Sardegna – La casa aragonese di Fordongianus

Di Alberto Pestelli in collaborazione con Paolo Melis

Casa aragonese fordongianus.JPG

“Casa aragonese fordongianus” di I, OrsOrazio. Con li-cenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Sfogliando le pagini virtuali di Facebook alla ricerca di luoghi che ispirano “poesia”, spesso mi trovo davanti a immagini che non “ti aspetti” di un paese, del quale credevo di conoscere tutto o quasi. Recentemente, “vagabondando” con il pensiero lungo le contrade della Mia seconda Terra di origine, grazie al gruppo pubblico di facebook “La Sardegna che non ti aspetti” (creato dall’amico Paolo Melis di Cagliari – https://www.facebook.com/groups/119960393003/) mi è capitato di ammirare una bellissima fotografia di una storica abitazione di Fordongianus in provincia di Oristano.

Fordongianus è un piccolo comune della regione del Barigadu (non arriva ad avere mille abitanti) situato sulla riva sinistra del fiume Tirso. Il paese ha una grandissima importanza storica. Sorge, infatti, nei pressi del centro fortificato di origine romana, chiamato Forum Traiani che già all’epoca era famoso per il suo complesso termale, costruito più o meno nel I secolo d.C.

Terme fordongianus.JPG

“Terme fordongianus” di I,. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Nel passato ho visitato un paio di volte Fordongianus, attratto dalle rovine delle antiche terme romane e dalla loro storia, ma mai avrei immaginato che il paese conservasse un piccolo gioiello di architettura unica. Parlo della Casa Aragonese di Fordongianus (casa Madeddu).

Non ho resistito e sono andato alla ricerca di qualche articolo che parlasse di questo splendido esempio di abitazione del XVI secolo.

Paolo Melis del gruppo “La Sardegna che non ti aspetti” mi ha consigliato di visitare il sito della provincia di Oristano dove ha tratto l’immagine e la breve descrizione delle caratteristiche della “Domus aragonese” (http://www.gooristano.com/). Inoltre, ho visitato le pagine di Wikipedia dove ho “preso in prestito” (citando, come è giusto fare, la fonte di provenienza) le fotografie delle terme romane oltre, alla bellissima abitazione.

Brevemente andiamo a parlare della Casa Aragonese. Essa è un tipico esempio di abitazione dell’aristocrazia che è stata costruita a cavallo del XVI e il XVII secolo. Secondo alcuni esperti ha preso molto dalle case in stile campidanese a corte chiusa. Quest’ultime sono molto diffuse nella parte meridionale dell’isola. Tuttavia la casa di Fordongianus si discosta di un particolare rispetto alle tipiche abitazioni campidanesi a corte chiusa: Sa lolla, ovvero il porticato, è all’esterno invece che all’interno. Le colonne del porticato e le finestre (decorate con bellissimi fregi floreali e motivi religiosi) sono in trachite rossa.

Fordongianus-casaragonese

“Fordongianus-casaragonese”. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikipedia

Vediamo com’è composta la casa: oltre al sopra citato ampio porticato esterno, ci sono ben grandi sale interne. Solo otto possono essere visitate dal pubblico. Abitata fino al 1978, fu divisa in due parti: una è stata adibita a museo mentre l’altra solo di recente è stata acquistata dal Comune di Fordongianus.

Aspettando di poterla visitare realmente nel prossimo futuro, per il momento posso solo aggiungere che, grazie alla mia eterna curiosità e soprattutto grazie a Paolo Melis de “La Sardegna che non ti aspetti”, ho scoperto un angolo prezioso della mia seconda terra che davvero non mi aspettavo.

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Venezia, ultimo atto

Di Massimilla Manetti Ricci

A Venezia il traghetto della sera accompagna la notte sulla laguna solcando canali la cui voce si espande per le calli e il moto ondoso formato dal taglio dell’acqua naufraga sui bordi di pietra dei camminamenti.

A Venezia cala la notte, ma non è come nelle altre città, qui le ombre giocano con l’acqua che sciaborda sui portoni di scalini degradanti nel canale; qui, le luci dagli appartamenti cullano la decadenza e l’impossibilità di una città galleggiante; qui, i muri, uno di fianco all’altro, sono impregnati di bagnato, di muffa e di mucillaggini verdi che si arrampicano su pareti graffiate dalla forza della calma apparente.

Lenta, continua, inesorabile la laguna accarezza mortalmente i nobili palazzi che poggiano sul nulla, una corte sospesa intorno a piazza San Marco e uniformemente distribuita al limite tra mare e cielo.

Bellezza decadente, colpevole di un passato troppo lustro come Repubblica marinara, luogo di mercanti, mercanzie, crocevia di traffici intensi tra oriente ed occidente.

I canali sono punti d’incontro tra passato e presente e un futuro che non arriverà, nuova Atlantide, risparmiata dal lavorio dei fondali.

Punti dove s’intersecano gondole e motoscafi nella scia bianca della modernità che contrasta con l’alterigia di un veliero e la prepotenza grossolana di una nave da crociera sbalzata sopra i campanili.

Dalle finestre la biancheria ricamata sollazza turisti dallo scatto incessante di foto pazze e isteriche.

Dalle finestre, bifore e monofore, broccati opulenti tappezzano pareti, tende e divani.

Dalle finestre vetri colorati e soffiati disegnano figure di animali stilizzati, immaginari e immaginati.

È la città da ricerca del tempo passato e di una storia già stata e vissuta, una città per innamorati amati o respinti in angoli irripetibili, quando i sospiri segnano i ritmi naturali dell’anima universale dell’uomo uniti all’espressione artistica di costruzioni architettoniche.

Ma se cala la notte è come se calasse l’ombra di ieri, è come se tutte le maschere uscissero dai loro nascondigli secolari, dalle segrete dei palazzi, dai cunicoli sotterranei per riappropriarsi di ponti, ponticelli, viuzze volteggiando attraverso grate oscure.

Dame d’oro, d’argento, lilla, viola, nere, corallo, blu si aggirano vorticose con indosso mascherine ricamate che ne esaltano i lineamenti sensuali e voluttuosi, avvolte nella seta e nella rete di arabeschi a effetto domino: se si taglia un filo, l’abito si smaglia in un subito tra piume di struzzo e sottogonne di pizzo.

Cagliostro e Casanova seducono con uno sguardo la dama diafana dal manto rosso passione.

