Una cartolina particolare da Anghiari… mittente: Angelo Guarnieri

Angelo Guarnieri con Alda Merini

Nato a Castelbuono, in terra di Sicilia, Angelo Guarnieri si è trasferito ancor giovane a Genova, dove attualmente risiede. Medico psichiatra, si è confrontato con la sofferenza degli uomini e delle donne, approdando negli anni ’90 alla poesia, porto che non è negato a nessuno, come ben sottolinea nel preludio della sua ultima silloge, “Tempo nostro” (2014):

Nella poesia c’è posto per tutti.

E in tutti c’è posto per la poesia.

Ma non tutti lo sanno!

Probabilmente, non estranea a questa sua scelta di creatività è stata la frequentazione, sotto il profilo professionale poi anche amicale, con una delle più grandi poetesse italiane, Alda Merini. Angelo ha anche curato l’edizione di un libro, inedito, della Merini, contenente composizioni dedicate a lui e ai componenti della sua famiglia (“Dopo tutto anche tu”, Genova, 2003).

Poeta di ottimo livello, Angelo Guarnieri ci ha fatto pervenire la poesia che pubblichiamo, un omaggio ad Anghiari, borgo toscano da lui molto amato.

anghiari neve - fonte www.lua.it

anghiari neve – fonte www.lua.it

Cartolina

 

Radure di neve questa mattina

nel folto dei tetti di Anghiari.

Il candore lieve e disteso esalta

il rosso antico di tegole e colmi.

Il borgo oggi ha profilo gentile.

Sonnecchia in attesa che il giorno

dispieghi le sue intricate vicende.

Stretti, alberi, mura e campanili

a confermare il corale conforto.

 

Angelo Guarnieri 21/1/2016

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IN TOSCANA SI PREPARA UN BAGNO DI SANGUE

In dirittura di arrivo la legge regionale contro cinghiali, caprioli, cervi, daini e affini

 Di Gianni Marucelli

fonte della foto: cacciabruzzo.blogspot.com

Capriolo – fonte della foto: cacciabruzzo.blogspot.com

 Non se ne parla ancora molto sugli organi d’informazione (è noto che le azioni peggiori si compiono in silenzio), ma in Consiglio regionale della Toscana si sta dibattendo la già famigerata (prima ancora della sua approvazione) Legge sulla “limitazione” della popolazione di ungulati – cinghiali, ma anche caprioli, daini, cervi e mufloni – che sarebbero in smisurato esubero nella regione, mettendo a rischio non solo le colture, ma anche l’incolumità delle persone e l’equilibrio degli ecosistemi. Questo eufemismo vuol significare che, per tre anni, sarà caccia aperta per 365 giorni all’anno (salvo i bisestili) e in ogni luogo – si spera non in Piazza della Signoria a Firenze o in Piazza del Campo a Siena – per abbattere almeno 300.000 (avete capito bene!) ungulati. La proposta di legge è stata avanzata dall’Assessore competente (?) Marco Remaschi, che – da buon ex manager di banca nonché ex sindaco, ex presidente di Comunità montana ed ex consigliere regionale – ha pensato non solo di eliminare alla radice il “problema” dell’eccessivo numero di ungulati (non esistono però numeri certi sulla loro consistenza), ma di far adeguatamente fruttare il massacro con l’apertura di appositi centri di macellazione specializzata della selvaggina. Il primo lo ha inaugurato lui stesso, a Settembre, in quel di San Miniato (PI).

Dunque, una “filiera” cruenta – anche se non sappiamo ancora se affidata alle lobbies dei cacciatori oppure se “controllata” da operatori pubblici quali gli agenti delle Polizie provinciali e gli ormai ex Forestali, ora Carabinieri.

Il buon Remaschi, quindi, con una sola fava prenderebbe diversi piccioni – per continuare con una metafora di ambito venatorio: accontentare gli agricoltori che, a ragione ma talvolta anche a torto, si lamentano dei danni alle coltivazioni dovuto alle irruzioni dei cinghiali, far felici naturalmente i cacciatori, cui si darebbe licenza di sparare per tutto l’anno (e quindi incamerare i futuri voti delle due categorie), portare soldi alla Regione con la vendita della carne dei selvatici – si sente parlare di “contribuire alla solidarietà” fornendo proteine a buon mercato alle mense di istituti di beneficienza ecc. Inoltre, diminuirebbero i morti per incidenti a veicoli, causati da cervi, caprioli, mufloni ecc. ignari del Codice stradale. Altro applauso. Infine, si contribuirebbe a salvaguardare l’ambiente forestale danneggiato dagli sciagurati animali.

caccia-cinghiali-cacciatori - fonte della foto: www.toscanamedianews.it

caccia-cinghiali-cacciatori – fonte della foto: www.toscanamedianews.it

Ora, con buona pace della competenza amministrativa dell’assessore regionale, non possiamo esimerci dal fare alcune osservazioni:

  1. Il controllo venatorio della fauna non risolve il problema, come attestato scientificamente (vedi l’articolo apparso l’8 Dicembre 2015, a firma del Segretario generale della Federazione Nazionale Pro Natura, Piero Belletti).
  2. L’apertura della caccia agli ungulati per tutto l’anno danneggerebbe gravemente l’ambiente che si dice di voler proteggere.
  3. I morti e i feriti tra gli sparatori supererebbero di molto (vedi le recenti statistiche relative agli incidenti venatori) quelli dovuti a “intralci” alla guida da parte degli ungulati.
  4. Nessun turista o escursionista sarebbe più libero di girare boschi e campagne senza disturbo.
  5. L’immagine della Toscana quale terra di civiltà e buon senso sarebbe definitivamente compromessa davanti agli occhi dell’opinione pubblica di molti Paesi, con pesanti ricadute sulle presenze turistiche.
  6. In quanto alle mense cui fornire le carni degli uccisi… beh, ogni commento è superfluo, i nostri lettori sono dotati di una buona dose di buon senso.
  7. Infine, last but not least, la coscienza di una buona parte degli stessi cittadini si ribellerebbe di fronte alla strage.

