IN TOSCANA SI PREPARA UN BAGNO DI SANGUE

In dirittura di arrivo la legge regionale contro cinghiali, caprioli, cervi, daini e affini

 Di Gianni Marucelli

fonte della foto: cacciabruzzo.blogspot.com

Capriolo – fonte della foto: cacciabruzzo.blogspot.com

 Non se ne parla ancora molto sugli organi d’informazione (è noto che le azioni peggiori si compiono in silenzio), ma in Consiglio regionale della Toscana si sta dibattendo la già famigerata (prima ancora della sua approvazione) Legge sulla “limitazione” della popolazione di ungulati – cinghiali, ma anche caprioli, daini, cervi e mufloni – che sarebbero in smisurato esubero nella regione, mettendo a rischio non solo le colture, ma anche l’incolumità delle persone e l’equilibrio degli ecosistemi. Questo eufemismo vuol significare che, per tre anni, sarà caccia aperta per 365 giorni all’anno (salvo i bisestili) e in ogni luogo – si spera non in Piazza della Signoria a Firenze o in Piazza del Campo a Siena – per abbattere almeno 300.000 (avete capito bene!) ungulati. La proposta di legge è stata avanzata dall’Assessore competente (?) Marco Remaschi, che – da buon ex manager di banca nonché ex sindaco, ex presidente di Comunità montana ed ex consigliere regionale – ha pensato non solo di eliminare alla radice il “problema” dell’eccessivo numero di ungulati (non esistono però numeri certi sulla loro consistenza), ma di far adeguatamente fruttare il massacro con l’apertura di appositi centri di macellazione specializzata della selvaggina. Il primo lo ha inaugurato lui stesso, a Settembre, in quel di San Miniato (PI).

Dunque, una “filiera” cruenta – anche se non sappiamo ancora se affidata alle lobbies dei cacciatori oppure se “controllata” da operatori pubblici quali gli agenti delle Polizie provinciali e gli ormai ex Forestali, ora Carabinieri.

Il buon Remaschi, quindi, con una sola fava prenderebbe diversi piccioni – per continuare con una metafora di ambito venatorio: accontentare gli agricoltori che, a ragione ma talvolta anche a torto, si lamentano dei danni alle coltivazioni dovuto alle irruzioni dei cinghiali, far felici naturalmente i cacciatori, cui si darebbe licenza di sparare per tutto l’anno (e quindi incamerare i futuri voti delle due categorie), portare soldi alla Regione con la vendita della carne dei selvatici – si sente parlare di “contribuire alla solidarietà” fornendo proteine a buon mercato alle mense di istituti di beneficienza ecc. Inoltre, diminuirebbero i morti per incidenti a veicoli, causati da cervi, caprioli, mufloni ecc. ignari del Codice stradale. Altro applauso. Infine, si contribuirebbe a salvaguardare l’ambiente forestale danneggiato dagli sciagurati animali.

caccia-cinghiali-cacciatori - fonte della foto: www.toscanamedianews.it

caccia-cinghiali-cacciatori – fonte della foto: www.toscanamedianews.it

Ora, con buona pace della competenza amministrativa dell’assessore regionale, non possiamo esimerci dal fare alcune osservazioni:

  1. Il controllo venatorio della fauna non risolve il problema, come attestato scientificamente (vedi l’articolo apparso l’8 Dicembre 2015, a firma del Segretario generale della Federazione Nazionale Pro Natura, Piero Belletti).
  2. L’apertura della caccia agli ungulati per tutto l’anno danneggerebbe gravemente l’ambiente che si dice di voler proteggere.
  3. I morti e i feriti tra gli sparatori supererebbero di molto (vedi le recenti statistiche relative agli incidenti venatori) quelli dovuti a “intralci” alla guida da parte degli ungulati.
  4. Nessun turista o escursionista sarebbe più libero di girare boschi e campagne senza disturbo.
  5. L’immagine della Toscana quale terra di civiltà e buon senso sarebbe definitivamente compromessa davanti agli occhi dell’opinione pubblica di molti Paesi, con pesanti ricadute sulle presenze turistiche.
  6. In quanto alle mense cui fornire le carni degli uccisi… beh, ogni commento è superfluo, i nostri lettori sono dotati di una buona dose di buon senso.
  7. Infine, last but not least, la coscienza di una buona parte degli stessi cittadini si ribellerebbe di fronte alla strage.

Tutto ciò, in particolare gli ultimi punti, appare tanto più evidente in presenza di un appello contro l’approvazione di una simile Legge-scempio, già presentato il 16 Gennaio e firmato da molti notissimi intellettuali e artisti, tra cui citiamo:

Andrea Battiato, Sandro Veronesi, Giorgio Panariello, Dacia Maraini, Folco Terzani, Marco Vichi, Stefano Bollani, Susanna Tamaro, David Riondino, oltre a biologi, esperti di diritto e, naturalmente ambientalisti e animalisti.

