni e gli accordi, come il passo borbottante delle mandrie in transumanza. I fiori ormai sono solo sulle stampe dei libri di botanica, hanno lasciato i campi, sventolando i loro petali come eroiche banderuole, in segno di resa e pace grondante. Qualche filo d’erba resiste, ma ha ormai volto l’inchino alla terra, con braccia pesanti sui fianchi, reso e costretto all’obbedienza. Nascono così narrazioni, tra diluvi e soste, la cui alternanza risulta alla lunga piuttosto effervescente. Danno vita a un intrecciarsi di storie, che hanno come filo conduttore il motivo della diversità, tra morte e resurrezione, pervaso da una passionale religiosità, che mitiga il destino doloroso, che sembra opprimere noi personaggi, e che fa di questo connubio un incondizionato e ingenuo inno all’amore. Così ci si volge in una giaculatoria all’armonia dell’arcobaleno, ognuno a modo suo, come le tracce di un volo di rondini, rettilineo o circolare, in un silenzio che può servire a ridestare un sole spaventato. Che abbiamo spaventato, ora che guardiamo, e che vuole essere guardato. Si spera in una smagliatura del cielo, che lasci cadere un filo di speranza, ciò che ritrova sempre l’altrove, il cielo dietro il cielo, senza corpo, che ora fugge al nostro sguardo e che non può narrarci ciò che oggi ignoriamo. Dopo il diluvio, ora come ora, il vuoto che si apre all’eco di un sole che arde e urla, all’alba che desta i fiori, nessuno potrebbe ignorarlo, non c’è contrario.

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Tra diluvi e soste di Luigi Diego Eléna © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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