Tutto ciò, in particolare gli ultimi punti, appare tanto più evidente in presenza di un appello contro l’approvazione di una simile Legge-scempio, già presentato il 16 Gennaio e firmato da molti notissimi intellettuali e artisti, tra cui citiamo:

Andrea Battiato, Sandro Veronesi, Giorgio Panariello, Dacia Maraini, Folco Terzani, Marco Vichi, Stefano Bollani, Susanna Tamaro, David Riondino, oltre a biologi, esperti di diritto e, naturalmente ambientalisti e animalisti.

Qualche tempo fa, la LAV, Lega anti vivisezionista, ha chiesto a gran voce le dimissioni di Marco Remaschi da Assessore alla Caccia.

Un altro ex davanti al suo nome non guasterebbe di certo.

capriolo -  fonte della foto: cacciabruzzo1.blogspot.com

capriolo – fonte della foto: cacciabruzzo1.blogspot.com

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Bellezza, Arte & Famiglia.

Di Vania Rigoni

DenisVi racconto di un’emozione, la nascita di una famiglia e l’arte. Da poco abbiamo lasciato il Natale, rinchiudendolo di nuovo nelle scatole e per riporlo nel suo letargo annuale e con lui, come me tanti di noi hanno preso con cura e delicatezza ogni figurante del presepe, lo hanno ammirato un ultimo istante e poi imballato, come in tante piccole culle, speranzosi di ritrovarlo intatto.

Questo rito religioso viene rievocato ogni anno con l’annunciazione e l’immacolata concezione della giovane Maria che con Giuseppe da lì a poco sarà sorgente di una nuova famiglia.

Proprio fra pochi giorni a Firenze chiude la mostra su La Divina Bellezza a Palazzo Strozzi che racconta attraverso le opere di artisti della seconda metà dell’Ottocento e primi del Novecento la storia della vita di Gesù e paradossalmente sono più numerose le opere legata alla sua nascita che non alla sua morte. La madre e la neonata famiglia sono i soggetti in cui gli artisti si sono sperimentati maggiormente, mantenendosi nei propri stili personali senza modificarli per la spiritualità del tema, bensì impegnandosi a creare un ponte fra la filosofia della propria arte e il simbolo religioso.

MunchLa Madonna di Munch, il bassorilievo di Adolfo Wildt con Maria che da vita all’umanità, Fontana, Annigoni, Denis…

Questa era una mostra per famiglie che parlava di famiglia. Le esperienze di arte e l’esposizione alla bellezza contribuiscono sempre alla costruzione di una relazione significativa e nutriente, attivano il pensiero fantastico, l’immaginazione, la produzione di idee, lo scambio e il dialogo. Non c’è età per i bambini in cui iniziare a “somministrare” l’arte, essa è senza tempo e indispensabile per iniziare a sperimentare codici comunicativi e momenti di piacere. Saper stare insieme in uno spazio condiviso dove si narrano storie è un offrire ai figli opportunità di apprendere, di autoregolarsi, di incuriosirsi senza innescare il meccanismo dell’oggetto come ricompensa, perché è in quell’essere insieme l’uno al fianco dell’altro che il bambino si alimenta di fiducia, rispetto e affetto dal genitore.

Adolfo windtChi sono? Una persona in cammino che esplora il mondo da me stessa al prossimo per conoscere, imparare e crescere. Professione? Pedagogista e mediatrice famigliare (come scriveva N.Ginzburg in Lessico Famigliare).

Vania Rigoni

Visita il sito di Vania, la Bottega della Pedagogista

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Sono una bomba

Di Carmelo Colelli

BOMBA-18-11-2015

Mi hanno definita intelligente, mi hanno programmata, mi lanciano ogni giorno, di qua e di là, raggiungo sempre con precisione o quasi, l’obiettivo, morti e feriti, vedo l’umanità che si impoverisce.

Una cosa vorrei chiedere a chi mi ha dato l’appellativo intelligente:

“Se mi ritieni intelligente, perché mi usi senza chiedere mai il mio parere, certo sono un oggetto e come tale tu mi usi, allora non chiamarmi più intelligente! Non offendermi più!”

“Sono una bomba e basta!”

“Sai, se io potessi usare la mia intelligenza, ogni volta che tu mi lanci, con assoluta precisione, esploderei nei cieli di mille e mille città, spargendo fiori e colori, irradierei solo la musica della Pace!”

 

Carmelo Colelli

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Ciao menestrello, con te se ne va un pezzo di storia fiorentina

riccardo_marasco_musicastrada_butiOggi Firenze piange Riccardo Marasco, il menestrello fiorentino che tutti hanno amato e cantato le sue canzoni in vernacolo. La Redazione de “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” rende omaggio all’uomo, amico e grande artista riproponendo sia un articolo del nostro direttore Gianni Marucelli apparso su questo sito non molto tempo fa sia due video condivisi da youtube di alcune sue canzoni più famose: l’Alluvione e Vita morte e miracoli di Luca Cava…

Metti una sera a cena… con il cantore della fiorentinità

Di Gianni Marucelli

 

Riccardo Marasco è stato, e resta, il compositore e l’interprete più notevole della canzone popolare toscana.