Qualche tempo fa, la LAV, Lega anti vivisezionista, ha chiesto a gran voce le dimissioni di Marco Remaschi da Assessore alla Caccia.

Un altro ex davanti al suo nome non guasterebbe di certo.

capriolo -  fonte della foto: cacciabruzzo1.blogspot.com

capriolo – fonte della foto: cacciabruzzo1.blogspot.com

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Il ritorno del vuoto a rendere…

Di Alberto Pestelli

Nei primi numeri della nostra giovane rivista, apparve un articolo della nostra collaboratrice Maria Iorillo di Roma (N° 5 – anno I, luglio-agosto 2014), dove si auspicava il ritorno al vetro come contenitore ottimale per gli alimenti. Mai articolo è stato premonitore. Infatti Maria puntava il dito sull’eterno (o quasi) riciclaggio del vetro e come conseguenza, la riduzione della produzione di rifiuti difficilmente biodegrabili in quanto il vuoto a perdere significa un grande spreco di energia, di materie prime e soprattutto un maggiore inquinamento.

In un articolo apparso il 23 dicembre 2015 sul sito www.ansa.it/canale_ambiente, pare che, finalmente, si ritorni all’utilizzo del “vuoto a rendere” per le bottiglie di acqua minerale, birra e altre bibite. Si tratta comunque di un esperimento di un anno proprio con l’intento di ridurre la produzione di rifiuti che coinvolgerà volontariamente bar ed esercenti della distribuzione alimentare. Come succedeva in passato – qualcuno di voi forse ricorderà ancora – verrà applicato il sistema del vuoto a rendere su cauzione – il medesimo che è già in vigore per ristoranti, alberghi e altri tipi di strutture turistiche.

Tutto quanto molto bello… ma perché fare un esperimento? Sappiamo tutti quanti che il sistema ha sempre funzionato bene nel passato e non c’è ragione per dubitare sul suo funzionamento in questi tempi e nel futuro. Basta pensare al grande risparmio per tutti a partire dalle imprese produttrici che riutilizzeranno bottiglie dopo averle lavate e sterilizzate, proprio come facevano gli antichi “vinai” delle mie parti (ma anche di altre regioni d’Italia) che lavavano i fiaschi con l’erba vetriola (Parietaria officinalis L.) senza alcun spreco di energia e senza deturpare l’ambiente con rifiuti potenzialmente tossici.

Secondo quanto viene riportato su Wikipedia, in Germania, grazie al vuoto a rendere non solo per il vetro, ma anche per la plastica, l’ammontare dei rifiuti è ridotto del 96% per il vetro e dell’80% con la plastica. Addirittura, se andiamo a riutilizzare per una ventina di volte una bottiglia di vetro abbiamo un risparmio di energia di circa il 76,91%. Sin dal 1991 in Germania è previsto che circa il 75% dei contenitori per alimenti prodotti dalle aziende siano vuoti a rendere. In alti paesi come la Danimarca il vuoto a rendere è obbligatorio, mentre in Norvegia il sistema è utilizzato anche per le lattine. E in Italia? Nota dolente… dai dati che Wikipedia riferisce, nel 2005 i vuoti a rendere coprivano meno del 50% dei consumi…

Quindi che sia legge subito nel nostro paese senza passare per la sperimentazione perché che bisogno c’è di sperimentare una cosa che già facevamo tanti anni fa? Sperimentazione (scusate tutte queste ripetizioni tuttavia necessarie) che, sicuramente, avrà un costo soprattutto per le nostre tasche.

Allora sì al ritorno del vuoto a rendere. Ma che si ritorni al vetro, non solo per l’acqua minerale venduta nei supermercati, per gli alimenti relegati adesso in lattine e in contenitori di plastica, ma anche per alcune forme farmaceutiche quali compresse e capsule…

Alberto Pestelli

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Comincia la lotta contro l’uso indiscriminato dei pesticidi in agricoltura

Di Gianni Marucelli

 Glyphosate-3D-balls

Malles Venosta (BZ) è stato il primo Comune italiano che, sulla base dell’esito di un referendum tra i cittadini, ha bandito, nello scorso Luglio, per Statuto, i pesticidi dal proprio territorio. Grazie anche al web, si va diffondendo la sensibilizzazione delle popolazioni contro l’utilizzo, spesso indiscriminato anche in barba alle vigenti leggi, di massicce dosi di veleni nelle pratiche agricole, sostanze che non inquinano solo il prodotto finale (e quindi l’utente) ma il terreno e le falde acquifere, incidendo direttamente persino sulla salute degli stessi lavoratori agricoli.

Tra i vari pesticidi ed erbicidi normalmente utilizzati, uno dei più noti è il Glifosato, che viene impiegato per l’eliminazione della vegetazione (erbe e simili) ritenuta nociva e intralciante, non solo nei campi, ma anche lungo le strade, nelle aree pubbliche ecc. Il Glifosato è realizzato e venduto dalla Monsanto, il colosso americano leader mondiale del settore, che fa splendidi (per lui) affari anche in Italia, dove smercia una quantità impressionante di erbicida.

