EMILIA ROMAGNA – IN BIKE O A PIEDI LUNGO IL FIUME MONTONE, DA FORLI’ A TERRA DEL SOLE

Di Alessio Genovese

A chi non è pratico della Romagna il fiume Montone di per sé potrebbe non destare alcun ricordo, in realtà però può assumere un significato diverso se lo si va a collegare ad una delle opere poetiche e letterarie più importanti della cultura italiana, ovvero la “Divina Commedia” di Dante Alighieri. Il canto XVI° (94-102) dell’Inferno cita le famose “Cascate dell’Acquacheta” che si trovano all’interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, sul versante romagnolo. Con un salto massimo di 90 metri tali cascate sono tra le più imponenti di tutti il centro-nord Italia. Ebbene, il corso dell’ Acquacheta contribuisce ad alimentare il fiume Montone che, circa 50 km più a valle, prima di andare a sfociare nel Mar Adriatico nei pressi di Ravenna, attraversa prima Castrocaro Terme e Terra del Sole e poi Forlì.

Da alcuni anni le Amministrazioni locali hanno creato un percorso fluviale che, seguendo le sponde dello stesso fiume, potrebbe consentire di giungere addirittura da Castrocaro fino al mare. Un tratto ben organizzato, con segnaletica verticale e sentieri tenuti abbastanza in ordine, è quello che va da Terra del Sole a Forlì e/o viceversa. Dalla primavera in poi tale tratto viene percorso tutti i giorni da decine di pedoni o ciclisti che intendono fare una semplice passeggiata nella natura oppure mantenersi in forma attraverso la corsa. Noi di “Italia, l’Uomo, l’Ambiente” abbiamo percorso in Mountain bike il tratto da Forlì a Terra del Sole e viceversa. In teoria tale tragitto può essere fatto tutto l’anno, ma è sicuramente più agevole dalla tarda primavera all’inizio dell’autunno, quando è più facile guadare il fiume nei pressi del parco urbano di Forlì e quando vi è meno rischio di trovare ingombranti pozze lungo il percorso.

Porta Schiavonia

Porta Schiavonia

 Partendo direttamente dal centro città il percorso si origina sotto il ponte sulla via Emilia (si scende dalla destra del ponte guardando verso la porta) in prossimità dell’antica porta “Schiavonia” che, unica rimasta della cinta muraria della città, segna l’ingresso sul lato nord ovvero quello in direzione di Faenza – Bologna. La porta, con un arco monumentale a tutto sesto, è stata più volte demolita e riedificata. Ne abbiamo notizia già dal 1282. Questo primo tratto del percorso, che in caso di recenti piogge è bene evitare partendo direttamente dal parco urbano “Franco Agosto”, è uno dei pochi che, per via della minor vegetazione, consente di ammirare le acque del fiume, ma allo stesso tempo è anche uno dei tratti più soleggiati e forse meno interessanti per la presenza nella sponda opposta di una vecchia fabbrica.

Ingresso parco

Ingresso parco

Dopo circa 1,3 km, dopo aver incominciato ad affiancare il perimetro del parco urbano, si giunge ad uno degli ingressi laterali dello stesso parco dove è possibile prendere un gelato o rifocillarsi ad uno dei chioschi presenti. Si consiglia anche di procurarsi delle scorte d’acqua, perché non sarà più possibile farlo fino a Terra del Sole, a meno che non si voglia suonare il campanello di una delle poche case che si incontreranno lungo il percorso.

Ponticello

Ponticello

Risaliti in sella, abbiamo proseguito nel costeggiare il perimetro del parco fino ad un bivio che scende sulla destra per poi, attraverso un comodo e largo ponticello, guadare il fiume, per seguire fino alla fine la sponda destra. Il passaggio sul fiume è noto come “Guado Paradiso” e lo si incontra dopo 1,77 Km dalla partenza (soli 470 metri dall’ingresso del parco).

A questo punto si prosegue in piano, in parte sotto il sole ed in parte all’ombra di grandi alberi di pioppo e Robinia pseudoacacia, fino a passare sotto la strada che collega la frazione di Vecchiazzano a quella di San Varano. Fino a qui abbiamo percorso 3,30 Km e, tralasciando una strada asfaltata secondaria, proseguiamo sulla sinistra. Anche se la cartellonistica è in parte caduta, non ci si può sbagliare perché il sentiero verde è evidente e parte appena all’uscita del viadotto.

Il tratto successivo è lungo circa 2,60 km ed è piuttosto vario con alcuni brevi tratti di sali scendi che lo rendono più interessante per chi si vuole allenare e soprattutto per chi, come noi, lo ha percorso in MTB. Se non si è molto esperti della bicicletta nei tratti in discesa è bene prestare un po’ d’attenzione, ad ogni modo abbiamo incontrato persone che passeggiavano addirittura con la mitica “Graziella” o con una bici con ruote da corsa. In questo tragitto la robinia (che è una pianta non autoctona ma che ha una grande facilità di adattarsi a vari ambienti naturali) è sicuramente la specie arborea principale, ma numerosi sono anche i pioppi con alcuni ornielli (fraxinus ornus) e sambuchi (sambucus nigra).

Sentiero nel verde

Sentiero nel verde

La presenza del fiume la avvertiamo costante sulla nostra sinistra ma in realtà, anche perché siamo impegnati alla guida della bici, lo vediamo raramente, nascosto dietro la fitta vegetazione. Chi percorre il tragitto a piedi può avere certamente maggiore facilità di vederlo anche se in questo tratto le sponde e la vegetazione non rendono facile l’eventuale accesso in acqua.

Dopo 5,9 km dalla partenza il sentiero sterrato termina su una strada asfaltata secondaria, in realtà con pochissimo traffico, che va percorsa sulla sinistra fino ad arrivare alla chiesa di “Rovere”, piccola frazione alle porte di Castrocaro Terme. Chi volesse interrompere il tragitto per magari tornare indietro con l’autobus oppure fermarsi temporaneamente ad un bar, quando giunge alla chiesa (7,0 km dalla partenza), anziché girare a sinistra guardando la facciata della chiesa stessa, può proseguire diritto ed in circa 200 metri arriva in prossimità di due bar e della fermata del servizio di trasporto pubblico locale che effettua delle corse molto frequenti.

Chiesa

Chiesa

Chi invece decide di proseguire continua per circa 780 metri, tornando in direzione del fiume dal quale ci si era allontanati quando avevamo iniziato la strada asfaltata. Giunti di nuovo in prossimità del Montone, sulla sinistra è possibile vedere il cosiddetto “Guado di Ladino”, che altro non è che un ponticello che consentirebbe di tornare sul lato opposto del fiume e raggiungere la chiesa di campagna di Ladino e poi eventualmente la stessa Terra del Sole, attraverso un percorso meno interessante dal punto di vista naturalistico.

Chiusa artificiale

In prossimità del guado si prosegue dunque diritto e, dopo un tratto emozionante fatto di sali e scendi anche all’interno di una fitta vegetazione, si arriva in meno di un chilometro alla “Chiusa di Ladino” (8,45 km dalla partenza), struttura artificiale che forma un’interessante cascata con alcune pozze d’acqua nelle quali, durante l’estate non particolarmente siccitosa, è anche possibile bagnarsi. In questo posto, per chi volesse soffermarsi un po’ più a lungo, è anche consigliabile organizzare un pic nic. Ci sentiamo però di mettere in guardia dalla presenza di numerose zanzare tigre.

Gradini

Gradini

Ci stiamo avvicinando a Terra del Sole e, per superare la Chiusa, dobbiamo affrontare alcuni gradini dove può essere un po’ faticoso sollevare la bicicletta soprattutto quando la stanchezza incomincia a farsi sentire. Superati i gradini e tornati in sella, si gira subito a sinistra passando nel piccolo spazio lasciato libero da una sbarra. Nel giro di meno di un chilometro si termina il percorso sterrato e si attraversa la strada asfaltata che collega Terra del Sole alla statale 67 Tosco-Romagnola.