Thomas Mann si aggira tra il suo Tazio e le fanciulle in fiore di fine ottocento in una piazza San Marco sulla quale incombe la Morte a Venezia.

Lo sfrenato divertimento carnevalesco è ora sopito dentro negozi artigianali dove ogni giorno prendono forma abiti, parrucche, maschere su manichini che a notte fonda lasciano l’atelier per riversarsi sull’increspatura dell’acqua antistante; danzano le ore sulle note di violini delle quattro stagioni di Vivaldi proiettando le lancette dalla primavera all’estate e dall’autunno all’inverno.

All’improvviso il sole.

Quando il sole sorge, fuggono i fantasmi delle maschere a rintanarsi nei quadri appesi o nei negozi dai quali si sono allontanate, pronte a ricomporsi statiche per i turisti.

No, non comprendono i turisti la loro anima, bambine mai cresciute nascoste nei sogni dell’infanzia e desiderose di travestirsi, quando si appaga ogni piacere e ‘lo voglio’, diventa imperativo.

In un soffio fuggono e tornano immobili e svuotate nei manichini a farsi ammirare e portare via in un’improbabile valigia fuori luogo e fuori tempo.

Una lacrima di nostalgia corre nel solco che squaglia il trucco nero degli occhi e sbava di baci dati e ricevuti un rossetto troppo vermiglio.

All’improvviso il sole esce dall’acqua.

Quando è già alto nella volta della laguna, frotte di gente, scapigliata, sudata, dall’incedere stanco e sbracato sbarca a Venezia, si addentra nelle piazze, nelle chiese, nei palazzi, ingorda di souvenir turistici: Venezia nella bolla di neve, nelle calamite infantili, nelle cineserie mal copiate, nei finti vetri dei finti maestri di una finta Murano.

I traghetti, stipati di umanità, sono cristallizzati nella schiuma d’acqua e nella ruggine paludosa e salmastra.

Qui non si parla italiano, ma inglese, lingua internazionale per la città più nota.

Ma Venezia è anche questo, con la sua allegorica esistenza di andata e ritorno tra ieri e oggi: da Arlecchino e Colombina, servitori di due padroni, al servizio di interessi finanziari che non fanno il suo bene, da una culla per l’arte anche contemporanea di cui è lo sfondo ideale antitetico ai mostri pacchiani dei transatlantici da crociera.

E con l’acqua tutto scorre, è eternamente ora, è eternamente divenire… finché dura, finché Venezia sopravviverà a se stessa.

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Venezia propone di mettere all’incanto Klimt e Chagall: e Sgarbi (!) approva…

Di Alberto Pestelli

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Chagall – Il rabbino di Vitebsk – 1914 Galleria internazionale dell’arte moderna, Ca’ Pesaro, Venezia

Vendere un oggetto di grandissimo valore – affettivo o economico non ha nessuna importanza – è sempre un atto di violenza per la propria anima e nel caso di una città come Venezia, per il “novantanove virgola nove per cento” delle occasioni, sinonimo di scarsa volontà di tenere alla cultura con C maiuscola. Con questo non voglio dire che i veneziani, fortunatamente abituati a fare e godersi cultura non sappiano apprezzare le “cose belle dell’arte”… mai passato questo pensiero nel mio cervello! Non sono uno, come tanti purtroppo, che fa di tutta l’erba un fascio… Se il primo cittadino la pensa così, anche tutti gli amministrati sono d’accordo. Non voglio nemmeno pensarci…

Il vendere delle opere d’arte lo posso comprendere solo in una persona che non ha più risorse per tirare avanti la propria famiglia. Ma in un comune potenzialmente ricchissimo come Venezia assolutamente NO!

Va bene, le casse comunali sono vuote o quasi e il “signor Sindaco, Luigi Brugnaro” non sa come fare a tirare avanti la città. Allora ha proposto di mettere all’asta due opere d’arte di due artisti ECCELSI come Klimt e Chagall. Non solo, ha avuto il supporto di Vittorio Sgarbi – grande delusione quest’ultimo – che vive e si circonda d’arte di qualsiasi provenienza.

Certo che con la vendita della Giuditta II di Klimt e il Rabbino di Vitebsk di Marc Chagall (quadri entrambi esposti nella Galleria Internazionale d’arte moderna in Ca’ Pesaro), si riempirebbero le casse veneziane… e poi? Quando questi soldi saranno di nuovo finiti, che si fa? Si vendono altri quadri svuotando pinacoteche pubbliche? Questo non è altro che un circolo vizioso creato dalla pochezza culturale di certa gente (per questo mi meraviglio di Sgarbi: la sua cultura artistica è davvero immensa!) attirata dal guadagno immediato. Invece di incrementare la cultura per far ammirare al turista certe bellezze create dall’animo umano guadagnandoci, si preferisce disfarsi di esse. Ma si sa… siamo in Italia e con la cultura, come disse anni fa Tremonti, non si mangia. D’altra parte la provenienza politica è più o meno la medesima…

Secondo Brugnaro le opere vendibili sono appunto quelle degli artisti che non sono legati né per soggetto né per autore, alla storia della città”.

Permettetemi di essere leggermente volgare e di dire in fiorentino: “Questa l’è ‘na grande bischerata…” Come si può fare a meno di due grandi espressioni dell’estro di due uomini che tutti i musei invidiano alla Ca’ Pesaro. Magari il Louvre, il National Gallery e tante altre famosissime gallerie d’arte del mondo si staranno sfregando le mani aspettando che vengano messi all’asta questi due ricchi bocconcini che faranno entrare soldi a palate nelle loro casse… sì, perché costoro sapranno sfruttare la Giuditta II e il Rabbino di Vitebsk e altri ancora… e soprattutto non se ne priveranno mai perché daranno lustro al loro museo. E una quantità incredibile di denaro. Un motivo ci sarà se il Louvre – tanto per fare un esempio – riesce a smuovere milioni di turisti da tutto il mondo esponendo capolavori da tutto il mondo… e la gente è disposta a percorrere centinaia e migliaia di chilometri per godersi, anche se per un attimo, quel sorriso della Lisa leonardiana e a far godere le tasche degli esercenti parigini e, ovviamente delle casse comunali!