Peccato che, pochi mesi fa, l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità, settore IARC, cioè Ricerca contro il Cancro) abbia dichiarato che il Glifosato è probabilmente cancerogeno per gli esseri umani, e sarebbe quindi da utilizzare con ogni precauzione e in quantità molto limitate. Le difese della Monsanto, e del Glifosato, le ha però prese, con inconsueta tempestività, la EFSA, cioè l’autorità per la sicurezza alimentare della Unione Europea, affermando che il prodotto, di per sé, non risulta essere cancerogeno.

Si è quindi creata una situazione d’incertezza, che, a ben guardare, è solo formale: infatti i prodotti testati dall’IARC vedono nella loro formulazione chimica il Glifosato affiancato da altri elementi.

Così, anche l’EFSA ha dichiarato che “ll rapporto Iarc ha esaminato sia il glifosato, sia i formulati a base di glifosato, raggruppandoli tutti senza tener conto della loro composizione. La valutazione Ue, invece, ha considerato solo il glifosato”. In poche parole, l’Europa analizza solo il principio attivo mentre l’Oms ha studiato alcuni erbicidi in vendita dove il glifosato era uno dei tanti principi attivi. Secondo Efsa è probabile che “gli effetti genotossici osservati in alcuni formulati a base di glifosato siano collegati ad altri componenti”.

Cioè: quei diserbanti presi in esame dall’OMS forse sono davvero cancerogeni, ma non è sul glifosato che bisogna puntare il dito.

A questo punto, però, un minimo di principio di precauzione nei confronti di tutti coloro che lavorano con gli erbicidi, o consumano prodotti inquinati dagli stessi, dovrebbe essere applicato, per un minimo di decenza. Considerato che il Glifosato non è un pasticcino e dovrebbe essere comunque usato in quantità veramente minime, e appurato che i composti in cui si rinviene sono assai probabilmente cancerogeni, le autorità locali preposte alla salute dei cittadini (i sindaci) possono – a nostro parere debbono – vietarne l’uso.

San Casciano in Val di Pesa (Toscana)

San Casciano in Val di Pesa (Toscana)

A parte il caso di Malles Venosta, anche alcuni Comuni della Toscana stanno muovendosi su questa linea: San Casciano Val di Pesa è uno di questi. All’attenzione del Consiglio Comunale è stato posto un ordine del giorno la cui approvazione comporterebbe l’abolizione – o una forte limitazione – dell’uso del prodotto “Glifosato” sul territorio comunale.

La risposta della maggioranza di governo del Comune di San Casciano è stata resa nota il 14 dicembre 2015. La mozione presentata dal consigliere dell’opposizione, dottor Francesco Volpe dei “Cittadini per San Casciano” per come era stata presentata non è stata approvata. È stata ripresentata dopo aver subìto una modifica del testo. Il consiglio comunale di San Casciano in Val di Pesa l’ha approvata all’unanimità. Riportiamo pari pari quel che è stato deciso dalla Giunta: “…senza vietarne l’utilizzo in agricoltura ma, in particolare, sollecitando un approccio che vada di pari passo, soprattutto nei Comuni della stessa area geografica.

È da auspicare che tale linea – in mancanza di una presa di posizione precisa e decisa da parte dei Ministeri competenti – sia adottata da tutti i Comuni italiani.

 

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Inquinamento atmosferico: è strage tra gli italiani

Di Gianni Marucelli

Proprio nei giorni in cui attraverso i canali d’informazione di massa, e in particolare i TG, venivano proposte con grande rilievo le immagini dell’inquinamento atmosferico in Cina, in particolare a Pechino, sul notiziario di ANSA Ambiente (1 Dicembre) veniva proposta una statistica che ci tocca assai più da vicino, e ci consegna la maglia nera dell’Unione Europea per quanto riguarda i morti per inquinamento. Nel 2012 (i dati sono aggiornati a quell’anno) l’equivalente degli abitanti di una città medio-piccola sono stati sterminati dalle micropolveri sottili e dall’ossido di azoto. Nei fatti, si tratta di 84.400 italiani deceduti per malattie legate all’inquinamento atmosferico nel 2012. Ovviamente, la parte della Nera Signora con la falce la fanno le grandi città, Roma, Milano, Torino, Firenze ecc., e non è difficile individuare nel traffico veicolare lo strumento di questa strage. Gli altri paesi europei se la passano un po’ meglio, ma comunque il bilancio complessivo nei 40 stati considerati nello studio è assai pesante: 491.000 morti.