Porta della fortificazione

Porta della fortificazione

Compiuti pochi metri in salita, si incomincia ad intravedere la fortificazione nota come Castello del Capitano della Piazza. Tale fortezza, probabilmente già esistita ancora prima, fu voluta da Cosimo I de’ Medici (1519-1574) e presenta quattro bastioni muniti di orecchioni per la difesa. Entrati dentro la porta in meno di un minuto e dopo aver percorso circa 10,2 km (il chilometraggio potrebbe non essere del tutto preciso) si ha accesso alla piazza del Palazzo Pretorio o dei Commissari, dove un tempo aveva sede il Tribunale di prima istanza per tutta la Romagna Toscana. Tale piazza oggi è nota per lo più perché da anni ospita il festival delle “Voci nuove”, noto come “Festival di Castrocaro”.

Piazza con palazzo

Piazza con palazzo

Complessivamente abbiamo impiegato un’ora per arrivare da Forlì a Terra del Sole, ma ci siamo fermati in più occasioni per scattare le fotografie. Chi avesse velleità competitive può percorrere lo stesso tragitto con un tempo molto inferiore. Chi invece lo volesse percorrere a piedi deve aggiungere almeno 40-50 minuti. In molti però, venendo da Forlì, senza arrivare a Terra del Sole, si fermano in prossimità dell’abitato di Rovere per poi tornare indietro. Il dislivello affrontato è veramente minimo dal momento che, a parte alcuni sali e scendi, il percorso si sviluppa in pianura. Se visitate il territorio forlivese per turismo, vi si consiglia vivamente di trascorrere una giornata o mezza giornata immersi nella natura che circonda il fiume Montone. Chi invece non volesse o non potesse percorrere un tragitto così lungo, può sicuramente trascorrere alcune ore di svago nel bellissimo e grande parco urbano di una Forlì, quanto mai verde in questa stagione.

Alessio Genovese

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Emilia-Romagna: nelle terre di Pellegrino Artusi

Di Gianni Marucelli

Riprendiamo il nostro itinerario in provincia di Forlì – Cesena, dedicandolo stavolta a un personaggio molto più piacevole e, senz’altro, meno storicamente dibattuto di Benito Mussolini: quel Pellegrino Artusi il cui libro più celebre, “La scienza in cucina o l’arte del mangiar bene”, ha unito (intorno a una metaforica tavola) gli italiani forse più che le cariche del Savoia cavalleria o le baionette dei garibaldini.

Figlio di un facoltoso droghiere, che teneva famiglia numerosa (dodici figli), Pellegrino nacque nel 1820 presso Bertinoro, paese dove condusse gli studi presso il locale seminario. A quanto pare, poi si trasferì a Bologna per seguire l’Università. Una gioventù tranquilla, che però fu sconvolta da una vera e propria tragedia: il 25 Gennaio del 1851, il famoso bandito Stefano Pelloni, detto il Passatore, attaccò Forlimpopoli, prendendo in ostaggio durante una serata a teatro le maggiori famiglie della cittadina. Oltre a rapinarle dei beni, tramite la richiesta di un riscatto di oltre 40.000 scudi, i briganti inflissero oltraggio alle donne, violentandone alcune, tra cui la sorella di Pellegrino, la quale rimase così sconvolta da perdere la ragione ed essere rinchiusa in manicomio. Un episodio che indubbiamente ci fa molto dubitare dell’immagine romantica che del Passatore ci ha tramandato il Carducci (lo definisce “cortese”), e che indusse la famiglia Artusi a trasferirsi a Firenze, dove Pellegrino trascorse, tra le attività finanziarie che gli resero molto e quelle gastronomico-letterarie che gli assicurarono fama imperitura, tutta la vita, morendo in tarda età (novant’anni) a riprova che il mangiar bene non nuoce certo alla salute…

Per iniziare al meglio l’itinerario dedicato all’Artusi, partiamo da un nuovissimo tempio della gastronomia italiana, il meganegozio di Eataly aperto qui qualche mese fa da questa catena alimentare fondata da Oscar Farinetti, ormai diffusa in Italia e all’estero. La location di Eataly a Forlì è davvero meravigliosa: sita in uno dei più bei palazzi di Piazza Aurelio Saffi, dalle sue ampie vetrate si gode un panorama stupendo della città (vedi foto).

Ci facciamo solo stuzzicare l’appetito da una pizza Margherita, poi ci dirigiamo verso Forlimpopoli.

Non è un caso che, all’ingresso nel suo territorio, ci dia il benvenuto proprio la statua bronzea di Artusi. A Forlimpopoli ci fermiamo giusto il tempo per ammirare la trecentesca, imponente Rocca fatta costruire dal Cardinale Albornoz e quindi completata, un secolo dopo, dalla famiglia Ordelaffi.

Una sala della Rocca conteneva proprio il teatro in cui si svolsero nel 1825 i terribili fatti sopra narrati… Riprendiamo il nostro itinerario, dirigendoci verso il colle dove sorge il borgo arroccato di Bertinoro. Saliamo tra vigneti che supponiamo produrre un ottimo Sangiovese; poi, lasciata l’auto in un parcheggio esterno alla cinta muraria, ascendiamo verso la Piazza della Libertà, da un lato della quale si domina la pianura fino al mare. Grandi edifici storici, quali la cattedrale, riedificata alla fine del ‘500, e il Palazzo Comunale, fatto erigere nel Trecento dagli Ordelaffi, attirano i turisti, che però sono attratti anche da una semplice colonna, cinta da un doppio giro di anelli di ferro. Si tratta della Colonna dell’Ospitalità, così chiamata perché fu ricostruita, un secolo fa, sui resti di un manufatto dello stesso tipo, ideato all’inizio del XIV secolo da due begli ingegni, Guido del Duca e Arrigo Mainardi, che intesero così far cessare le rivalità tra le famiglie bertinoresi di un certo livello attorno a una questione che oggi non si porrebbe: a chi toccava l’onore di dare ospitalità a un forestiero in arrivo? Invece che risolvere il quesito a randellate o colpi di spada, sarebbe stato lo straniero stesso a scegliere il proprio ospite, legando i finimenti del cavallo all’anello appartenente alla famiglia prescelta. Chissà mai che una visita a questo vetusto quanto semplice monumento non possa ispirare qualche buon sentimento (rigorosamente padano) a Matteo Salvini e compagnia…

Senza divagare oltre, saliamo alla Rocca millenaria, che ebbe l’onere, più che l’onore, di dare ospitalità a un’ingombrante personalità dell’epoca: niente meno che l’imperatore Federico Barbarossa. Da allora è passato molto tempo, e oggi il maniero è sede dell’Università.

In un grazioso giardinetto, vicino all’ingresso, due gruppi scultorei raffiguranti una coppia di innamorati ci ricordano che la potenza dell’amore, talora, è molto più affascinante di uno scettro regale.

Ma il tempo stringe… il buon Pellegrino Artusi (o meglio, i suoi eredi spirituali) ci ha dato appuntamento per pranzo, e prima dobbiamo visitare un ultimo storico luogo.

Agile e solo vien di colle in colle quasi accennando l’arduo cipresso. Forse Francesca temprò qui li ardenti occhi al sorriso?

Con questa quartina si apre la lunga Ode che Giosuè Carducci dedicò nel Luglio del 1897 alla Chiesa di Polenta, pieve millenaria di grande fascino, che resiste al tempo sulle colline non lungi da Bertinoro.