E questo il sindaco di Venezia non riesce a comprenderlo? Così non sembra… sono solo quadri stranieri e non sono legati alla bellissima città… Non degni di considerazione! E tanto meno interessanti per il turista dell’arte che è disposto a percorrere mezzo mondo per un attimo di bellezza e di turismo tra i canali? A quanto pare non ci arriva…

Quindi solo Canaletto, Tiziano e i grandi maestri di casa nostra… casa nostra Italia? O casa nostra Veneto? Volendo far polemica spicciola e sarcastica, mi sembra di assistere a una discriminazione artistica… fuori gli stranieri, musei veneziani ai veneziani!

Al di là di quest’ultima mia frase che ha solo il sapore della presa per i fondelli, non me ne vogliano i semplici cittadini di Venezia che, mi auguro, non saranno molto d’accordo a veder partire, anche se di pittori stranieri, delle opere d’arte uniche che fanno risplendere ancor di più una delle più belle città del mondo!

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Klimt – Giuditta II – Galleria internazionale dell’arte moderna, Ca’ Pesaro, Venezia

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Lazio – Le cascatelle di Monte Gelato

Di Alberto Pestelli

 

Anche se è da molto tempo che non mi reco nella Tuscia laziale, basta vedere un paio di fotografie su un qualsiasi social network o quelle che conservo gelosamente nell’hard disk, che subito s’illuminano di nuovo bei ricordi.

Così è stato l’altro ieri nel vedere le immagini su Facebook delle cascatelle di Monte Gelato. I miei pensieri sono volati subito nei pressi del fiume Treja, al confine tra la provincia di Roma e di Viterbo, nel comune di Mazzano Romano ad tiro di schioppo dalla famosissima Calcata.

Sono immagini di un’estate di qualche anno fa. Cittadini alla ricerca di un po’ fresco nelle acque del fiume, e piccole comitive lungo i vari sentieri del Parco Suburbano della Valle del Treja. Questa area protetta è stata istituita grazie ad una legge regionale del Lazio del 1982. I due comuni di Calcata (provincia di Viterbo) e di Mazzano Romano (provincia di Roma) sono compresi nel territorio del parco che ha una superficie di circa 628 ettari. La Valle è ricchissima di vegetazione ed è, appunto percorsa dal fiume Treja, che proveniendo dai monti Sabatini, l’attraverso gettandosi, infine, nel Tevere. Tutta l’area del parco può essere visitata sia a piedi che a cavallo facendo attenzione a seguire solo i percorsi segnalati.

Lungo il suo percorso, il Treja, in corrispondenza di Monte Gelato, a fianco di un antico mulino ad acqua, forma delle caratteristiche e bellissime cascate e cascatelle. Nei pressi del mulino è visibile la macina di pietra.

Come detto all’inizio dell’articolo, le cascatelle sono un’attrattiva turistica soprattutto nell’estate in quanto il fiume Treja, nonostante ci sia il divieto di balneazione (in prossimità s’innesta nel fiume un torrente che proviene dal depuratore di Santa Lucia), accoglie un gran numero di bagnanti.

Al di là del solito comportamento di superficialità di alcuni nostri compaesani sempre attenti a non rispettare le regole, il luogo è sicuramente un ambiente ideale per immergersi nella natura… portandole il giusto e obbligatorio rispetto, lasciando scorrere in pace le acque del fiume che porta i suoi ricordi al fratello maggiore, il Tevere. E lui al mare!

 

 

Licenza Creative CommonsLe cascatelle di Monte Gelato di Alberto Pestelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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LIGURIA, Cervo: U CUTELLU (il coltello)

Di Luigi Diego Eléna

Senza titoloMi raccontava la Longa, seduta sulle banchette della via Romana, all’allora numero civico 19 negli anni ’50, che questo scoglio aveva un preciso significato. La sua memoria retrocedeva ai primi anni del secolo XIX, allorquando quella zona di mare era ricca di flora e fauna marina. In particolare pullulava sugli scogli la patella. Questo gasteropode vive quasi sempre nella zona di marea, quindi resta all’asciutto nelle fasi di bassa marea, per poi venire sommersa quando il livello del mare risale nuovamente. Nei periodi di bassa marea con l’orlo della sua conchiglia aderisce alla roccia così perfettamente da conservare acqua all’interno della conchiglia e riuscire a sopravvivere fino a che la marea non sarà di nuovo alta. Quando è immerso il mollusco compie addirittura dei piccoli spostamenti, per “cacciare” minuscole alghe di cui è ghiotto. Per raccogliere la patella occorre un coltello dalla lama sottile, che va infilata subito sotto la conchiglia, possibilmente quando la marea è alta ed il mollusco allenta un po’ la presa muscolare. Una volta pescata, si toglie il disco dal suo guscio, si pulisce la polpa delle interiora (la qualità gialla è la migliore) e si consuma cruda o cotta (intera o sminuzzata) in una salsa con aglio, peperoncino, vino bianco e prezzemolo per condire la pasta, meglio se secca, tipo spaghetti o linguine. La Longa, donna di lunga esperienza e figlia di ataviche generazioni marinaresche, ben conosceva tutto ciò e quando me lo raccontava sembrava gustare il piatto descritto con relativa ricetta. La cosa più interessante, per quanto curiosa alle mie orecchie e immaginazione, era l’abbinamento di questo scoglio alla funzione e rapporto tra coltello-patella. Difatti mi raccontava che per segnare e ricordare quel posto prelibato, fu la ciurma del moro pirata barbaresco Rais Thorgud, detto Dragùt, noto per la sua ferocia, a scolpire lo scoglio nella forma di coltello/pugnale. Questo avvenne in una delle tante scorribande e attacchi alla torre di Sant’Antonio nel secolo XVI. La storia non lo riporta, però questo pirata visse davvero e scorrazzò al largo delle coste cervesi e di certo due passi tra i nostri carruggi e sulla nostra riva li fece. Molti altri episodi a Cervo furono legati alla storia dei pirati barbareschi, il che fa pensare che qualche cosa di vero o verosimile accadde. Di certo la signora Longa la sapeva lunga. Nomen omen!

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Cagliari: Il parco di Monte Claro

Di Alberto Pestelli

Grazie alla sua natura geologica in calcare bianco, i romani che invasero la Sardegna lo chiamarono Mons Clarus. Il colle cagliaritano, tuttavia, era già frequentato già molto tempo prima dell’arrivo dei figli di Romolo. Intorno alla seconda metà del III millennio avanti Cristo, sul Monte Claro si sviluppò un’importante civiltà pre-nuragica (la cosiddetta cultura di Monte Claro. A testimoniare quest’antica presenza c’è tutta una serie d’importanti ritrovamenti archeologici. Nel 1905 fu trovato un ipogeo funerario, dove sono stati trovati molti oggetti funebri adesso esposti al bellissimo museo archeologico di Cagliari in piazza Arsenale.

