Il ministro Ségolène Royal invita i francesi a non consumare la Nutella

Di Alberto Pestelli

Sento già il coro di protesta di milioni d’italiani scandalizzati. Le parole del ministro dell’Ecologia francese hanno toccato una delle cose più “preziose” per gli abitanti del Bel Paese: la Nutella. L’invito è quello di non mangiare la Nutella…

Sicuramente la maggior parte dei nostri connazionali, “che si sono sentiti pugnalati alle spalle dai cugini transalpini”, si sarà soffermata, come sempre accade dalle nostre parti, al titolone a carattere cubitali di qualche quotidiano cartaceo oppure on line, riversando tonnellate di insulti al ministro d’oltralpe.

Leggendo la notizia sul sito di Ansa Ambiente, anche il nostro ministro Galletti, con parole più garbate, si è detto sconcertato della dichiarazione contro-invitando a lasciare in santa pace i prodotti italiani.

Ségolène Royal

Ségolène Royal

Giustissimo, anch’io sarei sconcertato se…

Ebbene sì, non lo sono più di tanto, perché c’è un motivo importante e valido se la Royal ha detto ciò che ha detto.

Se i lettori italiani prendessero l’abitudine di leggere sul serio fino all’ultima riga ogni articolo, si accorgerebbero che la signora Ségolène non sta conducendo una campagna contro i prodotti italiani ma contro lo sconsiderato utilizzo del famigerato OLIO DI PALMA del quale la Nutella è strapiena (e non sono quella…).

La produzione di quest’olio è super extra intensiva in vaste aree tropicali e sta causando una “pandemica” deforestazione planetaria con le conseguenze terribili che già tutti quanti vediamo o facciamo finta di vedere…

Come accennai in un articolo passato, la sola Indonesia ha distrutto un immenso patrimonio forestale pari a poco più la grandezza dell’Irlanda. Mostruoso! Il fenomeno, purtroppo, è in crescita esponenziale.

Senza contare al grande danno per la nostra salute… elevati tassi di colesterolo potrebbero essere la causa di gravi problemi cardiovascolari. Si può avere un elevata incidenza dei fattori dell’infiammazione e, secondo recenti studi, condotti dalle prestigiose Università degli Studi di Bari, Padova e Pisa, un serio e pericolosissimo aumento dell’incidenza del diabete insulino-dipendente. Un metabolita dell’olio di palma distrugge le cellule beta del pancreas che producono l’ormone (insulina) indispensabile per la nostra vita.

Qualcuno tempo fa mi disse che un po’ di Nutella ogni tanto, anche se contiene l’olio di palma, non fa assolutamente male. Gli ho risposto… grazie, certo che non succede niente se ne spalmi sul pane ogni tanto… il problema è che l’olio di palma lo trovi ovunque: in tutti i prodotti dolciari, fette biscottate, muesli, cereali per la colazione, nelle classiche quotidiane merendine dei nostri figli.

Ho condotto una breve indagine in un supermercato. Su venti marche di fette biscottate, solo una marca non aveva l’olio di palma… il mercato non ci lascia scelta se non ritornare alla classica fetta di pane da inzuppare nel caffellatte…

Il ministro dell'Ambiente Galletti

Il ministro dell’Ambiente Galletti

Tornando alla dichiarazione della Royal, il nostro ministro Galletti ha invitato gli italiani usando queste parole: “Stasera per cena… pane e Nutella!”

NO, mi spiace signor ministro, ma io non seguirò il suo consiglio se non si metterà al BANDO l’olio di palma utilizzato dalla maggior parte delle industri dolciarie italiane.

NO, signor ministro… stasera a cena, pane e olio… ma di extravergine di oliva. Meglio se delle mie colline fiesolane per quanto mi riguarda o delle vostre parti per quanto riguarda voi lettori.

 

P.S.: …e il pane fatto con il grano italiano.

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EMILIA ROMAGNA – IN BIKE O A PIEDI LUNGO IL FIUME MONTONE, DA FORLI’ A TERRA DEL SOLE

Di Alessio Genovese

A chi non è pratico della Romagna il fiume Montone di per sé potrebbe non destare alcun ricordo, in realtà però può assumere un significato diverso se lo si va a collegare ad una delle opere poetiche e letterarie più importanti della cultura italiana, ovvero la “Divina Commedia” di Dante Alighieri. Il canto XVI° (94-102) dell’Inferno cita le famose “Cascate dell’Acquacheta” che si trovano all’interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, sul versante romagnolo. Con un salto massimo di 90 metri tali cascate sono tra le più imponenti di tutti il centro-nord Italia. Ebbene, il corso dell’ Acquacheta contribuisce ad alimentare il fiume Montone che, circa 50 km più a valle, prima di andare a sfociare nel Mar Adriatico nei pressi di Ravenna, attraversa prima Castrocaro Terme e Terra del Sole e poi Forlì.

Da alcuni anni le Amministrazioni locali hanno creato un percorso fluviale che, seguendo le sponde dello stesso fiume, potrebbe consentire di giungere addirittura da Castrocaro fino al mare. Un tratto ben organizzato, con segnaletica verticale e sentieri tenuti abbastanza in ordine, è quello che va da Terra del Sole a Forlì e/o viceversa. Dalla primavera in poi tale tratto viene percorso tutti i giorni da decine di pedoni o ciclisti che intendono fare una semplice passeggiata nella natura oppure mantenersi in forma attraverso la corsa. Noi di “Italia, l’Uomo, l’Ambiente” abbiamo percorso in Mountain bike il tratto da Forlì a Terra del Sole e viceversa. In teoria tale tragitto può essere fatto tutto l’anno, ma è sicuramente più agevole dalla tarda primavera all’inizio dell’autunno, quando è più facile guadare il fiume nei pressi del parco urbano di Forlì e quando vi è meno rischio di trovare ingombranti pozze lungo il percorso.

