Sperlonga vale una poesia… Un antico borgo di pescatori tra Terracina e Gaeta

Di Alberto Pestelli

Sperlonga © Io.Pe 2005

Sperlonga © Io.Pe 2005

Sperlonga vale una poesia…

Anzi, molte di più di una. Ogni passo tra le case bianche lungo i vicoletti apparentemente deserti, è un verso di una poesia che non ha mai termine.

È l’ora del pranzo per gli abitanti dell’antico borgo di pescatori. Le barche sono in darsena; la domenica difficilmente escono in mare.

A noi è stato sufficiente un panino gustosissimo ad un bar. Lo stiamo già smaltendo passeggiando nella quiete.

Ogni tanto il silenzio viene rotto dal suono di una forchetta che si appoggia al piatto, dalla melodia di due calici di vino che si uniscono in un brindisi.

Da una delle case ascoltiamo l’uggiolio di un cucciolo che vuol essere coccolato dal padrone.

Alziamo lo sguardo sulle piccole finestre sul vicolo che stiamo percorrendo. Un gatto ci osserva scendere verso il mare. Ci accompagna, curioso, con lo sguardo fino all’angolo della casa. Svoltiamo e ci troviamo immersi in un altro bianco vicolo, silenzioso, magico. L’unica differenza: il profumo del mare più intenso.

Siamo di fronte alla Torre Truglia. Adagiata sulla punta del promontorio roccioso su cui sorge Sperlonga, questa torre di avvistamento ha origini romane. Fu riedificata attorno al 1530, distrutta e più volte ricostruita. Per un centinaio di anni è stata la sede della Guardia di Finanza. In seguito è stata sede del “Centro educazione dell’ambiente marino” del Parco naturale della Regione Lazio “Riviera di Ulisse”.

Sperlonga - Torre Truglia © Io.Pe 2005

Sperlonga – Torre Truglia © Io.Pe 2005

Sperlonga si trova sullo sperone di roccia che rappresenta l’ultima propaggine del sistema montuoso dei Monti Aurunci che si “getta” nel Mar Tirreno. I suoi dintorni sono quasi interamente pianeggianti. Bellissima è la spiaggia di sabbia bianca e dorata, interrotta da alcune formazioni rocciose a picco sul mare che formano piccole cale di difficile accesso (spesso l’unica via è il mare).

Secondo una leggenda locale nelle vicinanze del borgo di pescatori, gli spartani avevano fondato la città di Amyclae. In età romana, Sperlonga, fu un centro rinomato per le tante ville che i nobili capitolini fecero costruire. La villa più famosa è quella che fu costruita e appartenuta all’imperatore Tiberio. Famosa è la grotta naturale che faceva parte della villa. Gli architetti dell’epoca la modificarono decorandola con sculture che rappresentavano la storia di Ulisse.

L’antico nome, apparve per la prima volta in un documento del X secolo: Castrum Speloncae. Era quindi un castello che nel giro di un secolo si sviluppò a paese. La cinta muraria fu costruita, infatti, nell’XI secolo. A testimoniare la presenza delle scomparse mura ci sono le due porte: la Porta Carrese (detta Portella) e la Porta Marina.

Soggetta dal XVI secolo in poi alle incursioni dei pirati ottomani – fu distrutta nel 1534 e nel 1622 – Sperlonga non conobbe mai uno sviluppo economico come avvenne in altri centri del Lazio (è bene precisare che fino al 1927 era territorio della regione Campania). Solo in tempi più recenti, dopo l’apertura della via Flacca nel 1958 – la bella litoranea che collega Terracina a Gaeta – l’isolamento del borgo ebbe termine uscendo all’estrema povertà che sempre l’aveva caratterizzata. Lo sviluppo ebbe inizio con la scoperta, nel 1957, delle sculture della villa di Tiberio e dall’arrivo di alcuni turisti, italiani e stranieri, che si innamorarono del luogo.

Oltre alla sopracitata Villa di Tiberio con la grotta e i gruppi scultorei (dove spicca il Polifemo), di notevole interesse culturale, religioso e architettonico è la chiesa di Santa Maria di Sperlonga edificata, pare, nel 1135.

Sperlonga Villa di Tiberio Wikipedia - Pubblico dominio

Sperlonga Villa di Tiberio Wikipedia – Pubblico dominio

Interessante è il Palazzo Sabella, famoso perché ospitò l’antipapa Clemente VII nel 1379 in fuga da Anagni.

Sperlonga è stata una piacevole scoperta sulla strada che porta a Gaeta, altro luogo di antiche origini e di suggestiva bellezza. Tuttavia, il fascino delle sue case bianche, dei suoi vicoli strettissimi, dei suoi abitanti che si stringono la mano direttamente dalle finestre delle loro abitazioni, fanno di questo antico borgo un centro dove la poesia prende vita. Così ha avuto effetto su di noi in quel mite ottobre di qualche anno fa. L’ho paragonata a una sposa in bianco in attesa del ritorno delle barche dei pescatori…

Case bianche

Non porta ansia

Il respiro del vento

Per le strette strade

Vestite in bianco.

La sposa sorride

Quando le parche tendono

La mano al molo.

È impazienza

Quando non ode i passi

Lungo il sentiero

E sente i gatti

Rispondere al richiamo

Dell’ultimo pescatore

Che invita loro a cena.

Poi la luna

Veglierà sulla notte

Fino all’avvio

Dei motori all’alba.

Si riparte

In scia al gozzo avanti.

La rete è pronta.

La getterà vicino all’orizzonte

Ché perder di vista

Le case bianche

Porta malinconia.

Dalla silloge “Dei Borghi Antichi” © Copyright 2009 Alberto Pestelli – www.ilmiolibro.it

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Il giardino di villa del Cigliano (San Casciano V.P. – FI)

Di Claudia Papini

Articolo apparso su Toscana, l’Uomo, l’Ambiente – settembre 2011

Villa del Cigliano - Panorama - Wikipedia- Vignaccia76 - Opera propria CC BY-SA 3,0

Villa del Cigliano – Panorama – Wikipedia- Vignaccia76 – Opera propria CC BY-SA 3,0

A iniziare dalla metà del XV secolo e per molti anni a seguire le famiglie nobili che si erano stabilite a Firenze, iniziarono a rivolgersi al contado circostante per acquisire case coloniche e poderi. Due erano le motivazioni principali: la prima legata alla necessità di trovare nuovi e più stabili canali di investimento proiettandosi verso la produzione agricola piuttosto che verso il commercio e l’attività bancaria (l’acquisto delle case poderali era considerata una conseguenza necessaria alla gestione delle colture); la seconda, altrettanto importante, consisteva nell’esigenza di creare nuovi spazi di rappresentanza che potessero essere indice indiscusso del prestigio e dell’importanza della famiglia, così come lo erano state le torri nel periodo medioevale, e che attirassero nuove amicizie e soprattutto nuove alleanze economiche. Ai giardini era riservata un’attenzione particolare perché lì era possibile creare una scenografia “della meraviglia” plasmando la natura con forme, statue, labirinti e giochi d’acqua che dovevano lasciare al visitatore la sensazione di superare il reale per entrare in un fiabesco giardino delle delizie.

