Una perla del Tango tutta italiana: intervista a Donatella Alamprese

Di Gianni Marucelli

“Il Tango mi ha insegnato a vivere la vita in un abbraccio”

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Potentina di nascita, viaggiatrice per vocazione, ora residente in Toscana, ma la sua anima palpita per l’Argentina. O, più precisamente, per il Tango. Donatella Alamprese è, senz’altro, l’interprete italiana del Tango “cantato” più apprezzata a Buenos Aires e dintorni, dove tornerà alla fine di Febbraio, per esibirsi, al Teatro Colyseum, assieme ai maggiori cantanti sudamericani, unica cantante europea invitata a quella che è la più importante manifestazione riguardante questo genere musicale, la Cumbre Mundial del Tango.

Non è la prima volta, infatti, che Donatella, assieme al chitarrista Marco Giacomini, viene invitata in Argentina: due anni fa la prima esibizione presso la prestigiosa Academia Portena del Lunfardo, vero e proprio “tempio” del Tango argentino, e da lì una tournee di successo tra Buenos Aires e Santiago del Cile, che segue le altre due precedenti tournee giapponesi.

Per capire meglio com’è nata e si è sviluppata in lei, ormai da diversi anni, questa passione per la musica argentina, siamo andati a intervistarla a casa sua, nel Valdarno fiorentino.

 Donatella chitarra

In realtà, spiega Donatella, il Tango è sempre stato presente a casa mia, fin da quando ero piccola.

I miei nonni hanno vissuto parte della loro vita in Argentina, e mio padre è sempre rimasto legato alla cultura di quella che considerava la sua terra d’origine, anche se non ci è potuto mai tornare. Sapeva ballare il tango e lo cantava anche, in casa, ma non era certo a quei tempi nella mia sfera di interessi! E vero, anch’io avevo la musica nel sangue… era quello che ci accomunava me e mio padre! indimenticabili i “concertini” insieme… lui con il mandolino che tanto amava ed io con la chitarra, ma i miei gusti di allora erano profondamente diversi.

In seguito la passione per le lingue straniere, la laurea all’istituto di Lingue orientali a Napoli, i viaggi e le borse di studio all’estero, lo studio e la pratica della musica sempre di pari passo nella mia vita. Poi la scelta di vivere a Firenze legami con la mia famiglia sono rimasti profondi e quando però lui è morto, ormai dodici anni fa, mi sono accorta che quei ricordi infantili così legati all’Argentina erano profondamente radicati in me, e il Tango ne era parte fondamentale. Cominciare a cantare il tango, allora, è stata un’esplosione improvvisa e totale, quasi una necessità dell’anima, un modo per ritrovare mio padre, condividere con lui l’emozione di aver riconosciuto quelle radici così profonde in me.

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 Prima che iniziassi il tuo percorso col Tango, ti conoscevamo come artista poliedrica, con solidi studi musicali alle spalle, che spaziava dall’opera lirica, e dalle romanze ottocentesche, al jazz, al pop, alle Folksongs rielaborate da Luciano Berio, il tuo modello, la grande Kathy Berberian: hai avuto un modello a cui rifarti per quanto riguarda l’avventura chiamata Tango?

Alamprese Giacomini

In realtà no… era tutto dentro di me. ho studiato anche con Hugo Aisemberg e con il soprano Beatriz Lozano… ho molto ascoltato, ma tutto è fluito come se, da sempre, avessi cantato tango.. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente grandi cantanti a Buenos Aires, come Susanna Rinaldi, che ebbe a dirmi, dopo un mio concerto : “Canta il Tango meglio di una Portena!”, che è il massimo complimento che si può fare a un’artista non argentina. Altre, come Patricia Barone o Sandra Luna, mi sono state presenti a livello interpretativo… come anche cantanti di sesso maschile, Gardel e Goyeneche ad esempio… Ma, ribadisco, il tango era in me fin da piccola, anche se solo a livello inconscio, quindi interpretarlo, è stato del tutto naturale avendolo da sempre respirato! Ovviamente, molto merito lo ha anche Marco Giacomini, il mio chitarrista, che già conosceva e coltivava la musica sudamericana e a lui devo l’inizio di questo cammino che è diventato una filosofia di vita… il tango è come la vita…