Porta Schiavonia

Porta Schiavonia

 Partendo direttamente dal centro città il percorso si origina sotto il ponte sulla via Emilia (si scende dalla destra del ponte guardando verso la porta) in prossimità dell’antica porta “Schiavonia” che, unica rimasta della cinta muraria della città, segna l’ingresso sul lato nord ovvero quello in direzione di Faenza – Bologna. La porta, con un arco monumentale a tutto sesto, è stata più volte demolita e riedificata. Ne abbiamo notizia già dal 1282. Questo primo tratto del percorso, che in caso di recenti piogge è bene evitare partendo direttamente dal parco urbano “Franco Agosto”, è uno dei pochi che, per via della minor vegetazione, consente di ammirare le acque del fiume, ma allo stesso tempo è anche uno dei tratti più soleggiati e forse meno interessanti per la presenza nella sponda opposta di una vecchia fabbrica.

Ingresso parco

Ingresso parco

Dopo circa 1,3 km, dopo aver incominciato ad affiancare il perimetro del parco urbano, si giunge ad uno degli ingressi laterali dello stesso parco dove è possibile prendere un gelato o rifocillarsi ad uno dei chioschi presenti. Si consiglia anche di procurarsi delle scorte d’acqua, perché non sarà più possibile farlo fino a Terra del Sole, a meno che non si voglia suonare il campanello di una delle poche case che si incontreranno lungo il percorso.

Ponticello

Ponticello

Risaliti in sella, abbiamo proseguito nel costeggiare il perimetro del parco fino ad un bivio che scende sulla destra per poi, attraverso un comodo e largo ponticello, guadare il fiume, per seguire fino alla fine la sponda destra. Il passaggio sul fiume è noto come “Guado Paradiso” e lo si incontra dopo 1,77 Km dalla partenza (soli 470 metri dall’ingresso del parco).

A questo punto si prosegue in piano, in parte sotto il sole ed in parte all’ombra di grandi alberi di pioppo e Robinia pseudoacacia, fino a passare sotto la strada che collega la frazione di Vecchiazzano a quella di San Varano. Fino a qui abbiamo percorso 3,30 Km e, tralasciando una strada asfaltata secondaria, proseguiamo sulla sinistra. Anche se la cartellonistica è in parte caduta, non ci si può sbagliare perché il sentiero verde è evidente e parte appena all’uscita del viadotto.

Il tratto successivo è lungo circa 2,60 km ed è piuttosto vario con alcuni brevi tratti di sali scendi che lo rendono più interessante per chi si vuole allenare e soprattutto per chi, come noi, lo ha percorso in MTB. Se non si è molto esperti della bicicletta nei tratti in discesa è bene prestare un po’ d’attenzione, ad ogni modo abbiamo incontrato persone che passeggiavano addirittura con la mitica “Graziella” o con una bici con ruote da corsa. In questo tragitto la robinia (che è una pianta non autoctona ma che ha una grande facilità di adattarsi a vari ambienti naturali) è sicuramente la specie arborea principale, ma numerosi sono anche i pioppi con alcuni ornielli (fraxinus ornus) e sambuchi (sambucus nigra).

Sentiero nel verde

Sentiero nel verde

La presenza del fiume la avvertiamo costante sulla nostra sinistra ma in realtà, anche perché siamo impegnati alla guida della bici, lo vediamo raramente, nascosto dietro la fitta vegetazione. Chi percorre il tragitto a piedi può avere certamente maggiore facilità di vederlo anche se in questo tratto le sponde e la vegetazione non rendono facile l’eventuale accesso in acqua.

Dopo 5,9 km dalla partenza il sentiero sterrato termina su una strada asfaltata secondaria, in realtà con pochissimo traffico, che va percorsa sulla sinistra fino ad arrivare alla chiesa di “Rovere”, piccola frazione alle porte di Castrocaro Terme. Chi volesse interrompere il tragitto per magari tornare indietro con l’autobus oppure fermarsi temporaneamente ad un bar, quando giunge alla chiesa (7,0 km dalla partenza), anziché girare a sinistra guardando la facciata della chiesa stessa, può proseguire diritto ed in circa 200 metri arriva in prossimità di due bar e della fermata del servizio di trasporto pubblico locale che effettua delle corse molto frequenti.

Chiesa

Chiesa

Chi invece decide di proseguire continua per circa 780 metri, tornando in direzione del fiume dal quale ci si era allontanati quando avevamo iniziato la strada asfaltata. Giunti di nuovo in prossimità del Montone, sulla sinistra è possibile vedere il cosiddetto “Guado di Ladino”, che altro non è che un ponticello che consentirebbe di tornare sul lato opposto del fiume e raggiungere la chiesa di campagna di Ladino e poi eventualmente la stessa Terra del Sole, attraverso un percorso meno interessante dal punto di vista naturalistico.

Chiusa artificiale

In prossimità del guado si prosegue dunque diritto e, dopo un tratto emozionante fatto di sali e scendi anche all’interno di una fitta vegetazione, si arriva in meno di un chilometro alla “Chiusa di Ladino” (8,45 km dalla partenza), struttura artificiale che forma un’interessante cascata con alcune pozze d’acqua nelle quali, durante l’estate non particolarmente siccitosa, è anche possibile bagnarsi. In questo posto, per chi volesse soffermarsi un po’ più a lungo, è anche consigliabile organizzare un pic nic. Ci sentiamo però di mettere in guardia dalla presenza di numerose zanzare tigre.

Gradini

Gradini

Ci stiamo avvicinando a Terra del Sole e, per superare la Chiusa, dobbiamo affrontare alcuni gradini dove può essere un po’ faticoso sollevare la bicicletta soprattutto quando la stanchezza incomincia a farsi sentire. Superati i gradini e tornati in sella, si gira subito a sinistra passando nel piccolo spazio lasciato libero da una sbarra. Nel giro di meno di un chilometro si termina il percorso sterrato e si attraversa la strada asfaltata che collega Terra del Sole alla statale 67 Tosco-Romagnola.