Tornando alla situazione italiana, citiamo testualmente un brano del report di ANSA Ambiente apparso sul suo sito il 1 dicembre 2015:

L’area più colpita in Italia dal problema delle micro polveri si conferma quella della Pianura Padana, con Brescia, Monza, Milano, ma anche Torino, che oltrepassano il limite fissato a livello Ue di una concentrazione media annua di 25 microgrammi per metro cubo d’aria, sfiorata invece da Venezia. Considerando poi la soglia ben più bassa raccomandata dall’Oms di 10 microgrammi per metro cubo, il quadro italiano peggiora sensibilmente, a partire da altre grandi città come Roma, Firenze, Napoli, Bologna, arrivando fino a Cagliari.

 Facile intuire che il rimedio può essere uno solo: il passaggio nel più breve tempo possibile a una mobilità urbana assicurata da mezzi pubblici mossi da energia alternativa e la completa sostituzione di tutti i veicoli privati (motorini compresi) che bruciano combustibili fossili con quelli a elettricità, almeno per quanto riguarda l’ammissione nel perimetro urbano. La tecnologia c’è già, rimane da passare ai fatti.

Immagine di Carmelo Colelli © 2015

Immagine di Carmelo Colelli © 2015

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La carica degli orsetti 2

Di Gianni Marucelli

img-parcoabruzzo-2Qualche mese fa, titolammo così un articolo che si riferiva alle buone notizie provenienti dal Trentino, dove erano stati osservati diversi cuccioli d’orso bruno alpino. Ora, notizie simili provengono dal Parco Nazionale d’Abruzzo (comprendente anche zone del Lazio e del Molise), in cui nel 2015 è stata segnalata la presenza di almeno 6 orsetti, di cui uno nato in cattività.

Si tratta, naturalmente, di orsi marsicani, sottospecie di Orso bruno storicamente insediata nell’Italia peninsulare, dove è sopravvissuta grazie alla protezione garantita dall’istituzione, nel 1921, di questa grande zona di rispetto.

Ora, il numero di 6 nuovi cuccioli può apparire basso, ma bisogna considerare che gli orsi marsicani sono pochi, non più di un centinaio, e che le femmine partoriscono uno, a volte due, piccoli ogni due anni. Il periodo di gestazione è di molti mesi e si prolunga nel tempo del letargo, che finisce quando comincia la primavera. Al parto, gli orsetti sono davvero minuscoli: pesano meno di quattro etti e non misurano più di una ventina di centimetri. La loro sopravvivenza è legata a diversi e mutevoli fattori, anche se essi rimangono al sicuro nella tana durante il periodo dell’allattamento, che si protrae per un paio di mesi. Poi, comincia il lungo periodo (un anno e mezzo) dell’apprendistato alla vita: i piccoli non si discostano mai molto dalla madre, da cui imparano la ricerca del cibo e a difendersi dalle insidie dell’ambiente, in primis dall’incontro con un temibile bipede chiamato Uomo.

03parco_nazionale_abruzzoPurtroppo, non è del tutto finita la persecuzione degli orsi da parte dei bracconieri, cui si affianca il rischio delle collisioni con veicoli a motore. Viceversa, l’uomo non ha nulla da temere dall’orso, che reagirebbe soltanto se gli doveste capitare addosso, oppure per proteggere la propria prole.

Questo plantigrado è onnivoro, ma si nutre in prevalenza di vegetali e d’insetti, talvolta di anfibi, roditori o anche di carogne. I nostri orsi, in genere, non hanno la fortuna di quelli dell’Alaska o del Canada, che dispongono anche di grandi fiumi e quindi di abbondanti risorse ittiche: le immagini di orsi “pescatori”, che arpionano con grande abilità trote e salmoni, non appartengono alla nostra realtà.

Ma torniamo alla notizia d’apertura: il censimento delle nuove cucciolate è stato possibile grazie all’impegno dell’Unione Zoologica italiana, che ha stipulato una convenzione con il Parco, e alla metodologia messa a punto dall’Università “La Sapienza” di Roma. Sono stati impiegati, via via, più di 150 operatori, che hanno utilizzato, oltre all’osservazione diretta, le videotrappole.

E’ stato possibile, in conclusione, determinare il numero di nuovi orsetti nell’arco di otto anni (2006/2014): circa una settantina, un numero che fa ben sperare per il futuro della specie.

 

 

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Emergenza cinghiali: servono gli abbattimenti?

Di Piero Belletti

(Articolo apparso su Natura & Società, n° 4, dicembre 2015, per gentile concessione della Federazione Nazionale Pro Natura)

Mentre il tribunale Permanente dei Popoli condannava a Torino gli Stati e le Regioni per le procedure adottate nella realizzazione delle grandi opere, ad Asti si è tenuto un altro “processo”, che ha visto sul banco degli imputati (ovviamente solo in senso metaforico) il cinghiale.