Monte Claro, dal 1905 al 1998 si trovava all’interno dell’ex ospedale psichiatrico della città. Dopo la sua chiusura grazie alla legge Basaglia del 1978, passò sotto la responsabilità della provincia di Cagliari che l’ha trasformato a parco cittadino.

L’ingresso principale del parco è situato in via Cadello. Sin dall’entrata ci accompagna un viale impreziosito da lecci al cui inizio sono poste le curiose e famose pietre sonore create dall’artista sardo di fama internazionale Pinuccio Sciola.

Proseguendo per il viale si nota a destra un piccolo laghetto con l’immancabile corredo aviario costituito da germani e altre specie di anatre.

Andando avanti si può ammirare una singolare fontana detta “Fontana Logo” dal simbolo del parco sullo sfondo della struttura stessa. Il logo riproduce la decorazione che fu ritrovata nel 1905 nell’ipogeo funerario.

La flora è ben rappresentata nel parco: carrubi e vari tipi di pini (tra cui il pino di Aleppo), oleandri, i gelsi bianchi, i viburni, i salici nei pressi del laghetto, gli olivi, gli onnipresenti mirto e corbezzolo.

Numerose specie di volatili fanno la loro bella figura: oltre ai germani e alle altre anatre, frequenti sono i cardellini, delle cinciallegre e altri passeracei che devono contendersi il “palco canoro” con una gran quantità di urlanti pappagalli di ogni razza e grandezza (sicuramente fuggiti da qualche gabbietta…). Naturalmente non possono mancare i classici piccioni e, visto che Cagliari è sul mare, i gabbiani.

Nel laghetto “sguazza, e si riproduce” una nutrita popolazione di tartarughe sicuramente lì abbandonate da diverso tempo una volta cresciute e l’acquario diventato troppo stretto…

Il parco di Monte Claro è aperto tutto l’anno dall’alba alla sera ed è di facilissimo accesso. A fianco dell’ingresso principale c’è un comodo e ampio parcheggio per i visitatori che abitano distante dal quartiere dove si trova.

È un luogo dove passeggiare e fare jogging nel bel mezzo della città senza preoccuparsi del traffico cittadino.

Insomma un parco aperto a tutti e non solo per i Cagliaritani ma anche per quei turisti amanti delle altre realtà oltre alle solite bellissime, incantevoli spiagge!

Fotografie di Alberto Pestelli © 2015

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Museo Foto Festival – Primo Festival della Fotografia in Terra di Bari

Di Carmelo Colelli

CAMPAGNA-FOTO-FESTIVAL

Joseph Nicéphore Niépce nel 1813 iniziò a studiare e sperimentare i miglioramenti possibili da applicare alle tecniche litografiche, studiò il modo di registrare direttamente sulla lastra le immagini senza l’ausilio dell’incisore.

Ricercò i materiali sensibili alla luce e col cloruro d’argento nel 1816, ottenne la sua prima immagine fotografica, questa però non poté essere fissata.

Nièpce si impegnò attivamente in questa ricerca, studiò i fenomeni della luce e della camera oscura e, nel 1827, ottenne la sua prima immagine disegnata dalla luce, la definì “immagine eliografia”: nasceva così la madre della fotografia.

In questi 202 anni, l’evoluzione delle tecniche, dei processi, dei sistemi di acquisizione e riproduzione delle immagini hanno permesso di giungere alla moderna fotografia.

Si parte da una ricerca per migliore ed accelerare un processo produttivo, quello della litografia e si crea una nuova Arte: la Fotografia.

Molti si sono avvicinati alla fotografia in questi due secoli, dilettanti e grandi maestri, si è indagato l’uomo, il suo territorio, le sue abitudini, i suoi costumi, si è ricercato in ogni settore, in ogni angolo della nostra Terra ed anche fuori; i risultati si sono condivisi apportando ricchezza e conoscenza per tutti.

La fotografia, nel corso degli anni, è diventata, anche, importante strumento per lo studio di varie discipline, una tra queste l’architettura, è diventata supporto essenziale per analizzare, rilevare, conservare, catalogare, trasmettere storie, luoghi ed emozioni.

Tante le foto scattate in questi anni, tanti gli archivi sparsi per il Mondo.

Un Fondo Fotografico inizia a costituirsi, alla fine degli anni ’90, anche all’interno del Dipartimento di Architettura e Urbanistica del Politecnico di Bari, in pochi anni assume, sempre più consistenza è diventa Progetto per un Museo Universitario della Fotografia.

Nell’autunno del 2010, il Progetto si concretizza e nasce il “Museo della Fotografia del Politecnico di Bari”.

Viene anche istituito il Laboratorio di Fotografia (oggi alla V edizione), con questo strumento si coinvolge alle attività culturali un numero sempre maggiore di persone, di varia età, provenienti da varie posizioni sociali e da vari paesi della Puglia, tutti interessati alla Fotografia.

In questi anni il Museo della Fotografia ha organizzato conferenze, seminari e workshop favorendo lo sviluppo della cultura e, in particolare, quella visuale, stimolando una maggiore capacità critica fra gli allievi del Laboratorio e tra i semplici “spettatori” delle tante attività svolte nel Politecnico e sul territorio a testimonianza di un “Museo diffuso”, che vuole arrivare a tutti.

Sono stati ospitati, in questi anni, ricercatori, registi, scrittori, intellettuali, fotografi, storici e critici della Fotografia di rilevanza internazionale, come Olivo Barbieri, Luca Panaro, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Uliano Lucas, Lisetta Carmi, Joss Dray, Nino Migliori, Giovanna Calvenzi, Luigi Gariglio, Antonella Russo, Roberta Valtorta, Raffaella Perna, Guido Guidi, Maurizio Galimberti, Gianni Berengo Gardin, Antonio Ottomanelli, Marcello Carrozzo, Carlo Garzia, Alessandro Piva, Paola Pompei e tanti altri che si sono avvicendati fra conferenze, seminari e workshop.

Nel Novembre 2013, è stato inaugurato uno spazio espositivo all’interno del Campus universitario con una mostra internazionale.