La donna cui accenna il poeta è la “Francesca” per antonomasia, ossia Francesca Polenta Malatesta da Rimini, protagonista assoluta del V Canto dell’Inferno. Che Dante Alighieri fosse ospite gradito dei Signori di Ravenna, appunto i Da Polenta, lo sanno anche i miei gatti; è molto probabile che abbia frequentato questa antichissima chiesa, che ai suoi tempi doveva già essere plurisecolare, e ne abbia tratto ispirazione, come, seicento anni dopo, fece il Carducci, la cui effigie bronza adorna lo spazio esterno sul lato sinistro della struttura. È mia opinione che i due poeti non abbiano trovato alcuna difficoltà a varcare le sacre porte: cosa che invece a noi accade, perché è in corso un matrimonio di stile becero-tradizionale, con tanto di spari di mortaretto all’uscita dei nuovi coniugi dall’edificio; il che avviene proprio in tempo perché ci intrufoliamo dall’accesso secondario, e troviamo quindi deserto il tempio vetusto. Esso indubbiamente conserva il primitivo stile romanico, anche se è stato oggetto di pesanti restauri a partire dal 1700, con le tre navate delimitate da colonne con interessanti capitelli scolpiti in figure umane e zoomorfe, le tre absidi semicircolari e la piccola cripta suggestiva sotto il presbiterio sopraelevato.

L’esistenza di questa pieve è attestata da un documento risalente al 944, ma che sia veramente antichissima possiamo supporlo anche dalla presenza di marmi di epoca bizantina (VI secolo).

Lo scoccare delle una richiama la nostra attenzione: non sia mai che Pellegrino Artusi ci attenda inutilmente!

Così, percorrendo a piedi il viale fiancheggiato da cipressi che si apre davanti alla chiesa, giungiamo velocemente (l’appetito incalza) al ristorante dove ravioli e lasagne ai funghi porcini faranno la fine che si meritano: divorati voracemente, come Giuda, Bruto e Cassio nelle fauci di Lucifero, tanto per chiudere questo articolo rimanendo in pieno Inferno dantesco…

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Liguria – Francesco Carrega e Cervo (IM)

Di Luigi Diego Eléna

Francesco Carrega chi era costui? Un pittore in epoca barocca di Porto Maurizio noto nella nostra Liguria. Visse dal 1706 al 1781. Gli affreschi della volta absidale della chiesa dei Corallini a Cervo IM sono stati realizzati da lui, come il disegno del campanile. Egli ha affrescato tutte le stanze di palazzo Viale ed inoltre palazzo Pulin e palazzo De Simoni. Di fatto ha ornato Cervo in tutto il suo splendore barocco. Quel periodo che nacque come vocabolo dallo spagnolo barrueco, di “irregolare, contorto, grottesco e bizzarro”. Cervo lo incarna in ogni suo ricciolo e spirale dei suoi scalini, dei suoi balconi, che donano vertigini d’apnea, smarrimenti, esclamazioni. Francesco Carrega ha colto tutto ciò e lo ha immortalato in decorazione ed illusione. Quell’apparenza illusoria di qualcosa che nella realtà può anche essere diverso. In pratica è proprio nell’età barocca che si apre una separazione tra l’essere e l’apparire dove il secondo termine prende una sua indipendenza dal primo al punto che non sempre, o quasi mai, ciò che si vede è ciò che è. Ecco Cervo lo interpreta, ha fatto da modello al Carrega e credo che sia giunto il momento di riconoscerlo dedicandogli un evento, un riconoscimento per quanto ci ha dato, lasciato oltre il tempo.

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Il Signor Luigi e le votazioni

Di Carmelo Colelli

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A Mesagne c’erano le votazioni, adesso non mi sto ricordando di quale anno, sicuramente doveva essere prima del ‘60.

A quel tempo viveva un signore anziano, contadino, povero ma con tanto cervello in testa, il signor Luigi.

In paese, sulle pareti vicino alla piazza e vicino alla Villa Comunale, avevano affisso tanti manifesti tutti colorati, con le facce dei candidati.

Ogni partito di quel tempo aveva i suoi manifesti ed il suo simbolo, chi una croce, chi un martello con la falce, chi il sole nascente, chi una fiamma e chi altro ancora.

Ogni sera, in piazza “IV Novembre”, il “Sedile”, vi era un comizio e parlava un candidato diverso.

Il signor Luigi, prima di andare a sedersi nella cantina, quella che si trovava vicino alla Chiesa Madre, ascoltava tutti questi discorsi e si faceva un suo parere.

Alla sua età di persone e di parole ne aveva viste e sentite assai.

Il signor Luigi aveva quattro figli e sette-otto nipoti, i nipoti erano tutti grandi, uno era avvocato, un altro ingegnere, un altro professore.

Per tutta la settimana, prima delle votazioni, ogni sera, i nipoti andavano a trovare il nonno, ognuno di loro spiegava le cose buone che il suo partito poteva fare e si faceva promettere dal nonno il voto per il proprio partito e per il proprio candidato.

In quella settimana, al signor Luigi gli avevano mostrati i tanti simboli e i tanti nomi.

Il signor Luigi li aveva memorizzati tutti, non sbagliava mai: quando il nipote avvocato gli domandava il nome del candidato suo, subito il signor Luigi rispondeva e faceva vedere al nipote la casella sulla scheda fac-simile e diceva: “Qui devo mettere la croce e così questo signore amico tuo sale al Municipio!”

Quando veniva il nipote professore, il signor Luigi ripeteva le stesse cose, gli diceva il nome del candidato, prendeva la scheda da sopra il “buffet” e mostrava al professore la casella dove doveva mettere la croce e diceva: “Qui devo mettere la croce e così questo signore amico tuo sale al Municipio!”

La stessa scena si ripeteva con gli altri nipoti, una sera dopo l’altra.

La Domenica mattina, verso mezzogiorno, il signor Luigi, piano piano andò a votare.

Mentre stava andando, alla Porta Grande, incontrò il nipote ingegnere che gli disse: “Ciao nonno! Mi raccomando non ti sbagliare!”, il signor Luigi gli rispose: “Non ti preoccupare non posso scontentarti!”.

Più avanti, nella Villa Comunale, vicino al chioschetto incontrò il nipote avvocato, anche questi gli si avvicinò e gli disse: “Ciao nonno! Mi raccomando non ti sbagliare!”, il signor Luigi gli rispose: “Non ti preoccupare non posso scontentarti!”.

La stessa scena si ripeté con gli altri nipoti.

La sera della Domenica, tutti i nipoti andarono a casa del nonno, volevano sapere per chi aveva votato.

Si ritrovarono tutti insieme, il signor Luigi prese una bottiglia di Rosolio, i bicchieri piccoli e li cominciò a riempire.

Nessuno dei nipoti aveva il coraggio di parlare per primo, il signor Luigi che non era stupido, capì, li guardò uno dopo l’altro e disse: “Lo so perché siete venuti qui stasera, tutti, volete sapere per chi ho votato.”

E prendendo il suo bicchiere disse. “Ragazzi, siete diventati grandi, siete l’orgoglio del nonno Luigi, contadino e poverello, forza, beviamo tutti insieme”, finì di bere quel poco di rosolio, si sedette, li guardò in faccia un’altra volta e disse: “Non ho scontentato nessuno di voi!”

A questo punto, i nipoti cambiarono faccia, com’era possibile che il nonno non avesse scontentato nessuno, due di loro pensarono subito, “vuoi vedere che il nonno non ha capito niente e la croce l’ha messa su tutti i simboli?”.

Il signor Luigi li guardò e disse:

“Voi mi state guardando come uno che non mantiene le cose promesse, ma non è così, io ho votato secondo la mia coscienza, nella mia testa mi sono fatto tutti i ragionamenti, ho sentito tutto quello che hanno detto coloro che hanno parlato nei comizi, li ho guardati in faccia uno per uno, proprio come adesso sto guardando voi, prima di andare a votare ho pensato a quello che era meglio per tutti e non solo per me!”