Nella città del Palio, infatti, si è tenuto il convegno “Emergenza cinghiali: modalità di intervento – Il fallimento degli abbattimenti e le strategie alternative”, organizzato dalla LAC Piemonte con il supporto di Pro Natura e della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI.
Il Convegno ha visto la partecipazione di un folto pubblico ed ha consentito di fare un po’ di chiarezza su un problema che è senza alcun dubbio reale, ma spesso ingigantito e distorto in molti dei suoi aspetti più critici.
Il cinghiale è una specie molto adattabile, che è riuscita a trarre vantaggio dalle modificazioni che l’uomo ha arrecato all’ambiente. Il loro numero è andato progressivamente aumentando, così come la superficie di territorio da essi occupato. A titolo di esempio, ricordiamo come a metà del secolo scorso il cinghiale era assente in Piemonte, dove ha fatto le sue prime timide comparse meno di cinquant’anni orsono.

Cinghiale in una pozza fangosa - Richard Bartz, Munich Makro Freak Opera propria Wikipedia CC BY 2,5

Cinghiale in una pozza fangosa – Richard Bartz, Munich Makro Freak Opera propria Wikipedia CC BY 2,5

Il ritorno del cinghiale non è tuttavia stato solo un evento naturale: al contrario, le introduzioni a fini venatori, legali o meno, hanno ingigantito il problema.
 Oggi la presenza del cinghiale crea indubbi problemi: soprattutto al settore agricolo, ma non solo. A volte anche la stessa integrità ambientale viene messa a rischio, a seguito della alterazione degli equilibri faunistici. Infine, non è nemmeno da trascurare l’incidenza degli incidenti stradali che spesso sono causati proprio da questi ungulati. Tuttavia, come ha sottolineato Roberto Piana della LAC nel suo intervento introduttivo, la maggior parte degli incidenti si verifica nella stagione autunnale, in concomitanza con l’apertura della stagione venatoria, la quale disgrega i branchi e aumenta in modo sostanziale lo spostamento degli animali. La stessa pericolosità del cinghiale è spesso sopravvalutata: è vero che si registrano alcuni casi di aggressione ad esseri umani (anche se sempre indotti da comportamenti umani incauti e motivati dalla necessità di difendere sé stessi o i piccoli), tuttavia è altrettanto vero che gli incidenti causati da bovini sono molto più numerosi. Eppure nessuno si sogna di colpevolizzare le mucche… Piana ha concluso ricordando come la vera causa scatenante l’esplosione del cinghiale sia stata la volontà dei cacciatori di introdurre qualche preda in grado di rimpolpare i loro carnieri. Appare pertanto del tutto illogico affidare proprio a loro il compito di risolvere un problema dal quale sono gli unici a trarre cospicui vantaggi. Che gli abbattimenti non siano in grado di risolvere il problema del sovrappopolamento di cinghiali lo conferma anche il fatto che, nonostante essi aumentino in misura esponenziale anno dopo anno, i danni alle attività agricole non accennano a diminuire, anzi… Le risposte degli Enti Pubblici preposte alla gestione del territorio e delle sue risorse sono state limitate e spesso dettate più dalla necessità di “dare un segnale” che non dall’effettiva volontà di risolvere il problema, o quanto meno riportarlo entro limiti accettabili. Denominatore comune di tali interventi è stata la scelta di ricorrere quasi solo ad abbattimenti. Tuttavia, come detto, l’esperienza ci insegna che tali interventi sono risultati quasi sempre inutili, se non addirittura controproducenti. I danni arrecati dai cinghiali non sono diminuiti, ma anzi spesso tendono a crescere proprio laddove si fa maggiore ricorso agli abbattimenti.

Cinghiali nei pressi di una zona urbana - Filip Dabrowski CC BY-SA 3.0

Cinghiali nei pressi di una zona urbana – Filip Dabrowski CC BY-SA 3.0

Chiamato indirettamente in causa, l’Assessore Regionale alla Caccia Giorgio Ferrero ha cercato di giustificare l’operato dell’Ente Pubblico, che si dibatte tra enormi difficoltà economiche e non dispone delle risorse necessarie per rendere più incisiva la propria azione. La priorità della Regione, tuttavia, rimane la tutela delle produzioni agricole.

Carlo Consiglio (già docente di Zoologia all’Università di Roma) ha ricordato come i cinghiali che hanno colonizzato il nord Italia non appartengano alla sottospecie maremmana (autoctona del nostro Paese), ma derivino da incroci con la sottospecie centro- europea, più grossa e prolifica; molto probabili anche i casi di incroci con il maiale domestico, che accrescono ulteriormente la fertilità degli animali. L’attività venatoria, inoltre, disgregando i gruppi, annullando la sincronizzazione dell’estro delle femmine e anticipando la maturità sessuale di queste ultime, altro non fa che favorire ulteriormente la riproduzione degli animali.