Villa di Cigliano - Il bacino e il ninfeo - Wikipedia- I, Sailko CC BY-SA 3,0

Villa di Cigliano – Il bacino e il ninfeo – Wikipedia- I, Sailko CC BY-SA 3,0

Tra i territori più ambiti si annoverava quello di San Casciano perché, oltre ad essere alle porte di Firenze e ben collegato logisticamente con i complessi viari più importanti, godeva di una non comune fertilità del terreno unita alla speciale bellezza del suo paesaggio derivante dall’equilibrato connubio tra tutti gli elementi del territorio: boschi, coltivazioni, oliveti e vigneti, borghi, chiesette e case sparse tutti adagiati su poggi gentili e dolci colline.

Tra le varie case poderali acquistate dalla famiglia, veniva scelta quella che sarebbe stata più rappresentativa per posizione, estensione e disposizione delle stanze, per altri fattori logistici ed estetici destinandola a diventare la residenza di campagna dove trascorrere l’estate sfuggendo alla insopportabile afa fiorentina e, dopo gli opportuni fastosi adeguamenti, il luogo dove indire e allestire feste e banchetti destinati ad aumentare e sottolineare il lustro della famiglia.

Villa del Cigliano fu eletta a questo scopo da Alessandro Antinori che l’acquistò verso la fine del 1400 dalla famiglia Cinelli in una zona dove già possedeva numerosi terreni e poderi.

Villa del Cigliano - Wikipedia- Sailko Opera propria CC BY 3,0

Villa del Cigliano – Wikipedia- Sailko Opera propria CC BY 3,0

Cigliano è costituito da tre piccoli nuclei ben distinti tra loro: Cigliano di Sopra che corrisponde a Villa Devoti, il piccolo borgo costituito da poche case e una piccola chiesa di cui si hanno poche notizie storiche e infine Cigliano di Sotto che corrisponde alla Villa di cui stiamo parlando così chiamata perché si trova a una quota inferiore rispetto alla precedente.

La posizione della villa degli Antinori è ottimale. Quest’ultima si trova all’apice del crinale che collega San Casciano alla via Volterrana. Superata la villa la collina inizia a digradare e la valle si chiude progressivamente fino a raggiungere l’incrocio tra i torrenti Sugana e Suganella. Il crinale di Pisignano fronteggia a ovest quello di Cigliano, sufficientemente distanziato da rendere ampia e spaziosa la soleggiata valletta, mentre a est lo sguardo può spaziare fino alle colline più lontane; dallo spazio di fronte alla villa si può godere di una vista quasi a 360 gradi sul territorio circostante.

Al suo acquisto l’edificio subì importanti modifiche che lo resero funzionale alla mutata destinazione rendendolo un tipico esempio di villa toscana rinascimentale, così ci appare ancora la facciata di ingresso; negli anni a seguire il complesso subì un unico importante rimaneggiamento che adeguava edificio e giardino al gusto barocco dell’ormai mutata epoca rendendola uno dei rari esempi di questo stile nel territorio della Val di Pesa.

Anche Cigliano di Sotto svolge il duplice ruolo di rappresentanza e di centro di coordinamento produttivo per i poderi circostanti. Gli spazi dedicati a quest’ultimo scopo sono però sapientemente celati agli ospiti che arrivano dalla strada maestra perché posizionati sul lato opposto della villa, affacciati verso Pisignano e verso i principali appezzamenti; inoltre, grazie alla naturale pendenza del terreno, si trovano al di sotto del piano principale dell’abitazione risultando invisibili anche da tutti gli affacci interni ed esterni. E’ qui che troviamo il frantoio, in funzione dagli inizi del ‘700 fino quasi alla fine del ‘900, le ampie cantine oggi visitabili in particolari occasioni, i magazzini e gli spazi direzionali della fattoria.

L’ingresso della villa, che mostra la sobria facciata cinquecentesca, è accompagnato da un ampio piazzale affacciato sulla vallata, orlato da un muretto basso di sassi di fiume, da grandi lecci e da un giovane ippocastano. Passando sotto una volta ci troviamo nel cortile interno dal quale si accede al piano nobile. Sulla destra dell’accesso è stato costruito il pozzo mentre di fronte a noi tre archi a tutto sesto poggiati su colonne toscane in pietra serena danno vita al portico, che impreziosisce tutto l’ambiente, aiutato da due tondi in terracotta invetriata, attribuiti a Giovanni della Robbia, rappresentanti gli stemmi delle famiglie Antinori e Tornabuoni circondati da ghirlande di fiori e frutta che ricordano il matrimonio avvenuto nel 1513 tra due membri delle rispettive famiglie.

Oggi eleganti vetrate sigillano il piccolo portico che fa da tramite per l’ingresso nel meraviglioso giardino della villa, naturale estensione della casa; infatti entrando nel cortile l’attenzione viene attratta verso la porta del giardino che focalizza lo sguardo al centro del lato opposto dove si trova un imponente ninfeo rappresentante Nettuno. Questo stratagemma prospettico non è altro che l’invito a varcare la soglia per trovarsi accolti dal verde, dai colori tenui, dalle linee ondulate del parco.

Villa del Cigliano - Wikipedia Sailko Opera propria CC BY 3,0

Villa del Cigliano – Wikipedia Sailko Opera propria CC BY 3,0

L’impianto attuale del giardino rispecchia il gusto che si avvicinava al barocco, pur non sposandone completamente lo stile, delle ville fiorentine della metà del seicento. Intorno al visitatore è costruita la scenografia che riesce a far percepire uno spazio armonico come ambiente naturale, inserito in una cornice rettangolare dove ogni lato ha una diversa funzione. I due lati più lunghi hanno altezze diverse: il più alto, coperto dal roseto, nasconde il viale di accesso alla villa rendendola invisibile all’esterno ma anche isolando il privilegiato visitatore, l’altro è una balaustra che sfruttando la posizione dominante della costruzione rispetto al terreno circostante apre un’ampia e distesa vista panoramica sulla vallata del Sugana con l’opposto crinale che si staglia contro il cielo facendo da fondale.

Con il variare delle stagioni il panorama circostante si modifica notevolmente: in inverno le giornate terse permettono di vedere l’orizzonte lontano fino ai crinali dell’Appennino, si apprezzano le linee di demarcazione dei campi, l’argento-verde degli ulivi, i boschi macchiati dal marrone delle foglie delle roverelle, i cipressi svettanti a demarcare i viali di ingresso di ville e chiese; in primavera si risvegliano i colori che si fanno più vividi e più variati, risaltano le macchie dei fiori dei prati e delle coloniche; in estate è il sole accecante a prevalere, mettendo in evidenza i vigneti e i margini dei campi; fino ad arrivare all’autunno quando, dopo la vendemmia, le foglie delle viti virano al rosso.

