I giardini pubblici di Cagliari

Di Alberto Pestelli

Inaugurato nel 1840, il parco urbano dei Giardini Pubblici di Cagliari, è il più antico polmone verde della città tra il quartiere La Vega e il quartiere Castello (Casteddu, la zona storica del capoluogo sardo). Fu sotto il regno dei Savoia che furono progettati e costruiti perché grande era la necessità di avere un’area verde per la città. Già dal 1816 il viceré Giacomo Pes, che aveva sollevato la questione, scelse l’area davanti alla polveriera dell’arsenale della guarnigione di Cagliari. Il Comune, durante il regno dei Savoia, acquistò la zona nello stesso anno della sua inaugurazione.

Il giardino non è molto grande: in poco più di due ettari, ospita, nella costruzione che un tempo era la sopracitata polveriera, la Galleria comunale d’Arte di Cagliari. I cannoni che erano stati sistemati fino al 2005 nel parco, provenivano proprio dalla polveriera. L’attrazione del giardino sono le circa sessanta piante tutte quante centenarie. Sono piante esotiche, palme e due immensi ficus magnoloidi che hanno quasi 130 anni.

Nel 2005, sono stati portati a termine i lavori di ristrutturazione dei giardini. Molti sono i miglioramenti apportati, tra le quali fontane con due vasche d’acqua, l’originale passeggiata centrale di circa trecento metri (che il tempo aveva contribuito a danneggiare in molti punti), un nuovo impianto idrico per l’irrigazione delle piante e dei fiori.

I giardini pubblici sono certamente un piccolo gioiello nel cuore di Cagliari che ha avuto il merito di essere il primo polmone verde della città. Ricordiamo che altri luoghi verdi sono presenti: il monte Urpino, il parco di Monte Claro e il colle di San Michele. Degni di essere menzionati sono il Terramaini e l’ex vetreria.

Affacciandosi dal muro di cinta del giardino pubblico in direzione degli stagni di Molentargius, è facile osservare migliaia di puntini rosa… i fenicotteri! Allora viene voglia di scendere al livello del mare per visitare un’altra zona caratteristica di questa meravigliosa città.

Licenza Creative Commons
I giardini pubblici di Cagliari di Alberto Pestelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://www.facebook.com/LItalia-lUomo-lAmbiente-1381218075468472/.

Share Button

Emilia Romagna – Sul sentiero degli gnomi

Di Gianni Marucelli

Che cosa fare in un’uggiosa mattina di ottobre, se la pioggia cade obliqua e incessante, spinta dal vento che scende dalle balze d’Appennino? Che fare, soprattutto, se state “passando” le acque termali e, tra una terapia e l’altra, avete già sorseggiato il caffè e letto i giornali disponibili, compresi quelli strettamente locali? Qui, a Bagno di Romagna, un’attrattiva che non ho ancor visto c’è, a dire il vero, anche se il suo nome sembra in grado di attirare più un bambino di tre o quattro anni che un uomo, e di età, qual sono… Si tratta del Sentiero degli Gnomi: indossata giacca a vento e cappello impermeabile, ne raggiungo l’imbocco, presso i giardini che costeggiano il fiume Savio.

Sull’altra riva incomincia il bosco dell’Armina, in cui vivrebbero, secondo le leggende locali, dei migranti “al contrario”, venuti qui dalle fredde terre del Nord: gli Gnomi, appunto. Alti una quindicina di centimetri, in media, e rivestiti degli abiti tradizionali cui sovrasta il cappuccio conico, come spiega un cartello multicolore, raramente si fanno vedere dagli umani che superino i dieci anni di età. Amici degli animali, ne condividono l’ambiente e cercano di proteggerli dalle malefatte degli uomini… E di animali, sul sentiero degli Gnomi, se ne vedono eccome, dal cervo alla volpe al lupo e via dicendo, solo che sono scolpiti bellamente nel legno (quasi a grandezza naturale) e colorati a meraviglia dagli artigiani locali, così come i funghi “matti” (le amanite muscarie dal bel colore rosso). E, a ogni passo, si aprono fantastiche vedute sulle casette degli Gnomi: c’è pure l’Ufficio Postale, con cassetta in cui i bimbi possono imbucare missive indirizzate allo Gnomo Bagnolo (il Gran Capo), l’edificio che ospita le udienze del Gran Consiglio gnomesco, la torre di avvistamento da cui lo gnomo Lince sorveglia il bosco, persino un’oca selvatica in volo “di trasporto gnomi”(due le stanno avvinghiati al collo). Ogni tanto, un cartello spiega con dovizia le particolarità di questo tratto del bosco dell’Armina e che cosa devono fare i piccoli visitatori per essere considerati “amici degli Gnomi”: in poche parole, amare e rispettare la Natura. In cima al sentiero, assai agevole, la radura degli Gnomi offre sedili di legno prima della ridiscesa a valle.

