“Il metodo Montessori”…

di Paola Capitani

Maria Montessori

Nel quartiere degradato del centro storico, a Firenze, tra Borgo Allegri, la piazza delle Rovine (bombardata durante la seconda guerra mondiale), alcune baracche di legno ospitavano l’asilo e le scuole elementari, sezione staccata della Scuola elementare Dante Alighieri, che aveva la sede all’ombra del Tribunale, vicino alla casa di Dante.

   Baracche di legno, costruite in fretta e furia, per dare un’istruzione ai ragazzi delle famiglie del quartiere: ladri, prostitute, carcerati, ricettatori. Il metodo didattico prescelto: il metodo Montessori, ritenuto idoneo per sperimentare un nuovo modello educativo che poteva migliorare la situazione sociale degli alunni, o meglio delle alunne, in quanto era doverosamente una sezione femminile, a parte l’asilo che invece era misto.

   I fiocchi di diverso colore, a seconda della classe di appartenenza, indicavano il livello di età e facevano bella mostra sopra gli immacolati grembiulini bianchi. Le treccine, le code, le frangette, ordinate e ben pettinate si confacevano allo stile indicato dalla direzione che le maestre, con il tradizionale grembiule nero e colletto di pizzo, impartivano con serietà ma anche con affetto.

La paciosa Isolina Marchetti, mia insegnante per cinque anni, è quella a cui devo la mia cultura e il metodo di apprendimento, la costanza e l’impegno che ancora mi accompagnano dopo tanti anni. Il desiderio di rispettare tempi, scadenze e di osservare regole e indicazioni. I quaderni a righe di prima, poi di seconda e di terza, le cornici e le greche sulle pagine corrette e ben ordinate, i voti con la matita rossa e blu che indicavano il risultato ottenuto. Il gesso che strideva sulla lavagna, i fiori nel vaso sulla cattedra, il silenzio durante le lezioni, i banchini sperimentali in formica e metallo, presentati in anteprima nel Museo della Scuola in Palazzo Gerini. L’edificio seicentesco, nobile e blasonato, ospitava la Biblioteca Pedagogica Nazionale e il Centro Didattico Nazionale di Studi e Documentazione (oggi ANSAS, www.indire.it). Anni storici per la storia della scuola e per le sperimentazioni in corso, per cui la collocazione di una scuola elementare accanto all’istituto ne faceva un perfetto insieme. Spesso le alunne venivano condotte nelle sale di Palazzo Gerini per provare banchi e sedie, per verificare lavagne, mappamondi, o per ascoltare brani di libri di testo o guardare illustrazioni di libri per bambini.

Calcio_fiorentino_1688

Allineate e ordinate, in fila per due, in silenzio, si varcava il portone che andava dentro il palazzo per noi quasi un mito, un luogo di fascino, una zona magica. Nei saloni, nelle aule, nelle stanze delle mostre vivevamo il nostro attimo fuggente con particolare rapimento, credendo di vivere un momento fantastico, irripetibile.

   Erano i tempi del dopoguerra, ancora scarseggiavano i cibi e le tavole erano semplici e povere, ricche di polpette e di lesso, di patate e poco più. Il pollo e l’arrosto erano i piatti della domenica arricchiti a volte anche dal vassoio di paste della pasticceria del quartiere. I bambini erano ancora gracili e bisognosi di cure, per cui la quotidiana dose di “olio di fegato di merluzzo” veniva sorbito a malincuore, addolcito dalle mentine colorate o da una cucchiaiata di zucchero. Ci mettevano in fila lungo le pareti dell’aula e la bidella di turno ci versava da un’ampolla di vetro il nauseabondo liquido oleoso, a cui facevamo boccacce disgustate, ma serviva a dare forza e a sostenere.

   A metà mattina arrivava anche il latte della Centrale che era fornito sempre per contribuire alla crescita delle nuove leve, e a Natale si aggiungeva anche il piccolo panettone inviato dal sindaco, il mitico Giorgio La Pira. Per anni ho creduto che il sindaco fosse un pasticcere che ci forniva quella prelibatezza, per di più nel formato adatto a noi bambini, piccolo e trasportabile nel panierino di paglia in cui portavamo il bicchiere e il tovagliolo, con il dovuto simbolo di riconoscimento ricamato dalla mamma o da una parente in grado di adoprare l’ago.

   A distanza di anni che piacere ritrovare alcune amiche delle elementari rimaste ancorate a un quartiere storico, tipico, caratteristico, quello di Vasco Pratolini, di Sant’Ambrogio, di Santa Croce, dove i ricordi riaffiorano per magia. Un quartiere che ancora ha una storia da raccontare e che fa palpitare per i colori e l’atmosfera e dove ancora troneggia il Palazzo Gerini, dirimpettaio della bella Loggia del Pesce trasportata dalla storica piazza del Mercato Vecchio, un tempo in quella zona che oggi è Piazza della Repubblica.

Firenze, Loggia del Pesce - Piazza Ciompi - circa 1880    La casa di Vincenzo Ghiberti di cui si legge l’insegna scolpita sul portone, la bottega del Verrocchio, la casa di Michelangelo Buonarroti … famosi condomini di un quartiere che ancora ha una sua connotazione e dove la scuola di un tempo non esiste più. Un giardino e uno spazio giochi sono i visibili resti di quello che un tempo era la biblioteca di quartiere, la Biblioteca Barbera, che ha aiutato i ragazzi della zona a leggere e ad amare i libri, avvicinandoli alla cultura e alla conoscenza. Oggi intestata a Gratta ovvero l’illusionista, attore, mangiatore di fuoco che negli anni 50 faceva sognare noi ragazzi, nella mitica Arena Caroli, uno dei pochi divertimenti a buon mercato che gli abitanti si potevano permettere. A parte il Cinema Garibaldi, ricettacolo di perditempo e ubriachi dove il pavimento era letteralmente coperto di bucce di semi salati e di lupini, cartacce e liquidi organici di varia provenienza.

      Un quartiere dove la scuola era il fulcro, la biblioteca il punto di incontro e di riferimento e dove per anni i ragazzi hanno trovato uno spazio pulito, sano e stimolante.

     Grazie alle insegnanti che si sono prodigate con impegno e con attenzione, con affetto e benevolenza e che hanno trovato il metodo giusto per insegnare le tabelline e la grammatica, la composizione e la ginnastica. Un’apposita maestra ci faceva esibire in dimostrazioni ginniche più vicine ad un saggio di marca fascista che di sport.. ma lo facevamo all’aria aperta e giocosamente e questo per noi era già sufficiente.

   Grazie a Maria Montessori che ci ha insegnato l’alfabeto, già dalle classi dell’asilo, dove avevamo anche i giochi a incastro per lavorare con dimestichezza con forme e colori, ai telai dove abbiamo imparato fino dai primi anni a fare fiocchi e nodi, ad allacciare le stringhe delle scarpe e soprattutto a prenderci cura del nostro ambiente di lavoro, dove ogni giorno avevamo compiti da svolgere a rotazione, mansioni che svolgevamo con impegno ed allegria, sapendo che stavamo lavorando insieme agli altri per un obiettivo comune.