Quest’anno, il Museo della Fotografia, ben consapevole del diffuso interesse verso le iniziative culturali e formative dedicate alla comunicazione visiva, considerato il vivace fermento per questi temi da parte di varie associazioni e singoli cittadini, ha voluto promuovere e realizzare a Bari una manifestazione dedicata all’arte visuale, ha voluto presentare, al grande pubblico, alcuni degli autori che hanno indagato il territorio, in particolare il Paesaggio tra la fine del ‘900 e l’inizio degli anni 2000, le cui opere fotografiche, autentiche opere d’arte, sono ben custodite nel Fondo Fotografico del Museo.

E’ nato così il “Museo Foto Festival – Primo Festival della Fotografia in Terra di Bari”.

L’indagine e la raccolta delle preziose immagini, da parte dei vari fotografi, è stata assolutamente libera, ognuno ha scelto il suo canale di ricerca, ha colto con il suo obiettivo il Paesaggio e le sue trasformazioni, sociali e naturali, dandone una interpretazione creativa e soggettiva congruente con l’evoluzione dei linguaggi visivi.

Oltre alle opere dei grandi autori presenti nel Fondo Fotografico, si è voluto dare spazio anche alle opere di giovani fotografi.

L’idea portante di “Museo diffuso”, ha indotto gli organizzatori ad individuare vari luoghi della città dove esporre le opere fotografiche, sono state coinvolte piazzette, strade pedonali, vetrine di negozi ed esercizi commerciali, angoli stupendi della città vecchia, si è voluto far vivere a tutti in maniera spontanea, l’arte della Fotografia, si è dato vita ad una manifestazione che possa essere polo d’attrazione per un grande pubblico, per tutti coloro che, per professione o per diletto, amano l’arte della fotografia.

Il “Museo Foto Festival – Primo Festival della Fotografia in Terra di Bari”, è stato inaugurato Venerdì 11 Settembre alle ore 15, in occasione del convegno di apertura “Scrittura della luce, Luce nella scrittura”, in programma, la prima parte, proprio Venerdì, alle 16, nell’Aula magna del Politecnico “Attilio Alto” (campus universitario).

Sono intervenute numerose autorità, tra queste: il Magnifico Rettore del Politecnico Eugenio Di Sciascio, l’assessore alle Culture del Comune di Bari Silvio Maselli, l’assessore alle Politiche Giovanili Paola Romano, la responsabile scientifica del Museo della Fotografia del Politecnico, Loredana Ficarelli, il delegato agli Eventi dal Comune di Bari Vanni Marzulli.

Dopo i saluti sono state presentate le relazioni dei convegnisti della prima parte:

Giovanni Chiaramonte, Marcello De Masi, Marco Signorini, Claudia Attimonelli, Milo De Angelis, Viviana Nicodemo, Matteo Cassani, Francesca Fabiani, Diego Mormorio.

E’ seguito alle 19.30, il vernissage di Giovanni Chiaramonte, “Sulle tracce dell’Angelo”, 39 foto, nella sala espositiva del Museo della Fotografia (Campus universitario).

Il 12 Settembre nell’isolato 47, sito nella città vecchia, è proseguita la 2^ parte del convegno, hanno presentato i loro lavori i relatori:

Giovanna Calvenzi, Federica Chiocchetti, Umberto Fiori, Carlo Garzia, Antonella Pierno,

Tante le mostre in programma, tanti i workshop, le letture di portfolio, le presentazioni di libri: un mese intenso dall’11 Settembre all’11 Ottobre.

Si è offerto spazio a molti movimenti artistici, alle donne, ai giovani talentuosi, ai curatori, ai teorici e storici della fotografia, a molti fotografi di grande spessore artistico.

I primi 10 giorni del “Museo Foto Festival” coincidono con la 79esima edizione della Fiera del Levante, entrambe le manifestazioni sono nate per aprirsi agli altri, per avvicinare i popoli, per condividere usanze, storie, costumi e cultura, si innescherà un “effetto di reciproca amplificazione dei due eventi” che coinvolgeranno in maniera forte la città di Bari, i Baresi, i Pugliesi i turisti presenti in città.

Carmelo Colelli

13 Settembre 2015

L’uso delle fotografie per la galleria del presente articolo è stato gentilmente concesso dalle signore DONATELLA ZITO e FRANCESCA SIGRISI

 

Museo Foto Festival

Bari dal 11 Settembre al 11 Ottobre 2015

Comitato scientifico:

Eugenio Di Sciascio – Rettore Politecnico di Bari; Carlo Birrozzi – Soprintendente Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Puglia;

Loredana Ficarelli – ProRettore e Responsabile scientifico del Museo della Fotografia Politecnico di Bari; Dionisio Ciccarese – Direttore EPolis Bari.

Comitato artistico :

Giovanni Chiaramonte – Fotografo e docente di Fotografia;

Pio Meledandri – Responsabile Artistico Museo della Fotografia del Politecnico;

Gigi Buonsante – Visual Designer

 

Media Editor:

EPolis Bari

Ufficio Stampa:

Leonardo Legrottaglie

 

WEB Communication: 2

Ennio Cusano

Comunicazione:

Settore Comunicazione Istituzionale – Eventi Politecnico di Bari

Teresa Angiuli – Gaetano Petruzzelli – Francesca Carbonara – Antonietta Quatela – Claudio De Falco

Collaborazioni:

Tiziana Bellanova, Angela Mongelli, Vito Marzano, Ida Santoro, Mariateresa Amoruso, Federica Masella, Yvonne Cernò, Domenico Fornarelli, Microprintstudio di Gigi Buonsante, Cinzia Torro.