Il lato nord è costituito da un frontone settecentesco decorato da una meridiana e abbellito, così come gli altri lati perimetrali, da grandi vasi di terracotta; oltre alla funzione estetica questa “quinta” ha il compito di nascondere il tetto e la piccionaia celando la presenza della villa e contribuendo a creare la sensazione di isolamento e di astrazione che l’ospite deve provare all’interno di un giardino delle delizie.

L’ultimo lato del rettangolo perimetrale è occupato dalla limonaia, annesso funzionale sia alla fattoria che all’estetica, che ha il compito di ospitare il fulcro attrattivo dell’impianto. Al centro della parete è stata creata la grande nicchia che ospita la fontana di Nettuno circondata da altre figure tra le quali spiccano per dimensione un delfino e un satiro accompagnati da animali legati all’acqua dolce, alcuni persi con il tempo. L’imponente figura circondata da spugne bianche per rendere l’impressione della grotta naturale è incorniciata da conchiglie di vario tipo e colore e impreziosita da un mosaico di scaglie di pietra bianche e nere. La grotta è racchiusa da una cornice scenica che ricrea un palco sovrastato da una finta balaustra, abbellita da grandi vasi, e delimitata da due colonne dove sono inseriti i busti in terracotta di due dame che, all’uso dell’epoca, potrebbero rappresentare i committenti del manufatto. Dalla fontana del Nettuno si sviluppava un sistema di canalizzazione in pietra serena che faceva scorrere a vista l’acqua lungo due lati del giardino, un abbraccio che simboleggiava lo scorrere della vita e il continuo processo di rinnovamento. Secondo l’aspetto funzionale, l’acqua così intiepidita poteva essere utilizzata per irrigare la preziosa e delicata collezione di agrumi distribuiti in grandi vasi all’interno del giardino.

L’altro elemento decorativo fondamentale del giardino introdotto alla fine del 1600 è una grande peschiera decentrata che funziona da specchio e da moltiplicatore di spazi; cambiando la prospettiva il visitatore vede alternarsi riflessi nell’acqua tutti gli elementi architettonici e paesaggistici che lo circondano.

All’interno di questo scrigno perfezionatosi negli anni trovano posto i sinuosi vialetti che, offrendo la sensazione di passeggiare lungo naturali sentieri, attraversano aree tematiche caratterizzate da essenze diverse, aiole smussate, alberi da frutto, colori ora vivaci ora tenui, come la parete di rose, il lilla che avvolge la vasca, i limoni, le grandi fioriere e il melograno con il suo verde scuro e cerato in contrasto con il rosso intenso dei suoi fiori e cupo dei suoi frutti.

Come si visita

Il giardino di Villa del Cigliano è privato, ma visitabile in particolari occasioni legate alle degustazioni dei prodotti dell’azienda agricola durante le quali è spesso possibile visitare anche le cantine. Per informazioni, i referenti possono essere contattati tramite mail info@villadelcigliano.it o telefonicamente 055 820033.

L’azienda agricola

Le aziende vinicole della famiglia degli Antinori hanno radici antiche: risultano essere iscritte “all’arte dei vinattieri” a Firenze fino dal 1385. Attualmente Villa del Cigliano è il fulcro dell’azienda agricola di un ramo della famiglia che produce, dai 60 ettari di vigneti e oliveti distribuiti nella valle del torrente Sugana, vini DOCG e IGT e olio extravergine di oliva. Il piano seminterrato della villa ospita le cantine destinate all’invecchiamento e alla vinificazione che viene effettuata in proprio.

Una passeggiata da San Casciano a Cigliano e al torrente Suganella

Con una breve passeggiata, partendo da San Casciano, si può raggiungere la villa e proseguire fino al fondo della singolare e interessante valletta che ospita il torrente Suganella.

Partendo dal centro di San Casciano, piazza della Repubblica, imbocchiamo via Giuseppe Di Vittorio per arrivare, passando davanti alle scuole, alla Via Empolese (SP12) che si prende a sinistra per poi imboccare la prima strada sulla destra si raggiunge uno spiazzo da dove s’imbocca definitivamente via del Cigliano, la strada bianca che porta a Cigliano di sotto, la villa descritta nell’articolo, e a Cigliano di sopra.

Dopo villa Antinori si incontrano gli edifici di Cigliano di Sopra, un bellissimo casale con i suoi annessi che merita una sosta. Proseguendo, sempre lungo la strada bianca, prendendo a sinistra quando si arriva al primo bivio, si arriva a un bosco misto di roverelle, cerri e pini. La strada che fino a qui ha seguito il suggestivo crinale panoramico si addentra nel bosco; seguendo una delle mulattiere che digrada a tratti dolcemente, a tratti con maggior pendenza, si arriva a una piccola radura adagiata sulla riva del torrente Suganella. Questa tranquilla radura ospita insieme ad alcuni notevoli esemplari di cedro una sequoia secolare che sembra risalire al 1800, piantata in quel periodo dagli Antinori allora proprietari di tutto il terreno circostante in occasione della nascita di un membro della famiglia. Per la loro spettacolare imponenza era uso comune piantare nei giardini le sequoie, così come gli ancor più frequenti cedri che sono specie alloctone in Italia; ne ritroviamo esemplari in molte delle ville medicee e di altre famiglie importanti, ma non è così frequente trovarle in veri e propri boschi.

Dalla radura si può tornare a San Casciano per la stessa strada, oppure, superando il guado sul torrente, arrivare fino alla Volterrana presso il mulino di Sugana.

Tempo impiegato: 2 ore per la sola andata

Galleria fotografica

Bibliografia:

G.Carocci – Il Comune di San Casciano in Val di Pesa – Guida Illustrazione storico Artistica. – Ristampa anastatica

Harold D.Eberlein – Villas of Florence and Tuscany

Italo Moretti, Aldo Favini, Vieri Favini – San Casciano – Ed Loggia de’ Lanzi

Tesi della dott.ssa Elisa Franchi sulla villa del Cigliano di Sotto

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Il castello di Gabbiano – San Casciano in Val di Pesa

di Alberto Pestelli

Castello di Gabbiano e la torre originaria © Alberto Pestelli 2015

Castello di Gabbiano e la torre originaria © Alberto Pestelli 2015

Mai avrei visto questo piccolo maniero se non fosse stato grazie a Pro Natura Firenze. Una visita – purtroppo solo dall’esterno, perché il castello ospita un resort – che i responsabili della storica associazione ambientalista fiorentina hanno organizzato per percorrere insieme i sentieri e strade vicinali del Chianti fiorentino. Il tutto impreziosito, alla fine del pomeriggio, da una gustosa merenda con l’olio nuovo, formaggi e affettati e buon vino in un villaggio poco distante dall’antico castello.

Attualmente adibito a resort, il piccolo maniero si trova nel versante che guarda la valle della Greve nel comune di San Casciano in Val di Pesa, in provincia di Firenze.

La prima struttura edificata fu la torre quadrata (XI secolo) usata come baluardo di difesa di quella che fu considerata una delle più importanti vie di transito tra Siena e Firenze. La Posta al centro della facciata principale, la torre quadrata è il nucleo originario del castello. Sicuramente ha vissuto gli eventi delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, tra Firenze e la scomparsa città di Semifonte (si trova nel territorio di Barberino Val d’Elsa).

