Socrate: esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza.

Di Paola Capitani

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“Socrates and Xanthippe” di Otto van Veen – Xanthippe versant de l’eau sur la tête de Socrate – Gravure d’Otto Van Veen, Anvers 1607. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Durante un’estate da dimenticare, tra il caldo torrido, il dolore per un intervento effettuato, l’obbligo di stare a casa, la mancanza di contatti di amici e parenti, mi ha fatto riflettere su temi quali la conoscenza e l’ignoranza. Due concetti diametralmente opposti che si fronteggiano e che provocano vittime, senza spargimento di sangue, ma con la diminuzione di uso di cellule cerebrali, di neuroni, di emozioni e sentimenti. Tutto questo alimenta in maniera esponenziale la solitudine e crea delle lande sperdute dove ognuno si sente più solo e in balia di fenomeni che non riesce a controllare. Per non parlare del bollettino di guerra rappresentato dalle notizie dei giornali, dei notiziari radiotelevisivi e radiofonici. In un secolo dedicato alla comunicazione si assiste inermi a falsi contatti e false amicizie, così chiamate sui network più gettonati dove si inviano notizie a raffica, foto di pranzi e località, ma non interessa chi li legge e, peggio, non si crea un canale comunicativo vero, ma solo una vetrina dove ciascuno si espone, con pericolose ricadute di quella privacy tanto invocata. Ma questo è lo scenario. È sufficiente un sintetico “mi piace” per sentirsi gratificati e il “dare amicizia” ormai un luogo comune in cui la parola “amicizia” ha perso il suo vero significato. Fortunatamente alcuni esperti del settore hanno capito il danno conseguente a tale fenomeno che hanno provocato e hanno iniziato a chiudere i vari “canali” per ovviare a questo inaridimento di sentimenti a all’impoverimento della comunicazione e quindi della conoscenza, del rispetto, dell’educazione, della creatività. Tutti cliccano, taggano, postano, fotografano, ma non interessa di costruire un legame vero e profondo, solo contatti rapidi e superficiali, com’è purtroppo la vita di oggi, dove i valori veri sono stati dimenticati.

Sempre più si assiste a scene che denotano arroganza, sopraffazione e maleducazione, dimenticando il banale ma fondamentale rispetto per l’altro, chiunque esso sia. Semplici ma basilari gesti di buona educazione sarebbero facilmente elencabili, ma chi ha conoscenza di fatti e di persone sa di quali episodi si tratta: dalle code ai negozi e agli sportelli, dalla modalità di salita e discesa dai mezzi pubblici, dall’uso spregiudicato di spazi comuni, dal disinteresse totale verso gli altri, in particolare verso chi ha problemi di deambulazione o altre patologie. Le esortazioni a un comportamento civile e civico ci ricordano suggerimenti superati e antiquati, ma purtroppo sono fondamentali per cercare di cambiare qualcosa anche nel singolo comportamento, che poi nella realtà comune potrebbe far migliorare il benessere di tutti.

Sembra uno scritto degno di Cuore o di Pinocchio, ma tale è la realtà e la conseguenza è che molti si chiudono in casa per non dover sottostare a fenomeni sgradevoli, con la paura di dover arrivare a spiacevoli discussioni che purtroppo degenerano in episodi di violenza inauditi, come i giornali ci continuano a raccontare.

Paola Capitani

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Socrate: esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza. di Paola Capitani © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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E lucean le stelle a Milano…

Expo 2015: impressioni di un evento annunciato

Di Massimilla Manetti Ricci

 

Expo 2015 apre il suo logo e i suoi simboli al mondo.

All’ombra un po’ grigia e un po’ annoiata di un cielo che sembra racchiudere tutte le incertezze, i problemi giudiziari, gli intrecci poco puliti, contrapposta alla costante buona volontà delle migliaia di lavoratori e di tanti volontari, la città punta lo sguardo alle guglie.

L’anteprima la sera del 30 aprile in piazza Duomo lucente di riflettori sul palco di fronte alla facciata gotica truccata color nocciola.

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Ma Milano ha snobbato la sua perla, estraendola da un’ostrica sepolta dalle sabbie mobili della burocrazia, della malavita infiltrata, delle carte inutili e ingannevoli, dei veti e dei nuovi disegni.

La piazza non è stata quella dei concerti, ma disseminata qua e là solo da curiosi e delusi. Chi in jeans, zaini e scarpe sportive, chi ha azzardato un look più cool, senza calze e tacco 12, chi era lì con gli abiti da lavoro, tutti con gli occhi rivolti agli schermi accanto al palco, cercando di catturare con i telefonini momenti per dire ‘c’ero anch’ io’.