Partners culturali:

Regione Puglia – Comune di Bari – Università degli Studi Aldo Moro – Soprintendenza Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Puglia – Acquedotto Pugliese – Fondation Alliance Française – Il Laboratorio per la ricerca Visuale sul Paesaggio Università di Bari – Banca Apulia – Associazione Fotografi di strada – Associazione Instagramers Puglia Instagramers Bari – Biblioteca Consiglio Regionale della Puglia- Associazione LaCorte Ricerca e Fotografia – Associazione Culturale KULT Culture Visive – Bitume Photofest – Il Museo del Territorio di Palagianello – Associazione Cime – Laboratorio per la ricerca Visuale sul Paesaggio DISAAT – Associazione Positivo Diretto – Microprint Studio Visual Design – Associazione Puglia Legge – Mediterraneo Foto Festival – Associazione Murattiano – Apulia Film Commission – MAD – Il Pane e le Rose – CampusX – Kolt Fotodigital –

Sponsor Tecnici:

Acquedotto Pugliese – Banca Carime – Banca Popolare di Bari – Canon Italia –

Autori:

Guido Guidi – Giovanni Chiaramonte – Mario Cresci – Michele Roberto – Francesca De Santis – Gianluca De Bartolo – Associazione Instagramers Bari – Roberto Sibilano – Mario Ferrara – Yvonne Cernò – Tiziana Bellanova – Enrico Liano – Anna Simi – Domenico Fornarelli – Giulio Spagone – Alessandro Capurso – Emanuele Franco – Pietro Amendolara – Gheti Valente – Franco Altobelli – Fara Meledandri – Vito Marzano – Ennio Cusano – Ninni Pepe – Sergio Creazzo – Loredana Ficarelli, Valentina Spataro, Mariangela Torchiarulo, Renè Soleti e Maria Bruna Pisciotta del Politecnico di Bari – Primi 15 classificati al Concorso “Il Paesaggio”

Seminari/workshop:

Giovanni Chiaramonte – Manuela De Leonardis – Luca Panaro – Giovanna Calvenzi – Domenico Caragnano Associazione Instagramers Bari – Alessia Venditti – Teresa Imbriani – Francesca Palumbo – Giuseppe Goffredo – Cosmo Laera – Valentina Isceri – Luciana Lettere – Valentina Trisolino- Franco Sortini.

Curatori:

Pio Meledandri – Alessia Venditti.

Spazi espositivi:

Sala Museo della Fotografia Politecnico, Campus Universitario via Orabona 4; “Isolato 47” Politecnico di Bari, Città vecchia strada Lamberti 16; Sala Murat, Piazza del Ferrarese, Comune di Bari; Sala degli Affreschi, piazza Umberto 1, Università di Bari “Aldo Moro”; Ex Palazzo delle Poste, piazza Cesare Battisti, Università di Bari “Aldo Moro”; Regione Puglia, presso Fiera del Levante, Lungomare Starita 4; Banca Apulia, Palazzo Barone Ferrara, C.so Vittorio Emanuele 112; Palazzo Acquedotto Pugliese, via Cognetti 36; Spazio Giovani, via Venezia 41, Assessorato alle Politiche Giovanili, Comune di Bari;

Colonnato Palazzo Città Metropolitana Bari, Lungomare Nazario Sauro; Fondation Alliance Française, via Marchese di Montrone 39; Il Pane e le rose, via Cairoli 124; MAD, via XXIV maggio 4

Museo Fotografia Politecnico di Bari – Responsabile Scientifico Loredana Ficarelli – Direttore Artistico Pio Meledandri –

Via E. Orabona n.4 70125 Bari

3293174796 080/5962135 080/5963415 museofotografia@poliba.it;

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Quel lago alpino tra gli opposti fronti di guerra

Di Gianni Marucelli

È questo il secondo articolo che dedichiamo alla trentina Val di Pejo, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio, prendendo in esame la biforcazione nord-occidentale di essa, chiamata Val del Monte.

È, questo, un angolo di Trentino che confina con la Lombardia, e perciò si trovò a essere, sin dall’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, zona di prima linea. Chi ne subì le conseguenze fu la popolazione locale, da sempre suddita dell’Impero asburgico, che, un po’ perché di lingua italiana, un po’ perché intralciava le operazioni belliche, fu deportata in altre regioni, anche lontanissime.

Sui versanti contrapposti della Val del Monte, si fronteggiarono per più di tre anni Alpini e Kaiserjager, affrontando una vita durissima ad alta quota, cui, ai bombardamenti contrapposti, si unirono disagi e privazioni d’ogni genere, specie durante l’inverno.

Ora, invece, sembra d’essere in un piccolo paradiso: gli unici spari che è dato di sentire sono quelli del fucile di qualche bracconiere che va a camosci.

Il nostro percorso parte a valle del Forte Barbadifior, un fortilizio costruito dagli austriaci tra il 1906 e il 1908, in calcestruzzo, ora abbandonato: probabilmente non ebbe nessuna importanza nelle vicende belliche perché posto in fondo valle, ma sembra ancora mostrare i muscoli a un ipotetico nemico. In breve, raggiungiamo il Fontanino di Cellentino, con acqua ferruginosa e leggermente frizzante, per poi ascendere, piuttosto faticosamente, a quelli che un tempo erano i prati della Malga Palù, e che ormai da svariati decenni sono diventati un vasto e bellissimo lago artificiale, dalla cui diga fuoriesce il torrente Noce, che poi percorrerà tutta la Val di Pejo e la Val di Sole. Larici e abeti rossi fiancheggiano il sentiero, assieme ai pini mughi. Non è difficile immaginare che, a fine agosto, il sottobosco brulicherà di mirtilli e sarà buono anche per i porcini…

Alla fine della salita (ci troviamo a circa 1900 metri), la vista del lago Palù ripaga ampiamente dello sforzo fatto. Circondato dalle abetine e dai lariceti, il bacino si corona in alto, verso nord, delle splendide vette del Gruppo del Monte Vioz (mt.3600), mentre a occidente si profila il Corno dei Tre Signori, così chiamato perché si trovava all’incrocio tra la Repubblica di Venezia (di cui faceva parte la Valtellina), il Canton dei Grigioni (Valfurva), e il territorio del Principe-Vescovo di Trento.

Il sentiero costeggia il lago sulla riva alla nostra sinistra. Ogni punto è adatto per scattare splendide foto, o per sostare sulle spiaggette di sassi e ghiaia… poco dopo, s’incontra il sentiero che sale al Passo del Montozzo e al Rifugio Bozzi, sul versante che corrispondeva alla prima linea italiana.

Ho trovato una foto che ritrae, nel Luglio del 1915, quindi esattamente cento anni fa, proprio qui sopra, due famosi irredentisti italiani di origine austriaca, arruolatisi nel nostro esercito: uno è Cesare Battisti, l’altro Guido Larcher, cui è intitolato il Rifugio omonimo, di fronte al ghiacciaio del Cevedale. Compagni d’idee e d’armi, i due ebbero un destino molto diverso: Battisti, com’è noto, fu fatto prigioniero dagli imperiali, processato e impiccato come traditore; Larcher invece portò a casa la pelle, continuò a far politica e divenne un alto gerarca fascista.