   Una scuola che aveva metodi, valori, regole e legami e che ha lasciato un segno profondo indelebile in quanti hanno vissuto su quei banchi di allora, con quegli insegnamenti solidi e vivi

che ci sorreggono ancora dopo tanti anni e che ci riportano a momenti di serenità e di crescita individuale.

                                                                                            Paola Capitani – paolacapitani@libero.it

Consulente e formatrice coordina dal gennaio 2000 il Gruppo web semantico (http://gruppowebsemantico.blogspot.it). Ha pubblicato saggi ed articoli nel settore della gestione della conoscenza e dei servizi informativi quali Editoria digitale: ma la scuola cosa ne sa?, (in preparazione), Comunicare diversa-mente, 2008, www.ebooks.garamond.it, “Scuola domani”, 2006, FrancoAngeli, Knowledge Management, 2006, FrancoAngeli, favole e poesie, e intriga con la fantasia e le emozioni. Curiosa adora viaggiare per incontrare, vedere, comunicare, narrare e muovere i pochi neuroni che ancora restano.

Licenza Creative CommonsIl metodo Montessori di Paola Capitani © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Rievocazioni bucoliche

Di Anna Conte

 le terme di Latronico

Quando ero bambina a Latronico, paesino situato ai piedi del monte Alpe, in Basilicata, come in tutte le località del circondario, la cui economia, in parte, si basava sulla piccola produzione agricola necessaria a soddisfare il bisogno familiare, l’alternarsi delle stagioni era scandito dai lavori nei campi e dal raccolto dei frutti che la terra donava.

Andando indietro negli anni, ricordo che tale attività durante il periodo scolastico era svolta dai miei genitori, però durante l’estate era richiesta anche la collaborazione di noi figlie.

A onor del vero devo dire che non vivevamo molto bene questa situazione, perché, durante le vacanze estive mentre i nostri amici si divertivano, a giorni alterni, ci dovevamo alzare alle cinque per accompagnare mia madre in campagna, a innaffiare l’orto, prima che spuntasse il sole, ed evitare che le piante seccassero.

Il problema non era tanto aiutarla a innaffiarle ma arrivarci, perché il posto in questione distava 6 km da casa nostra.

Soltanto adesso riesco a comprendere tutta la bellezza racchiusa in quella vita semplice, priva di stress, senza il ritmo frenetico dell’odierna quotidianità che ci travolge. Era una vita fatta di umiltà, serenità, senza grosse pretese. Ci accontentavamo di quello che Dio e la terra ci donavano e non avevamo bisogno di altro.

Scorgere i bellissimi e cangianti colori dell’alba andando incontro al mattino, respirando l’aria fresca e pulita, rinfrancavano il corpo e lo spirito.

In primavera bisognava preparare la terra per seminare gli ortaggi, i tuberi e tutto ciò che si desiderava per adornare il proprio giardino.

L’orto che coltivavano i miei genitori era uno spettacolo, perché riuscivano ad alternare le piantine in base alle variazioni cromatiche dei frutti che poi sarebbero nati: il giallo dei peperoni e delle zucche con il rosso dei pomodori e il verde delle zucchine, dei fagiolini, e i colori pastello del pesco e del ciliegio che li sovrastavano; tutti magistralmente mescolati. Era bello prendersene cura, vederli crescere dava una soddisfazione incredibile e mi ripagava di quelle mattine in cui mia madre si avvicinava ai piedi del letto per svegliarmi.

Il fiume sinni

Quello era veramente un momento drammatico!

Io e le mie due sorelle dormivamo insieme in una stanza, quando sapevamo che una di noi il mattino presto avrebbe dovuto tirarsi giù dal letto, all’alba, passavamo la notte quasi insonne, e quando mia madre saliva le scale, eravamo tutte e tre sveglie ma facevamo finta di dormire. Sentivamo i suoi passi e cominciavamo a pregare e a sperare che la vittima designata a tale patimento fosse l’altra. Dato che eravamo in tre e Luisa era la più piccola, il conto era presto fatto, la mano di mia madre si sarebbe posata sulla mia spalla o su quella di Maria.

Ma la tortura più grande era dover pulire il grano dalla gramigna che gli impediva di crescere. Stare sotto il sole piegati a estirpare l’erba mentre ti pungevi con le spighe, non era il massimo della vita…

In estate si mieteva il grano e quello devo dire che era un avvenimento piacevole, soprattutto per me e le mie sorelle che ci limitavamo a guardare e a raccogliere qualche spiga che sfuggiva alla falce attenta del mietitore. Più che un lavoro diventava una festa, perché era un momento di condivisione e di allegria. In quell’occasione i miei genitori invitavano altre persone con le quali si aiutavano reciprocamente. Il giorno prima della mietitura mia madre preparava per tutti il lauto pranzetto che il giorno dopo avremmo consumato sotto l’ombra della quercia che fiancheggiava l’immensa landa dorata.

La vasta distesa di grano era situata sotto il livello della strada. Quando arrivavamo, rimanevo incantata dalla bellezza che si spalancava sotto i miei occhi: un mare dorato, le cui onde si muovevano lentamente a ogni soffio di vento, il sole splendente scintillava nel cielo terso e gli uccelli con la loro melodia facevano da sottofondo a questo meraviglioso spettacolo.

scorcio del vigneto a

Il mio cuore non poteva non sussultare di fronte a tanta grazia, ero felice e i miei occhi splendenti.

Mentre gli uomini impugnando la falce e recidevano le spighe di grano le donne intonavano canzoni raccogliendo, legando le spighe e ammucchiando le gregne.

Poi arrivava finalmente il momento del convivio allora tutti ci andavamo a sedere sull’erba che circondava la quercia e mentre consumavamo l’ottimo cibo preparato da mia madre, il cui profumo è conservato nell’archivio della mia memoria, si parlava e si rideva con estrema allegria. Quando arrivava la sera, ritornavamo a casa stanchi ma felici.

Quando l’aria cominciava a diventare frizzantina e tutta la natura si adornava dei colori intensi e vermigli striati di ocra e verde, l’autunno era alle porte. Malgrado questa stagione può dar adito ad abbandoni melanconici non l’abbia mai vissuta con particolare tristezza.

Gli alberi che si spogliano, la natura che si addormenta, il cielo spesso sordido, sono la metafora della vita che si spegne. Ma la gioia che trapela nell’osservare la natura che si tinge di colori fulgenti fa pensare che la vita continua dopo la vita, che ritorniamo alla terra per poi rinascere nella luce .

Con l’arrivo dell’autunno ci si preparava per la vendemmia. Il vigneto di mio padre era uno spettacolo, l’ha sempre curato in ogni particolare, anche adesso che ha quasi ottant’anni. I filari erano perfettamente allineati, i pampini perfettamente potati, il terreno perfettamente pulito e dal lato esposto a nord si elevava maestoso un filare di pini che fungeva da barriera frangivento…

Anche il giorno della vendemmia era una festa, i nostri genitori solo per quel giorno ci permettevano di non andare a scuola.

scorcio del vigneto

Lo scopo era quello di farci divertire più che dar loro aiuto… e lo era davvero!