Porta della fortificazione

Porta della fortificazione

Compiuti pochi metri in salita, si incomincia ad intravedere la fortificazione nota come Castello del Capitano della Piazza. Tale fortezza, probabilmente già esistita ancora prima, fu voluta da Cosimo I de’ Medici (1519-1574) e presenta quattro bastioni muniti di orecchioni per la difesa. Entrati dentro la porta in meno di un minuto e dopo aver percorso circa 10,2 km (il chilometraggio potrebbe non essere del tutto preciso) si ha accesso alla piazza del Palazzo Pretorio o dei Commissari, dove un tempo aveva sede il Tribunale di prima istanza per tutta la Romagna Toscana. Tale piazza oggi è nota per lo più perché da anni ospita il festival delle “Voci nuove”, noto come “Festival di Castrocaro”.

Piazza con palazzo

Piazza con palazzo

Complessivamente abbiamo impiegato un’ora per arrivare da Forlì a Terra del Sole, ma ci siamo fermati in più occasioni per scattare le fotografie. Chi avesse velleità competitive può percorrere lo stesso tragitto con un tempo molto inferiore. Chi invece lo volesse percorrere a piedi deve aggiungere almeno 40-50 minuti. In molti però, venendo da Forlì, senza arrivare a Terra del Sole, si fermano in prossimità dell’abitato di Rovere per poi tornare indietro. Il dislivello affrontato è veramente minimo dal momento che, a parte alcuni sali e scendi, il percorso si sviluppa in pianura. Se visitate il territorio forlivese per turismo, vi si consiglia vivamente di trascorrere una giornata o mezza giornata immersi nella natura che circonda il fiume Montone. Chi invece non volesse o non potesse percorrere un tragitto così lungo, può sicuramente trascorrere alcune ore di svago nel bellissimo e grande parco urbano di una Forlì, quanto mai verde in questa stagione.

Alessio Genovese

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LOTTA DI POPOLO… CONTRO LA ZANZARA TIGRE!

Di Gianni Marucelli

“Aedes Albopictus” di James Gathany/CDC – This media comes from the Centers for Disease Control and Prevention’s Public Health Image Library (PHIL), with identification number #4487. Note: Not all PHIL images are public domain; be sure to check copyright status and credit authors and content providers. English | Slovenščina | +/−. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Rappresenta sicuramente uno dei più “pungenti” effetti della globalizzazione: così minuscola e feroce, la Aedes Albo ictus, in arte Zanzara Tigre, ha colonizzato quasi tutto il pianeta nel giro di pochi decenni, partendo dal natio Centro-America per diffondersi prima in Asia e in Africa, poi in Europa, approdando nella nostra penisola nel porto di Genova, negli anni ’90, con un carico di pneumatici usati da riciclare.

Lì dentro, complice l’umidità, le sue larve sono sopravvissute alla navigazione; si sono palesate poi per la prima volta in Emilia-Romagna, da dove i maledettissimi insetti hanno mosso alla conquista dell’Italia.

Non che da noi non ci fossero già italiche zanzare; la differenza fondamentale tra le nostrane e le “tigre”, come abbiamo imparato a nostre spese, è che le prime pungono solo di notte, le seconde anche di giorno (riposandosi da tarda ora fino a mattino inoltrato).

Sembrerebbe strano per delle ospiti provenienti da regioni molto più calde, ma queste zanzare si sono adattate benissimo a un clima temperato, e riescono a resistere anche negli inverni dell’Europa centro-settentrionale, divenendo attive durante la stagione estiva.

Per sopravvivere, ma soprattutto per riprodursi, la Aedes Albopictus ha bisogno di fare, come ogni buon emulo dei vampiri, un “pasto di sangue”: che quest’ultimo appartenga a un uccello o a un mammifero, poco importa. Le piccole pesti “sentono” le loro vittime, si avvicinano con prudenza facendo un’accurata ricognizione, poi colpiscono: talora vengono scacciate prima di essere “sazie”, e allora attaccano una seconda, una terza volta… Dopo, depongono le uova ovunque vi sia almeno un velo d’acqua, anche se queste possono resistere a periodi di siccità; le zanzare tigre sono madri molto prolifiche, le uova si schiudono in larve, e, in quel che per noi è un batter d’occhio, ecco levarsi in volo un nuovo piccolo esercito pronto a pungere.

Il fastidio che provocano lo conosciamo un po’ tutti (a parte i fortunati che abitano in zone di montagna), ma rappresenta il male minore; il fatto è che questi insetti possono trasmettere malattie gravi, sia agli animali che agli esseri umani.

In Africa sono portatrici della febbre del Nilo e della  febbre gialla; poi dell’encefalite di St. Louis, del dengue, dell’agente patogeno della dirofilariasi e della chikungunya. Di questa malattia si è avuto un assaggio qualche anno fa (2007) in provincia di Ravenna, ove furono colpite circa 200 persone.

Sono a rischio anche i nostri amici a quattro zampe: la dirofilariasi può compromettere gravemente il loro sistema cardiovascolare.

Contro le zanzare adulte le nostre difese sono, ahimè, assai scarse; le cosiddette lampade “azzurre” su di esse non agiscono, gli zampironi neppure, servono insetticidi ad hoc che però non fanno tanto bene alla salute…

Bisogna colpire i piccoli vampiri quando sono ancora allo stadio larvale, togliendo o “trattando” quello che è il loro elemento elettivo, cioè l’acqua in ristagno.