Il castello ha la forma di un quadrato ai cui angoli sono state costruite, nel XV secolo, quattro torri cilindriche che hanno impreziosito esteticamente la costruzione.

Fino al XV secolo appartenne alla famiglia dei Bardi. In seguito, fu acquistato dalla famiglia Soderini, la stessa che dette i natali al famoso Gonfaloniere della Repubblica fiorentina, Piero.

I Soderini persero il castello (fu abbandonato a se stesso) al ritorno dei Medici. Nel 1623 gli fu restituito. Nell’800 appartenne ai Rosselli Del Turco, poi ai Lemmi, che la vendettero ad Arnaldo Cagnina, scrittore (nel ‘900). Dopo essere stato ceduto alla famiglia Arcaini e, infine alla famiglia Beringer Blass, che l’hanno trasformato in un’azienda vinicola e olearia ed è presente nella struttura un resort e ristorante.

L’area esterna è di libero accesso e può essere sfruttata come base per varie scarpinate per gli amanti delle camminate immersi in un ambiente unico, come solo il Chianti sa offrire. Aria pulita, serenità in qualsiasi momento dell’anno. Personalmente, il periodo che amo di più per visitare la campagna fiorentina, è l’autunno. I filari delle vigne si dipingono con i suoi colori accesi e spiccano tra i poggi di cipressi, gli olivi e l’azzurro intenso di una giornata limpida, dove, ogni tanto, si affaccia una piccola nuvola candida che guarda in basso e lesta se ne va.

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17 gennaio: Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali

Il caro amico e collaboratore Carmelo Colelli di Mesagne (Puglia) ci ha fatto pervenire un suo bell’articolo e due suoi brani in dialetto mesagnese (con traduzione) per celebrare la Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali che si tiene oggi 17 gennaio 2016.

Si celebra oggi 17 Gennaio 2016 la Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali. I dialetti sono i linguaggi con i quali si può rileggere il passato di un paese, di una città o di una regione, è un patrimonio che va tutelato, valorizzato, salvato, trasferito alle nuove generazioni. Il dialetti costituiscono un “cordone ombelicale” tra le nuove e le vecchie generazioni, ogni parola, tramanda contenuti culturali, quali usi, costumi, tradizioni, leggende, ecc., che valgono a spiegare certi comportamenti, magari completamente diversi del nostro tempo presente. Molti termini dei dialetti della nostra Puglia hanno subito, nel tempo l’influenza di “voci greche, latine, francesi, spagnole” queste contaminazioni ne hanno arricchito la portata culturale.

Femmana.

(in Mesagnese)

 

Ogni femmana voli bbeni

e voli cu ‘nci volunu beni,

camina e va annanzi,

ttuppa, cadi, si aza e camina,

voli beni alla vita in tutti li manieri.

Lu bbeni sua

e lu desiseriu sua cu ‘nci volunu beni

lu faci sintiri comu ‘nna canzoni liggera liggera,

comu a nn’ alitu ti ientu

comu a ‘nnu prufumu ca si spandi pi ll’aria.

A tutti vui femmini!

Grazzi!

 

Li mani.

(in Mesagnese)

Sti mani no sontu mmucati, no so bbrutti, so mani ca annu fatiatu ti la matina alla sera.

Ti quandu ieri vagnoni nfina a moni ha sciutu sempri scarufandu terra.

Ti notti e ti ggiurnu, cu llu soli, ca spaccava li petri, cu llu friddu, cu lla scilazza e puru quarchi vota cu lla nevi, a sciutu sempri fori.

Tuni e la terra, simbrauvu na cosa sola.

Sti mani, mo so ttuesti comu la curteccia ti nna rapa ti aulia, li senghi ca si vetunu, sannu fatti ggiurnu toppu ggiurnu, fatia nanzi fatia.

Sti mani, m’annu zziccato mbrazzi quandu eru piccinnu, sti mani m’annu ccumpagnatu alla scola, sti mani m’annu salutatu quandu aggiu partutu e quandu aggiu turnatu.

Quantu tiempu e passatu!

Però, quandu cu sti mani, mi faci na carezza, sobbra alla facci mi sembra ca si ppoggia la piuma chiù liggera ti lu mundu.

Grazzi papà.

 

Donna

(in italiano)

Ogni donna ama

e vuole essere amata,

cammina e va avanti,

urta, cade, si rialza e cammina,

ama la vita in tutte le maniere.

Il suo amore

e il suo desiderio di essere amata

lo fa sentire come una canzone leggera leggera,

come un alito di vento,

come un profumo che si spande per l’aria.

A voi tutte donne!

Grazie!

 

Le mani.

(in Italiano)

Queste mani non sono sporche, non sono brutte, sono mani che hanno lavorato dalla mattina alla sera.

Da quando eri ragazzo fino ad’ ora sei andato sempre calpestando la terra.

Di notte e di giorno, col sole cocente che spaccava le pietre, col freddo, con la gelatura notturna e qualche volta anche con la neve, sei andato sempre in campagna.

Tu e la terra, sembravate una cosa sola.

Queste mani, adesso, sono dure, come la corteccia di un tronco di ulivo, i segni che si vedono, si sono fatti giorno dopo giorno, lavoro dopo lavoro.

Queste mani, mi hanno preso in braccio, quando ero bambino, queste mani mi hanno accompagnato a scuola, queste mani mi hanno salutato, quando sono partito e quando sono ritornato.

Quanto tempo è passato!

Però, quando con queste mani, mi fai una carezza, sulla faccia mi sembra che si poggia la piuma più leggera del mondo.

Grazie papà.

© Carmelo Colelli

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Emilia Romagna: Lo straordinario presepe navale di Cesenatico

Di Gianni Marucelli

Cesenatico - Gianni Marucelli © 2015

Cesenatico – Gianni Marucelli © 2015

Durante le Festività natalizie, appena trascorse, è capitato a tutti di ammirare tipologie di Presepe d’ogni forma e ispirazione, antiche, moderne o, addirittura, proiettate nel futuro.

Sicuramente, uno dei più originali e suggestivi è il Presepe navale di Cesenatico, porto e centro turistico di primaria importanza della Riviera adriatica.

E’ anche l’unico Presepe galleggiante, a grandezza naturale, che esista al mondo, o, almeno, così apprendiamo dalle nostre ricerche sul web.

Fu creato trenta anni fa, nel 1986, grazie alla collaborazione tra Associazione degli Albergatori, Amministrazione comunale, Museo della Marineria e vari artisti locali, che decisero di realizzare un evento stabile che potesse richiamare visitatori al di fuori dell’affollata stagione estiva.