Partivamo al mattino con il carretto di mio padre, lui guidava e noi tutti dietro seduti tra un contenitore e l’altro salutavamo allegramente le persone che incontravamo per strada. Quando arrivavamo lì, muniti di guanti e forbici cominciavamo a tagliare i grappoli cercando di non farli cadere a terra. Anche lì mentre lavoravamo e mangiavamo qualche chicco di uva cantavamo e scherzavamo.

Finita la raccolta, ritornavamo a casa, dove mio padre si muniva di stivali nuovi di gomma, si calava dentro il tino e cominciava a pestare l’uva. Quello era un lavoro faticosissimo, poi quando acquistarono la macchina per macinarla tutto divenne più semplice. Dopo aver diraspato le uve, eliminato il rachide o raspo e aver pigiato gli acini si otteneva il mosto pronto da fermentare.

Mi ricordo, e ancora oggi è così, che il vino era assaggiato per la prima volta l’otto dicembre, il giorno dell’Immacolata Concezione, da noi chiamato “spricicchiavutti”. È una tradizione che continua anche oggi. L’otto dicembre, molti uomini si ritrovano nelle varie cantine del paese per assaggiare i vari vini e trascorrere un pomeriggio in allegria, il più delle volte poco sobri ma felici.

Un altro lavoro che spesso si faceva durante l’autunno, era l’approvvigionamento della legna per l’inverno. Mio padre andava in campagna, tagliava gli alberi e li portava con il carretto a casa, ma abitando nel centro storico era praticamente impossibile arrivare a scaricate la legna vicino alla legnaia ed era costretto a lasciarla un po’ lontano e insieme la portavamo dentro. Mi ricordo che facevamo a gara a chi ne portasse di più sulle braccia e benché mia madre ci esortasse a non caricarci troppo, io spavalda ne prendevo così tante da riuscire a stento a reggerle, per dimostrare loro che ero forte. Ho sempre cercato il consenso dei miei genitori e ogni occasione era buona per avere la loro approvazione.

Con il sopraggiungere dell’inverno le attività agricole erano sospese e ci apprestavamo a trascorrere l’inverno nell’atmosfera ovattata e candida della neve che a fiotti copriva lentamente le strade. Quando ero piccola, ne cadeva tanta che uscire diventava impossibile e solo raramente mia madre ci permetteva di andare a giocare a palle di neve perché aveva paura che ci ammalassimo.

Quello spettacolo seppur bellissimo per noi diventava una prigionia… questo è il motivo per cui non ho mai amato la neve…

Durante l’inverno si ammazzava il maiale per provvedere all’approvvigionamento della carne per tutto l’anno. Anche questa era un’occasione di festa perché erano invitati tutti i parenti pronti a dare una mano e a riceverla in cambio quando ne avrebbero avuto bisogno.

latronico innevata

Che tavolate e che cibo prelibato!

Quando ero piccola, ero una buongustaia e mi brillavano gli occhi dalla felicità quando mi sedevo davanti ad un piatto di pasta condita con il sugo con dentro lo spezzatino di maiale e per giunta insieme a tanta bella compagnia. Mi ricordo che la nostra cucina di circa 20 metri quadrati riusciva a contenere fino a trenta persone. Il desiderio e la gioia dello stare insieme ci facevano superare anche le difficoltà legate alla mancanza di spazio.

L’unica cosa che mi faceva stare male e che trovavo estremamente crudele era il modo in cui veniva ammazzato il povero animale. Di mattino quando mio padre insieme ai fratelli andava a prenderlo nel porcile situato poco lontano da casa e lo trascinavano in un locale lì vicino per procedere all’esecuzione si sentivano le urla di disperazione del povero malcapitato che aveva compreso quale sarebbe stata, da lì a poco, la sua sorte.

Sembrava che dicesse: “Aiutatemi, non voglio morire, abbiate pietà di me”… Io non ce la facevo a sentire e sprofondavo con la testa nel cuscino…

Immaginavo mio padre e i suoi fratelli mentre trascinava il poveretto con il cappio al collo fino al tavolo dove “u ccier”, colui che lo uccideva, affilava bene il coltello prima di infliggergli il colpo mortale.

Mentre il sangue scendeva una donna con un recipiente, lo raccoglieva e lo girava per non farlo raggrumare, in modo da poterlo utilizzare per fare il sanguinaccio, un dolce tipico del mio paese. Del maiale non si buttava assolutamente nulla, tutto era utilizzato, anche il residuo di grasso che rimaneva dopo averlo sciolto e pressato; insieme alla potassa e alle essenze profumate era usato per preparare il sapone che serviva per fare il bucato.

Questi sono i miei ricordi legati al susseguirsi delle stagioni. Sono felice di aver avuto la possibilità di crescere in una famiglia come la mia che ha posto alla base del suo vivere i valori dell’umiltà, della modestia e della semplicità. Quando si è bambini, non si riesce a cogliere tutta la bellezza che ne deriva, ma la vita, le esperienze negative e questo mondo che si evolve – anzi, oserei dire “involve” – verso un modus vivendi che fonda le sue basi su valori futili e opportunistici, mi fa desiderare di tornare indietro nel passato, per vivere una vita a contatto con la natura, accanto a persone dall’animo puro, il cui unico scopo è gioire e condividere la bellezza che ci circonda.

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Quando le olive si raccoglievano a mano

Di Carmelo Colelli

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Al mattino, alle prime luci dell’alba, per le strade di Mesagne si vedevano già i carretti e le sciaraballe con sopra le donne che dovevano andare in campagna per la raccolta delle olive.

Il carrettiere era seduto davanti, con in mano le redini, vestito con stivali, pantaloni di flanella pesante, un vecchio cappotto, il fazzoletto legato alla gola ed il cappello in testa, dietro di lui erano sedute le donne ed i bambini.

Le donne, anche loro avvolte in grandi mantelli di lana pesante o in scialli, fatti a mano, portavano il fazzoletto in testa annodato sotto il mento.

Quando arrivavano in campagna, una volta scese dal carretto, si toglievano il mantello o lo scialle ma il fazzoletto in testa lo tenevano per tutto il giorno, poggiavano le loro cose da una parte sotto un albero e si mettevano al lavoro.

Per raccogliere le olive, a quel tempo, bisognava che le donne si inginocchiassero per terra, dovevano muoversi come pecorelle, dalla parte più esterna dell’albero verso il tronco dell’ulivo, si disponevano a semicerchio una vicino all’altra e il paniere, in canna intrecciata, accanto ad ognuna di loro.

Le olive si raccoglievano da terra, con le mani, si faceva prima un bel mucchietto, poi prendendole con i palmi delle mani si mettevano nel paniere.

C’erano donne giovani, donne sposate e donne un po’ più anziane.

Sotto l’albero dell’olivo si raccontavano le loro storie, si consigliavano l’un l’altra, sempre con la testa china e le mani che raccoglievano le olive una ad una.