Si fermò, li guardò ancora una volta uno ad uno e disse:

“Le votazione nella vostra vita ci saranno sempre, ma quando andate a votare, ricordatevi di pensare a ciò che è meglio per tutti e non soltanto per voi, la cosa più importante e quella di votare sempre secondo la vostra coscienza!”.

Si fermò ancora un’altra volte e disse: “Solamente così non scontenterete mai nessuno e farete il bene di tutti!”.

Lu nunnu Cici e li votazioni.

(versione in Mesagnese)

 

A Misciagni staunu li votazzioni, moni non mi sta rricordu cci annu era ma sicuru era esseri prima ti lu

sessanta.

A cuddu tiempu vivia nu cristianu anzianu, villanu, puvirieddu ma cu tantu cirvieddu ‘ncapu, lu nunnu Cici.

‘Ntra lu paesi, ‘nfacci alli pariti, mmeru alla chiazza e ‘nnanzi alla villa, erunu mmiscati tanti manifesti, tutti culurati, cu li facci ti li candidati.

Ogni partitu di cuddu tiempu tinia li manifesti sua e lu simbulu sua, ci ‘na croci, ci ‘nnu martieddu cu lla fauci, ci lu soli ca sta nascia, ci ‘na fiamma e ci atri cosi.

Ogni sera allu sitili nc’era ‘nu cumizziu, ogni sera parlava ‘nu cristianu tiversu.

Lu nunnu Cici, prima cu si va ssetta ‘ntra la cantina, quedda ca stava vicinu alla chiesa matri, si li sintia tutti sti tiscorsi e si facia lu parere sua.

All’eta sua ti cristiani e ddi paroli n’era visti e sintuti assai.

Nunnu Cici tinia quattru fili e setti uettu niputi, li niputi erunu tutti crandi, unu era avvucatu, ‘nnatru ‘ngigneri, ‘nnatru prufissori, e l’atri no mmi li stà rricordu.

Pi totta la sittimana, prima cu si va vota, ogni sera, li niputi sa truvaunu lu nonnu, ogniunu ti loru ‘nci spigava li cosi bbueni ca lu partitu sua putia fari e si facia prummentiri ti lu nonnu lu votu pi llu partitu e pi lu canditato sua.

Li niputi ti nunnu Cici non erunu tutti ti ‘nnu partitu e ognunu ti loru tinia la preferenza sua.

‘Ntra quedda sittimana a nunnu Cici nc’erunu mmustrati li simbuli ti li partiti e li nomi ti li canditati.

Nunnu Cici, si l’era mparati tutti a memoria, no ssi sbagliava mai, quando lu nipoti avvucatu nci dummandava lu nomi ti lu candidatu sua, subbutu nunnu Cici rrispundia e ‘nci facia vetiri allu nipoti puru la casedda sobbra alla scheda facchisimili e dicia: “Quani aggia mmentiri la croci e ccussi stu cristianu amicu tua ‘nchiana allu Municipiu!”.

Quandu vinia lu nipoti prufissori, nunnu Cici facia li stessi cosi, ‘nci dicia lu nomi ti lu canditato, sa ppighiava la scheda ti sobbra allu buffei e ‘nci mmustrava allu prufissori la casedda addo era a mmettiri la croci e dicia: “Quani aggia mmentiri la croci e ccussi stu cristianu amicu tua ‘nchiana allu Municipio!”.

La stessa scena si rripitia cu l’atri niputi, na sera toppu l’atra.

La tumenaca matina sotto menzadia, lu nunnu Cici chianu chianu sciu alla scola pi vutari.

Mentri sta scia, alla Porta crandi, ‘ncuntrau lu nipoti ‘ngigneri ca nci dissi: “Ue’ no! mi raccumandu no tti sbagliari! “e nunnu Cici ‘nci rrispundiu: “No ti prioccupari no tti pozzu scuntintari!”.

Chiù nnanzi sottu alla villa, vicinu allu iosco ‘ncuntrau lu nipoti avvucatu, puru cust’atru si ‘nvicinau allu nonnu e nci tissi: “Uè no! mi raccumandu no tti sbagliari!” e nunnu Cici ‘nci rrispundiu: “No ti prioccupari no tti pozzu scuntintari!”.

La stessa scena si rripitiu puru cu l’atri niputi.

La sera ti la tumenaca, tutti li niputi scerunu a casa ti lu nonnu, vuliunu assapiunu pi cci era vutatu.

S’acchiarunu ‘ntra casa ti lu nonnu tutti anziemi, nunnu Cici, pigghiau la bbuttiglia ti rosolio, li bbicchirini e li ‘ncuminzau a anchiiri.

Nisciunu ti li niputi tinia lu curaggiu cu parlava pi primu, nunnu Cici ca fessa non era, capiù, li uardau unu toppu l’atru e dissi: “Lu sacciù pirceni atu vinuti qua stasera, tutti vuliti ssapiti pi ci aggiù vutatu.”

E pigghiandu lu bicchierinu sua diciu, “vagnù va tu fatti crandi, siti l’orgogliu ti lu nonnu Cici, villanu e puvirieddu, meh ‘nbbivimu tutti assiemi”, furniu ti ‘nbeviri cuddu picca ti rosolio, si ssitau li uardau ‘nfacci nnatra vota e diciu: “non agghiù scuntintatu niscinu ti vui!”.

A custu mumentu li niputi cangiara faccia, com’era possibili ca lu nonnu non avia scuntintatu nisciunu, no putia essiri, toi ti loro pinzara subbutu, “vue viti ca lu nonnu non è capitu nienti e la croci le mmisa sobbra a tutti li simbuli?”.

Nunnu Cici li uardau e diciu:

“Vui mi sta uardati comu a unu ca no mmanteni li cosi ‘mprummintuti, ma non eti comu sta pinzati, iù aggiù vutato secondu la cuscenza mia, ‘ntra la capu mia m’aggiu fattu tutti li raggiunamenti, aggiù sintutu tuttu cuddu ca annu tittu quiddi ca annu parlatu alli cumizi, l’aggiù uardati ‘nfaccia unu pi unu, propria comu moni sta uardu a vui, e prima cu va votu aggiù pinsatu a cuddu ca era megghiu pi tutti e no soltantu pi mei.”

Si firmau, li uardau ‘nnatra vota unu pi unu e ticiu:

“Li votazioni ‘ntra la vita vostra ‘nci sarannu sempri, ogni tantu a ta ssa fari stu tuveri, ma quandu sciati, rricurdativi ca ata ppinzari a ce cosa eti meghiù pi tutti e non a cce cosa è megghiù pi vui e la cosa chiù ‘mpurtanti eti cu vutati sempri sicondu la cuscenza vostra.!”.

Si firmau ‘nnatra vota e poi ticiu: “Solamenti ccussini no scuntintati mai nisciunu e faciti lu bbeni ti tutti!”.

Carmelo Colelli

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Settimana italiana dell’insegnante

Di Carmelo Colelli

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I ragazzi della classe 3^ Afm dell’Istituto “Galileo – Costa” di Lecce ideatori del MasterProf, insieme ai curatori del sito Your Edu Action, sito web dedicato al mondo dell’istruzione, sabato 9 Maggio, nella trasmissione Uno Mattina, condotta da Franco Di Mare, hanno lanciato la “Settimana Italiana dell’Insegnante” e la campagna #RingraziaUnDocente.

In molte altre nazioni esiste già la settimana dedicata alla valorizzazione della professione del docente (Teachers Day, Teacher Appreciation Week, …), Stati Uniti, Olanda, Germania, Spagna, Marocco, Panama, Regno Unito, in Italia non c’è.

L’Italia, culla della cultura, non aveva questa ricorrenza, ci hanno pensato i ragazzi di Lecce, una città del nostro Sud ad introdurre anche in Italia la possibilità di celebrare una professione tanto importante e tanto bella: quella dell’insegnante.