IMG_4379IMG_0820Alla snellezza gotica del duomo fa da contraltare Palazzo Carminati, antagonista profano della Milano commerciale e da bere, famoso per le sue insegne pubblicitarie che hanno fatto di quel quadrato la capitale dei caroselli televisivi e fatti poi rimuovere dalla Giunta Albertini nel 1999.

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Dalle finestre, punti strategici dell’incontro tra rette di luce, si affacciano pochi fortunati cittadini che dai balconi dell’Arengario e di Palazzo Carminati possono cogliere la visuale da un punto di vista sconosciuto ai più.

Ma oltre, il niente.

Le canzoni liriche mal si adattavano ad un luogo cittadino di scarsa atmosfera e pessimo audio e la gente a poco a poco si è sparsa, a dire il vero sconsolata, per il centro andandosene altrove.

Galleria Vittorio Emanuele svuotata dalla moltitudine giornaliera, ha offerto la sua architettura al passante che l’ha fotografata, più attratta dalla sua regalità che dallo spettacolo lirico lì davanti.

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Più in là, Corso Vittorio Emanuele brulicava di ragazzi, incuranti dell’evento che ha conquistato Milano e che hanno fatto delle bandiere collocate lungo la strada delle panchine su cui sostare per incontrarsi e conoscersi.

Poi il gran giorno, il primo maggio che ha coinciso con l’apertura dell’evento mondiale.

Una pioggerellina incerta si abbatte su Milano quasi a rispecchiare l’incertezza della giornata.

La tensione si avverte in ogni angolo cittadino, pattuglie di polizia locale, elicotteri, blindati a sovrintendere ad un evento che dovrebbe essere il luogo dove dialogano Vandana Shiva e la Monsanto, Carlo Petrini e Mac Donald’s.

Un’utopia? Si probabilmente perché i fatti hanno dimostrato che non esiste la civiltà del dialogo e della contrapposizione da cui scaturiscano soluzioni migliori.

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C’è solo un branco di travestiti neri, una portaerei di assurdità e un container senza contenuti, che impediscono il giusto diritto alla contestazione libera, corretta e a viso aperto.

Ecco questa è stata la Milano del primo maggio 2015, una città dalle strade del centro devastate da guerriglia urbana e poco vale l’albero della vita che alla mezzanotte si è illuminato per restare vivo fino alla fine di expo.

Sopravviverà?

Milanesi e italiani se lo augurano.

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Reti ovvero cooperazione e terminologia

Di Paola Capitani

“Internet2” di Fabio Lanari – Internet1.jpg by Rock1997 modified.. Con licenza CC0 tramite Wikimedia Commons.

Poiché il concetto di rete richiama il concetto di tecnologia e Internet sui quali non occorre spendere altre parole, mi preme richiamare l’attenzione sui concetti base di qualsiasi rete. Il termine, infatti, è ”insieme di procedure”, “cooperazione”, “sinergie” e ”collegamento”, per cui non si può andare in RETE se prima non si costruisce la vera Rete e non si creano i presupposti per la cooperazione e le sinergie.

Da più parti e in più contesti è stato ribadito il concetto che oggi non vince più chi è grosso e forte, ma chi è veloce. Per muoversi con agilità di procedure occorrono agilità di pensiero, le opportune conoscenze per sfruttare le sinergie e le esperienze in una ottica di condivisione per obiettivi a lungo termine da raggiungere attraverso i piccoli passi.

Per effettuare questo iter è fondamentale agire in cooperazione mettendo in comune le risorse, le esperienze, i prodotti, le conoscenze, le competenze per comporre un insieme che diventa la vera rete, essenziale per agire velocemente in economia di sforzi. Termini come joint venture, cordata, team building, time sharing, sono il nostro pane quotidiano

Per agire in tal senso occorre condividere la terminologia, concetti comuni condivisi: se non ci si capisce non si comunica e se non si comunica non si procede per obiettivi condivisi. È vero che ognuno è libero di muoversi in perfetta autonomia ignorando ciò che avviene intorno e non tenendo conto delle esigenze di eventuali partner, ma il contesto nel quale operiamo ci mostra sempre più che se si vogliono perseguire obiettivi rapidi e mirati la scelta obbligata della sinergia è quella premiante. Anche se in un clima di completa democrazia ben vengano gli eremiti e i solisti con quel che ovviamente tale scelta comporta.

La globalizzazione – termine diventato fastidioso – ci ricorda che utilizziamo procedure nate in India, veicolate in inglese e utilizzate ovunque nel mondo, oppure che in tempo reale assistiamo a eventi che per sempre hanno segnato la nostra storia (l’11 settembre è ormai un simbolo di questa immediatezza di partecipazione). In un tale contesto ben vengano prodotti, idee, movimenti, risorse frutto di artigianale provenienza, per organizzare cordate e cooperazioni fa risparmiare tempo, soldi, errori e soprattutto per confrontarsi socializzando.