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“Beh! Svuotiamo i panieri!”: gridava la “fattora” (La donna che comandava il gruppo)

“Questi panieri li dobbiamo riempire!”

“Non li dovete portare vuoti!”

“E non li dovete portare semi pieni!”

“Dovete riempirli fino all’orlo, belli pieni pieni!”

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Così diceva la “fattora” quando vedeva che i panieri non erano pieni fino all’orlo o che non erano colmi oltre l’orlo.

Verso mezzogiorno, la “fattora” richiamava le donne e diceva: “Beh fermiamoci un po’ e mangiamo qualcosa”.

Le donne si avvicinavano al posto dove avevano lasciato i loro fagotti e le loro borse al mattino e prendevano quanto avevano portato da casa.

Di solito le cose da mangiare le tenevano in un tovagliolo di cotone, solitamente a quadri colorati, chiuso a mo di fagottino.

Portavano più o meno tutte un pezzo di pane fatto in casa.

La mattina, presto tagliavano il pezzo del pane a coppetta, toglievano la mollica lo riempivano con ciò che era rimasto della cena della sera prima o ci mettevano un po’ di “gialletta” (semplice pietanza fatta con olio, pomodori gialli e peperoncini.) preparata calda- calda la mattina stessa, poi prendevano la mollica e richiudevano tutto.

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Ci voleva più tempo a preparare quel pezzo di pane che a mangiarlo.

La voce della “fattora” si faceva sentire di nuovo:

“Beh! andiamo che tra un po’ comincia ad imbrunire!”

Ed eccole si rimettevano ancora a testa bassa, inginocchiate per terra e raccoglievano olive fino a quando non cominciava a calare il buio.

“Beh! Svuotiamo i panieri.”

La “fattora” chiamava l’ultima volta, per sgomberare i panieri nel sacco, si chiudeva l’ultimo sacco della giornata, le donne si rivestivano con lo scialle o con il mantello e risalivano sul carretto.

Il carrettiere seduto al suo posto: un colpo di frustino ed il cavallo partiva.

Quando arrivavano in paese ormai era buio.

Questa storia vera degli anni sessanta è dedicata a tutte le persone che sono sempre andate a lavorare in campagna, con il freddo, con il sole e con il vento.

Carmelo Colelli

14 Novembre 2014

Quandu l’aulii si ccugghiunu cu lli mani.

La matina, ‘nppena ccuminzava a lucesciri, si vitiunu già pi li strati ti Misciagni li traenuri e li sciarabbai, carichi ti femmini ca erunu a sciiri fori a ccogghiri l’aulii.

Lu trainiere, ssittatu ‘nnanzi, cu li retini mmanu, vistutu cu li stuvali, li quazi ti flanella pisanti, ‘nu cappottu vecchiu, lu fazzuletto grandi ttaccato ‘ncanna e lu cappieddu ‘ncapu, cretu a iddu staunu ssittati li femmini e li vagnuni.

Li femmini, puru loro staunu mmucciati ‘ntra li fazzulittuni ti lana pisanti o ‘ntra li scialli, fatti a manu, purtaunu puru lu fazzuletto ‘ncapu ttaccato sotta a lu vangaliri.

Quandu rrivaunu fori, ca scindiunu ti sobbra a lu trainu, si llivaunu lu fazzulittoni o lu sciallu ma lu fazzulettu ti ‘ncapu si lu tiniunu pi tutto lu ggiurnu, ppuggiaunu tutti li rrobbi a ‘nna vanda sotta a n’arvulu e si mintiunu a fatiari.

Pi ccogghiri l’aulii, a cuddu tiempu, bisugnava cu si ‘nginucchiaunu ‘nterra, serana a moviri a picuredda, ti lu largo ‘nfinu alla rapa ti l’aulia, faciunu ‘nnu mienzu ciercu atturnu all’alvuru, una ti costi all’atra e lu panaru ti costi a ognuna ti loru.

L’aulii si ccugghiunu ti ‘nterra, cu li mani, si facia prima ‘nnu munticchiu, poi si pigghiaunu cu li to parmi ti li mani e si mintiunu tra lu panaro.

Staunu femmini giuvini, femmini maritati e femmini ‘nnu picca chiù vecchiareddi.

Sotta all’alvuri ti la’aulii si cuntaunu li fatti loru, si taunu cunsigli unu l’atra, sempri cu la capu sotta e li mani ca ccugghiunu aulii a una a una.

“Meh! Sgumbramu sti panari!”: critava la fattora.

“Sti panari la ma anchiiri !”

“No lli nnuciti vacanti! “

“E no lli nnuciti sminzati!”

“Facitili belli curmi curmi meh!”

Ccussì ticia la fattora quandu vitia ca li panari non erunu belli chini chini e curmi curmi.

Versu menzatia, la fattora tava voci e ticia: “Meh! lassamu ‘nu picca e mangiammindi ‘na cosa!”

Li femmini si ‘nvicinaunu addo erunu lassati li rrobbi la matina e pigghiaunu quddu ca s’erunu nnuttu ti casa.

Ti solito li cosi ca s’erana a magiari li tiniunu tra ‘nu sarviettu ti cuttone, ti solito li sarvietti erunu a quadri culurati.

Purtaunu chiù o menu tutti ‘nu stuezzu ti pane fattu a casa.

La matina prestu, taghiaunu lu stuezzu ti lu pani a cuppitieddu, llivaunu la muddica e anchiunu lu stuezzu di pani cu cuddu ca era rimastu la sera prima o ‘nci mintiunu nu picca ti gialletta fatta cauta cauta la matina stessa, poi pigghiaunu la muddica e chiutiunu tuttu.

Nci vulia chiussai tiempu cu lu priparunu cuddu stuezzu di pane ca cu ssì lu mangiunu.

La voci ti la fattora si facia sintiri n’atra vota : “Meh sciamu ca ‘ntra n’atru picca scuresce!”

E loro si mintiunu n’atra vota cu la capo sotta, ‘nginucchiati ‘nterra e ccugghiunu aulii finu a quando no ccuminzava a calari lu scuro.

“Meh! Sgumbramu sti panari!!”

La fattora chiamava l’urtama vota, pi sgunbrare li panari ‘ntra lu saccu, si chiudia l’urtumo saccu ti la sciurnata, li femmini si sa vistiunu, cu lu sciallo o cu lu fazzulittone e ‘nchianaunu sobbra allu traino.

Lu trainiere s’era già ssittato allu postu sua, nu cuerpu di scurriato e lu cavaddu partia.

Quandu ‘rrivauno ‘ntra lu paesi oramai era scurutu.

Sta storia vera ti li anni sissanta eti dedicata a tutti li cristiani c’hannu sciutu fori, cu lu friddu , cu lu soli e cu lu ientiu.

© Carmelo Colelli 14 Novembre 2014

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Solstizio d’estate nella Cattedrale di Bari

Di Carmelo Colelli

CATTEDRALE-BARI-01Lasciando il Castello Svevo alla nostra sinistra, appena svoltiamo a destra troviamo la strada che ci porta alla Cattedrale, siamo in Piazza Odegitria, una delle piazze della città vecchia.