È un bellissimo percorso didattico, questo sentiero, che unisce gli itinerari nella natura a quelli nel mondo della fantasia: e non esiste niente di più efficace per far colpo sulla mente dei piccoli.

Ma è anche una gradevole passeggiata, a ritroso nel tempo, verso il periodo favoloso dell’infanzia, anche per noi adulti, che, sotto la pioggia, abbiamo trovato il modo di trascorrere piacevolmente un’oretta di una mattinata grigia di autunno.

Nota: Il Sentiero degli Gnomi si trova a Bagno di Romagna, provincia di Forlì-Cesena, ai confini del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, ed è liberamente percorribile in ogni giorno dell’anno.

 

 

Licenza Creative CommonsSul sentiero degli gnomi di Gianni Marucelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://www.facebook.com/groups/pronaturafirenze/?fref=ts.

Share Button

Sardegna – La casa aragonese di Fordongianus

Di Alberto Pestelli in collaborazione con Paolo Melis

Casa aragonese fordongianus.JPG

“Casa aragonese fordongianus” di I, OrsOrazio. Con li-cenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Sfogliando le pagini virtuali di Facebook alla ricerca di luoghi che ispirano “poesia”, spesso mi trovo davanti a immagini che non “ti aspetti” di un paese, del quale credevo di conoscere tutto o quasi. Recentemente, “vagabondando” con il pensiero lungo le contrade della Mia seconda Terra di origine, grazie al gruppo pubblico di facebook “La Sardegna che non ti aspetti” (creato dall’amico Paolo Melis di Cagliari – https://www.facebook.com/groups/119960393003/) mi è capitato di ammirare una bellissima fotografia di una storica abitazione di Fordongianus in provincia di Oristano.

Fordongianus è un piccolo comune della regione del Barigadu (non arriva ad avere mille abitanti) situato sulla riva sinistra del fiume Tirso. Il paese ha una grandissima importanza storica. Sorge, infatti, nei pressi del centro fortificato di origine romana, chiamato Forum Traiani che già all’epoca era famoso per il suo complesso termale, costruito più o meno nel I secolo d.C.

Terme fordongianus.JPG

“Terme fordongianus” di I,. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Nel passato ho visitato un paio di volte Fordongianus, attratto dalle rovine delle antiche terme romane e dalla loro storia, ma mai avrei immaginato che il paese conservasse un piccolo gioiello di architettura unica. Parlo della Casa Aragonese di Fordongianus (casa Madeddu).

Non ho resistito e sono andato alla ricerca di qualche articolo che parlasse di questo splendido esempio di abitazione del XVI secolo.

Paolo Melis del gruppo “La Sardegna che non ti aspetti” mi ha consigliato di visitare il sito della provincia di Oristano dove ha tratto l’immagine e la breve descrizione delle caratteristiche della “Domus aragonese” (http://www.gooristano.com/). Inoltre, ho visitato le pagine di Wikipedia dove ho “preso in prestito” (citando, come è giusto fare, la fonte di provenienza) le fotografie delle terme romane oltre, alla bellissima abitazione.

Brevemente andiamo a parlare della Casa Aragonese. Essa è un tipico esempio di abitazione dell’aristocrazia che è stata costruita a cavallo del XVI e il XVII secolo. Secondo alcuni esperti ha preso molto dalle case in stile campidanese a corte chiusa. Quest’ultime sono molto diffuse nella parte meridionale dell’isola. Tuttavia la casa di Fordongianus si discosta di un particolare rispetto alle tipiche abitazioni campidanesi a corte chiusa: Sa lolla, ovvero il porticato, è all’esterno invece che all’interno. Le colonne del porticato e le finestre (decorate con bellissimi fregi floreali e motivi religiosi) sono in trachite rossa.

Fordongianus-casaragonese

“Fordongianus-casaragonese”. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikipedia

Vediamo com’è composta la casa: oltre al sopra citato ampio porticato esterno, ci sono ben grandi sale interne. Solo otto possono essere visitate dal pubblico. Abitata fino al 1978, fu divisa in due parti: una è stata adibita a museo mentre l’altra solo di recente è stata acquistata dal Comune di Fordongianus.

Aspettando di poterla visitare realmente nel prossimo futuro, per il momento posso solo aggiungere che, grazie alla mia eterna curiosità e soprattutto grazie a Paolo Melis de “La Sardegna che non ti aspetti”, ho scoperto un angolo prezioso della mia seconda terra che davvero non mi aspettavo.

Licenza Creative Commons
Sardegna – La casa aragonese di Fordongianus di Alberto Pestelli in collaborazione con Paolo Melis © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://www.facebook.com/LItalia-lUomo-lAmbiente-1381218075468472/.