 Dona lago

A proposito di Marco, faccio osservare ai nostri lettori, proprio perché non è in questo momento presente, quanto sia importante avere accanto un musicista del suo calibro e della sua sensibilità, dotato di una tecnica chitarristica del tutto fuori del comune.

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Certo! Le sue qualità non si limitano a quelle dell’esecutore… sa anche elaborare e arrangiare i brani in modo fantastico e indubbiamente l’incontro con lui è stato determinante per consentirmi di riagganciare il mio cuore alla memoria dei tanghi cantati da mio padre, quelli dei vinili portati da Buenos Aires… Gardel, Mores. ..

 

Torniamo al Tango e all’Argentina. Là ti sei fatta tanti amici ed estimatori.

Sì. Grandi personaggi che mi hanno onorato della loro amicizia. Per primo, il Maestro Saul Cosentino, uno dei più importanti compositori argentini contemporanei. Mi ha conosciuto tramite il web, e mi ha contattato chiedendomi se mi sarebbe andato di cantare dei brani di tango da lui scritti… poi, durante un suo soggiorno in Italia, è venuto addirittura a trovarmi a casa. Una persona stupenda. In secondo luogo, la poetessa Marta Pizzo: con lei ho instaurato, altre che una profonda amicizia, una collaborazione professionale, musicando e cantando dei suoi testi.

Poi Claudio Duran e il Movimento Feminino del Tango: è stato lui a volermi in Argentina la prima volta… e poi Il mio mito, la cantante Patricia Barone e intellettuali come Enrique Snider e il poeta Ernesto Pierro… a Buenos Aires mi trovo come a casa mia, e sono molto felice di ritornarvi prossimamente. L’intellighencia del tango mi ha accolto a braccia aperte…

 

Oltre al Colyseum, teatro famoso, dove ti esibirai?

Per il momento il programma è in fase di elaborazione e contrattazione, comunque di certo terrò due concerti, uno nel mitico Cafè Cultural “ Bien Bohemio” e l’8 Marzo, in occasione della Festa della Donna, al Centro culturale “Elàdia Blazquez” grande figura femminile nella storia del tango. Ancora perle da infilare in questa collana di esperienze per me così preziose.

 

Quali emozioni ti suscita il Tango?

E’ per me una vibrazione profonda dell’anima, che ha avuto l’effetto di cambiare realmente la mia vita. Devo dire che mi ha portato una sorta di rigenerazione, mi ha eternamente congiunto a mio padre… mi ha consentito di guardare gli altri, e il mondo, con occhi diversi.

Il Tango mi ha insegnato a vivere la vita come in un abbraccio…

 

Bellissima espressione che, se sei d’accordo, userò come sottotitolo a questa intervista!

Per finire, diciamo ai nostri lettori quando e dove si terrà il tuo prossimo Concerto.

10906175_10155056199460494_4899027748828275779_n A Firenze. La data è quella del 23 Gennaio, alle ore 21, presso il Teatro del Cestello, nell’omonima piazza di Oltrarno, dove con gioia torniamo per la quarta stagione consecutiva. Non ci sarà solo tango. L’evento è intitolato Crossroads, I crocevia della Musica. Porteremo il pubblico a vivere esperienze musicali diverse, in giro per il mondo, seguendo tre temi fondamentali: l’Amore, la Passione, la Follia. Mi accompagneranno, oltre a Marco Giacomini alla chitarra, il clarinettista Andrea Tinacci e Paolo Casu alle Percussioni.

Grazie, Donatella. Sono certo che molti dei nostri lettori vorranno essere presenti!