Nella settimana dal 11 Maggio ad oggi è stato possibile dire grazie a quell’insegnante che ognuno di noi ha incontrato, quello che con le sue parole ed il suo modo di insegnare ci ha permesso di amare la cultura e lo studio ed ha segnato il prosieguo del nostro cammino.

Anch’io voglio ringraziare i miei insegnanti e tutti quelli che con tanto amore ogni giorno, tra mille sacrifici e tante cose che non vanno, trovano la forza di trasferire il loro sapere e la loro cultura e aiutano i ragazzi a diventare uomini colti e liberi.

Lo faccio con questa piccola nota di cronaca della mia vita scolastica dal titolo: Il tuppo e la matita

Sono passati oramai quasi cinquant’anni dal giorno che la incontrai per la prima volta. Ha turbato per due anni interi le mie notti, nei miei sogni c’era lei, sempre lei, nei miei risvegli ancora lei. Non riuscivo a togliermela dalla testa, tanto è vero, che la ricordo ancora.

Era la mia professoressa di Storia e Geografia, della seconda media, l’anno scolastico lo ometto per dovere di privacy.

Ho ancora nei miei occhi il suo sguardo penetrante, risento ancora oggi la sua voce, mi sento ancora chiamare: “Colelli!”

Ricordo il suo volto incorniciato da un paio di occhiali neri, il “tuppo” dei capelli neri corvini brillantinati, (oleati), alto sulla testa, il grembiule nero, lei, l’unica col grembiule nero. Ricordo il suo passo militare, lo si udiva dall’inizio del corridoio, la sua voce acuta e stridula, penetrava nelle mie orecchie e rimaneva lì per molto tempo.

Il suo “amore”, nei miei confronti, mi stava inducendo ad odiare la scuola.

Grazie alla bocciatura in II^ media, cambiai scuola e anche vita, da quel momento inizia ad amare la scuola e lo studio, grazie ad altri insegnanti che mi porto nel cuore.

Tanti sono stati i professori dalla scuola media all’università: li ricordo uno per uno, ognuno di loro mi ha dato tanto, in questo momento li rivedo e mi sembra di risentire la loro voce, i loro consigli.

Di uno ho un ricordo molto particolare, era il professore di disegno del secondo anno del corso per geometri, dopo che ci eravamo presentati, esordì con questa frase: “La matita è come la fidanzata! Dovete portarla sempre con voi!”

Era l’Ottobre del lontano 1969.

Quella frase scatenò in me interesse per il disegno, per la rappresentazione, per l’osservazione, per la ricerca, tanta curiosità.

Dopo tanti anni, la matita la porto ancora con me, negli anni è diventata moglie, amante, compagna, amica, non mi ha mai tradito, a volte sembra che mi dica: ”Ti ricordi del professore?”, ed io sorrido guardandola.

Carmelo Colelli

Bari 16 Maggio 2015

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Toscana – Casentino: l’Oratorio della Madonna che fu rubata.

Di Gianni Marucelli

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È un Maggio radioso, come avrebbe detto Gabriele d’Annunzio, che qui soggiornò, e la valle del Casentino, uno dei più splendidi gioielli della Toscana, rifulge in tutta la sua verde bellezza, punteggiata dal giallo delle ginestre in fiore e dal bianco dei grappoli di fior d’acacia. Senza averlo programmato, giungiamo in un luogo che mi è caro fin dall’adolescenza, il paese di Montemignaio, al centro del quale si eleva ancora il castello appartenuto ai Conti Guidi.

IMG_20150517_131812Un paio di chilometri verso nord, sulla strada che conduce verso il Passo della Consuma e le cittadine di Stia e Pratovecchio, un cartello turistico abbastanza recente ci indica la presenza di un antico oratorio e romitorio, quello della Madonna delle Calle, che, ai tempi della mia gioventù, era in piena decadenza e quasi invisibile a chi, in auto, percorresse la carrozzabile. Adesso una breve stradina, solo un centinaio di metri, addirittura asfaltata e dotata di illuminazione notturna, oltreché di una Via Crucis realizzata da un artista contemporaneo, conduce verso l’edificio sacro, addossato a un immenso macigno e perfettamente restaurato. Un vetusto ponte in pietra che scavalca il Torrente Calle porta direttamente di fronte al bel portico, aperto da un triplice arco, sotto il quale sono sistemate tavole e panche per i visitatori. La chiesa è purtroppo chiusa, come anche l’accesso al soprastante Eremo, ma la sua storia, delineata dalle lapidi affisse sulla facciata e che poi meglio ricostruiremo a casa, è veramente intrigante.

IMG_20150517_134040Un tempo, fino agli anni ’50 del secolo scorso, questo piccolo santuario era famoso, in tutta la vallata e anche oltre, per i prodigi che ai fedeli dispensava un’immagine della Vergine col Bambino, portata qui, secondo la leggenda, da un pellegrino che si era recato a Roma per il Giubileo del 1425. L’ultima sera del suo lungo vagare, prima del ritorno a casa, la notte lo aveva colto sulle rive del torrente, e la stanchezza lo aveva indotto a dormire nei pressi, lasciando la preziosa tavola appoggiata a un masso.

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L’alba successiva, nella fretta di raggiungere il paesello ormai prossimo, il pellegrino dimenticò la Madonna in questo luogo: solo dopo gli abbracci dei familiari, al momento di mostrare il dipinto che avrebbe voluto donare alla Pieve di S. Maria a Montemignaio, con disappunto si accorse della sua sbadatezza; tornato di corsa al torrente, con sollievo constatò che la Vergine con occhi ridenti osservava ancora le trotelle che saltellavano nelle acque limpide: se la mise sotto braccio e, finalmente, la pose in casa al sicuro.

IMG_20150517_132049Ma, come sempre accade in questi casi, l’uomo propone e Dio dispone: il mattino dopo, Maria e il piccolo Gesù erano nuovamente scomparsi. In preda alla disperazione, ma guidato da una voce interiore, il pellegrino tornò per la seconda volta alle rive del torrente, e per la seconda volta l’immagine sacra era lì, ad attenderlo. L’episodio, ovviamente, si ripeté una terza volta, cosa che convinse i sacerdoti della Pieve che di miracolo si trattava, e che la Vergine aveva chiaramente espresso il desiderio di risiedere nel luogo ameno che tanto le era piaciuto.

IMG_20150517_131938Che sia, in effetti, un luogo di pace e di bellezza lo abbiamo constatato anche noi, a cinquecento anni di distanza, e lo dovette pensare anche il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo, che qui passò il 22 Giugno del 1773, e i tantissimi fedeli e visitatori che, richiamati dalla fama dei prodigi che la Madonna delle Calle (“calle”, come in spagnolo, qui significa “strada”) dispensava a chi le si rivolgeva. Per secoli, fino allo sciagurato giorno del 1950 in cui i custodi si accorsero che la venerata immagine era stata rubata. Sgomento tra gli abitanti di Montemignaio, inutili le ricerche di Carabinieri e Polizia. L’Oratorio decadde rapidamente dalla sua grande e meritata fama…

MadonnaMa, circa dieci anni più tardi, così narrano i testimoni ancora in vita, la popolazione fu chiamata a raccolta da uno scampanio festoso: la Madonna, non si sa bene né dove né da chi, era stata ritrovata! Fu riportata in pompa magna in paese, alla presenza di migliaia di persone e addirittura del Presidente del Consiglio, l’aretino Amintore Fanfani, e del sindaco “santo” di Firenze, Giorgio La Pira.