Share Button

Uccellagione, una pratica barbara finalmente abolita

Di Gianni Marucelli

Cacciare uccelli mediante le reti fisse, celate da alberi o altro, è una pratica che risale ai temi antichi, perpetuatasi nel tempo fino ai nostri giorni: un sistema utilizzato sia per uccidere i volatili a scopi alimentari che per imprigionarli al fine di divenire “richiami vivi” per i cacciatori. Se da un po’ di anni il primo scopo è stato esplicitamente vietato, la cattura di diverse specie (tordi, merli, colombacci ecc.) è stata tollerata nel nostro Paese, in barba alle direttive dell’Unione Europea, fino al 23 luglio scorso, quando il Parlamento, nonostante la fortissima opposizione delle lobbies venatorie trasversali a tutti i partiti, ha dovuto recepire la normativa europea. Tutto risolto, quindi?

Nessun uccello potrà mai più essere preso e recluso in misere gabbiette per tutta la vita, per servire a meglio attirare e uccidere i propri “fratelli”? Non pare proprio! Vi sono regioni in Italia nelle quali questa barbara usanza sembra dura a morire: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, in particolare.

I roccoli (cioè le reti a impianto fisso) continuano a essere stese nei boschi, soprattutto vicini alle rotte dei migratori… ne abbiamo avuto la prova provata quando, pochi giorni or sono, degli amici di Anghiari (AR) mi hanno consultato in merito alla scoperta, durante una passeggiata, di tre individui che, nel bosco, stavano tendendo queste trappole. Alla specifica richiesta di cosa si trattasse, hanno risposto, con una faccia tosta degna di miglior causa, che quelle reti servivano a catturare “piccioni” (alias, a nostro avviso, colombacci) e che le avrebbero tolte dopo una ventina di giorni. In effetti, avevano posto dei cartelli che indicavano tale appostamento, dimenticandosi che, comunque, anche se l’uccellagione non fosse vietata da tre mesi, essa avrebbe dovuto essere consentita con un permesso rilasciato dalle autorità a ciò preposte. Ma, a questo punto, il prelievo di volatili mediante uccellagione è consentito solo a fini scientifici… Gli amici che hanno scoperto l’appostamento hanno fatto delle foto (anche alle auto dei loschi figuri) e inviato una specifica denuncia alla Polizia Provinciale di Arezzo e al Corpo Forestale. Hanno agito correttamente, speriamo che la loro segnalazione venga presa in considerazione da chi di dovere.

Invitiamo i nostri lettori che dovessero trovarsi in una situazione del genere a fare lo stesso, indicando con precisione data, ora e luogo e inviando una raccomandata alle autorità della propria Provincia in merito a quanto rilevato.

Licenza Creative CommonsUccellagione, una pratica barbara finalmente abolita di Gianni Marucelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso https://www.facebook.com/LItalia-lUomo-lAmbiente-1381218075468472/timeline/.

Fonte delle immagine: Wikipedia, Pubblico Dominio

Share Button

Lazio – Le cascatelle di Monte Gelato

Di Alberto Pestelli

 

Anche se è da molto tempo che non mi reco nella Tuscia laziale, basta vedere un paio di fotografie su un qualsiasi social network o quelle che conservo gelosamente nell’hard disk, che subito s’illuminano di nuovo bei ricordi.

Così è stato l’altro ieri nel vedere le immagini su Facebook delle cascatelle di Monte Gelato. I miei pensieri sono volati subito nei pressi del fiume Treja, al confine tra la provincia di Roma e di Viterbo, nel comune di Mazzano Romano ad tiro di schioppo dalla famosissima Calcata.

Sono immagini di un’estate di qualche anno fa. Cittadini alla ricerca di un po’ fresco nelle acque del fiume, e piccole comitive lungo i vari sentieri del Parco Suburbano della Valle del Treja. Questa area protetta è stata istituita grazie ad una legge regionale del Lazio del 1982. I due comuni di Calcata (provincia di Viterbo) e di Mazzano Romano (provincia di Roma) sono compresi nel territorio del parco che ha una superficie di circa 628 ettari. La Valle è ricchissima di vegetazione ed è, appunto percorsa dal fiume Treja, che proveniendo dai monti Sabatini, l’attraverso gettandosi, infine, nel Tevere. Tutta l’area del parco può essere visitata sia a piedi che a cavallo facendo attenzione a seguire solo i percorsi segnalati.

Lungo il suo percorso, il Treja, in corrispondenza di Monte Gelato, a fianco di un antico mulino ad acqua, forma delle caratteristiche e bellissime cascate e cascatelle. Nei pressi del mulino è visibile la macina di pietra.