La facciata si impone sulla piazza con tutta la sua bellezza, divisa in tre parti da lesene verticali, si osservano i tre portali, la bifora centrale sopra il portale e, più sopra, un bellissimo rosone, formato da diciotto petali.

Bella, veramente bella!

CATTEDRALE-BARI-02La Cattedrale di Bari dedicata a San Sabino, sorge tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, viene costruita sui resti di un antico luogo di culto, come narra la storia distrutto da Guglielmo I detto il Malo nel 1156, insieme a l’intera città, fu risparmiata la sola Basilica di San Nicola.

Per la ricostruzione, furono utilizzati materiali provenienti dalla chiesa precedente e da altri edifici distrutti, come avveniva quasi sempre per le nuove costruzioni in quell’epoca.

La chiesa è in stile Romanico Pugliese e si rifà allo stile della Basilica di San Nicola.

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Anche Sabato 21 Giugno, Solstizio d’Estate, si è ripetuto l’evento eccezionale che molti Baresi e non aspettano di anno in anno.

Già dalle ore 16, la chiesa era gremita di gente, la Comunità della Parrocchia Cattedrale, aveva preparato per questo eccezionale evento: canti, letture, movimenti scenici, il coro e la musica.

L’evento è importante, tutto è curato, nei minimi dettagli e particolari, dal regista Saverio Romito e dai suoi collaboratori.

Titolo dell’evento: “Come Luce dall’Alto”

CATTEDRALE-BARI-04All’angolo, a sinistra, prima dei gradini che portano all’altare, è sistemato il coro, l’altro angolo è destinato ai fotografi.

Attorno a me, molti fotografi del Museo della Fotografia del Politecnico di Bari, altri professionisti dell’immagine e anche fotoamatori.

Il forte brusio ed il vociare della gente, termina all’apparire delle prime immagini sul grande schermo posto d’innanzi all’altare.

Scorrono le immagini, di alcuni luoghi della Cattedrale, di quelli più significativi, si vede l’Ambone, il Cero, la Cattedra, il Fonte Battesimale, l’Altare.

Non sono immagini scelte solo per la bellezza architettonica degli angoli fotografati, sono collegate tra loro, tutte riportano ad un preciso significato. “Il cammino della Fede”, dalla Parola all’Eucarestia.

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Dei figuranti vestiti di nero, a gruppi di tre, scendono dall’altare e si avvicinano ognuno ad una candela spenta posta per terra.

Sono diciotto i figuranti, come le candele, disposti in cerchio, ai loro piedi un bellissimo rosone realizzato sul pavimento, anche questo con diciotto petali come quello sulla facciata.

Una candela per ogni petalo, un figurante in ginocchio per ogni candela.

Altri due figuranti scendendo dall’ambone, portano, un cero e un libro sacro.

Al centro del rosone viene posto il cero, vicino a questo il leggio con il libro sacro.

Sono i segni della Fede, “la Luce”, “la Parola”.

Ogni movimento scenico viene accompagnato dalla lettura di brani biblici, da musica e canti.

Dal rosone della facciata entrano in chiesa diciotto raggi di luce.

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Il ministro della “Luce” prende il fuoco dal cero centrale ed accende tutte le candele, il ministro della parola passa a sciogliere i legami delle vesti nere, i figuranti abbandonano queste vesti e si ritrovano con candide vesti bianche.

La caduta delle vesti nere e l’apparizione delle vesti bianche, simboleggia il cambiamento che trasforma l’Umanità illuminata dalla Luce della Parola.

Passano i minuti, dal rosone della facciata entrano sempre diciotto raggi di luce, che proiettano a terra diciotto macchie bianche.

Ultimo atto, l’ingresso dell’ultimo figurante con l’incenso, che simboleggia la preghiera della Chiesa rinnovata che si eleva a Dio.

Alle ore 17.10, la gente è in religioso silenzio, dal rosone della facciata entrano i diciotto raggi di luce ed il rosone della facciata viene proiettato, con precisione millimetrica sul rosone del pavimento, la luce lo illumina e lo rende ancora più bello.

La gente per un attimo sembra che nemmeno respiri, quello che è avvenuto è veramente straordinario.

Si racconta che questo evento così meraviglioso venne scoperto quasi casualmente nel 2005 e da quell’anno, si torna ad osservarlo, ogni 21 giugno alle ore 17.10, giorno del solstizio d’estate, sono sempre più i Baresi e non, che partecipano a questa celebrazione.

Il parroco della Cattedrale Monsignor Francesco Lanzolla, anno dopo anno ha sempre più valorizzato questo evento dandole un significato teologico-architettonico-artistico.

Le sue parole l’altra sera sono state precise e penetranti.

Il realizzatore del rosone sul pavimento, doveva conoscere molto bene, le leggi del movimento degli astri e le leggi delle proiezioni centrali, per aver stabilito con precisione millimetrica, la posizione del rosone sul pavimento, tale che in un solo momento dell’anno, il giorno del Solstizio d’Estate, la luce proveniente dal rosone della facciata, coincida esattamente con il rosone al pavimento.

Mentre la gente, ha cominciato a lasciare la Chiesa ed i fotografi hanno rimesso a posto le loro macchine, ci si scambiava saluti e strette di mano, un signore che era vicino a me durante tutta la cerimonia, salutandomi mi ha detto: “Sono venuto in aereo questa mattina per vedere questa bellezza”, gli ho chiesto, visto che parlava italiano, “Sei Pugliese?”, e lui mi ha risposto: ”No! Sono Belga, vengo da Liegi e riparto questa stessa sera, sono venuto solo per vedere questo evento.”

Un’altra emozione particolare c’è l’ha regalata quest’uomo che abita così lontano e ha scelto di venire a vedere questo bellissimo evento.

 

Carmelo Colelli, 21 Giugno 2014

Le fotografie sono di Carmelo Colelli

 

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Solstizio d’estate nella Cattedrale di Bari di Carmelo Colelli © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Ikea e Gigli, impari lotta… la Biblioteca delle Oblate

Di Paola Capitani

 Il cortile della Biblioteca delle Oblate

Lo storico cortile accoglie il turista con le sue magnolie lucide e maestose, nel loggiato ricco di memorie e di eventi, che si colgono appena tendi l’orecchio al minimo fruscio. Brani di passato, reconditi segreti e misteri aleggiano tra le volte degli archi e sul cotto toscano.

I ragazzi leggono e studiano, lavorano con i computer, dialogano con interesse dinanzi allo splendido panorama di una Firenze insolita, dono esclusivo per chi ha percepito, curioso, cosa poteva nascondere l’ingresso di quel portone. Dallo stenditoio, dove le monache appendevano ad asciugare il bucato, e dove oggi si studia e si ragiona, si parla e si osserva una visione unica al mondo: si spazia dalla collina di Fiesole alla Basilica di Santa Maria Maggiore, il Duomo di Firenze, il Battistero e le altre meraviglie che la città offre a chi la osserva da questa splendida postazione.