IMG_20150517_134013Però, però… l’Oratorio ne ebbe solo una copia, per un’elementare regola di prudenza, mentre l’originale è conservato adesso nella Pieve di Montemignaio. A osservarlo da vicino, il dipinto appare di scuola giottesca, sicuramente dei primi del Trecento o giù di lì. Ma quel che prende davvero, è la dolcezza dello sguardo, il sorriso lievemente malinconico che non dubitiamo possa essersi acceso davanti ai giochi armoniosi delle trote, in un mattino di tanti secoli fa.

 

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“Il mio pianeta dallo spazio”: mostra di immagini della terra vista dai satelliti

Di Massimilla Manetti Ricci

 

Fragile, fragilissima, piccola, piccolissima, sospesa nel nulla conosciuto e nel tutto sconosciuto.

Sei una particella di cosmo, sei un atomo disomogeneo di acqua, ghiacciai, foreste, rocce, nuvole e gas.

Osservi la luna, ma da una parte sola, e ci sei arrivata lassù con gli occhi puntati a quell’insieme di crateri estinti e rocce ataviche fino a raccoglierne un frammento, quale trofeo di conquista e di subordinazione che esponi al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Il frammento raccolto nel 1972 dal comandante dell’Apollo 17, è stato donato da Nixon in segno di fratellanza e collaborazione al Governo Italiano, che poi lo ha collocato lì a Milano, al Museo.

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Sei la terra dove vivo, la Terra appunto.

Fragile, fragilissima, piccola, piccolissima, ora l’ingegno umano, quando si impegna a scoprire il quid in cui siamo sospesi, ti fa osservare dai satelliti: ti ruotano intorno per monitorare la tua evoluzione e fornire dati per mitigare gli effetti del cambiamento climatico a livello globale, non foriero di buone nuove.

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Occhio da grande fratello che fotografa con immagini da pittore surrealista lo stato in cui versi, un malato che ha ancora la forza di reagire e che si scatena con la furia naturale contro i disastri dell’uomo, quell’essere piccolo, a due gambe, che la selezione naturale ha portato ad avere potere sovrano di vita e di morte su te.

I satelliti ti fotografano come un’alba di oceani blu, come un tramonto senza sole, come un granello nero che si disperde col nero dell’universo, si confonde con esso, ma ne è anche distinto e separato.

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E così osserviamo i vortici degli oceani che generano onde fino a 30 metri di altezza, minacciando la navigazione, un movimento febbrile che ti riscalda, l’ossido di carbonio aumentato del 40% dalla rivoluzione industriale, i mari che perdono a poco a poco la loro salinità per lo scioglimento dei ghiacciai, 6000 km3 dei quali si sono persi nel 2012.

Lo scioglimento dei ghiacciai non serve nemmeno come riserva d’acqua dolce, disponibile solo per il 3% per gli esseri umani.

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E’ quell’oro blu, rete arteriosa per nutrire la vita di quest’atomo opaco, che causa conflitti, soprattutto in Asia meridionale e nell’Africa subsahariana.

Pensa! Circa il 20% della popolazione mondiale non ha accesso alla tua acqua potabile, circa il 70% di acqua dolce è consumato dall’agricoltura e il 20% dall’industria.

 AGRICOLTURA_Pantelleria_Deimos-2_mar15

Ma, in virtù di quell’oro blu, sei rivestita di foreste per un terzo della tua estensione, riserva di biodiversità; purtroppo le vesti ti vengono strappate di dosso per far spazio a colture e pascoli intensivi nell’ambito di un’economia agricola sempre meno sostenibile e dai satelliti ben si vedono le lacerazioni della foresta del Canada e dell’Amazzonia: ogni anno perdi aree forestali grandi come la Lombardia e il Piemonte.

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Se da un lato sono suggestive le immagini satellitari degli agglomerati urbani disseminati sul tuo perimetro, dall’altra è impressionante pensare che rappresentano milioni di uomini, donne e bambini, concentrati in aree vaste e là ammassate.

Sai! Sono ben 30 le aree metropolitane con più di 10 milioni di abitanti ciascuna: Tokio è la megalopoli più grande con 38 milioni di abitanti.

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Questo incremento demografico non sempre è sinonimo di progresso, anzi, spesso significa un’onda di spostamenti forzato dalle zone rurali verso le periferie delle città per esproprio di quei piccoli appezzamenti di terra da economia di sussistenza.

E’ vero, è un panorama inquietante quello posto fuori e visto da un osservatore al di sopra della tua rotonda atmosfera, al di sopra delle tue nuvole vaganti, al di là dell’eterea sintonia che illude noi terrestri e ci fa ripiegare sui nostri interventi avventati e i satelliti spaziali, puntini fissi e luminosissimi nel buio vigilano e controllano e immagazzinano dati che ci serviranno per una tua sopravvivenza sostenibile e con essa per poter continuare a coniugare un futuro prossimo e non.

IMG-20150518-WA0000 Note tecniche: la mostra ‘Il mio pianeta dallo spazio-Fragilità e Bellezza’ è stata presentata dal Direttore del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, Fiorenzo Galli con l’intervento di Luca Parmitano, l’astronauta che ha partecipato alla missione Volare nel 2013 ed ha fotografato la Terra dallo spazio.

La mostra è aperta dal 9 maggio 2015 al 10 gennaio 2016.

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Piemonte: la democrazia negata

Di Piero Belletti

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Il Piemonte è stato coinvolto, in questi ultimi anni, da numerosi scandali politici: dalle firme false che hanno causato la caduta della Giunta Cota (e forse causeranno anche quella di Chiamparino…) ai rimborsi elettorali fasulli, dai collegamenti con la malavita organizzata a una gestione quanto meno allegra della sanità pubblica. C’è però un altro scandalo, meno appariscente e di cui si è parlato molto poco, che però, almeno dal punto di vista della violazione dei fondamentali valori della democrazia, è forse ancora più grave.

Riguarda un tema che sta molto a cuore del mondo ambientalista: la caccia. Ecco, in breve, i fatti.

Durante la primavera e l’estate del 1987 le Associazioni ambientaliste e animaliste piemontesi raccolsero circa 60.000 firme in calce alla richiesta di un referendum regionale che chiedeva l’abrogazione di alcune parti della Legge Regionale sulla caccia. Il quesito referendario non prevedeva la totale cancellazione dell’attività venatoria, in quanto era convinzione diffusa che questo avrebbe potuto impedire l’ammissibilità del referendum, essendo la caccia un’attività allora prevista dalla legislazione nazionale. Il quesito, tuttavia, mirava a ridimensionare in modo drastico la pratica venatoria in Regione Piemonte. Esso, infatti, tra le altre cose prevedeva la possibilità di cacciare solo 4 specie (lepre comune, fagiano, cinghiale e colino della Virginia), il divieto di esercitare la caccia nelle giornate di domenica e su terreno coperto da neve, senza alcuna possibilità di deroghe.

Nel 1988 la Regione Piemonte dichiarò la richiesta ricevibile ed ammissibile, ma, subito dopo, approvò una nuova normativa regionale sull’attività venatoria e, conseguentemente, la cessazione delle operazioni referendarie, essendo mutata la norma oggetto di consultazione. Da notare che la nuova legge recepiva solo in piccola parte le richieste del quesito referendario: ad esempio le specie cacciabili erano ancora 21, la caccia alla domenica veniva vietata, ma solo fino alla seconda domenica di ottobre: in pratica il divieto valeva solamente per 2 o 3 domeniche per stagione venatoria.