Arriviamo infine a capo della semicirconferenza lacustre, dove il torrente si getta nel lago con un ampio estuario. Ci troviamo in un ambiente veramente bellissimo, dove vi è un luogo di sosta che corrisponde all’antica Malga Palù, con tanto di sorgente. L’itinerario poi si biforca: verso sinistra ci s’inoltra nella valle, verso il Passo della Sforzellina (metri 3000), da cui poi si può raggiungere la mitica strada del P. Gavia, teatro di tante imprese ciclistiche; verso destra invece prosegue il sentiero che compie il periplo del lago. L’interesse naturalistico ci spingerebbe a continuare il cammino nella prima direzione, per esperienza sappiamo che, salendo per le tracce di sentiero che s’inerpicano verso le vette dove si annidavano le postazioni austriache, incontreremmo certamente molti animali, in primo luogo le marmotte, ma anche i camosci e molti rapaci, tra i quali l’aquila reale e l’astore.

Infatti, quei luoghi sono scarsamente frequentati dai turisti, ci arrivano solo bracconieri, guardie forestali e qualche arrampicatore interessato alle pareti rocciose sovrastanti. Purtroppo non abbiamo il tempo necessario, quindi ci accontentiamo di completare il giro del lago giungendo a Malga Giumella, poco sopra la diga di sbarramento, e discendendo poi per la vecchia strada militare predisposta durante il conflitto dai soldati austro-ungarici. Qui avevano progettato di costruire un secondo fortilizio, gemello del Forte Barbadifior che è situato sul versante opposto; ma il comando imperiale si accontentò poi di predisporre solo le immediate retrovie del fronte, dal quale giungevano i morenti, i feriti e le truppe distrutte dalla stanchezza e dai combattimenti, che venivano sostituite da rinforzi ancora freschi. I morti ad alta quota per lo più venivano lasciati sul posto, sommariamente sepolti nel fango e nella neve. Moltissimi la montagna ne ha restituiti negli anni successivi al 1918, e, purtroppo, ancora continua a restituirne, a un secolo di distanza, il ghiacciaio in costante ritirata. Negli ultimi quindici anni, ben sette salme senza nome, tutte appartenenti a soldati austro-ungarici, sono state portate nella chiesetta di San Rocco, poco sopra a Pejo, dove vi è un cimiterino di guerra, e seppellite nella nuda terra vicino all’ingresso, in tombe contrassegnate da semplici croci di legno. Su un cartello bilingue compare la scritta: “Qui sono sepolti militari ignoti caduti durante la più alta battaglia della Storia, il 2 settembre 1918” (cioè solo un mese e mezzo prima della fine della guerra). L’epigrafe conclude: “La loro presenza in questo luogo sia monito perenne agli uomini incapaci di pace”.

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TRENTINO ALTO ADIGE: QUELL’IMMENSO GHIACCIAIO CHE ESISTE SOLO NELLA MIA MEMORIA

Di Gianni Marucelli

Quante volte leggiamo sui giornali o sentiamo in TV che i ghiacci si stanno ritirando su tutto il pianeta, dall’Artide all’Antartide, passando per le grandi catene montuose a nord e a sud dell’Equatore, a causa del riscaldamento globale?

Bene, tutto ciò può impressionarci, ma non mai come quando possiamo constatare con i nostri occhi l’andamento del fenomeno.

A me è capitato questa estate, e precisamente intorno alla metà di Luglio, di tornare, dopo più di un quarto di secolo, a un punto di osservazione davvero privilegiato, dal quale è possibile godere della visione del più esteso dei ghiacciai delle Alpi orientali, quello del Monte Cevedale (m. 3750).

Si tratta del Rifugio Larcher (m. 2616), raggiungibile con una facile, seppur faticosa, passeggiata, dal limite settentrionale della Val di Pejo. Siamo in Trentino, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio, una zona dominata dal massiccio montuoso del Monte Vioz e appunto, del Cevedale, resi indimenticabili agli occhi del visitatore dal candore dei ghiacci perenni che vi dimorano.

Il Rifugio, dall’ultima volta che vi sono stato, è stato rinnovato ed è ora veramente molto accogliente: all’esterno sventolano sempre i vessilli dell’Italia, dell’Unione Europea, dell’Austria e del C.A.I., i tavolini sono affollati di escursionisti, in calzoncini corti e maglietta (il che la dice lunga su quale sia la temperatura di questo mese di luglio a un’altezza superiore a 2500 m.), uno stormo di gracchi alpini (Phirrocorax graculus) vola a bassissima quota in attesa di carpire qualche briciola dalle colazioni al sacco dei turisti. Sono intelligenti e piuttosto confidenti, questi corvidi d’alta quota, me lo ricordavo bene: se gli offrite una mollica e state a qualche metro di distanza, è agevole fotografarli, come potete vedere dall’immagine acclusa.

Bei momenti, da trascorrere sorseggiando una Radler o assaggiando uno dei dolci tipici che costituiscono la parte più “golosa” del menu del rifugio; non fosse per la stretta al cuore che provi quando, dalla vetta candida della montagna, la vista scorre verso il basso, lungo la vedretta, che non è più tutta scintillante come ricordavi, ma si tinge a tratti di un colore più cupo, blu intenso, dove il ghiaccio non è più protetto dalla neve recente e si intuisce facilmente che la fusione, soprattutto d’estate, deve essere rapida. Ma il dramma ha inizio più in basso, dove, ben mi ricordo, trenta anni or sono il ghiacciaio attanagliava ancora la roccia per centinaia di metri… ed ora è totalmente svanito… ridimensionato come un gelato alla crema nelle mani di un bambino troppo goloso.

Qui però non si tratta di qualche centimetro di Buontalenti, ma di uno spessore di decine e decine di metri di neve, solidificatasi in ghiaccio durante migliaia di anni, che si è squagliato nel giro di qualche decennio.

Qualcuno mi dice che sul lunghissimo crinale risplendente di neve al sole, dove ora minuscoli puntini si muovono, indicandoci che vi è una cordata in ascensione, un tempo non molto lontano la via era agevole, niente più che una lunga e faticosa escursione sulla neve, mentre adesso essa è infida, costellata di mutevoli crepacci, per cui ci si può avventurare solo con guide alpine molto esperte…

E il resto del ghiacciaio? Tutto, tutto è condannato a scomparire nel giro di altri venti, trenta anni, cosa del resto comune agli altri “fratelli di gelo” delle Alpi.