Ci muoviamo in un contesto apparentemente omogeneo fatto di informazione e ricerca ma che denota metodi, procedure e punti di vista profondamente lontani tra di loro: biblioteche, archivi, centri documentazione, centri di ricerca, scuola e università. Il mondo della ricerca solo apparentemente sembra parlare la stessa lingua (ma noi che ne siamo all’interno sappiamo quali sono le differenze tra soggettari, glossari, dizionari, thesauri che pur trattano del medesimo problema). Spesso punti di vista a volte quasi diametrali tra loro e che necessitano ponti, legami e correlazioni per evitare di creare fratture e quel che è peggio mancanza di comunicazione: senza di questa oggi non si può procedere in questo terreno delicato e pieno di trappole. Occorrono buon senso, lungimiranza e rispetto, alla base di qualsiasi progetto che abbia obiettivi mirati, metodi condivisi e verifiche programmate in un’ottica di pari dignità e pari responsabilità, in tempi possibilmente brevi.

Coordino da oltre quindici anni un gruppo operante nel settore della terminologia che si avvale delle conoscenze ed esperienze di autori, editori, bibliotecari, insegnanti e ricercatori e ovviamente utenti. Questo gruppo sta marciando bene forse anche perché è spontaneo e si basa sulle esigenze vissute, sulle esperienze condotte in uno spirito di totale compartecipazione, per il raggiungimento di un comune fine.

Da altrettanti anni coordino un gruppo teatrale amatoriale che oggi sta lavorando su piazze diverse e che si chiama Giullari e menestrelli, anche per citare la libertà del giullare che può dire anche al sovrano quel che pensa, ma che si muove agilmente tra le varie località e in ambienti completamente diversi. Case, scuole, carceri, residenze assistite, dove si usa la fantasia e la cultura, la musica e l’improvvisazione, ma soprattutto il cuore e la partecipazione, senza i quali nessun intrattenimento avviene. Come dice Shakespeare… la battuta non passa solo dalla bocca dell’attore ma soprattutto dal cuore dalle emozioni dello spettatore.

Tutto avviene a costo zero, sia nel caso del Gruppo web semantico che in quello dei Giullari (se non l’ospitalità degli enti organizzatori) e una partecipazione sempre più attiva e costruttiva, ma soprattutto diversificata e varia nel tempo: il metodo è collaudato. Occorre evitare le burocrazie e muoversi per obiettivi, sfruttando i rapporti personali e professionali quali leve fondanti del buon risultato delle manifestazioni.

Il concetto di Rete, con il quale convivo ormai da oltre trenta anni, mi ha convinto che lo schema vincente è costituito da: CHIAREZZA DI OBIETTIVI, METODI VALIDI, RISORSE UMANE e TECNOLOGICHE; COOPERAZIONE; RAPPORTI INTERPERSONALI, COOPERAZIONE, AGILITA’, FLESSIBILITA’, COMPETENZE PROFESSIONALI, PROGRAMMAZIONE DEI TEMPI, VERIFICHE e ovviamente MODIFICHE NECESSARIE.

I vantaggi evidenti. Ci si diverte con facilità e cultura, creatività e fantasia e oggi ci si sta muovendo su varie piazze quali Borgo San Lorenzo, Firenze, Nicola di Ortonovo (La Spezia), Rimini, e forse altre città. Servono solo disponibilità, tempi, flessibilità e reti umane.

 

http://gruppowebsemantico.blogspot.it   http://libronelbicchiere.blogspot.it

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Giornate di studio sull’educazione ambientale

logo LUALa Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari propone due giornate di studio sull’Educazione ambientale che si terranno ad Anghiari (AR) il 10 e il 12 aprile. Alleghiamo in questa pagina il programma dell’evento.

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Futuro in rosa

Di Paola Capitani

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Formazione e pari opportunità. Il tema è sempre di attualità forse anche perché l’Italia ancora non è completamente in regola sulla gestione al femminile e alle caratteristiche della leadership la donna ha ricevuto vari commenti. Secondo uno studio McKinsey la crescita è assicurata se fra i top manager ci sono almeno tre donne (ad esempio a capo delle vendite, degli acquisti, del personale, del marketing, dell’ufficio legale, insomma nelle funzioni chiave aziendali).. Dal sondaggio condotto su un campione di manager europei (2.864 donne e 6.126 uomini) risulta infatti che le dirigenti sono particolarmente brave a usare le nove leve organizzative (sviluppo professionale dei collaboratori, aspettative e premi, modello di ruolo convincente, fornire ispirazione alle risorse umane, produttività individuale, stimolo intellettuale al team, comunicazione efficiente, prender decisioni al momento opportuno, allineamento degli obiettivi…”. 
Una testimonianza personale, alla soglia della terza età, mi permette una considerazione sulle diverse esperienze maturate nel settore sia pubblico che privato e in aree diverse tra di loro.