Via quindi i sottovasi, gli annaffiatoi lasciati mezzi pieni in giardino, secchi e ciotole con acqua stagnante; da controllare anche i “gomiti” dei pluviali e delle grondaie; nelle vasche vanno introdotti i pesci rossi, che le larve se le mangiano di gusto. Fondamentale non lasciare scoperti pozzi o altri depositi d’acqua. Ma non basta… È necessario sapersi organizzare e, ove non arriva il singolo, deve giungere l’azione collettiva.

Pian piano, qua e là, dove la pazienza della gente ha raggiunto il limite, il passaparola ha creato dei veri e propri “movimenti anti-zanzare”. Comitati spontanei di persone d’ogni opinione politica, calcistica e religiosa, che si raccolgono intorno a un’unica bandiera: quella che rappresenta una zanzara sbarrata e cerchiata di rosso!

 

 

Scopo ultimo di questi gruppi spontanei, quello di debellare completamente il fenomeno. Ci vogliono organizzazione, pazienza e le “armi” adatte, ovvero i larvicidi che la scienza ci mette a disposizione per impedire che le larve delle zanzare divengano adulti. Devono essere “trattati”, con l’inserimento del prodotto, tutti i tombini pubblici e, possibilmente, quelli privati della zona (quartiere cittadino, frazione o paese che sia), e non una sola volta, ma almeno ogni quindi giorni da Aprile a Settembre, ripetendo l’azione anche in caso di pioggia abbondante.

E’ ovvio che serve il consenso del Comune o del Consiglio di quartiere, e magari un piccolo aiuto da parte delle autorità in merito alla sensibilizzazione della cittadinanza con volantini, informazione sui siti internet ecc. ecc., ma l’azione, per essere efficace, deve partire dalla base, come accade per ogni rivoluzione! È ovvio anche che i larvicidi hanno un certo costo che, almeno inizialmente, deve essere sostenuto dai volontari organizzati: ma si tratta al massimo di qualche decina di euro, che possono essere recuperati con una colletta tra la cittadinanza che beneficerà dell’operazione anti-zanzare.

Chi è stato protagonista di una vicenda del genere, mi assicura che durante il primo anno di trattamento si ottengono consistenti risultati, e, se si ha la pazienza di insistere per altri due o tre anni, si può risolvere definitivamente il problema.

Così, nella frazione del Comune dove risiedo, per portare un esempio concreto, il sottoscritto e altri amici hanno stretto un “patto di sangue” (è proprio il caso di dirlo) e hanno cominciato una lotta senza quartiere contro i minuscoli ma terribili nemici alati, con la speranza di cacciare per sempre gli invasori venuti dalle Americhe da queste terre…

Un po’ troppo melodrammatico per qualche zanzara, dite?

Beh, ne riparliamo tra qualche settimana, dopo che vi sarete stancati di dar la caccia (il più delle volte vanamente) ai piccoli succhiasangue che vi volteggiano intorno…

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In aumento le concentrazioni dei pollini a causa delle variazioni climatiche e dello smog

Di Alberto Pestelli

“Misc pollen colorized” di Dartmouth Electron Microscope Facility, Dartmouth College This image has been retouched by Medium69. Cette image a été retouchée par Medium69. Please credit this : William Crochot – Source and public domain notice at Dartmouth Electron Microscope Facility ([1], [2]). Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Non è certo una novità che le concentrazioni di pollini liberate ogni anno durante la fioritura siano in aumento.

Quest’anno, addirittura, stiamo assistendo nel nostro paese a un picco di concentrazione molto sopra la media.

La colpa è da ricercarsi soprattutto nelle variazioni climatiche degli ultimi tempi con inverni miti e grande piovosità. Questi fattori, associati – secondo recenti studi – all’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera, determinano una crescita della produzione dei pollini. La conseguenza è la liberazione degli allergeni che scatenano, appunto, le allergie.

Sono aumentati i pollini che si diffondono grazie all’intervento del vento quali quelli delle cupressaceae nell’Italia centrale (soprattutto in Toscana).

Nel nord Italia si è avuto un aumento dei pollini del frassino (fonte Ansa Ambiente).

A far traboccare il vaso ci sono messi anche quelli di piante che non sono autoctone come ad esempio l’ambrosia (fonte Ansa Ambiente) in Lombardia.

Insomma, ci aspetta un bel futuro di nasi arrossati, pruriginosi, starnuti e occhi lacrimanti (quando va bene…) ma anche una serie di allergie stagionali più complicate che andranno ad aumentare esponenzialmente la spesa farmaceutica… i farmaci non sono certo a buon mercato!

Che cosa fare?

Lo sappiamo benissimo quel che serve per scongiurare almeno l’aggravarsi di tutto questo “ginepraio” (perdonatemi il fiorentinismo ma credo che calzi a pennello).

Noi possiamo comportarci come il corista e dare il LA. Sta a qualcuno più in alto far qualcosa che non siano solo chiacchiere inutili e inconcludenti!

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“Il mio pianeta dallo spazio”: mostra di immagini della terra vista dai satelliti

Di Massimilla Manetti Ricci

 

Fragile, fragilissima, piccola, piccolissima, sospesa nel nulla conosciuto e nel tutto sconosciuto.

Sei una particella di cosmo, sei un atomo disomogeneo di acqua, ghiacciai, foreste, rocce, nuvole e gas.

Osservi la luna, ma da una parte sola, e ci sei arrivata lassù con gli occhi puntati a quell’insieme di crateri estinti e rocce ataviche fino a raccoglierne un frammento, quale trofeo di conquista e di subordinazione che esponi al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Il frammento raccolto nel 1972 dal comandante dell’Apollo 17, è stato donato da Nixon in segno di fratellanza e collaborazione al Governo Italiano, che poi lo ha collocato lì a Milano, al Museo.

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Sei la terra dove vivo, la Terra appunto.