L’aspetto economico della caccia al cinghiale è stato affrontato da Piero Belletti (Pro Natura), che ha presentato i risultati di uno studio sui costi e i ricavi della caccia in Provincia di Alessandria (per ulteriori dettagli si veda il numero di giugno 2015 di “Natura e Società”). Le conclusioni dell’analisi sono che i cacciatori pagano, per poter esercitare la pratica venatoria, meno del valore della carne che si portano a casa: di conseguenza, tutti i costi relativi alla caccia, tra cui in particolare gli indennizzi per i danni all’agricoltura e quelli per incidenti stradali, risultano a carico della collettività.

David Bianco, responsabile dell’Area Biodiversità dell’Ente di Gestione per i Parchi e la Biodiversità dell’Emilia Orientale, ha presentato una concreta esperienza di controllo del numero dei cinghiali, che prevede il ricorso ai cacciatori solo come ultima possibilità. Nel Parco dei Gessi Bolognesi è infatti prevista una massiccia attività di prevenzione dei danni, ad esempio mediante la posa di recinzioni metalliche ed elettrificate, e l’impiego di altri metodi ecologici (quali l’allontanamento incruento). Solo in caso di comprovata inefficacia di tali tecniche
l’Ente procede all’abbattimento degli animali, cercando di sostituirsi alla selezione naturale. Gli interventi si rivolgono quindi soprattutto agli animali entro l’anno di età, allo scopo di ottenere popolazioni più stabili e mature, ed utilizzano principalmente gabbie di cattura. Le catture e gli abbattimenti avvengono presso le aziende agricole o nelle loro immediate vicinanze, privilegiando le aree fortemente danneggiate. Una parte degli esemplari abbattuti resta nella disponibilità dell’Ente, che li cede a ditte specializzate ricavandone risorse economiche vincolate all’attuazione del Piano stesso, in particolare all’acquisto dei materiali di prevenzione. Sull’efficacia delle reti, elettrificate o meno, per ridurre i danni dei cinghiali sulle colture agricole si è soffermato Andrea Marsan, del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università di Genova. Lo studioso ha presentato numerosi casi risolti positivamente ed ha concluso sottolineando l’efficacia della misura di prevenzione e osservando come, nei casi di insuccesso, la responsabilità sia quasi sempre dovuta ad errori di installazione.

Scrofa con cuccioli - Dave Pape Opera propria Wikipedia Pubblico dominio

Scrofa con cuccioli – Dave Pape Opera propria Wikipedia Pubblico dominio

Giovanni Scaglione, imprenditore agricolo, ha ricordato che i cacciatori causano molti più danni della fauna selvatica, anche grazie alla possibilità loro concessa dalla legge di entrare nei fondi altrui senza il consenso del proprietario. Non solo, la caccia scoraggia il turismo, che invece dovrebbe rappresentare una risorsa di grande importanza per garantire la sopravvivenza delle aziende agricole.

Le conclusioni del convegno, quindi, si possono riassumere nella complessità della situazione, cui probabilmente non è possibile fornire un’unica risposta. Certamente, appare quanto meno illusorio sperare che chi ha creato il problema, e ne trae tuttora consistenti vantaggi, operi seriamente per la sua soluzione.

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Un futuro senza glifosato per San Casciano in Val di Pesa?

Di Alberto Pestelli

San Casciano, Tuscany, Italy

San Casciano, Firenze

Ci sarà un futuro senza glifosato per San Casciano in Val di Pesa? La redazione de L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente si augura di sì! Come alcuni sanno – abbiamo già trattato in precedenza il tema – il glifosato è una sostanza aminofosforica della glicina utilizzata come erbicida. Questo composto è un inibitore di un enzima che catalizza la reazione di condensazione tra il fosfoenolpiruvato e lo shikimato-3fosfato all’interno della biosintesi degli aminoacidi aromatici nella struttura del cloroplasto. In parole povere la sostanza distrugge qualsiasi erba o pianta. Non è un erbicida selettivo ma distrugge tutto ciò che trova davanti a sè! Inizialmente non era considerato particolarmente pericoloso per l’uomo e gli animali. Ma nel 2012 la Food and Chemical Toxicology ha pubblicato uno studio dove si evidenziava un grandissimo rischio nello sviluppare patologie cancerogene nei ratti. Questo studio fu ritirato per le critiche ricevute dalla comunità scientifica che, però, si è ricreduta nel 2015 quando la International Agency for Research on Cancer ha definito il glifosato come sostanza a grande rischio oncologico per l’uomo. Per tale motivo è stata inserita nella categoria 2A. Da allora numerosi movimenti si stanno battendo per la messa al bando di questo potentissimo e pericoloso erbicida.

Dottor Francesco Volpe

Dottor Francesco Volpe

Proprio ieri, il dottor Francesco Volpe, de I Cittadini per San Casciano – gruppo di opposizione alla giunta del comune del Chianti fiorentino – ha protocollato la mozione per bandire il glifosato dal territorio di San Casciano. Il 14 di dicembre ci sarà la risposta della maggioranza. Una mozione simile è stata presentata nel comune di Greve in Chianti, dove purtroppo, è stata bocciata.