Come detto all’inizio dell’articolo, le cascatelle sono un’attrattiva turistica soprattutto nell’estate in quanto il fiume Treja, nonostante ci sia il divieto di balneazione (in prossimità s’innesta nel fiume un torrente che proviene dal depuratore di Santa Lucia), accoglie un gran numero di bagnanti.

Al di là del solito comportamento di superficialità di alcuni nostri compaesani sempre attenti a non rispettare le regole, il luogo è sicuramente un ambiente ideale per immergersi nella natura… portandole il giusto e obbligatorio rispetto, lasciando scorrere in pace le acque del fiume che porta i suoi ricordi al fratello maggiore, il Tevere. E lui al mare!

 

 

Licenza Creative CommonsLe cascatelle di Monte Gelato di Alberto Pestelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.

Share Button

Cagliari: Il parco di Monte Claro

Di Alberto Pestelli

Grazie alla sua natura geologica in calcare bianco, i romani che invasero la Sardegna lo chiamarono Mons Clarus. Il colle cagliaritano, tuttavia, era già frequentato già molto tempo prima dell’arrivo dei figli di Romolo. Intorno alla seconda metà del III millennio avanti Cristo, sul Monte Claro si sviluppò un’importante civiltà pre-nuragica (la cosiddetta cultura di Monte Claro. A testimoniare quest’antica presenza c’è tutta una serie d’importanti ritrovamenti archeologici. Nel 1905 fu trovato un ipogeo funerario, dove sono stati trovati molti oggetti funebri adesso esposti al bellissimo museo archeologico di Cagliari in piazza Arsenale.

Monte Claro, dal 1905 al 1998 si trovava all’interno dell’ex ospedale psichiatrico della città. Dopo la sua chiusura grazie alla legge Basaglia del 1978, passò sotto la responsabilità della provincia di Cagliari che l’ha trasformato a parco cittadino.

L’ingresso principale del parco è situato in via Cadello. Sin dall’entrata ci accompagna un viale impreziosito da lecci al cui inizio sono poste le curiose e famose pietre sonore create dall’artista sardo di fama internazionale Pinuccio Sciola.

Proseguendo per il viale si nota a destra un piccolo laghetto con l’immancabile corredo aviario costituito da germani e altre specie di anatre.

Andando avanti si può ammirare una singolare fontana detta “Fontana Logo” dal simbolo del parco sullo sfondo della struttura stessa. Il logo riproduce la decorazione che fu ritrovata nel 1905 nell’ipogeo funerario.

La flora è ben rappresentata nel parco: carrubi e vari tipi di pini (tra cui il pino di Aleppo), oleandri, i gelsi bianchi, i viburni, i salici nei pressi del laghetto, gli olivi, gli onnipresenti mirto e corbezzolo.

Numerose specie di volatili fanno la loro bella figura: oltre ai germani e alle altre anatre, frequenti sono i cardellini, delle cinciallegre e altri passeracei che devono contendersi il “palco canoro” con una gran quantità di urlanti pappagalli di ogni razza e grandezza (sicuramente fuggiti da qualche gabbietta…). Naturalmente non possono mancare i classici piccioni e, visto che Cagliari è sul mare, i gabbiani.

Nel laghetto “sguazza, e si riproduce” una nutrita popolazione di tartarughe sicuramente lì abbandonate da diverso tempo una volta cresciute e l’acquario diventato troppo stretto…

Il parco di Monte Claro è aperto tutto l’anno dall’alba alla sera ed è di facilissimo accesso. A fianco dell’ingresso principale c’è un comodo e ampio parcheggio per i visitatori che abitano distante dal quartiere dove si trova.

È un luogo dove passeggiare e fare jogging nel bel mezzo della città senza preoccuparsi del traffico cittadino.

Insomma un parco aperto a tutti e non solo per i Cagliaritani ma anche per quei turisti amanti delle altre realtà oltre alle solite bellissime, incantevoli spiagge!

Fotografie di Alberto Pestelli © 2015

Licenza Creative CommonsCagliari: Il parco di Monte Claro di Alberto Pestelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso www.italiauomoambiente.it.

Share Button

Quel lago alpino tra gli opposti fronti di guerra

Di Gianni Marucelli

È questo il secondo articolo che dedichiamo alla trentina Val di Pejo, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio, prendendo in esame la biforcazione nord-occidentale di essa, chiamata Val del Monte.

È, questo, un angolo di Trentino che confina con la Lombardia, e perciò si trovò a essere, sin dall’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, zona di prima linea. Chi ne subì le conseguenze fu la popolazione locale, da sempre suddita dell’Impero asburgico, che, un po’ perché di lingua italiana, un po’ perché intralciava le operazioni belliche, fu deportata in altre regioni, anche lontanissime.