   Nonostante seminari, tavole rotonde, articoli, atti di convegni ancora la donna ne deve fare di strada per trovare una sua dimensione e affermare un suo ruolo nel mondo del lavoro, almeno a livelli di responsabilità e di prestigio. Le cause sono molteplici e non sempre legate a “colpe” del mondo maschile, ma purtroppo anche ad una scarsa stima che la donna ancora ha nel suo ruolo occupazionale e nella difficoltà ad assumersi impegni e responsabilità storicamente lontane del suo “atteggiamento di cura”. Anche io, spesso, se sono l’unica donna in un contesto maschile, faccio fatica a non “servire il caffè” al momento dell’intervallo, perché storicamente legata alla dimensione protettiva. Ma i tempi sono maturi e quando leggo che una donna di 33 anni, ingegnere, madre di otto figli (tutti partoriti da lei) svolge anche un ruolo pubblico… allora abbiamo un futuro “in rosa”!

     Basta piangersi addosso e via con le maniche rimboccate fino alla spalla… pronte ad assumersi con dolce fermezza ruoli sempre più intriganti e “avvincenti”. Avanti tutta! Soprattutto come suggeriva la mitica Bianca Bianchi, insegnante e impegnata politicamente, membro della prima Costituente del 1946 che ci ha energicamente bacchettato in palazzo Vecchio per un mitico 8 marzo di anni fa… “la colpa è di voi donne che siete abituate a delegare”!

   Una ennesima visione di Speriamo sia femmina di Monicelli, che da uomo ha saputo tratteggiare sapientemente tutti i profili femminili e mettere in berlina alcuni schizzi maschili, con arguzia e ironia, ha affrontato un tema che parla di sentimenti, emozioni, maschili e femminili con garbo e cultura.

un brano da Internet…

In un grande casale della campagna toscana (in realtà il film fu girato nell’alto Lazio a Stigliano, località nel Comune di Canale Monterano) vive in armonia un gruppo di donne (più una che non compare nel film e che si dice viva a Catania e un’altra ancora che si vedrà nella parte centrale del film: l’amante romana del conte). Un racconto dunque quasi tutto al femminile dove le donne sono una maggioranza che sovrasta i pochi uomini che partecipano alla storia.

Elena, donna energica e razionale, dirige la fattoria, mentre la domestica Fosca, pratica e di buon senso, è il vero nume tutelare della casa, che provvede alle necessità materiali di tutte. Fosca si prende cura di due ragazzine, sua figlia Immacolata detta Imma, e la nipote di Elena, Martina. Martina è figlia di Claudia, famosa attrice residente a Roma, che per egoismo e necessità di lavoro ha praticamente abbandonato la ragazzina affidandola alla sorella Elena.

Un’altra donna, Franca, la figlia maggiore di Elena, appare in casa o scompare a seconda dei fidanzati presi o lasciati. La figlia minore, Malvina, mite e sottomessa, pensa prevalentemente ad allevare e curare con affetto i cavalli della fattoria.

In questo gineceo l’unica figura maschile è il vecchio zio Gugo, completamente rimbambito e fastidioso per i suoi imprevedibili colpi di testa, accudito passo passo dalla domestica. In questo ambiente tutto sommato sereno, dove ognuno vive come vuole, arriva il conte Leonardo, marito della padrona, sebbene i due vivano separati di comune accordo. Il motivo della visita è al solito economico: il conte vorrebbe ristrutturare un complesso termale in disuso, di proprietà della famiglia, per trasformarlo in un locale moderno, che a suo parere diverrebbe una vera miniera d’oro, ma mancandogli i denari per realizzare il proficuo affare, è venuto a battere cassa. Le sue speranze saranno deluse: la moglie chiede un parere sull’affare al suo esperto fattore Nardoni, che fra l’altro è il suo amante, il quale la sconsiglia d’impegnarsi in un’impresa del tutto sconsiderata.

Donne

Hanno un’anima:

  non sono solo strumento di sesso

  e di riproduzione;

  hanno una testa e dei sentimenti,

  che spesso gli uomini sottovalutano.

La colpa è di chi non sa farsi stimare e apprezzare,

   abituate a ritagliarsi spazi di ripiego e di comodo,

   inconsapevoli dei pregi e delle potenzialità.

Devono imparare a farsi valere, a rinunciare,

    per non calpestare il proprio orgoglio

    e il proprio rispetto.

Possono essere autosufficienti

    e rifiutare offerte

    di semplici “brincelli di carne”,

    per conquistare brani di mente,

    di anima e, magari … anche di cuore.

Paola Capitani

É piú facile trovar dolce l’assenzio, che in mezzo a poche donne un gran silenzio.