Fragile, fragilissima, piccola, piccolissima, ora l’ingegno umano, quando si impegna a scoprire il quid in cui siamo sospesi, ti fa osservare dai satelliti: ti ruotano intorno per monitorare la tua evoluzione e fornire dati per mitigare gli effetti del cambiamento climatico a livello globale, non foriero di buone nuove.

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Occhio da grande fratello che fotografa con immagini da pittore surrealista lo stato in cui versi, un malato che ha ancora la forza di reagire e che si scatena con la furia naturale contro i disastri dell’uomo, quell’essere piccolo, a due gambe, che la selezione naturale ha portato ad avere potere sovrano di vita e di morte su te.

I satelliti ti fotografano come un’alba di oceani blu, come un tramonto senza sole, come un granello nero che si disperde col nero dell’universo, si confonde con esso, ma ne è anche distinto e separato.

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E così osserviamo i vortici degli oceani che generano onde fino a 30 metri di altezza, minacciando la navigazione, un movimento febbrile che ti riscalda, l’ossido di carbonio aumentato del 40% dalla rivoluzione industriale, i mari che perdono a poco a poco la loro salinità per lo scioglimento dei ghiacciai, 6000 km3 dei quali si sono persi nel 2012.

Lo scioglimento dei ghiacciai non serve nemmeno come riserva d’acqua dolce, disponibile solo per il 3% per gli esseri umani.

 AGRICOLTURA_Sahara_Oasi di El Oued palme dattero

E’ quell’oro blu, rete arteriosa per nutrire la vita di quest’atomo opaco, che causa conflitti, soprattutto in Asia meridionale e nell’Africa subsahariana.

Pensa! Circa il 20% della popolazione mondiale non ha accesso alla tua acqua potabile, circa il 70% di acqua dolce è consumato dall’agricoltura e il 20% dall’industria.

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Ma, in virtù di quell’oro blu, sei rivestita di foreste per un terzo della tua estensione, riserva di biodiversità; purtroppo le vesti ti vengono strappate di dosso per far spazio a colture e pascoli intensivi nell’ambito di un’economia agricola sempre meno sostenibile e dai satelliti ben si vedono le lacerazioni della foresta del Canada e dell’Amazzonia: ogni anno perdi aree forestali grandi come la Lombardia e il Piemonte.

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Se da un lato sono suggestive le immagini satellitari degli agglomerati urbani disseminati sul tuo perimetro, dall’altra è impressionante pensare che rappresentano milioni di uomini, donne e bambini, concentrati in aree vaste e là ammassate.

Sai! Sono ben 30 le aree metropolitane con più di 10 milioni di abitanti ciascuna: Tokio è la megalopoli più grande con 38 milioni di abitanti.

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Questo incremento demografico non sempre è sinonimo di progresso, anzi, spesso significa un’onda di spostamenti forzato dalle zone rurali verso le periferie delle città per esproprio di quei piccoli appezzamenti di terra da economia di sussistenza.

E’ vero, è un panorama inquietante quello posto fuori e visto da un osservatore al di sopra della tua rotonda atmosfera, al di sopra delle tue nuvole vaganti, al di là dell’eterea sintonia che illude noi terrestri e ci fa ripiegare sui nostri interventi avventati e i satelliti spaziali, puntini fissi e luminosissimi nel buio vigilano e controllano e immagazzinano dati che ci serviranno per una tua sopravvivenza sostenibile e con essa per poter continuare a coniugare un futuro prossimo e non.

IMG-20150518-WA0000 Note tecniche: la mostra ‘Il mio pianeta dallo spazio-Fragilità e Bellezza’ è stata presentata dal Direttore del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, Fiorenzo Galli con l’intervento di Luca Parmitano, l’astronauta che ha partecipato alla missione Volare nel 2013 ed ha fotografato la Terra dallo spazio.

La mostra è aperta dal 9 maggio 2015 al 10 gennaio 2016.

Licenza Creative Commons“Il mio pianeta dallo spazio”: mostra di immagini della terra vista dai satelliti di Massimilla Manetti Ricci © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Piemonte: la democrazia negata

Di Piero Belletti

Papero.leggero

Il Piemonte è stato coinvolto, in questi ultimi anni, da numerosi scandali politici: dalle firme false che hanno causato la caduta della Giunta Cota (e forse causeranno anche quella di Chiamparino…) ai rimborsi elettorali fasulli, dai collegamenti con la malavita organizzata a una gestione quanto meno allegra della sanità pubblica. C’è però un altro scandalo, meno appariscente e di cui si è parlato molto poco, che però, almeno dal punto di vista della violazione dei fondamentali valori della democrazia, è forse ancora più grave.

Riguarda un tema che sta molto a cuore del mondo ambientalista: la caccia. Ecco, in breve, i fatti.

Durante la primavera e l’estate del 1987 le Associazioni ambientaliste e animaliste piemontesi raccolsero circa 60.000 firme in calce alla richiesta di un referendum regionale che chiedeva l’abrogazione di alcune parti della Legge Regionale sulla caccia. Il quesito referendario non prevedeva la totale cancellazione dell’attività venatoria, in quanto era convinzione diffusa che questo avrebbe potuto impedire l’ammissibilità del referendum, essendo la caccia un’attività allora prevista dalla legislazione nazionale. Il quesito, tuttavia, mirava a ridimensionare in modo drastico la pratica venatoria in Regione Piemonte. Esso, infatti, tra le altre cose prevedeva la possibilità di cacciare solo 4 specie (lepre comune, fagiano, cinghiale e colino della Virginia), il divieto di esercitare la caccia nelle giornate di domenica e su terreno coperto da neve, senza alcuna possibilità di deroghe.