Allestito sul Canale del porto, il Presepe si avvale di varie imbarcazioni da pesca del Museo, sulle quali sono posti i personaggi in legno a grandezza naturale. L’ammiraglia di questa piccola flotta è un trabaccolo, robusto naviglio che per decenni ha fatto la spola tra l’una e l’altra riva dell’Adriatico, prima di “andare in pensione” ed essere utilizzata, camuffata da nave romana, anche per la realizzazione di film storici. Su di essa, la Sacra Famiglia al completo, verso la quale guardano con simpatia, al posto delle pecorelle, tre delfini in legno che fanno capolino dalle acque del canale.

Le altre barche, in processione, recano i Re Magi, naturalmente, ma anche gli antichi abitanti del borgo, che esercitano i vari mestieri, compreso quello della “piadinaia”.

È un vero spettacolo, sempre in fieri perché ogni anno viene aggiunta qualche statua, che diviene ancor più suggestivo la sera, quando la flottiglia è illuminata.

Ma la magia del Presepe a Cesenatico non si ferma qui: a un centinaio di metri dal Canale, nei vicoli del paese, ne è stato allestito un altro, più tradizionale, con i personaggi sempre a grandezza naturale; qui la “grotta” è simulata nella parte superiore dell’edificio di un’antica ghiacciaia.

Noi abbiamo fotografato l’uno e l’altro Presepe, a dire il vero sotto una pioggia battente, e ve ne proponiamo le immagini.

 

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Emilia Romagna: Lo straordinario presepe navale di Cesenatico di Gianni Marucelli © 2015 è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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Liguria – Albenga dalle alte torri

di Gianni Marucelli

 

In Liguria, su quella striscia di terra tra le montagne e il mare a nord-ovest di Genova, che prende il nome di Riviera di Ponente, l’ultimo mezzo secolo di continua edificazione ha lasciato ben poco di intatto e di veramente godibile, salvo alcuni promontori ancora selvaggi e pochi borghi storici di grande suggestione. Tra questi, oltre a Cervo (Imperia), di cui abbiamo dato ampia notizia su questa rivista grazie all’amico e collaboratore Luigi Diego Eléna, si può senz’altro includere l’antichissima cittadina di Albenga, che, a quanto pare, venne fondata dai Liguri Ingauni qualche centinaio di anni prima della nascita di Cristo. Divenuta municipium romano col nome di Albingaunum, il suo territorio si estendeva fino all’attuale Sanremo (qualche decina di chilometri più a ovest): era dunque una città di notevole importanza. La fondazione dell’abitato romano secondo i criteri tipici dell’ordinamento castrense, con il cardo e il decumano a definire, all’interno delle mura, l’organizzazione dei quartieri, è leggibile ancor oggi con una certa facilità.

Ma continuiamo con la storia: l’inizio del V secolo dopo Cristo vede l’intensificarsi della pressione dei barbari al confine dell’impero, e, proprio in quegli anni, la stessa Roma (che non era più da tempo la capitale, trasferita a Milano e quindi a Ravenna) cade sotto l’assalto dei Goti. È una notizia-chock, che fa il giro del mondo di allora, e lascia basita e incredula l’opinione pubblica del tempo. Poco dopo, anche Albenga fu distrutta dalle orde di invasori. Qualche anno più tardi, il generale Flavio Costanzo provvide alla sua ricostruzione, prima di divenire imperatore d’Occidente tramite il suo matrimonio con Galla Placidia. La “nuova” Albenga fu dotata di mura possenti, che le permisero di sopravvivere al confuso e tragico periodo delle nuove invasioni; in epoca longobarda e, in seguito, negli ultimi secoli del primo millennio, perdette importanza, anche perché esposta, come tutti i centri rivieraschi, alle incursioni dei pirati Saraceni che erano di stanza a Frassineto, in Provenza. Dopo che questa minaccia fu debellata, e la normalità dei commerci marittimi ristabilita, Albenga si evolve in un libero Comune di una certa floridezza, che aumenta dopo la sua partecipazione alla Prima Crociata (1109) per la quale ottiene privilegi commerciali e marittimi nel vicino Oriente. Il 1100 e il 1200 sono i secoli di maggior successo per Albenga: in seguito, una lunga e disastrosa guerra contro Genova ne sancisce la perdita dell’autonomia commerciale e politica. Da allora, la città farà parte della Repubblica della Superba. Il centro storico, quale oggi lo possiamo ammirare, fu definito urbanisticamente proprio nel periodo di maggiore splendore, ed è ottimamente conservato. Oggi, quello che fu il porto è da molti secoli interrato, e la città storica è posta a circa un chilometro dal mare, mentre alle spalle ha una vasta pianura, diversamente da quasi tutti gli altri centri urbani della Liguria. Le antiche porte immettono nelle stradine caratteristiche e nei vicoli ancor più suggestivi, che presto ci conducono a quello che è il cuore di Albenga, la Piazza San Michele, attorno alla quale sono posti i maggiori monumenti, civili e religiosi, della sua storia.

Prima di ammirarli da vicino e al loro interno, però, alziamo lo sguardo al cielo: in perpendicolare su di noi si elevano le torri, imponenti, del Palazzo Comunale e della Cattedrale, cui seguono, a non molta distanza delle case-torri medioevali. L’impressione è un po’ quella che si prova a Bologna, sotto le torri della Garisenda e degli Asinelli. Davanti a noi vi è la facciata della cattedrale di San Michele, che, sebbene più volte rifatta, sorge proprio sul luogo, e con le stesse dimensioni, della chiesa paleocristiana le cui fondamenta probabilmente furono gettate proprio al tempo dell’Imperatore Costanzo. Nei fatti, l’unico elemento molto antico ora presente è costituito dalle sculture a forma di “semipilastro” (sec. XI) murate sulla facciata, che le conferiscono un aspetto singolare, nella sua complessiva austerità.

L’interno, a tre navate, è stato riportato alle linee medioevali da un restauro operato negli anni ’60: culmina in un’abside sotto la quale è stata trovata – ed è ancora in parte visibile – la cripta di età carolingia. Se ci si volge, nella controfacciata troneggia il monumentale organo ottocentesco, la cui cassa risale però al ‘600 (la chiesa ospita ancora stagioni concertistiche a livello internazionale).

Nella navata sinistra, alla parete è appoggiata la lastra tombale del Vescovo Leonardo Marchese, morto nel 1515. Si tratta di un’apprezzabile opera scultorea ad altorilievo, che ci restituisce le sembianze dell’alto prelato.

Di fronte alla Cattedrale, il Palazzo Comunale, risalente al sec. XIV, mostra la facciata sormontata da merli ghibellini, e una loggia a due arcate sotto la quale si tenevano le riunioni del Consiglio comunale.

Uscendo di nuovo nella piazza, alla nostra destra, a lato dell’edificio, sorge l’antico Battistero, unica costruzione rimasta intatta dell’Albenga tardo-romana. E’ situata al livello precedente della città, per cui ora vi si deve accedere scendendo alcuni gradini. Pur essendo in laterizio e non in pietra calcarea, presenta una notevole somiglianza, nella pianta decagonale, col Mausoleo di Teodorico a Ravenna. La copertura originale tardoromana, costruita col sistema delle anfore, fu sciaguratamente distrutta durante il restauro effettuato nel 1900 da un architetto, il De Andrade, che prese fischi per fiaschi ritenendola un manufatto molto posteriore e rifacendola in legno (!). Uno dei tanti delitti preterintenzionali contro l’arte attribuibili ai moderni restauratori…

Purtroppo non possiamo visitare l’interno del Battistero, perché durante il periodo delle festività natalizie è chiuso (un’altra particolarità, del tutto italiana, di accoglienza del turista…).