 

Riccardo Marasco - Foto di Gianni Marucelli © 2015

Riccardo Marasco – Foto di Gianni Marucelli © 2015

Più di dieci anni sono passati da quando ho avuto il piacere di ascoltare la sua voce e la sua chitarra dal vivo, in un contesto assolutamente privato. Stasera lo ritrovo a una cena di amici dello “slow-food”, dedicata alla cucina maremmana, e sembrerebbe che l’acquacotta, i crostini di fegato di coniglio e la scottiglia (piatto di carne eccellente, ma poco conosciuto al di là dei confini regionali) siano i protagonisti della serata, quando in realtà lo è lui: Riccardo Marasco, fiorentino D.O.C., una vita intera dedicata alla ricerca della tradizione dei canti popolari toscani, alla composizione e, cosa che lo ha fatto conoscere e amare da tutti, all’interpretazione mirabile di testimonianze musicali legate alla terra e alle genti di Toscana. Ha 77 anni, Riccardo, ma la sua ironia e la sua verve rimangono intatti, nonostante le amarezze e le delusioni di cui è stata costellata la sua carriera di “menestrello”, così come intatta, seppure un po’ invecchiata, è la celebre chitarra “alata”, sua compagna da sempre negli appuntamenti col pubblico. Il tema del concerto di stasera, in accordo con ciò che il menu propone, è la Maremma, la Maremma qual era con le sue paludi, le sue colline, le sue boscaglie che, oltre ai cinghiali, nascondevano briganti e rivoluzionari, ovvero, più spesso, rivoluzionari che si davano alla macchia e finivano per divenire briganti. E la malaria, la maledizione secolare che ha mietuto più vittime di una guerra, e che è stata debellata da men di un secolo. Di questo ci parla la versione completa (attestata in manoscritti del XVI secolo) di “Maremma amara”, così diversa nella versione che Marasco ci propone come sono diversi i fagioli all’uccelletto che faceva mia nonna da quelli proposti da qualche ristorante alla moda…

Riccardo alterna dotte spiegazioni storiche alla esecuzione di brani, da cui emergono personaggi, famosi e meno, di cui è costellata la lunga vicenda della terra di Toscana: Pia de’ Tolomei, drammaticamente relegata dal marito in un castello sperduto nelle Maremme (“Siena mi fe’, disfecemi Maremma”, così la fa parlare Dante in un celebre verso della Commedia”), il brigante Tiburzi, Domenico Tiburzi, che si batte per se stesso ma, dice la leggenda, anche per riscattare un popolo vessato (tenne in scacco per anni i carabinieri, lo uccisero per un tradimento e lo esposero come una bestia feroce al pubblico ludibrio: e questa è storia, ne rammento la foto d’epoca).

Poi, perché non lo voleva né Dio né il Diavolo, il suo corpo fu sepolto mezzo dentro e mezzo fuori la cinta del cimitero di Capalbio. Marasco canta, la voce un po’ arrochita, e dipinge suggestioni lontane, canta un’antica leggenda del Regno di Napoli e sembra di star dentro “Lo cunto de li cunti” di G.B. Basile, canta le vicende di una famiglia di minatori maremmani, e passa dal serio al faceto, cercando nuovi spunti nel suo immenso archivio mentale. Son passate già le undici, il fuoco nel camino si è spento da un pezzo, Riccardo è stremato. Chiede a quello più vicino a lui, cioè al sottoscritto: “E ora, che si fa?”. “Un classico, di quelli tuoi, poi si va a letto!”. “Il classico, a questo punto, sarebbe proprio di andare a nanna…”, mi risponde, ma poi solleva la chitarra e intona “Firenze bottegaia”, una bellissima canzone composta nel 1989, in cui si percorre la città dando conto di tutte le attività artigianali e commerciali ormai estinte, e si prefigura quello che oggi è divenuto il centro di Firenze, un magnifico scrigno senz’anima. Fioccano gli applausi, regalo a Riccardo un mio libro di poesie, in parte scritte in vernacolo fiorentino. Ci accomiatiamo. La notte di ottobre ci accoglie più umida e fredda, dopo il calore delle emozioni che abbiamo appena vissuto.

Riccardo Marasco - Foto di Gianni Marucelli © 2015

Riccardo Marasco – Foto di Gianni Marucelli © 2015

 

 

 

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Venezia propone di mettere all’incanto Klimt e Chagall: e Sgarbi (!) approva…

Di Alberto Pestelli

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Chagall – Il rabbino di Vitebsk – 1914 Galleria internazionale dell’arte moderna, Ca’ Pesaro, Venezia

Vendere un oggetto di grandissimo valore – affettivo o economico non ha nessuna importanza – è sempre un atto di violenza per la propria anima e nel caso di una città come Venezia, per il “novantanove virgola nove per cento” delle occasioni, sinonimo di scarsa volontà di tenere alla cultura con C maiuscola. Con questo non voglio dire che i veneziani, fortunatamente abituati a fare e godersi cultura non sappiano apprezzare le “cose belle dell’arte”… mai passato questo pensiero nel mio cervello! Non sono uno, come tanti purtroppo, che fa di tutta l’erba un fascio… Se il primo cittadino la pensa così, anche tutti gli amministrati sono d’accordo. Non voglio nemmeno pensarci…

Il vendere delle opere d’arte lo posso comprendere solo in una persona che non ha più risorse per tirare avanti la propria famiglia. Ma in un comune potenzialmente ricchissimo come Venezia assolutamente NO!

Va bene, le casse comunali sono vuote o quasi e il “signor Sindaco, Luigi Brugnaro” non sa come fare a tirare avanti la città. Allora ha proposto di mettere all’asta due opere d’arte di due artisti ECCELSI come Klimt e Chagall. Non solo, ha avuto il supporto di Vittorio Sgarbi – grande delusione quest’ultimo – che vive e si circonda d’arte di qualsiasi provenienza.