 

Amori campestri (Reggello, Casa Cares, dicembre 1997)

Lei dolce, languida, sensuale

lo avvolge con la sua fatale femminilità.

Lui, con il suo abito elegante e severo,

sembra non recepire i messaggi amorosi.

All’improvviso un turbamento

tra le fronde argentee

lei sussulta,

muovendo le gialle foglie,

per comunicare profonde sensazioni.

Ecco forse il motivo per cui la natura ha voluto

lui maschio, l’ulivo,

e lei femmina, la vite,

per celebrare intimi rapporti

frutto non solo di arboree origini.

 

Paola Capitani

 

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Expo del pianeta o Expo delle multinazionali

Di Massimilla Manetti Ricci

Il destino delle Nazioni dipende dal modo in cui si nutrono.

Lo affermava il gastronomo e politico francese dell’‘800 Anthelm Brillat-Savarin.

L’uomo è ciò che mangia, scriveva il filosofo Feuerbach.

Mentre il biologo Jared Diamond, in “Armi, acciaio e malattie”, premio Pulitzer 1998 per la saggistica, correlava lo sviluppo della civiltà con la coltivazione dei campi, l’addomesticamento degli animali e lo stoccaggio del cibo.

Circa 8000 anni fa la civiltà si è dunque sviluppata nella Mezzaluna fertile, l’area geografica tra il Nilo, il Tigri e l’Eufrate.

Cibo e civiltà, un binomio di sostantivi da declinarsi a Milano in occasione dell’Expo 2015, che ha scelto il tema nutrire il pianeta, energia per la vita, confrontandosi così col problema del nutrimento dell’uomo e della terra.

Nel novembre 2013 la Fondazione Barilla BCFN (Barilla Center for food and nutrition) ha lanciato il Protocollo di Milano, una proposta di accordo globale sul cibo, che ha ottenuto il supporto di 500 esperti internazionali, oltre settanta organizzazioni e soggetti istituzionali e migliaia i cittadini.

Il Protocollo vuole affrontare il problema della sostenibilità alimentare con tre obiettivi:

  • Combattere la fame e l’obesità con stili di vita sani.
  • Promuovere un’agricoltura sostenibile.
  • Ridurre lo spreco di cibo del 50% entro il 2020.

Lo scorso dicembre la versione finale del protocollo è stata consegnata alle istituzioni italiane con l’obiettivo di dare impulso al dibattito.

Dal protocollo e altri studi, come Expo per le Idee (Hangar Milano Bicocca 7 febbraio 2015), sta nascendo la Carta di Milano che verrà consegnata al Segretario generale dell’ONU durante la giornata mondiale dell’alimentazione il prossimo 16 ottobre 2015.

 

Il Protocollo che vorrebbe essere in campo alimentare quello che Kyoto è stato per l’ambiente, dovrebbe configurarsi come il trampolino di lancio per combattere il problema globale dell’alimentazione, ma i temi proposti saranno insidiosi se al tavolo delle grandi multinazionali non siederanno anche i comuni cittadini, le piccole aziende, i piccoli imprenditori alimentari, se non avranno spazio sufficiente le voci che si levano contro il monopolio del cibo e dell’acqua.

Da Papa Francesco a Carlo Petrini e alla lettera aperta di un gruppo di cittadini e uomini di cultura destinata alle autorità competenti è unanime la richiesta che agli eventi Expo i temi non siano trattati solo in modo unilaterale e che trovino spazio i pescatori, gli allevatori, gli agricoltori, cioè i produttori della filiera.

“Se non saranno protagonisti di Expo, costruiamo sulla sabbia”, afferma Petrini.

Questa economia uccide”, è il duro commento del videomessaggio del Papa;

Siate custodi e non padroni della terra è il suo monito.

Se l’obesità è l’epidemia del terzo millennio, secondo l’OMS, come promuovere uno stile di vita sano quando l’industria propone cibo spazzatura a basso costo e fruibile anche da una popolazione indigente e culturalmente impreparata?

Come ridurre il sale nei piatti preconfezionati per portarlo a 5 gr al giorno o lo zucchero nei prodotti dolciari?

Le linee guida dell’Oms indicano una soglia del 10% di zucchero con un ribasso verso il 5%.

Ma l’Italia con la sua delegazione si è opposta alla modifica durante il Consiglio Esecutivo di Ginevra causando imbarazzo generale per un paese che ospiterà Expo e il tema dell’alimentazione con probabili conseguenze sulla politica sanitaria; una contraddizione che mal si coniuga con l’attenzione verso i consumatori.

In che modo abolire dai prodotti industriali i grassi vegetali come l’olio di palma, nocivo alla salute per i grassi saturi che contiene e all’ambiente per la deforestazione?

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Come accettare la battaglia persa dalle associazioni americane contro Monsanto per l’etichettatura dei prodotti che contengono OGM?