Iniziò a questo punto una lunghissima ed estenuante battaglia legale, che passò attraverso 9 gradi di giudizio e si protrasse per oltre 24 anni. La conclusione fu favorevole agli ambientalisti: il referendum si doveva tenere, sia pure su un quesito modificato rispetto all’originale ed adattato ai cambiamenti legislativi che erano nel frattempo intervenuti. Già, perché la Regione Piemonte aveva intanto nuovamente modificato la legge regionale sulla caccia, eliminando, di fatto, quelle modeste limitazioni che erano state introdotte nel 1988. Infatti, con la Legge n. 70/1996 il numero delle specie cacciabili veniva innalzato a 29, era escluso ogni divieto di caccia alla domenica e venivano reintrodotte numerose deroghe al divieto si caccia sui terreni coperti in tutto o nella maggior parte da neve

La Regione tergiversò ancora, finché una specifica disposizione del TAR regionale le impose di fissare la data della consultazione popolare. Ovviamente fu accuratamente evitato di far coincidere il referendum con le elezioni amministrative che si tenevano in quello stesso periodo: fu quindi scelto il 3 giugno 2012. Ma ecco il colpo di genio degli amministratori regionali (in quel periodo la Giunta era governata dal leghista Roberto Cota e l’Assessore alla Caccia era Claudio Sacchetto, leghista pure lui): se abroghiamo l’intera legge regionale sulla caccia cade ogni possibilità di effettuare il referendum, data la mancanza della materia del contendere. Peccato però che, venendo a mancare una normativa regionale in materia di caccia, entrò in vigore su tutto il territorio piemontese la normativa nazionale, e cioè la Legge 11 febbraio 1992 n. 157, sensibilmente più permissiva per il mondo venatorio rispetto alla legge regionale appena abrogata. Infatti, a titolo di esempio, le Regioni possono provvedere al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia, le specie cacciabili sono 50, con possibilità di incremento numerico a seguito di deroghe che possono essere concesse per specie protette a livello comunitario, i periodi di caccia per numerose specie risultano più ampi rispetto a quanto previsto dalla legislazione regionale abrogata, è permessa la caccia nelle giornate di domenica. Insomma, non solo il danno (mancato svolgimento del referendum), ma anche la beffa (risultati opposti alle intenzioni dei promotori).

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La Regione ha affermato che l’unico motivo per cui è stato deciso l’annullamento del referendum è stato di tipo economico. Secondo loro, la consultazione sarebbe costata non meno di 20 milioni di Euro. A prescindere dalla considerazione che non si può barattare la democrazia e la partecipazione con il denaro (altrimenti perché non eliminare anche le elezioni? Costano un sacco di soldi…), va osservato che, poiché l’annullamento del referendum è avvenuto solo un mese prima della data prevista, le procedure elettorali erano già state avviate, ad esempio era già stata acquistata la carta per le schede e molti Comuni avevano già predisposto gli spazi per la propaganda. Il tutto è comunque costato alla Regione non meno di 3 milioni di euro.

Il Comitato referendario aveva più volte dichiarato la propria disponibilità ad una soluzione politica: leggasi l’approvazione di una nuova legge che recepisse se non tutti, almeno i più importanti quesiti referendari. Ma la Giunta non ha mai nemmeno preso in considerazione questa possibilità, rifiutando addirittura ogni contatto formale con il Comitato promotore del referendum.

Come dicevamo, l’aspetto più sconfortante dell’intera vicenda non è solo quello legato alla mancata tutela della fauna selvatica e al ruolo subalterno che le amministrazioni pubbliche hanno dimostrato di avere nei confronti del mondo venatorio. C’è di più: la totale negazione dei diritti della cittadinanza, concretizzatasi nel rifiuto di attivare l’unica forma di partecipazione legislativa diretta prevista dal nostro ordinamento giuridico. Un fatto molto grave, che non ha avuto il giusto risalto che avrebbe meritato.

Proprio sulla base di queste considerazioni, il Comitato promotore del referendum ha in questi giorni inviato una segnalazione al Tribunale Permanente dei Popoli, affinché valuti se nell’operato della Regione Piemonte è possibile ravvisare una lesione del diritto al voto della cittadinanza. Certamente, una eventuale sentenza positiva del Tribunale dei Popoli non avrà alcun effetto sul piano pratico. Però sarebbe di grande importanza e confermerebbe che atteggiamenti antidemocratici e prevaricatori non solo un’esclusiva dei regimi totalitari del sud del Mondo.

Piero Belletti

Direttore di Natura e Società

(Federazione Nazionale Pro Natura)

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La festa di San Giuseppe Artigiano a Mesagne.

Di Carmelo Colelli

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Papa Pio XII, esattamente 60 anni fa, il 1 Maggio 1955, istituì la festa di San Giuseppe lavoratore.

A Mesagne si è sempre onorata questa festa con riti religiosi e semplici festeggiamenti civili, nella piazzetta antistante la chiesa di San Giuseppe Artigiano.

Questa piazza ora si chiama “Piazza 1° Maggio”.

L’intitolazione avvenne il 1 Maggio 2014, alla presenza di Don Angelo Galeone, per anni parroco della Chiesa di San Giuseppe, del Sindaco Dott. Franco Scoditti, di altre autorità civili e religiose e di tanti cittadini, il commento musicale fu eseguito dalla Banda Giovanile Mesagne.

La piazzetta, pavimentata con un “opus incertus” di gradevole aspetto, il giallo ed il grigio della facciata, spiccano tra i colori delle case del vicinato e rendono importante questo edificio, un bellissimo mosaico raffigurante Gesù fanciullo nella bottega del falegname è stato da poco sistemato nella lunetta superiore della facciata.

Oggi la chiesa è rimessa a nuovo, la piazzetta è ben curata, il pensiero però va alla fine degli anni ’50, la chiesa non c’era ancora, la piazzetta era in terra battuta, d’inverno piena di buche colme d’acqua e d’estata abbastanza polverosa.

CHIESA-SAN-GIUSEPPE-01Ricordo che in quegli anni in quella piazzetta si festeggiava San Giuseppe Artigiano, proprio il 1° Maggio.

Su un piccolo palco allestito al lato destro della chiesa, si alternavano vari cantanti locali, al centro della piazzetta veniva sistemato l’albero della Cuccagna, un palo di legno alto quattro cinque metri, un vecchio palo della luce, recuperato dalla vecchia centrale elettrica che era proprio lì, alla sommità una ruota, un cerchione di bicicletta, a questo appesi i regali per i vincitori, ricordo di aver visto appeso galline, salsicce, fiaschi di vino ed altre cose buone da mangiare.

Si partecipava a squadre, tre quattro giovani per squadra, il palo era stato ben unto con del grasso, per far questo gli organizzatori non avevano badato a spese, le quantità spalmate sul palo erano veramente abbondanti, la salita a mani e piedi nudi era veramente ardua, fatti i primi metri si scivolava giù, quindi cambio squadra.

Questo alternarsi si ripeteva più volte, il grasso rimaneva sempre sul palo e rendeva ardua la salita.

La gente in cerchio attorno al palo incitava e fischiava i vari partecipanti, si sentiva ogni tanto qualche sfottò all’indirizzo di quello o quell’altro partecipante.

L’ingegno aiuta molto di più della forza, questo i componenti delle squadre lo capivano lo mettevano in atto. Con le mani scavavano delle buche, raccoglievano la terra e la sistemavano nelle tasche dei loro pantaloni, iniziavano la salita aiutandosi per il primo tratto salendo uno sulla spalla dell’altro, e successivamente prima di continuare ad arrampicarsi, cercavano di gettare la terra sul palo per renderlo meno scivoloso, una parte di questa andava sul palo ma una buona parte tornava giù sulla gente, che immediatamente lanciava impropri ad alta voce allo “scalatore” di turno.

Così facendo, dopo varie ripetizioni, uno dei partecipanti arrivava in cima e prendeva i premi appesi, urla e applausi della gente.

Il 18 Marzo 1961, nei vecchi locali della Centrale Elettrica, due hangar ad uso industriale, adiacenti alla piazzetta, oramai non più utilizzati, ricordo ancora il vecchio solaio fatto con traversine in ferro e voltine, tipico solaio per coperture industriali dei primi anni del ‘900, sorse la Chiesa di San Giuseppe Artigiano patrono dei lavoratori.