Certo che con la vendita della Giuditta II di Klimt e il Rabbino di Vitebsk di Marc Chagall (quadri entrambi esposti nella Galleria Internazionale d’arte moderna in Ca’ Pesaro), si riempirebbero le casse veneziane… e poi? Quando questi soldi saranno di nuovo finiti, che si fa? Si vendono altri quadri svuotando pinacoteche pubbliche? Questo non è altro che un circolo vizioso creato dalla pochezza culturale di certa gente (per questo mi meraviglio di Sgarbi: la sua cultura artistica è davvero immensa!) attirata dal guadagno immediato. Invece di incrementare la cultura per far ammirare al turista certe bellezze create dall’animo umano guadagnandoci, si preferisce disfarsi di esse. Ma si sa… siamo in Italia e con la cultura, come disse anni fa Tremonti, non si mangia. D’altra parte la provenienza politica è più o meno la medesima…

Secondo Brugnaro le opere vendibili sono appunto quelle degli artisti che non sono legati né per soggetto né per autore, alla storia della città”.

Permettetemi di essere leggermente volgare e di dire in fiorentino: “Questa l’è ‘na grande bischerata…” Come si può fare a meno di due grandi espressioni dell’estro di due uomini che tutti i musei invidiano alla Ca’ Pesaro. Magari il Louvre, il National Gallery e tante altre famosissime gallerie d’arte del mondo si staranno sfregando le mani aspettando che vengano messi all’asta questi due ricchi bocconcini che faranno entrare soldi a palate nelle loro casse… sì, perché costoro sapranno sfruttare la Giuditta II e il Rabbino di Vitebsk e altri ancora… e soprattutto non se ne priveranno mai perché daranno lustro al loro museo. E una quantità incredibile di denaro. Un motivo ci sarà se il Louvre – tanto per fare un esempio – riesce a smuovere milioni di turisti da tutto il mondo esponendo capolavori da tutto il mondo… e la gente è disposta a percorrere centinaia e migliaia di chilometri per godersi, anche se per un attimo, quel sorriso della Lisa leonardiana e a far godere le tasche degli esercenti parigini e, ovviamente delle casse comunali!

E questo il sindaco di Venezia non riesce a comprenderlo? Così non sembra… sono solo quadri stranieri e non sono legati alla bellissima città… Non degni di considerazione! E tanto meno interessanti per il turista dell’arte che è disposto a percorrere mezzo mondo per un attimo di bellezza e di turismo tra i canali? A quanto pare non ci arriva…

Quindi solo Canaletto, Tiziano e i grandi maestri di casa nostra… casa nostra Italia? O casa nostra Veneto? Volendo far polemica spicciola e sarcastica, mi sembra di assistere a una discriminazione artistica… fuori gli stranieri, musei veneziani ai veneziani!

Al di là di quest’ultima mia frase che ha solo il sapore della presa per i fondelli, non me ne vogliano i semplici cittadini di Venezia che, mi auguro, non saranno molto d’accordo a veder partire, anche se di pittori stranieri, delle opere d’arte uniche che fanno risplendere ancor di più una delle più belle città del mondo!

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Klimt – Giuditta II – Galleria internazionale dell’arte moderna, Ca’ Pesaro, Venezia

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Museo Foto Festival – Primo Festival della Fotografia in Terra di Bari

Di Carmelo Colelli

CAMPAGNA-FOTO-FESTIVAL

Joseph Nicéphore Niépce nel 1813 iniziò a studiare e sperimentare i miglioramenti possibili da applicare alle tecniche litografiche, studiò il modo di registrare direttamente sulla lastra le immagini senza l’ausilio dell’incisore.

Ricercò i materiali sensibili alla luce e col cloruro d’argento nel 1816, ottenne la sua prima immagine fotografica, questa però non poté essere fissata.

Nièpce si impegnò attivamente in questa ricerca, studiò i fenomeni della luce e della camera oscura e, nel 1827, ottenne la sua prima immagine disegnata dalla luce, la definì “immagine eliografia”: nasceva così la madre della fotografia.

In questi 202 anni, l’evoluzione delle tecniche, dei processi, dei sistemi di acquisizione e riproduzione delle immagini hanno permesso di giungere alla moderna fotografia.

Si parte da una ricerca per migliore ed accelerare un processo produttivo, quello della litografia e si crea una nuova Arte: la Fotografia.

Molti si sono avvicinati alla fotografia in questi due secoli, dilettanti e grandi maestri, si è indagato l’uomo, il suo territorio, le sue abitudini, i suoi costumi, si è ricercato in ogni settore, in ogni angolo della nostra Terra ed anche fuori; i risultati si sono condivisi apportando ricchezza e conoscenza per tutti.

La fotografia, nel corso degli anni, è diventata, anche, importante strumento per lo studio di varie discipline, una tra queste l’architettura, è diventata supporto essenziale per analizzare, rilevare, conservare, catalogare, trasmettere storie, luoghi ed emozioni.

Tante le foto scattate in questi anni, tanti gli archivi sparsi per il Mondo.

Un Fondo Fotografico inizia a costituirsi, alla fine degli anni ’90, anche all’interno del Dipartimento di Architettura e Urbanistica del Politecnico di Bari, in pochi anni assume, sempre più consistenza è diventa Progetto per un Museo Universitario della Fotografia.

Nell’autunno del 2010, il Progetto si concretizza e nasce il “Museo della Fotografia del Politecnico di Bari”.

Viene anche istituito il Laboratorio di Fotografia (oggi alla V edizione), con questo strumento si coinvolge alle attività culturali un numero sempre maggiore di persone, di varia età, provenienti da varie posizioni sociali e da vari paesi della Puglia, tutti interessati alla Fotografia.

In questi anni il Museo della Fotografia ha organizzato conferenze, seminari e workshop favorendo lo sviluppo della cultura e, in particolare, quella visuale, stimolando una maggiore capacità critica fra gli allievi del Laboratorio e tra i semplici “spettatori” delle tante attività svolte nel Politecnico e sul territorio a testimonianza di un “Museo diffuso”, che vuole arrivare a tutti.