Nel 1988 la Regione Piemonte dichiarò la richiesta ricevibile ed ammissibile, ma, subito dopo, approvò una nuova normativa regionale sull’attività venatoria e, conseguentemente, la cessazione delle operazioni referendarie, essendo mutata la norma oggetto di consultazione. Da notare che la nuova legge recepiva solo in piccola parte le richieste del quesito referendario: ad esempio le specie cacciabili erano ancora 21, la caccia alla domenica veniva vietata, ma solo fino alla seconda domenica di ottobre: in pratica il divieto valeva solamente per 2 o 3 domeniche per stagione venatoria.

Iniziò a questo punto una lunghissima ed estenuante battaglia legale, che passò attraverso 9 gradi di giudizio e si protrasse per oltre 24 anni. La conclusione fu favorevole agli ambientalisti: il referendum si doveva tenere, sia pure su un quesito modificato rispetto all’originale ed adattato ai cambiamenti legislativi che erano nel frattempo intervenuti. Già, perché la Regione Piemonte aveva intanto nuovamente modificato la legge regionale sulla caccia, eliminando, di fatto, quelle modeste limitazioni che erano state introdotte nel 1988. Infatti, con la Legge n. 70/1996 il numero delle specie cacciabili veniva innalzato a 29, era escluso ogni divieto di caccia alla domenica e venivano reintrodotte numerose deroghe al divieto si caccia sui terreni coperti in tutto o nella maggior parte da neve

La Regione tergiversò ancora, finché una specifica disposizione del TAR regionale le impose di fissare la data della consultazione popolare. Ovviamente fu accuratamente evitato di far coincidere il referendum con le elezioni amministrative che si tenevano in quello stesso periodo: fu quindi scelto il 3 giugno 2012. Ma ecco il colpo di genio degli amministratori regionali (in quel periodo la Giunta era governata dal leghista Roberto Cota e l’Assessore alla Caccia era Claudio Sacchetto, leghista pure lui): se abroghiamo l’intera legge regionale sulla caccia cade ogni possibilità di effettuare il referendum, data la mancanza della materia del contendere. Peccato però che, venendo a mancare una normativa regionale in materia di caccia, entrò in vigore su tutto il territorio piemontese la normativa nazionale, e cioè la Legge 11 febbraio 1992 n. 157, sensibilmente più permissiva per il mondo venatorio rispetto alla legge regionale appena abrogata. Infatti, a titolo di esempio, le Regioni possono provvedere al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia, le specie cacciabili sono 50, con possibilità di incremento numerico a seguito di deroghe che possono essere concesse per specie protette a livello comunitario, i periodi di caccia per numerose specie risultano più ampi rispetto a quanto previsto dalla legislazione regionale abrogata, è permessa la caccia nelle giornate di domenica. Insomma, non solo il danno (mancato svolgimento del referendum), ma anche la beffa (risultati opposti alle intenzioni dei promotori).

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La Regione ha affermato che l’unico motivo per cui è stato deciso l’annullamento del referendum è stato di tipo economico. Secondo loro, la consultazione sarebbe costata non meno di 20 milioni di Euro. A prescindere dalla considerazione che non si può barattare la democrazia e la partecipazione con il denaro (altrimenti perché non eliminare anche le elezioni? Costano un sacco di soldi…), va osservato che, poiché l’annullamento del referendum è avvenuto solo un mese prima della data prevista, le procedure elettorali erano già state avviate, ad esempio era già stata acquistata la carta per le schede e molti Comuni avevano già predisposto gli spazi per la propaganda. Il tutto è comunque costato alla Regione non meno di 3 milioni di euro.

Il Comitato referendario aveva più volte dichiarato la propria disponibilità ad una soluzione politica: leggasi l’approvazione di una nuova legge che recepisse se non tutti, almeno i più importanti quesiti referendari. Ma la Giunta non ha mai nemmeno preso in considerazione questa possibilità, rifiutando addirittura ogni contatto formale con il Comitato promotore del referendum.

Come dicevamo, l’aspetto più sconfortante dell’intera vicenda non è solo quello legato alla mancata tutela della fauna selvatica e al ruolo subalterno che le amministrazioni pubbliche hanno dimostrato di avere nei confronti del mondo venatorio. C’è di più: la totale negazione dei diritti della cittadinanza, concretizzatasi nel rifiuto di attivare l’unica forma di partecipazione legislativa diretta prevista dal nostro ordinamento giuridico. Un fatto molto grave, che non ha avuto il giusto risalto che avrebbe meritato.

Proprio sulla base di queste considerazioni, il Comitato promotore del referendum ha in questi giorni inviato una segnalazione al Tribunale Permanente dei Popoli, affinché valuti se nell’operato della Regione Piemonte è possibile ravvisare una lesione del diritto al voto della cittadinanza. Certamente, una eventuale sentenza positiva del Tribunale dei Popoli non avrà alcun effetto sul piano pratico. Però sarebbe di grande importanza e confermerebbe che atteggiamenti antidemocratici e prevaricatori non solo un’esclusiva dei regimi totalitari del sud del Mondo.

Piero Belletti

Direttore di Natura e Società

(Federazione Nazionale Pro Natura)

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TORRI EOLICHE ACCANTO AL DUOMO DI ORVIETO E A QUELLO DI TUSCANIA? NO, GRAZIE!

Di Gianni Marucelli

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“Centrale Eolica Frigento” di Roberto Petruzzo – Opera propria. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Da più di un anno era nell’aria (mal-aria!) il progetto di realizzare impianti eolici industriali in zone di grande interesse paesaggistico e storico-artistico, tanto che la notizia era stata riportata dal Corriere della Sera. Ma la minaccia è evidentemente avanzata, se gran parte delle Associazioni ambientaliste – tra cui la Federazione Pro Natura – hanno emesso un comunicato congiunto (pubblicato in varie sedi) per denunciare il problema.