Sui versanti contrapposti della Val del Monte, si fronteggiarono per più di tre anni Alpini e Kaiserjager, affrontando una vita durissima ad alta quota, cui, ai bombardamenti contrapposti, si unirono disagi e privazioni d’ogni genere, specie durante l’inverno.

Ora, invece, sembra d’essere in un piccolo paradiso: gli unici spari che è dato di sentire sono quelli del fucile di qualche bracconiere che va a camosci.

Il nostro percorso parte a valle del Forte Barbadifior, un fortilizio costruito dagli austriaci tra il 1906 e il 1908, in calcestruzzo, ora abbandonato: probabilmente non ebbe nessuna importanza nelle vicende belliche perché posto in fondo valle, ma sembra ancora mostrare i muscoli a un ipotetico nemico. In breve, raggiungiamo il Fontanino di Cellentino, con acqua ferruginosa e leggermente frizzante, per poi ascendere, piuttosto faticosamente, a quelli che un tempo erano i prati della Malga Palù, e che ormai da svariati decenni sono diventati un vasto e bellissimo lago artificiale, dalla cui diga fuoriesce il torrente Noce, che poi percorrerà tutta la Val di Pejo e la Val di Sole. Larici e abeti rossi fiancheggiano il sentiero, assieme ai pini mughi. Non è difficile immaginare che, a fine agosto, il sottobosco brulicherà di mirtilli e sarà buono anche per i porcini…

Alla fine della salita (ci troviamo a circa 1900 metri), la vista del lago Palù ripaga ampiamente dello sforzo fatto. Circondato dalle abetine e dai lariceti, il bacino si corona in alto, verso nord, delle splendide vette del Gruppo del Monte Vioz (mt.3600), mentre a occidente si profila il Corno dei Tre Signori, così chiamato perché si trovava all’incrocio tra la Repubblica di Venezia (di cui faceva parte la Valtellina), il Canton dei Grigioni (Valfurva), e il territorio del Principe-Vescovo di Trento.

Il sentiero costeggia il lago sulla riva alla nostra sinistra. Ogni punto è adatto per scattare splendide foto, o per sostare sulle spiaggette di sassi e ghiaia… poco dopo, s’incontra il sentiero che sale al Passo del Montozzo e al Rifugio Bozzi, sul versante che corrispondeva alla prima linea italiana.

Ho trovato una foto che ritrae, nel Luglio del 1915, quindi esattamente cento anni fa, proprio qui sopra, due famosi irredentisti italiani di origine austriaca, arruolatisi nel nostro esercito: uno è Cesare Battisti, l’altro Guido Larcher, cui è intitolato il Rifugio omonimo, di fronte al ghiacciaio del Cevedale. Compagni d’idee e d’armi, i due ebbero un destino molto diverso: Battisti, com’è noto, fu fatto prigioniero dagli imperiali, processato e impiccato come traditore; Larcher invece portò a casa la pelle, continuò a far politica e divenne un alto gerarca fascista.

Arriviamo infine a capo della semicirconferenza lacustre, dove il torrente si getta nel lago con un ampio estuario. Ci troviamo in un ambiente veramente bellissimo, dove vi è un luogo di sosta che corrisponde all’antica Malga Palù, con tanto di sorgente. L’itinerario poi si biforca: verso sinistra ci s’inoltra nella valle, verso il Passo della Sforzellina (metri 3000), da cui poi si può raggiungere la mitica strada del P. Gavia, teatro di tante imprese ciclistiche; verso destra invece prosegue il sentiero che compie il periplo del lago. L’interesse naturalistico ci spingerebbe a continuare il cammino nella prima direzione, per esperienza sappiamo che, salendo per le tracce di sentiero che s’inerpicano verso le vette dove si annidavano le postazioni austriache, incontreremmo certamente molti animali, in primo luogo le marmotte, ma anche i camosci e molti rapaci, tra i quali l’aquila reale e l’astore.

Infatti, quei luoghi sono scarsamente frequentati dai turisti, ci arrivano solo bracconieri, guardie forestali e qualche arrampicatore interessato alle pareti rocciose sovrastanti. Purtroppo non abbiamo il tempo necessario, quindi ci accontentiamo di completare il giro del lago giungendo a Malga Giumella, poco sopra la diga di sbarramento, e discendendo poi per la vecchia strada militare predisposta durante il conflitto dai soldati austro-ungarici. Qui avevano progettato di costruire un secondo fortilizio, gemello del Forte Barbadifior che è situato sul versante opposto; ma il comando imperiale si accontentò poi di predisporre solo le immediate retrovie del fronte, dal quale giungevano i morenti, i feriti e le truppe distrutte dalla stanchezza e dai combattimenti, che venivano sostituite da rinforzi ancora freschi. I morti ad alta quota per lo più venivano lasciati sul posto, sommariamente sepolti nel fango e nella neve. Moltissimi la montagna ne ha restituiti negli anni successivi al 1918, e, purtroppo, ancora continua a restituirne, a un secolo di distanza, il ghiacciaio in costante ritirata. Negli ultimi quindici anni, ben sette salme senza nome, tutte appartenenti a soldati austro-ungarici, sono state portate nella chiesetta di San Rocco, poco sopra a Pejo, dove vi è un cimiterino di guerra, e seppellite nella nuda terra vicino all’ingresso, in tombe contrassegnate da semplici croci di legno. Su un cartello bilingue compare la scritta: “Qui sono sepolti militari ignoti caduti durante la più alta battaglia della Storia, il 2 settembre 1918” (cioè solo un mese e mezzo prima della fine della guerra). L’epigrafe conclude: “La loro presenza in questo luogo sia monito perenne agli uomini incapaci di pace”.