Sono stati ospitati, in questi anni, ricercatori, registi, scrittori, intellettuali, fotografi, storici e critici della Fotografia di rilevanza internazionale, come Olivo Barbieri, Luca Panaro, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Uliano Lucas, Lisetta Carmi, Joss Dray, Nino Migliori, Giovanna Calvenzi, Luigi Gariglio, Antonella Russo, Roberta Valtorta, Raffaella Perna, Guido Guidi, Maurizio Galimberti, Gianni Berengo Gardin, Antonio Ottomanelli, Marcello Carrozzo, Carlo Garzia, Alessandro Piva, Paola Pompei e tanti altri che si sono avvicendati fra conferenze, seminari e workshop.

Nel Novembre 2013, è stato inaugurato uno spazio espositivo all’interno del Campus universitario con una mostra internazionale.

Quest’anno, il Museo della Fotografia, ben consapevole del diffuso interesse verso le iniziative culturali e formative dedicate alla comunicazione visiva, considerato il vivace fermento per questi temi da parte di varie associazioni e singoli cittadini, ha voluto promuovere e realizzare a Bari una manifestazione dedicata all’arte visuale, ha voluto presentare, al grande pubblico, alcuni degli autori che hanno indagato il territorio, in particolare il Paesaggio tra la fine del ‘900 e l’inizio degli anni 2000, le cui opere fotografiche, autentiche opere d’arte, sono ben custodite nel Fondo Fotografico del Museo.

E’ nato così il “Museo Foto Festival – Primo Festival della Fotografia in Terra di Bari”.

L’indagine e la raccolta delle preziose immagini, da parte dei vari fotografi, è stata assolutamente libera, ognuno ha scelto il suo canale di ricerca, ha colto con il suo obiettivo il Paesaggio e le sue trasformazioni, sociali e naturali, dandone una interpretazione creativa e soggettiva congruente con l’evoluzione dei linguaggi visivi.

Oltre alle opere dei grandi autori presenti nel Fondo Fotografico, si è voluto dare spazio anche alle opere di giovani fotografi.

L’idea portante di “Museo diffuso”, ha indotto gli organizzatori ad individuare vari luoghi della città dove esporre le opere fotografiche, sono state coinvolte piazzette, strade pedonali, vetrine di negozi ed esercizi commerciali, angoli stupendi della città vecchia, si è voluto far vivere a tutti in maniera spontanea, l’arte della Fotografia, si è dato vita ad una manifestazione che possa essere polo d’attrazione per un grande pubblico, per tutti coloro che, per professione o per diletto, amano l’arte della fotografia.

Il “Museo Foto Festival – Primo Festival della Fotografia in Terra di Bari”, è stato inaugurato Venerdì 11 Settembre alle ore 15, in occasione del convegno di apertura “Scrittura della luce, Luce nella scrittura”, in programma, la prima parte, proprio Venerdì, alle 16, nell’Aula magna del Politecnico “Attilio Alto” (campus universitario).

Sono intervenute numerose autorità, tra queste: il Magnifico Rettore del Politecnico Eugenio Di Sciascio, l’assessore alle Culture del Comune di Bari Silvio Maselli, l’assessore alle Politiche Giovanili Paola Romano, la responsabile scientifica del Museo della Fotografia del Politecnico, Loredana Ficarelli, il delegato agli Eventi dal Comune di Bari Vanni Marzulli.

Dopo i saluti sono state presentate le relazioni dei convegnisti della prima parte:

Giovanni Chiaramonte, Marcello De Masi, Marco Signorini, Claudia Attimonelli, Milo De Angelis, Viviana Nicodemo, Matteo Cassani, Francesca Fabiani, Diego Mormorio.

E’ seguito alle 19.30, il vernissage di Giovanni Chiaramonte, “Sulle tracce dell’Angelo”, 39 foto, nella sala espositiva del Museo della Fotografia (Campus universitario).

Il 12 Settembre nell’isolato 47, sito nella città vecchia, è proseguita la 2^ parte del convegno, hanno presentato i loro lavori i relatori:

Giovanna Calvenzi, Federica Chiocchetti, Umberto Fiori, Carlo Garzia, Antonella Pierno,

Tante le mostre in programma, tanti i workshop, le letture di portfolio, le presentazioni di libri: un mese intenso dall’11 Settembre all’11 Ottobre.

Si è offerto spazio a molti movimenti artistici, alle donne, ai giovani talentuosi, ai curatori, ai teorici e storici della fotografia, a molti fotografi di grande spessore artistico.

I primi 10 giorni del “Museo Foto Festival” coincidono con la 79esima edizione della Fiera del Levante, entrambe le manifestazioni sono nate per aprirsi agli altri, per avvicinare i popoli, per condividere usanze, storie, costumi e cultura, si innescherà un “effetto di reciproca amplificazione dei due eventi” che coinvolgeranno in maniera forte la città di Bari, i Baresi, i Pugliesi i turisti presenti in città.

Carmelo Colelli

13 Settembre 2015

L’uso delle fotografie per la galleria del presente articolo è stato gentilmente concesso dalle signore DONATELLA ZITO e FRANCESCA SIGRISI

 

Museo Foto Festival

Bari dal 11 Settembre al 11 Ottobre 2015

Comitato scientifico:

Eugenio Di Sciascio – Rettore Politecnico di Bari; Carlo Birrozzi – Soprintendente Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Puglia;

Loredana Ficarelli – ProRettore e Responsabile scientifico del Museo della Fotografia Politecnico di Bari; Dionisio Ciccarese – Direttore EPolis Bari.