Mozione contro il glifosato presentata alla giunta comunale di San Casciano in Val di Pesa.

Noi, comitato di redazione de L’Italia, l’uomo, l’ambiente ci auguriamo in un esito positivo della mozione presentata dal dottor Volpe e che finalmente si metta uno deciso stop all’utilizzo di questa pericolosa sostanza.

Aspettiamo fiduciosi la risposta della giunta di San Casciano.

 

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Comunicato degli Amici della Terra Valtiberina sul caso Aboca

Gli Amici della Terra Valtiberina ci inviano l’allegato comunicato a proposito delle esternazioni di Valentino Mercati. Pubblichiamo integralmente in questa pagina il comunicato.

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Gli Amici della Terra Valtiberina, in riferimento alla questione Aboca Erbe, comunicano che:

Attraverso l’Azienda Aboca Erbe, rappresentata dal Cav. Valentino Mercati, sappiamo ormai definitivamente che la nostra terra è inquinata. L’azienda ha potuto effettuare le analisi che gli enti pubblici non ci hanno fornito. Sono anni che noi chiediamo dagli enti responsabili ricerche e risposte all’incidenza alta di tumori e altre malattie del sistema nervoso nella nostra realtà che potrebbero essere causate e/o con-causate dall’uso massiccio di fitofarmaci che hanno compromesso la terra, l’acqua e l’aria del nostro bacino.

Aboca Erbe sposterà la sua produzione dalla valle, ma noi rimaniamo. Rimaniamo in una terra di cui non ci possiamo più fidare. Rimaniamo in una terra in cui sviluppi alternativi di agricoltura biologica e di un turismo verde ci vengono impediti.

Chiediamo dai sindaci della vallata, che hanno finora preferito chiudere gli occhi, di rendersi attivi per la tutela della salute pubblica dei loro cittadini: ordinando analisi della terra, dell’acqua e dell’aria nei punti critici, in particolare intorno agli essiccatoi del tabacco in funzione; chiediamo niente di più che vengano applicate finalmente le leggi già esistenti (Dlgs.150/2012) per i trattamenti agricoli per quanto riguarda modalità e distanze minime da abitazioni, pozzi e fossi e che venga introdotto un sistema di vigilanza e repressione degli abusi accertati.

Ricordiamo i sindaci che sono LORO i responsabili della salute pubblica dei abitanti dei loro Comuni.

Amici della Terra Valtiberina

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Parigi, comincia oggi la conferenza mondiale sul clima

Di Gianni Marucelli

Immagine di Carmelo Colelli © 2015

Forse l’ultima occasione per prendere decisioni incisive e vincolanti per tutti, che eviti immense catastrofi nel prossimo futuro: è questa la posta, altissima, della “partita” che si gioca a Parigi da oggi fino al 12 Dicembre. Presenti le delegazioni di quasi tutti gli Stati del mondo, alle spalle un lavoro di mesi per presentarsi all’incontro ciascuno con delle proposte reali e non semplici chiacchiere, si cercherà di raggiungere un arduo, ma alla lunga inevitabile, compromesso tra i Paesi maggiormente industrializzati, quelli in via di rapido sviluppo e coloro che devono ancora uscire dal tunnel del sottosviluppo. L’obiettivo è di stabilizzare il “riscaldamento globale” del Pianeta a meno di + 2° rispetto all’epoca pre-industriale, entro il 2100. Un obiettivo francamente ambizioso, perché comporta che ognuno rinunci a pensare in termini nazionali e locali, per assumere il punto di vista dell’Umanità (e degli altri viventi) nel suo complesso. Bisogna, gradualmente, abbattere l’uso dei combustibili fossili, riducendo l’inquinamento atmosferico a livelli tollerabili; sviluppare nel contempo l’uso delle fonti energetiche rinnovabili; fermare la deforestazione nelle fasce tropicali ed equatoriale (sono i polmoni del pianeta, quelle foreste, e vanno conservate).

parigi

Altrimenti? In realtà siamo già in quell’altrimenti, il fischio finale dell’arbitro è risuonato da un pezzo, siamo ai calci di rigore, per continuare a usare la metafora calcistica. I ghiacciai, anche quelli himalaiani, i più vasti del mondo, si stanno rapidamente sciogliendo, ciò comporterà la progressiva riduzione della disponibilità di acqua dolce e aumenterà il rischio di guerre “per l’acqua”, non solo tra piccole comunità locali, ma anche tra Stati che possiedono le armi nucleari (Cina e India in prima linea). I deserti, e le zone semidesertiche (ad es. il Sahel) si espandono, i terreni agricoli si riducono, cresce la disperazione di interi popoli.