Licenza Creative CommonsQuel lago alpino tra gli opposti fronti di guerra di Gianni Marucelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.

Share Button

Toscana – La Querce delle Checche, un patriarca che va difeso

Di Gianni Marucelli

Molti sono in Toscana gli alberi monumentali, i “patriarchi verdi” che meritano rispetto e protezione.

Non il più vecchio, ma uno dei più spettacolari è senz’altro la Querce delle Checche, che si trova in Val d’Orcia, presso Pienza. È quindi situata in uno dei paesaggi che hanno meritato dall’UNESCO il riconoscimento di “Patrimonio dell’Umanità”, e ciò avvalora ancor di più la sua presenza.

Si tratta di un imponente esemplare di Roverella (Quercus pusbescens), la circonferenza del cui tronco raggiunge i quattro metri e mezzo; ha un’età presumibile di circa 370 anni.

Questo vuol dire che, al tempo della Rivoluzione francese, era un albero già molto vecchio e che quando Garibaldi passò da queste parti (non sappiamo se si fermò ad ammirarla) era già un esemplare gigantesco e vetusto.

Il suo nome deriva da quello vernacolare delle Gazze (qui chiamate Checche, appunto) che tra i suoi rami costruiscono il nido. Intorno ad essa sono nate varie leggende: naturalmente, come per ogni esemplare arboreo così particolare, si narra che, sotto la sua chioma, si riunissero le streghe. Quel che è certo è che sotto di essa fu conservato un deposito di armi e munizioni, da parte dei partigiani, durante la Resistenza. Più recentemente, ha ispirato a un autore e cantante da poco scomparso, Mango, una bella canzone intitolata “L’Albero delle Fate”.

La bellezza e la notorietà, come il fatto di sorgere nelle immediate vicinanze di una strada asfaltata, non hanno però portato fortuna a questa Quercia; troppo spesso, infatti, la gente vi si avvicinava senza alcun rispetto. Ho visto, coi miei occhi, nel negozio di un fotografo, una foto in cui due corpulenti novelli sposi si sedevano su uno dei rami più bassi per farsi immortalare, ed è proprio in questo modo che, circa un anno fa, un ramo lungo più o meno una decina di metri è stato troncato.

Per fortuna, è scattata subito una reazione di solidarietà nei confronti del vecchio patriarca: si è formata un’associazione (“S.O.S. Quercia delle Checche”) cui hanno aderito migliaia di persone, il cui parere ha avuto un peso determinante nel far sì che la Regione Toscana, all’inizio del 2015, dichiarasse questo esemplare “Albero Monumentale”. E’ stata costruita una recinzione, sono stati posti dei cartelli e, a quanto pare, la salute della Quercia è ora monitorata dai botanici.

Ma l’unica protezione valida è la sensibilizzazione della gente che si ferma qui per ammirarla (vi è un apposito parcheggio), sperando che non venga in mente a qualche altro incosciente di sedersi su un ramo…

Licenza Creative Commons
Toscana – La Querce delle Checche, un patriarca che va difeso di Gianni Marucelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.

Share Button

TRENTINO ALTO ADIGE: QUELL’IMMENSO GHIACCIAIO CHE ESISTE SOLO NELLA MIA MEMORIA

Di Gianni Marucelli

Quante volte leggiamo sui giornali o sentiamo in TV che i ghiacci si stanno ritirando su tutto il pianeta, dall’Artide all’Antartide, passando per le grandi catene montuose a nord e a sud dell’Equatore, a causa del riscaldamento globale?

Bene, tutto ciò può impressionarci, ma non mai come quando possiamo constatare con i nostri occhi l’andamento del fenomeno.

A me è capitato questa estate, e precisamente intorno alla metà di Luglio, di tornare, dopo più di un quarto di secolo, a un punto di osservazione davvero privilegiato, dal quale è possibile godere della visione del più esteso dei ghiacciai delle Alpi orientali, quello del Monte Cevedale (m. 3750).