Comitato artistico :

Giovanni Chiaramonte – Fotografo e docente di Fotografia;

Pio Meledandri – Responsabile Artistico Museo della Fotografia del Politecnico;

Gigi Buonsante – Visual Designer

 

Media Editor:

EPolis Bari

Ufficio Stampa:

Leonardo Legrottaglie

 

WEB Communication: 2

Ennio Cusano

Comunicazione:

Settore Comunicazione Istituzionale – Eventi Politecnico di Bari

Teresa Angiuli – Gaetano Petruzzelli – Francesca Carbonara – Antonietta Quatela – Claudio De Falco

Collaborazioni:

Tiziana Bellanova, Angela Mongelli, Vito Marzano, Ida Santoro, Mariateresa Amoruso, Federica Masella, Yvonne Cernò, Domenico Fornarelli, Microprintstudio di Gigi Buonsante, Cinzia Torro.

Partners culturali:

Regione Puglia – Comune di Bari – Università degli Studi Aldo Moro – Soprintendenza Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Puglia – Acquedotto Pugliese – Fondation Alliance Française – Il Laboratorio per la ricerca Visuale sul Paesaggio Università di Bari – Banca Apulia – Associazione Fotografi di strada – Associazione Instagramers Puglia Instagramers Bari – Biblioteca Consiglio Regionale della Puglia- Associazione LaCorte Ricerca e Fotografia – Associazione Culturale KULT Culture Visive – Bitume Photofest – Il Museo del Territorio di Palagianello – Associazione Cime – Laboratorio per la ricerca Visuale sul Paesaggio DISAAT – Associazione Positivo Diretto – Microprint Studio Visual Design – Associazione Puglia Legge – Mediterraneo Foto Festival – Associazione Murattiano – Apulia Film Commission – MAD – Il Pane e le Rose – CampusX – Kolt Fotodigital –

Sponsor Tecnici:

Acquedotto Pugliese – Banca Carime – Banca Popolare di Bari – Canon Italia –

Autori:

Guido Guidi – Giovanni Chiaramonte – Mario Cresci – Michele Roberto – Francesca De Santis – Gianluca De Bartolo – Associazione Instagramers Bari – Roberto Sibilano – Mario Ferrara – Yvonne Cernò – Tiziana Bellanova – Enrico Liano – Anna Simi – Domenico Fornarelli – Giulio Spagone – Alessandro Capurso – Emanuele Franco – Pietro Amendolara – Gheti Valente – Franco Altobelli – Fara Meledandri – Vito Marzano – Ennio Cusano – Ninni Pepe – Sergio Creazzo – Loredana Ficarelli, Valentina Spataro, Mariangela Torchiarulo, Renè Soleti e Maria Bruna Pisciotta del Politecnico di Bari – Primi 15 classificati al Concorso “Il Paesaggio”

Seminari/workshop:

Giovanni Chiaramonte – Manuela De Leonardis – Luca Panaro – Giovanna Calvenzi – Domenico Caragnano Associazione Instagramers Bari – Alessia Venditti – Teresa Imbriani – Francesca Palumbo – Giuseppe Goffredo – Cosmo Laera – Valentina Isceri – Luciana Lettere – Valentina Trisolino- Franco Sortini.

Curatori:

Pio Meledandri – Alessia Venditti.

Spazi espositivi:

Sala Museo della Fotografia Politecnico, Campus Universitario via Orabona 4; “Isolato 47” Politecnico di Bari, Città vecchia strada Lamberti 16; Sala Murat, Piazza del Ferrarese, Comune di Bari; Sala degli Affreschi, piazza Umberto 1, Università di Bari “Aldo Moro”; Ex Palazzo delle Poste, piazza Cesare Battisti, Università di Bari “Aldo Moro”; Regione Puglia, presso Fiera del Levante, Lungomare Starita 4; Banca Apulia, Palazzo Barone Ferrara, C.so Vittorio Emanuele 112; Palazzo Acquedotto Pugliese, via Cognetti 36; Spazio Giovani, via Venezia 41, Assessorato alle Politiche Giovanili, Comune di Bari;

Colonnato Palazzo Città Metropolitana Bari, Lungomare Nazario Sauro; Fondation Alliance Française, via Marchese di Montrone 39; Il Pane e le rose, via Cairoli 124; MAD, via XXIV maggio 4

Museo Fotografia Politecnico di Bari – Responsabile Scientifico Loredana Ficarelli – Direttore Artistico Pio Meledandri –

Via E. Orabona n.4 70125 Bari

3293174796 080/5962135 080/5963415 museofotografia@poliba.it;

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Il ministro Ségolène Royal invita i francesi a non consumare la Nutella

Di Alberto Pestelli

Sento già il coro di protesta di milioni d’italiani scandalizzati. Le parole del ministro dell’Ecologia francese hanno toccato una delle cose più “preziose” per gli abitanti del Bel Paese: la Nutella. L’invito è quello di non mangiare la Nutella…

Sicuramente la maggior parte dei nostri connazionali, “che si sono sentiti pugnalati alle spalle dai cugini transalpini”, si sarà soffermata, come sempre accade dalle nostre parti, al titolone a carattere cubitali di qualche quotidiano cartaceo oppure on line, riversando tonnellate di insulti al ministro d’oltralpe.

Leggendo la notizia sul sito di Ansa Ambiente, anche il nostro ministro Galletti, con parole più garbate, si è detto sconcertato della dichiarazione contro-invitando a lasciare in santa pace i prodotti italiani.

Ségolène Royal

Ségolène Royal

Giustissimo, anch’io sarei sconcertato se…

Ebbene sì, non lo sono più di tanto, perché c’è un motivo importante e valido se la Royal ha detto ciò che ha detto.

Se i lettori italiani prendessero l’abitudine di leggere sul serio fino all’ultima riga ogni articolo, si accorgerebbero che la signora Ségolène non sta conducendo una campagna contro i prodotti italiani ma contro lo sconsiderato utilizzo del famigerato OLIO DI PALMA del quale la Nutella è strapiena (e non sono quella…).