La Biblioteca delle Oblate, inaugurata il 25 maggio del 2007, sede della Biblioteca Comunale Centrale di Firenze, ha compiuto sette anni, ma è ancora sconosciuta a molti fiorentini benpensanti, colti e attenti, che non sanno cosa rappresenti e dove sia ubicata, privi della curiosità di varcare quell’ingresso.

Il cinema americano ci ha dato frequenti e continue testimonianze di cosa vuol dire essere utenti di biblioteche pubbliche, luoghi adatti a trascorrere momenti di ricerca e riflessione. Noi, nel nostro Paese, non abbiamo subìto lo stesso fascino, non sentiamo la stessa attrazione.
Ecco invece – e purtroppo – che i Fiorentini preferiscono impiegare i fine settimana o addirittura utilizzare i giorni di ferie, per l’inaugurazione di IKEA, o assediare all’alba i parcheggi dell’Osmannoro per essere i primi a entrare ai mitici GIGLI. Una moltitudine di famigliole, di bambini infilati nei carrelli, paonazzi per il caldo, e allucinati da colori e immagini, di creature boccheggianti fra pupazzi e apparecchiature elettroniche… e invece le Oblate offrono spazi a loro dedicati, forniti di soffici tappeti e libri colorati, silenziosi e rasserenanti dove, fino a sera, sono  programmati svariati generi di intrattenimento. Per fortuna, a insegnarci e dare il buon esempio, famiglie di stranieri, turisti ma non solo, che, per vari motivi (assenza di nonni, abitudine a frequentare le biblioteche pubbliche, o altro), frequentano gli spazi dedicati ai giovani lettori.

L’ingresso della Biblioteca delle Oblate

Una domanda viene alla mente: ma per noi cosa rappresentano i libri? Che posto occupano, che ruolo svolgono nelle nostre esistenze? Cose che raramente si comprano, certo più per obbligo che per libera scelta… cose che frequentemente restano da parte, inutilizzate, in attesa forse di momenti in cui non c’è di meglio da fare. Come si usa, e abusa, dire oggi non fanno tendenza, come dimostra anche il nostro desolante assetto scolastico, in cui le biblioteche sono residuati per lo più  sconosciuti, e nei casi ancora fortunati, una moltitudine di vecchi libri ormai polverosi. E questo nonostante i moderni slogan (stra)parlino di biblioteche in rete! Nonostante s’inneggi all’e-book, senza sapere esattamente cosa sia e come lo si utilizza, spacciato come il toccasana che risolve i problemi della cultura e dell’apprendimento.
Ma qualcuno ci ha detto, o meglio ci siamo interessati di sapere come si faccia a usare un e-book, quali conoscenze sono necessarie per l’utilizzo?
Perché, oltre alla conoscenza dal punto di vista tecnologico, occorre ricominciare a far funzionare il nostro (sopito) cervello, far girare vorticosamente i neuroni da tempo anestetizzati e soffocati da marchi e targhe, da oggetti e manufatti. Ecco perché IKEA e I GIGLI stravincono sul bellissimo complesso delle Oblate. E forse anche perché il tutto è GRATUITO, e in genere, quando non si paga, è bene cominciare a sospettare dove sta l’imbroglio e la fregatura.

Ma il popolo italico, e i fiorentini in particolare, è fatto così: polemizza, borbotta, si lamenta, inneggia alle domeniche a piedi (ma non più di una l’anno), esige aria pulita, salubre,  un fisico sano, ma soprattutto palestrato; poi si caccia, a bordo di SUV o fuoristrada, dentro le strade della Firenze medievale, che sopporterebbero a mala pena il transito di due ciuchi appaiati. Guai ad andare a piedi da una porta all’altra delle mura (non più di venti minuti), eppure gioverebbe alla nostra salute talvolta crearci autonomamente dei percorsi salute, ed evitare, quando possibile, l’utilizzo degli ormai mitici status symbol “fuori strada”, dominio incontrastato di persone che abitano ovunque, meno che in campagna!

La cupola del Duomo di Firenze vista dalla Biblioteca delle Oblate

Alle Oblate, dove il raccoglimento, il silenzio, la pace, la cultura sono evidenti e palpabili, sono presenti anche moderne postazioni Internet (gratuite) per controllare la posta elettronica, spaziare e fare ricerche… ma cosa vuol dire ricerca? E anche questo termine lo mettiamo nel cestino: da bandire insieme a libro, biblioteca, conoscenza, apprendimento, e, last but not least, studio, che comporta anche impegno, concentrazione, e fatica.
Meglio dunque tutti in massa ai centri commerciali, possibilmente tutti alla stessa ora, l’inquinamento ne beneficia, e anche noi di conseguenza. Da evitare quindi i servizi a misura di uomo e di cittadino, merce rara e, ai più, sconosciuta. La scelta sembra dunque di voler evitare un tranquillo relax nel centro della città, fuori confusionaria e schiamazzante, un riparo avvolto da un quasi magico silenzio dove, al secondo piano, dove è possibile rifocillarsi con cibi e bevande (questi però a pagamento) di fronte al Duomo che, nonostante i secoli, fa sempre la sua egregia figura. Bando dunque all’ironia e invece andiamo, troviamoci alle Oblate, aperte ora fino alle 24: saranno occasioni di piacevoli incontri, anche per chiacchiere amene e leggere, e salutari confronti di idee e non solo.

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La cultura viene maltrattata… e le librerie chiudono.

Di Maria Iorillo

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Nel centro storico di Napoli, c’è una strada, Port’Alba, lunga circa 200 metri, che collega piazza Dante a piazza Bellini. Da piazza Dante si passa sotto l’arco della Porta, risalente al 1625, per accedere all’omonima via conosciuta per le sue numerose librerie e, fino a pochi giorni fa, per le bancarelle che esponevano libri usati o fuori catalogo, libri antichi e da collezione. Era la meta di tutti gli studenti di Napoli e provincia, di tutti gli amatori di libri antichi alla ricerca sempre di un testo raro e difficile a trovarsi.

3979758472_7e5cbb6b3f_bPort’Alba, Napoli

Quando ero una studentessa, acquistavo i libri sempre a Port’Alba, da Guida o da Pironti. Con gli amici mi incontravo spesso in quella zona e nello spostarmi da una piazza all’altra, luoghi di ritrovo per i giovani, attraversavo sempre via Port’Alba, e ogni volta lasciavo i sensi liberi di girare tra i banchetti e le perle che nascondevano… e, sbirciando tra le trame tessute tra parole, immagini e odori, essi riuscivano sempre a scovare un libro interessante da portare via e con poche lire (sì, era ancora il bel tempo della lira). Sensazioni che ho ritrovato solo tra i bouquinisti lungo la Senna a Parigi. Ma qui certamente entrano in gioco altre sensazioni legate a quello status bordeline che Parigi è in grado di creare nel viaggiatore innamorato della città.