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Intervista al Maestro Silvestro Pistolesi, pittore fiorentino

Di Alberto Pestelli

foto_pistolesi_2_587315308Il Maestro Silvestro Pistolesi

Vidi per la prima volta i quadri di Silvestro Pistolesi diversi anni fa nel chiostro dell’Abbazia di Vallombrosa. All’epoca ancora non lo conoscevo personalmente. Tuttavia mi fu spiegato che l’autore delle ventidue lunette era stato allievo di Pietro Annigoni.

Le opere conservate a Vallombrosa rappresentano la storia della vita di San Giovanni Gualberto, fondatore dell’Abbazia.

_DSC8828Una delle ventidue lunette dell’Abbazia di Vallombrosa

Dieci anni fa ho finalmente conosciuto il maestro Pistolesi come cliente della farmacia dove svolgo la mia professione di farmacista collaboratore. Tuttavia solo nel 2006, l’anno del mio modestissimo primo approccio alla pittura, ho avuto la possibilità di conoscerlo meglio.

_DSC8819Una delle ventidue lunette dell’Abbazia di Vallombrosa

Ricordo che gli feci vedere un mio primissimo ingenuo lavoro eseguito con le tempere ad acqua su carta rappresentante una barca a vela sul mare mosso. Sullo sfondo una costa e un faro… questo l’avevo disegnato e dipinto leggermente torto…

“Carino…”, mi disse, “il faro è storto… si vede che quel giorno tirava vento”.

_DSC8825Una delle ventidue lunette dell’Abbazia di Vallombrosa

Questa fu la battuta con la quale si presentò a me. Ridemmo. Poi seriamente mi disse: “Un consiglio… disegni tanto, anzi tantissimo, a matita. Curi i chiaroscuri. Una volta imparato stendere i colori le resterà più facile. Ma ci vuole tanto tempo.”

Così ho fatto e con il tempo sono riuscito a fare qualcosa di più decente.

M’invitò nel suo vecchio studio di via dei della Robbia a Firenze e, dopo, un bel po’ di tempo finalmente andai a trovarlo. E… meraviglia delle meraviglie, mi ritrovai in un mondo particolarissimo dove l’aria che respiravo era quell’arte assoluta…

studio_smallD.: Maestro, che profumo ha l’arte?

R.: Il profumo dell’arte ha il profumo dell’amore. Quando questo ti riempie il cuore non puoi più farne a meno. Lo cerchi ovunque a qualsiasi costo. S’impadronisce di te e non ti lascia più libero.

D: Quando ha iniziato a comprendere che la pittura avrebbe fatto parte del suo mondo?

R.: Fin da ragazzo ero attratto dalla bellezza che conoscevo nel visitare i musei. Mio Babbo ci portava spesso. Anche Lui si dilettava nella pittura. Quando andavamo in campagna portava sempre la sua cassettina piena di colori e di alto sentimento. Nel mio cuore lo invidiavo amorosamente sperando di fare il pittore.

D.: Tempo fa mi disse che è nato come pittore surrealista. Ha lavorato e sta lavorando su opere religiose destinate ad Abbazie, chiese, cattedrali. Ho notato in molti di questi quadri (come le lunette di Vallombrosa), tavole e affreschi recenti – che ha eseguito negli Stati Uniti – che questa sua grande vena surrealista non l’ha mai abbandonata. Quanto di vero c’è nelle mie parole?

R.: Il surrealismo ha tanti aspetti. Il soggetto vero (specialmente nella vita dei Santi) viene elaborato dall’emozione captata nel leggere e ascoltare la vita straordinaria di queste creature. Le immagini si moltiplicano nella mente cercando poi di esprimere la tua emozione trasportando questa verità nella tua verità. Così si costruisce una realtà che esiste solo nel tuo cuore e, grazie al mestiere di comunicare questa emozione profondamente vissuta su di una tela, si comunica agli altri la ricchezza che questa Vita o fatto ha completamente regalato.