Altri monumenti (il Palazzo Vescovile, altre chiese, tanti palazzi nobiliari) ci attendono durante la visita del centro storico, ma è l’effetto complessivo che qui dobbiamo sottolineare, un piacevole tuffo nella Liguria medioevale e rinascimentale che si esalta nei carrugi stretti e negli scorci di finestre, archi, portoncini…

Uscendo dal centro, se credete, un’agevole passeggiata di circa 800 metri vi porterà dritti sul Lungomare, dal quale è possibile scorgere, presso la costa, l’isola di Gallinara, sede in epoche andate (dal IV sec. in poi) di una potente Abbazia, e ora totalmente privatizzata e perciò irraggiungibile.

Nel caso aveste appetito, vi consigliamo un piatto tipico, le sarde ripiene, che potrete gustare in uno dei numerosi ristoranti della città (ma è consigliabile, in questo caso, consultare una buona guida o un sito Internet, per evitare sorprese…).

 

 

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I cipressi che a Bolgheri…

Di Alberto Pestelli

Viale dei Cipressi

Viale dei Cipressi

È stato nell’età della cosiddetta ragione che varcai veramente – dopo tantissimi anni dall’ultima volta – la porta del piccolo borgo di Bolgheri. Venendo dal mare, feci il percorso nel senso contrario dei versi del Carducci. Lui stava per intraprendere il viaggio che lo avrebbe portato in quel di Bologna. Viaggio lungo a quei tempi. Anche compiere i cinque chilometri che separano Bolgheri dall’Oratorio di San Guido appariva non breve. Io, con la comodità della mia automobile, in un batter d’occhio sono giunto all’ingresso dell’antico borgo della Maremma livornese senza sentire la voce dei cipressi mossi dal vento: quel lento cigolio che a volte può spaventarti se lo ascolti di notte… beh, sono solo paure di alcuni cittadini poco avvezzi alla campagna. Ed io non sono un cittadino…

Tornai indietro lungo il viale dei Cipressi in cerca di un posteggio. Un chilometro o poco più verso San Guido e trovai un parcheggio… a pagamento! E va beh, pazienza, non è il caso d’esser tirchi quando si va in cerca di un po’ di storia e di qualcosa per stuzzicare il palato con qualche prelibatezza…

Camminando tra quei “giganti giovinetti” immaginai quel che poteva aver sentito nel suo animo il Carducci mentre sul calesse si dirigeva verso la stazione: l’ansia di arrivare presto a Bologna dove lo aspettava la sua bambina, Tittì, e la nostalgica malinconia di lasciare il luogo della sua infanzia.

            I cipressi che a Bólgheri alti e schietti

Van da San Guido in duplice filar,

Quasi in corsa giganti giovinetti

Mi balzarono incontro e mi guardar.

Mi riconobbero, e— Ben torni omai —

Bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino —

Perché non scendi? Perché non ristai?        

 

Lo riconobbero… bella e struggente l’immagine dei cipressi che si piegano sui suoi sentimenti… E riconobbero anche me che stavo per entrare in Bolgheri, già… per loro ero colui che da ragazzino non volle imparare la poesia del Carducci a memoria per recitarla alla maestra o durante le feste di fronte alla famiglia riunita nel salotto dopo il pranzo. Tornassi indietro nel tempo mi rifiuterei ancora. Per me una poesia è bella leggerla, leggerla e rileggerla, assorbire ogni sua parola e poi chiudere gli occhi e immaginare un mondo diverso, sensazioni che fanno vedere il sole nei propri pensieri. Ecco perché è inutile impararle a memoria… non è un esercizio mnemonico quello che si voleva dare (o forse si vuole imporre ancora), ma solo un mezzo per far apparire la cultura noiosa… io la intendevo e la intendo così. Forse sbaglio, forse no, forse la ragione sta, come sempre, nel mezzo.

Eppure la mia memoria si è sviluppata ugualmente come ben vedete… di ricordi ne ho tanti! Belli, brutti… a volte li scrivo su carta, altre volte rimangono perennemente dentro di me senza cambiare mai una virgola.

Il ricordo del paese che vide le scorribande del Carducci fanciullo mi è rimasto impresso in modo tale da far poco ricorso, per questo articolo, ai vari documenti che si trovano in rete; giusto qualche notiziola qua e là, tanto per integrare quel che già sapevo.

Ma dove si trova esattamente. Bolgheri è una frazione di Castagneto Carducci proprio nel bel mezzo della Maremma Livornese a ridosso delle Colline Metallifere. Si fa derivare il suo nome dai Bulgari, alleati dei Longobardi, che in zona avevano fondato un insediamento militare. Il luogo era d’importanza strategica nella difesa della costa contro le forze bizantine stanziate in Sardegna.

Sin dall’antichità Bolgheri fu di proprietà dell’antichissima casa dei conti Della Gherardesca (il più remoto antenato della nobile famiglia toscana, Gunfredo di stirpe longobarda, è del periodo di papa Adriano I, nato nel 700 dopo Cristo e morto a novantacinque anni…).

Tuttavia la prima menzione di Bolgheri la ritroviamo in un documento redatto nel gennaio del 1158 in cui si attestava la cessione di alcuni possedimenti nella curia di Bolgheri all’arcivescovo di Pisa. Nell’arco dei secoli, Bolgheri, nonostante varie vicende non propriamente felici (il paese fu bruciato dalle armate fiorentine nel 1393, saccheggiato dall’imperatore Massimiliano nel 1496 – fu ucciso il conte Arrigo) fino a quando non entrò a far parte della Repubblica fiorentina.

Solo nel diciottesimo secolo Bolgheri vide rifiorire il suo antico fasto. I Conti Della Gherardesca avviarono tutta una serie di miglioramenti agricoli bonificando le paludi circostanti, costruendo un acquedotto con l’intento di rifornire di acqua potabile il paese. Fu edificato pure un orfanotrofio.

Ma entriamo dentro il borgo attraversando la porta dopo aver percorso il Viale dei Cipressi, strada, quest’ultima, lunga cinque chilometri e proveniente dalla via Aurelia proprio nei pressi dell’Oratorio di San Guido (costruito nel ‘700).

La prima costruzione che vediamo – già prima di entrare nel paese – è il castello di origine medievale (XIII secolo) costruito dai Della Gherardesca. Fu restaurato nel XVIII secolo (furono costruite le cantine). A fine del XIX secolo la facciata fu modificata: fu edificata una torre proprio in corrispondenza della porta di accesso al paese. Purtroppo il castello è una abitazione privata e quindi non visitabile.