Il quale non sta tanto nella scelta dell’eolico per produrre energia elettrica – per cui il nostro Paese non ha la costanza di venti della Spagna, per fare un esempio di nazioni in cui questo sistema è ampiamente impiegato – ma nella collocazione di queste altissime e inestetiche torri.

Quando poi si passa a interessare monumenti artistici di evidenza mondiale quali due Chiese come il Duomo di Orvieto e quello di Tuscania, è logico che le proteste si moltiplichino, e chi ha avuto il cattivo gusto di avanzare certe idee dovrebbe cospargersi il capo di cenere…

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Riportiamo qui un brano del comunicato congiunto degli ambientalisti:

«A Tuscania e a Orvieto è imminente il rischio che si realizzino due progetti di impianti eolici inaccettabili perché troppo invasivi e collocati nel posto sbagliato. I progetti eolici che impegneranno le prospettive intorno alla chiesa di san Pietro a Tuscania e il Duomo di Orvieto minacciano di stravolgere paesaggi pregiati, alterandone fortemente la percezione sociale e compromettendone la bellezza e il paesaggio che le circonda. Le due chiese sono capolavori identitari della storia e della cultura del nostro Paese».

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L’allarme viene da un gruppo di associazioni (Amici della Terra, AssoTuscania, CTS, Comitato per la Bellezza, FAI, Italia Nostra, Legambiente, Lipu-BirdLife Italia, Mountain Wilderness, Pro-Natura, Forum Salviamo il Paesaggio, Touring Club Italiano, WWF) che hanno anche reso pubbliche clamorose immagini di cosa diventerebbero quegli straordinari paesaggi se i progetti, presentato dalla Innova Wind di Napoli, fossero realizzati.

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Lasciamo comunque ai nostri lettori immaginare una decina di “mulini a vento” alti cento metri accanto a una qualsiasi cattedrale di primario livello artistico per dare un’idea di ciò che si pensa di combinare.

Assurdo, no?

Eppure, da un po’ di anni a questa parte, nel nostro povero Paese le assurdità vanno di moda e sono prese anche sul serio.

È bene quindi vigilare…

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VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE: È POLEMICA TRA RENZI E LEGAMBIENTE

Di Gianni Marucelli

 Valutazione impatto ambientale

Per chi non lo sapesse, la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) è il procedimento previsto per Legge tramite il quale, prima dell’esecuzione di un’opera (strada, ponte, infrastruttura di vario genere) viene stabilito se essa sia compatibile o meno con l’ambiente circostante, e in ogni modo quali possano essere le ricadute.

Essa fu introdotta per la prima volta nel 1969 negli U.S.A., ed è poi stata adottata in tutti i paesi industrializzati.

Poco più di un giorno fa, con il consueto savoir faire, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha “sparato a zero” sui meccanismi che regolano la V.I.A. In Italia, anticipando che la sua Amministrazione farà di tutto per modificarli.

Diapositiva22Gli ha risposto per le rime Legambiente, come apprendiamo da sito dell’ANSA, di cui riportiamo uno stralcio:

“Abbiamo provato con lo Sblocca Italia a rendere meno lungo e meno complicato il percorso autorizzatorio” per l’estrazione di gas. “Ma è un’iniziativa spot perché serve un generale ripensamento del sistema della valutazione di impatto ambientale”. Lo ha detto Matteo Renzi alla Borsa italiana. “E’ un meccanismo allucinante – ha osservato – Stiamo tentando di modificarlo alla radice attraverso la riforma della Pa che contiene una delega anche in questo settore”.


”Oggi la Valutazione di impatto ambientale (Via) è uno strumento inutile per capire l’impatto ambientale di un progetto e anche per ridurre i costi perché la procedura è stata svuotata dei suoi aspetti tecnici” oltre che ”non essere mai stata un ostacolo” alla realizzazione delle opere, afferma il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini. ”Viene approvato tutto – prosegue – il problema è che le valutazioni sono fatte in modo inadeguato e da parte di una commissione con moltissimi conflitti di interesse. Renzi ha sbagliato bersaglio perché l’interesse del Paese è fare bene quelle poche opere che servono, e la Via non è mai stata da ostacolo alle opere”.

”Evidentemente non è la Via il problema – rileva il vicepresidente di Legambiente – ma è che in Italia le opere sono in mano a gruppi di potere che hanno la capacità di influenzare quelle opere. Anzi se Renzi deve intervenire è per avere valutazioni serie soprattutto per sapere se determinate opere vale veramente la pena farle, visto che abbiamo pochi soldi”. Insomma ”più che un problema di tempi c’è un problema di procedure fatte male”. ”La Via esiste in Italia solo perché c’è in Ue – conclude Zanchini – in realtà l’attenzione sulla Via nasce nel 2000 con legge Obiettivo”; ma un esempio è ”quello del tunnel dell’Alta velocità della stazione ferroviaria di Firenze, che ora è fermo”, che ”Renzi conosce bene e contro cui si è battuto’.

Ci permettiamo una postilla: lo Sblocca Italia, citato da Renzi, è il Decreto Legge con cui si consentiva, tra l’altro, l’ulteriore cementificazione del territorio nazionale; lo hanno seguito, nel giro di poco tempo, due altri gravi provvedimenti, ossia lo smembramento del Parco Nazionale dello Stelvio e la liquidazione del Corpo Forestale dello Stato, ossia della polizia specializzata a prevenire e combattere i reati contro l’Ambiente. Se tre indizi fanno una prova, allora è decisamente accertato che la politica del Governo Renzi è indirizzata, sui temi ambientali, su una rotta di collisione con gli interessi della Natura e di chi intende proteggerla.

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Passeri addio?