E a proposito di OGM, perché produrre modificazioni atte solo al vantaggio economico delle multinazionali: la sterilità dei semi che di fatto crea un monopolio su di essi privando della libertà di coltivazione le aziende agricole, fa parte della denuncia di Vandana Shiva nella “Dichiarazione per la libertà dei semi”.

E come salvaguardare la biodiversità e proteggersi dalla contaminazione? E la prevenzione della salute nel lungo termine?

Anche la sovranità dell’acqua è messa a dura prova con l’esclusione dalle risorse idriche delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo e il tentativo di monopolizzare le sorgenti con l’intento di razionare l’oro blu istituendo una borsa come per il petrolio.

Abbiamo votato un referendum nel 2011 per l’acqua bene comune e pubblico, ma all’Expo sarà venduta quella imbottigliata da Nestlé che ha vinto l’appalto per la distribuzione.

Vandana Shiva

Vandana Shiva

La proposta del Protocollo di intraprendere un’agricoltura sostenibile passa attraverso la riduzione dei biocarburanti per favorire aree agricole più ampie per coltivazioni alimentari, la qual cosa è ben accetta, ma dovrebbe essere regolamentato anche il fenomeno del land grabbing, l’accaparramento di terre, che depaupera gli abitanti prevalentemente dell’Africa subsahariana dei loro terreni ‘affittati’ dalle nazioni più ricche che li saccheggiano, in connivenza con i governi locali spesso corrotti.

Questa forma di colonialismo del terzo millennio è un paradosso che fa diventare alcuni paesi africani tra i principali esportatori di cereali, laddove si muore per denutrizione.

Un fenomeno subdolo che riguarda tutti i settori sfruttabili, quello della coltivazione destinata ai biocarburanti, quello destinato ai cereali alimentari, quello per lo sfruttamento dell’acqua o dei pascoli per l’allevamento di pecore da lana.

In “Ultime notizie dal sud”, Luis Sepulveda traccia un quadro di raffronto tra la Patagonia di oggi, devastata dalle multinazionali, e quella magica e senza tempo di ieri.

Benetton ha recintato 900 mila ettari di terra, pari a un milione di stadi di calcio, bloccando di fatto ai gauchos le vie della transumanza.

Sì, i temi da affrontare sono di vitale importanza, ma se l’Expo sarà solo una vetrina per le 70 multinazionali che lo presenzieranno, avremo perso l’occasione di nutrire il pianeta, di declinare il nutrimento con la civiltà e di salvaguardare la sovranità del cibo e quella dell’acqua, le bidonville e le favelas saranno le nuove metropoli dei derelitti del pianeta, sfrattati dai loro piccoli appezzamenti di terra; le malattie dismetaboliche da eccesso di consumismo dei paesi ricchi faranno da contraltare alla denutrizione di quelli poveri e come denuncia il Papa in questo modello economico …

non siamo solo di fronte alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto; infatti, gli esclusi non sono solo esclusi o sfruttati, ma rifiuti, sono avanzi”.

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Olio di palma: salute e ambiente a rischio?

Di Alberto Pestelli

Olio di palma in panetti, nel colore chiaro successivo alla bollitura - Pubblico dominio

Olio di palma in panetti, nel colore chiaro successivo alla bollitura – Pubblico dominio

 Noi italiani non siamo un popolo molto dedito alla lettura. In netto contrasto con la quantità di libri pubblicati ogni anno nel nostro paese (circa sessantamila volumi), la percentuale dei cosiddetti “forti lettori” (ovvero quelli che leggono più di un libro al mese) stagna intorno al 6% circa.

Adesso qualcuno si chiederà che cosa c’incastra questa introduzione con il titolo dell’articolo. Se proprio volete trovare l’ago nel pagliaio, la mia risposta è: proprio un bel niente e proprio un bel “tutto”… Va bene, sono vago. Ho voluto mettere solo un pizzico di ironia. Riflettete: se la maggior parte degli italiani non legge un libro da secoli perché farlo è noioso o perché è una perdita di tempo, figuriamoci se si mette a leggere un’etichetta di un prodotto alimentare, cosmetico o altro.

Spesso ho sentito dire da tante persone: “Che le leggo a fare, non ci capisco niente…”. È una bella scusa, questa! Io l’ho sempre chiamata fatica! Perché basta chiedere a qualcuno meno “faticone” per avere un’informazione, anche se un po’ approssimativa, che spieghi il “problema”. Poi, in tempi come questi, basta accendere un computer, avere una connessione internet e trovi tutto quello che vuoi: informazione, controinformazione che informa e purtroppo disinforma… insomma la spiegazione è a portata di mano.

Naturalmente non sempre le etichette riportano con onestà il tipo di ingredienti utilizzati. Con la dicitura generica “olio vegetale” si possono nascondere infiniti tranelli per il consumatore ignaro oppure informato ma faticone.