La produzione di quest’olio è super extra intensiva in vaste aree tropicali e sta causando una “pandemica” deforestazione planetaria con le conseguenze terribili che già tutti quanti vediamo o facciamo finta di vedere…

Come accennai in un articolo passato, la sola Indonesia ha distrutto un immenso patrimonio forestale pari a poco più la grandezza dell’Irlanda. Mostruoso! Il fenomeno, purtroppo, è in crescita esponenziale.

Senza contare al grande danno per la nostra salute… elevati tassi di colesterolo potrebbero essere la causa di gravi problemi cardiovascolari. Si può avere un elevata incidenza dei fattori dell’infiammazione e, secondo recenti studi, condotti dalle prestigiose Università degli Studi di Bari, Padova e Pisa, un serio e pericolosissimo aumento dell’incidenza del diabete insulino-dipendente. Un metabolita dell’olio di palma distrugge le cellule beta del pancreas che producono l’ormone (insulina) indispensabile per la nostra vita.

Qualcuno tempo fa mi disse che un po’ di Nutella ogni tanto, anche se contiene l’olio di palma, non fa assolutamente male. Gli ho risposto… grazie, certo che non succede niente se ne spalmi sul pane ogni tanto… il problema è che l’olio di palma lo trovi ovunque: in tutti i prodotti dolciari, fette biscottate, muesli, cereali per la colazione, nelle classiche quotidiane merendine dei nostri figli.

Ho condotto una breve indagine in un supermercato. Su venti marche di fette biscottate, solo una marca non aveva l’olio di palma… il mercato non ci lascia scelta se non ritornare alla classica fetta di pane da inzuppare nel caffellatte…

Il ministro dell'Ambiente Galletti

Il ministro dell’Ambiente Galletti

Tornando alla dichiarazione della Royal, il nostro ministro Galletti ha invitato gli italiani usando queste parole: “Stasera per cena… pane e Nutella!”

NO, mi spiace signor ministro, ma io non seguirò il suo consiglio se non si metterà al BANDO l’olio di palma utilizzato dalla maggior parte delle industri dolciarie italiane.

NO, signor ministro… stasera a cena, pane e olio… ma di extravergine di oliva. Meglio se delle mie colline fiesolane per quanto mi riguarda o delle vostre parti per quanto riguarda voi lettori.

 

P.S.: …e il pane fatto con il grano italiano.

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Il ministro Ségolène Royal invita i francesi a non consumare la Nutella di Alberto Pestelli © 17 giugno 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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La Scuola di Giullari e Menestrelli

La Compagnia del Cocomero, nata a Firenze nel giugno 2003, si esibisce a Borgo San Lorenzo (FI) con la regia di Beltrando Mugnai, coadiiuvato da Paola Capitani e Vasco Teodori.

Un articolo di Paola Capitani

La Compagnia del Cocomero è formata da volontari occasionali impegnati in attività teatrali. La Compagnia è anche Scuola di Giullari e Menestrelli, i quali si muovono con occasionali compagni di viaggio, unendo esperienze e dialetti, abitudini e modi di dire. Un mosaico di esperienze e di affinità alimentate dall’entusiasmo e dalla comunicazione con il solo obiettivo di portare serenità e armonia, benessere e amicizia. L’arte ci consente di esprimere le nostre emozioni, di manifestare quanto ci appartiene e che spesso abbiamo timore a esprimere.La Scuola di Giullari e Menestrelli ha questa caratteristica e questi obiettivi: portare allegria e amenità a chi ne ha bisogno e soprattutto giocare scherzando e scherzare giocando.

giullari-menestrelli3bigIl trucco c’è: riprendersi spazi e interazioni, cercando di salvarsi da aridità ed egoismo, dalla superficialità e dall’apparenza. Grazie a un simpatico gioco di ruolo si passano momenti magici, intrigando con la fantasia e creando complicità innocue ma profonde, scambi di umori e di tensioni, recuperando un benessere interiore, senza controindicazioni e senza costi. Non ci sono guadagni ma un sicuro corroborante passatempo e un’ottima terapia, soprattutto per chi lo pratica, con l’obiettivo di vivere meglio il quotidiano, giocando con l’ironia e il buonumore, creando sinergie e comunicazione, con la collaborazione e l’impegno di tutti per creare una rete che non è Internet, ma si muove nascosta muovendo i fili dell’anima e dell’affetto.

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La festa di San Giuseppe di tanti anni fa, a Mesagne (Brindisi), raccontata da zio Cosimo

Di Carmelo Colelli

Bungiorno zio Cosimo, come stai?

Beh! Non c’è male, ci possiamo accontentare.

Ho quasi novant’anni e ringraziando Iddio posso ancora camminare, incontrare le persone e ragionare con loro.

Zio ti ho portato due zeppole di San Giuseppe, le mangiate a mezzogiorno insieme alla zia Rosa.

Hai fatto bene figlio mio, io mi sono ricordato che oggi è San Giuseppe, prima sul calendario il 19 Marzo era colorato di rosso, adesso non lo è più perché questa festa l’hanno tolta.

Questa festa era proprio bella, una festa di devozione per il santo falegname e poverello.

Zio, raccontami come si festeggiava San Giuseppe qui a Mesagne.

Il racconto ha inizio:

Tanti anni fa, per questa festa, i preparativi iniziavano alcuni giorni prima, vi era l’usanza la sera di San Giuseppe di accendere i falò, “Li fanoi”, per le strade, a mezzogiorno si preparava un pranzo speciale per i poveri, detto: “La Tria di San Giuseppe”.

Per preparare il falò, tutti i ragazzi del quartiere andavano di casa in casa a chiedere fascine e salmenti: tutti ne donavano. Ogni ragazzo si caricava in spalla le fascine e le portava all’incrocio più largo tra due strade.

Per i ragazzi era un gioco, facevano a gara a chi riusciva a trasportare più fascine, vi erano alcuni che per dimostrare la loro forza se ne caricavano sulle spalle anche due o tre, era una festa la preparazione.