Di Gianni Marucelli

Come riportava martedì scorso “La Repubblica”, in un ampio servizio, preoccupa, e molto, gli ambientalisti e gli ornitologi, il rarefarsi di molte specie di passeriformi italiani, constatato in questi ultimi anni. In prima linea, il comune passero (Passer Italiae), che, come facile del resto osservare, non forma più stormi di numerosi individui. Anche altri uccelletti simili sono in via di rapida diminuzione: fringuelli, luì, verdoni, cince allietano sempre meno, coi loro cinguettii, campagne e periferie cittadine. Se a ciò si aggiunge, come abbiamo detto su queste pagine alcuni mesi fa, che il numero delle rondini (e affini: balestrucci, topini, rondini alpine ecc.) è in costante diminuzione da alcuni decenni, è evidente che il fenomeno costituisce un pessimo segnale relativo alla salubrità dell’ambiente.

In realtà, le cause certe di questo declino di parte dell’avifauna nostrale non sono state ancora acclarate; per gli uccelli insettivori, è probabile che essi stiano letteralmente morendo di fame, dato che anche gli insetti sono in rapida diminuzione; come anche, per la loro riproduzione, sembrerebbe essere influente il fatto che molti pesticidi nicotinoidi (derivati cioè dalla nicotina) sono tuttora in uso, in grandi quantità, in agricoltura. Alcuni esperti evidenziano inoltre il fatto che alcune specie predatrici delle uova e dei piccoli, sia delle rondini che dei passeracei, sono in costante aumento, basti pensare alle gazze, ma soprattutto alle cornacchie grigie, le quali, un tempo confinate molto a nord, hanno iniziato a colonizzare le altre zone italiane fin dagli anni ’70 del secolo scorso, occupando le nicchie ecologiche di altri uccelli meno adattabili.

Che cosa possiamo fare? Ben poco, purtroppo, se non fornire durante il periodo freddo calorie aggiuntive a questi piccoli volatili, lasciando briciole e altro cibo in abbondanza sui balconi e nei giardini, o ponendo in opera nidi artificiale, facilmente reperibili, che però sono utilizzati soprattutto da alcune specie di uccelli, come le cince.

La scomparsa di questi piccoli amici è, in fondo, un altro grido della Terra ferita… un grido che solo da poco abbiamo imparato ad ascoltare.

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Framura, un angolo di Liguria

Di Guido De Marchi

 

La Liguria, da Riva Trigoso a Portovenere, è tutta un susseguirsi di scogliere e calette che fanno da contorno al Bracco, più o meno al centro di questo arco abbiamo Le Cinqueterre. L’intero territorio, costellato di piccoli comuni e borghetti, offre degli indimenticabili scorci panoramici sia in direzione levante che ponente. Lontano dalla fascia costiera sorgono decine di paesi abbarbicati sui cucuzzoli o sui passi che portano alle valli interne; anche qui i panorami sono ricchi di fascino e di serenità. Dovunque è visibile il mare.

Sino alla fine del XX secolo queste località erano frequentate da un pubblico stagionale ed affezionato che rendeva i paesi del Bracco e della costa pieni di vita, di iniziative sia sportive che culturali.

Attualmente in questi paesi si vive una stagione effimera, a cavallo del ferragosto, e durante i fine settimana tipo “mordi e fuggi”; e questo mi fa tornare alla memoria un film degli anni sessanta – intitolato “Brigadoon” – che riviveva una giornata ogni cento anni.

Tuttavia devo notare che questa è una situazione di livello internazionale perché anche in Francia e in Portogallo ho notato la stessa tendenza: la gente si accumula nelle città e i paesi si spopolano per rivivere solo in determinate occasioni. Girando per l’Europa ho visto paesi stupendi che sembravano abbandonati, però nei week-end ritrovavano una o due giornate di vita.

La cosa preoccupante di questo abbandono dei paesi è l’incuria. Nella zona del Bracco molte terre hanno smesso di essere coltivate e i muretti a secco dei terrazzamenti agricoli vanno lentamente crollando. Là dove erano vigneti e uliveti ha ripreso vita la macchia mediterranea e stanno nascendo boschi di lecci e roveri accompagnati da erica arborea, corbezzoli e mirto, bordati dal lentischio.

Questo abbandono produce spesso frane rovinose e altri disastri ambientali.

L’incontrollata proliferazione dei cinghiali scoraggia i pochi contadini restanti che vedono le loro fatiche distrutte in una notte di scorrerie di questi animali mentre la reintroduzione del lupo scoraggia la pastorizia che abbandona questi territori. A completare il quadro c’è la moria dei pini e la malattia dei castani: gli alberi muoiono crollando gli uni sugli altri dando vita a radure che si riempiono velocemente di rovi diventando intransitabili.

In questo quadro sopravvivono solo le iniziative legate alle zone costiere o a quelle facilmente accessibili in auto.

Nel territorio framurese si sta creando una passeggiata sulla scogliera che è molto suggestiva.

Occorre tenere presente che a Framura il territorio è caratterizzato da due realtà geologiche diverse: dal centro del paese a ponente il territorio è di origine sedimentaria, a levante è di origine effusiva e pertanto le scogliere risultano molto differenziate.

Sempre da Framura sino a Levanto, passando per Bonassola, è stata realizzata una pista ciclopedonale sfruttando vecchie gallerie ferroviarie dismesse: cinque kilometri godibilissimi per gli improvvisi scorci che si colgono nelle aperture sul mare.

Devo dire che l’abbandono dei paesi ha rallentato il processo di cementificazione selvaggia che stava per aggredire queste zone, ciò ha permesso di conservare un territorio naturalistico e selvaggio dove non è raro incontrare animali selvatici di tutti i generi, dall’upupa, alle poiane, ghiandaie, scoiattoli, tassi, oltre a cinghiali, rettili e uccelli di vario tipo, uno più intraprendente dell’altro. Insomma, nonostante l’abbandono in questi territori si possono trovare percorsi di una bellezza unica, circondati dal profumo della macchia e dai suoni di una natura sempre in vitale fermento.

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