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La chiesa nasceva su un sito che aveva ospitato una centrale elettrica, un luogo dove il lavoro degli uomini e delle macchine aveva permesso una modernizzazione sociale per tutta la comunità Mesagnese.

Appena aperta la chiesa, il pomeriggio della settimana successiva passò per le strade dei rioni Centrale Elettrica e Campo Sportivo, una macchina con un altoparlante, annunciava che nella chiesa di San Giuseppe Artigiano, erano aperte le iscrizioni per il Catechismo per i bambini che volevano fare la Prima Comunione.

Molte delle nostre mamme si affrettarono, le iscrizioni furono numerose, anche perché in quegli anni i bambini erano tanti.

Ogni sera si andava al Catechismo, questo per tutto il mese di Aprile ed il mese di Maggio, ricordo ancora il nome della mia catechista, la signorina Violetta.

La nuova chiesa non era ancora parrocchia, apparteneva alla Chiesa Madre, quindi la Prima Comunione non potevamo farla lì, nella nuova chiesa, dovevamo andare nella Chiesa Madre.

I mercati dei due Mercoledì precedenti il 2 Giugno 1961, fecero affari d’oro, tutte le mamme con i propri bambini andarono a comperare l’abito e le scarpe per la Prima Comunione.

La mattina del 2 Giugno 1961, tutti nella chiesa di San Giuseppe, i genitori ed i parenti fuori nella piazzetta, le catechiste impartivano le ultime raccomandazioni.

Bisognava andare alla Chiesa Madre in processione, le femminucce con i loro vestitini bianchi da un lato ed i maschietti con il loro vestito grigio o blu, dall’altro, tutti avevamo in mano un giglio bianco.

Ci incamminammo per Via Centrale Elettrica, poi Via Paduano, ricordo ancora che le femminucce camminavano sul lato sinistro e noi maschietti sul lato destro, la processione era lunghissima, tanto lunga che i primi erano già all’inizio della salita di S. Anna e gli ultimi parenti ancora a metà di via Paduano.

Vecchi ricordi miei e, certamente, anche di molti di Voi.

La piazzetta dove si faceva la festa di San Giuseppe Artigiano, la chiesa poi intitolata a San Giuseppe Artigiano protettore dei lavoratori, la piazza ora intitolata al 1° Maggio: un filo rosso collega questi elementi, “L’Uomo ed il Lavoro”.

Questo mio ricordo è un omaggio a tutti quelli uomini Mesagnesi, che con il loro lavoro, a volte lavoro anche molto duro, hanno permesso e permettono di avere da sempre la Mesagne migliore che tutti ci portiamo nel cuore.

Carmelo Colelli

Bari 1 Maggio 2015

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La festa di San Giuseppe Artigiano a Mesagne. diCarmelo Colelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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IL TANGO NUEVO: ASTOR PIAZZOLLA E SAUL COSENTINO

Di Gianni Marucelli

Al Teatro di Cestello di Firenze Donatella Alamprese rende omaggio al Tango contemporaneo.

 

Donatella Alamprese al Teatro di Cestello di Firenze - Foto di Lorenzo Franchi © 2105

Donatella Alamprese al Teatro di Cestello di Firenze – Foto di Lorenzo Franchi © 2105

 

Ad Astor Piazzolla, il grande bandoneonista e compositore che ha innovato il Tango imponendolo come genere musicale “da ascoltare”, e non solo “da ballare”, sarebbe certamente piaciuto assistere a un concerto quale quello che si è tenuto a Firenze lo scorso 18 aprile, in un affollato Teatro del Cestello, un concerto in cui sono state eseguite le sue composizioni alternandole a quelle di Saùl Cosentino, oggi considerato suo erede in Argentina.

Donatella Alamprese al Teatro di Cestello di Firenze - Foto di Lorenzo Franchi © 2105

Donatella Alamprese al Teatro di Cestello di Firenze – Foto di Lorenzo Franchi © 2105

A proporre a un pubblico attento e partecipe le opere dei due compositori, entrambi di ascendenza italiana, è stata la vocalist Donatella Alamprese , oggi considerata la migliore interprete di questo genere musicale nel nostro Paese e non solo, che non a caso ha recentemente rappresentato l’Italia a la Cumbre Mundial del Tango, tenutasi dal 26 febbraio al 7 marzo a Zarate, Buenos Aires. Il lavoro appassionato di ricerca e studio portato avanti ormai da oltre dieci anni con il chitarrista Marco Giacomini è stato riconosciuto e apprezzato dal mondo della cultura del Tango di Buenos Aires, tanto che il maestro Cosentino alcuni anni fa propose a Donatella di interpretare le sue composizioni.

Va reso merito perciò all’audacia artistica che contraddistingue la cantante di aver proposto bellissimi brani di Cosentino, sconosciuti al pubblico italiano, in una performance di alto profilo emotivo ed artistico, accompagnata magistralmente dalla chitarra di Marco Giacomini, dal violino di Roberto Cecchetti e dal bandoneon di Francesco Furlanich.

Se Astor Piazzolla non è mai stato “profeta in patria”, in quanto il suo modo innovativo di intendere il Tango fu duramente osteggiato in Argentina (ma accolto con entusiasmo in Europa e in U.S.A.), Saùl Cosentino non è viceversa ancora notissimo nel nostro continente, pur essendo un musicista di altissimo valore e il maggiore compositore vivente di Tango, la cui storia personale, oltre a intrecciarsi con quella di Piazzolla, si è arricchita della frequentazione con tanti altri musicisti e poeti, quale Eladia Blazquez, Ernesto Pierro e lo stesso , da poco scomparso, Horacio Ferrer.

Donatella Alamprese e il maestro Saul Cosentino

Donatella Alamprese e il maestro Saul Cosentino

In qualche modo ben si attaglia a Saùl Cosentino, con metafora scherzosa, un verso di Dante: venuto “di cielo in terra/a miracol mostrare”, in quanto il Maestro ha svolto per decenni la professione di pilota, ai comandi di velivoli sulle rotte nazionali e internazionali, componendo musica tra un volo e l’altro al pianoforte, fino ad abbandonare questa attività per dedicarsi interamente alla composizione.

Donatella Alamprese e il maestro Saul Cosentino

Donatella Alamprese e il maestro Saul Cosentino

Si capisce, allora, come la sua musica possa apparire lieve come l’aria e concreta come la vita quotidiana, rapirti il cuore e, insieme, serrarti la gola, tanto più quando è interpretata da una voce straordinaria come quella di Donatella Alamprese. Così è stato in questo concerto a Firenze, quando sono risuonate le note di uno dei maggiori successi di Cosentino, “Sin tu mitad”, o quelle di “Las hojas del Otono”, ambedue sui testi di Eladia Blazquez, “ Me dejaste en gris” con le liriche di Dedè Wolff, prima moglie di Piazzolla o ancora del brano strumentale “La depre” (abbreviazione, come spiega lo stesso Maestro, di “depressione”), eccellentemente eseguito da Giacomini, Furlanich e Cecchetti.

Donatella Alamprese al Teatro di Cestello di Firenze - Foto di Lorenzo Franchi © 2105

Donatella Alamprese al Teatro di Cestello di Firenze – Foto di Lorenzo Franchi © 2105

Un viaggio speciale e raffinato che il pubblico ha accolto calorosamente, tributando il giusto applauso all’Alamprese, voce della cultura argentina contemporanea, e ai bravissimi musicisti in scena.

Saul Cosentino e Astor Piazzolla

Saul Cosentino e Astor Piazzolla

Il nostro augurio è che presto si possa assistere, in Italia, a uno spettacolo interamente dedicato alle opere di Saùl Cosentino, magari alla presenza del Maestro stesso, che meriterebbe ampiamente questo riconoscimento da parte del Paese da cui proviene la sua famiglia.

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