Pian piano, all’incrocio, la catasta diventava sempre più alta e più larga, i contadini, la sera, tornando dalla campagna, con i carretti, portavano altre fascine e altri rami secchi di albero di ulivo, resti della potatura degli alberi, la catasta diventava sempre più alta e più grande.

Siccome San Giuseppe è il santo dei poverelli, vi era l’usanza di preparare un pranzo per tredici poveri, tre di loro rappresentavano San Giuseppe, la Madonna e Gesù, gli altri i vari Santi, un pranzo senza carne ma con tredici portate, chiamato da sempre: “La Tria di San Giuseppe”.

Vito, un mio vicino di casa, ogni anno preparava “La Tria”, non era ricco, per lui era un sacrificio, aveva però questa devozione, desiderava aiutare chi non poteva mangiare, almeno il giorno della festa di San Giuseppe.

San Giuseppe e il bambino Gesù in un dipinto di Guido Reni.

San Giuseppe e il bambino Gesù in un dipinto di Guido Reni. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

Tutta la famiglia di Vito collaborava alla preparazione, la settimana prima, gli uomini sgombravano la rimessa, il locale dove tenevano gli attrezzi da lavoro per i campi, che era quello più grande per ospitare tante persone, lo imbiancavano con calce bianca e, all’angolo di fronte al portone d’ingresso, con tavole e tavolini, preparavano l’altarino.

Le donne ricoprivano la struttura con vari copriletti di seta colorata, sopra veniva steso un lenzuolo bianco e ricamato, il più bello che la padrona di casa aveva avuto in dote, al centro, in alto troneggiava il quadro di San Giuseppe.

Per sistemare la lunga tavolata, erano utilizzati dei tavoli, avuti in prestito dai vicini di casa, su cui erano poste le tavole del letto.

Per quel giorno Antonietta, la moglie di Vito, apparecchiava la tavola con le tovaglie più belle, il giorno prima le prendeva dall’ultimo cassetto del comò, le lavava e le stirava.

Tutte le donne del vicinato insieme alle figlie di Antonietta collaboravano ai preparativi, chi lavava piatti e bicchieri, chi riempiva i boccali di vino, chi preparava la verdura per la “sopratavola”, chi cucinava.

Una pagnottella di pane a forma di frisella, preparata il giorno prima, veniva sistemata al posto di ogni commensale.

Il giorno della festa, sotto il quadro di San Giuseppe, tante candele e tanti fiori, portati dai vicini.

Poco prima di mezzogiorno, tutto era pronto per la festa, sulla grande tavolata vi erano tante cose buone, attorno i tredici poveri, al centro San Giuseppe alla sua destra il figlio Gesù e alla sua sinistra Maria.

Vito e Antonietta, in piedi di fronte alla tavola, accanto a loro il prete con i due chierichetti, attorno i vicini di casa, grandi e piccoli.

Dopo che il prete aveva benedetto la tavola e i presenti, Vito ed Antonietta cominciavano a servire il pranzo ai loro ospiti.

Tante cose buone preparate da Antonietta, pietanze della tradizione contadina, il piatto principale era composto da ceci e piccolissime lasagne fatte in casa, alcune fritte, dette in tutto il Salento “tria”, da qui il nome: “La tria di San Giuseppe”

Alla fine del pranzo, Vito serviva a tutti le zeppole di San Giuseppe, le aveva comperate la mattina presto dal bar, vicino alla Porta Grande.

Per ogni povero, Antonietta aveva preparato un fagottino, con dentro una pagnotta di pane, una bottiglia di vino ed altre pietanze rimaste dal pranzo, così potevano mangiare ancora per altri due tre giorni.

La sera quando il sole era calato, Chicco, un signore anziano del vicinato, accendeva la catasta di legna sistemata all’incrocio delle strade.

Piano piano il fuoco prendeva forza, da un angolo all’altro ci si dava voce che il Falò era stato acceso, la gente cominciava ad avvicinarsi.

In prima fila, in cerchio c’erano i ragazzi, quelli più piccoli, dietro quelli più grandi, attorno intere famiglie. Tutti attorno al Falò, per tradizione e per devozione, era proprio bello vedere le fiamme gialle e rosse che si alzavano verso il cielo, oramai fattosi scuro, si vedevano anche le stelle e la luna.

Si cantava, si parlava, si beveva qualche bicchiere di vino, pian piano la serata passava ed il falò con le fiamme e le scintille diventava sempre più bello.

Si andava da un falò all’altro, per vedere quello più bello, il più grande e quello che durava di più.

Ogni tanto si sentiva qualche scoppiettio, erano i rami secchi. Alcuni ragazzi si riempivano le tasche di sale da cucina, quello grosso e, ogni tanto, senza farsene accorgere lo lanciavano nel falò, si sentiva subito scoppiettare ancora e si alzavano tante piccole scintille, molte persone si spaventavano e si allontanavano e i ragazzi ridevano a crepapelle.

Quando la catasta si era quasi consumata e i carboni erano belli ardenti, le persone si riempivano “le frascere”, dei contenitori in rame per il fuoco e le portavano a casa, era il fuoco benedetto di San Giuseppe.

La cenere che rimaneva si raccoglieva ed il giorno dopo i contadini la spargevano in campagna in onore del Santo Falegname.

Era una festa per tutti, per grandi e piccoli, anche se sono passati molti anni non la si può scordare.

Zio Cosimo conclude dicendo:

“Ora la festa è diversa, sono però rimaste le zeppole”.

A zio Cosimo luccicano gli occhi ed io ho un nodo in gola, lo ringrazio per il bel racconto e mi allontano.

Carmelo Colelli

Bari 19 Marzo 2015

Licenza Creative CommonsLa festa di San Giuseppe di tanti anni fa, a Mesagne (Brindisi), raccontata da zio Cosimo di Carmelo Colelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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