Spesso e volentieri, dietro quel nome si cela l’onnipresente olio di palma che è sempre più mal visto dai salutisti, medici e dagli ambientalisti.

Il suo elevatissimo contenuto di grassi saturi lo rende in uno stato di semi solidità a temperatura ambiente. Questo facilità il suo trasporto evitando di utilizzare scomode e ingombranti cisterne.

L’olio di palma viene utilizzato in cosmetica per la preparazione di creme, saponi e altri prodotti per l’igiene della persona.

Ma l’impiego, a mio avviso, più deleterio per la nostra salute è quello alimentare. Trova largo impiego nei prodotti confezionati sia dolci che salati: crackers, grissini, fette biscottate, biscotti secchi o frollini, merendine per bambini. Viene usata anche per la preparazione delle margarine vegetali e nelle pasticcerie per la preparazione di glasse e creme e nei ristoranti per la frittura in quanto più economico del più salutare olio extravergine di oliva.

Piantagione di Palme da olio

E non è finita qui: in alcuni paesi sono state costruite centrali termiche che utilizzano l’olio di palma quale combustibile per creare elettricità. Nonostante vengano spacciate come strutture ecologiche, i fumi derivanti dalla sua combustione hanno una percentuale elevatissima di anidride carbonica rispetto a tanti altre sostanze cosiddette bio.

La sua pericolosità nel campo alimentare sta nell’utilizzo a lungo termine e non nella sua assunzione occasionale in quanto, il suo alto contenuto di grassi saturi non è controbilanciato dalla presenza nell’olio degli acidi grassi polinsaturi che sono in grado di controllare i livelli di LDL (lipoproteine a bassa densità), in altre parole il colesterolo cattivo.

L’industria dell’olio di palma non è catastrofica solo per la salute umana e animale, ma anche per l’ambiente.

Infatti, la coltivazione della palma per estrarre l’olio è considerata un vero e proprio flagello per le foreste tropicali.

La deforestazione di vaste aree del globo terrestre per impiantare coltivazioni della palma ha raggiunto livelli incredibili in Asia, nel Sud America (Brasile) e in Africa (Madagascar). In Malesia e in Indonesia, in poco più di una decina di anni (tra il 2000 e il 2011) si sono perduti circa 6 milioni di ettari di foresta tropicale, ovvero un territorio vasto quanto l’intera isola dell’Irlanda.

L’Irlanda vista dal satellite – Pubblico dominio

Quindi occorre leggere attentamente le etichette di un prodotto alimentare prima di contribuire alla distruzione delle foreste del nostro pianeta e, cosa molto grave, all’aumento dei livelli patologici di colesterolo ai vostri figli, abituati alle “innocue” merendine confezionate consumate ogni giorno a colazione e a merenda, oppure alle patatine fritte confezionate come contorno alle pietanze del pranzo o della cena e in tante altre leccornie prelibate pubblicizzate con ritmi incessanti alla TV.

Forse sarebbe il caso di tornare alla vecchia e “sana” fetta di pane e olio di oliva che i nostri nonni volevano propinarci quando eravamo fanciulli!

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Biblioteca scolastica che passione!

Di Paola Capitani

“Scaffale libri” di ​wikipedia user Mix. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Da sempre la scuola fa parte della mia vita: alunna, insegnante, madre, rappresentante di classe, scrittrice di articoli e saggi, formatrice, consulente per servizi informativi, facilitatore di tavolo in sistemi di comunicazione interattiva. Il mio calendario non può essere quello solare, ma solo quello scolastico: da ottobre a giugno, secondo il vecchio orario di tempi lontani, quando la scuola cominciava il primo ottobre e già il 4 ottobre era vacanza per San Francesco, patrono d’Italia.

I rumori a me più familiari sono: il gesso che stride sulla lavagna nera (quella appunto di lavagna), il trillo della campanella che ritma la giornata, gli schiamazzi dell’intervallo e dal cambio di insegnante, il silenzio che precede l’interrogazione, quando ansiosi si aspetta la citazione del cognome del “destinato al sacrificio”. Momenti magici, paure, ilarità, timori, complicità, un patrimonio di ricordi, che hanno formato caratteri, persone, individui. Ecco perché vedere e sentire che qualcuno ha vissuto la scuola come perdita di tempo, come spazio vuoto, come inutile momento fa veramente paura e invita a riflettere.