Ormai, non possiamo farci niente, tranne qualche miserando tentativo di “preservare” dei tratti interessati dallo sci estivo, coprendoli con teloni, come è accaduto per il vicino ghiacciaio dell’Adamello, sopra il Passo del Tonale.

E non è tutto: dove la roccia è più friabile, come sulle Dolomiti, lo scioglimento dei ghiacciai sta provocando, e sempre più provocherà, fenomeni di sfaldamento, frane, crolli di intere pareti…

Scendo lungo la Val de Lamare, dalla tipica forma a U propria delle valli d’origine glaciale, e so che anche qui, un secolo o due fa, il ghiacciaio era ben vivo, sorgente d’acqua e di vita per le genti e gli animali più in basso. Ne sono testimonianza le “rocce montonate”, che presentano le tracce d’erosione provocate dal peso e dai movimenti del ghiacciaio nel corso del tempo.

Qualche bellissimo fiore alpino, con i suoi colori, cerca di distrarmi dalle mie non liete meditazioni.

Lo fotografo per portarmelo a casa, senza danneggiarlo. Una nota cromatica con cui chiudo questo articolo.

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Calabria: In gita nel parco nazionale della Sila

Di Alessio Genovese

Chi non ha mai visitato la Sila può non immaginarsi che il Parco Nazionale istituito fra il 1997 ed il 2002 nel territorio ricompreso fra le provincie di Catanzaro, Cosenza e Crotone è quello in Italia con la maggiore superficie boscosa. Dei tre Parchi Nazionali della Calabria (gli altri due sono quello del Pollino e dell’Aspromonte) è il terzo ad essere stato istituito in ordine di tempo ma ciò non certamente perché sia da considerare meno interessante degli altri due. Al contrario la sua nascita è stata spesso ritardata per questioni socio-politiche. Soprattutto per chi vi arriva, come abbiamo fatto noi, dalla strada statale ionica 106, risalta subito all’occhio il notevole contrasto fra la pianura piuttosto arida e spoglia di vegetazione del crotonese (con solo alcuni esemplari di eucalipto) ed i fitti ed estesi boschi che la fanno da padrone non appena si incomincia, nel giro di pochi chilometri, a salire di quota raggiungendo l’altopiano silano.

Le cime degli alberi

Le cime degli alberi

 È molto suggestivo, percorrendo la S.S. 107 silano-crotonese, perdere l’orizzonte della propria vista fra le cime dei faggi e soprattutto dei pini larici che la fanno da padrone. Per chi proviene invece dal versante tirrenico della Calabria, passando per Cosenza, l’impatto risulta meno drastico in quanto le colline verdi degradano fino al mare ed il dislivello rispetto all’altopiano viene colmato in un minor numero di chilometri.

Per visitare tutta la Sila occorrerebbero sicuramente più giorni durante i quali può essere sicuramente piacevole concedersi un po’ di relax lungo i vari sentieri del Parco e soprattutto sulle rive dei suoi splendidi laghi (Cecita, Arvo, Ampollino per citare i principali). Al di là della nota località turistica di Camigliatello Silano l’impressione è che l’attuale crisi economica ma soprattutto i cambiamenti dei flussi abbiano finito per ridurre la durata delle stagioni turistiche determinando anche la chiusura di alcune strutture ricettive. La maggior parte del nostro tempo l’abbiamo dedicata, oltre a girare in macchina lungo il perimetro dei laghi, a visitare il Centro Visita di Cupone e la Riserva Naturale Biogenetica dei “Giganti della Sila” nota anche come “Bosco di Fallistro”.

Ingresso del centro visite

Ingresso del centro visite

Il primo si trova a circa 7 chilometri da Camigliatello a ridosso delle sponde del Lago di Cecita che, più grande fra tutti i laghi della Sila, è di chiara origine artificiale nato come diga. Il Centro Visita, molto ben organizzato, è gestito in maniera pregevole direttamente dal Corpo Forestale dello Stato. Al suo ingresso si trova un Ufficio Informazioni ma ciò che colpisce l’attenzione è la cura del verde e delle varie aree fruibili dal visitatore.

Giardino geologico

Giardino geologico

Fra queste il Giardino Geologico e quello della flora che sono entrambi all’aperto. All’interno di due grandi strutture moderne si trovano da una parte un museo della falegnameria con diversi macchinari impiegati un tempo nella trasformazione del legname a partire da quelli il cui funzionamento avveniva ad acqua e dall’altra, con visita sempre gratuita, la grande area museale dedicata alla fauna locale con diversi animali imbalsamati e varie sezioni informative.

Lupi imbalsamati

Lupi imbalsamati

Tutte le strutture sono di recente costruzione e risultano molto funzionali. Dal Centro Visita partono poi, per gli amanti del trekking, diversi sentieri tracciati di svariate lunghezze.

La Riserva Naturale “I Giganti della Sila” si trova sempre a pochissimi chilometri da Camigliatello Silano in direzione di Crotone ma sempre nel Comune di Spezzano della Sila (Cosenza). Per accedervi è necessario pagare un piccolo ticket (2€ a testa) e seguire un percorso obbligato della lunghezza di circa un chilometro. Il gigante della Sila è ovviamente il Pino Laricio (trattasi di una varietà del Pino Nero –Pinus Nigra laricio- che è presente nell’Italia meridionale dal Pollino alla Sicilia). La Riserva si sviluppa su una superficie di circa 6.500 ettari mentre il bosco pare che abbia avuto origine a metà del 1600 per volere di un privato.

Abbraccio tra alberi

Abbraccio tra alberi

Molti alberi sono davvero imponenti e colpiscono l’attenzione del visitatore oltre che per la loro altezza (spesso oltre i 40mt) anche per le loro forme che in taluni casi sembra che portino gli stessi alberi a cingersi in un affettuoso abbraccio.

Esemplare imponente di Pino Laricio)

Esemplare imponente di Pino Laricio)

 Il Pino laricio rappresenta sicuramente la vegetazione più caratteristica della Sila rispetto alla quale non vogliamo raccontarvi di più ma solamente invitarvi a conoscerla di persona perché ne vale veramente la pena.

 

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Fotografie di Alessio Genovese

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