Libreria GuidaLibreria Guida

La libreria Guida, storica sede di tanti incontri culturali nella sua Saletta Rossa, rivendita di fiducia di Benedetto Croce (che abitava lì vicino), tappa fissa di Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale durante i loro viaggi nella città partenopea, lo scorso dicembre ha chiuso. Eppure fino a dieci anni fa i Guida in Campania erano, con le tante librerie e la casa editrice di loro proprietà, alla testa di un piccolo impero della carta stampata, leader del settore culturale della Campania. Nel novembre del 1983 il Ministero dei Beni Culturali dichiarò la Libreria Guida “Bene culturale dello Stato” per l’attività libraria ed editoriale svolta. Nei tempi d’oro, tra gli anni Settanta e Novanta, solo a Napoli c’erano ben sei librerie Guida; poi, colpa della crisi, della “stretta creditizia” (credit crunch) e del crollo immobiliare, la famiglia Guida fu costretta a chiuderle una alla volta mettendo i suoi dipendenti in cassa integrazione. E così un pezzo di storia e di cultura è stato gettato nei cassonetti in mezzo all’immondizia come una cosa che non serve più e che non rientra tra le necessità primarie della gente.

Saletta rossa della Libreria Guida a PortalbaLa Saletta Rossa della Libreria Guida

Sempre a Port’Alba, le famose bancarelle dei libri, posizionate davanti alle librerie, nei giorni scorsi sono state anch’esse rimosse a causa di una zelante applicazione della legge, che vuole libero quel suolo pubblico. Dopo oltre cinquant’anni, qualcuno ha voluto applicare la legge. Si poteva regolarizzare la cosa, trovare una soluzione… no, si è preferito mandare a casa i librai e dare un altro schiaffo alla cultura della città. E ciò che fa più rabbia è che lì, dove fino a ieri c’erano le preziose bancarelle, sono apparsi immediatamente macchine parcheggiate abusivamente e i famosi parcheggiatori col loro “pizzo” a piacere. E i vigili fanno finta di nulla. Nessuno interviene. Le macchine sì, i parcheggiatori abusivi sì, i libri no. Che strana applicazione della legge!!!

 

Ho raccontato di Port’Alba a Napoli perché ho frequentato quella zona per anni, ma questa è la situazione generale del nostro Paese. Anche a Roma, dove vivo da vent’anni, le librerie chiudono. Nel popoloso quartiere Marconi, negli ultimi tre anni hanno chiuso la Mondadori, la Armando Armandi, e una grande libreria che organizzava eventi importanti per adulti e bambini. A Milano, dopo Babele e Bocca, ha chiuso anche la storica libreria di Porta Romana. E così via, in tutto lo stivale, le grandi e piccole librerie e case editrici sono costrette a gettare la spugna.

Ma cosa sta succedendo? La crisi economica, è vero, come la possibilità attuale di acquistare i libri via Internet (Amazon, Ibs, ecc.), ma è soprattutto il governo che sembra tessere leggi e riforme che invece di aiutare la cultura a diffondersi ne accelera la fine attraverso un circolo (politico-economico) vizioso che porta all’impoverimento spirituale e materiale del popolo.

La chiusura delle tantissime librerie e delle case editrici, piccole e grandi, è un segnale forte di imbruttimento della nostra società dove la cultura viene considerata l’ultima ruota del carro che possiamo anche perdere per strada con l’illusione stupida di riuscire comunque ad andare avanti. Chi non ricorda il famoso Fahrenheit 451? Ecco, è quello che succederà un giorno? Perché si avverte sempre più la sensazione che un popolo acculturato metta paura a chi detiene il potere in un Paese che sta gradualmente perdendo la sua connotazione democratica. Che terribile visione futuristica, e forse non tanto fantascientifica. Povere le attuali e future generazioni, senza lavoro e senza cultura!… e senza libertà! Perché il lavoro e il libro rendono l’uomo lib(E)ro.

© copyright Maria Iorillo 2014

Fonte delle fotografie:

https://it.images.search.yahoo.com

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LA STRANA DEMOCRAZIA MUSEALE DEL GOVERNO RENZI

Di Gianni Marucelli

Uno dei primi provvedimenti concreti del Governo Renzi (a parte i famosi 80 euro) è stato quello relativo al nuovo tariffario degli ingressi nei luoghi consacrati alla cultura (musei statali, scavi archeologici ecc.) di cui tanto è ricco il Bel Paese. I punti qualificanti del provvedimento sono i seguenti:

  1. Dalla scorsa domenica i suddetti luoghi sono aperti al pubblico gratuitamente, ma solo la prima domenica d’ogni mese.
  2. Sono aboliti gli ingressi gratuiti per gli anziani (ovvero gli over 65). Rimangono solo le gratuità per gli under 18.
  3. Verranno organizzate due aperture gratuite notturne ogni anno.
  4. Le risorse derivanti dal pagamento dei biglietti d’ingresso torneranno, come al solito, alla fiscalità generale, che però poi le ridistribuirà all’Ente percettore in proporzione al numero dei visitatori.
  5. Una nuova figura, quella di un Manager, verrà introdotta perché garantisca la gestione economica dei Musei.
  6. La logica che ha guidato il governo nel tracciare tale linea d’intervento ci è, francamente, sconosciuta.

Uffizi_Gallery,_Florence

Ci troviamo di fronte, infatti, ad una ottica esclusivamente finanziaria in merito alla fruizione di beni appartenenti alla comunità, l’accesso ai quali dovrebbe essere garantito a tutti, in particolare alle fasce più deboli della popolazione. Dai dati comunicati dall’ISTAT ieri, 8 Giugno, il 42% dei pensionati, quindi degli anziani, percepisce un assegno inferiore, o di molto inferiore, ai 1000 Euro mensili. Molti di essi versano in uno stato di indigenza che non permette nemmeno una alimentazione adeguata.

Dall’altro lato della scala generazionale, i giovani che hanno superato i 25 anni e che non hanno un lavoro sono più o meno nella stessa dimensione percentuale.

Quindi, considerato che i Musei e gli altri monumenti storico-artistico-archeologici di pertinenza statale stabiliscono un biglietto d’ingresso che va dai 5 a 15 euro (salvo alcune eccezioni) non si capisce come persone che ormai frequentano raramente i cinema o le pizzerie possano essere attratti dall’entrare in uno di questi luoghi.

Di conseguenza, gli unici risultati che si otterranno da questo, per noi sciagurato, provvedimento saranno i seguenti:

  1. Far crollare pesantemente gli accessi.
  2. Impedire a chi se la passa male economicamente (le fasce di cui sopra) di poter fruire di beni collettivi di grande valore.
  3. Dissipare ancora denaro pubblico pagando profumatamente nuove figure (i manager) in Enti dove già esistono persone professionalmente capaci (direttori, ecc.)