Quasi all’ingresso del paese, in piazza Teresa, c’è la chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo che è l’edificio, da un punto di vista architettonico, più antico del circondario. Come tutti gli edifici antichi, anche questa chiesa è stata più volte restaurata e modificata: l’ultimo restauro è stato compiuto nel 1902. Di origine medievale sono la facciata costruita in pietra e una piccola porta murata ancora visibile sulla sinistra dell’odierno accesso al tempio.

Altre due chiese si trovano fuori dalle mura del paese: la chiesa di San Sebastiano e la chiesa di Sant’Antonio. Entrambi gli edifici di culto si trovano nel viale dei Cipressi.

Non molto distante da Bolgheri, su una collina a circa 400 metri sul livello del mare, si trova il castello di Castiglioncello di Bolgheri e la chiesa di San Bernardo.

Nel 1959 fu istituito il rifugio faunistico di Bolgheri (circa 500 ettari) che è stata la prima oasi privata in Italia. Nel 1968 fu riconosciuta come oasi del WWF. Ricca è la fauna: caprioli, scoiattoli, falchi pellegrini, gru, germani reali, conigli selvatici regnano indisturbati tra ginepri, pini, lecci e canneti della palude. Il rifugio è naturalmente visitabile solo su prenotazione da ottobre ad aprile.

Passeggiando per le stradine di questo splendido borgo antico non possiamo fare a meno di visitare i numerosi negozietti che offrono ai turisti ogni genere di mercanzia: dal ricordino in ceramica, prodotti cosmetici che tra gli ingredienti troviamo l’acqua di Bolgheri, bellissimi quadri di pittori locali, prelibatezze del territorio e soprattutto lui, il re dei re: il Vino!

Infatti la zona è famosa per i vini rossi. Grazie alle caratteristiche del terreno e ad un microclima temperato, soleggiato e ventilato “il giusto”, hanno trovato “dimora” vitigni quali il Cabernet Sauvignon, il Merlot, il Cabernet Franc. Quest’ultimo insieme al Sauvignon sono la base del famosissimo e prelibato Sassicaia la cui fattoria è proprio davanti a San Guido…

Ma al di là del godere gastronomico che le botteghine di Bolgheri offrono ai visitatori affamati solo di pane, salame e buon vino, c’è la vera protagonista – a parer mio – di questo piccolo angolo di Maremma: la poesia. È impossibile non accorgersi del vento che fa parlare i cipressi, sentire la voce delle pietre delle case: in ciascuna di esse c’è un verso, in rima o senza, che canta la bellezza e la dolcezza di un ricordo che riaffiora quando volgi le spalle per tornare sui tuoi passi. Un ricordo che non ti molla più e ti accompagnerà per tutta la tua vita. E l’emozione ti assale quando, in una piazzetta sotto gli alberi, vedi Nonna Lucia, sorridente. Guarda verso la porta del paese: da lì tornerà suo nipote.

Percorrendo il auto il viale dei Cipressi aprii il finestrino e ascoltai la musica della campagna circostante. Mi parse di sentire lo sferragliare di un treno. Poco distante vidi un asino…

…Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo

Rosso e turchino, non si scomodò:

Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo

E a brucar serio e lento seguitò.

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Friuli Venezia Giulia: Udine, in vista delle Alpi e in odor di mare

Di Gianni Marucelli

 

È un sabato di dicembre e Udine si sveglia nel sole. Quando sono arrivato, nel pomeriggio di ieri, l’aria era carica di bruma, umida e tediosa: son dunque fortunato, ché il primo approccio con questa città avviene in una giornata quasi primaverile, sia per la luce che per la temperatura tiepida, cosa davvero insolita all’ingresso nell’inverno meteorologico.

Il centro storico è a meno di un chilometro a piedi dal mio albergo: il mio itinerario, rigorosamente pedonale, comincia da una delle antiche porte, residuo della cinta muraria da tempo abbattuta. Dove non ci hanno pensato gli uomini, qui a distruggere gli edifici hanno provveduto i terremoti e gli incendi (sono passati appena quarant’anni dall’ultimo, disastroso sisma, che chi ha la mia età rammenta bene…), tuttavia il cuore della città è una delizia, in alcuni punti assomiglia a una Venezia senz’acqua. L’influsso della dominazione della Repubblica di San Marco è palese, non solo nei Leoni in pietra presenti su colonne e architravi, ma nell’architettura dei palazzi, delle logge, delle torri. Il punto focale è l’armoniosa Piazza della Libertà, proprio sotto la bassa collina morenica su cui domina il Castello. Ai due lati, si affrontano e si confrontano le due bellissime Logge, quella del Lionello, dal nome dell’orafo Niccolò Lionello che la progettò (metà del sec. XV) e quella della Chiesa di San Giovanni, sormontata dalla Torre dell’Orologio (quest’ultima di Giovanni da Udine, sec. XVI).

È abbastanza presto, e la gente è ancora poca, anche se si stanno predisponendo gli addobbi natalizi, quindi posso godermi tranquillamente il vasto spazio, ora inondato di luce, e il gioco delle fasce alternate di pietra, rosa e bianca, che rivestono il Palazzo Comunale, prima di attraversare l’arco disegnato dal Palladio (Arco Bollani, dal nome del Luogotenente cui venne dedicato) e salire al Castello tenendomi sotto l’elegantissimo porticato del Lippomano (sec. XV). È un’ascesa breve, cui presiede, sulla sinistra, il sontuoso palazzo cinquecentesco, impropriamente chiamato Castello.

A dire il vero, castello fu, per secoli, fino al rovinoso terremoto del 1511, che lo distrusse. Il maniero era sede dei Patriarchi di Aquileia, che vi esercitarono il potere temporale non meno che quello spirituale. Ma torniamo a noi: siamo saliti solo di qualche decina di metri e pare di essere in cima al mondo; un vastissimo piazzale si affaccia su un immenso panorama. Sotto, la città vecchia e quindi quella moderna, che sfuma nella pianura e infine, verso nord, nelle crode delle Alpi Carniche, da poco innevate, mentre verso sud-ovest intuisce chiarore equoreo dell’Adriatico. Proprio alle nostre spalle, la facciata del Palazzo, animato dalle rampe dello scalone doppio progettato da Giovanni da Udine. Sono ormai passate le dieci e gruppi di turisti cominciano a popolare la zona, qualcuno diretto all’area museale ospitata nel Castello, comprendente il Museo Civico e la Galleria di Storia e Arte. Il tempo però è per noi tiranno, non ci concede neppure una breve visita a queste istituzioni, ci limitiamo a raggiungere il vasto porticato dove sono poste alcune interessanti lapidi romane provenienti da Aquileia e un pezzo d’artiglieria, con la canna esplosa, appartenuto all’esercito austriaco che, dopo la rotta di Caporetto del 1917, occupò la città, mentre parte della popolazione fuggiva insieme alle truppe italiane, che si attestarono poco dopo sul Piave.

Bisogna qui rammentare che Udine, poco più di un quarto di secolo dopo, subì anche l’occupazione nazi-fascista, contro la quale combatterono valorosamente i partigiani del Friuli.