Cosa è accaduto? Cosa ha rotto il meccanismo? I giovani sono cambiati? È ovvio! Sono forse uguali gli oggetti, i fatti, i pensieri, la vita di oggi rispetto a quella di 30 anni fa, ma anche di ieri? E questa rapida trasformazione come viene interpretata, vissuta, “comunicata” ai giovani di oggi? Non si può montare su un jet e pensare che funzioni ancora come un treno a vapore. Questo forse alcuni “illusi” immaginano, specialmente quelli che dicono che “i ragazzi di oggi sono difficili”, sono demotivati, non hanno punti di riferimento. Ma chi sono i responsabili di queste carenze: loro?? Chi li ha dato esempi e schemi? Chi li fornisce continui stimoli negativi?

Nella “società della conoscenza” dovremmo essere comunicatori, in grado di interagire e come diceva uno slogan letto anni fa alla Fortezza da Basso per il Town meeting “Interazione per l’innovazione”. L’innovazione non comincia nelle tecniche, inizia da noi e come dice la bella frase di Charles Darwin “Non è la più forte specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti”.

 Ecco il primo tasto dolente: il cambiamento inizia dai docenti, dai genitori, dalle famiglie, dalle istituzioni che, spesso, sono arroccate su ruoli e funzioni che danno potere (apparente.. spesso) o sicurezza. Nei veri saggi educativi le unità didattiche sono su “quello studente” e “quello solo”, poiché non ci sono ricette pronte per l’uso: l’insegnamento è giorno per giorno, l’apprendimento cambia e l’interesse insieme a lui. E come diceva John Naisbit ad un celebre convegno in Palazzo Vecchio nel 1984… “la conoscenza nelle mani di molti non il denaro nelle mani di pochi”.. e già allora lui abitata in uno sparuto paesino nel Montana, ma doverosamente connesso in rete con tutte le tecnologie esistenti. Una lettura da ripercorrere fedelmente quella di Bianca Bianchi che nel suo Per una scuola d’Europa scriveva nel 1964 principi e metodi che ancora oggi nel terzo millennio sono di la da venire… Bianca Bianchi, Teresa Mattei, recentemente scomparsa, Maria Montessori, sono i nomi che con Don Milani andrebbero ritrovati e riletti per interessanti riflessioni progettuali.

“Old book bindings” di Tom Murphy VII – Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

“Mettersi in gioco” è il dovere del nuovo “facilitatore”, di chi ha capito dove si dovrebbe andare e soprattutto come. E’ difficile trovare la via, e soprattutto il gruppo allenato. Una sfida per un mondo spesso fermo nelle pastoie burocratiche e con tempi di realizzazione lentissimi. Perché i paesi europei e industrializzati non investono in Italia: perché i tempi economici sono troppi lunghi e quindi non è un paese interessante per i mercati. Questo il parere che circolava su alcuni giornali mesi fa. Siamo il paese del dire, ma non del fare e ripetiamo slogan e concetti, senza poi verificare se sono stati attuati e realizzati. La forma vince sulla sostanza, l’apparenza sulla qualità.

Si annaspa sul trend del momento ma non ci si domanda chi fa cosa e da quando e come… si parte senza riflettere, senza informarci, senza documentarci.. poi ci si ferma… sovrastati da impegni più grandi di noi, senza gli opportuni supporti economici ed umani… già la risorsa umana quella che effettivamente regge i progetti e fa progredire, che va avanti e supporta tempi e modalità, ma deve essere preparata e motivata, altrimenti ogni bel progetto naufraga tristemente…

Per costruire la squadra ci vuole allenamento, oltre alla condivisione di metodi e obiettivi, occorre rispetto dell’altro e sinergia di competenze. La metafora: il team della Formula 1. Nessun bravo pilota vincerebbe la sua coppa se quei tecnici, ciascuno diverso per esperienza e competenza, non svolgessero al meglio il proprio lavoro, nel rispetto delle singole differenze. Ogni bullone è fondamentale, così come il riempimento del serbatoio, o la pressione delle gomme, e il tutto fatto nel rispetto dei tempi e degli obiettivi. Con una grande lezione di rispetto e di educazione: ognuno conta per ciò che sa fare al meglio nel suo settore, non per titoli o diplomi, che spesso sono stati rilasciati in periodi temporali datati e non più in relazione al profilo professionale della persona di oggi, nel suo contesto e nella sua esperienza di lavoro.

Paola Capitani: Formatrice e consulente, coordina dal gennaio 2000 il gruppo on line “web semantico” http://gruppowebsemantico.blogspot.it  http.//libronelbicchiere.blogspot.it). Pubblica libri, articoli, saggi e e-book quali i due recenti per FrancoAngeli Scuola Domaniì” (2006), Il knowledge management (2006) e due ebook uno per www.ebooks.garamond.it Comunicare diversa-mente (2008) e il Multilingual glossary for communication/knowledge/information (www.reterei.eu). Coordina la Banca del Tempo di Borgo San Lorenzo e svolge attività di volontariato da oltre venti anni. Pubblica su www.bibliotecheoggi.it e sulle riviste digitali www.italiauomoambiente.it e www.igel.it

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