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D.: E i surrealisti che l’hanno maggiormente ispirata?

R.: Non esiste un nome preciso, tanti e di varie epoche con la loro bravura, con il loro sentimento. Nessuno in particolare in quanto, questi grandi maestri, sono talmente “Grandi” che non c’è possibilità di scelta. Ognuno dona una ricchezza senza limiti.

D.: Lei usa moltissime tecniche: le tempere grasse, le tempere ad acqua e miste. Quando sono venuto a trovarla la prima volta nel suo studio, mi disse che i colori li produceva da se… Quale sta usando attualmente e quale le da più soddisfazione?

R.: Le tecniche sono tutte affascinanti perché ti permettono di esprimere il tuo sentire. Certamente, per divenire padrone di esse, occorre tempo, anni e poi non esiste mai un limite. Scopri sempre qualcosa di nuovo. A volte casualmente. Spesso per le composizioni di grandi dimensioni prediligo la tempera grassa. Colori realizzati in studio con vari componenti, dai pigmenti a oli e mastici. Questa tecnica ti permette un lavoro raffinato senza limiti di tempo. Puoi lavorarci per mesi e mantenere la freschezza dell’attimo.

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D.: Lei è stato allievo del Maestro Pietro Annigoni. Mi parli del suo incontro con lui, del suo rapporto di lavoro…

R.: Sono stato allievo del grande maestro Pietro Annigoni: insuperabile. Cominciai a frequentare il Suo Studio all’età di diciotto anni dopo aver conosciuto l’Accademia e altre scuole private. Ricordo con devozione la Scuola della Signorina Nerina Simi, figlia di Filadelfo, pittore di grande spessore nell’ ‘800-‘900. Il Maestro Annigoni era molto severo. Pretendeva sacrificio e volontà e passione. Diceva di essere instancabili se volevamo fare, alla fine della vita, qualcosa di buono. È stata una grande lezione in tutti i sensi!

Video dell’affresco eseguito nei pressi di Cape Code, Boston – USA

D.: Ha qualche aneddoto da raccontarci su Annigoni?

R.: Ci sarebbero tante cose e fatti da raccontare su questo Grande Pittore e Uomo. Ricco di sensibilità, si accorgeva o avvertiva anche la tragedia di un nido sconvolto dal vento nel cuore di un cipresso. Si commuoveva al tramonto quando tornavamo dal lago di Massacciuccoli. Si accorgeva del passare del tempo, della vita. Assorto si perdeva nei suoi pensieri. Raramente li esprimeva al momento ma certe emozioni venivano riportate nel suo diario che ogni giorno annotava le emozioni, i fatti che lo accompagnavano…

D.: Quanto ha contribuito Annigoni nella sua pittura?

R.: Certamente ha avuto influenza nella mia pittura. Ma c’era al di là di questo una somiglianza di fondo nei sentimenti e di come venivano interpretati. Lui è stato un grande romantico. Direi un uomo universale e non di altri tempi come molti l’hanno voluto giudicare. Direi che hanno capito poco di questo Gigante della Storia dell’Arte.

D.: Tra i tanti stili, correnti pittoriche, quali di esse la colpisce maggiormente?

R.: Se apriamo la nostra intelligenza senza farsi influenzare dai discorsi che vogliono dividere le varie espressioni mettendo in valore alcune e chiudendo la porta ad altre, si dovrebbe, in onestà, saper distinguere quando c’è una sincera ricerca… quando quell’amore, di cui parlavo all’inizio, si fa prepotente e ci invita a essere onesti con se stessi, senza rincorrere successi e soldi manovrati da persone che hanno solo interesse ad arricchire la propria tasca, proponendo false idolatrie artistiche. La risposta è, a mio vedere: dove c’è sincerità, ogni forma di espressione può essere valida e può donare un tesoro all’uomo e alla società.