Si tratta del Rifugio Larcher (m. 2616), raggiungibile con una facile, seppur faticosa, passeggiata, dal limite settentrionale della Val di Pejo. Siamo in Trentino, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio, una zona dominata dal massiccio montuoso del Monte Vioz e appunto, del Cevedale, resi indimenticabili agli occhi del visitatore dal candore dei ghiacci perenni che vi dimorano.

Il Rifugio, dall’ultima volta che vi sono stato, è stato rinnovato ed è ora veramente molto accogliente: all’esterno sventolano sempre i vessilli dell’Italia, dell’Unione Europea, dell’Austria e del C.A.I., i tavolini sono affollati di escursionisti, in calzoncini corti e maglietta (il che la dice lunga su quale sia la temperatura di questo mese di luglio a un’altezza superiore a 2500 m.), uno stormo di gracchi alpini (Phirrocorax graculus) vola a bassissima quota in attesa di carpire qualche briciola dalle colazioni al sacco dei turisti. Sono intelligenti e piuttosto confidenti, questi corvidi d’alta quota, me lo ricordavo bene: se gli offrite una mollica e state a qualche metro di distanza, è agevole fotografarli, come potete vedere dall’immagine acclusa.

Bei momenti, da trascorrere sorseggiando una Radler o assaggiando uno dei dolci tipici che costituiscono la parte più “golosa” del menu del rifugio; non fosse per la stretta al cuore che provi quando, dalla vetta candida della montagna, la vista scorre verso il basso, lungo la vedretta, che non è più tutta scintillante come ricordavi, ma si tinge a tratti di un colore più cupo, blu intenso, dove il ghiaccio non è più protetto dalla neve recente e si intuisce facilmente che la fusione, soprattutto d’estate, deve essere rapida. Ma il dramma ha inizio più in basso, dove, ben mi ricordo, trenta anni or sono il ghiacciaio attanagliava ancora la roccia per centinaia di metri… ed ora è totalmente svanito… ridimensionato come un gelato alla crema nelle mani di un bambino troppo goloso.

Qui però non si tratta di qualche centimetro di Buontalenti, ma di uno spessore di decine e decine di metri di neve, solidificatasi in ghiaccio durante migliaia di anni, che si è squagliato nel giro di qualche decennio.

Qualcuno mi dice che sul lunghissimo crinale risplendente di neve al sole, dove ora minuscoli puntini si muovono, indicandoci che vi è una cordata in ascensione, un tempo non molto lontano la via era agevole, niente più che una lunga e faticosa escursione sulla neve, mentre adesso essa è infida, costellata di mutevoli crepacci, per cui ci si può avventurare solo con guide alpine molto esperte…

E il resto del ghiacciaio? Tutto, tutto è condannato a scomparire nel giro di altri venti, trenta anni, cosa del resto comune agli altri “fratelli di gelo” delle Alpi.

Ormai, non possiamo farci niente, tranne qualche miserando tentativo di “preservare” dei tratti interessati dallo sci estivo, coprendoli con teloni, come è accaduto per il vicino ghiacciaio dell’Adamello, sopra il Passo del Tonale.

E non è tutto: dove la roccia è più friabile, come sulle Dolomiti, lo scioglimento dei ghiacciai sta provocando, e sempre più provocherà, fenomeni di sfaldamento, frane, crolli di intere pareti…

Scendo lungo la Val de Lamare, dalla tipica forma a U propria delle valli d’origine glaciale, e so che anche qui, un secolo o due fa, il ghiacciaio era ben vivo, sorgente d’acqua e di vita per le genti e gli animali più in basso. Ne sono testimonianza le “rocce montonate”, che presentano le tracce d’erosione provocate dal peso e dai movimenti del ghiacciaio nel corso del tempo.

Qualche bellissimo fiore alpino, con i suoi colori, cerca di distrarmi dalle mie non liete meditazioni.

Lo fotografo per portarmelo a casa, senza danneggiarlo. Una nota cromatica con cui chiudo questo articolo.

Licenza Creative Commons
TRENTINO ALTO ADIGE: QUELL’IMMENSO GHIACCIAIO CHE ESISTE SOLO NELLA MIA MEMORIA di Gianni Marucelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso www.italiauomoambiente.it.