Il Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, ha addotto una giustificazione assolutamente ridicola al provvedimento che taglia fuori gli Over 65 da ogni beneficio in materia: nei Musei entrerebbero gratuitamente anche turisti anziani provenienti da paesi non U.E.. Non regge: basta imporre a tali turisti il pagamento del biglietto intero mediante l’esibizione, per ogni gratuità richiesta, di un documento d’identità. Cosa che peraltro è già in uso…

RomaScuderie-del-Quirinale

Dal provvedimento poi si ricaveranno solo spiccioli, visto che, notoriamente, sono in numero irrilevante i pensionati che possono permettersi di spendere 10 o 15 euro, sottraendoli alle loro “grasse” prebende: ergo, il numero dei visitatori appartenenti a questa categoria precipiterà…

Comunque sia, ripetiamo,

Il risultato (unico) che quindi verrà ottenuto sarà di mortificare ulteriormente quelle categorie di cittadini che sono già le più deboli, impedendo loro di istruirsi e di gratificarsi, almeno, con l’accesso ai luoghi in cui meglio si manifesta l’italica Grande Bellezza (e mi perdoni Sorrentino per l’involontaria citazione).

Dalle colonne di questa rivista, cui tutti possono accedere gratuitamente, non possiamo quindi che concludere con un lapidario

Beata la Nazione che non ha bisogno di tartassare i propri giovani e i propri anziani per meglio difendere il suo patrimonio culturale ed artistico!

© copyright Gianni Marucelli 2014

Fonte delle fotografie:

Wikipedia

  1. Galleria degli Uffizi, Firenze CC BY 2.0 di Chris Wee
  2. Roma, Scuderie del Quirinale CC BY-SA 3.0 di MM, opera propria

 

Licenza Creative Commons
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Sguardi – una poesia di Anna Conte

Qualche anno fa, durante un viaggio in Etiopia, entrammo in un istituto in cui vi erano bambini di ogni età.

Ogni sguardo era diverso dall’altro…

Non dimenticherò mai i loro volti!!!… E’ da questo incancellabile ricordo che nascono i seguenti versi…

 bimba etiope

Sguardi

 

Sguardi spenti, senza vita,

persi nel vuoto di una vita senza un domani,

smarriti nell’abisso della solitudine,

nel dolore di una ferita eternamente sanguinante,

che lacera il cuore ed annienta l’anima.

 

Sguardi che celano un passato troppo breve,

dove allegria, ingenuità e tenerezza,

ricordi brevi, sfumati,

hanno ceduto il passo a patimenti e frustrazioni.

 

Sguardi che raccontano una vita di umiliazione,

di fame , di mancate carezze, di abbandoni,

di tormenti e patimenti.

 

Sguardi che sorridono, baluardi di anime tormentate

fiere e dignitose che incedono a testa alta

verso un futuro senza certezze.

 

Sguardi compiuti che hanno smesso di sperare,

perché il tempo delle favole ha ceduto il passo

ad una vile realtà, troppo amara

e ad un futuro che si propone come un fardello

troppo asfissiante da sopportare.

 

Sguardi ancora acerbi che attendono invano

la dolcezza di una mano

che sfiori loro il viso,

ed un caldo abbraccio che

sciolga il ghiaccio che hanno nel cuore,

in un fiume di lacrime amare che

rischiarino il loro cammino

verso un miraggio di felicità.

bimbi etiopi

© copyright Anna Conte 2014

 

 

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Abbiamo ucciso il chiaro di Luna

Milano com’era

di Massimilla Manetti Ricci

263_q1010026300Milano, la città che non c’è più, quella difficilmente raccontabile perché la ricostruzione della ricostruzione ne ha distrutto per sempre la sua originaria natura sull’acqua, la più elegante e raffinata dell’Europa ottocentesca con i palazzi che si affacciavano sui navigli. E allora via i navigli, via questo retaggio di un romanticismo odiato dai futuristi che volevano uccidere il chiaro di luna che vi si specchiava.

Articolo Massimilla foto 1

E difatti la luna ha smesso un secolo fa di illuminare i canali d’acqua con l’interramento dell’epoca fascista.

Poi la guerra, un altro duro colpo alla già martoriata città: la polvere e le macerie sono diventate l’anelito frenetico che in nome del desiderio di ricominciare e di guadagnare ha abusato della città fino ai giorni nostri.

Articolo Massimilla foto 2

Gli anni di piombo e la strategia della tensione la macchiano di sangue con la strage di Piazza Fontana e l’omicidio del commissario Calabresi fino a scivolare nei rampanti anni ’80.

Sono gli anni della ‘Milano da bere’, quella di Craxi e di Cuccia, di Piazza Affari, degli imprenditori, delle grandi manovre economiche, la Milano di fine XX° secolo che sembra preludere ad una nuova ascesa: l’Italia è la quinta potenza economica del mondo e la città ben la rappresenta col suo vorticoso fiume di soldi e di collusioni in una paese che viveva sopra le righe senza saperlo.

Articolo Massimilla foto 3

Il ponte lanciato sull’Expo 2015 è incerto e pericolante, anche se in cantiere i progetti ora sono ambiziosi e vogliono offrire una città nuova, dinamica, che guarda alle metropoli mondiali dalla verticalità dei suoi palazzi ecologici, come il bosco verticale di Stefano Boeri o di quelli dalle immense vetrate, onde di oceano di specchi che svettano verso l’alto a guadagnarsi uno spicchio di cielo, testimoni del terzo millennio così come le cattedrali lo sono state per il secondo.

Milano, capitale della moda, della finanza e della comunicazione, dove il ‘qui e ora’ è il motto dei suoi cittadini.

Milano che, dismessi gli abiti da salotto patriottico di Clara Maffei, frequentato anche dal Manzoni, ha abbracciato l’audacia del dinamismo del primo novecento quando ha imparato che il tempo è un istante da fermare in un’immagine, in uno svolazzo scultoreo, in una parola che fugge nel quadro premonitore della sua salita verso il futuro, nella ‘città che sale’ di Umberto Boccioni.

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Milano, un po’ stanca, annoiata e preoccupata per la malavita che l’avvinghia, gioca a nascondino con le sue oasi del passato, nei vicoletti del centro, piuttosto che nei brevi tratti di naviglio che con timida prepotenza riprendono il loro spazio svuotato.

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Milano che non si specchia più nei suoi canali e si mette in posa sui suoi ponti, torna a guardarsi nelle ‘Gallerie d’Italia, collezioni private della Banca Intesa San Paolo (già Banca Commerciale Italiana) ed espone in un percorso a tema, scorci di città come non l’abbiamo mai conosciuta, angoli visti dal pennello dei suoi artisti che regalano ai posteri frammenti di vita cittadina remota ed inimmaginabile.

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In una di queste sere ho visto la luna tornare a specchiarsi nel cielo notturno, ho tentato di fotografarla, ma non la distinguo più dall’illuminazione circolare dei neon che hanno sostituito i suoi raggi.

Sullo smartphone si compone la frase: ‘abbiamo ucciso il chiaro di luna’.

© copyright Massimilla Manetti Ricci 2014

 

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Gli aforismi di Don Juan, Hidalgo fiorentino

montale-u170468842424rd-135x132-031Un giorno, quand’ero molto giovane e lui già anziano, Eugenio Montale, a tavola, mi domandò se dava fastidio che accendesse una delle sue eteree sigarette. Non furono certo parole memorabili, quelle che mi rivolse il grande poeta, ma ancor oggi dimostrano che la buona educazione non è mai superflua, nemmeno negli uomini eccezionali.

© copyright Gianni Marucelli 2014

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