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D.: Se fosse vissuto nel Rinascimento, a quale scuola pittorica avrebbe fatto parte?

R.: Non ci sono scuole migliori. Ognuno ha vissuto pienamente la sua storia con grande convinzione e determinazione in uno stile personale arricchito dalla sapienza di quei tempi che non conosceva limiti… dai sentimenti alla tecnica.

D.: Impressionismo o Movimento dei Macchiaioli fiorentini? E perché?

R.: Sono espressioni ambedue ricche di valori, di interpretazioni in un’ottica diverse tra loro ma con un messaggio nuovo conquistato con fatica, volontà di parlare sempre d’amore con una penna diversa. Per me entrambi grandi.

D.: Non si sbilancia… riproviamoci. Dalì o Magritte?

R.: Non si possono fare paragoni quando ci troviamo fra grandi espressioni di pittori dotati di tecnica magistrale servita per un discorso profondo e pieno di verità. Sta a noi saper leggere fra queste righe.

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D.: Se un giovane venisse nel suo studio e le dicesse: “Maestro, voglio dipingere…”, che cosa le direbbe per prima cosa?

R.: Direi che deve prepararsi ad un sacrificio estremo, dove non manca il proprio calvario intellettivo e manuale. Deve saper affrontare con pazienza le difficoltà. È la pazienza del lungo tempo che darà i suoi frutti… se ci sono! Serve una preparazione di grande introspezione, meditazione, sofferenza e slanci di speranza, credere in se stessi e combattere con se stessi. Non mancheranno mai le battaglie con il proprio io. Umiltà e un grande amore!

D.: Philippe Daverio tempo fa ha praticamente affermato che l’osservazione di un quadro si deve avvicinare il più possibile alla contemplazione… il classico “uno sguardo e via” non è assolutamente sufficiente per capire, per valutare, vedere ogni minimo particolare. Lui dice che a volte per vedere un’opera in un museo ci vuole molto tempo. Lei che ne pensa?

R.: Per certi aspetti condivido l’espressione. Dipende dall’intimo dell’osservatore, dalla preparazione culturale, leggere il periodo di quando è stato dipinto umiltà e rispetto per l’opera che troviamo dinanzi a noi.

Sogno

D.: Ad ogni inaugurazione di una sua Personale che cosa prova?

R.: Direi sempre un’emozione di bello e di paura. Ma quando una persona dice di ricevere un’emozione, beh… tutto questo ti ringrazia per la gioia data nel vedere e nell’ascoltare il messaggio nascosto fra i colori, fra le sfumature nel soggetto stesso. Provi una gioia grande e capisci che il tuo lavoro non è stato inutile ma lega una grande amicizia fra i cuori degli uomini così desiderosi di una carezza.

D: Ultima domanda… Al termine della serata dell’inaugurazione, durante un probabilissimo rinfresco… Vino bianco o Vino Rosso?

R.: ROSSO!

Se volete saperne di più, visitate il sito del Maestro Silvestro Pistolesi

www.silvestropistolesi.it

Fonte delle fotografie:

per gentile concessione del Maestro Pistolesi le fotografie in questo articolo provengono dal sito personale www.silvestropistolesi.it:

Il Maestro Silvestro Pistolesi

Il vecchio studio

“Cena in Emmaus” è nel refettorio dell’Abbazia di Montecassino (Frosinone). L’affresco di notevoli dimensioni è di 3,5 metri x 9 metri

Affresco che il Maestro Pistolesi ha eseguito durante alcuni anni nel Santuario della Verna che raffigurano alcuni episodi salienti della vita di San Francesco.

Il Sogno

Papa Giovanni Paolo II

L’incontro tra San Pietro e San Paolo – Abbazia di Montecassino

Le fotografie delle lunette dell’Abbazia di Vallombrosa sono di Alberto Pestelli

Licenza Creative Commons
Intervesta al Maestro Silvestro Pistolesi, pittore fiorentino di Alberto Pestelli © 2014 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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