Share Button

Calabria: In gita nel parco nazionale della Sila

Di Alessio Genovese

Chi non ha mai visitato la Sila può non immaginarsi che il Parco Nazionale istituito fra il 1997 ed il 2002 nel territorio ricompreso fra le provincie di Catanzaro, Cosenza e Crotone è quello in Italia con la maggiore superficie boscosa. Dei tre Parchi Nazionali della Calabria (gli altri due sono quello del Pollino e dell’Aspromonte) è il terzo ad essere stato istituito in ordine di tempo ma ciò non certamente perché sia da considerare meno interessante degli altri due. Al contrario la sua nascita è stata spesso ritardata per questioni socio-politiche. Soprattutto per chi vi arriva, come abbiamo fatto noi, dalla strada statale ionica 106, risalta subito all’occhio il notevole contrasto fra la pianura piuttosto arida e spoglia di vegetazione del crotonese (con solo alcuni esemplari di eucalipto) ed i fitti ed estesi boschi che la fanno da padrone non appena si incomincia, nel giro di pochi chilometri, a salire di quota raggiungendo l’altopiano silano.

Le cime degli alberi

Le cime degli alberi

 È molto suggestivo, percorrendo la S.S. 107 silano-crotonese, perdere l’orizzonte della propria vista fra le cime dei faggi e soprattutto dei pini larici che la fanno da padrone. Per chi proviene invece dal versante tirrenico della Calabria, passando per Cosenza, l’impatto risulta meno drastico in quanto le colline verdi degradano fino al mare ed il dislivello rispetto all’altopiano viene colmato in un minor numero di chilometri.

Per visitare tutta la Sila occorrerebbero sicuramente più giorni durante i quali può essere sicuramente piacevole concedersi un po’ di relax lungo i vari sentieri del Parco e soprattutto sulle rive dei suoi splendidi laghi (Cecita, Arvo, Ampollino per citare i principali). Al di là della nota località turistica di Camigliatello Silano l’impressione è che l’attuale crisi economica ma soprattutto i cambiamenti dei flussi abbiano finito per ridurre la durata delle stagioni turistiche determinando anche la chiusura di alcune strutture ricettive. La maggior parte del nostro tempo l’abbiamo dedicata, oltre a girare in macchina lungo il perimetro dei laghi, a visitare il Centro Visita di Cupone e la Riserva Naturale Biogenetica dei “Giganti della Sila” nota anche come “Bosco di Fallistro”.

Ingresso del centro visite

Ingresso del centro visite

Il primo si trova a circa 7 chilometri da Camigliatello a ridosso delle sponde del Lago di Cecita che, più grande fra tutti i laghi della Sila, è di chiara origine artificiale nato come diga. Il Centro Visita, molto ben organizzato, è gestito in maniera pregevole direttamente dal Corpo Forestale dello Stato. Al suo ingresso si trova un Ufficio Informazioni ma ciò che colpisce l’attenzione è la cura del verde e delle varie aree fruibili dal visitatore.

Giardino geologico

Giardino geologico

Fra queste il Giardino Geologico e quello della flora che sono entrambi all’aperto. All’interno di due grandi strutture moderne si trovano da una parte un museo della falegnameria con diversi macchinari impiegati un tempo nella trasformazione del legname a partire da quelli il cui funzionamento avveniva ad acqua e dall’altra, con visita sempre gratuita, la grande area museale dedicata alla fauna locale con diversi animali imbalsamati e varie sezioni informative.

Lupi imbalsamati

Lupi imbalsamati

Tutte le strutture sono di recente costruzione e risultano molto funzionali. Dal Centro Visita partono poi, per gli amanti del trekking, diversi sentieri tracciati di svariate lunghezze.

La Riserva Naturale “I Giganti della Sila” si trova sempre a pochissimi chilometri da Camigliatello Silano in direzione di Crotone ma sempre nel Comune di Spezzano della Sila (Cosenza). Per accedervi è necessario pagare un piccolo ticket (2€ a testa) e seguire un percorso obbligato della lunghezza di circa un chilometro. Il gigante della Sila è ovviamente il Pino Laricio (trattasi di una varietà del Pino Nero –Pinus Nigra laricio- che è presente nell’Italia meridionale dal Pollino alla Sicilia). La Riserva si sviluppa su una superficie di circa 6.500 ettari mentre il bosco pare che abbia avuto origine a metà del 1600 per volere di un privato.

Abbraccio tra alberi

Abbraccio tra alberi

Molti alberi sono davvero imponenti e colpiscono l’attenzione del visitatore oltre che per la loro altezza (spesso oltre i 40mt) anche per le loro forme che in taluni casi sembra che portino gli stessi alberi a cingersi in un affettuoso abbraccio.

Esemplare imponente di Pino Laricio)

Esemplare imponente di Pino Laricio)

 Il Pino laricio rappresenta sicuramente la vegetazione più caratteristica della Sila rispetto alla quale non vogliamo raccontarvi di più ma solamente invitarvi a conoscerla di persona perché ne vale veramente la pena.

 

Licenza Creative CommonsCalabria: in gita nel parco nazionale della Sila di Alessio Genovese © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at www.italiauomoambiente.it.

Fotografie di Alessio Genovese

Share Button