Lasciando il piazzale del Castello, c attrae immediatamente la Chiesa sulla nostra sinistra, cui prima non avevamo prestato molta attenzione A parte il bel campanile cinquecentesco, sulla cui cima svetta l’Arcangelo Michele tutto dorato, divenuto il simbolo stesso della città, l’interesse del monumento sta tutto nell’interno, romanico, il cui nucleo originario pare addirittura risalire al VII secolo. Le tre navate, suddivise da pilastri, portano alle tre absidi affrescate in periodi diversi; la più antica e interessante è l’abside di destra, i cui dipinti risalgono al sec. XIII. Una bella statua lignea della vergine presiede al ciclo di affreschi.

Ritornati in Piazza della Libertà, imbocchiamo le strade del centro, ora animato da turisti e visitatori. Finiamo nel bel mezzo di un mercatino natalizio, e non ci possiamo esimere dall’acquistare un dolce tipico, che ricorda da vicino il panettone ma è ancora più ricco di ingredienti. L’ultima tappa della nostra breve visita ci porta al Duomo, affiancato dalla bella torre campanaria ottagonale in laterizi, eretto alla metà del 1400 sulla base costituita dal Battistero, del secolo precedente. L’imponente edificio fu costruito in forme gotiche, ma con l’andar dei secoli è stato rimaneggiato, e ora presenta al suo interno (come ahimè moltissime altre chiese italiane) una pesante veste barocca. Di particolare interesse la Cappella del SS. Sacramento, affrescata da G.B. Tiepolo (1726), che conserva anche una pala dello stesso autore, rappresentante la Resurrezione.

Purtroppo, il treno del nostro ritorno parte poco dopo le 13; ci rimane il tempo per cercare un posticino dove ristorare lo stomaco. Dalle parti della Stazione è tutto un susseguirsi di fast food, ristoranti cinesi e dispensatori di Kebab. Per trovare un’osteria friulana, dobbiamo rientrare nella circonferenza dell’antica cerchia muraria. Approdiamo infine a un piccolo locale, dove gustiamo un piatto abbondante di spaghetti alle vongole veraci (l’Adriatico è vicino) e delle sarde in saòr, il tutto innaffiato da un paio di bicchieri di ottimo Sauvignon. Il conto è davvero risibile, di molto inferiore a una pizza con birra e caffè…

Questo ultimo, gradito ricordo ci accompagnerà durante il viaggio…

Quanti gioielli di arte e di storia ci rimarrebbero ancora da vedere! Sarà per la prossima volta…

 

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Lupi, vipere e panzane dure a morire

Di Gianni Marucelli

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Anticamera del mio medico, alcuni giorni fa. Mentre attendo il mio turno, ascolto la conversazione tra due anziani signori che sono seduti accanto a me. Uno è appena rientrato da una mattinata di caccia, a quanto pare con scarsi risultati, e si lamenta con l’amico del fatto che la selvaggina tradizionale (si riferisce a lepri, fagiani, ma anche fringuelli e altri uccelletti) è molto rarefatta, mentre cinghiali, daini e caprioli abbondano. Non so in che modo, si passa a parlare di lupi (che in effetti da queste parti ci sono) e vipere, e torna alla luce, di botto, un’antica leggenda, o se volete una bufala, che pensavo quasi scomparsa.

“I lupi son diventati tanti” – ragiona il vecchio cacciatore – “una volta erano scomparsi, poi gli ambientalisti ce li hanno buttati… così come le vipere, con l’elicottero, in sacchetti di plastica. Una volta, a caccia, abbiamo trovato il sacchetto con le vipere che stavano uscendo fuori…”

Mi balza davanti agli occhi una scena surreale: un elicottero da trasporto del Corpo Forestale (o del WWF, scegliete voi) che sorvola una zona boschiva, all’interno si accende una luce verde e risuona secco il comando del pilota: via, via, via, tutti fuori! Uno dopo l’altro, muniti di casco e occhialoni, una pattuglia composta da tanti Lupo Alberto in tuta mimetica si lancia nel vuoto, i paracadute sbocciano come fiori, i lupi, perfettamente addestrati, prendono terra, si liberano in un attimo di tutto l’armamentario e corrono via a far danni…

“E questa è fatta” – dice il pilota al suo secondo – ora puntiamo a nord, che dobbiamo paracadutare un centinaio di vipere sull’Appennino. Tu tranquillizza le ragazze, non hanno esperienza, i lupi hanno frequentato un apposito corso ma per loro è la prima volta… Di loro che comunque le terremo d’occhio, e in caso di necessità c’è pronto un elicottero di soccorso…”

Ritorno cosciente, nell’anticamera del medico. Il cacciatore e il suo amico non capiscono perché abbia cominciato a ridere e non mi fermi più. “Vada avanti lei, si vede che non si sente bene…”, mi fanno molto gentilmente. Entro dal dottore che ho ancora la risata a fior di labbra…

EPPURE QUALCUNO ANCORA CI CREDE!

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I giardini pubblici di Cagliari

Di Alberto Pestelli

Inaugurato nel 1840, il parco urbano dei Giardini Pubblici di Cagliari, è il più antico polmone verde della città tra il quartiere La Vega e il quartiere Castello (Casteddu, la zona storica del capoluogo sardo). Fu sotto il regno dei Savoia che furono progettati e costruiti perché grande era la necessità di avere un’area verde per la città. Già dal 1816 il viceré Giacomo Pes, che aveva sollevato la questione, scelse l’area davanti alla polveriera dell’arsenale della guarnigione di Cagliari. Il Comune, durante il regno dei Savoia, acquistò la zona nello stesso anno della sua inaugurazione.

Il giardino non è molto grande: in poco più di due ettari, ospita, nella costruzione che un tempo era la sopracitata polveriera, la Galleria comunale d’Arte di Cagliari. I cannoni che erano stati sistemati fino al 2005 nel parco, provenivano proprio dalla polveriera. L’attrazione del giardino sono le circa sessanta piante tutte quante centenarie. Sono piante esotiche, palme e due immensi ficus magnoloidi che hanno quasi 130 anni.

Nel 2005, sono stati portati a termine i lavori di ristrutturazione dei giardini. Molti sono i miglioramenti apportati, tra le quali fontane con due vasche d’acqua, l’originale passeggiata centrale di circa trecento metri (che il tempo aveva contribuito a danneggiare in molti punti), un nuovo impianto idrico per l’irrigazione delle piante e dei fiori.

I giardini pubblici sono certamente un piccolo gioiello nel cuore di Cagliari che ha avuto il merito di essere il primo polmone verde della città. Ricordiamo che altri luoghi verdi sono presenti: il monte Urpino, il parco di Monte Claro e il colle di San Michele. Degni di essere menzionati sono il Terramaini e l’ex vetreria.

Affacciandosi dal muro di cinta del giardino pubblico in direzione degli stagni di Molentargius, è facile osservare migliaia di puntini rosa… i fenicotteri! Allora viene voglia di scendere al livello del mare per visitare un’altra zona caratteristica di questa meravigliosa città.

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