Il fenomeno “migrazione” inevitabilmente interesserà non solo i paesi attorno al Mediterraneo e la vecchia Europa, ma molte altre zone della Terra. E non saranno i risibili “muri” di filo spinato eretti dai leader di paesi come l’Ungheria a fermarlo… Non ci riuscirono gli imperatori romani, figurarsi questi omuncoli…

Solo chi ha fette di prosciutto spesse un dito sugli occhi, come un noto giornalista de “La Nazione”, autore di un delirante articolo apparso questa mattina su tale quotidiano, può nascondersi questa realtà. Per riassumere, a questo “collega” pare che sarebbe stato opportuno annullare la fondamentale conferenza di Parigi sul Clima, dopo gli attentati terroristici, perché il vero, unico pericolo che ci dovrebbe interessare è la minaccia dell’ISIS, tanto tra 50 o 70 anni noi non ci saremo… Bene, tra 50 o 70 anni, se lasciamo andare le cose come stanno ora procedendo, interesserà poco, alle comunità umane che ancora tenteranno di sopravvivere, seguire la Sharìa o i Dieci Comandamenti…

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Parigi, comincia oggi la conferenza mondiale sul clima di Gianni Marucelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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L’agonia dei ghiacciai alpini

Di Gianni Marucelli

In un mio articolo recentemente apparso su questa Rivista, significativamente intitolato “Quell’immenso ghiacciaio che esiste solo nella mia memoria”, narravo ai lettori della escursione da me effettuata, nel mese di luglio 2015, al Rifugio Larcher al Cevedale, situato nell’alta Val di Pejo, da cui si ammira l’imponente mole del Ghiacciaio dei Forni, che culmina, appunto, nella vetta del Monte Cevedale (mt.3.700). Meglio sarebbe affermare che si ammirava trenta anni or sono, al tempo della mia “visita” precedente: in effetti, come è accaduto per gli altri ghiacciai alpini (chi più, chi meno), la vedretta ha perduto circa un terzo della sua superficie e, quel che è ancora più grave, si è “assottigliato”, e tutto ciò, in estate, è percepibile da chiunque a occhio nudo. Raccontavo anche di come, alpinisticamente parlando, le escursioni sul ghiacciaio si siano fatte più difficili, essendo, questo, divenuto piuttosto instabile, con la formazione di crepacci mai prima rilevati e di altre insidie…

Adesso, arriva anche la conferma ufficiale di quanto da me segnalato. Alla fine di Ottobre, è stato presentato il nuovo Catasto dei Ghiacciai, aggiornato dopo mezzo secolo a cura dell’Università di Milano. Questo importante studio conferma che la fase di de-glaciazione è in pieno sviluppo, a causa del riscaldamento globale. E ciò, naturalmente, non riguarda solo il Ghiacciaio dei Forni, che peraltro nell’agosto scorso si è “spaccato” in tre tronconi. Citiamo qui un brano tratto dal sito ANSA-Ambiente:

“Così molti ghiacciai negli ultimi anni si sono frammentati in più tronconi, tra questi: il Lys, uno dei più grandi della Valle d’Aosta, diviso in 3/4 unità minori, il ghiacciaio della Lex Blance (Valle d’Aosta), quello della Ventina in Lombardia, i ghiacciai del Careser e del Mandrone-Adamello in Trentino, la Vedretta Alta e il Vallelunga in Alto Adige. “Un fenomeno preoccupante – spiega Claudio Smiraglia, Università degli studi di Milano – visto l’importante ruolo dei ghiacciai e della loro intensa fusione nel produrre acqua, soprattutto in estate utile a mitigare i periodi di siccità e cruciale per la produzione di energia idroelettrica, fondamentali anche per il turismo in montagna”. “I dati sono impressionanti – ribadisce Ermete Realacci presidente commissione Ambiente alla Camera – Con le associazioni ambientaliste abbiamo da anni spinto per questo aggiornamento”. Grande la soddisfazione di Legambiente, Greenpeace e Wwf che quasi in coro sottolineano che “il catasto rappresenta un elemento utile per traghettare lo sguardo verso il futuro per combattere i cambiamenti climatici” per cui “chiedono un intervento deciso dalla politica”.

È forse il caso di ricordare, da parte mia, come l’ultimo ghiacciaio appenninico (che è anche quello più meridionale del continente europeo), quello del Calderone, situato proprio sotto il Corno Grande del Gran Sasso, sia praticamente estinto, anche se le invernate in cui cade abbondante la neve possono dare l’impressione che si stia riformando. Di fatto, esso ha perduto il 90% del suo volume e il 60% della superficie… (da una notizia di Ansa Ambiente).

Per chi vuol accertarsi con i propri occhi dell’aspetto attuale dei nostri ghiacciai, esistono ora delle speciali webcam, montate in loco, alle quali si può accedere liberamente tramite PC, che forniscono immagini in tempo reale, o quasi. Dei principali “giganti” delle Alpi e, anche, del loro “fratellino” sul Gran Sasso d’Italia.

 

 

 

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